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lunedì 1 aprile 2019
venerdì 20 ottobre 2017
Papa Francesco: il mio "Padre Nostro".
fonte: Avvenire
Dal 25 ottobre tutti i mercoledì don Marco Pozza a confronto con personaggi della cultura e dello spettacolo, da Insinna a Pif. L'ultima puntata è il colloquio con il Pontefice (e c'è anche il libro).
“Diciamo di essere cristiani, diciamo di avere un padre, ma viviamo come, non dico come animali, ma come persone che non credono né in Dio né nell’uomo, senza fede, e viviamo anche facendo del male, viviamo non nell’amore ma nell’odio, nella competizione, nelle guerre. È santificato nei cristiani che lottano fra loro per il potere? È santificato nella vita di quelli che assoldano un sicario per liberarsi di un nemico? È santificato nella vita di coloro che non si curano dei propri figli? No, lì non è santificato il nome di Dio”.
Così papa Francesco nella conversazione con don Marco Pozza, teologo e cappellano del carcere di Padova,
trasmessa nel programma ‘Padre nostro’ in onda su Tv2000 dal 25 ottobre ogni mercoledì alle 21. L’anteprima è stata presentata oggi pomeriggio nella Filmoteca Vaticana, alla presenza del Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, monsignor Dario E. Viganò, del direttore di Tv2000, Paolo Ruffini, di don Marco Pozza e del regista Andrea Salvadore.
Dall’incontro, dalle parole e dalle risposte del Papa a don Marco è nato anche il libro Padre nostro di papa Francesco della casa editrice Rizzoli e la Libreria Editrice Vaticana, in uscita in Italia il 23 novembre. Le parole insegnate da Gesù entrano in risonanza con episodi della vita di Jorge Mario Bergoglio, con la sua missione apostolica e con le inquietudini e le speranze delle donne e degli uomini d’oggi, fino a diventare la guida per una vita ricca di senso e di scopo.
Il programma, nato dalla collaborazione tra la Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede e Tv2000, è strutturato in nove puntate, ogni mercoledì, nel corso delle quali don Marco incontra anche noti personaggi laici del mondo della cultura e dello spettacolo: Silvia Avallone, Erri De Luca, Maria Grazia Cucinotta, Simone Moro e Tamara Lunger, Carlo Petrini, Flavio Insinna, Umberto Galimberti, Pif.
Le prime otto puntate sono introdotte dalle parole del Papa seguite dalla conversazione di don Marco con un ospite, mentre nell’ultima puntata viene trasmesso il colloquio integrale di Francesco con il cappellano del carcere di Padova.
“Ci vuole coraggio – ha aggiunto il Papa - per pregare il Padre nostro. Ci vuole coraggio. Dico: mettetevi a dire «papà» e a credere veramente che Dio è il Padre che mi accompagna, mi perdona, mi dà il pane, è attento a tutto ciò che chiedo, mi veste ancora meglio dei fiori di campo. Credere è anche un grande rischio: e se non fosse vero? Osare, osare, ma tutti insieme. Per questo pregare insieme è tanto bello: perché ci aiutiamo l’un l’altro a osare”.
“Da bambini, a casa, quando il pane cadeva, - ha proseguito il Pontefice - ci insegnavano a prenderlo subito e baciarlo: non si buttava mai via il pane. Il pane è simbolo di questa unità dell’umanità, è simbolo dell’amore di Dio per te, il Dio che ti dà da mangiare. Quando avanzava, le nonne, le mamme cosa facevano (e fanno)? Lo bagnavano con il latte e ci facevano una torta, qualunque cosa: ma il pane non si butta”.
“Una volta – ha raccontato Papa Francesco - è venuta a Buenos Aires l’immagine della Madonna di Fatima e c’era una Messa per gli ammalati, in un grande stadio pieno di gente. Io ero già vescovo, sono andato a confessare e ho confessato, confessato, prima della Messa e durante. Alla fine non c’era quasi più gente e io mi sono alzato per andarmene, perché mi aspettava una cresima da un’altra parte. È arrivata però una signora piccolina, semplice, tutta vestita di nero come le contadine del Sud d’Italia quando sono in lutto, ma i suoi splendidi occhi le illuminavano il viso. «Lei vuole confessarsi» le ho detto, «ma non ha peccati.» La signora era portoghese e mi ha risposto: «Tutti abbiamo peccati…». «Stia attenta, allora: forse Dio non perdona.» «Dio perdona tutto» ha sostenuto con sicurezza. «E lei come fa a saperlo?» «Se Dio non perdonasse tutto» è stata la sua risposta, «il mondo non esisterebbe». Avrei voluto dirle: «Ma lei ha studiato alla Gregoriana!». È la saggezza dei semplici, che sanno di avere un padre che sempre li aspetta”.
“Quando ne abbiamo parlato la prima volta – ha sottolineato il direttore di Tv2000, Paolo Ruffini - eravamo affascinati dall’idea, e spaventati. Fare un programma sul Padre Nostro, sulla preghiera con la quale Gesù ha risposto ai discepoli che gli chiedevano “insegnaci a pregare”. Cercare di restituire a quelle parole, che conosciamo tutti, il loro valore originale. Provare attraverso la televisione (che consuma tutto così velocemente) a riflettere su questa preghiera, e riscoprirne la bellezza nascosta, la profondità, l’attualità. Cercare attraverso una serie di incontri, di racconti, di storie, le tracce perdute del Padre Nostro. Una strada difficile. Ma su questa strada abbiamo fatto incontri sorprendenti. E il più sorprendente di tutti è stato quello con il Papa. Inatteso. Un vero e proprio regalo”.
“Lavorare al programma di Tv2000 ‘Padre nostro’ – ha raccontato don Marco Pozza - è stato per me una quasi sfida: l'avevo recitata così tante volte in vita mia questa preghiera, che quasi quasi mi ero abituato. La recitavo in automatico, non riuscivo più a gustarne il sapore. Incontrare la gente che ho incontrato in questi tre mesi, storie note e storie meno note, nessuna differenza, ha significato anche guardarmi dentro, tornare a professare la mia fede con coraggio, rafforzare ragioni per dire Dio col cuore. È chiaro: quando, con il mio fantastico gruppo di lavoro, ho iniziato a lavorarci, non potevo immaginare che il buon Dio sarebbe stato così generoso negli incontri, fin quasi a chiedermi se era realtà o sogno. Da un certo punto in poi, per me non è più stato lavorare: avevo la netta sensazione di ascoltare delle catechesi che mi hanno fatto bene, sembravano scritte per me. La non-credenza di tanti di loro, la loro fede difficile, è stato il vestito in borghese che Dio ha usato per riaccendere nel mio cuore affaticato la passione per Lui. Tanti mi chiedono: ‘E di questa storia con Papa Francesco, cosa dici?’ Dico solo una cosa: ho avuto la netta percezione di conversare con un uomo che ha incontrato personalmente Cristo. Da quella sera in poi, tutto ha preso una piega inaspettata, che più bella non poteva essere: il suo esserci compagno in tutte le puntate, il libro scritto a quattro mani con lui, l'ultima puntata speciale. Di tutto quello che ho vissuto, quello che conservo nel cuore di questi mesi è un'immagine di Chiesa capace di lavorare assieme: Tv2000, la Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, la casa editrice LEV e la Rizzoli. È stato così bello da farmi
dire: ‘Perché non è sempre così?’ Spero, nel nostro piccolo, di aver contribuito a rendere feriali, a portata di labbra, queste parole
festive. Se non ci siamo riusciti, sappiate che ci rimane comunque la bellezza di averci provato”.
mercoledì 18 ottobre 2017
Conversazione di Papa Francesco sul Padre Nostro (TV2000)
Su Tv2000 Francesco risponde alle domande di Don Marco Pozza per il programma ‘Padre nostro’, in onda dal 25 ottobre alle ore 21. Dalla conversazione è nato anche il libro del Papa edito da Rizzoli e LEV in uscita in Italia il 23 novembre.
