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mercoledì 5 giugno 2019

Perché il tuo sposo è più bello?



Milano, Monastero Wi-Fi: l’omelia di Don Antonello Iapicca e quello che ci aspetta



Mi sento catapultato, veramente. Stamattina ero a Tel Aviv, però il Signore mi ha stupito perché ho trovato il sole a Milano e dico “allora pure qua ogni tanto esce fuori”. No scherzo scherzo. Poi il mio autista era laziale, quindi proprio il massimo, un laziale a Milano, stupendo!
Sono molto felice di essere qui, penso di conoscere tre persone (una da tanto tempo?) forse qualcun altro, non lo so, ma in Cristo tutti, e questa è la cosa importante.
Chissà forse due settimane e qualcosa in Terra Santa mi hanno preparato a questo momento, soltanto per ribadire una cosa sola, che mi viene dal cuore: auguri! Auguri perché abbiamo tutti lo Sposo più bello che c’è, lo dice la prima lettura. Io penso che tutti noi, spero, che tutti noi oggi possiamo dire queste stesse parole del Cantico dei Cantici, non so se nella liturgia del rito ambrosiano è presente molto il Cantico dei Cantici, nella romana no, ed è un peccato.
Che cosa ha il tuo amato più di ogni altro? “Tu che sei bellissima fra le donne”, dice, e poi lo descrive. E alla fine dice: “questo ha, questo è l’amato mio, questo è l’amico mio”.
Tu, oggi puoi dire questo?
Puoi dire che il tuo amato, nostro Signore Gesù Cristo, è il più bello di tutti? E’ il tuo amato, l’amato del tuo cuore, è il tuo amico? Tu sei bellissima, bellissima questa assemblea. Sempre il Cantico dei Cantici dice: bella sono, anche se sono oscura, cioè anche se c’è molta sofferenza nella mia vita, anche se ci sono dei peccati, debolezze. Io credo che tutti noi qui portiamo dei peccati, lo dice la seconda lettura. Tutti noi qui abbiamo forse delle sofferenze molto profonde che forse questi incontri stanno aiutando a far emergere. Forse ci sono dei nodi molto profondi nella tua vita oggi, delle cose che abbiamo messo tra parentesi della nostra storia. Forse la relazione con quella persona, forse con nostro padre, forse con nostra madre. Forse la morte di nostro padre, la morte di nostra madre, la morte di un figlio, un dolore, una malattia. Tutti noi siamo qui portando le stimmate di nostro Signore Gesù Cristo. E questa descrizione del Cantico dei Cantici che fa la sposa, è la descrizione di Cristo crocifisso che ha dato la vita per la sua sposa per renderla bellissima.
Pensa a ciò che il Signore ha fatto per te. È vero che lo ha fatto per te. Perché la vita si gioca tutta qui: se io posso dire veramente “Tu sei il mio amato, Tu sei bello, Tu sei stupendo. Tutto quello che hai fatto per me, tutto quello che è accaduto nella mia vita, quello che accade nella mia vita è amore puro, amore Tuo, anche quello che non capisco, anche la libertà che ho, per rinnegarti tante volte, per dire di no, perché preferisco un altro amante, preferisco soldi, preferisco i miei criteri, i miei giudizi, aprendo varchi alle volte incolmabili tra me e mio marito, tra me e mia moglie, tra me e il parroco, il vice parroco, il vescovo, il fratello o la sorella, la collega di ufficio”.

Puoi dire questo oggi? Che il tuo amato è il migliore di tutti? Lo puoi dire soltanto se, insieme a San Paolo, oggi puoi gridare qui, e questa è l’Eucarestia, il mistero che stiamo celebrando, e che apparirà su quell’altare, su quella mensa, che Cristo ha vinto la morte, che Cristo ha vinto la morte, che è frutto del peccato, che Cristo ha dato la vita per te, che ha perdonato veramente i tuoi peccati. Può gridare al mondo intero che Gesù Cristo è lo Sposo più bello, che ha dato la vita veramente, che si è denudato per te e che ti ha accolto e si è unito a te, come dice il Vangelo, “su un letto d’amore”, che è la croce, quella dove tu ed io abbiamo lo abbiamo inchiodato, forse anche stamattina prima di venire qui, facendosi la barba o ricostruen… ehm facendosi più belle. Sí, forse lí già tuo marito l’hai messo in una tomba dicendo “questo qui è incorregibile, mai, mai cambierà”. Oppure quando tiri fuori i calzini vedi che c’è un buco e pensi di tua moglie “mah, non cuce, questa, che fa?” e la distruggi. Dico cose banali (forse ci sono crisi più profonde?). Bene questo significa inchiodare Cristo alla croce. Ma quello che dice oggi la parola, guardate che è impressionante, quello che dice oggi la parola a tutti noi, è che, esattamente nel momento in cui inchiodiamo Cristo alla croce, Lui si unisce a te.
Cos’è un monastero? WiFi o non Wi-Fi. Perché un pericolo è dire “IO prego, IO faccio, IO divento monaca, io divento prete, io mi sposo, io, io, io…” qua il Signore invece ci dice “senza di me, non potete fare nulla”, non è che dice “aiutati che Dio ti aiuta”, questo non è cristiano, mai scritto da nessuna parte. Senza di me non potere fare nulla, ma neanche la spesa. “Ma come no? Uè, io c’ho la fabbrichètta”. Senza di Lui, che ha dato il respiro di quel momento in cui “ti sei fatto la fabbrichètta”, tu non eri vivo, io non ero vivo. “No, ma io sono stato in seminario…uuh quanto sono stato bravo io in seminario, adesso in parrocchia, una meraviglia!” Poi, io, trent’anni in Giappone, de che stamo a parlá, che stiamo dicendo? Missionario in Giappone da trent’anni. Ma senza la sua misericordia, senza il suo amore io in Giappone non è che non avrei resistito un secondo, ma non avrei neanche mai preso l’aereo, non sarei neanche mai andato in seminario.
Perché il tuo sposo è più bello?

