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venerdì 29 marzo 2019

SERVITEUR D'ESPERANCE!

Risultati immagini per pape francois maroc


«Anche tra i musulmani c'è grande attesa per la visita del Papa. Spero che la sua presenza sia una spinta per il cammino di questa piccola comunità cristiana». Così il vescovo di Rabat, Cristóbal López Romero, alla vigilia dell'arrivo in Marocco di papa Francesco, 34 anni dopo san Giovanni Paolo II, in questa intervista alla Nuova BQ

di Silvia Scaranari
المملكة المغربية‎, al-Mamlaka al-Maghribiyya cioè il Regno del Maghreb, dell’Occidente, oggi Marocco, ospiterà  Papa Francesco il 30 e 31 marzo.
Il Marocco ha circa il 99% degli abitanti musulmani ma anticamente aveva visto il fiorire di una significativa presenza cristiana. L’evangelizzazione dell’area è attestata dal II secolo probabilmente grazie a missionari provenienti dalla Penisola iberica. Il cristianesimo conquistò alcuni berberi ma soprattutto le popolazioni romane tanto che nel 298 è testimoniato il martirio del centurione Marcello. Dopo l’Editto di Costantino del 313, che liberalizzava la professione di fede cristiana, vennero istituite nella zona molte diocesi che rimasero sia durante il dominio dei Vandali, che lo invasero nel 429 provenienti dalla vicina Spagna, sia dopo la riconquista ad opera del generale bizantino Belisario nel 533.
Il comandante arabo ‘Uqba ben Nāfi’ arrivò quasi allo stretto di Gibilterra nel 683, e vi portò l’islam. Dal VII secolo in poi rimasero piccole comunità cristiane insieme a qualche gruppo ebraico. Nel 1219 San Francesco inviò in Marocco alcuni suoi frati perché convertissero le popolazioni locali e nel 1225 il Papa istituì la Diocesi del Marocco ma i successi furono scarsi e molti subirono il martirio. Alla fine del XIX sec. il territorio divenne protettorato di Francia, Spagna e Germania. Il cristianesimo tornò ad essere presente ma legato sostanzialmente agli Europei.

Tornato alla piena indipendenza dopo la II guerra mondiale, oggi è una monarchia costituzionale. Il re Hassan II emanò la prima Costituzione nel 1962. Gli ultimi aggiornamenti sono stati attuati nel 2011 dal figlio, Mohammed VI, che si presenta come un sovrano aperto alle riforme e alle innovazioni moderate, anche in campo religioso.
Lo Stato marocchino garantisce un’ampia libertà di culto ma la Costituzione definisce che “l’Islam è la religione di Stato” (art. 1) e vieta a partiti politici o movimenti di svolgere attività o proporre emendamenti che siano contrari ai precetti della sharī‘a. E’ illegale “scuotere la fede” di un musulmano, cioè cercare di convertirlo, e anche la distribuzione di materiale religioso è controllata. In alcuni casi sono state accusate di velato proselitismo le forme caritative della Chiesa cattolica (asili, orfanotrofi, mense del povero, ricoveri), e per simile reato la pena può variare da sei mesi a tre anni di reclusione (art. 220 Codice penale) oltre al pagamento di una multa in denaro.
E’ lecito convertirsi al cristianesimo in modo autonomo ma le reazioni di disappunto e di ostracismo sociale sono di solito appoggiate e incoraggiate dalle autorità.
Il sovrano, in qualità di “comandante dei fedeli”, presiede il Consiglio superiore degli Ulema che ha il compito di controllare che i verdetti religiosi (fatawa) siano in accordo con i precetti dell’islam. Tuttavia Mohammed VI è oggi anche  «il garante del libero esercizio delle religioni» e quindi della pluralità religiosa nel suo Paese. Un dato positivo, non sempre presente in tanti altri Paesi islamici, è l’abolizione della pena di morte per l’apostata dall’islam e l’introduzione del reato di “offesa a Dio” che si estende a chiunque rechi danno alla sensibilità religiosa altrui.
Questo non significa che il Marocco sia privo di discriminazioni o talora vere persecuzioni nei confronti dei cristiani che, specie se convertiti dall’islam, devono subire diversi divieti. Nel 2017 si è costituita la Coalizione Nazionale dei Cristiani Marocchini che ha presentato al Consiglio Nazionale per i Diritti umani diverse richieste fra cui poter partecipare alle funzioni religiose nelle chiese (è vietato ospitare neo convertiti in luoghi chiusi), poter essere seppelliti nei cimiteri cristiani, e poter decidere liberamente se far frequentare ai propri figli le lezioni di islam nelle scuole. Tuttavia, nel complesso, rispetto a molti altri Stati arabi si respira un clima di tolleranza, come ha evidenziato la Sala Stampa Vaticana che, annunciando il viaggio pontificio, ha messo in evidenza le posizioni di apertura al dialogo del sovrano.
L’invito al Santo Padre infatti è stato rivolto dallo stesso sovrano Mohammed VI, oltre che dai vescovi locali.
È importante sottolineare che quanto avverrà in Marocco sarà un esempio per ampia parte del mondo islamico. La monarchia rivendica, come anche il re di Giordania, la discendenza diretta dal Profeta e questo la investe di una autorevolezza che nessun altro politico possiede. Se i diversi sultani, emiri, presidenti della repubblica sono spesso messi in discussione da movimenti più o meno radicali che non ne riconoscono la legittimità di potere, nessuno avanza simili accuse a Mohammed VI. Il suo agire, le sue riforme, le sue proposte sono oggetto di attento studio da parte di tutto il mondo sunnita.
Questo non vuol dire che tutti lo apprezzino ma certamente il suo regno può essere un punto di riferimento per molti. Il riconoscimento dei cristiani come soggetti giuridici in Marocco e la piena equiparazione ai cittadini musulmani sarebbe un passo molto significativo anche per tutto il resto del mondo islamico.
Sulla visita del Papa abbiamo intervistato il vescovo di Rabat, il salesiano mons. Cristóbal López Romero che oggi ha la cura di una comunità molto “universale”, come lui stesso afferma, in quanto proveniente da diversi Paesi sub sahariani.
Eccellenza, Papa Francesco verrà in Marocco a 34 anni dalla visita di san Giovanni Paolo II. Come è attesa questa visita?
Attendiamo la visita del Papa con grande gioia e soddisfazione. È un onore per noi che venga a visitarci e siamo sicuri che la sua visita sarà un bene sia per il paese, sia per la comunità cattolica. Allo stesso tempo siamo un po’ in ansia perché vorremmo essere all’altezza  ma la nostra chiesa possiede risorse umane e materiali molto limitate...però daremo il meglio di noi stessi.
Cosa è cambiato dalla storica visita di san Giovanni Paolo II?
Il popolo marocchino ha ottenuto notevoli migliorie sia nel campo economico che politico e sociale; abbiamo una nuova Costituzione e diverse leggi importanti che hanno significato un cambiamento notevole. La Chiesa si è trasformata sensibilmente, grazie a molti giovani dell’Africa subsahariana e quindi oggi è una comunità multi-etnica, veramente cattolica, “universale”.
34 anni fa i cristiani erano ancora per la maggioranza francesi o spagnoli. Oggi siamo un territorio di passaggio per migliaia di persone che arrivano in Marocco ma hanno come meta i Paesi dell’Europa.  Molti sono cristiani e noi dobbiamo accogliere, ascoltare, accompagnare questi fratelli nella fede. In conclusione, siamo sempre la stessa Chiesa di 34 anni fa ma allo stesso tempo siamo molto cambiati.
Come si stanno preparando i fedeli?
Con grande entusiasmo. La corale che animerà l’Assemblea sta provando da più di un mese. È composta da più di 500 ragazzi di 18 città differenti!
I gruppi, le famiglie e i movimenti stanno riflettendo su vari temi: la Chiesa e il Papa, come essere strumento della speranza, il dialogo interreligioso a partire dell’incontro di san Francesco di Assisi con il Sultano, la dottrina sociale della Chiesa, etc. Sono stati preparati dei punti da condividere anche a distanza in modo da facilitare a tutti la partecipazione alla riflessione a all’approfondimento.
Anche gli aspetti logistici sono tanti. Abbiamo preparato dei biglietti di accesso in modo da permettere a tutti di prendere parte ai momenti comuni. Inoltre si sono stampate molte magliette, cappellini, e altri oggetti che creano l’atmosfera di attesa. Si stanno preparando anche occasioni di accoglienza e di condivisione con centinaia di giovani universitari provenienti da tutto il Paese.
Cosa si aspettano i fedeli? E Lei cosa spera da questo viaggio papale?
Spero e desidero che la sua presenza sia una spinta per il cammino che questa piccola comunità cristiana sta compiendo da tempo, e che ci spinga a vivere la nostra vita cristiana con maggiore autenticità ed entusiasmo. Spero che il Papa, secondo quanto gli compete, ci confermi nella fede, alimenti la nostra speranza e ravvivi in noi il fuoco dell’amore al Signore Gesù.
Il Papa è atteso dalla gente comune oppure c'è del malumore ? Le autorità saranno certamente onorate ma il popolo?
Non ho incontrato nessuno che abbia un’opinione negativa su questa visita del Santo Padre. Al contrario, ho visto in molti entusiasmo, in altri curiosità, in tutti un atteggiamento positivo. Nessun malumore. Sia il popolo che le autorità percepiscono questa visita pontifica come un grande onore verso il nostro Paese.
Come si prepara la comunità islamica?
Il 5 marzo ho tenuto una conferenza stampa. I mezzi di comunicazione di ogni tipo e orientamento si sono impegnati per dare eco alla notizia, spiegare cosa rappresenta questo incontro con il Papa, quale sarà il programma e cosa ci si aspetta, etc. Le autorità stanno ponendo molta attenzione e cura nel provvedere ai preparativi materiali: aspetti logistici e organizzativi. Ognuno sta facendo del suo meglio con grande dedizione ed entusiasmo

