Visualizzazione post con etichetta Lectio divina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lectio divina. Mostra tutti i post

sabato 24 marzo 2018

Domenica delle Palme 2018. Ambientale, commento al Vangelo e Lectio Divina




"Ricordi quell'asinello condotto al Signore? Nessuno arrossisca: siamo noi quell'asinello. Il Signore ci cavalchi e ci attiri dove vuole lui: siamo il suo giumento, andiamo verso Gerusalemme! Cavalcandoci lui, non veniamo oppressi ma elevati. Guidandoci lui non devieremo". 
Agostino, Discorso 189,4

***

Monizione ambientale

Il Vangelo di questa domenica (Mc 14,1-15,47) ci propone la Passione del Signore raccontata dall’evangelista Marco. Questa domenica unisce la gioia e il dolore, l’acclamazione e l’umiliazione. La gente grida “osanna” a Gesù che entra in Gerusalemme su un puledro d’asina. Riconosce in quest’uomo la presenza di Dio. Ma poi griderà “Crocifiggilo!”, perché è stata delusa, non era il Messia che aspettava. Noi dobbiamo fare un salto dalla nostra visione di Dio a ciò che Dio è. Dio è diverso da quello che ci aspettiamo. L’ultima cosa che possiamo pensare è che il Dio che ci salva non è un vincente. Quando Dio viene, viene come non ce l’aspettiamo. Abbiamo bisogno di lasciarci dire come Dio ci salverà. Spesso avviene attraverso vicende che scartiamo. E’ la via della croce che porta al Paradiso. Dobbiamo chiedere che Dio venga ad illuminare quello che noi non abbiamo capito e accettato nella nostra vita. La via cristiana fa i conti con la nostra povertà e si lascia visitare da Colui che ha preso su di sé il nostro dolore e lo ha fatto diventare il luogo dove si prepara la risurrezione.

***

Commento al Vangelo della Domenica delle Palme 2018



Domenica delle palme, Domenica della Passione di Gesù. Ma anche, e mai come oggi nella storia, Domenica del martirio. Pensi, infatti, alle palme e ti viene immediatamente in mente il brano dell’Apocalisse che ne parla: “Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. E gridavano a gran voce:«La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello».
Facciamo per un momento un flash back. Che cosa successe quel giorno a Gerusalemme? Mentre il Signore, cavalcando un umile asinello, vi faceva ingresso, “la gran folla venuta che era venuta per la festa, udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re di Israele” (Gv 12, 12-13).
Una folla festante che riconosceva apertamente in quel profeta di Nazaret “colui che viene nel nome del Signore, il re di Israele”, ovvero il Messia. Ebbene, proprio l’ingresso di Gesù a Gerusalemme è come un’ammonizione dettagliata a ciò che sarebbe accaduto dopo. Il Messia si sarebbe rivelato al Popolo, ma in un modo sorprendente, al punto di non essere più accettato come tale, e rifiutato, e condannato alla morte più umiliante, quella riservata ai delinquenti più efferati.
Che cosa era successo? Come è stato possibile che, dall’acclamazione, si fosse passati alla crocifissione? Per la delusione. Quel profeta galileo, che tanti segni e prodigi aveva compiuto, non era quello che si aspettavano. Proviamo a immaginare l’attesa messianica di quel tempo. Non è difficile, è la stessa di oggi. La pressione fiscale, le violenze, la degradazione morale, la dittatura culturale che soffoca ogni vagito di libertà intellettuale e religiosa. Sì, sì, anche in Italia, eccome. E poi il terrorismo, e la follia che si impadronisce di un aereo, e perché domani non dovrebbe toccare a me, magari sulla metropolitana, o a mio figlio in gita scolastica.
Come quel giorno di duemila anni fa anche noi siamo ostaggio della paura, e un senso di sfinimento che sembra proprio di non farcela più. E parliamo delle cose più elementari, della spesa e della scuola dei figli, del lavoro e perfino delle chiacchierate con gli amici; neanche Porta a Porta possiamo guardare in pace, che pure lì la solita smitragliata del pensiero unico su gender e uteri in affitto. Lo diceva Papa Francesco: “La Chiesa come madre, non abbandona mai la famiglia, anche quando essa è avvilita, ferita e in tanti modi mortificata. Vi chiedo di pregare per le famiglie sfinite e stanche”. 
Risuonano qui le parole di Gesù che, commuovendosi nel vedere le folle, diceva “pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”; vedeva, infatti, le folle vagare “stanche e oppresse come pecore senza pastore”; e dentro quelle folle c’è sicuramente qualcuno che ami e che conosci, forse tua madre, tua figlia, tuo fratello e tua cugina, il tuo collega e il 90 per cento dei compagni di scuola di tuo figlio che soffrono sotto le macerie della loro famiglia disgregata.
Probabilmente ci sei anche tu, “stanco e sfinito”, per un peccato che ti porti dentro, per una malattia che non accetti, perché t hanno licenziato ingiustamente, o ti è appena arrivata l’ingiunzione di sfratto. Non ce la fai più , vero?, e aspetti il Messia che ponga fine a questa situazione. Ma col tempo, con le delusioni perché qui sembra non cambiare nulla, l’attesa si è trasformata vestendo i panni della sfiducia e del cinismo, perché a forza di pregare e aspettare ci facciamo vecchi davanti alla finestra… E così, a poco a poco, ti ritrovi ad aspettare non il Servo che ti lava i piedi e prende su di sé i tuoi peccati, ma il giustiziere capace di ribaltare le tue sorti ostaggio dell’ingiustizia.
La cosa è subdola, attenzione… C’è un mondo che accerchia la Chiesa e i cristiani, non si tratta solo della crisi economica. Ci sono i fondamentalisti dell’Isis, e poi i cattivi maestri del pensiero che hanno già cominciato ad indottrinare i tuoi figli. E sono gli odori acidi della guerra che si avvicina, anzi, che ha già buttato giù le porte: i tagliagole sono a poche centinaia di chilometri, che dico, forse sono qua sotto, e mi vendono ogni giorno frutta e verdura. I lavacervelli pure, hanno conquistato già la scuola di mio nipote, e vive solo un paese più in là… 
E con questi sentimenti, con la stanchezza di chi non ha più un pastore da seguire, ti stai preparando per accorrere anche tu a Gerusalemme, alle liturgie della settimana santa in parrocchia.  Agiterai le palme in processione, reciterai il Credo perché credi che sì, è Gesù il tuo Re, e canterai Osanna a Colui che viene nel Nome del Signore. Che viene a farti giustizia.
Ti commuoverai ascoltando il racconto della Passione, riuscirai anche a capire che per qualche tuo peccato ha dovuto patire così, ma per quello grosso di qualche anno fa eh, quando ti sei preso una sbandata per quella collega. Ma ora no, la Passione è per quei tagliagole e lavacervelli lì fuori, o per i politici corrotti, o per tua suocera…
Adesso forse è più facile comprendere come a Gerusalemme fosse stato possibile quel cambio così repentino nei confronti di Gesù. Non inganniamoci, il cuore non era cambiato, per nulla. Magari si fosse convertito… Ma la folla aspettava un Re vero, a capo di un forte esercito ben armato, che spazzasse via i Romani e ristabilisse il Regno di Israele; e quando si è accorta che quel profeta che faceva miracoli e risuscitava i morti non era entrato a Gerusalemme per iniziare nessuna guerra; quando hanno guardato bene l’asinello che cavalcava, beh, addio profezie sul Messia umile, non era di quello che avevano bisogno.
Se poi entra nel Tempio e comincia a rovesciare tutto, beh allora significava che se l’era venuta a cercare. Era un impostore, altro che. Un falso profeta che, con dodici poveracci al seguito, si dichiarava addirittura Figlio di Dio, e non muoveva un dito per difendere Dio e riscattare i suoi eletti. Un bluff in piena regola, che è esattamente quello che anche noi pensiamo di Gesù. No, no di quel Gesù che ci siamo costruiti con la fantasia e che da decenni acclamiamo in questi giorni santi. Di quello pensiamo bene, solo che non esiste.
Mentre è vivo, perché è risorto, il Gesù crocifisso, che è salito a Gerusalemme proprio per farsi trafiggere e portare in Cielo le piaghe del peccato e trasfigurarle nella luce della misericordia. E’ vivo il Gesù che, sino a un istante fa, abbiamo condotto al macello, Lui, l’Agnello muto di fronte ai suoi tosatori.
E’ vivo Gesù che, come Pilato, hai condannato infischiandotene della Verità, perché tu avevi già capito tutto, come si deve fare in casa, al lavoro, nel condominio. E’ vivo Gesù che hai schernito beffardamente come Erode, illuso che il tuo io fosse dio e bastasse adorarlo per sentirsi come un re.
E’ vivo Gesù che hai coperto di sputi e insulti mentre giudicavi tuo marito. E’ vivo Gesù che hai flagellato con le calunnie ai danni del collega, o le chiacchiere pettegole che ti sfuggivano così, semplicemente, davanti a un cornetto e cappuccino, o al telefono con la tua amica. Una constatazione dei fatti, niente più, vero? Ognuna come un colpo di flagello sul corpo di Gesù che custodiva la dignità del fratello scorticato dalle tue chiacchiere insulse.
E’ vivo Gesù che hai coronato con le spine delle tue ipocrisie; pregavi e mentivi; ti battevi il petto e fornicavi nel cuore; predicavi, e desideravi di saziare la carne; educavi cristianamente, ed erano moralismi come spine che conficcavi nella vita dei tuoi figli; facevi elemosina, ma era il superfluo del superfluo, e nel cuore sbavavi per quel televisore al plasma.
E’ vivo Gesù che hai schiacciato sotto il peso delle tue mormorazioni. E’ vivo Gesù che hai crocifisso con i tuoi peccati, uno dopo l’altro, un milione, un miliardo, frecce da scoccare per amare tristemente ciccate e cadute ai piedi della tua superbia. E’ vivo Gesù che ha bevuto l’aceto della tua stolta idolatria, sembrava successo, era solo amaro fallimento. E’ vivo Gesù che disteso le sue braccia per abbracciarti nella misericordia che non conosce condizioni.
E’ vivo Gesù che hai avvolto nella tua incredulità, e sepolto negli inferi della tua disperazione. E’ vivo Gesù che hai chiuso nel buio della meschinità dietro la pietra della tua superficialità. E’ vivo Gesù che non ha resistito al tuo male, al male di tutti, dei tagliagole e dei lavacervelli, di tua suocera e dell’assessore che ha rubato i soldi destinati alle tue cure.
E’ vivo Gesù che ha assunto l’ingiustizia per fare giustizia di ogni peccato, grembo avvelenato del male che ferisce il mondo. E’ vivo Gesù che ha amato senza condizioni, rovesciando ogni criterio, ogni giudizio. E’ vivo Gesù che regna sulla Croce gloriosa e non nei palazzi del potere. Sulla tua e sulla mia, dove ti attira in questa Domenica delle palme, di Passione e martirio.
Coraggio allora, riconosciamo d’essere peccatori veri, come e più di ogni altro; apriamo gli occhi e accettiamo di essere gli ultimi, i più indegni. Allora ci sentiremo abbracciare e issare sul Legno del martirio, per agitare, con la “moltitudine immensa che è passata attraverso la grande tribolazione e ha lavato le vesti e le ha rese candide nel sangue dell’Agnello”, le palme del nostro martirio unito a quello di Cristo, il Pastore umile delle nostre anime.