Quest’anno mi ritorna tantissimo una cosa che mi ha aiutato tanto. Quando il Signore dice a Pietro, che non aveva ascoltato per niente questo che stava dicendo (questo discorso della cena) e poco dopo Pietro dice “io con te, fino alla morte, io farò tutto per te”. Sono le parole del consenso matrimoniale. E Gesù dice “tu mi tradirai”, ma adesso eh!
E stavo pensando proprio al matrimonio.
Costanza se ti avessero detto, che tuo marito, la sera prima di sposarti, se tu avessi avuto la certezza matematica che nello stesso banchetto e poi il primo giorno di viaggio di nozze, poi dopo il terzo, tuo marito ti tradisce tre volte. Non quando ti sei sposata che ancora diciamo non eri così vicino al Signore. Ma adesso. Che faresti? (Io lo sgozzerei, ho risposto, ndr). Gesù invece ha dato la sua vita per questa sposa. Glielo ha detto “io mi vado a sposare con te, cioè vado a dare la vita per te, che mi vai a tradire e ti troverò a letto con un altro, con un’altra e do la mia vita per te”.
E allora certo che qui le femminucce possono dire, anche gli uomini, nello spirito, allora sì che possiamo dire “sei l’unico”. Perché? Perché nessuno di noi oggi ce la fa ad amare così. Sì magari adesso che sta dentro questo WiFi di Spirito Santo ce la farebbe a dirlo, magari sì, magari no, ma poi dopo prende la macchina, qualcuno gliela striscia, e tutto l’effetto Spirito Santo passa.
Però la verità profonda, profonda è che le cose sono andate così e che vanno così ogni giorno. Allora c’è un capovolgimento totale in questa mia vita. Lo dico sinceramente: non sarei prete, questa è la mia vita, è un capovolgimento totale. Il vangelo non sta dicendo, e noi subito “allora mi devo attaccare al Signore”…certamente, è tutto vero. Ma sta dicendo qualcosa di più profondo, molto prima di quello che IO farò. C’è qualcosa di diverso, che tu ed io l’unica cosa che abbiamo saputo fare, ma davvero bene è peccare, quello proprio siamo espertissimi. Su quello possiamo scrivere dei libri dettagliatissimi, senza troppa fantasia perché sette sono, però… In tutte le latitudini, tutte le culture che io ho conosciuto in cui io ho confessato, sinceramente non ho trovato peccati nuovi. Gli stessi che c’ho io. Eppure la cosa grande è che nel momento in cui tu ti stai allontanando, nel momento in cui tu hai tagliato con lui, nel momento in cui tu gli hai piantato la lancia nel cuore, Lui ha dato la vita per te. Allora questo ti fa stramazzare al suolo e allora non c’è niente da dire e allora la tua vita cambia completamente. Questa è l’unica esperienza vera, che non ha niente a che vedere con nessun’altra religione, non c’entra proprio nulla. Niente. Non c’entra nulla. Questo è Dio.
Quando dice “la sapienza della croce è stoltezza per i greci e scandalo per i giudei”, cioè per tutti, sta dicendo questo: che ama i peccatori, che ti ama così come sei. Ma se hai questa esperienza vera, diventa una cosa che la governa lui, già la porta lui e vivrai così. E allora come posso stare senza questo amore? Veramente stare connesso con lui 24 ore su 24, stai lì con lui tutti i momenti, tutto con lui. Ma deve esserci questa esperienza. Se non c’è questa esperienza fai tanto, fai tanto, fai tanto…..poi quando le cose non vanno come dici tu “ah beh!”, gli passi il conto, come fai sempre col marito. “Signore, e adesso? Questo figlio mio non lo guarisci? E adesso a questo figlio mio non gli fai avere un posticino, a mio marito non gli cambi sto caratterino che col tempo che passa peggiora? E perché questa malattia? E perché questo dolore? E perché mi hanno rubato i soldi? E perché questa ingiustizia?”
Ma se tu sai chi sei, se io so chi sono veramente come Pietro e piango, e mentre piango incontro lo sguardo di Cristo e quando viene Cristo sulle sponde del mare, come stavo io ieri mattina, ed ecco lo sposo che va dalla sposa che stava a letto con un altro e gli dice “mi ami tu? ” che così ha fatto il Signore, a un traditore gli ha detto “mi ami tu? ” tre volte. Ecco. Se hai questa esperienza, queste parole distruggono il tuo peccato, lo distruggono nel profondo del tuo cuore e ti danno un’altra vita. Perché chi conosce questo amore impazzisce di amore. Chi conosce questo amore vero, che non c’ha nessuno, né tuo padre, né tua madre, né il prete più fico di questo mondo, non ce l’ha nessuno questo amore qui. Non ce lo avrà mai tuo marito, non ce lo avrà mai tua moglie. Questo amore infinito che ti abbraccia sempre, sempre, sempre. Questo ti fa impazzire, ti fa innamorare come un pazzo e allora cominci a fare come quando uno si innamora veramente e allora fai tutte le follie di questo mondo: ti fai prete, suora, vai in missione, puoi aprirti alla vita, non hai soldi, non importa, il Signore mi aiuterà. Di tutto e di più, perdonerai quello che ti ha rubato i soldi. Vai al lavoro contento. Se ti fanno mobbing “Signore ma io quanto mobbing ti ho fatto e tu mi hai amato infinitamente, grazie di questo mobbing”. E quel mobbing fatto a te salva tutta la banda e la fabrichètta. Qui siamo sette, ottocento, ma attaccati a ognuno, attaccati a te ce ne stanno cinquemila. Che devi fare? Innamorarti di Cristo. Perché Lui ti ama e ti dice “bellissima sei, sei bellissima”. Il pungiglione della morte è il peccato, è la legge, cioè che cos’é la legge? Quello che ti dice che tu non sei bella. Che devi essere insoddisfatta di te e se la prende con le rughe, e metti la crema del mar Morto, e non esce niente, invece continuano. E ti cominci a disprezzare, sempre peggio qua. Così è la legge.
Ma Cristo ha vinto la morte, Cristo ha compiuto la legge, quando? Così come sei. Allora tu un giorno, forse oggi, comincerai a scrivere come nel Cantico dei Cantici, allora potrai rispondere a tuo figlio, potrai rispondere al portiere, potrai rispondere al collega di lavoro: “Ma cos’ha di tanto bello il tuo amato? Perché tu sei felice? Perché tu c’hai una metastasi e sei in pace e sei felice?” Perché questo è un cristiano. “Perché stai con questa ingiustizia da trent’anni che tuo fratello ti ha rubato quei trenta euro, quei 13 cm della casa di tuo nonno e sono trent’anni che io non ci parlo e tu per molto e molto di più continui a stare a parlare, a invitare i tuoi fratelli e i tuoi parenti serpenti dentro casa, come è possibile? Che c’hai di più il tuo Sposo?” E tu comincerai a dire: “l’amato mio è bianco e vermiglio”, e gli dirai perché bianco e vermiglio, cioè farai la dichiarazione d’amore più bella. Questo è l’annuncio del Vangelo! Tu potrai dire mi ha amato, mi ha amato il 12 febbraio, che avevo fatto questo peccato terribile dovevo essere fulminato, mi ha amato. Mi ha perdonato. Ho perdonato mio marito, ho perdonato mia moglie. Il mio matrimonio è più bello oggi di trent’anni anni fa. “Ne hanno fatte, uuuh quante me ne hanno fatte”. Felice. Come io posso dire oggi dopo quasi 25 anni di prete, tutta la vita meglio oggi che quando sono stato ordinato. Sinceramente. Perché in questi anni mi ha amato. Mi continua ad amare e non so perché, solo perché è Dio.
Allora coraggio. Io vi faccio gli auguri di nuovo. Faccio una profezia. Tu chiedi questo, tu oggi in questa giornata chiedi: Signore, che io possa avere il cuore trafitto dal tuo amore, basta un istante per gustare il suo amore. Madre Teresa l’ha gustato quando era giovanissima, poi per 40 anni non ha sentito nulla e ha dato la vita per i poveri, ne ha fatta una meraviglia, eppure non sentiva niente, niente da parte del Signore. Niente, come tuo marito che non ti parla, ma molto peggio, molto peggio. Ha dato la vita per te, il Signore ti ha dato un bacio, ti ama. E noi possiamo avere questo bacio da parte del Signore, sentirci amati così come siamo, perdonati, rigenerati. Saremo trasformati e trasformeremo Milano, e l’Italia.