lunedì 4 marzo 2019

Kiko Arguello: ANNUNCIO DI QUARESIMA 2019 (Estratti)

Mucha gente utiliza ya esta estampa de Marta Obregón para rezar.



ORACIÓN PARA LA DEVOCIÓN PRIVADA
    Señor Jesús,
    que hiciste de la joven Marta
    un ejemplo de vida alegre y generosa,
    y la fortaleciste en el amor humano
    y en la defensa de su castidad;
    concédeme, por su intercesión,
    el favor que ahora te pido ... (pídase).
Amén.
    (Padre Nuestro, Ave maría y Gloria)
    (Esta oración no tiene finalidad de culto público, sino privado. Con licencia eclesiástica).
***
Di seguito il link della Arcidiocesi di Burgos con il processo di Beatificazione, la biografia di Marta e il testo della preghiera perla devozione privata in varie lingue:
La apertura del proceso de beatificación de Marta Obregón Rodríquez, después de seguir todos los trámites previstos en el proceso canónico, se llevó a cabo ...

***

ANNUNCIO DI QUARESIMA 2019
ROMA, Seminario Redemptoris Mater, 28 febbraio 2019

- Preghiera iniziale 

- Ascension:

- Lettura della lettera inviata il 15 febbraio 2019 dai fratelli di Chipiona - Cadice, Spagna alla Equipe itinerante di Jerez/Cadiz e Ceuta in occasione della Udienza generale del Santo Padre Francesco il mercoledi 13 febbraio 2019.

Inizio lettura di Ascension:

"All'inizio dell'Udienza, durante il giro in Aula Paolo VI, il Santo Padre si è fermato a salutare Juan Manuel e Cinta, resonsabili della 4 comunità della Parrocchia di Nostra Signora di Chipiona (Cadiz), con il piccolo Santiago (Giacomo), di 5 mesi e gli ha detto:

"E' UNA BENEDIZIONE! CHE NUMERO E'?", 

"L'ottavo, Padre", ha risposto Juan Manuel. Al che, il Papa ha replicato:

"L'OTTAVO? VOI SIETE LA SPERANZA NELL'INVERNO DEMOGRAFICO CHE L'EUROPA STA VIVENDO. CORAGGIO! E VI VOGLIO DIRE UNA COSA: I BAMBINI DEVONO ESSERE EDUCATI NELLA FEDE, NIENTE TONTERIE NE' SCIOCCHEZZE, RESTATE SEMPRE SALDI NELLA FEDE.

SAI, OGGI NELLA SOCIETA' ITALIANA E' DI MODA COMPRARE UN CANE ED EDUCARLO PER CERCARE AFFETTO... LO EDUCANO SECONDO L'AFFETTO CHE CIASCUNO VUOLE. NON SONO DISPOSTI A MORIRE E NON SANNO CHE MORIRE PER I FIGLI E' TROVARE LA VITA. LA VITA E' AVERE CRISTO.

ANIMO (ha ripetuto il Papa) SIETE IL CAMMINO NEOCATECUMENALE, QUELLA ESPERIENZA DI CUI L'EUROPA DI OGGI HA BISOGNO!

CHE NE SARA' DI QUESTA UMANITA'? CHI SE NE PRENDERA' CURA? NE AVRANNO CURA I CANI, NO?

QUANTA SOFFERENZA PER NON DARE LA VITA! SIETE MOLTO CORAGGIOSI IN QUESTO MONDO DOVE AVETE TUTTO CONTRO,MA ABBIATE SEMPRE FIDUCIA IN CRISTO! CAMMINATE SEMPRE!

Salutandoci, il Papa ci ha invitato a recitare il santo rosario in famiglia e ci ha detto: 

LA VERGINE E' VOSTRA MADRE!

Ci ha salutato con grande affetto e noi abbiamo continuato a ripetere le Sue parole, meditandole nel nostro cuore."

Fine lettura di Ascension.

  *

- Presentazioni

- Kiko: Cominciamo con una buona notizia che ci dà la nostra sorella.

- Ascension: 

La buona notizia è che si è aperta all'inizio di febbraio la causa di beatificazione del primo membro del Cammino Neocatecumenale.

- Lettura dell'articolo  (Fonte: ABC - CASTILLA Y LEON) sulla apertura della Causa di Beatificazione di Marta Obregon, vedi infra.

- Canto: "Shemà Israel"

- Vangelo: 

Lc. 14, 25-35.

 « In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, Gesù si voltò e disse:  «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo.
 Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento?  Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo:  Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro.  Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?  Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace.  Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.
 Il sale è buono, ma se anche il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si salerà?  Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per intendere, intenda».


***

Annuncio di Quaresima 2019 (Estratti)

Kiko: 


"Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo".


Che significa odiare la propria vita? Interessante! Noi dovremmo completamente rinunziare al nostro essere, alla nostra persona, e metterla nelle mani di Cristo, perchè Lui faccia di noi quello che ha deciso da prima della creazione del mondo. Lui ha deciso per noi la santità, la santificazione. Siamo stati creati per essere santi! Ma come si realizza questa santità? Questo è un mistero, tutto nascosto nelle mani del Signore. Come farà di te un santo, se sei un peccatore terribile? O di me, cosa potrà fare? E' una sorpresa, dobbiamo essere tutti attenti a quello che il Signore ha deciso di fare con la nostra vita.