Per questo siamo stati scelti e chiamati dal mondo: per testimoniare con la nostra vita la vita di Cristo risorto in noi, l’amore più forte della morte, la misericordia che dissolve il male che è alle porte di casa. Domenica delle Palme significa proprio questo, Domenica del martirio che salva il mondo; Domenica di Cristo e dei cristiani, la tua e la mia Domenica, che apre le porte del Mistero Pasquale a chiunque ci è vicino e brancola nel buio dei peccati e della menzogna.

*

Una festa di passione, per entrare nella Gerusalemme della Carità di Dio. Per passione dell'umanità

Lectio Divina sulle letture per la Domenica delle Palme 2018

di Monsignor Francesco Follo
***
La grande Settimana1
Rito Romano
Domenica delle Palme- Anno B – 29 marzo 2015
Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mc 14,1-15,47
La Settimana Autentica
Rito Ambrosiano
Domenica delle Palme nella Passione del Signore
Is 52, 13-53,12; Sal 87; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11.
1) Le Palme: dal trionfo umano a quello divino.
La Pasqua si avvicina. Inizia la Settimana Santa, che si conclude non con il venerdì di morte né con il sabato del silenzio tombale di Dio, ma sboccia nella domenica di Risurrezione.
Settimana drammatica, che inizia con un trionfo di gente festante, prosegue in una tensione tra odio e amore, e arriva al suo culmine in quella manifestazione di misericordia che è la Pasqua.
La Celebrazione eucaristica di oggi ha due parti.
La prima riguarda le Palme, cioè il trionfo di Gesù che viene solennemente riconosciuto come il Cristo. Il popolo in Gerusalemme accoglie Gesù cantando ed agitando rami di ulivo, foglie di palma, fronde tagliate dai campi.
Gesù entra in modo trionfale nella Città santa. Vi entra per celebrare la Pasqua nuova, che libera l’uomo dalla schiavitù del peccato e della morte mediante l’offerta della Sua vita.
Gesù entra trionfante in Gerusalemme, ma soprattutto entra nella gioia di ogni cuore fedele.
L’assurdo –umanamente parlando - è che, per entrare da Re in Gerusalemme, Lui ha chiesto in prestito un animale da cavalcare, dicendo ai suoi discepoli di andare dal padrone di un’asina, perché “il Signore ne ha bisogno”.
Può il Signore Iddio aver bisogno? Dio è tutto ed ha fatto tutto, come può aver bisogno di qualcosa. Eppure nel Messia2, Dio si fa mendicante del nostro amore per amore. E oggi ha “bisogno” di un asino per entrare “da Re” in Gerusalemme. “Come ebbe bisogno di un’asina e del suo puledro, in ogni momento Gesù ha bisogno di tutto quello che gli posso dare, perché il mio povero cuore si introduca nella Gerusalemme celeste della sua Carità” (don Primo Mazzolari, Domenica delle Palme,1958).
Per comprendere quest’“ora” evangelica che oggi celebriamo, è utile dare una spiegazione sintetica del contesto storico in cui quel momento si innestava. Il popolo di Gerusalemme è in festa perché entra in città Colui che era aspettato da secoli per essere liberatore e guida verso la pienezza di vita. Questo popolo rende oggi omaggio alla Verità dell’Amore, che libera.
Nell’attesa, il popolo ebraico aveva sperimentato vicende senza numero: progressi, cadute, vittorie, eventi politici, profezie. Ma il pensiero costante del popolo eletto, specialmente dopo l’esilio da Gerusalemme, era stato questo punto proiettato nel futuro: l’avvento di Colui che lo avrebbe salvato.
Allora, ed oggi ancora, nell’ingresso solenne di Cristo nella Città Santa questoavvento diventa realtà. E’ importante notare che fu il popolo semplice e i puri di cuore a riconoscerLo. Per primi, infatti furono i ragazzi, i bambini, il cui cuore è puro e semplice, a gridare osanna al Figlio di Davide. Fu il popolino che proclamò la risposta a un interrogativo sempre attuale: “Chi sarà mai questo Gesù di Nazareth, che aveva predicato per tre anni lungo le vie della Galilea e della Giudea?” Nel luminoso giorno delle Palme il semplice popolo ha il grande intuito della realtà: Gesù è il Cristo; è Lui il centro della storia. Lui è l’Atteso da secoli, il vero Re, Colui che dona la felicità.
2) Passione di Cristo, travolto dall’amore per noi.
La seconda parte della celebrazione liturgica di oggi è la Passione di un Uomo-Dio appassionato.
La celebrazione di questa Pasqua è resa “possibile” dall’accettazione della Passione, che San Marco3 ci racconta mettendo in primo piano i fatti e le situazioni, e non le parole.
Man mano che da Betania, dove la Maddalena Gli ha unto i piedi (ritorneremo fra poco su questo episodio) e ci si inoltra nella passione, vediamo Gesù entrare in un silenzio sempre più profondo, fino a tacere del tutto. “Tu lo dici” è l’unica parola che egli risponde alle domande di Pilato. Da allora non dirà più niente, fino alla drammatica invocazione: “Eloì, Eloì, lamà sabactanì (Dio mio, Dio mio, perché mi ha abbandonato)”?” (Mc 15,34) e al seguente grande grido col quale spirò (Mc 15,36). Si compì così, fino all'estremo limite, l’abbandono di Gesù, che sembrava abbandonato anche dal Padre.
Si può dire che San Marco ci offre due elementi per leggere il modo in cui Gesù vive questo abbandono.
Il primo è la preghiera che Gesù rivolge al Padre sul Getsemani: “Abba, Padre! ogni cosa ti è possibile; allontana da me questo calice! Tuttavia, non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu” (Mc 14,36). Gesù vive questa sofferta adesione alla volontà del Padre, come ripetendo ad ogni momento: “Non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi”. E se all’inizio del suo stare in preghiere sul monte degli ulivi, ci viene descritto un Gesù angosciato e impaurito, alla fine - dopo la preghiera - ci viene descritto un Gesù che ha ritrovato la serenità e la fermezza: “Alzatevi, andiamo, colui che mi tradisce è vicino”. Il Padre non ha sottratto Gesù alla Croce, ma lo ha aiutato ad attraversarla.
Il secondo elemento è l’invocazione di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio perché...?”. Come è noto, si tratta dell’inizio di un Salmo4 21 (22), preghiera che esprime l'intensa sofferenza di un giusto perseguitato, ma anche la sua incrollabile fiducia in Dio.
Anche noi, come le donne, siamo invitati a “guardare” (Mc 15,40): contempliamo la sofferenza e la morte del Signore per scoprire in essa l’inattesa rivelazione del Figlio di Dio che rimane tenacemente, ostinatamente fedele alla “follia” dell’amore e che va sulla Croce per ciascuno di noi, per l’umanità intera.
3) Una vita donata, non sprecata.
Anche sulla Croce, Gesù è oltraggiato e pare che sia negata la logica di donazione che ha guidato tutta la sua vita: donazione che qui viene capovolta, incompresa e ritorta contro di Lui: “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso”. “Il Messia scenda dalla Croce e crederemo”. Di fronte a Gesù - se guardiamo questa scena dal punto di vista dei presenti - si scorgono due tipi di fede, e Gesù in Croce ne è lo spartiacque.
Da una parte, la fede di chi pretende che il Messia abbandoni la Croce e compia miracoli. Mi riferisco ai passanti, agli scribi e ai sacerdoti presenti sul Calvario per vedere come andava a fine.
Dall’altra, la fede di chi, come il centurione, coglie la divinità di Gesù proprio nella Croce: “Vedendolo morire in quel modo disse: costui è veramente Figlio di Dio”. È sulla Croce che si conosce veramente chi è Gesù e in che senso Lui è Messia e Figlio. Possiamo dire che il centurione pagano è un esempio di vero credente.
Ma c’è pure un tipo di fede spinta dall’amore. E’ la fede di una figlia sconosciuta di Israele che ha creduto in Gesù e lo onorò amorosamente e santamente. Il gesto di pietà di questa donna avvenne prima della Festa delle Palme, a Betania, dove troviamo Gesù a casa di Simone il lebbroso, qui, “..mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato, di nardo genuino, di gran valore: ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo....”. Questo gesto, uno di quei segni d’amore di cui solo le donne sono capaci, provocò la reazione dei commensali, che lo giudicarono uno spreco.
Se si considera questo gesto dal punto di vista del puro e semplice buon senso umano sicuramente fu uno spreco, un eccesso. Ma con l’immolazione della Croce siamo messi davanti ad un altro eccesso, e questa volta da parte di Dio, che nel Figlio Gesù, compie un gesto d’amore estremo, spezzando il suo corpo e versando, non olio profumato, ma il suo stesso sangue.
Il Maestro ha accolto, gradito l’omaggio di quella donna, e lo ha indicato come gesto profetico: “Ella ha compiuto verso di me un’opera buona;... Ella ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il Vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che lei ha fatto”. Un’opera buona.
In quell’anonima donna sono riassunte tutte le donne, sono loro l’unico conforto nei giorni della passione, intrepide nell’amore, come la leggendaria Veronica, fedeli nella vicinanza, come la tradizione le presenta lungo il cammino verso il Calvario, forti ai piedi della croce, assieme alla Madre: “...c’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses, e Salomè, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme...”.
Una presenza, questa delle donne, che è anche un segno, una vocazione, una missione.
A questa vocazione sono chiamate in modo particolare le vergine consacrate, che donando totalmente la vita a Cristo la mettono a sua disposizione per la Sua appassionata opera di salvezza.
Queste donne sono segno che la grande commozione che invade il cuore, alla lettura della Passione di Gesù, non può restare solamente emozione, ma una mozione di adesione a Cristo. Aderendo a Lui e testimoniandoLo, mostrano che Dio è un “movimento di dono di sé”.
Quando la Vergine Maria ricevette l’annuncio dal Figlio in Croce che sarebbe stata la madre di Giovanni: “Donna, ecco tuo figlio”, fu commossa almeno quanto lo fu il giorno dell’Annunciazione dell’Angelo. Le lacrime di gioia del primo annuncio e le lacrime di dolore del secondo annuncio non fecero ripiegare su se stessa la Vergine Madre. Rinnovò il suo “fiat”, il suo sì, e la Parola dell’Amore prese di nuovo dimora in lei e condivise la passione di Cristo per il mondo.
Come la Madonna stette sotto la Croce e divenne Madre dell’umanità, le Vergini Consacrate nel mondo stanno sotto la Croce in preghiera, scelgono uno Sposo crocifisso per vivere con Lui il dono di se stesse al mondo. La Verginità è lasciarsi afferrare completamente da Cristo, perché “l’incontro con Cristo, il lasciarsi afferrare dal suo amore allarga l’orizzonte dell’esistenza, le dona una speranza nuova, che non delude” (Papa Francesco, Lumen fidei, 53).
*
NOTE
1 Con la Domenica delle Palme inizia la Grande Settimana, che i Padri della Chiesa chiamavano al modo ebraico la Settimana delle Settimane che significa la Settimana per eccellenza, il cui punto focale sarà la notte di vegliache vivremo sabato prossimo, quando risuonerà l’ “alleluia pasquale”. Nel rito Ambrosiano questa settima è chiamata Settimana Autentica.
Una settimana in cui facciamo memoria di quella Prima Settimana di oltre due mila anni or sono che ha fatto del tempo un'eternità temporale e dell'eternità un tempo senza fine. Noi riviviamo i giorni della passione, della morte e della risurrezione del Signore Gesù ché si fa maestro e compagno di viaggio per ciascuno di noi.
2 E’ il Messia (= Cristo), annunciato, atteso da secoli, ma cavalca un asinello e non un cavallo da battaglia come lo attendevano i Giudei. Messia mansueto che porta la pace, che illumina con la Sua presenza quanti praticano la giustizia e solleva i poveri dalla miseria. In questo giorno di festa di circa duemila anni fa, gli fu attribuito il nome che è diventato suo: Cristo, che vuoi dire Messia, l’Unto, il Consacrato da Dio; e che è poi il nome nostro, poiché ci chiamiamo cristiani.
3 Quest’anno (2015) si legge il racconto della passione del Signore secondo l’evangelista Marco. Per questo Evangelista sono queste le cose importanti ed eloquenti, sono i fatti e non le parole.
4 “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido. Mio Dio, grido di giorno e non rispondi; di notte, e non c’è tregua per me» (Sal 21(22), 2-3).