“Diciamo di essere cristiani, diciamo di avere un padre, ma viviamo come, non dico come animali, ma come persone che non credono né in Dio né nell’uomo, senza fede, e viviamo anche facendo del male, viviamo non nell’amore ma nell’odio, nella competizione, nelle guerre. È santificato nei cristiani che lottano fra loro per il potere? È santificato nella vita di quelli che assoldano un sicario per liberarsi di un nemico? È santificato nella vita di coloro che non si curano dei propri figli? No, lì non è santificato il nome di Dio”.
“Diciamo di essere cristiani, diciamo di avere un padre, ma viviamo come, non dico come animali, ma come persone che non credono né in Dio né nell’uomo, senza fede, e viviamo anche facendo del male, viviamo non nell’amore ma nell’odio, nella competizione, nelle guerre. È santificato nei cristiani che lottano fra loro per il potere? È santificato nella vita di quelli che assoldano un sicario per liberarsi di un nemico? È santificato nella vita di coloro che non si curano dei propri figli? No, lì non è santificato il nome di Dio”.
Così Papa Francesco nella conversazione con don Marco Pozza, teologo e cappellano del carcere di Padova, trasmessa nel programma ‘Padre nostro’ in onda su Tv2000 dal 25 ottobre ogni mercoledì alle 21. L’anteprima è stata presentata oggi pomeriggio nella Filmoteca Vaticana, alla presenza del Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, mons. Dario E. Viganò, del direttore di Tv2000, Paolo Ruffini, di don Marco Pozza e del regista Andrea Salvadore.
Dall’incontro, dalle parole e dalle risposte del Papa a don Marco è nato anche il libro ‘Padre nostro’ di Papa Francesco della casa editrice Rizzoli e la Libreria Editrice Vaticana, in uscita in Italia il 23 novembre. Le parole insegnate da Gesù entrano in risonanza con episodi della vita di Jorge Mario Bergoglio, con la sua missione apostolica e con le inquietudini e le speranze delle donne e degli uomini d’oggi, fino a diventare la guida per una vita ricca di senso e di scopo.
Il programma, nato dalla collaborazione tra la Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede e Tv2000, è strutturato in nove puntate, ogni mercoledì, nel corso delle quali don Marco incontra anche noti personaggi laici del mondo della cultura e dello spettacolo: Silvia Avallone, Erri De Luca, Maria Grazia Cucinotta, Simone Moro e Tamara Lunger, Carlo Petrini, Flavio Insinna, Umberto Galimberti, Pif. Le prime otto puntate sono introdotte dalle parole del Papa seguite dalla conversazione di don Marco con un ospite, mentre nell’ultima puntata viene trasmesso il colloquio integrale di Francesco con il cappellano del carcere di Padova.
“Ci vuole coraggio – ha aggiunto il Papa - per pregare il Padre nostro. Ci vuole coraggio. Dico: mettetevi a dire «papà» e a credere veramente che Dio è il Padre che mi accompagna, mi perdona, mi dà il pane, è attento a tutto ciò che chiedo, mi veste ancora meglio dei fiori di campo. Credere è anche un grande rischio: e se non fosse vero? Osare, osare, ma tutti insieme. Per questo pregare insieme è tanto bello: perché ci aiutiamo l’un l’altro a osare”.
“Da bambini, a casa, quando il pane cadeva, - ha proseguito il Pontefice - ci insegnavano a prenderlo subito e baciarlo: non si buttava mai via il pane. Il pane è simbolo di questa unità dell’umanità, è simbolo dell’amore di Dio per te, il Dio che ti dà da mangiare. Quando avanzava, le nonne, le mamme cosa facevano (e fanno)? Lo bagnavano con il latte e ci facevano una torta, qualunque cosa: ma il pane non si butta”.
“Una volta – ha raccontato Papa Francesco - è venuta a Buenos Aires l’immagine della Madonna di Fatima e c’era una Messa per gli ammalati, in un grande stadio pieno di gente. Io ero già vescovo, sono andato a confessare e ho confessato, confessato, prima della Messa e durante. Alla fine non c’era quasi più gente e io mi sono alzato per andarmene, perché mi aspettava una cresima da un’altra parte. È arrivata però una signora piccolina, semplice, tutta vestita di nero come le contadine del Sud d’Italia quando sono in lutto, ma i suoi splendidi occhi le illuminavano il viso. «Lei vuole confessarsi» le ho detto, «ma non ha peccati.» La signora era portoghese e mi ha risposto: «Tutti abbiamo peccati…». «Stia attenta, allora: forse Dio non perdona.» «Dio perdona tutto» ha sostenuto con sicurezza. «E lei come fa a saperlo?» «Se Dio non perdonasse tutto» è stata la sua risposta, «il mondo non esisterebbe». Avrei voluto dirle: «Ma lei ha studiato alla Gregoriana!». È la saggezza dei semplici, che sanno di avere un padre che sempre li aspetta”.
“Quando ne abbiamo parlato la prima volta – ha sottolineato il direttore di Tv2000, Paolo Ruffini - eravamo affascinati dall’idea, e spaventati. Fare un programma sul Padre Nostro, sulla preghiera con la quale Gesù ha risposto ai discepoli che gli chiedevano “insegnaci a pregare”. Cercare di restituire a quelle parole, che conosciamo tutti, il loro valore originale. Provare attraverso la televisione (che consuma tutto così velocemente) a riflettere su questa preghiera, e riscoprirne la bellezza nascosta, la profondità, l’attualità. Cercare attraverso una serie di incontri, di racconti, di storie, le tracce perdute del Padre Nostro. Una strada difficile. Ma su questa strada abbiamo fatto incontri sorprendenti. E il più sorprendente di tutti è stato quello con il Papa. Inatteso. Un vero e proprio regalo”.