Che posso dirvi per aiutarvi in questa Quaresima? La Quaresima è un tempo che ricorda i 40 anni di Israele nel deserto, dove il Signore preparerà il suo popolo ad essere il popolo di Dio, un popolo diverso da tutte le nazioni, consacrato a Dio, un popolo sacerdotale. E COME preparerà questo popolo? Prima di tutto deve conoscersi, per questo dice: "Ti ho condotto nel deserto perchè tu imparassi che cosa avevi nel cuore, se eri o no disposto ad obbedirmi" (Dt. 8, 2). E stando nel deserto, il popolo scopre che non aveva un cuore capace di amare Dio, perchè erano tutti perversi, mormoravano contro Dio quando avevano delle scomodità o delle sofferenze. Hanno imparato che avevano un cuore malvagio, un cuore malato. Grazie a questa conoscenza di se stesso, il popolo sarebbe stato più disposto ad accettare la correzione divina. Li porta nel deserto perchè nel deserto non c'è niente, devono dipendere totalmente da Dio e così devono imparare a confidare in Lui, a che il Signore darà loro da mangiare, mostrerà loro la strada etc...

Questo è interessante perchè anche noi, per divenire il popolo di Dio, dovremo essere preparati dal Signore, e la prima cosa che fa il Signore è: portarci nel deserto, perchè impariamo a scoprire cosa abbiamo nel cuore, se siamo disposti o no ad obbedire a Lui. Attraverso di noi il Signore vorrebbe mostrarsi, manifestarsi al mondo. E come pensa di manifestarsi? Attraverso le sofferenze, le ingiustizie, il lavoro, le malattie? Inviandovi ad evangelizzare in terre lontane? Cosa pensa di fare Dio? L'importante è che Dio vi ha scelto, e questa è una cosa enorme: Dio ti ha scelto per abitare in te, per essere perfettamente uno in te. Questa è la prima cosa che Dio vuole mostrare, la sua natura! Vuole mostrare in noi la sua natura come la mostra nel suo Figlio quando dice: "Il Padre e io siamo una cosa sola, siamo uno", così Dio vorrebbe mostrare la sua unità, come Dio ama.

Che significa che Dio si fa uno con te, totalmente uno? Perchè non si riserva nulla, si dona totalmente a te, in modo che Cristo e io siamo uno, perfettamente uno. E come mostro io questo? Lo mostro? "Filippo, chi vede me vede il Padre". Allora, chi vede me, vede Cristo? Io e Cristo siamo perfettamente uno? Questo è tanto importante che Cristo dice ai suoi discepoli: "Se siete perfettamente uno, il mondo crederà". Nella vostra comunità siete perfettamente uno? Sei perfettamente uno con i fratelli della tua comunità? Quante persone detesti, con quanti non parli, chi ti è antipatico?

Perchè si dia questa unicità assoluta, bisogna che il Signore distrugga in noi l'uomo vecchio, l'uomo della carne...

(...)

"Siete qui per prepararvi alla Quaresima. Inventatevi degli esercizi spirituali per amare Cristo. ... Come si ama Cristo? Domandalo a Lui: "Signore, donami il tuo Spirito, perchè possa essere perfettamente uno in Te". Vivere in Cristo è essere già nel Cielo. La morte fisica non può piu' distruggere nulla.. Stanotte, prima di andare a dormire, mettiti in ginocchio e dì: "Signore, vieni da me, aiutami ad amarti, a volerti bene, si realizzi in me ciò che dicono i Padri del deserto: amare Cristo è l'unica verità, tutto il resto è vanità!".

In questa Quaresima dobbiamo pregare gli uni per gli altri. Io come vostro catechista, con Ascension e padre Mario, pregheremo per voi, perchè si realizzi il disegno che Dio ha per voi in questa Quaresima. Non potete far passare questo tempo di Quaresima come niente, senza che si realizzi in voi la volontà divina e la volontà di Dio per voi é la vostra santità, la vostra santificazione. Signore, che devo fare per essere santo? "Me lo chiedi davvero?" Si! Chiedilo seriamente al Signore e Lui te lo dirà. So che la Tua volontà è che io sia santo. Ma che cosa devo fare praticamente per esserlo? Sono disposto a lasciare tutto, cosa vuoi da me? "Sì, lascia tutto e vieni con me". Dove mi porti? "Al deserto, con me!". 

- Canto: "Come pecora"

- Preghiere spontanee

- Padre Nostro

- Richiesta di preghiere del padre Mario, che il prossimo 19 marzo celebrerà il 50 anniversario di ordinazione presbiterale.

- Benedizione.



***

ALLEGATI

http://www.santiebeati.it


Serva di Dio Marta Obregon Rodriguez Martire della purezza
.
La Coruña, Spagna, 1° marzo 1969 – Burgos, Spagna, 21 gennaio 1992

La ragazza spagnola Marta Obregon Rodriguez, appena ventiduenne, appartiene a quella folta schiera di ragazze cattoliche che non hanno esitato a testimoniare la loro fede difendendo la loro castità attentata dalle insidie di un qualche aggressore. Marta era la seconda di quattro figli, sua madre era membro dell’Opus Dei, ma lei entrò nel Cammino Neocatecumenale. Si fidanzò con Francisco Javier Hernando, militante del Circolo Cattolico. Per mantenere intatta la sua purezza, resistette ai tentativi di violenza messi in atto nei suoi confronti da Pedro Luis Gallego, un delinquente accusato di numerose violenze ed omicidi. La causa di beatificazione di Marta è stata introdotta dall’Arcidiocesi di Burgos ed ha ricevuto il Nulla Osta dalla Congregazione per le Cause dei Santi in data 28 aprile 2007.