*
Lettura Patristica

Sant’Agostino d’Ippona
Consenso Evangelico, 308
L'ora della Passione.
Dice Matteo: Sopra la sua testa collocarono in iscritto il motivo: Costui è Gesù, re dei Giudei (Mt 27,27). Marco prima di darci questa notizia scrive: Era l'ora terza allorché lo crocifissero (Mc 15,25) ; e quanto al motivo della crocifissione, egli ne parla dopo che ha parlato delle vesti che i soldati si divisero fra loro. E un problema che bisogna trattare con la massima attenzione per non cadere in gravi errori. Ci sono infatti degli eruditi che collocano la crocifissione del Signore all'ora terza, ritenendo poi che all'ora sesta scese quel buio che perduro fino all'ora nona, con la conseguenza che quando scese il buio il Signore era in croce già da tre ore. E la cosa potrebbe andare benissimo, se non ci fosse Giovanni a dirci che verso l'ora sesta Pilato si sedette in tribunale sul posto chiamato Litostrotos, in ebraico Gabbatà (Jn 19,13). Ecco le sue parole: Era la Parasceve della Pasqua, intorno all'ora sesta. Pilato disse ai Giudei: " Ecco il vostro re! ". Ma quelli gridarono: " Crocifiggilo, crocifiggilo! ". Disse Pilato: " Metterò in croce il vostro re? ". Risposero i sommi sacerdoti: " Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare ". Allora lo consegno loro perché fosse crocifisso (Jn 19,14-16). Se pertanto verso l'ora sesta Pilato si sedette in tribunale e consegno Gesù ai Giudei perché lo mettessero in croce, come può dirsi che all'ora terza Gesù fu crocifisso, come ritennero alcuni che non avevano capito bene le parole di Marco ? (Mc 15,33)
41. Vediamo prima a che ora il Signore poté essere crocifisso, poi vedremo per qual motivo Marco afferma che lo crocifissero all'ora terza. Quand'egli fu consegnato ai Giudei per esser crocifisso, Pilato, come è stato notato, si assise in tribunale; ed era circa l'ora sesta. Non era l'ora sesta piena ma si era sull'ora sesta; era cioè terminata l'ora quinta e anche dell'ora sesta ne era trascorso un pochino. Gli autori sacri non usano mai dire: Cinque e un quarto, o un terzo, o cinque e mezzo, o frasi simili; ma la Scrittura è solita indicare, specie nella cronologia, il tutto per la parte. Parlando, ad esempio, degli otto giorni alla fine dei quali Gesù sali sul monte (Lc 9,28), Matteo e Marco, considerando i giorni intermedi, dicono: Dopo sei giorni (Mt 17,1 Mc 9,1). E qui è da sottolinearsi come la frase di Giovanni è molto sfumata, in quanto non dice: "Sesta", ma: Verso l'ora sesta (Jn 19,14). Ma anche se non si fosse espresso cosi e avesse detto senz'altro "ora sesta", noi potremmo intendere la frase nel modo consueto della Scrittura di cui parlavo sopra e cioè prendere il tutto per la parte. Ne risulterebbe che, quando accadde ciò che gli evangelisti riferiscono sulla crocifissione del Signore, era terminata l'ora quinta e l'ora sesta era da poco iniziata, finché, al termine della medesima ora sesta, mentre il Signore pendeva ancora dalla croce, scesero le tenebre menzionate concordemente dai tre evangelisti Matteo, Marco e Luca (Mt 27,45 Mc 15,33 Lc 23,44).
42. Come conseguenza necessaria ci si presenta comunque un'indagine ulteriore sulle parole di Marco. Egli ricorda che quei tali che misero in croce Gesù se ne divisero le vesti tirando a sorte quel che toccava a ciascuno, e continuando aggiunge: Era l'ora terza e lo crocifissero (Mc 15,24-25). Aveva già detto che, avendolo messo in croce, se ne spartirono le vesti; ed è quanto sottolineano anche gli altri evangelisti. Dopo la sua crocifissione vennero divise dunque le sue vesti, e se Marco avesse voluto soltanto indicare il tempo in cui avvenne il fatto gli sarebbe bastato dire: Era l'ora terza. Perché aggiungere: E lo crocifissero? Se scrive cosi, lo fa servendosi del metodo della ricapitolazione e con le sue parole vuole significarci qualcosa che troveremo solo se lo cerchiamo. Leggendosi infatti il suo scritto in un tempo in cui tutta la Chiesa sapeva a che ora il Signore era stato inchiodato al patibolo, un simile errore poteva essere corretto e, se fosse stata una falsità, poteva essere smentita. L'affermazione pertanto è da leggersi secondo l'intenzione dell'evangelista, il quale, sapendo certamente che il Signore non fu crocifisso dai Giudei ma dai soldati - come asserisce chiaramente Giovanni (Jn 19,23)-, si propone di mettere in risalto, anche senza dirlo a parole, che a crocifiggerlo furono quelli che gridando ne ottennero la sentenza di morte più che non quegli altri che, fedeli al loro incarico, eseguirono l'ordine del loro principale

sabato 10 marzo 2018

IV Domenica di Quaresima – Anno B – 11 marzo 2018. Ambientale, commento al Vangelo e Lectio Divina


Risultati immagini per icona crocifissione kiko

Il Vangelo di questa domenica (Gv 3,14-21) ci presenta il dialogo tra Gesù e Nicodemo. Il Signore afferma che Dio “ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui”. La prima lettura, tratta dal secondo Libro delle Cronache, parla dell’esilio del Popolo d’Israele, che ha disprezzato la benevolenza di Dio. Il Vangelo proclama che c’è una via di ritorno dall’esilio per arrivare alla salvezza: credere all’amore di Dio. La nostra condanna non è quella tragedia o quel dolore, è non credere che Dio ci voglia bene in quella tragedia e in quel dolore. La nostra condanna è essere affezionati alla lamentela, alla tenebra, è non accogliere la tenerezza di Dio. Occorre invece credere che in ogni fatto Dio ci stia salvando: Lui non si è dimenticato di noi.  Ecco la chiave di ogni nostra sfida spirituale: aprirci alla tenerezza di Dio. Questo ci apre alla felicità. Dio può solo offrirci il suo amore, non può imporcelo. Il suo è un regalo che possiamo accogliere o no. Gesù svela il volto di Dio: tutti si possono salvare perché tutti siamo amati. Ma possiamo dire di no. Dio ci supplica: accoglimi, credimi, lasciati amare! (Rosini)


***

La gloria dell’amore

Domenica scorsa abbiamo ascoltato nel quarto vangelo l’annuncio che Gesù è ormai il tempio di Dio, cioè il luogo della comunione con Dio (cf. Gv 2,19.21). E abbiamo conosciuto ancora una volta come la lettura del quarto vangelo richieda una fatica più grande per la comprensione del Vangelo, della buona notizia in esso contenuta. Oggi eccoci nuovamente di fronte a un altro brano del vangelo giovanneo, a un testo per molti aspetti difficile: Giovanni, infatti, ha una visione che va colta al di là di quello che scrive, una visione più profonda, che non è – potremmo dire – la nostra visione umana, ma appartiene solo a chi ha la fede in Gesù, dunque una visione ispirata dallo sguardo di Dio sulla vicenda di Gesù.