“Lavorare al programma di Tv2000 ‘Padre nostro’ – ha raccontato don Marco Pozza - è stato per me una quasi sfida: l'avevo recitata così tante volte in vita mia questa preghiera, che quasi quasi mi ero abituato. La recitavo in automatico, non riuscivo più a gustarne il sapore. Incontrare la gente che ho incontrato in questi tre mesi, storie note e storie meno note, nessuna differenza, ha significato anche guardarmi dentro, tornare a professare la mia fede con coraggio, rafforzare ragioni per dire Dio col cuore. È chiaro: quando, con il mio fantastico gruppo di lavoro, ho iniziato a lavorarci, non potevo immaginare che il buon Dio sarebbe stato così generoso negli incontri, fin quasi a chiedermi se era realtà o sogno. Da un certo punto in poi, per me non è più stato lavorare: avevo la netta sensazione di ascoltare delle catechesi che mi hanno fatto bene, sembravano scritte per me. La non-credenza di tanti di loro, la loro fede difficile, è stato il vestito in borghese che Dio ha usato per riaccendere nel mio cuore affaticato la passione per Lui. Tanti mi chiedono: ‘E di questa storia con Papa Francesco, cosa dici?’ Dico solo una cosa: ho avuto la netta percezione di conversare con un uomo che ha incontrato personalmente Cristo. Da quella sera in poi, tutto ha preso una piega inaspettata, che più bella non poteva essere: il suo esserci compagno in tutte le puntate, il libro scritto a quattro mani con lui, l'ultima puntata speciale. Di tutto quello che ho vissuto, quello che conservo nel cuore di questi mesi è un'immagine di Chiesa capace di lavorare assieme: Tv2000, la Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, la casa editrice LEV e la Rizzoli. È stato così bello da farmi dire: ‘Perché non è sempre così?’ Spero, nel nostro piccolo, di aver contribuito a rendere feriali, a portata di labbra, queste parole festive. Se non ci siamo riusciti, sappiate che ci rimane comunque la bellezza di averci provato”.
‘Padre nostro’ su Tv2000 - Conversazione tra Papa Francesco e don Marco Pozza.
mercoledì 20 luglio 2016
La preghiera secondo Gesù
Bill Viola, Catherine’s Room (La stanza di Caterina), 2001, Video, 5 schermi piatti, 381 x 2460 x 570 mm, Tate Modern, Londra
24 luglio 2016
XVII domenica del tempo Ordinario anno C
di ENZO BIANCHI
XVII domenica del tempo Ordinario anno C
di ENZO BIANCHI
Lc 11,1-13
In quel tempo Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: «Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli», e se quello dall'interno gli risponde: «Non m'importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani», vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: «Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli», e se quello dall'interno gli risponde: «Non m'importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani», vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Il brano del vangelo di questa domenica è in realtà composto di tre parti: la preghiera di Gesù (vv. 1-4), la parabola dell’amico insistente (vv. 5-8) e infine la sua applicazione (vv. 9-13). Tutto il brano si regge sull’informazione dataci da Luca a proposito degli atteggiamenti di Gesù durante il viaggio verso Gerusalemme (cf. Lc 9,51). Anche in questo camminare Gesù si fermava, sostava e pregava: i discepoli lo vedevano impegnato in questa azione fatta certamente in un modo che li colpiva e li interrogava.
Proprio alla fine di una di queste soste in preghiera, non sappiamo in quale ora della giornata, se al mattino o alla sera, un discepolo gli chiede di insegnare a tutta la comunità come pregare, sull’esempio di ciò che aveva fatto Giovanni il Battista con quanti lo seguivano. In risposta, Gesù consegna una preghiera breve, essenziale che Luca e Matteo (cf. Mt 6,9-13) ci hanno trasmesso in due versioni. Quella di Luca è più breve, costituita innanzitutto da due domande che hanno un parallelo nella preghiera giudaica del Qaddish: la santificazione del Nome e la venuta del Regno. Seguono poi tre richieste riguardo a ciò che è veramente necessario al discepolo: il dono del pane di cui si ha bisogno ogni giorno, la remissione dei peccati e la liberazione dalla tentazione. Preghiera semplice quella del cristiano, senza troppe parole, ma piena di fiducia in Dio – invocato come Padre – nel suo Nome santo, nel suo Regno che viene. Avendo commentato più volte il “Padre nostro”, vorrei qui sostare piuttosto sui versetti seguenti, quelli che contengono la parabola e la sua applicazione.
Questa parabola è riportata solo da Luca, il quale vuole presentare la preghiera di domanda come preghiera insistente, assidua, che non viene meno ma che sa mostrare davanti a Dio una determinazione e una perseveranza fedele. Gesù intriga gli ascoltatori, li coinvolge e per questo, invece di raccontare una storia in terza persona, li interroga: “Chi di voi…?”. È una parabola che narra ciò che può accadere a ciascuno degli ascoltatori:
Chi tra voi, se ha un amico e va a casa sua a mezzanotte e gli dice: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”, lo sente rispondere dall’interno: “Non procurarmi molestie! La porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me! Non posso alzarmi per darteli”? Vi dico: anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua insistenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Parabola semplice, che vuole mostrare come l’insistenza di una domanda provochi la risposta anche da parte di chi, pur essendo amico, sulle prime non è disposto a esaudirla. Sì, è l’insistenza (persino noiosa!) dell’amico e non il sentimento dell’amicizia a causare l’esaudimento e il conseguente dono: con la sua ostinata domanda un amico importuno può fare cambiare parere a un altro amico importunato.
Proprio perché le cose vanno così, Gesù allora commenta:
Chiedete e vi sarà dato,
cercate e troverete,
bussate e vi sarà aperto.
cercate e troverete,
bussate e vi sarà aperto.
È vero che non si usa esplicitamente il verbo “pregare”, ma è evidente che Gesù si riferisce sempre alla preghiera, proprio in risposta alla domanda iniziale del discepolo. Chiedete – raccomanda Gesù – cioè non abbiate paura di chiedere a Dio che è Padre, chiedete con semplicità, sicuri di essere esauditi da chi vi ama, e chiedete senza stancarvi mai. Si tratta di cercare con la convinzione della necessità della ricerca, con la convinzione che c’è qualcosa che vale la pena di essere cercato, a volte faticosamente, a volte lungamente, ma occorre essere certi che prima o poi si giungerà a trovare. Dove c’è una promessa, si tratta di attendere vigilanti, di cercarne l’esaudimento. Si tratta anche di bussare a una porta: se si bussa, è perché c’è speranza che qualcuno dal di dentro apra e ci accolga, ma a volte occorre bussare ripetutamente…
Di conseguenza, ci poniamo subito la domanda: perché Dio ha bisogno di essere più volte supplicato, perché vuole essere cercato, perché vuole che bussiamo ancora e ancora? Ne ha così bisogno? No, siamo noi che abbiamo bisogno di chiedere, perché siamo dei mendicanti e non vogliamo riconoscerci tali; siamo noi che dobbiamo rinnovare la nostra ricerca di ciò che è veramente necessario; siamo noi che dobbiamo desiderare che ci sia aperta una porta, in modo da poter incontrare chi ci accoglie. Dio non ha bisogno della nostra insistente preghiera, ma siamo noi ad averne bisogno per imprimerla nelle fibre della nostra mente e del nostro corpo, per aumentare il nostro desiderio e la nostra attesa, per dire a noi stessi la nostra speranza.
Ma a questa parabola e al suo primo commento Gesù aggiunge un’altra applicazione, sempre breve e sempre in forma interrogativa:
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà forse una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà forse uno scorpione? O se gli chiede un pane, gli darà forse un sasso (quest’ultima aggiunta è presente solo in una parte della tradizione manoscritta)?
Ecco, questo non avviene tra un padre e un figlio, perché il legame di sangue impedisce un simile comportamento paterno, anche in caso di scarso affetto. A maggior ragione – dice Gesù – se questo non avviene tra voi che siete cattivi, eppure sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre che è nel cielo darà lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono.