È brillante, sportiva, dinamica. E anche bella. Di una bellezza, anzi, che non la fa passare inosservata, perché si accompagna ad un carattere estroverso e comunicativo “che attira come una calamita”, dicono i suoi amici. Marta Obregón Rodríguez è nata, seconda di quattro sorelle, il 1° marzo 1969 a La Coruña (Spagna), ma la famiglia si trasferisce a Burgos quando lei ha appena pochi mesi. Pratica pattinaggio, nuoto, atletica e nel tennis conquista i suoi primi trofei. Ha una voce meravigliosa, che qualcuno dice somigliare a quella di Bárbara Streisand, e sua inseparabile compagna è la chitarra, con la quale diventa l’anima degli incontri parrocchiali e delle feste tra amici. In famiglia si respira una religiosità profonda, mamma è attiva nell’Opus Dei, Marta invece si sente particolarmente attratta dalla spiritualità dei Neocatecumenali. Il che non la mette al riparo dalla crisi adolescenziale, che attraversa come tutti i coetanei, con una certa freddezza nei confronti delle pratiche religiose, pur non staccandosi mai del tutto dall’ambiente parrocchiale. Sono gli anni, anche, delle prime cotte, degli studi, dell’impegno. Studia lingue e va anche in Inghilterra a perfezionare il suo inglese, prima di orientarsi decisamente verso il giornalismo. A strapparla da questa vita spirituale troppo insignificante risulta decisivo un viaggio a Taizè con i Neocatecumenali nel 1990, dal quale ritorna entusiasta e determinata a dare una svolta al suo cammino di fede. Sembra davvero, lo testimoniano le amiche, che sia stata toccata da Cristo e inondata da un torrente di grazia. Pensa di inaugurare questo suo nuovo percorso spirituale con una buona confessione, ma il sacerdote cui si rivolge non la assolve. Marta entra così in un periodo particolarmente sofferto della sua vita, senza appoggi spirituali e per di più tormentata da una soffocante crisi di coscienza. È un altro sacerdote a farle sperimentare la gioia del perdono: da questa nuova confessione Marta esce come rinnovata e riparte piena di slancio a dare una nuova impronta ad ogni cosa che dice e che fa. Con Gesù tutto è davvero più facile e ne guadagnano tutti. Se ne accorge Javier, il “fidanzatino”, con il quale imposta un rapporto “a tre”, dove Dio gioca un ruolo di primo piano; se ne accorgono gli amici, tra i quali passa con l’allegria contagiosa di sempre, edificando tutti e spingendoli a Gesù.  Guarda al suo futuro lavoro come ad un’occasione per fare del bene e per testimoniare la sua fede: basta leggere i suoi primi articoli, in cui si batte per la vita, per la pace, per la giustizia. Ama la limpidezza e la serietà dei rapporti, per cui interrompe prontamente una gratificante collaborazione con una radio locale e un’incisione dei suoi canti, quando si accorge che potrebbero essere il preludio ad un rapporto sentimentale.  “Dio è la cosa più importante della mia vita”, dice, “è lui il mio unico amore”, e si stacca anche da Javier per essere libera di seguire Cristo, dandosi disponibile ad andare in missione con i Neocatecumenali.  E per prepararsi bene, prende sul serio la vita, lo studio, l’amicizia. “Riusciva ad entrare subito in relazione con tutti, aveva successo in ogni ambiente, tutti volevano stare con lei, parlare con lei, sapere di lei”: è il profumo di Cristo, che si diffonde al suo passaggio. Il 21 gennaio 1992, secondo il suo solito,trascorre molte ore al centro studentesco di Burgos, per preparare gli esami universitari di febbraio. Prima di rientrare in casa fa una sosta prolungata in cappella, davanti all’Eucaristia, perché, dice in quei giorni, “mi sento tanto più libera quanto più confido e mi abbandono a Lui”. Da un po’ di tempo si sente come pedinata e agli amici più cari ha confidato la sensazione che “la vita sia più breve di quello che pensiamo”. Fuori nevica, un amico le offre un passaggio in macchina, scaricandola davanti a casa, ma commette l’imprudenza di non attendere che entri nel portone di casa, ripartendo immediatamente. Mentre sta trafficando con la serratura viene caricata a forza su una macchina e scompare nel nulla. La ritrovano il 27 gennaio, senza vestiti, insanguinata e piena di lividi, buttata come uno straccio lungo l’autostrada, a cinque chilometri da Burgos: ha resistito con tutte le sue forze e non ha ceduto ad un delinquente, tal Pedro Luis Gallego, più conosciuto come il “violentatore dell’ascensore”, perché in ascensore ha assalito le sue cinque precedenti vittime, violentandole senza ucciderle. Su Marta, che aveva dato il suo cuore a Cristo, non è riuscito a prevalere e ha dovuto finirla con quattordici coltellate, una delle quali diretta al cuore. La diocesi di Burgos la ritiene martire della purezza e nel 2007 ha avviato la sua causa di beatificazione.
 

Autore: 
Gianpiero Pettiti


***

FONTE: ABC - CASTILLA Y LEON

Marta Obregón, la joven burgalesa asesinada por el «violador del ascensor», pone rumbo a los altares

Hoy llega al Vaticano la causa para la beatificación de una joven cuya vida ejemplar y su defensa de la virtud avalan un proceso canónico que arrancó en la Diócesis en 2011















VALLADOLIDActualizado:

«Si yo pudiera dar ejemplo con mi vida...» Son palabras que dejó escritas la joven Marta Obregón sin ni siguiera imaginar que sus deseos se iban a cumplir y, más aún, que años después de su trágica muerte comenzaría un proceso de beatificación para llevarla a los altares. Marta fue asesinada el 21 de enero de 1992 por Pedro Luis Gallego, conocido como el «violador del ascensor», quien también acabo con la vida meses después de la vallisoletana Leticia Lebrato. La joven burgalesa había pasado la tarde de aquel fatídico día estudiando en un centro juvenil de la capital y, después de dedicar un tiempo a la oración en la capilla, partió hacia su casa. En el portal fue abordada por su asesino. Apareció seis días más tarde cubierta de nieve, a las afueras de la ciudad, con el cuerpo lacerado por 14 puñaladas y con muestras evidentes de haberse resistido a lo que acabó por ser inevitable.
A quienes acudieron al velatorio no les pasó inadvertido el rostro de Marta, «su dulzura y su serenidad, sólo posible en alguien que ha perdonado», aseguró un tiempo después la madre de la joven. Unas palabras que confirmó el policía que participó en el caso y encontró el cuerpo inerte: «Es la primera vez que he visto un rostro tan lleno de paz». Así que años después se inició un camino dirigido a reconocer las virtudes de la joven, su estilo de vida y su trágica muerte tratando de defender la virtud de la castidad. Estaba a punto de acabar la carrera de periodismo, llegó a hacer sus «pinitos» en Burgos e, incluso, tuvo novio, pero, antes de que un desalmado se cruzase en su camino, ya había mostrado su deseo de llevar otra vida bien distinta y pasar algún tiempo de misionera de la mano del Movimiento Neocatecumenal al que pertenecía. La opción de la vida consagrada también estuvo en su cabeza, como dejó constancia en varios viajes al Monasterio de las Clarisas de Lerma.
Hoy, 27 años después de su muerte, llegan al Vaticano 114 documentos (800 folios) del proceso diocesano de beatificación de Marta Obregón, que arrancó en 2011 de la mano del postulador en la causa, Saturnino López Santidrián, que será el encargado de depositarlos en la Congregación para las Causas de los Santos.













Hasta 20 favores

Un trabajo de ocho años en el que se aportan informes que van desde los propios datos biográficos de Marta y las circunstancias de su muerte, hasta testimonios de quienes la conocieron, pasando por las personas que aseguran haber recibido «favores» gracias a la intercesión de la joven, en forma de curaciones o soluciones a complicadas situaciones familiares. Hasta 20 «ayudas» de estas características se aportan en los documentos. Hay que tener en cuenta que en este proceso de beatificación no es necesario que exista un milagro, ya que se busca la confirmación de la vida martirial de la futura beata por lo que, si se logra , se considera que está directamente unida al Misterio Pascual, según explicó Saturnino López.
Sean «favores» o milagros, lo cierto es que en la documentación que hoy llega a Roma se recogen hasta 20 casos de personas que aseguran haber curado de su enfermedad por la intercesión de Marta -se incluye el caso de un niño con un cáncer que derivó en metástasis y que ya lo ha superado- o que han visto una salida a situaciones familiares complicadas, la mayoría con jóvenes y adolescentes como protagonistas.
Pero hay que remontarse a 2007 para, de la mano del entonces arzobispo de Burgos, Francisco Gil Hellín, encontrar el comienzo de una causa que arrancó gracias a un escrito que recibió de quien la conoció, Montserrat Agustí, amiga de la madre y miembro años después de la Comisión para la Beatificación. El prelado, tras consultar a los obispos sufragáneos de la provincia eclesiástica, pidió permiso a Roma para comenzar con el proceso. En 2010, el fundador del Camino Neocatecumenal, Kiko Argüello, se ofreció como promotor de la causa -sería la primera beata de esta comunidad católica-, de forma que ésta se abrió, oficialmente, el 14 de junio de 2011. Hasta 50 testigos han declarado durante este tiempo ante un tribunal diocesano formado por el delegado episcopal, un promotor de justicia y dos notarios de la diócesis. También se ha contado con una comisión histórica.
Con toda la documentación se elaborará una «Positio», que es una especie de resumen de la causa que será analizado por nueve peritos teólogos nombrados por la Santa Sede, donde ejercerá como postuladora la doctora Silvia Correale. Habrá un nuevo informe que pasará después al Consistorio de Obispos y Cardenales que trasladarán su parecer al Santo Padre para tomar una decisión final.
Marta Obregón se podría convertir entonces en una de las pocas beatas a las que se reconoce el martirio por preservar su castidad. Su muerte se produjo, precisamente, en la festividad de Santa Inés, una virgen romana martirizada por la misma causa, según explicó Saturnino López. La joven burgalesa recibió 14 puñaladas, las mismas que Santa María Goretti, una niña italiana de 12 años canonizada por este mismo motivo. Son casualidades que, para muchos, son signos que se suman a la vida de santidad de esta creyente burgalesa asesinada en 1992.
https://www.abc.es/
*
La diócesis de Burgos inició en julio de 2007 los primeros pasos para introducir la Causa deBeatificación de la joven, al conocer su fama de santidad y ahora ...