Giovanni è stato testimone della passione e morte di Gesù sul Golgota, quel venerdì, vigilia della Pasqua, 7 aprile dell’anno 30 della nostra era. Ha visto la sofferenza di Gesù, il disprezzo che egli subiva da parte dei carnefici e soprattutto quel supplizio vergognoso e terribile – “crudelissimum taeterrimumque supplicium”, come lo definisce Cicerone (Contro VerreII,5,165) – che era la croce. Ha visto questa scena con i suoi occhi ma, dopo la resurrezione di Gesù, nella fede piena, nella contemplazione e meditazione di questo evento, giunge a leggerlo in modo altro rispetto ai vangeli sinottici. In quei vangeli Gesù aveva annunciato per tre volte la “necessità” della sua passione, morte e resurrezione, e per tre volte tale annuncio aveva atterrito i discepoli (cf. Mc 8,31-33 e par.; 9,30-32 e par.; 10,32-34 e par.). Anche il quarto vangelo attesta che per tre volte Gesù ha parlato di questa necessitas, ma lo fa con un linguaggio altro: ciò che nei sinottici è infamia, tortura, supplizio in croce, per Giovanni diventa invece un “innalzamento”, cioè una gloria.
Nel nostro brano risuona il primo dei tre annunci fatti da Gesù: “È necessario che il Figlio dell’uomo sia innalzato”. Effettivamente Gesù, appeso al legno, è stato innalzato da terra, ma per Giovanni questo innalzamento da terra non è riducibile all’innalzamento fisico del suo corpo sulla croce, bensì è un essere innalzato gloriosamente e messo in alto da Dio, un essere glorificato, cioè rivelato nella sua gloria. Per Giovanni “essere innalzato” (verbo hypsóo) è anche “essere glorificato” (verbo doxázo: cf. Gv 7,59; 8,54, ecc.), essere sulla croce è essere alla destra del Padre. Per questo Gesù dice anche: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo”, ossia lo avrete materialmente messo in croce, “allora conoscerete che Io Sono (egó eimi: cf. Es 3,14)” (Gv 8,28), che io sono come Dio. E ancora: “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Quest’ora dell’innalzamento è dunque l’ora della glorificazione (cf. Gv 12,23; 13,31-32), l’ora nella quale Gesù attira a sé tutta l’umanità (cf. Gv 12,32), l’ora della passione e della croce. Nel quarto vangelo passione e Pasqua sono lo stesso mistero, unico e inscindibile, e l’ora della passione è l’ora dell’epifania dell’amore.
Sì, dobbiamo confessare che questo sguardo giovanneo sulla croce non è facilmente accettabile da noi umani, eppure questa è la vera e profonda comprensione della croce di Gesù: la croce è stata materialmente un supplizio, ma è stata anche un alzare il velo su come Gesù “ha amato i suoi fino all’estremo (eis télos)” (Gv 13,1); è stata una morte da maledetto da Dio e dagli uomini (cf. Dt 21,23Gal 3,13), crocifisso a mezz’aria perché Gesù non era degno né del cielo né della terra, eppure proprio sulla croce egli riconciliava cielo e terra, faceva cadere ogni barriera e apriva il Regno all’umanità, portando l’umanità in Dio (cf. Ef 2,14-16). Sulla croce moriva un uomo solo e abbandonato, ma quest’uomo narrava che “l’amore più grande è dare la vita per gli amici” (cf. Gv 15,13).
Questa è la lettura paradossale della croce fatta da Giovanni. Questo è il Vangelo che Gesù rivela a Nicodemo, un esperto delle Scritture che però Gesù definisce “ignorante” (cf. Gv 3,10): un “maestro in Israele” che non conosce l’azione di Dio nella sua verità profonda. Per cercare di spiegargli questa “necessità” della passione e morte del Messia, Figlio dell’uomo, Gesù tenta un paragone con un fatto avvenuto a Israele nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto. Secondo il libro dei Numeri, gli ebrei furono attaccati da serpenti mortiferi, e allora Mosè innalzò su un’asta un serpente di bronzo: chi lo guardava, anche se morso dai serpenti restava in vita, era salvato (cf. Nm 21,4-9). Questo racconto antico viene reinterpretato dal libro della Sapienza che fa una lettura altra dell’evento, cogliendo nel serpente “un segno di salvezza” (Sap 16,6): “chi si volgeva a guardarlo era salvato non per mezzo dell’oggetto che vedeva, ma da te, Salvatore di tutti” (Sap 16,7).
Gesù dunque rivela “le cose del cielo” (Gv 3,12) di cui aveva parlato a Nicodemo, esprimendo la necessitasdell’innalzamento del Figlio dell’uomo, “affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia la vita per sempre ”: innalzamento del Figlio unico di Dio, donato da Dio al mondo proprio a causa del suo amore per il mondo, ossia per tutta l’umanità. Dio è colui che ama, Dio è colui che dona il suo Figlio unico, Dio è colui che lo innalza. In queste azioni di Dio è raccontato il suo amore: dunque la discesa dal cielo (cf. Gv 3,13), l’incarnazione in una vita umana, la passione culminante nel innalzamento sulla croce sono la manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità.
Dobbiamo essere molto attenti e vigilanti nell’ascolto: le parole di Gesù a Nicodemo non indicano la croce come abbandono del Figlio alla morte da parte del Padre, ma ci rivelano un amore unico del Padre e del Figlio per tutta l’umanità. Il Figlio Gesù Cristo, proprio quale dono per l’umanità, ha vissuto la sua esistenza donando la vita, suscitando la vita, trasmettendo la vita. Il Padre, a sua volta, non ha voluto la discesa del Figlio e la sua incarnazione per giudicare il mondo, ma per salvarlo attraverso l’adesione e la risposta all’amore. La presenza di Gesù esige che ognuno operi ora la sua scelta, perché ora avviene il giudizio, perché ora di fronte a Gesù è possibile scegliere la tenebra o la luce, che non sono un destino ma dipendono da ciascuno di noi nel suo porsi di fronte all’amore rivelato.
Viene qui adombrato il ministero dell’incredulità, che non è rifiuto di una dottrina, di un’idea o di una morale, ma è qualcosa di molto più radicale: è rifiuto della fiducia, rifiuto della speranza, rifiuto dell’amore. Sì, da una parte c’è l’amore incondizionato di Dio, offerto a tutti gli esseri umani e mostrato nel dono del Figlio unico fatto uomo per essere uno di noi e vivere tra di noi e con noi; dall’altra vi è da parte nostra la possibilità di rispondere all’amore con l’amore o, al contrario, di rifiutare l’amore, di non credere all’amore e così di escluderci, collocandoci nella tenebra dell’odio e della morte. Nel quarto vangelo la fede e il credere sono sempre un operare nell’amore, come Gesù dirà: “Questa è l’opera, l’azione richiesta da Dio: credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29).
Ecco dunque la via tracciata di fronte a noi: chi fa la verità, cioè sa rispondere all’amore con azioni, manifesta che queste azioni sono operate da Dio stesso in lui. Così il credente vive già ora la “vita eterna”. “Dio vuole che tutti gli umani siano salvati” (1Tm 2,4), proclama l’Apostolo Paolo; vuole che tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Per questo Dio dona se stesso, il proprio Figlio unico e amato, al mondo che anela alla salvezza. (Bianchi)
***