venerdì 10 maggio 2019

INCONTRO CON KIKO ARGUELLO A KIEV, UCRAINA, 11 MAGGIO 2019




Un anno dopo l’incontro del Cammino Neocatecumenale con Papa Francesco, in occasione del 50° anniversario dell’inizio del Cammino a Roma, la capitale dell’Ucraina, Kiev, ospita oggi 11 maggio un nuovo incontro a cui parteciperanno i Paesi dell’ex Unione Sovietica e la Polonia.
Si tratta di un incontro vocazionale che si svolge nel “Palaz Ucraina” condotto dal team responsabile a livello internazionale del Cammino, Kiko Argüello, María Ascensión Romero e padre Mario Pezzi.
Nell’incontro, dopo la presentazione dell’assemblea, Argüello annuncerà il kerygma, la Buona Notizia della morte e risurrezione di Cristo. Successivamente chiederà vocazioni al sacerdozio e alla vita contemplativa e inviterà le famiglie, che sentono la chiamata di Dio ad andare in missione in qualsiasi parte del mondo, a mostrare la loro disponibilità.
Di fronte agli orrori del comunismo ai tempi dell’Unione Sovietica - si legge in una nota del Cammino Neocatecumenale - questo incontro sarà un motivo per rendere grazie a Dio in questa città “culla della cultura cristiana di tutto l’Oriente europeo”, come disse Giovanni Paolo II nel 2001, per il sangue che hanno versato tanti martiri offrendo la propria vita per gli uomini e il Vangelo.
L’appuntamento sarà presieduto da monsignor Vitaliy Kryvytskyi, vescovo di Kiev-Zhytomyr, accompagnato da altri sette vescovi ucraini. Di questi, due appartengono alle Chiese greco-cattoliche. Parteciperanno anche il primo segretario della Nunziatura apostolica del Paese, oltre a 130 sacerdoti, tra cui alcuni della Chiesa greco-cattolica. Saranno presenti anche rappresentanti di altre chiese ortodossi e protestanti.
Prevista anche la partecipazione di alcune autorità civili come ministri ucraini e l’ambasciatrice di Spagna. Saranno presenti anche i seminari Redemptoris Mater di Kiev, Vinnytsia, Uzhgorod, Varsavia, Talin e Riga, così come due seminari diocesani ucraini. In totale si attendono oltre 4.200 persone provenienti da Moldavia, Georgia, Kazakistan, Estonia, Russia, Lettonia, Bielorussia, Lituania, Polonia e, ovviamente, Ucraina.
Il Cammino Neocatecumenale in Ucraina è iniziato proprio per mano di padre Mario Pezzi che, nel 1984, fu il primo missionario a portare nel Paese questo itinerario di iniziazione cristiana insieme a padre Janez Bokavsek. Grazie a questo annuncio evangelico durante il comunismo, il Cammino è ora una realtà che conta circa 3mila fratelli riuniti in 80 comunità presenti in ciascuna delle diocesi cattoliche e in alcune greco-cattoliche dell'Ucraina.
Nel Paese ci sono otto missio ad gentes, oltre a diverse famiglie in missione, itineranti e tre seminari missionari internazionali Redemptoris Mater, dai quali sono già stati ordinati 12 sacerdoti.
La Stampa dell' 11 maggio 2019





lunedì 4 marzo 2019

Graziella e Misael in missione con 9 figli


Silvia Lucchetti (Aleteia) 

In occasione della festa organizzata a Roma il 5 maggio per celebrare insieme al Santo Padre i 50 anni di vita del Cammino Neocatecumenale, ho avuto l’occasione di conoscere una famiglia in missione a Riga: mamma Graziella, papà Misael e i loro 9 figli.
Lo scorso anno sono stati inviati in Lettonia ad evangelizzare, hanno lasciato tutto: casa, lavoro, parenti, amici, sicurezze, per amore di Cristo, per gratitudine nei confronti della Chiesa.

La “missio ad gentes”, strumento prezioso che il Cammino mette a disposizione dei vescovi, consiste nell’invio di famiglie disposte a partire per andare ad annunciare il Vangelo nelle zone più scristianizzated’Europa e del mondo. Attualmente 1668 famiglie, con circa 6.000 figli, operano in 108 paesi; di esse 216 “missio ad gentes” (in Europa, 134, in Asia 46, in America 18, Africa 9, in Oceania 8 e 1 in Medio Oriente) (Vatican News).

Incontrarli nel parcheggio della chiesa con il loro pulmino, gli sportelloni aperti e i bambini più piccoli aggrappati a giocare, mi ha spinto a chiedere alla coppia di sposi di raccontarci la loro storia.


Graziella, come vi siete conosciuti?

Ci siamo conosciuti in California, studiavamo inglese insieme all’università. Io ho cominciato lì a frequentare il Cammino e più tardi ho invitato Misael ad ascoltare le catechesi. Allora eravamo soltanto amici, sei mesi dopo ci siamo messi insieme. La prima grande vittoria di Gesù Cristo è stata che abbiamo avuto una relazione casta. Prima di entrare in Cammino ero atea, odiavo la Chiesa Cattolica, ero cresciuta a Città del Messico con l’ideologia comunista perché la maggior parte dei miei professori lo era. Non volevo sposarmi, reputavo il matrimonio una cosa ridicola e mai avrei pensato di avere dei figli. Tutto cambiò quando ho incontrato il Cammino. Ricordo che all’inizio della nostra storia ho detto a Misael: “Voglio un ragazzo che segua Gesù Cristo, altrimenti non funzionerà”. Dopo due anni ci siamo sposati: la seconda vittoria di Gesù Cristo.

Misael tu invece eri già credente quando vi siete incontrati?

Prima di entrare nel Cammino ero omosessuale, quando ho cominciato ad ascoltare le catechesi vivevo ancora con un uomo, ma grazie all’annuncio della Parola ho cambiato vita, ho chiuso questa relazione. Ho ascoltato queste parole che mi hanno toccato dentro: Qualsiasi cosa tu fai Dio ti ama”. Dio mi ha dato la vita perché io prima ero morto. Dio mi ha dato dignità. Non avevo mai aperto la Bibbia, non avevo mai capito niente e invece inspiegabilmente ho cominciato a leggerla, leggerla e capire, e tutto è cambiato. Ho assaggiato la Bibbia e ho capito quanto era buona. Io sono di El Salvador, avevo ricevuto i sacramenti ma ero fuori della Chiesa. Ho vissuto la guerra civile nella mia nazione, tutta la mia infanzia l’ho perduta perché c’era la guerra, non ho vissuto una vita bella. Sono stato cresimato da mons. Romero che mi ha avvicinato alla fede e che adesso diventerà santo.

Graziella, avete scelto subito di aprirvi alla vita?

Quando sono entrata in cammino ho capito che sarebbe stato bello essere aperti alla vita: noi donne siamo state create per questo. Per me è difficile occuparmi dei miei figli perché soffro di fibromialgia, ed il fatto che nonostante tutto ci riesca è un miracolo. Nel 2014 sono stata un anno a letto. Il miracolo è che Dio mi ha curato e adesso sto un po’ meglio. Ho cominciato a stare male nel 2009, e all’epoca il dottore mi disse che il mio problema era che facevo troppi figli. Soffrivo perché mi ero quindi convinta che la malattia dipendesse dai miei figli e mi sentivo molto in colpa per questo. Nel 2011 ci siamo offerti come famiglia per partire in missione, e lo scorso anno siamo stati mandati a Riga in Lettonia. Lì ho trovato un dottore che mi ha spiegato che la mia malattia non dipendeva dalle gravidanze, perché la donna è progettata per avere figli: ho trovato così la pace nel mio cuore. Il mio ultimo figlio è nato a Riga e questa è un’altra vittoria di Gesù Cristo: tutti mi pensavano folle perché stavo male e continuavamo con mio marito ad essere aperti alla vita. Nelle difficoltà e nella sofferenza pregavo il rosario e offrivo la mia malattia per la fede: Dio mi ha scelta per condividere la sua passione nel mio dolore. Penso valga la pena soffrire per amore della Chiesa, per i sacerdoti. Da quando siamo in missione mio marito mi aiuta di più perché ha finalmente capito la natura e le problematiche della mia malattia che inizialmente può sembrare a chi ti sta vicino solo un problema psicologico. Io adesso sono in pace, so che il dolore va e viene, ma il tempo della mia sofferenza non è sprecato: lo offro a Gesù.

Ora che siete in missione come riuscite ad andare avanti con 9 figli?

Abbiamo nove figli, Misael, Anna Maria, Rachel, Sebastian, Felipe de Jesus, Michelangelo, Barbara, Bernadette, Josè Alberto (4 mesi), ma non ci manca niente, Dio ci da la forza. Quando sto male e sono costretta a letto i miei figli sanno cosa fare, sono indipendenti. Sono molto felice di vivere a Riga nonostante il freddo. Ogni giorno è un miracolo. La nostra comunità ci aiuta molto e anche la Caritas e la gente del posto: ci portano il cibo, ci danno i vestiti… Il regime socialista li ha fatti molto soffrire, hanno pochi figli, ma quando ci incontrano e vedono la truppa dei nostri bambini sorridono e sono felici.
Quando non abbiamo da mangiare apro il Vangelo e quello è il nostro vero pane della giornata, con la certezza che dopo arriverà sicuramente qualcosa da mangiare. Ed è ogni volta così, perché il Signore provvede sempre. Siamo felici di essere venuti tutti insieme a Roma, mio marito ha guidato per 3 giorni e abbiamo dormito in macchina, ma siamo molto grati e contenti.