30 ott 2018 - Marta Obregón a été assassinée quand elle avait 22 ans. La jeune femme est ... ORACIÓN PARA LA DEVOCIÓN PRIVADA Señor Jesús,

sabato 9 febbraio 2019

Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Marocco (30-31 marzo 2019) – Programma



Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Marocco (30-31 marzo 2019) – Programma
Sala stampa della Santa Sede
Sabato 30 marzo 2019
ROMA-RABAT
10:45
Partenza in aereo da Roma/Fiumicino per Rabat
14:00
Arrivo all’aeroporto internazionale di Rabat-Salé
ACCOGLIENZA UFFICIALE
CERIMONIA DI BENVENUTO sul piazzale antistante il Palazzo Reale
VISITA DI CORTESIA AL RE MOHAMMED VI nel Palazzo Reale
INCONTRO con il POPOLO MAROCCHINO, le AUTORITA’, con la SOCIETA’ CIVILE e con il CORPO DIPLOMATICO sulla Esplanade de la Mosquée Hassan
Discorso del Santo Padre
VISITA AL MAUSOLEO MOHAMMED V
VISITA ALL’ISTITUTO MOHAMMED VI DEGLI IMAM, PREDICATORI e PREDICATRICI
Saluto del Santo Padre
INCONTRO CON I MIGRANTI nella sede della Caritas diocesana
Saluto del Santo Padre



Domenica 31 marzo 2019
RABAT-ROMA
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martedì 29 gennaio 2019

Lettere della tribolazione




Fonte di lucida speranza. La prefazione del Pontefice
Il libro. È in libreria, da martedì 29 gennaio, il libro di Jorge Mario Bergoglio - Francesco Lettere della tribolazione (Milano, Editrice Àncora, La Civiltà Cattolica, 2019, pagine 142, euro 16). In queste pagine pubblichiamo la prefazione del Papa, l’introduzione di padre Antonio Spadaro e stralci del contributo di padre Diego Fares, curatori del volume, e una riflessione del cardinale Gianfranco Ravasi.
Papa Francesco
Ricordo che quando sottoposi a padre Miguel Ángel Fiorito S.I. la bozza della prefazione che avevo scritto per la prima edizione delle Lettere della tribolazione, il Maestro — lo chiamavamo così perché lo era, e oggi resta tale, per come ha saputo formare una scuola di discernimento — mi chiese di sviluppare meglio l’ultimo paragrafo nel quale parlavo dell’importanza del fare ricorso all’accusa di se stessi (cf Esodo 48).
In quel punto si trattava del discernimento e di come affrontare bene la vergogna e la confusione che si fanno spazio quando il Maligno scatena una feroce persecuzione contro i figli della Chiesa. La risposta era quella di opporgli la sana vergogna e la confusione che l’infinita Misericordia del Signore e la sua Lealtà fanno provare a chi chiede perdono per i propri peccati. «Là c’è una grazia», mi disse. «La sviluppi!».
Trent’anni dopo siamo in un altro contesto, ma la Guerra è la stessa e appartiene soltanto al Signore. Queste Lettere sono «un trattato di discernimento in epoca di confusione e tribolazione», e la loro riedizione mi richiama con forza, insieme alle riflessioni degli altri compagni che sono incluse nel libro, a continuare ad assolvere quell’incarico che mi è stato dato dal Maestro — che adesso ha per me il sapore della profezia dell’anziano — di «sviluppare una grazia».
Sento che il Signore mi chiede di condividere di nuovo le Lettere della tribolazione. Di condividerle con tutti coloro che — in mezzo alla confusione che il padre della menzogna sa seminare nelle sue persecuzioni — si sentono decisi a combattere bene, liberi da quel vittimismo a cui siamo tentati di arrenderci. Esso, come sappiamo, nasconde in seno la molla della vendetta, e non fa altro se non alimentare quel male che vorrebbe eliminare.
Contro qualsiasi tentazione di confusione e di disfattismo fa bene tornare a sentire lo spirito paterno di coloro che ci hanno preceduto e che anima queste Lettere. Loro ci insegnano a scegliere la consolazione nei momenti di maggiore desolazione.
Raccomando di leggerle e di pregare con esse. Queste Lettere sono — lo sono state per molti in alcuni momenti particolari — vera fonte di mitezza, coraggio e lucida speranza.
8 novembre 2018