Lectio divina di Mons. Francesco Follo

1) Contemplare Cristo in Croce.
Il cammino quaresimale è come l’esodo degli ebrei, che per quarant’anni pellegrinarono nel deserto. In quel lungo periodo loro furono fortificati dalla prova e vissero un tempo particolare di purificazione e di grazia. Inoltre sperimentarono il dono della benevolenza del Signore che, camminando davanti a loro – come colonna di fumo, di giorno, e di fuoco, di notte – li condusse alla Terra promessa.
Gli Israeliti furono pellegrini nel deserto, perché credevano completamente nel Signore che li conduceva verso la libertà. A un certo punto questa fede piena venne meno e protestatarono e contro Yahvé. Diò li punì con la morsicatura di serpenti velenosi che sbucavano da ogni parte della sabbia. Però, nella sua misericordia Dio si commosse per le loro lacrime di pentimento e soprattutto ascoltò la preghiera pienda di fiducia che Mosè Gli rivolse in favore dei connazionali. Allora ordinò così di fare un serpente di bronzo e di collocarlo su un bastone in un posto elevato del deserto, perché fosse  ben visibile, in modo tale che tutti quelli. che lo guardavono fossero resì immuni dal veleno dei serpenti veri, che imperversavano da tutte le parti nel desero. Ciò facendo gli Israeliti venivano salvati dalla morte per avvelenamento.
In questa domenica il serpente di bronzo, a cui fa cenno il Vangelo, ci invita a riflettere sul Cristo Salvatore Crocifisso destinato a diventare Risorto.
Come fu ordinato a Mosé di innalzare il serpente di bronzo nel deserto per salvare il popolo ebreo, e questo è diventato strumento di salvezza per quanti venivano feriti dai morsi dei serpenti materiali, così  oggi è ordinato a noi di guardare a Cristo innalzato sul legno della Croce. Guardando al Crocifisso, i Cristiani sono salvati dal veleno del serpente spirituale.
Nella conversazione con Nicodemo, di cui il brano evangelico di oggi ne è una parte, Gesù svela il senso più profondo della sua morte e risurrezione: il Figlio dell’uomo deve essere innalzato sul legno della Croce perché chi crede in Lui abbia la vita. Dunque, se ci si vuole salvare dai morsi velenosi del male, dobbiamo guardare a Cristo che dalla Croce sparge amore.
Il guardare Cristo crocifisso con occhi purificati dal dolore permette di vedere l’amore di Dio per noi e di credere all’amore.
Il guardare Cristo crocifisso e seguirlo, prendendo ogni giorno la nostra croce, ci fa diventare persone che amano come Dio ha amato.
Guardiamo alla Croce per farla entrare non solo nei nostri occhi, ma nel nostro cuore e nella nostra vita.  Guradiamo alla Croce per diventare testimoni di Cristo crocifisso. Quando la guardiamo, ovunque essa sia esposta, essa ci ricorda la possibilità di salvezza per la vita. La croce è li per dirci che se crediamo nel Vangelo, in quello che Gesù ha fatto e detto, allora la nostra vita è salva e diventa guaritrice per tutti coloro che ci sono vicini.
2) La gioia della Croce
Sulla croce,  Cristo ha donato la sua vita perché ci ama e il contemplare questo amore, un amore così grande porta nei nostri cuori una speranza e una gioia che nulla può abbattere. Un cristiano non può essere mai triste perché ha incontrato Cristo, che ha dato la vita per lui. Ma la Croce non è solamente da guardare con sguardo di adorazione, è anche da abbracciare.
Ma perché è così importante abbracciare la Croce e perché ciò è fonte di gioia? Risponderò a questo domande con un episodio della vita di Madre Teresa di Calcutta. Una giorno questa santa andò da una malata e le disse che doveva essere lieta perché era così sofferente da essere vicina a Cristo. La donna le rispose che allora desiderava allontanarsi da Cristo, perché troppo acuta la sua sofferenza. Madre  Teresa le sorrise, l’abbracciò e continuo a curare le piaghe puzzolenti della malata. La Santa di Calcutta aveva ben capito che dire di abbracciare la croce non era un’esortazione alla rassegnazione dicendo: “soffri con pazienza, accetta, sopporta le inevitabili croci della vita”. Ma Gesù non dice: “Sopporta la sofferenza”, ma dice: “Prendi su di te l’amore che è dono di sé commosso”, cioè capace di com-patire donandosi fino a morirne.
Non ci è chiesto di di subire passivamente, ma di prendere attivamente parte alla passione di Cristo per il mondo, ricordando che la passione è quella degli innamorati. Prendere la croce significa “prendere su di noi una vita che assomigli alla sua”.
Che cos’è allora la croce?
Per Cristo non fu lo strumento di morte, ma di manifestazione del suo amore “esagerato”. La Croce è la sintesi dell’intera vita di Gesù, vissuta per (pou et par) amore.
Con Cristo la Croce diventa sinonimo di amore. Quindi la frase di Cristo: “Chi vuole dietro a me, prenda la sua croce e mi segua”, possiamo riscriverla così: “Se qualcuno vuole venire con me, preda su di sé il giogo dell’amore, tutto l’amore di cui è capace, e mi segua”.
Naturalmente, sperimenteremo che l’amore ha un prezzo: il prezzo del dono di sé, quindi l’amore ha anche le sue spine e le sue ferite. Queste non offuscano l’amore, lo purificano perché è amore che non possiede l’altro ma lo esalta, e lo allietano, perché si fa esperienza di appartenere, di essere voluti bene e che nel dono di sé che si ha la vera gioia. Di tale gioia parla l’Apostolo Paolo: “Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi” (Col 1, 24).
E ciò è possibile se si mette l’accento non tanto sul fatto che Cristo ci chiede di “perdere” la vita”, ma sul “trovare” la vita.
L’esito finale è “trovare vita”, come è accaduto a Cristo con la risurrezione. Ciò che Cristo offre è quanto tutti gli uomini cercano, in tutti gli angoli della terra, in tutti i giorni che è dato loro di gustare: la fioritura della vita, di una vita che dura per sempre, di una vita lieta e ricca, perché l’amore cresce solo quando si dona.
3) Croce, gioia e verginità.
Potremmo paragonare la croce al letto dove una mamma dà alla luce un figlio. Le doglie del parto non sono un’ostacolo alla gioia di una neo-mamma, ne sono la condizione. Vivere la croce è dare alla luce. Come non pensare al Signore crocifisso che mentre tutto è compiuto (Gv 19,30) inonda d’amore chi è sotto il suo letto di dolore, donando a una madre il figlio e al figlio una madre, per sempre? Morente sulla Croce, Gesù affidò Giovanni alla sua mamma, dicendo: “Donna, ecco tuo figlio” (Gv 19, 26). Se Egli non la chiamò col dolce nome di Madre, fu perché era arrivata per lei l’ora – come arriva per le anime che progrediscono nell’amore – di affidarle un’altra maternità. La maternità spirituale sulle anime; quella maternità che il Salvatore aveva promesso di concedere a tutti quelli che avessero fatto la sua divina volontà: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12, 50).
Fu quello un momento di gioia. Apparentemente, non lo fu, perché quel parto era nel dolore. Di fatto, quella maternità rese Maria causa della nostra letizia, perché la gioia più vera è quella di vedere la luce dentro l’amore di una Madre che ci accetta come suoi figli nati dal dolore del Figlio. Sulla croce, Cristo ha donato la sua vita perché ci ama.
In effetti la vera gioia non consiste nell’avere tante cose, ma nel sentirsi amati dal Signore, nel farsi dono per gli altri e nel volersi bene.
Il modo più alto di donarsi a Dio ed agli altri e di volere bene a Dio e al prossimo è quello delle vergini consacrate, che innestano il fiore della loro consacrazione  sulla croce, la cui linfa à la vita di Cristo.
Il fiore è un simbolo caro a Santa Teresa del Bambin Gesù, che utilizza questo simbolo al modo della Sacra Scrittura, per indicare nello stesso tempo la bellezza e la fragilità dell’essere umano in questa vita (cfr Mt 6,28-30). Lei si ricongiunge così ad uno dei significati della parola carne nella Bibbia. Nel libro d’Isaia, il simbolo del “fiore dei campi” caratterizza l’estrema fragilità e la mortalità di “ogni carne”, messa a confronto con la stabilità eterna della “Parola di Dio” (cf. Is 40,6-8). Ma la grande novità del Mistero di Gesù è precisamente che la “Parola si è fatta carne” (Gv 1,14), è diventata fragile e mortale come il fiore dei campi. Santa Teresina utilizza questo simbolo biblico del “fiore dei campi” (o “piccolo fiore”) per se stessa, lo estende a tutta l’umanità (specialmente nel mirabile Prologo del Manoscritto A), ma soprattutto, lo applica a Gesù “nei giorni della sua carne” (cf. Eb 5,7), cioè in tutti i misteri della sua vita terrestre contemplati come misteri d’abbassamento, di piccolezza e di povertà, “essendo proprio dell’Amore abbassarsi” (Ms A 2v). E’ qui che la Santa di Lisieux si congiunge a San Francesco e Santa Chiara d’Assisi che contemplano “l’Amore di questo Dio, Che povero fu deposto nella culla, Povero visse in questo mondo e nudo rimase sulla Croce” (Testamento di Santa Chiara d’Assisi).