C’è qualcosa che vuoi a dire a chi leggerà la vostra testimonianza?

Non abbiate paura di seguire Gesù Cristo, Lui provvederà per voi. Vi darà la forza, la fede, la dignità di essere umani.

martedì 26 febbraio 2019

Catequesis sobre La Familia ,Virginidad y Matrimonio (Padre Mario Pezzi) - Parte 1

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PARTE 1
Introducción
1.-Introducción
2.-La figura del padre
3.-El feminismo exasperado
4.-La discusión sobre los géneros

1.-Vivimos en una época de crecientes y sistemáticos ataques contra la familia
Introducción
Vivimos en una época de crecientes y sistemáticos ataques contra la familia y contra la vida. En este contexto es necesario, de todas formas, evitar tanto un pesimismo paralizante, como un optimismo ingenuo e irreal. La tendencia a poner en duda la institución familiar, su naturaleza y misión, su fundamento sobre el matrimonio (unión de amor y de vida entre un hombre y una mujer) está, por así decirlo, generalizada en determinados ambientes muy influyentes, mareados por una mentalidad secularizada. Esta tendencia está presente también en importantes medios de comunicación, trastorna la vida económica y profesional de muchos y obstaculiza la percepción de la realidad del matrimonio en nuestros hijos.
La fecundidad ha padecido un desmoronamiento en muchas regiones, especialmente allí donde las riquezas son abundantes. La plaga del divorcio se extiende en países de larga tradición cristiana. El aborto hiere profundamente el alma de los pueblos y las conciencias de las personas. Las «uniones de hecho» constituyen un grave problema social cada día más extendido.
Existe el riesgo de que un tal estado de las cosas lleve a nuestros hijos a dudar de sí mismos y de su futuro, y a contribuir a su desconfianza sobre su capacidad de amar y de asumir compromisos matrimoniales.
Esta crisis es reveladora de una enfermedad del espíritu que se ha alejado de la verdad y de una antropología errónea; refleja, además, un relativismo y un escepticismo sin precedentes. Esto demuestra que el hombre está tentado a cerrarse a la verdad sobre sí mismo y sobre el amor.
Frente a este riesgo, es necesario dejarnos guiar por el realismo que brota del Evangelio y por una profunda confianza en Dios.
Frente a este riesgo, es innecesario ratificar nuestra esperanza en el futuro, dejándonos guiar por el realismo que brota del Evangelio, y por una profunda confianza en Dios, sin esconder la gravedad de los males que amenazan a las jóvenes generaciones. Es precisamente al corazón desilusionado del hombre al que deseamos llevar un mensaje de esperanza, dirigiendo nuestro pensamiento a aquellos que construirán el mundo del tercer milenio: nuestros hijos.

Los desafíos contra la figura del Padre y de la Madre
Para comprender la misión que Dios confiada las familias cristianas, sobre todo en relación a la transmisión de la fe y a la educación de los hijos, tenemos que tener en cuenta algunos ataques a la familia cristiana en la sociedad actual en la que vivimos.
Además del divorcio, del aborto, de la eutanasia, de la libertad sexual, de las convivencias, de las parejas de hecho, de las parejas homosexuales: todos ellos ataques a la familia, a estas alturas aceptados y casi todos reconocidos por los Estados, trataremos los ataques contra el hombre: marido y padre, y contra la mujer: esposa y madre, y de las consecuencias negativas en la educación de los hijos.

2.-La progresiva ausencia del Padre en la familia
La figura del Padre
En un breve excursus histórico vamos a ver algunas de las causas que han contribuido a una progresiva ausencia del padre en la familia.
En el libro «IL Padre, l'assente inaccettabile» Claudio Risè [1], psicoanalista, católico cercano a Don Giussani, escribe:
La revolución francesa
Cuando los revolucionarios franceses, después de haber decapitado en la catedral de Notre Dame las estatuas de los reyes de Judá y de Israel, y haber reventado las tumbas de la abadía de Saínt-Denis para recoger el oro de los dientes y de los anillos de los reyes y de los obispos, cortaron y quemaron la cabeza de la estatua milagrosa de Notre Dame sous-Terre, en la catedral de Chartres (uno de los mayores símbolos de la espiritualidad cristiana), lo que es llamado proceso de secularización, es decir, la expulsión de la experiencia religiosa o de lo sagrado de la vida cotidiana en Europa, se encontraba ya buen punto. Todas las campanas de la abadía de Mont-Saint-Michel fueron fundidas y su bronce entregado al ejército revolucionario para que hiciese armas contra los países que todavía se declaraban católicos.
El «proceso de secularización»
Lo «Sagrado», la experiencia religiosa cristiana y sus símbolos, que habían marcado la civilización europea, habían quedado ahora en fuera de juego, por lo menos así lo creían los jacobinos, socialistas y liberales. La vida del hombre se desarrollaría por fin en el ámbito «secular», mundano, de las cosas y de la materia, sin el estorbo de creencias trascendentes.
Para ambos fenómenos, sin embargo, declive del padre y separación de Dios (secularización), el derribo revolucionario de las imágenes sagradas de los reyes de Judá y de Israel no hace sino continuar, aunque acelerándolo dramáticamente, un proceso iniciado mucho tiempo antes.

Lutero, la Reforma y el eclipse del padre
La Reforma, en efecto, ha desempeñado un papel determinante en la promoción de ambos. Rompiendo la unidad de la experiencia humana en Reino de Cristo y reino del mundo, y trasladando en el segundo la experiencia del matrimonio, instituto que él consideraba perteneciente al orden terreno [2],
Lutero seculariza el matrimonio y la familia [3].
Según apunta el antropólogo Dieter Lenzen: «Se puede afirmar que la doctrina de Lutero sobre el matrimonio abrió la puerta a la sucesiva estatalización de la paternidad [4]. Quita, pues, a la figura del padre aquel reflejo de figura del Padre divino, que le confería enormes responsabilidades, pero de donde derivaba su específico significado en el orden simbólico, trastocado precisamente por la secularización».
Consecuencia de esta afirmación es que el divorcio desde entonces no concierne más a la Iglesia, sino al Estado.
En efecto, dice el reformador: «las cuestiones relativas al matrimonio y al divorcio han de ser dejadas en manos de los juristas y colocadas dentro del orden mundano. Puesto que el matrimonio es algo mundano, exterior, así como lo son la mujer, los hijos, la casa... este pertenece al orden de la autoridad secular, está sometido a la razón» [5].
Como observa Lenzen [6]: «Las consecuencias de la doctrina matrimonial de Lutero en el plano jurídico, variamente diferenciadas a escala regional, en algunos casos fueron individuadas solo después de 250 años o más».
Es todavía con Lutero, que comienza el proceso de transferencia de las responsabilidades de la educación del padre (que a partir de allí se convertirá en una figura de relieve esencialmente económico) a la mujer madre y a la educadora.

Cuatro siglos después de Lutero: la pérdida de la noción de paternidad
Cuatro siglos después, en la mitad del Novecientos, por el impulso de las sociedades protestantes, la casi totalidad de sus papeles educativos y de juzgar será confiada a las mujeres, y la figura del padre será a estas alturas físicamente ausente de la casa en un relevante número de casos.
Se llegará a ver, entonces, como a la pérdida de la noción de paternidad en Occidente se le acompañe la pérdida de la transmisión de la identidad, y, por ende, de la misma masculinidad a nivel psicológico y simbólico.
A partir de entonces, y con la brusca aceleración sucesiva a las revoluciones burguesas y a la revolución industrial, el padre de la modernidad occidental ya no es el custodio familiar por cuenta del orden natural y simbólico divino, y tampoco es el representante de la Ley del Padre.
Efectivamente, según la observación hecha por el arzobispo de Milán, Dionigi Tettamanzi, en su carta pastoral «Familia, ¿dónde estás?», en los tiempos modernos la cultura dominante «tiende a desposeer a la familia de su valor fundamental o, más bien, fundador: el valor religioso de la relación con Dios. Mellada por el secularismo del laicismo, la familia se interpreta a sí misma como una realidad exclusivamente humana y totalmente autónoma: la familia, en su mismo ser y vivir, prescinde de Dios».
Pero ¿qué puede ser el padre de semejante familia? Era inevitable que, llegados a este punto, él se convirtiera sencillamente en un administrador, un procurador de renta (provider), para el núcleo de la familia «restringida» o «pequeña», que sustituye gradualmente a la familia «grande» (incluyendo aquí a todos aquellos que podían tener necesidad de la familia y de sus sustancias), de la que se encargaba el padre antes de esta reducción.
El fin de la familia «patriarcal» y la secularización del padre coinciden, en efecto, con la afirmación del modelo de «intimidad doméstica» que lleva a la familia nuclear actual.