Quest’ultima parola di Gesù è stata meditata poco e con poca intelligenza dalla chiesa stessa negli ultimi secoli. Gesù sa, e per questo lo dice con franchezza, che noi umani siamo tutti cattivi (poneroí), perché in noi c’è una pulsione, un istinto a pensare a noi stessi, ad affermare noi stessi, alla philautía, l’amore egoistico di sé. Eppure, anche se questa è la nostra condizione, siamo capaci di azioni buone, almeno nel caso di un rapporto famigliare tra padre e figlio. Ebbene, se noi, pur nella nostra cattiveria, diamo cose buone ai figli che ce le chiedono, quanto più Dio, che “è il solo buono” (agathós: Lc 18,19), darà cose buone a chi gliele chiede! Ma come dimenticare che sovente abbiamo fatto di Dio un padre più cattivo dei nostri padri terreni? Scriveva Voltaire: “Nessuno vorrebbe avere come padre terreno Dio”, ed Engels gli faceva eco: “Quando un uomo conosce un Dio più severo e cattivo di suo padre, allora diventa ateo”. È così, ed è avvenuto così perché la chiesa ha dato un’immagine di Dio come giudice severo, vendicativo e perverso, fino a spingere gli umani ad abbandonare un tale Dio e a negarlo! Gesù invece ci parla di un Dio Padre più buono dei padri di cui abbiamo fatto esperienza, insegnandoci che sempre Dio ci dà cose buone quando lo invochiamo.
Ma in questo brano c’è una precisazione importante e decisiva a proposito della preghiera. Luca si discosta dalla versione di queste parole di Gesù fornita da Matteo, perché sente il bisogno di chiarirle e di spiegarle. Sì, è vero che Dio ci esaudisce con cose buone (cf. Mt 7,11), ma queste non sempre sono quelle da noi giudicate buone. La preghiera non è magia, non è un “affaticare gli dèi” – come scriveva il filosofo pagano Lucrezio (La natura delle cose IV,1239) – o uno stordire Dio a forza di parole moltiplicate, dice altrove Gesù (cf. Mt 6,7-8). Dio non è a nostra disposizione per esaudire i nostri desideri, spesso egoisti ma soprattutto ignoranti, in senso letterale: non sappiamo ciò che vogliamo! Ecco perché – precisa la versione lucana – “le cose buone” sono in realtà “lo Spirito santo”. Sempre Dio ci dà lo Spirito santo, se glielo chiediamo nella preghiera, e lo Spirito che scende nella nostra mente e nel nostro cuore, lui che si unisce al nostro spirito (cf. Rm 8,16), è la risposta di Dio. Ma è bene fare un esempio, a costo di essere brutali. Se io, affetto da una grave malattia, chiedo a Dio la guarigione, non è detto che questa si verifichi effettivamente, ma posso essere certo che Dio mi darà lo Spirito santo, forza e amore per vivere la malattia in un cammino in cui continuare ad amare e ad accettare che gli altri mi amino. Questo è l’esaudimento vero e autentico, questo è ciò di cui abbiamo veramente bisogno!
sabato 19 marzo 2016
170 volte “Abbà”

di Silvia Lucchetti per aleteia
“Il canto del pane” di padre Ermes Ronchi (Edizioni San Paolo) è un commento biblico, teologico e lirico alla preghiera del Padre Nostro in cui è racchiusa la sostanza del cristianesimo: la relazione tra Dio e l’uomo.
La potenza e la bellezza del messaggio evangelico sono custodite “non in una dottrina o in un insieme di dogmi” ma in una preghiera al Padre. Spesso però chi la recita non avverte l’esclusività del rapporto con Dio, e l’orazione gli appare come un monotono ripetersi di parole prive di significato. Il libro accompagna il lettore in un percorso di riscoperta del valore della preghiera, del senso profondo dell’essere credenti e oranti, scandito dai versi del Padre Nostro che fanno da titolo ai capitoli del libro.
«In ogni epoca i cristiani hanno tentato di giungere all’essenza, al nocciolo del cristianesimo. Ebbene, il Vangelo stesso ce lo trasmette con il Padre Nostro. È in una preghiera, e non in una dottrina o in un insieme di dogmi, che è riassunto il messaggio di Gesù. E ciò è denso di significato: pregare è l’evangelo. Buona, lieta e umana notizia fatta risuonare in una cultura che ha perso la fiducia, piena di divinità irate e di miti sfiduciati. Preghiera è relazione. Il Vangelo non si riassume in una verità, bensì in una relazione».
Ma come e da dove nasce la preghiera in generale, e il Padre Nostro in particolare?
«In principio non c’è la preghiera. In principio c’è uno shock esistenziale (L. Boff). La preghiera non è il primo atto dell’uomo. Prima c’è un’esperienza, un grido, la passione del dolore, un amore, la carezza della gioia. Ed è da questa sorgente che nasce l’orazione come supplica e come canto, talvolta come contestazione. Bisogna essere ben vivi per saper pregare. (…) Abbà è la parola chiave del Vangelo, un termine aramaico (la lingua materna di Gesù) che anche i cristiani di lingua greca ripetono. Paolo afferma che lo Spirito in noi prega gridando. “Abbà – Padre” (Gal. 4,6). È questa una delle pochissime parole che sappiamo pronunciate così, con questo suono, da Gesù stesso. Una parola detta nell’orto dell’agonia, nel momento della scelta decisiva: riuscire a chiamare Dio come Padre nel momento in cui la prospettiva è quella di una morte infamante e dolorosa, significa accettare di restare fedele a Dio, costi quel che costi; significa la fiducia che oltre le soglie della morte la vita non affonderà nel nulla, ma fra le braccia di un amore. Il Padre Nostro lo si capisce solo in questa situazione di shock esistenziale».
Perché è così difficile per noi chiamare Dio “papà”?
«(…) Gesù diceva: Abbà. Tutte le preghiere che gli evangelisti ci hanno tramandato iniziano con questa parola: Padre. Per 170 volte ricorre nei Vangeli questo termine che è una delle caratteristiche inconfondibili di Gesù. (…) La singolarità del rapporto di Gesù con il Padre è una costante di tutti e quattro i Vangeli. E lo rivela anche l’uso sorprendente di alcune formule: Gesù parla sempre di “mio Padre”. Gesù aveva coscienza di una relazione unica, e non estensibile, con il Padre. (…) Ma Gesù diceva: “Abbà”. Abbà è la parola aramaica con cui i bambini in casa chiamano il papà; fuori casa, il figlio che incontra il genitore, lo chiama “Signore”. In casa, anche il figlio sposato si rivolge al genitore con “abbà”. È la parola più confidenziale, più affettuosa, più familiare. (…) E qui dobbiamo confessare che anche per noi è insolito e strano rivolgerci a Dio con l’appellativo di papà; anche per noi, ancora oggi, il messaggio di Cristo suona sconcertante e l’abbiamo talvolta travisato o corretto, talvolta velato o dimenticato. (…) In questa parola “abbà” è l’originalità dell’esperienza di Gesù. E dice che l’identità della vita, il nome del vivere, è l’amore».