Lettura Patristica
San Gregorio di Nissa (335 – 395)
Vita Moysis, nn. 269-277
La strada traversa nuovamente il deserto, e il popolo, nella disperazione dei beni promessi, è esausto per la sete. E Mosè fa di nuovo scaturire per lui l’acqua nel deserto dalla Roccia. Questo termine ci dice cos’è, sul piano spirituale, il sacramento della penitenza. Difatti, coloro che, dopo aver gustato dalla Roccia, si sono sviati verso il ventre, la carne e i piaceri degli Egiziani, sono condannati alla fame e vengono privati dei beni di cui godevano. Ma è data loro la possibilità di ritrovare con il pentimento la Roccia che avevano abbandonato e di riaprire per loro il rivolo d’acqua, per dissetarsi alla sorgente…
Però il popolo non ha ancora imparato a seguire le tracce della grandezza di Mosè. È ancora attratto dai desideri servili e inclinato alle voluttà egiziane. La storia dimostra con ciò che la natura umana è portata a questa passione più che ad altre, accessibile com’è alla malattia per mille aspetti. Ecco perché, alla stregua di un medico che con la sua arte impedisce alla malattia di progredire, Mosè non lascia che il male domini gli uomini fino alla morte. E siccome i loro desideri sregolati suscitavano dei serpenti il cui morso inoculava un veleno mortale in coloro che ne restavano vittime, il grande Legislatore rese vano il potere dei serpenti veri con un serpente in effigie. Sarà però il caso di chiarire l’enigma. Vi è un solo antidoto contro le cattive infezioni ed è la purezza trasmessa alle nostre anime dal mistero della religione. Ora, l’elemento principale contenuto nel mistero della fede è appunto il guardare verso la Passione di colui che ha accettato di soffrire per noi. E Passione vuol dire croce. Così, chi guarda verso di lei, come indica la Scrittura, resta illeso dal veleno del desiderio. Rivolgersi verso la croce vuol dire rendere tutta la propria vita morta al mondo e crocifissa (Ga 6,14), tanto da essere invulnerabile ad ogni peccato; vuol dire, come afferma il Profeta, inchiodare la propria carne con il timore di Dio (Ps 118,120). Ora, il chiodo che trattiene la carne è la continenza. Poiché quindi il desiderio disordinato fa uscire dalla terra serpenti mortali – e ogni germoglio della concupiscenza cattiva è un serpente -, a motivo di ciò, la Legge ci indica colui che si manifesta sul legno. Si tratta, in questo caso, non del serpente, ma dell’immagine del serpente, secondo la parola del beato Paolo: “A somiglianza della carne di peccato” (Rm 8,3). E colui che si rivolge al peccato, riveste la natura del serpente. Ma l’uomo viene liberato dal peccato da colui che ha preso su di se la forma del peccato, che si è fatto simile a noi che ci eravamo rivolti verso la forma del serpente; per causa sua la morte che consegue al morso è fermata, però i serpenti stessi non vengono distrutti. Infatti, coloro che guardano alla Croce non sono più soggetti alla morte nefasta dei peccati, ma la concupiscenza che agisce nella loro carne (Ga 5,17) contro lo Spirito non è interamente distrutta. E, in effetti, i morsi del desiderio si fanno spesso sentire anche tra i fedeli; ma l’uomo che guarda a colui che è stato elevato sul legno, respinge la passione, dissolvendo il veleno con il timore del comandamento, quasi si trattasse di una medicina.
Che il simbolo del serpente innalzato nel deserto sia simbolo del mistero della croce, la parola stessa del Signore lo insegna chiaramente, quando dice: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo” (Jn 3,14)

sabato 3 marzo 2018

III Domenica di Quaresima. Ambientale e Commento al Vangelo




Il Vangelo di questa domenica (Gv 2,13-25) ci presenta Gesù che scaccia i venditori dal tempio di Gerusalemme. Lo si può leggere a partire dalla prima Lettura (Es 20, 1-17) che parla dei Dieci Comandamenti. L’ultimo, non desiderare le cose degli altri, è il più importante: infatti, l’origine di tutte le trasgressioni è il desiderio, il cuore. Finché non togliamo dal nostro cuore ciò che produce la nostra distruzione non saremo mai felici. Spesso la nostra vita è brutta non perché è brutta ma perché la vorremmo diversa. Siamo insoddisfatti perché non abbiamo ciò che il nostro cuore aspetta. Il Tempio è stato strumentalizzato, usato per il guadagno, e Gesù deve ricostruire il Tempio, cioè l’uomo. Il Battesimo ci parla di una rifondazione radicale del nostro essere a partire dal cuore. Dio mette nel nostro cuore desideri diversi, i desideri dello Spirito. Dall’esterno non riusciamo a modificare il cuore. Gesù deve scacciare i “mercanti” che sono nel nostro cuore per metterci desideri nuovi. Noi cerchiamo di far convivere i mercanti col Tempio, Dio e il mondo. Lasciamoci contestare e correggere dalla Parola di Dio perché Gesù faccia sgorgare in noi il desiderio dello Spirito.
Rosini