Reducción del papel del padre: el que procura la renta a la familia
A partir de la Reforma y durante la modernidad, marcada por la época de las dos revoluciones: la francesa y la industrial, el padre se convierte cada vez más en una figura dominada por motivaciones egoístas y hedonistas. Sus finalidades son cada vez más práctico-económicas, en el mejor de los casos de gratificación «sexual-sentimental». Se trata de un personaje que se ha auto-reducido «secularmente» al mundo de las cosas: del dinero, del sexo y de una afectividad contratada, medida en los objetos, en el dinero y ninguna otra cosa más.
Además de la Reforma Protestante, de la revolución francesa e industrial, también corrientes y personalidades influyentes han contribuido a la progresiva muerte del padre. Giulia Paola di Nicola y Attilio Danese en el libro «En el seno del padre» escriben:

Influjo de Nietzsche y de Freud
En la historia del pensamiento, la revuelta contra el padre ha evidenciado el paralelismo entre autoridad paterna y autoritarismo institucional y estatal. Así es para Martín Lutero, que asocia el imperativo de la obediencia a la autoridad paterna y al poder político; para Jean Bodin que, siempre en la estela del concepto de familia como «prototipo de la sociedad política», recalca la analogía entre soberanía paterna y estatal; para Thomas Hobbes, para Jacques-Benigne [7], Bossuet, autores que remachan el paralelo entre el absolutismo monárquico y el absolutismo paterno.
Sobre estas premisas teóricas se basa el pensamiento nietzchiano de la muerte del padre y de la «muerte de Dios», anunciada por el profeta Zaratustra (anuncio opuesto al kerygma cristiano). Así que, cuando Freud interpreta la relación padre-hijos en términos de conflictividad, hasta hablar de la necesaria occisión del padre, no hace sino exasperar las premisas culturales precedentes.
En su pensamiento, el padre primordial, este prototipo de la figura paterna, es expresión culmen del despotismo, que defiende celosamente su poder obstaculizando el bienestar de los hijos. Él es un legislador injusto y egoísta, que quiere reservar solo para sí mismo la «posesión de la mujer» (el «placer») e impide a los demás el acceso al mismo.
La ley, el orden social, la moral aparecen como el baluarte de este egoísmo despótico.
Un semejante perfil de paternidad es, evidentemente, el exacto contrario del Padre evangélico.
Despotismo, egoísmo, moralismo, placer, resultan ser, pues, los estímulos principales de la actuación paterna en la cultura del Novecientos y están en contra de la libertad, la autonomía y la realización de sí mismo.

La revolución del 68
También después de Freud la figura del padre opresor domina la interpretación filosófica, por lo menos hasta la escuela de Francfort, a la que hace referencia la revolución del 68 cuando se hace evidente cómo la muerte del padre, que inevitablemente implica también a la madre, significa la muerte de la familia, del Estado (burgués), de Dios. El poder político y el religioso se consideran como enemigos de la libertad precisamente en cuanto que son extensión analógica de la autoridad paterna (cf. Habermas, Adorno, Horkheimer, Marcuse, Fromm).
Se siente gravitar todavía el peso de los prejuicios ideológicos difundidos en el Novecientos, siglo del «parricidio»: es necesario «matar al padre» para poder librarse de los complejos de dependencia, de celos, de subordinación, para sentirse libres de quien nos ha precedido y, por consiguiente, del condicionamiento de la memoria histórica [8].
El 68 ha marcado una verdadera y propia revolución cultural, de la que todavía hoy cargamos con sus consecuencias. Se ponen en discusión las bases que han sostenido la cultura occidental surgida del judeo­cristianismo. Junto con la pérdida del sentido de Dios y, consecuentemente, del sentido del padre, se pone en discusión tanto la autoridad civil como la eclesiástica, se proclama la libertad sexual, se exalta la autonomía moral, se des-estructura la familia. Conceptos que han hecho mella en la misma Iglesia, sobre todo en las familias religiosas, en las que ya no se habla de obediencia, si no de diálogo, y en lugar de Superior se habla de leadership.

De la familia patriarcal a la familia mononuclear
Otro fenómeno que sin duda ha influido en la pérdida del padre y también en la crisis de identidad del hombre ha sido el paso de la familia patriarcal, típica de la civilización rural, a la familia mononuclear, fruto de la civilización industrial, sobre todo del cosmopolitismo.
En la sociedad de tipo patriarcal, la autoridad del padre que transmitía a los hijos el arte de su oficio y los valores familiares era respetada e incuestionable.
La transmisión a las nuevas generaciones estaba favorecida por la presencia de los abuelos, de los tíos, de los primos, de los sobrinos y de los nietos: un tipo de familia amplia en la que los hijos eran ayudados en su desarrollo y donde las nuevas familias hallaban un sostén.
El «Pater familias», en general el más anciano, el abuelo o bisabuelo, como también la mujer más anciana, gozaba de estima y autoridad.
Sin embargo, no se puede negar que en el seno de la estructura patriarcal había también unos condicionantes fuertes que, si a veces salvaban de peligros, otras veces limitaban la libertad de los individuos y de los distintos núcleos familiares.
Con la llegada de la sociedad industrial y, sobre todo, del éxodo de los campos a las ciudades, las familias patriarcales se desmembraron progresivamente. Las jóvenes parejas y las nuevas familias se hallaron proyectadas en el anonimato de grandes ciudades, obligadas a vivir en pequeños apartamentos de grandes inmuebles, habitados en general por gente desconocida y con unos ritmos familiares impuestos por el trabajo, por la escuela y por otros muchos nuevos compromisos.
Típica de este periodo es la frase: «no quiero que acabes como tu padre, trabajando y fatigándote para ganar poco... Te daremos una formación aunque te cueste muchos sacrificios, mañana tendrás una posición mejor, más rentable y respetada».
En la ciudad el padre ya no transmite el arte del oficio al hijo, más bien es el hijo el que muchas veces enseña al padre a desenvolverse en la sociedad moderna. La familia se encuentra normalmente sola, aislada en un piso. Los conflictos inevitables de la convivencia se agudizan y la pequeña familia ya no encuentra el apoyo directo e inmediato de la familia más grande, el parentesco o el pueblo.
Ciertamente la pareja adquiere más libertad, se siente menos condicionada por la familia amplia y por la sociedad, pero se halla más débil frente a los desafíos del nuevo tipo de sociedad.
Es también por eso que se multiplican los fracasos matrimoniales, aumentan los divorcios y las convivencias libres, se aprueba el aborto, los abuelos y los tíos ingresan en los asilos.
Los hijos se sienten libres de seguir su propio camino, no les apetece obedecer a personas que no están preparadas a transmitirles unos valores que les ayuden a hacer frente a la modernidad y por eso reclaman el derecho de conducir su propia vida.
Delante de esta situación los padres se ven desprevenidos y carentes en la educación de los hijos, que forman parte de una generación que ellos no han conocido y que se les hace cuesta arriba comprender.
La educación familiar entra en crisis: el padre, por razones de trabajo, está cada vez más ausente, también muchas madres encuentran un trabajo, muchos hijos se hallan solos frente a un mundo lleno de peligros. La actitud de muchos padres es la de secundar en todo a sus hijos: crece una generación de hijos debilitados, no preparados para el sufrimiento, incapaces de sufrir, hijos que tienen miedo a entablar una relación seria con una chica y a casarse, se desliza la edad de los matrimonios, muchos hijos, aun reconociendo las limitaciones, prefieren quedarse en la casa de sus padres, donde encuentran alimento, un refugio para vivir. Aumentan los homosexuales y crece la impotencia masculina [9], mientras que las chicas son cada vez más seguras y agresivas.
Como consecuencia de la pérdida del padre y del fenómeno de las reivindicaciones del movimiento feminista del que hablaremos ahora, aparece una familia dominada por la figura materna, no equilibrada por la presencia del padre y, por consiguiente, con desviaciones psicológicas graves sobre los hijos.
Para nosotros es necesario tener presentes estos factores, descritos aquí de manera necesariamente sintética y sumaria, porque constituyen la mentalidad cada vez más difundida, sobre todo por los medios de comunicación social, pero también en los ambientes de la sociedad, del trabajo y de la escuela, y que, inevitablemente, atacan el concepto de familia cristiana y penetran también en nosotros, en nuestras familias sin que nos demos cuenta, y amenazan la estabilidad de la familia cristiana.