Nel rivolgerci al Signore chiamandolo “papà” «scopriamo allora di avere un Padre, che non nasciamo per una combinazione casuale di cellule, che non si vive per coincidenze, né si muore per caso, votati al nulla, ma che tutto è sotto il segno della paternità. (…) Perciò la prima parola della preghiera è Padre, anzi papà, cioè una vibrazione, una totalità, una modulazione della gamma dell’amore. Un amore sorgivo, iniziale, primordiale: la radice della preghiera e della fede e di tutta la religione è ciò che Dio ha fatto per me, non ciò che io faccio per Dio. Pregare dicendo Padre è entrare in una struttura di fiducia(…)».
“Nessuno può vivere senza pregare” e senza un “altro” a cui chiedere aiuto scrive nella presentazione al libro padreDavid Maria Turoldo. Tutti, anche l’ateo, hanno bisogno di un qualcuno a cui rivolgersi. Tale necessità comporta una riflessione fondamentale che l’uomo oggi tende a rifiutare allontanandosi così da Dio e dalla verità sulla sua natura:non mi basto, non mi genero da solo, tutti abbiamo bisogno dell’altro.
«La prima esperienza di umanità che noi tutti facciamo è quella della filialità: noi esistiamo perché figli. Figli di un uomo e di una donna e del loro amore, figli di una storia, figli di Dio. La prima esperienza è l’essere generati, da altri, a una vita che non è mia, che viene prima di me e che va oltre me. A una vita che è dono. La prima esperienza è che nessuno è figlio di se stesso. La prima parola del Padre Nostro ci apre alla trascendenza. Questa parola grossa, difficile, indica la manifestazione di un “al-di-là”, di un “altrimenti” che un uomo e una donna annunciano come il segreto del loro modo di vivere. Il mio segreto è un “oltre”. Questo affermo quando dico “Padre”: il mio segreto è oltre me».
I discepoli chiedono a Gesù “insegnaci a pregare”, che significa rivelaci «un modo di stare davanti a Dio, un modo di stare con gli altri e di vivere nel mondo», e i quattro evangelisti apportano ritocchi e aggiunte differenti alle parole che il Signore indica per rivolgersi al Padre, perché «le parole possono variare, ma il contenuto e il cuore sono gli stessi» scrive l’autore. La preghiera non è una formula fissa «ma il gemito e il fuoco di una passione unica per la vita».
Perché oggi la preghiera riscuote così scarse “quotazioni” anche fra gli stessi cristiani? Pregare è esattamente agli antipodi dell’egocentrismo che oggi è l’atteggiamento dominante nella vita dell’uomo occidentale. La preghiera è la negazione del narcisismo e del mito dell’autosufficienza: è l’affermazione del “noi”, del legame che ci unisce gli uni agli altri, dell’appartenenza ad una comunità che per il cristiano è l’Ecclesia, in cui ci si riconosce fratelli e figli del Padre.
«Il Padre Nostro è una preghiera “espropriata”, l’orazione in cui mai si dice “io”, mai “mio”, la preghiera in cui si è liberi dalla tirannia di questo “io” che vuole mettersi al centro. Il primo atteggiamento per pregare è un decentramento, è imparare a dire TU: il tuo nome, il tuo Regno, la tua volontà; e – di conseguenza – è imparare a dire noi: il nostro pane, i nostri debiti, il nostro male. Pregare è decentrarsi dal proprio io e ricentrarsi nella relazione. In questa preghiera la passione per il cielo si coniuga con la passione per la terra. E la causa dell’uomo diventa la causa di Dio. Qui udiamo la sua voce che continuamente dice: “va’”, che continuamente chiama e dice “vieni”. (…) Non si può pregare se non si ama con la stessa intensità cielo e terra. Il Padre Nostro è la preghiera degli appassionati: è nata da una immensa passione ed è destinata non a grigi impiegati, ma a gente ben viva, appassionata di Dio e degli uomini».
Nel Padre Nostro l’uomo ritorna all’essenziale, agli aspetti fondamentali della vita: scopre di avere un padre che lo ama, che provvede alla sua esistenza donandogli ilpane quotidiano e che lo libera dal male.
«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete».
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sabato 18 aprile 2015
Il Padre Nostro di Simone Weil. Verità e coscienza

(Antonella Lumini) È uscita recentemente, presso l’editore Castelvecchi, una nuova edizione del breve, ma densissimo commento al Padre Nostro di Simone Weil(Roma, Castelvecchi, 2015, pagine 40, euro 7,50) nella traduzione e per la cura di Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito, da tempo attenti studiosi dell’opera weiliana. Il Pater fa parte della raccolta di scritti pubblicata da padre Joseph-Marie Perrin nel 1950 con il titoloAttesa di Dio, più volte uscita anche in italiano.
Ebrea di origine, presa in Cristo, ma per vocazione rimasta sulla soglia della Chiesa, nella sua Autobiografia spirituale Weil confida di avere imparato a memoria il Pater in lingua greca e di essersi imposta di «recitarlo una volta ogni mattina». Questa preghiera, recitata nella massima attenzione, assume per lei, che non poteva ricevere i sacramenti, valore sacramentale.Weil, straordinaria ed estrema figura, la cui esperienza mistica è universalmente riconosciuta, conduce la sua riflessione su un piano prettamente spirituale. Emerge immediatamente il tema della trascendenza. Afferma: «Il Padre che è nei cieli. Non altrove», per sottolineare che «se crediamo di avere un Padre quaggiù, non è lui, è un falso Dio». Non possiamo farci un Dio a nostra immagine, secondo parametri umani. «Verso di lui possiamo solo dirigere il nostro sguardo». Non si può guardare a lui come a un oggetto, ma solo «mutare la direzione dello sguardo. Sarà lui a cercarci».
L’irruzione di Dio nell’anima costituisce l’imprevisto che totalmente sorprende. È questo contatto che provoca lo spostamento e che fa percepire come in realtà proprio il «trascendente» sia «la nostra patria». Il movimento è reciproco: più l’anima tende all’eterno, più Dio discende nel tempo. I due piani non devono essere confusi, eppure la distanza che separa può essere colmata: «A volte durante questa recitazione o in altri momenti, il Cristo è presente in persona, ma con una presenza infinitamente reale, più toccante, più nitida, più colma d’amore di quella prima volta in cui il Cristo mi ha presa».
Non bisogna cercare di adattare Dio a categorie umane, bensì lasciarsi prendere. «Solo Dio ha il potere di nominare se stesso». Il suo nome è il Verbo. Il Verbo è il mediatore attraverso cui «lo spirito umano può cogliere qualcosa di lui». Dio rimane trascendente, ma attraverso il Verbo, si rende visibile all’anima nella bellezza, nell’ordine del mondo. Questo nome è la santità stessa e «non ha bisogno di essere santificato».
Chiedere però che sia santificato è la «richiesta perfetta», è chiedere che ciò che è, possa essere. Non solo nell’eterno, ma anche nel tempo, all’interno del contesto umano. La distanza che «inchioda» al tempo è il desiderio egoico. Solo se lo incanaliamo dentro questa richiesta perfetta può trasformarsi in una «leva» capace di strapparci «dalla prigione dell’io».
Affiora il tema della «decreazione», dell’annientamento dell’io, della morte a se stessi. Quando l’anima nuda non chiede più nulla, ma solo eleva il suo grido, lo Spirito Santo la ricolma pienamente. Allora è vicino il «regno che deve venire». Il tema della volontà si interseca con quello della necessità.
