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mercoledì 13 maggio 2020

L'ATTUALITA' DEL MESSAGGIO DI FATIMA


IL MESSAGGIO DI FATIMA. 

ATTUALIZZAZIONI.
LA DIFFERENZA TRA PREDICAZIONE APOCALITTICA E PREDICAZIONE PROFETICA.
RAPPORTO TRA FATIMA E I NOVISSIMI.
IL CUORE DEL MESSAGGIO: LA CONVERSIONE E LA PENITENZA.

venerdì 23 marzo 2018

Ambrogio e la morte



In una lettera del cardinale Schuster. 

Testi e traduzioni. Pubblichiamo uno stralcio della prolusione — intitolata «“Non temo di morire, perché abbiamo un Signore buono”. Variazioni in una nota espressione di Ambrogio di Milano» — al dies academicus della Classe di studi santambrosiani dell’Accademia Ambrosiana tenuta nel pomeriggio del 20 marzo scorso dal prefetto della Biblioteca apostolica vaticana. Al convegno che ha seguito la solenne inaugurazione, il 21 marzo, erano presenti anche studiosi provenienti da Russia, Repubblica Ceca e Cina, paesi nei quali è già stato avviato un progetto di traduzione delle opere del vescovo di Milano.

(Cesare Pasini) Al dire di Paolino, biografo di sant’Ambrogio, il generale Stilicone, convinto che «sull’Italia sarebbe stata incombente la rovina, una volta morto un così grande uomo» qual era il vescovo di Milano, mandò a lui, gravemente malato, una delegazione di nobili, perché lo invitasse «a chiedere al Signore di prolungargli la vita».
Ambrogio rispose: «Non ho vissuto fra di voi in modo da dovermi vergognare di vivere; né temo di morire, perché abbiamo un Signore buono».
La frase ricompare nella Vita di Agostino di Possidio, con qualche variante minore. Possidio riporta la valutazione positiva di Agostino: questi infatti ne elogiava «la precisione e l’equilibrio», invitando a «comprendere che Ambrogio aveva detto: “Non temo di morire, perché abbiamo un Signore buono”, affinché non si credesse che egli aveva premesso: “Non sono vissuto in modo da vergognarmi di vivere tra voi”, per eccessiva fiducia nella sua condotta senza macchia». Effettivamente la frase esprime bene il pensiero di Ambrogio: l’aspetto di concretezza e di impegno umano nella prima parte e, nella seconda, la gratuità preveniente e sovrabbondante del dono divino, come Agostino aveva sottolineato in particolare nella disputa antipelagiana.
Marco Navoni ha spiegato che, mutando il contesto, la narrazione subì un significativo cambiamento: nel racconto di Paolino, è Stilicone, pur barbaro, che percepisce «il rischio reale di sfaldamento culturale e politico dell’impero» e intuisce «il ruolo fondamentale di riassestamento» che poteva assumere «la religione cattolica, di cui Ambrogio in quel momento era l’esponente più prestigioso»; in quello di Possidio, invece, Stilicone scompare e la delegazione di nobili milanesi si concentra sulle esigenze della Chiesa di Milano che «sarebbe stata privata della predicazione della Parola di Dio e dell’amministrazione dei sacramenti»: preoccupazione nobile, ma scontata e un poco retorica, annota Navoni, in quanto risolvibile con la nomina di un buon successore...
La frase è ugualmente presente nella vita anonima carolingia, scritta nel IX secolo in ambito milanese, nota come Vita e meriti di Ambrogio. L’autore, riprendendo da Paolino, drammatizza l’episodio, trasformando in discorso diretto il pensiero di Stilicone, ritoccandolo e ampliandolo: la preoccupazione che sull’Italia sarebbe stata incombente la rovina, diventa: «insieme con lui perirà l’onore di tutta l’Italia» (anche perché poco prima aveva affermato che «è evidente che in lui si trova la somma di tutte le virtù»).
Inoltre la risposta di Ambrogio si arricchisce di un’aggiunta: «Perciò vi prego, fratelli, di non ostacolare il mio cammino né di sbarrare la mia vita con le vostre lacrime. Non voglio che voi ignoriate che lo stesso Signore Gesù, non molti giorni or sono, si è degnato di visitarmi e di confortarmi». Si percepisce il gusto agiografico dell’autore, che prolunga la narrazione per amplificare l’onore del santo celebrato e inserendo nel discorso pubblico di Ambrogio il racconto dell’episodio riferito da Paolino come confidato al solo Bassano di Lodi che cioè Ambrogio «aveva visto il Signore Gesù venirgli incontro e sorridergli»: dalla fine poesia di uno sguardo d’intesa — Gesù venuto a porgere un delicato sorriso al vescovo morente — a una descrizione meramente prosastica, a giustificare l’invito a non “sbarrargli” il cammino verso il cielo.