3.- El feminismo exasperado
Como consecuencia de la pérdida del padre y del fenómeno de las reivindicaciones del movimiento feminista del que hablaremos ahora, aparece una familia dominada por la figura materna, no equilibrada por la presencia del padre y, por consiguiente, con desviaciones psicológicas graves sobre los hijos.
Para nosotros es necesario tener presentes estos factores, descritos aquí de manera necesariamente sintética y sumaria, porque constituyen la mentalidad cada vez más difundida, sobre todo por los medios de comunicación social, pero también en los ambientes de la sociedad, del trabajo y de la escuela, y que, inevitablemente, atacan el concepto de familia cristiana y penetran también en nosotros, en nuestras familias sin que nos demos cuenta, y amenazan la estabilidad de la familia cristiana.
La revolución feminista se dio con mayor firmeza sobre todo en Estados Unidos
En su libro «El eclipse del padre» Mons. Cordes escribe al respecto:
Desde la mitad del siglo pasado, el hombre y padre inseguro ha sido duramente hostigado. Las mujeres comenzaron su auto liberación de la prisión en la que habían sido recluidas, mediante los medios de comunicación, la propaganda, la cultura popular y también la voluntad de poder masculina. Nadie puede negar que las mujeres tuvieran razones para rebelarse contra su condición de Cenicienta.
La rebelión se dio con mayor firmeza en Estados Unidos. Como otras revoluciones, también la de los derechos de la mujer se dio en varias oleadas. En el siglo XIX, las abanderadas femeninas del movimiento de liberación de los esclavos afro americanos lucharon en favor del derecho de la mujer al sufragio universal.
Contra la explotación económica de las mujeres
La resistencia femenina de los años 60 y 70 del siglo XX se dirigió a despertar la conciencia de su discriminación en un sector completamente distinto: el de la explotación económica.
Naturalmente, esta «segunda oleada» también dio la batalla en torno al bloque gobierno-religión-empleo, y puso de manifiesto la minusvaloración que las mujeres padecían en el trabajo, en la escuela, en la medicina y en el arte.
Contra la explotación comercial de la mujer
Pero el punto de salida del feminismo de posguerra es la obra «The Feminine Mystique» de Betty Friedan, de 1963, una fuerte denuncia contra la degradación comercializada de la mujer. En un mundo dominado por el consumo, las mujeres estaban doblemente maltratadas como «objeto sexual y como compradoras y vendedoras de objetos». Las tesis militantes encontraron arraigo en la parte femenina de la población norteamericana: «La publicidad es una máquina de propaganda insidiosa en favor de una sociedad con predominio absoluto de los varones» (Lucy Komisar, 1971). Con dichas frases se expresaba en los años 70 que ella estaba controlada y despersonalizada por él.
Ciertamente, mientras tanto, los ataques del feminismo fueron dando sus frutos para las mujeres y produjeron efectos tangibles en la relación entre los sexos; con el pasar de los años, la tensión en el ámbito social y público se ha reducido considerablemente. No obstante el paisaje social se ha visto afectado por la avalancha de cambios introducidos por el feminismo: se ha dado la vuelta a todo lo antiguo de arriba abajo y se han generado novedades en modo confuso.
Presencia cada vez más activa de las mujeres en cada campo de la vida social
En América las mujeres han vivido el último decenio como un tiempo de triunfo. Miles y miles de mujeres desfilaron por las avenidas da las grandes ciudades, embargadas y entusiasmadas por sentimientos fraternos descubiertos por vez primera. Incluso sin pertenecer al movimiento de liberación, la mayoría de ellas sienten que el viento les es favorable, sienten el entusiasmo de un nuevo amanecer y de un nuevo inicio... Ciertamente, la ganancia de esta lucha fue, en realidad, escasa en la mayoría de las profesiones y en la vida pública.
Muchos hombres se retiran cada vez más
Sin embargo, a muchos hombres les pareció que eso les obligaba a «retirarse», tanto del mundo laboral como del de la propia casa, donde las mujeres les obligaban a revisar también el comportamiento más íntimo de su vida personal.
El rol masculino tradicional se ha convertido en algo incierto [10].
El Papa Juan Pablo Il, que en la «Mulieris Dignitatem» desea vivamente la manifestación de aquel «genio» de la mujer que asegure la sensibilidad para el hombre en un mundo cada vez más dominado por los éxitos de la ciencia y de la técnica, y cada vez más insensible hacia la vida y hacia el hombre, apela también a las mujeres cristianas, cuyo modelo es la Virgen María, a que no se dejen arrastrar por modelos propuestos por movimientos feministas extremistas.
En nuestro tiempo la cuestión de los «derechos de la mujer» ha adquirido un nuevo significado en el vasto contexto de los derechos de la persona humana. Iluminando este programa, declarado constantemente y recordado de diversos modos, el mensaje bíblico y evangélico custodia la verdad sobre la «unidad» de los «dos», es decir, sobre aquella dignidad y vocación que resultan de la diversidad específica y de la originalidad personal del hombre y de la mujer.
Por tanto, también la justa oposición de la mujer frente a lo que expresan las palabras bíblicas «él te dominará» (Gén 3, 16) no puede de ninguna manera conducir a la «masculinización» de las mujeres. La mujer —en nombre de la liberación del «dominio» del hombre— no puede tender a apropiarse de las características masculinas, en contra de su propia «originalidad» femenina.
Existe el fundado temor de que por este camino la mujer no llegará a «realizarse» y podría, en cambio, deformar y perder lo que constituye su riqueza esencial (Mulieris Dignitatem, 10).[10] P. J. Cordes, El eclipse del padre, Ediciones Palabra, 2003.

4.- La discusión sobre los géneros
La discusión sobre los géneros: una cultura andrógina cada vez más difundida
Sabemos que en los últimos «Encuentros Mundiales sobre la Mujer» en El Cairo y en Pequín, se ha puesto en discusión la tradicional distinción del género: hombre o mujer [11]. Tras el empuje de movimientos extremistas, tanto feministas como homosexuales y grupos de presión anti-natalidad, se quiere que sean aceptados como jurídicamente reconocidos cinco géneros: hombre, mujer, homosexual, lesbiana y heterosexual. Traigo aquí lo que escribe al respecto Mons. Angelo Scola, actual Patriarca de Venecia en un libro suyo:
«...universalismo científico y politeísmo neo-pagano explican la extrema facilidad con que una cultura andrógina se difunde cada vez más...».
Según esta cultura la diferencia sexual no existe, como afirma la psicología del profundo, insuperable e in-deducible; al contrario, llegará (y no tardará mucho) el día en el que cada hombre podrá elegir según su gusto su propio sexo o pasar en el arco de la misma existencia de un sexo a otro. Las «biotecnologías» harán todo eso técnicamente posible y en la ausencia toral de valores de referencia desde el politeísmo neo-pagano, tenderá a transformar lo que «tú puedes» en lo que «tú debes».
El androginismo no es solamente la delirante búsqueda de la utopía de una autosuficiencia sexual que se basta a sí misma, si no que se revela como la negación misma de la auto-donación fecunda
Así que el androginismo tiende a pervertir los tres aspectos del misterio nupcial —diferencia sexual, don de sí y fecundidad— propalando un «erotismo difusivo».
La revolución sexual ha acercado al nivel de las masas una práctica de la sexualidad que entremezcla elementos liberales y elementos románticos.
El otro, su cuerpo, es reducido a una pura máquina que permita el acceso al fuego del placer. Sobre todo la mujer, en su ser símbolo eminente del Otro, es anulada. La afección es tratada como una enfermedad mortal contra la cual no hay ninguna defensa. El resultado es una des-construcción radical de la esfera del amor y un «demudamiento del misterio nupcial» [12].
A estos desafíos las familias cristianas están llamadas a responder mediante el testimonio de vida a la luz de la Revelación.