***


"Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo." Parola del Signore

Commento di mons. Pierbattista Pizzaballa


Dopo aver iniziato la Quaresima con il Vangelo di Marco, oggi cominciamo a seguire fino alla domenica delle Palme brani del vanglo di Giovanni. Il brano di oggi (Gv 2,13-25) narra l’episodio di Gesù che entra nel tempio, vede venditori e cambiavalute e li caccia fuori. Siamo all’inizio del Vangelo (cap. 2).
Per comprendere meglio questo brano partiamo un po’ da lontano.
Ogni evangelista inizia il proprio racconto con un “rovesciamento”, con un evento o con delle parole capaci di dire tutta la novità che sta irrompendo nella storia.
Tutti gli evangelisti pongono alla base della loro narrazione alcuni elementi comuni e quindi pensiamo anche fondanti: le scritture si sono compiute; il Regno di Dio si è fatto vicino; sta iniziando un tempo nuovo, in cui Dio opererà la salvezza gratuita per tutti i poveri. Per entrare in questo Regno è necessario non fare altro se non convertirsi, lasciare un modo vecchio di vivere la relazione con Dio, per aprirsi ad un nuovo modello di relazione con Lui.
Matteo, ad esempio, dopo i racconti dell’infanzia in cui il Messia atteso accoglie l’adorazione dei pagani, fa iniziare la vita pubblica di Gesù con il grande discorso della Montagna, una sintesi di tutta la novità di vita che i chiamati al Regno possono vivere da quel momento in poi.
Marco racconta che Gesù viene in mezzo agli uomini e annuncia che Dio si è fatto vicino.
Anche Luca racconta gli eventi della nascita di Gesù, e con il Magnificat mette sulla bocca di Maria il grande rovesciamento della storia, che Maria vede con i propri occhi nella propria carne (“ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” Lc 1,52). E dopo il battesimo e le tentazioni, Gesù inizia il suo ministero a Nazareth, dove un sabato entra nella sinagoga e pronuncia il suo discorso programmatico, che da subito gli crea grande ostilità. E in questo discorso dice che si è aperto l’anno di grazia del Signore, anno di misericordia per tutti gli ultimi della storia.
In Giovanni questo rovesciamento è addirittura fisico, concreto, plastico.
Questo evento della “purificazione” del tempio, che tutti i sinottici mettono alla fine del Vangelo, dopo l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme, Giovanni lo pone qui, all’inizio.
Dopo l’incontro con il Battista e la chiamata dei primi discepoli, Gesù inizia il suo ministero in due luoghi strategici: a Cana, in una casa in cui si celebrano delle nozze, e nel tempio di Gerusalemme.
A Cana dona in abbondanza il vino nuovo per l’alleanza nuova, di cui è giunta l’ora.
Nel tempio di Gerusalemme, Gesù pone un gesto simbolico importante: afferma che quel modo di celebrare il culto, con compravendite e denaro, non è un culto a gradito Dio, ma un mercato, un’idolatria. È mercato e idolatria qualsiasi relazione con Dio, in cui si pensi che la salvezza debba essere acquistata.
Gesù dice che è finito questo tempo, questo modello di culto, e inizia un nuovo modo di vivere la fede: il capovolgimento è completo, come i banchi dei cambiavalute che Gesù rovescia a terra (Gv 2,15).
È capovolto il rapporto tra sacro e profano, è capovolta l’immagine di Dio, è capovolto il senso del culto, del sacrificio e del tempio, che viene riportato alla sua originaria dimensione di gratuità.
Nel gesto che Gesù compie vi è un richiamo all’ultimo versetto del Libro del profeta Zaccaria (14,21) in cui si parla dei tempi messianici come tempi in cui “non vi sarà neppure un mercante nella casa del Signore degli eserciti”. Non stupisce dunque che i capi del popolo chiedano un segno (Gv 2,18) che dia a Gesù la legittimità del suo comportamento, ritenuto da essi scandaloso.
Cosa, dunque, rende legittima questa pretesa di Gesù di inaugurare un tempo nuovo?
Gesù risponde parlando della sua passione. Sarà essa a rendere definitivo il gesto di oggi, perché allora il suo corpo glorioso, risorto dopo tre giorni dalla distruzione (Gv 2, 19), sarà davvero il nuovo tempio, nuovo luogo di incontro tra Dio e l’uomo, ogni uomo.
È normale che i capi del popolo e i farisei non capiscano. Neppure i discepoli capiscono, e si inaugura così una dinamica di fraintendimenti che percorrerà tutto il vangelo di Giovanni.
Se non capiscono, però, non significa che il discorso di Gesù sia inutile: Giovanni anticipa già ora che, dopo la risurrezione di Gesù, i discepoli ricorderanno (Gv 2,22) queste parole e questo gesto, e crederanno.
Sarà la resurrezione l’evento chiave che renderà i discepoli finalmente capaci di comprendere, e sarà lo Spirito Santo (Gv14,26) a far loro ricordare le cose in modo nuovo.
Il cammino di Quaresima si sta dunque facendo impegnativo: non perché ci sia chiesto di fare qualcosa in più, ma piuttosto di lasciare che il Signore operi anche in noi quel rovesciamento che ha operato con i banchi dei mercanti, nel tempio di Gerusalemme…
+Pierbattista



***


LECTIO DIVINA DI MONS. FRANCESCO FOLLO

1) Purificazione del Tempio.
Dopo averci condotti nel deserto dove Cristo vince la tentazione (I domenica di Quaresima), e sul Monte Tabor, dove la Gesù si manifesta come Luce da Luce (II domenica di Quaresima), la Liturgia della Parola della III domenica di Quaresima ci fa entrare con Gesù nel tempio di Gerusalemme per purificarlo.
Poiché trova “nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete” (Gv  2, 14), Cristo purifica questo luogo sacro con un gesto inaspettato, inatteso, qua­si imprevedibile. Ge­sù  prepara una frusta, con essa percuote le cose, ma non ferisce le persone,  attraversa l’atrio dei gentili[1] dove erano i mercanti del tempio, e  – co­me un torrente impetuoso – travolge uomini, anima­li, tavoli e monete.
Scacciando mercanti e mercanzie dall’atrio, Cristo purifica il vecchio tempio, poi presenta se stesso come il nuovo tempio di Dio che gli uomini distruggeranno, ma che Dio farà risorgere in tre giorni. Lui è il Redentore, venuto ad illuminare l’uomo con la Luce della Verità, a purificare il tempio, a riaprire la ragione all’orizzonte grande di Dio e a dare un cuore puro all’uomo, perché sia il suo nuovo tempio. Lui è la Carità, che Crocifissa il Venerdì santo, vedremo splendere il giorno di Pasqua e accoglierci dentro il nuovo Tempio del Suo Corpo.
Dunque, è da evitare un’interpretazione che cerchi di mettere in evidenza solo le conseguenze “morali” soprattutto per la Chiesa mettendola sotto accusa. Come ha giustamente ricordato Papa Francesco: “la Chiesa è sempre da riformare, ‘Ecclesia semper reformanda’, perché i membri della Chiesa sono sempre peccatori e hanno bisogno di conversione”. Quindi siamo noi che dobbiamo purificarci. La Chiesa è “il luogo dove Dio “arriva” a noi, e dove noi “partiamo” verso di Lui” (Benedetto XVI).  La Chiesa rimane il luogo in cui Dio ci raggiunge; luogo della Presenza di Cristo nella storia, sarà sempre tale, fino alla consumazione dei tempi. Per questo dobbiamo amarla profondamente e guardarla per ciò che Essa è. il Tempio della misericordia e della condiscendenza di Dio, nel quale c’è posto per i peccatori, quindi c’è posto per ciascuno di noi che siamo chiamati a purificarci mediante le conversione. Soprattutto in questo tempo di Quaresima, siamo invitati a purificare il cuore con la domanda di misericordia, che si esprime in modo speciale con la confessione e che si pratica in particolare con l’elemosina.
A questo riguardo, Papa Francesco dice: “Vi faccio una confidenza personale. La sera, prima di andare a letto, io prego questa breve preghiera: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi!”. E prego cinque “Padre nostro”, uno per ogni piaga di Gesù, perché Gesù ci ha purificato con le piaghe. Ma se questo lo faccio io, potete farlo anche voi, a casa vostra, e dire: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi!” e pensare alle piaghe di Gesù e dire un “Padre nostro” per ognuna di esse. E Gesù ci ascolta sempre”.
Mettiamo in pratica questo invito del Papa unendolo ad opere di misericordiosa carità, con le quali “toccare” il povero. In effetti possiamo anche essere generosi, possiamo avere compassione, però di solito “il povero non lo tocchiamo, cioè non condividiamo con lui la nostra vita. Gli offriamo la moneta, la buttiamo lì, ma evitiamo di toccare la mano. E dimentichiamo che quello è il corpo di Cristo! Gesù ci insegna a non avere timore di toccare il povero e l’escluso, perché Lui è in essi. Toccare il povero può purificarci dall’ipocrisia e renderci inquieti per la sua condizione” (Papa Francesco, 22 giugno 2016).