Non ci stupiamo che la risposta di Ambrogio sia stata più volte utilizzata in svariati contesti. Intendo riferirmi, in particolare, alla lettera che il cardinale Ildefonso Schuster inviò al cardinale Giovanni Mercati il 15 dicembre 1946 per il suo ottantesimo compleanno. Vi troviamo scritto: «Ringraziamo Iddio, che nel giardino della Chiesa ha piantato un tale albero. I suoi frutti sono copiosi e duraturi. Molte e molte anime se ne nutrono a loro spirituale vantaggio ed a gloria del Signore. Può ripetere con Ambrogio: “Non ita vixi, ut me pudeat vixisse”». Il cardinale Schuster, notiamo, sostituisce l’infinito vivere del testo di Paolino con il passato vixisse.
Quest’ultima forma verbale per quanto ne ho potuto appurare non è presente nelle edizioni critiche recenti né nei loro apparati e neppure in edizioni diffuse come la Patrologia latina. Anzi, la lezione vivere è confermata dalla traduzione greca della Vita Ambrosii di Paolino nei due manoscritti che la tramandano, uno della Bibliotèque nationale di Parigi e l’altro un Sabaita conservato nella Biblioteca Patriarcale di Gerusalemme.
Trovo tuttavia attestato l’utilizzo di vixisse in citazioni della frase in vario modo riferite alla morte cristiana. Elenco le più antiche rinvenute: nel terzo tomo delle Conciones de tempore di Luis de Granada (1585); sul basamento del monumento eretto dal figlio a Thomas Sparke, un ecclesiastico puritano morto a Bletchley (1616); nell’ottavo tomo dei Loci theologici (1610-1622) di Johann Gerhard; fra le parole dette in morte dal gesuita François Coster (1619).
Confesso di aver rinvenuto casualmente queste citazioni girovagando fra i volumi consultabili sul web. Il girovagare mi è servito per accorgermi delle ancor più numerose volte in cui ricorrono le citazioni con vivere. Non ho saputo tuttavia individuare una linea precisa di diffusione della lezione secondaria vixisse, mentre è risultato evidente come la frase, di intenso significato spirituale e di incisiva espressività, abbia potuto diffondersi procedendo oltre le formulazioni di Paolino e di Possidio e creando una molteplicità di varianti grazie anche alla ripetizione a mente e agli adattamenti alle circostanze cui andò soggetta (per un monumento, in bocca a un religioso morente, quale citazione fra i loci teologici o come nutrimento spirituale nelle meditazioni sui novissimi).
Curiosamente, tuttavia, troviamo vixisse (e non vivere) in una fonte classica che può aver influenzato Ambrogio come in altre sue opere ed espressioni. Si tratta delle parole che Cicerone, alla fine del Cato Maior de senectute, pone sulle labbra del protagonista: «Non mi piace lamentarmi della vita (...) e non mi pento d’aver vissuto (me vixisse), poiché ho vissuto (vixi) in modo tale da non ritenermi nato invano».
Ma proprio il contesto del Cato maior fa emergere il motivo che può aver causato l’inserimento dell’infinito passato al posto di quello presente: nel testo di Cicerone, infatti, Catone guarda al passato della propria vita, per un giudizio che desidera sia positivo; invece nel testo di Ambrogio il vescovo guarda verso un futuro ritenuto possibile (e desiderabile dai suoi interlocutori), in base alla valutazione positiva del passato. In quest’ultimo caso il protagonista Ambrogio dice: «Considerando come ho vissuto, dovrei forse vergognarmi di vivere ancora?»; nel primo caso invece Catone, pensando alla sua morte prossima (e non ad altro), dice: «Considerando la mia vita passata, devo forse vergognarmi di come ho vissuto? ho forse vissuto inutilmente?». L’infinito vixisse tende a ripetere due volte lo stesso concetto («considero come ho vissuto devo forse vergognarmi di come ho vissuto?»), a differenza dell’infinito vivere, che invece induce a trarre una conseguenza dopo aver espresso una valutazione («considero la vita passata devo forse vergognarmi di vivere ancora?»).
Ma che senso ha allora vixisse nella citazione di Schuster? Se non vogliamo pensare che abbia usato questa forma senza darvi un senso particolare (o semplicemente seguendo una citazione di quel tipo o citando a memoria) possiamo ritenere che, come lo induceva il contesto dell’ottantesimo compleanno di Mercati, egli intendesse esprimere una valutazione positiva sulla sua già lunga vita, così da poter unire all’augurio anche un sincero apprezzamento al festeggiato. Esplicito o implicito che fosse questo significato, accanto all’elogio per l’impegno operoso di Mercati, non doveva comunque mancare, pur meno sottolineato, un riferimento alla gratuità del dono ricevuto, dal momento che a buon conto ‒ come scriveva all’inizio, era Dio ad aver piantato un tale albero fruttifero nel giardino della Chiesa.