Tutto è conforme alla volontà di Dio, ma Weil osserva che chiedere «sia fatta la tua volontà» non riguarda la realtà eterna, bensì quanto avviene nel tempo. Esprime l’aspirazione a rendere conforme «ciò che avviene nel tempo alla volontà divina». Dopo che l’anima si è denudata e ha imparato a rivolgere il suo desiderio verso l’eterno, può rivolgerlo di nuovo verso il tempo. «Allora il nostro desiderio squarcia il tempo per trovarvi dentro l’eternità». Solo così, quanto appartiene al tempo, comincia a uniformarsi all’ordine divino. In sintesi, le prime tre richieste consistono nell’«abbandonare tutti i desideri per quello della vita eterna», non bisogna però restare attaccati neppure a questo, «anche la vita eterna occorre desiderarla con rinuncia».
Nella seconda parte il tratto più significativo consiste nella traduzione del termine greco epioúsion in soprannaturale, riprendendo la vulgata che traduce supersubstantialem. «Il Cristo è il nostro pane», ed è sempre presente, ma la sua presenza in noi dipende dal nostro consenso, che ha valore solo per l’attimo presente: «È il sì nuziale». È il consenso accordato dalla parte eterna dell’anima.
Tutti gli egoismi, gli attaccamenti ai quali siamo assuefatti, costituiscono invece il «pane di quaggiù» al quale bisogna imparare a rinunciare. Il soprannaturale agisce nel naturale, la presenza di Cristo agisce nell’umanità di coloro che acconsentono. Dove trova apertura s’incarna e trasforma.
L’idea di un cristianesimo incarnato porta Simone Weil a superare l’impianto metafisico del suo stesso pensiero. «Esiste un’energia trascendente, la cui fonte è in cielo, che fluisce in noi dal momento in cui la desideriamo». C’è un piano superiore che strappa dalla necessità, purché lo vogliamo.
L’umanità è convinta di vantare crediti su ogni cosa, in realtà c’è un ingannevole credito del passato sull’avvenire, una catena di cause e di effetti che ricadono pesantemente sulla storia. Weil ribalta completamente la prospettiva: «Nostri debitori sono tutti gli esseri, tutte le cose, l’Universo intero». Nel cieco determinismo, le cui cause rimangono ignote, scorge «i miserabili frutti di male e di errore» dei peccati compiuti nel passato, che determinano pesantemente il futuro. «Finché ci aggrappiamo al passato, neppure Dio può impedire che dentro di noi si produca questa orribile fruttificazione».
La remissione dei debiti comporta dunque la rinuncia a se stessi, «a tutto ciò che chiamo io». Coincide con quella povertà di spirito delle beatitudini a cui conduce il processo di «decreazione», la morte mistica. «Se accettiamo la morte fino in fondo, possiamo chiedere a Dio di farci vivere purificati dal male che è in noi». Nell’insieme un bellissimo richiamo alla verità e alla coscienza.
L'Osservatore Romano
lunedì 23 febbraio 2015
Yemen, gli ultimi ebrei
di Laura Silvia Battaglia
Per una ventina di giorni Sulaiman Marrahabi non è uscito dal tourist compound dove vive e non ha nemmeno voluto che nessuno lo andasse a trovare. Si è giustificato così: «La nuova situazione politica in Yemen mi preoccupa». Poi, dopo un paio di mesi, si è convinto quantomeno a ricevere visite ma non nasconde la sua agitazione da quando i ribelli sciiti hanno in mano la capitale. Sulaiman è uno dei pochissimi ebrei yemeniti rimasti che vivono nell’ex Arabia Felix. Sono 84 persone in totale, di cui 55 nella capitale Sanaa, distretto di Tourist city di fronte all’ambasciata americana. Proprio due famiglie di sei persone sono state appena evacuate il 15 febbraio e trasferite con un volo charter in Israele. Gli altri 29 ebrei sono dislocati nel distretto di Raidah, nella provincia di Amran. Per tutti sarebbe pronto un programma di trasferimento nella Terra promessa, secondo il
Jerusalem Post.
Vivono in concreto apartheid fisico e culturale dal 2008, da quando cioè ricevettero un ultimatum all’esodo dalla comunità Houti, musulmana sciita, nel Nord del Paese, a Sada. E oggi, queste 55 persone a suo tempo sfollate da Sada a Sanaa, sono ancora più preoccupate a causa del cambio della guardia al governo del Paese e al maggiore spazio dato alla minoranza sciita nei posti chiave (dall’esercito ai ministeri), dopo una breve guerra civile nella capitale durata una settimana nel settembre dello scorso anno.
Qui, nella tana di al-Qaeda, nessuno si preoccupa più di loro, nemmeno nella Giornata della memoria. Ma c’è un motivo preciso che non è religioso e non è culturale ma politico. Gli ebrei yemeniti, pur essendo pochissimi, sono stati travolti dalla intransigenza degli Houti che, al grido «Morte all’America, morte a Israele», hanno lanciato le loro milizie ispirate a Hezbollah in tutte le aree a nord di Sanaa, hanno fatto piazza pulita di chiunque si opponesse loro – capi tribù, istituzioni governative –, imponendosi con la forza, fino ad arrivare a conquistare la capitale, complice la debolezza del governo, la mancanza di sicurezza e la scarsa leadership post-rivoluzione dei Fratelli musulmani, che iniziava a riprodurre i modelli familistici dell’ex dittatore Saleh. Nella comunità di Sada, nell’area di al-Salem, hanno sempre vissuto in armonia con gli altri yemeniti: «Tradizioni e famiglie separate, certo, ma condivisione degli eventi storici familiari in relazioni di lavoro e buon vicinato», ricorda Suleiman. Del resto, gli ebrei yemeniti sono sempre stati rispettati e apprezzati per le loro capacità artigiane
come gioiellieri e carpentieri. Fino a quel giorno del 2008: «La lettera degli Houti ci intimava di sfollare in dieci giorni. Se non lo avessimo fatto ci avrebbero ucciso. L’accusa era di essere collaborazionisti dei governi di Israele e Stati Uniti tramite l’allora governo di ’Ali ’Abd Allah Saleh». Il governo yemenita si premurò comunque di salvare la comunità. Gli ebrei di Sada rimasero per un mese in hotel, poi vennero trasferiti nella capitale in elicottero.
Il rabbino Youssif Salem Musa racconta tra le lacrime che hanno dovuto lasciare case e proprietà senza poterle rivendicare. Oggi le loro terre, le case e financo la loro grande biblioteca che contiene un’antica Torah e altri libri sacri, vecchi di duecento anni, sono state distrutte dagli Houti. Le terre confiscate senza possibilità di reclamo.
Habboub Salim Musa è il rappresentante della comunità: «Dal 2008 il governo ci ha concesso un trilocale a famiglia per quattordici famiglie in tutto, una fornitura mensile di beni alimentari di prima necessità, dallo zucchero, al riso, alla farina, e un assegno mensile di 185 dollari per l’acquisto di carne, frutta e ortaggi. Ogni uomo riceve anche un assegno mensile di cinquemila riyal» (circa venti euro). La ragione è semplice: nessuno di loro può aprire un negozio e l’unico ebreo della comunità che aveva un impiego governativo è un coltivatore. Da quando un membro della comunità è stato ucciso a freddo nel 2012 al mercato del qat (la droga leggera locale diffusa dappertutto), senza alcuna ragione apparente, tutti hanno paura. L’uomo non aveva precedenti penali, non aveva litigato con nessuno. Così, il rabbino
Yahia Yusuf spiega che «i movimenti dei membri della comunità sono molto limitati ». Infatti Sulaiman non si avventura da nessuna parte fuori di qui: «La mia vita è nel compound ma sogno di tornare nella mia terra. Temo però che farò la fine di molti parenti. Sono emigrati in Israele alcuni anni fa e non metteranno più piede qui, nemmeno per morire». Prima del 1948 gli ebrei in Yemen erano 63mila. Tra giugno 1949 e il settembre 1950 la stragrande maggioranza della popolazione ebraica dello Yemen è stata trasferita in Israele con l’Operazione “Magic Carpet”.