Per vincere la desolazione. L’introduzione di padre Antonio Spadaro
Nel Natale 1987 p. Jorge Mario Bergoglio firma una breve prefazione a una raccolta di otto lettere di due Prepositi generali della Compagnia di Gesù. Sette sono del padre Generale Lorenzo Ricci, scritte tra il 1758 e il 1773, e una del padre Generale Jan Roothaan, del 1831. Esse ci parlano di una grande tribolazione: la soppressione della Compagnia di Gesù. Infatti, con il breve apostolico Dominus ac Redemptor (21 luglio 1773) papa Clemente XIV aveva deciso di sopprimere l’Ordine come risultato di una serie di mosse politiche. Successivamente, nell’agosto 1814, nella cappella della congregazione dei nobili a Roma, papa Pio VII fece leggere la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum, con la quale la Compagnia di Gesù veniva ricostituita a tutti gli effetti.
L’allora p. Bergoglio nel 1986 — concluso il periodo da provinciale e poi rettore del collegio Massimo e parroco a San Miguel — si trasferì in Germania per un anno di studio. Tornato quindi a Buenos Aires, continuò i suoi studi e insegnò Teologia pastorale. Intanto la Compagnia di Gesù preparava la LXVI Congregazione dei Procuratori, che si tenne dal 27 settembre al 5 ottobre 1987. La Provincia argentina elesse Bergoglio «procuratore», inviandolo a Roma con il compito di riferire sullo stato della Provincia, di discutere con gli altri procuratori eletti dalle varie Province sulle condizioni della Compagnia e di votare sull’opportunità di indire una Congregazione Generale dell’Ordine.
Proprio in questo contesto Bergoglio decise di meditare e riproporre quelle lettere dei padri Ricci e Roothaan, perché, a suo giudizio, rilevanti e di attualità per la Compagnia. E per questo scrisse un testo di prefazione, firmato tre mesi dopo, poco più di tremila parole, metà delle quali in nota.
Prima di pubblicare il tutto aveva parlato e discusso il suo stesso testo con p. Miguel Ángel Fiorito, padre spirituale, e di fatto maestro e guida di una generazione di gesuiti.
Riproponiamo oggi questo testo, divenuto di fatto introvabile e pubblicato per la prima volta in italiano da La Civiltà Cattolica. Presentiamo pure le lettere dei Prepositi generali alle quali il testo di Bergoglio fa riferimento, traducendole dal latino perla prima volta.
Francesco non ha mancato in questi anni di fare riferimento a queste lettere e alle sue stesse riflessioni di allora. Esse, ad esempio, pur senza riferimenti espliciti, hanno chiaramente costituito la spina dorsale della sua importante omelia alla celebrazione dei Vespri nella chiesa del Gesù, nel 2014, in occasione del 200° anniversario della ricostituzione della Compagnia di Gesù.
L’occasione più recente è stata la conversazione privata avuta con i gesuiti durante il suo viaggio in Perú. In questa occasione Francesco ha affermato che le lettere dei padri Ricci e Roothaan «sono una meraviglia di criteri di discernimento, di criteri di azione per non lasciarsi risucchiare dalla desolazione istituzionale».
Ha fatto riferimento esplicito a esse anche quando ha parlato a sacerdoti, religiosi, religiose, consacrati e seminaristi a Santiago del Cile, il 16 gennaio 2018. In quell’occasione ha invitato a trovare la strada da seguire «nei momenti in cui il polverone delle persecuzioni, delle tribolazioni, dei dubbi e così via, si alza per avvenimenti culturali e storici» e la tentazione è quella di «fermarsi a ruminare la desolazione».
Chiaramente Francesco voleva dire alla Chiesa del Cile una parola in tempo di smarrimento e di «vortice di conflitti». Così come — sempre facendo riferimento a tali lettere — in quell'occasione ha parlato proprio di Pietro. Con la domanda: «Mi ami tu?», Gesù intendeva liberare Pietro dal «non accettare con serenità le contraddizioni o le critiche. Voleva liberarlo dalla tristezza e specialmente dal malumore. Con quella domanda, Gesù invita Pietro ad ascoltare il proprio cuore e imparare a discernere». Insomma, Gesù vuole evitare che Pietro diventi un distruttore, un caritatevole menzognero o un perplesso paralizzato. Gesù insiste, finché Pietro non gli dà una risposta realistica: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Giovanni 21, 17). Così Gesù lo conferma nella missione. E in questo modo Io fa diventare definitivamente suo apostolo.
Queste lettere e le riflessioni che le accompagnano sono rilevanti per capire come lo stesso Bergoglio senta di dover agire come successore di Pietro, cioè come Francesco.
Sono parole che egli dice oggi alla Chiesa, ripetendole innanzitutto a se stesso. E soprattutto sono parole che il Pontefice considera fondamentali oggi perché la Chiesa sia in grado di affrontare tempi di desolazione, di turbamento, di polemiche pretestuose e antievangeliche.
Quale il contesto delle «lettere della tribolazione» di oggi, proposte nella seconda parte di questo libro? Francesco, dopo il suo viaggio in Cile e Perú (15-22 gennaio 2018), rigettando la logica del «capro espiatorio», si è assunto in prima persona la responsabilità e la «vergogna» dello scandalo degli abusi su minori commessi da prelati in Cile, e della sua gestione. Con questo spirito, il Papa di ritorno a Roma ha costituito una commissione speciale, guidata da S.E. mons. Charles J. Scicluna, per ascoltare direttamente le testimonianze delle vittime e raccogliere documentazione.
A seguito della visita in Cile e della relazione di tale «missione speciale», papa Francesco, con una lettera datata 8 aprile 2018, ha convocato a Roma tutti i vescovi cileni «per dialogare sulle conclusioni della suddetta visita e sulle mie conclusioni». È proprio il breve scritto di trentun anni fa che ha generato questa nuova «lettera della tribolazione».
All’inizio dell’incontro, avvenuto effettivamente dal 15 al 17 maggio 2018, il Papa ha consegnato ai vescovi una nuova lettera di dieci pagine, di per sé non destinata alla divulgazione, ma resa poi nota dalla emittente cilena Tv 13. Noi ne offriamo qui una traduzione italiana curata da La Civiltà Cattolica.
Al termine dell’incontro Francesco ha consegnato ai vescovi un breve messaggio pubblico e ha loro affidato una lettera al «popolo di Dio pellegrino in Cile», qui presente in una traduzione italiana sempre a cura de La Civiltà Cattolica.
Chiude la seconda parte di questo libro la Lettera al popolo di Dio del 20 agosto 2018, pubblicata dopo la diffusione del rapporto sui casi di pedofilia nelle diocesi della Pennsylvania, negli Stati Uniti.
Lettere della tribolazione rappresenta un volume epistolare che si è formato nel tempo, generato nel confronto con situazioni difficili. Esso rivela molto di Francesco e del suo modo di affrontare il tempo della desolazione.
La lettura dei testi di Francesco è accompagnata da una solida guida alla lettura di due gesuiti: p. Diego Fares, de La Civiltà Cattolica, che conosce il Pontefice da molto tempo e che gli è stato accanto anche nei tempi di desolazione; e p. James Hanvey, dell’Università di Oxford, che ha scritto una acuta riflessione sulla Lettera al popolo di Dio circa gli abusi.
Ma lo stesso papa Francesco ha deciso di scrivere una sua prefazione a questo libro, per sottolineare il significato nel momento presente dei testi da lui proposti nell’ormai lontano 1987. «Sento che il Signore mi chiede di condividere di nuovo le Lettere», scrive. Conferma che le lettere dei padri Generali costituiscono un trattato di discernimento nei momenti di confusione e di angoscia ed esprime «lo spirito paterno di coloro che ci hanno preceduto e che [le] anima», invitandoci a cercare la consolazione.
Esse costituiscono così un tutt’uno con le altre cinque lettere scritte da Francesco oggi.
La prima idea di questa raccolta — sotto forma di ripubblicazione del libretto originale del 1987 — mi è venuta durante il volo di ritorno dal viaggio in Cile e Perú. Essa poi si è confermata alla luce delle «lettere della tribolazione» che il Pontefice ha scritto ai vescovi del Cile e al popolo di Dio. Essa ha preso corpo nel dialogo con p. Diego Fares, che ha composto gli apparati di commento, e ha infine ricevuto la sua approvazione finale dallo stesso Francesco l’8 novembre 2018, accompagnata dalla sua prefazione con la quale la offre non solo alla lettura, ma soprattutto alla preghiera.