2) Purificazione del cuore[2]
Dalla lettura del Vangelo di oggi nasce spontaneamente queste due domande:
  • “Perché Gesù se la prende così tanto con i cambia valute e i venditori di animali per i sacrifici?”. Dopo tutto il loro era un servizio prezioso: cambiavano le monete agli stranieri permettendo loro gl di acquistare gli animali per il sacrificio e impedendo di introdurre nel Tempio monete con l’immagine dell’imperatore.
  • “Cosa fa arrabbiare così tanto Gesù da spingerlo addirittura a fabbricarsi una frusta per scacciare dal tempio i commercianti?”
In questo gesto apparentemente esagerato, il Figlio di Dio è animato dal desiderio che la casa del Padre non diventi un casa di mercato, un emporio (è il nome che viene dal greco per dire mercato e che è usato nel vangelo di oggi) del sacro, un luogo religioso di scambi tra domanda e offerta a Dio.
Quello che manda addolora Gesù è vedere la degenerazione di un luogo religioso causata da una logica di mercanteggio del sacro, come se Dio potesse essere comperato. E’ davvero una riduzione meschina di Dio. Invece di adorare Dio, Amore gratuito, con offerte che mostrano una riconoscenza per questo amore provvidente, a un grave impoverimento del volto di Dio, che è Amore gratuito. Dio Padre non è un funzionario da corrompere o un venditore da tener buono con una abbondante donazione. Con Dio, insomma, non si può mercanteggiare.
Da un Dio lontano  e da piegare alla nostra volontà con sacrifici e preghiere siamo chiamati ad andare  al Padre che ci ama e anticipa ogni nostro desiderio: questa è la conversione vera. A questo riguardo, accogliamo l’invito di San Paolo: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12, 2).
Purificando con la frusta il Tempio e scacciando da esso gli animali, Cristo indica che il vecchio culto con i sacrifici degli animali nel tempio di Gerusalemme è finito. Questo culto simbolico, culto di desiderio, che spesso degenerava in un mercato, è ora sostituito dal culto reale: l’amore di Dio incarnato in Cristo e portato alla sua completezza nella morte sulla croce.
Purifichiamo noi stessi, nuovo e definitivo Tempio di Dio e mettiamo in pratica l’invito di San Paolo che anche a noi dice: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).
E quando i nostri corpi possono essere offerti a Dio come sacrificio vitale? Quando siamo santi e graditi al Dio della vita?
Quando abbiamo un cuore puro, perché purificato da Dio che con il suo perdono unito unito alla sua verità ed al suo amore, e quando riconosciamo che i nostri corpi sono membra di Cristo e, quindi, non apparteniamo a noi stessi, ma al Dio di misericordia e di bontà.
Un esempio molto significativo di ciò è quello dato dalle vergini consacrate. Con il “propositum” della verginità, queste donna testimoniano come la loro casta scelta sia saggia e feconda e fonte di maturità.
Di maturità  perché  si realizza il dominio di sé. Questo non consiste solo nel governare le proprie passioni con la forza. Il dominio di sé evangelico sta nel consegnarsi con fiducia a chi ci ha creati, ci ama e ci conosce meglio di noi stessi. È fare spazio dentro se stessi alla signoria di Cristo, cioè sentirsi amati da Lui e desiderare di crederGli e di ricambiarLo osservando quanto ci chiede.
Di fecondità perché La verginità cristiana rende la persona cosà attraente che lo Spirto Santo scende per abitarvi, come ha fatto con la Madonna, rendendola Madre.
Di saggezza perché gli occhi del cuore purificato sono occhi nuovi per vedere il mondo e Dio al di là delle apparenze. Sono occhi limpidi che sanno scorgere ciò che è bello e ciò che è brutto, ciò che è verità e ciò che è menzogna, ciò che è vita e ciò che è morte. Occhi, insomma, come quelli di Gesù… La purezza non consiste più, allora, nel dire «no» alle creature, ma nel dire ad esse “sì”, sì in quanto creature di Dio che erano, e restano, “molto buone” perché create da Lui. Per poter dire questo “sì”, bisogna tuttavia passare attraverso la croce perché, dopo il peccato, il nostro sguardo sulle creature si è intorpidito. torpido
Lettura patristica
Sant’Agostino d’Ippona (354 – 430)
Comment. in Ioan., 10, 4.6
Ed essendo prossima la Pasqua dei giudei, Gesù salì a Gerusalemme“. L’evangelista racconta poi un altro fatto, così come se lo ricordava: “E trovò nel tempio venditori di buoi, di pecore e di colombe, e cambiavalute seduti al banco, e fatta una sferza di funicelle li cacciò tutti dal tempio con le pecore ed i buoi; e sparpagliò la moneta dei cambisti e rovesciò i loro banchi. E ai venditori di colombe intimò: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio una casa di traffico» (Jn 2,13-16).
Che cosa abbiamo ascoltato, fratelli? Quel tempio era ancora una figura, e purtuttavia da esso il Signore cacciò tutti coloro che eran venuti a fare i loro interessi, come a un mercato. Che cosa vendevano costoro? Le vittime di cui gli uomini avevano bisogno per i sacrifici di quel tempo. Sapete bene che i sacrifici rituali dati a quel popolo, e per la sua mentalità carnale e per il suo cuore ancora di pietra, erano tali che lo trattenessero dal precipitare nell’idolatria; e nel tempio questo popolo immolava i suoi sacrifici, buoi, pecore e colombe. Lo sapete bene, perché lo avete letto. Non era, quindi, un gran peccato vendere nel tempio ciò che si acquistava per essere offerto nel tempio stesso; eppure, Gesù li cacciò. Che avrebbe fatto, il Signore, qualora avesse trovato nel tempio degli ubriachi, se cacciò coloro che vendevano ciò che era lecito e non era contro giustizia (infatti, è lecito vendere ciò che è lecito comprare), e se non tollerò che la casa della preghiera si trasformasse in un mercato? Se la casa di Dio non deve diventare un mercato, può diventare una taverna?…
Chi sono, poi, quelli che nel tempio vendono i buoi? Cerchiamo di capire nella figura il mistero racchiuso in questo fatto. Chi sono quelli che vendono le pecore e le colombe? Sono coloro che nella Chiesa cercano i loro interessi e non quelli di Cristo (Ph 2,21).
Quelli che non vogliono essere redenti, considerano ogni cosa come roba d’acquisto: non vogliono essere acquistati, quel che vogliono è vendere. Eppure, niente di meglio, per loro, che essere redenti dal sangue di Cristo e giungere così alla pace di Cristo. Del resto, a che serve acquistare, in questo mondo, beni temporali e transitori, siano il denaro siano i piaceri del ventre e della gola siano gli onori della lode umana? Che altro sono, tutte queste cose, se non fumo e vento? e passano tutte, corrono via. Guai a chi si sarà attaccato alle cose che passano, perché insieme passerà anche lui. Non sono, tutte queste cose, un fiume precipite che corre al mare? Guai a chi vi cade dentro, perché sarà trascinato nel mare. Insomma, dobbiamo trattenere i nostri affetti da simili concupiscenze.
[1] Entrato nel tempio, Gesù vede che lo spazio chiamato “atrio dei gentili”, in quanto riservato ai non-ebrei che volevano conoscere la fede e il culto di Israele e “avvicinarsi” al Signore (cfr. Is 45,20), è stato trasformato in luogo di commercio, di vendita degli animali per i sacrifici. Sappiamo inoltre che lì i cambiavalute scambiavano le monete per consentire ai pellegrini di pagare il tributo al tempio, e che molti attraversavano quel cortile per accorciare il cammino verso la valle del Cedron. Insomma, un luogo che Dio aveva voluto come “casa di preghiera per tutte le genti” (Is 56,7) era diventato un luogo di mercato.

[2]  Biblicamente il cuore non dice soltanto slancio e amore, ma anche ragione, pensiero e volontà. La castità è un preciso modo di vivere tutto ciò: i sentimenti, i pensieri, l’amore, l’intelligenza