Haim Hashash è uno di costoro e non vuole riaprire quella botola. Alla fine lo fa dopo molte insistenze e inizia cantando una canzone di Rabbi Shabazi sulla Terra promessa. Per lui che ha novant’anni e che dal 1948 vive in Israele, tornare alle memorie precedenti lo sfollamento è una violenza: «Lo Yemen è il luogo più bello del mondo: rimuovo sempre la certezza che io non possa più tornarci. Però nella mia infanzia abbiamo sempre vissuto con il mito della Terra promessa e tutti gli ebrei dello Yemen fecero di tutto per andarci. Il governo di Israele ha sempre facilitato i trasferimenti, non senza chiedere innumerevoli permessi ai governi succedutisi nel tempo». Nella sua storia, l’esodo non fu necessario fino al 1947, per un motivo molto preciso: «Nel tempo, la nostra serenità e incolumità è stata garantita dai singoli imam. Anche nella nostra località, al-Tawila, vicino a Sanaa, l’ago della bilancia è stato l’imam». Haim ha un grande ricordo di lui, della sua saggezza, del fatto che proteggesse la comunità. Assassinato nel 1947, – in concomitanza con la rivoluzione del generale Rais al-Jamal, che cambiò il volto al vecchio Yemen – l’imam “buono” lasciò il posto al caos: «Iniziarono per noi ruberie, minacce, violenze, finché non siamo scappati verso il campo Hashed vicino ad Aden. Qui un aereo israeliano ci ha portato nella Terra promessa». Haim Hashash ha gli occhi che sono già due otri di lacrime. Ha smesso di giocherellare con le mani e chiede solo di non parlare più. La sua Terra promessa resta sempre quella che ha lasciato.
Avvenire
martedì 28 ottobre 2014
Zizi sexuel
di Tommaso Scandroglio
Premi un pedale ed un pene diventerà eretto. Premilo ancora ed eiaculerà. Non si tratta di un gadget di un pornoshop bensì di uno “strumento interattivo educativo” per bambini, uno dei tanti presenti alla mostra “Zizi sexuel” che si tiene presso i padiglioni del Museo della Scienza e dell'Industria di Parigi. La parola francese “zizi” potrebbe essere da noi tradotta come “pisellino”. La mostra è rivolta ai bambini tra i 9 e 14 anni e vuole introdurre queste anime candide alla scoperta del sesso. Come se questi bambini una volta diventati ragazzini non diventeranno dei veri e propri sommozzatori nel mare magnum del sesso.
Dunque, oltre al manichino che si eccita se il bimbo pigia un pedale – e così gli imberbi penseranno che schiacciarsi un piede sia la cosa più eccitante che esista – vi sono altre curiosità pedopornografiche. C'è una campana con moltissimi profilattici colorati e ben gonfiati, una sagoma di una donna nuda senza testa dove le bambine possono metterci la loro di testa per provare l’”ebbrezza” di mostrarsi nude davanti a tutti, un letto dove i bambini guardano scene di sesso. In una stanza poi c’è la possibilità di ascoltare la descrizione di cosa sia la masturbazione o l’omosessualità. In questa stanza è vietato l’ingresso degli adulti, perché l’innocente non sa difendersi, ma papà e mamma invece monterebbero su tutte le furie se sapessero cosa passa in quelle cuffie e dunque è bene tenerli a distanza.
Vi è poi un libretto fornito a tutti i piccoli visitatori in cui accanto a scene di sesso esplicito ci sono anche scene violente. Per gli insegnanti più puritani esiste invece un vademecum sulla mostra e al fine di preservarli dallo scandalo vi sono contenute affermazioni rassicuranti come «la pornografia non recherà disturbo in merito alle condotte della futura vita sessuale dei bambini».
Il ministero dell’Educazione ha patrocinato l’iniziativa finanziandola e si è premurato di invitare migliaia di classi a questa mostra, o “mostro”, spesso all’insaputa dei genitori. All’ombra della Torre Eiffel la pedofilia è affare di Stato. Naturalmente chi ha organizzato l’evento non trova nulla da ridire sui messaggi espliciti e pornografici a cui sono esposte le verdissime coscienze del giovane pubblico. «La mostra cerca di veicolare i valori essenziali e universali: l'amore, l'amicizia, il consenso e l'uguaglianza tra l'uomo e la donna. Cerca di rispondere alle domande tipiche dei più piccoli, come nascono i bambini, che cosa è l'amore», ha spiegato la curatrice della mostra, Maud Gouy. «Penso che sia importante», ha continuato la Gouy, «che l'esposizione parli di omosessualità e che spieghi che gli insulti sessisti sono un reato. É una parte importante dell'educazione civica e alla sessualità. Chi viene alla mostra non troverà nulla di scioccante». E a proposito di reati, l’associazione Sos Education ha lanciato una petizione contro questa esposizione, anzi: esibizione. Petizione che ha raccolto sin ora 35mila firme.
Stessa aria di violenza psico-sessuale a danno dei minori la respiriamo a Trondheim, in Norvegia. Presso l’istituto Breidablkk, ai bambini di prima elementare è stato chiesto di scrivere sotto l’immagine di un elefante quale animale vedessero. Peccato che – e ci scuseranno i lettori per tanta crudezza di descrizione - l’elefante con la propria proboscide stia aspirando sperma dal pene eretto di un uomo nudo appoggiato a un albero di mele. Il compito era da fare a casa e a casa non pochi genitori sono saltati sulla loro sedia Ikea (che è svedese ma poco importa). Norvegesi liberal e disinibiti sì, ma fino ad un certo punto. Henri Merge, l’autrice del disegno, ovviamente ha detto che non ne sapeva nulla, che questo bozzetto come tanti altri è in rete e dunque a disposizione di tutti. Proprio tutti, tanto che il ministro della Cultura realizzò tempo fa anche una mostra con questi disegni.