Notas

[11] La delegación Vaticana en el cuarto Congreso Mundial sobre la Mujer en Pekín, en 1995, volviendo a su posición manifestada de antemano en el precedente encuentro de El Cairo, en un documento oficial hace presente la posición de la Iglesia al respecto. El término «género» es entendido por la Santa Sede como derivado de la identidad biológica sexual, varón o hembra. Algunos términos en el documento son a menudo definidos vagamente: «orientación sexual» y «estilo de vida» no tienen una definición precisa, y además, no existe ningún reconocimiento jurídico pata estos términos en documentos internacionales. Esta ambigüedad semántica y conceptual podría conducir a considerar, por ejemplo, la pedofilia como una forma de «orientación sexual». El término «orientación sexual», propuesto por algunos países occidentales, no ha sido aceptado por países en subdesarrollados

[12] A. Seola, Uomo e donna oggi, en R. Bobetti, La reciprocitá uomo —donna, vita di spiritualità coniugale e familiare, Editrice Città Nuova, 2001.

sabato 16 giugno 2018

Nazisti con i guanti bianchi.



Udienza di Papa Francesco alla Delegazione del Forum delle Associazioni Familiari. "Lo dico con dolore. Nel secolo scorso tutto il mondo era scandalizzato per quello che facevano i nazisti per curare la purezza della razza. Oggi facciamo lo stesso, ma con guanti bianchi"
Sala stampa della Santa Sede