La capacità di resistere al male. Di p. Diego Fares
Nelle Lettere della tribolazione Bergoglio trova alcuni rimedi per resistere a questo cattivo spirito senza restarne contagiati. In esse è contenuta la dottrina sulla tribolazione. «[Le lettere] costituiscono un trattato sulla tribolazione e sul modo di sopportarla».
Celebrando i Vespri nella chiesa del Gesù, il 27 settembre 2014, Francesco aveva detto: «Leggendo le lettere del p. Ricci, una cosa mi ha molto colpito: la sua capacità di non farsi imbrigliare da queste tentazioni e di proporre ai gesuiti, in tempo di tribolazione, una visione delle cose che li radicava ancora di più nella spiritualità della Compagnia».
Per contestualizzare tale scritto, aggiungiamo che la dottrina sul modo di sopportare le tentazioni e resistervi che Bergoglio espone nel breve prologo delle Lettere viene completata da altri due testi, formando così una trilogia: un testo antecedente, La acusación de si mismo, pubblicato per la prima volta nel 1984; e un altro, scritto nei primi mesi dopo il trasferimento alla Residenza di Córdoba, intitolato Silencio y palabra.
Anzitutto va detto che le Cartas non sono un’elaborazione astratta di criteri spirituali, ma piuttosto la fonte e il frutto di un atteggiamento che ha condotto un’intera istituzione — la Compagnia di Gesù — ad accettare la propria soppressione (che causò la morte di molti gesuiti) in obbedienza alla Chiesa, senza rendere male per male ad alcuno.
Questo atteggiamento paradigmatico di una «grande persecuzione» fornisce una cornice spirituale per affrontarne qualsiasi altra. Esso segue lo spirito della Prima lettera di Pietro di non meravigliarsi dell'incendio che si scatena (cfr. 1 Pietro 4, 12) quando c’è una persecuzione. L’atteggiamento è quello della Lettera agli Ebrei, che ricorda che non abbiamo «ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato» (Lettera agli Ebrei 12, 4).
Nell’atteggiamento di paternità spirituale di quei Prepositi generali della Compagnia di Gesù Bergoglio vede il rimedio più efficace al rischio che si cada nel vittimismo di esagerare le persecuzioni. La paternità che si impegna ad aver cura del grano e non strappa prematuramente la zizzania è rimedio che «protegge il corpo dalla disperazione e dallo sradicamento spirituale». Tuttavia, non lo fa frapponendosi a difesa dai colpi esterni, ma come il padre che aiuta i suoi figli ad «assumere un atteggiamento di discernimento» che permetta loro di difendersi da sé.
L’effetto più devastante dello «spirito di accanimento», che se la prende con la carne del più debole, si produce nel popolo fedele di Dio: ricade sui semplici e sui piccoli che, nel vedere questa ferocia scatenata contro i figli più deboli, e spesso contro i migliori, sperimentano l’abbandono, lo sconforto e il senso di sradicamento. Pertanto, l'atteggiamento paterno consiste nel prodigarsi affinché i piccoli non vengano scandalizzati. È stata questa la principale preoccupazione del Signore quando è giunta l’ora della sua Passione: pregare il Padre e far sì che i suoi non restassero scandalizzati.
I rimedi contro lo spirito di accanimento non cercano di «vincere il male con il male»: ciò significherebbe restare contagiati dalla sua dinamica. Puntano invece a rafforzare la nostra capacità di «resistere al male», trovando modi per sopportare la tribolazione senza venir meno. Questa resistenza al male è del tutto diversa da quell’altro tipo di resistenza, nei confronti dello Spirito, che il demonio pratica e provoca istigando all'accanimento. Vediamone le caratteristiche.
In alcuni casi la resistenza alla persecuzione consisterà nel «fuggire in Egitto», come fece san Giuseppe per salvare il Bambino e sua Madre: «Dobbiamo tenere sempre un “Egitto” a portata di mano — anche nel nostro cuore —, per umiliarci e autoesiliarci di fronte all'eccesso di un diffidente» che ci perseguita. Dunque, la prima resistenza consiste nel ritrarsi, nel non reagire attaccando o seguendo l’istinto di un’opposizione diretta. Il ricorso a questo luogo del cuore in cui ci si può sempre esiliare, quando ci insegue un qualche Erode, è fonte della pace che il Signore ha dato a Bergoglio quando questi ha capito che sarebbe stato eletto Papa. È stato lo stesso Pontefice a raccontarlo più di una volta, chiedendo preghiere affinché questa pace non gli venga mai tolta.
Tuttavia, in altri casi la resistenza consisterà nell’affrontare il cattivo spirito a viso aperto, dando testimonianza pubblica della verità con dolcezza e fermezza. Su questo punto Bergoglio-Francesco manifesta una grazia speciale, che è — per dirlo in modo semplice — quella di «far venir fuori il cattivo spirito», che così si rivela. Quando la tentazione si basa su una mezza verità, è molto difficile riuscire a fare luce e chiarire le cose per via intellettuale. «Come essere di aiuto in tali circostanze?», si domandava Bergoglio in Silenzio e parola. «Bisogna fare in modo che si manifesti lo spirito malvagio», e l’unico modo perché ciò avvenga è «fare posto» a Dio, perché Gesù è l’unico che può indurre il demonio a scoprirsi: «Esiste un solo modo per “fare posto” a Dio, e questo modo ce l’ha insegnato Lui stesso: l’umiliazione, la kenosis (Filippesi 2,5-11). Tacere, pregare, umiliarsi».
«Più che sulla “luce” — afferma Bergoglio —, bisogna puntare sul “tempo”. Mi spiego: la luce del Demonio è forte, però dura poco (come il flash di una macchina fotografica), mentre la luce di Dio è mite, umile, non si impone ma si offre, e dura molto. Bisogna saper aspettare, pregando e chiedendo l’intervento dello Spirito Santo, affinché passi il tempo di quella luce così forte».
Didascalia: Jacob Symonz Pynas, «Paolo e Barnaba a Listra» (XVII secolo)
nnLa paradossale beatitudine e l’esaltante itinerario di salvezza di coloro che sono tribolati
Dall’abisso all’aurora di una nuova era. Card. Gianfraco Ravasi
Per eleggere papa il figlio del medico di Sant’Angelo di Romagna, Giovan Vincenzo Antonio Ganganelli, ci vollero ben 185 scrutini. Alla fine questo francescano conventuale, primo pontefice di origine borghese e non popolare o aristocratica, saliva sulla cattedra di Pietro a 64 anni col nome di Clemente XIV. Era il 1769 e di lì a poco sarebbe stato l’artefice di un’opera che sarà continuata dal suo successore Pio IV, l’allestimento dell’imponente raccolta artistica greco-romana del Museo Vaticano Pio-Clementino. Quattro anni dopo, il 21 luglio 1773, malvolentieri e sotto forti pressioni politiche esterne soprattutto del re di Spagna, emetteva il “breve” Dominus ac Redemptor che lo rende una figura un po’ imbarazzante ai nostri giorni segnati da un papa gesuita: aboliva la Compagnia di Gesù. L’anno successivo, il 1774, moriva forse di cancro, e subito attorno alla sua salma aleggiava una leggenda nera double face: avvelenato dai gesuiti oppure punito da Dio per aver soppresso quell’Ordine? Egli ora incombe possente col braccio elevato e puntato verso un orizzonte lontano nel monumento funebre che Antonio Canova gli dedicò nella basilica dei Ss. Apostoli a Roma.
Vorremmo ora idealmente far risuonare la sua voce, considerandola un po’ come l’ideale vertice tematico dell’importante e per certi versi sorprendente sequenza delle Lettere della tribolazione. Evochiamo, infatti, le parole centrali di quel breve papale che cancellava un’istituzione ecclesiale così decisiva nella storia degli ultimi secoli: «Con ben maturo consiglio, di certa scienza, e con la pienezza dell’Apostolica Potestà, estinguiamo e sopprimiamo la più volte citata Società, e annulliamo ed aboliamo tutti e singoli gli uffici di essa, i ministeri e le amministrazioni, le case, le scuole, i collegi, gli ospizi, e qualunque altro luogo esistente in qualsivoglia provincia, regno, e signoria, e in qualunque modo appartenente alla medesima; i suoi statuti, costumi, consuetudini, decreti, costituzioni, quantunque corroborate da giuramento, da apostolica approvazione, o in altra guisa, e tutti e singoli i privilegi e gl’indulti generali o speciali […]».
«Quindi Noi dichiariamo che rimanga annullata in perpetuo ed assolutamente estinta tutta e qualunque autorità del Preposito generale, dei provinciali, dei visitatori e degli altri superiori di detta Società, tanto nelle cose spirituali che nelle temporali […] Con la presente proibiamo, che nessuno in avvenire sia ricevuto nella suddetta Società, ed ammesso alla vestizione e al noviziato [..] Vogliamo, comandiamo, ordiniamo che coloro che attualmente sono nel noviziato, subito, prontamente, immediatamente e di fatto siano licenziati; e in egual modo proibiamo che coloro che fecero la professione dei voti semplici, e che fin qui non sono stati promossi ad alcun ordine sacro, possano essere promossi agli stessi ordini maggiori» (Dominus ac Redemptor n. 25).