Morale della favola. I mostri esistono e stanno presso i ministeri dell’Educazione e nelle scuole. Pare banale sottolinearlo, ma queste due vicende a tinte foschissime stanno a dimostrare che una lobby pedofila esiste, eccome, ed opera ormai alla luce del sole ed ad altissimi livelli. Dietro al pretesto di fare educazione sessuale ai bambini – intento già da censurare per mille motivi – si cela il vero intento: corrompere i bambini, abituarli alla sessualità precoce, renderli disinibiti e quindi ridurli a prede sessuali per gli adulti. A furia di maneggiare peni finti, vedere scene di sesso anche omosessuale, toccare ed essere toccati, guardare ed essere guardati, maschietti e femminucce saranno stati cucinati a dovere, pronti per essere divorati dai pedofili di Stato.
martedì 13 maggio 2014
Velasio De Paolis - La preghiera del discepolo
Vedi anche in questo blog tutti i post con l'etichetta: "Commenti al Pater".
lunedì 7 aprile 2014
Cristiani alle armi per difendere Israele: «È l’unica nazione che ci protegge»
Grande balzo in avanti delle reclute arabo-israeliane nell’esercito dello Stato ebraico nella seconda metà del 2013
MAURIZIO MOLINARIINVIATO A RAMALLAH
Pronunciare il Padre Nostro e farsi il segno della croce prima di arruolarsi nell’esercito non è qualcosa di molto comune fra le reclute israeliane ma l’aumento dei volontari cristiani sta moltiplicando proprio simili momenti. Nella seconda metà del 2013 gli arabo-israeliani di fede cristiana arruolatisi nell’esercito sono stati 84, ovvero l’equivalente dei totale dei 18 mesi precedenti, e il balzo in avanti fa discutere, sebbene si tratti ancora di un numero ristretto in una comunità di circa 120mila anime.
A sostenere la necessità di arruolarsi è il “Forum per il reclutamento dei cristiani” di Gabriel Nadaf, il sacerdote greco-ortodosso convinto del bisogno di «vestire la divisa israeliana per difendere la nostra minoranza» in un Medio Oriente dove i cristiani vengono «perseguitati e uccisi» in più Paesi, a cominciare dalla Siria. È proprio Nadaf a pregare assieme alle reclute cristiane, dicendogli «voi non sparerete ma proteggerete perché il Messia ha detto di non uccidere ma non ha detto di non difendere, e la Terra Santa va difesa». Per il capitano cattolico maronita Shadi Haloul, 38 anni, portavoce del Forum e riservista, «il numero delle reclute cristiane cresce a seguito di quanto sta avvenendo in Medio Oriente dove siamo perseguitati ovunque e l’unica nazione che ci difende è Israele».
Sono parole che fanno scalpore perché in Israele sono gli ebrei e i drusi a servire sotto le armi - tre anni gli uomini, due le donne - mentre in genere cristiani e musulmani sono esentati. In particolare, i cristiani sono sempre stati ai margini della vita militare considerandosi anzitutto palestinesi. Ma il Forum di padre Nadaf sembra esprimere l’affermarsi di un’opinione diversa dentro famiglie e villaggi cristiani, concentrati in Galilea. «Servire nell’esercito aiuta l’integrazione nella società israeliana che offre molte opportunità di lavoro, crescita e sviluppo» sostiene Haloul, secondo il quale «i cristiani in Medio Oriente hanno la possibilità di rafforzarsi e prosperare solo nella democrazia israeliana».
Padre Nadaf è in procinto di ricevere dalle forze armate lo status ufficiale di “cappellano militare” e ciò significa che potrà recarsi in qualsiasi base per portare conforto religioso ai soldati cristiani, proprio come fanno i rabbini per quelli ebrei. A criticare aspramente l’approccio di Nadaf è l’ex patriarca latino di Gerusalemme Michel Sabbah, accusandolo di «tradimento dell’identità palestinese» al pari di quanto fatto da alcuni deputati arabi della Knesset. Ma il sacerdote greco-ortodosso non fa passi indietro: «Sostengo l’integrazione dei cristiani nella società israeliana e la chiave per riuscirci è il servizio militare, i cristiani servono negli eserciti di molte nazioni e possono farlo anche qui, tanto più che gli ebrei non sono nostri nemici, il cristianesimo viene dall’ebraismo».
Fra le giovani reclute che condividono tale approccio c’è Faras Mattar, 19 anni, di Cana, secondo il quale «Israele difende tutti i suoi cittadini e io voglio fare la mia parte, difendere la mia famiglia e nazione, senza curarmi di chi afferma il contrario». Jennifer Jozel, 17 anni, in settembre si arruolerà nell’aviazione e vuole essere assegnata alle batterie dell’”Iron Dome” che proteggono città e villaggi: «Quando i razzi cadono non distinguono fra ebrei e non, minacciano tutti e io voglio difendere tutti».
martedì 11 marzo 2014
"Padre Nostro"
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| L'ANNUNCIO di oggi, 11 marzo |
Alla nostra origine vi è il perdono che ha cancellato il peccato d'origine. Siamo figli della misericordia. Basta alzare gli occhi del cuore e sussurrare "Papà", il perdono è lì. Come ha sperimentato il figliol prodigo che s'era preparato un bel discorso, parole da dire, parole per spiegare, parole per implorare. “Parole sprecate”, mentre il Padre, già da tempo alla finestra, lo aspettava con il cuore pieno di compassione, “sapendo già ciò di cui aveva bisogno”. Per questo gli è corso incontro permettendogli una sola parola: "Padre". L'abbraccio di misericordia, infatti, spegne ogni altra parola. “Padre”, che declina perdono, per ciascun figlio. “Padre”, la preghiera del Figlio crocifisso. Insegnandoci il Padre Nostro, Gesù ci accoglie nella sua intimità e ci dona le parole della sua preghiera. Nella Chiesa primitiva erano un tesoro geloso, riservato a chi aveva ormai una fede adulta. In questa Quaresima ci aiutano a convertirci; vediamo se il nostro è il cuore del figlio che desidera esattamente ciò che il Padre vuole donargli, o se abbiamo dimenticato di “non essere come i pagani”. Pregando con le parole del Padre Nostro, infatti, ci consegniamo a Dio con fiducia e complicità, perché ci dischiuda il forziere delle Grazie riservate ai suoi figli. E' per noi una vita santa nel Nome santo di Dio, separata e diversa: una nuova forma di pensare, di guardare, di studiare, di lavorare, di fidanzarsi, di sposarsi, di vivere la sessualità, il rapporto con il denaro e i beni di questo mondo, con la salute e la malattia. Tutto della nostra vita è come un grembo fecondo di Grazia perché in noi “sia santificato il nome di Dio” e il mondo creda e passi dalla maledizione alla benedizione. E' per noi “il pane quotidiano” imprescindibile per vivere, il cibo di cui si è nutrito il Signore, compiere l'opera del Padre suo. Lo stesso Pane della Croce è oggi il banchetto preparato dal Padre per i suoi figli animati da una fede adulta: solo essa sa riconoscere nella storia un altare dove, per nutrirsi, si è chiamati a donarsi. E' nostra eredità il “suo Regno che viene” ad estendere il dominio sul giorno che ci attende per distruggere il regno del demonio. Rivestiti della dignità regale, anche noi potremo regnare sul peccato e sulla carne, resistere alle “tentazioni” e “perdonare”, caricandoci dei difetti e dei peccati degli altri. E’ per noi, infatti, la “liberazione dal male” che, impedendoci di vedere il bene negli altri e nella nostra storia, ci fa scappare terrorizzati dalla volontà di Dio. Essa invece è un dono che nel Getsemani Gesù ci ha conquistato. “Trascinati dalla sua volontà” (Benedetto XVI) potremo anche noi “fare la volontà di Dio” sulla nostra “terra”: il tinello e il salotto, l’aula e l’ufficio, il banco della frutta e il letto d’ospedale, tutto diviene così un riverbero del Cielo dove l’amore del Padre è compiuto.
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