Alle ore 12 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza una Delegazione del Forum delle Associazioni Familiari in occasione del 25° anniversario della nascita dell’attività associativa. Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto a braccio ai presenti all’Udienza:
Discorso del Santo Padre
Buongiorno a tutti,
io pensavo che sarebbe stato un discorso di benvenuto… Ma sentendo parlare Gianluigi ho visto che lì c’era fuoco, c’era mistica. È una cosa grande: da tempo non sentivo parlare della famiglia con tanta passione. E ci vuole coraggio per farlo oggi! Ci vuole coraggio. E per questo, grazie! Io ho preparato un discorso, ma dopo il calore con il quale ha parlato lui, questo lo trovo freddo. Lo consegno, perché lui dopo lo distribuisca, e poi lo pubblicherò.
Mentre lui parlava, mi venivano alla mente e al cuore tante cose, tante cose sulla famiglia, cose che non si dicono, non si dicono normalmente, o, se si dicono, si dicono in modo bene educato, come fosse una scuola sulla famiglia... Lui ha parlato col cuore, e tutti voi volete parlare così. Prenderò qualcosa che lui ha detto, e anch’io vorrei parlare col cuore, e dire a braccio quello che mi è venuto nel cuore quando lui parlava.
Lui ha usato un’espressione: “guardarsi negli occhi”. L’uomo e la donna, il marito e la sposa, si guardano negli occhi. Racconto un aneddoto. A me piace salutare nelle udienze le coppie che fanno il cinquantesimo, il venticinquesimo…; anche quando vengono a Messa a Santa Marta. Una volta, c’era una coppia che faceva il sessantesimo. Ma erano giovani, perché si erano sposati a diciotto anni, come a quei tempi. A quei tempi si sposavano giovani. Oggi, perché si sposi un figlio… povere mamme! Ma la ricetta è chiara: non stirare più le camicie, e così si sposerà presto, o no? Mi trovo davanti questa coppia, e mi guardavano... Ho detto: “Sessant’anni! Ma ancora avete lo stesso amore?”. E loro, che mi guardavano, si sono guardati fra loro, poi sono tornati a guardarmi, e io ho visto che avevano gli occhi bagnati. E tutti e due mi hanno detto: “Siamo innamorati”. Non lo dimentico mai. “Dopo sessant’anni siamo innamorati”. Il calore della famiglia che cresce, l’amore
che non è un amore di romanzo. È un vero amore. Essere innamorati tutta la vita, con tanti problemi che ci sono… Ma essere innamorati.
Poi, un’altra cosa che domando ai coniugi, che fanno cinquanta o sessant’anni: “Chi di voi ha avuto più pazienza?” È matematico, la risposta è: “Tutt’e due”. E’ bello! Questo indica una vita insieme, una vita a due. Quella pazienza di sopportarsi a vicenda.
E poi, ai giovani sposi che mi dicono: “Noi siamo sposati da un mese, due mesi…”, la domanda che faccio è: “Avete litigato?” Di solito dicono: “Sì”. “Ah va bene, questo è importante. Ma è anche importante non finire la giornata senza fare la pace”. Per favore, insegnate questo: è normale che si litighi, perché siamo persone libere, e c’è qualche problema, e dobbiamo chiarirlo. Ma non finire la giornata senza fare la pace. Perché? Perché la “guerra fredda” del giorno dopo è molto pericolosa.
Con questi tre aneddoti ho voluto introdurre quello che vorrei dirvi. La vita di famiglia: è un sacrificio, ma un bel sacrificio. L’amore è come fare la pasta: tutti i giorni. L’amore nel matrimonio è una sfida, per l’uomo e per la donna. Qual è la più grande sfida dell’uomo? Fare più donna sua moglie. Più donna. Che cresca come donna. E qual è la sfida della donna? Fare più uomo suo marito. E così vanno avanti tutti e due. Vanno avanti.
Un’altra cosa che nella vita matrimoniale aiuta tanto è la pazienza: saper aspettare. Aspettare. Ci sono nella vita situazioni di crisi – crisi forti, crisi brutte – dove forse arrivano anche tempi di infedeltà. Quando non si può risolvere il problema in quel momento, ci vuole quella pazienza dell’amore che aspetta, che aspetta. Tante donne – perché questo è più della donna che dell’uomo, ma anche l’uomo a volte lo fa – tante donne nel silenzio hanno aspettato guardando da un’altra parte, aspettando che il marito tornasse alla fedeltà. E questa è santità. La santità che perdona tutto, perché ama. Pazienza. Molta pazienza, l’uno dell’altro. Se uno è nervoso e grida, non rispondere con un altro grido… Stare zitti, lasciar passare la tempesta, e poi, al momento opportuno, parlarne.
Ci sono tre parole che sono parole magiche, ma parole importanti nel matrimonio. Prima di tutto, “permesso”: non essere invadente con l’altro. “Posso?” Quel rispetto dell’uno per l’altro. Seconda parola: “Scusa”. Chiedere scusa è qualcosa che è tanto importante, è tanto importante! Tutti sbagliamo nella vita, tutti. “Scusami, ho fatto questo…”, “Scusa, mi sono dimenticato…” E questo aiuta ad andare avanti. Aiuta a portare avanti la famiglia, la capacità di chiedere scusa. È vero, chiedere scusa comporta sempre un po’ di vergogna, ma è una santa vergogna! “Scusami, mi sono dimenticato…” È una cosa che aiuta tanto ad andare avanti. E la terza parola: “Grazie”. Avere la grandezza di cuore di ringraziare sempre.
Poi tu hai parlato di Amoris laetitia, e hai detto: “Qui l’Amoris laetitia è fatta carne”. Mi piace sentire questo: leggete, leggete il quarto capitolo. Il quarto capitolo è il nocciolo proprio di Amoris laetitia. È proprio la spiritualità di ogni giorno della famiglia. Alcuni hanno ridotto Amoris laetitia a una sterile casistica del “si può, non si può”. Non hanno capito nulla! Poi, in Amoris laetitia non si nascondono i problemi, i problemi della preparazione al matrimonio. Voi aiutate i fidanzati a prepararsi: bisogna dire le cose chiare, non è vero? Chiare. Una volta una donna mi ha detto, a Buenos Aires: “Ma voi preti siete furbi…” – “Perché?” – “Per diventare prete, studiate otto anni, vi preparate per otto anni. E poi, se dopo qualche anno la cosa non va, fate una bella lettera a Roma; e a Roma ti danno il permesso, e tu puoi sposarti. Invece a noi, che ci danno un Sacramento per tutta la vita, ci accontentate con tre o quattro conferenze di preparazione. Questo non è giusto”. E aveva ragione quella donna. Preparare al matrimonio: sì, ci vogliono delle conferenze, delle cose che spiegano, ma ci vogliono uomini e donne, amici, che parlino a loro e li aiutino a maturare, a maturare nel cammino. E possiamo dire che oggi c’è bisogno di un catecumenato per il matrimonio, come c’è un catecumenato per il Battesimo. Preparare, aiutare a prepararsi al matrimonio.
Poi, un altro problema che vediamo in Amoris laetitia è l’educazione dei figli. Non è facile educare i figli. Oggi i figli sono più svelti di noi! Nel mondo virtuale, loro ne sanno più di noi. Ma bisogna educarli alla comunità, educarli alla vita familiare. Educarli al sacrificio gli uni per gli altri. Non è facile educare i figli. Sono problemi grossi. E voi, che amate la famiglia, potete aiutare tanto in questo le altre famiglie. La famiglia è un’avventura, un’avventura bella! E oggi – con dolore lo dico – vediamo che tante volte si pensa a incominciare una famiglia e a fare un matrimonio come fosse una lotteria: “Andiamo. Se va, va. Se non va, cancelliamo la cosa e incomincio un’altra volta”. Questa superficialità sul dono più grande che ha dato Dio all’umanità: la famiglia. Perché, dopo il racconto della creazione dell’uomo, Dio fa vedere che creò l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza. E Gesù stesso, quando parla del matrimonio, dice: “L’uomo lascerà il padre e la madre e con sua moglie diventeranno una sola carne”. Perché sono immagine e somiglianza di Dio. Voi siete icona di Dio: la famiglia è icona di Dio. L’uomo e la donna: è proprio l’immagine di Dio. Lui lo ha detto, non lo dico io. E questo è grande, è sacro.
Poi oggi – fa male dirlo – si parla di famiglie “diversificate”: diversi tipi di famiglia. Sì, è vero che la parola “famiglia” è una parola analogica, perché si parla della “famiglia” delle stelle, delle “famiglie” degli alberi, delle “famiglie” degli animali… è una parola analogica. Ma la famiglia umana come immagine di Dio, uomo e donna, è una sola. È una sola. Può darsi che un uomo e una donna non siano credenti: ma se si amano e si uniscono in matrimonio, sono immagine e somiglianza di Dio, benché non credano. È un mistero: San Paolo lo chiama “mistero grande”, “sacramento grande” (cfr Ef 5,32). Un vero mistero. A me piace tutto quello che tu hai detto e la passione con cui lo hai detto. E così si deve parlare della famiglia, con passione.
Una volta, penso un anno fa, ho chiamato un mio parente che si sposava. Quarantenne. Alla fine ho detto: “Dimmi un po’: in quale chiesa ti sposi?” – “Ancora non sappiamo bene perché stiamo cercando una chiesa che sia intonata al vestito che porterà… – e ha detto il nome della fidanzata – e poi abbiamo il problema del ristorante…”. Ma pensa… L’importante era quello. Quando ciò che è secondario prende il posto di ciò che è importante. L’importante è amarsi, ricevere il Sacramento, andare avanti…; e poi fare tutte le feste che volete, tutte.
Una volta ho incontrato due sposi da dieci anni, senza figli. È molto delicato parlare di questo, perché tante volte i figli si vogliono ma non vengono, non è vero? Io non sapevo come gestire l’argomento. Poi ho saputo che loro non volevano figli. Ma queste persone a casa avevano tre cani, due gatti… E’ bello avere un cane, un gatto, è bello... Oppure quando a volte senti che ti dicono: “Sì, sì, ma noi i figli ancora no perché dobbiamo comprare una casa in campagna, poi fare viaggi…”. I figli sono il dono più grande. I figli che si accolgono come vengono, come Dio li manda, come Dio permette – anche se a volte sono malati. Ho sentito dire che è di moda – o almeno è abituale – nei primi mesi di gravidanza fare certi esami, per vedere se il bambino non sta bene, o viene con qualche problema… La prima proposta in quel caso è: “Lo mandiamo via?”. L’omicidio dei bambini. E per avere una vita tranquilla, si fa fuori un innocente.
Quando ero ragazzo, la maestra ci insegnava storia e ci diceva cosa facevano gli spartani quando nasceva un bambino con malformazioni: lo portavano sulla montagna e lo buttavano giù, per curare “la purezza della razza”. E noi rimanevamo sbalorditi: “Ma come, come si può fare questo, poveri bambini!”. Era un’atrocità. Oggi facciamo lo stesso. Voi vi siete domandati perché non si vedono tanti nani per la strada? Perché il protocollo di tanti medici – tanti, non tutti – è fare la domanda: “Viene male?” Lo dico con dolore. Nel secolo scorso tutto il mondo era scandalizzato per quello che facevano i nazisti per curare la purezza della razza. Oggi facciamo lo stesso, ma con guanti bianchi.
Famiglia, amore, pazienza, gioia, e perdere tempo nella famiglia. Tu hai parlato di una cosa brutta: che non c’è possibilità di “perdere tempo”, perché per guadagnare oggi si devono avere due lavori, perché la famiglia non è considerata. Hai parlato anche dei giovani che non possono sposarsi perché non c’è lavoro. La famiglia è minacciata per la mancanza di lavoro.
E vorrei finire con un consiglio che una volta mi ha dato un professore – ce lo ha dato a scuola –, professore di filosofia, il decano. Io ero in seminario, alla tappa di filosofia. C’era il tema della maturità umana, nella filosofia studiamo quello. E lui ha detto: “Qual è un criterio di tutti i giorni per sapere se un uomo, se un sacerdote è maturo?”. Noi rispondevamo delle cose… E lui: “No, uno più semplice: una persona adulta, un sacerdote, è maturo se è capace di giocare con i bambini”. Questo è il test. E a voi dico: perdete tempo con i bambini, perdete tempo con i vostri figli, giocate con i vostri figli. Non dite loro: “Non disturbare!” Ho sentito una volta un giovane padre di famiglia dire: “Padre, quando io vado al lavoro, loro dormono. Quando torno, dormono”. È la croce di questa schiavitù di un modo ingiusto di lavorare che la società oggi ci porta.
Ho detto che questa era l’ultima cosa. No, la penultima. L’ultima è quella che dico adesso, perché non voglio dimenticarla. Ho parlato dei bambini come tesoro di promessa. Ma c’è un altro tesoro nella famiglia: sono i nonni. Per favore, abbiate cura dei nonni! Fate parlare i nonni, che i bambini parlino con i nonni. Accarezzate i nonni, non allontanateli dalla famiglia perché sono fastidiosi, perché ripetono le stesse cose. Amate i nonni, e che loro parlino con i bambini.
Grazie a tutti voi. Grazie per la passione, grazie per l’amore che avete per la famiglia. Grazie di tutto! E avanti con coraggio. Grazie!
Adesso prima di darvi la benedizione, preghiamo la Madonna: “Ave Maria…”