Bisognerà attendere il 7 agosto 1814 quando Papa Pio VII — il cesenate Barnaba Chiaramonti, eletto il 14 marzo 1800 dopo un conclave durato ben 104 giorni a Venezia — con la bolla Sollicitudo omnium porrà il suggello a questo lungo inverno della Compagnia di Gesù, durato 41 anni, per ricostituirla nella sua piena dignità e operosità. Il corpus centrale dell’opera che ora viene proposta accoglie otto lettere dei Prepositi generali che, in quell’arco storico travagliato e in quello immediatamente successivo, rivelano l’amarezza e le speranze della loro anima sotto il cielo cupo della “tribolazione”.
Sotto questo stesso cielo spesso ci ritroviamo, per ragioni diverse, anche nel presente. Si aggiungono, così, altre cinque lettere: a scriverle è Papa Francesco, che da semplice gesuita nel 1986 aveva curato l’edizione delle otto testimonianze del passato, per cui questo libro può essere considerato in un certo senso tutto suo nella forma più personale e diretta. Ora le nubi s’addensano sull’orizzonte stesso della Chiesa e vorticano attorno alla «ferita aperta, dolorosa e complessa della pedofilia» e alla lugubre «cultura dell’abuso». Permane, perciò, ancora viva e intatta quella parola riassuntiva ed emblematica, tribolazione. Ed è su di essa che noi desideriamo sostare perché appartiene alla stessa sorgente della nostra fede, la Parola di Dio, così come si è espressa nel Nuovo Testamento.
«Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (Atti 14, 22). È questa, infatti, la confessione che già pronunciano Paolo e Barnaba dopo un loro tour missionario in una regione centrale dell’attuale Turchia ove l’Apostolo aveva subito anche un tentativo di lapidazione. Nel cuore di quella frase c’è appunto la parola che regge il titolo e sintetizza l’epistolario raccolto nel volume: è il termine greco thlípsis che nel Nuovo Testamento risuona ben 45 volte e che è di solito tradotto col nostro vocabolo “tribolazione”. Quest’ultimo curiosamente ha alla base il verbo “trebbiare”, usato in senso metaforico, perché è come essere straziati nel corpo e nello spirito da un erpice. Anche il parallelo greco rimanda al verbo thlíbô che significa “pigiare, calcare, premere”, proprio come accade agli acini d’uva pestati nel tino, così che coli come sangue il vino.
Possiamo, perciò, idealmente sovrapporre la “tribolazione” biblica a quella vissuta dai tanti testimoni-martiri dei secoli cristiani, tra i quali appunto i gesuiti di quelle lettere. Anzi, si potrebbe persino elaborare una teologia della tribolazione che ha in Cristo sia il modello, sia la meta da raggiungere, come si afferma in un celebre (e non sempre correttamente inteso) passo della Lettera ai Colossesi: «Sono lieto nelle tribolazioni che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (1, 24). Non è un completare la passione redentrice di Cristo che in sé è perfetta e piena, ma è un riprodurla nella propria vita attraverso un itinerario di sofferenze e di testimonianze che durerà per l’intera esistenza.
Infatti, ribadisce l’Apostolo ai cristiani di Roma, «se siamo figli, eredi di Dio e coeredi di Cristo, dobbiamo davvero prendere parte alle sue tribolazioni per partecipare alla sua gloria» (8, 17). È una «comunione con Cristo nelle tribolazioni», come ripeterà Paolo ai Filippesi (3, 10), con la certezza che «egli ci consola in ogni nostra tribolazione» (2 Corinzi 1, 4). Questa affermazione è una sorta di leit-motiv che echeggia in molti passi paolini e che è ricalcato nelle lettere qui raccolte. È per questo che si esalta la paradossale beatitudine del tribolato, perché «il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria» (2 Corinzi 4, 17). Infatti, «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura», per cui «noi ci vantiamo nelle tribolazioni» (Romani 8, 18; 5, 3).
È noto che tutta la trama dell’esperienza dell’Apostolo e dei primi cristiani è costellata di sofferenze e persecuzioni, è persino striata di sangue. È ciò che già Gesù annunciava — sia pure in negativo — nella parabola del seme che cade nel terreno accidentato della storia: esso è il simbolo di coloro che sono «incostanti e che, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno» (Marco 4, 17). San Paolo, evocando il suo rapporto pastorale tormentato coi cristiani di Corinto (non ci sono solo le tribolazioni delle persecuzioni esterne ma anche i travagli interni), non esita a elencare un flusso ininterrotto, quasi litanico, di prove di ogni genere da lui subite nel suo impegno missionario (2 Corinzi 11). È convinto, infatti, che «siamo tribolati da ogni parte: battaglie all’esterno, timori all’interno» (7, 6).
E la tribolazione patita per il Vangelo è una sorta di vessillo di amore, come ancora dichiara ai Corinzi: «Vi ho scritto in un momento di grande tribolazione e col cuore angosciato, tra molte lacrime, perché conosciate l’amore che nutro particolarmente per voi» (2, 4). Tuttavia rimane insediata sempre nel cuore quella promessa che Gesù aveva fatto ai suoi discepoli nell’ultima sera della sua vita terrena nel Cenacolo: «Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Giovanni 16, 33). Lo sguardo che il discepolo rivolge quando è attanagliato dalle prove è, perciò, proteso in avanti verso un orizzonte più alto, quello che i teologi definiscono come escatologico.
Cristo stesso l’aveva anticipato in un suo discorso, detto appunto “escatologico”, nel quale faceva balenare l’idea che nelle ultime battute della storia umana ci sarebbe stata una sorta di epifania ultima del Maligno, un estremo dibattersi del mostro del male. È la «grande tribolazione», la suprema prova finale che separerà giusti e ingiusti nei confronti del regno di Dio: «Vi sarà allora una tribolazione grande, quale non vi è mai stata dall’inizio del mondo fino ad ora, né mai più vi sarà… Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno  dal cielo e le potenze dei cieli  saranno sconvolte» (Matteo 24, 21.29). Si tratta di un segno, espresso col linguaggio della letteratura apocalittica di allora, che presenta la meta ultima della storia non come un abisso oscuro ma come il sorgere dell’aurora di una nuova era trascendente, che comprende il giudizio e la vittoria sul male.
In questa luce è emblematico il libro dell’Apocalisse. L’autore è consapevole che la Chiesa sta vivendo un tempo di “tribolazione” con la crisi interna delle varie comunità e con la persecuzione esterna dell’imperatore Domiziano. Eppure egli è altrettanto sicuro che essa durerà simbolicamente solo «dieci giorni» (2, 10), cioè sarà nel perimetro di un tempo storico limitato, in attesa di approdare all’eterno della Gerusalemme nuova e perfetta. Certo, quest’ultimo libro della Bibbia è legato alla concretezza di una Chiesa in crisi, ma la sua parola di speranza varca i confini delle difficoltà presenti per cercare il senso definitivo degli eventi umani e dell’intero essere. Il Cristo, raffigurato sotto il simbolo biblico dell’Agnello, vuole aprire e rendere leggibile, attraverso la sua «apocalisse-rivelazione», il rotolo sigillato della storia nel suo significato ultimo: più che rivolgersi alla fine del mondo, l’Apocalisse s’interroga sul fine del mondo e della storia.
Essa è, quindi, il libro del presente e del futuro, della tribolazione e della speranza, della paura e della gioia, del giudizio e della gloria, della Gerusalemme storica, che ospita anche la sanguinaria Babilonia, e della Gerusalemme nuova e santa. In un suo discorso-saggio sull’Apocalisse (1984) il regista russo Andrej Tarkovski, che sognava di poter realizzare un film su quest’opera biblica, dichiarava: «L’Apocalisse è forse la più grande creazione poetica che sia mai esistita sulla terra… Essa è, in ultima analisi, un racconto del nostro destino. Ma sarebbe sbagliato pensare che l’Apocalisse contenga soltanto l’idea della punizione. Forse la cosa più importante in essa contenuta è la speranza». Proprio per questo, come scriveva Victor Hugo, «ogni uomo ha in sé la sua Patmos. È libero di andare su questo spaventoso promontorio del pensiero da dove si percepiscono le tenebre», ma da dove si vede sorgere il sole dell’alba in un giorno che non conoscerà più la notte, in cui non ci sarà più bisogno di lucerne «perché il Signore Dio ci illuminerà e regneremo nei secoli dei secoli» (22, 5).
L'Osservatore Romano