L'Osservatore Romano

giovedì 15 febbraio 2018

La verità è una sola: la morte.


Domani, venerdì 16 febbraio ore 19, al Centro Internazionale, via Malpighi 2 a Romaserata in favore  della Fondazione San Rafael di padre Aldo Trento. Saranno presenti don Paolo Buscaroli, missionario in Paraguay, Franca Giansoldativaticanista de Il Messaggero e Guido Tombari che presenterà  lo speciale di RAI3 “La lunga strada di padre Aldo” .

***
La verità più concreta e più censurata: la morte

Cari amici,
il Santo Padre il primo di febbraio, durante l’omelia in Santa Marta, ha ricordato a ciascuno la verità più concreta e più censurata: la morte. Mi ha molto confortato, perché quasi più nessuno ne parla né della drammaticità del cammino che percorriamo, volenti o nolenti, ogni giorno fino a raggiungere la meta dove lei ci aspetta.
È un cammino ben presentato nel film di Bergman “Il settimo sigillo” e, per quanto mi riguarda, lo compio tutti i giorni con i miei figli e fratelli ricoverati nel mio ospedale

È dura morire, così come lo è per chi assiste all’ultimo duello fra la vita e la morte, accompagnando una persona a lasciare questo mondo. Parlo di duello perché è una vera lotta e la si vede nel progressivo crescere dell’affannoso respiro fino al lento spegnersi. È il duello dell’agonia. Ogni volta che assisto a questo, mi vengono i brividi. È un’impresa difficile morire! Spesso scendo nella camera mortuaria dove a volte ci sono anche tre cadaveri. Scendo prima di andare a dormire, nel silenzio più completo. Appoggio i gomiti alla sponda di una bara, tenendomi la testa fra le mani e guardando con la coda dell’occhio il capo del defunto, e penso al momento in cui al posto suo ci sarò io… domani, fra un mese, fra un anno…! Non lo so, però sono sicuro che verrà anche il mio turno.
Mi fa tanto bene passare del tempo così e per di più di notte. “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, scriveva il genio di Pavese. E nei tempi remoti i frati nei monasteri si salutavano con un sano “memento mori”, e l’altro rispondeva “memento”. Era il modo più vero, più umano per vivere intensamente il presente, da uomini liberi. Senza questa prospettiva, il presente diventa una schiavitù, una trappola e uno si attacca a qualunque cosa che, senza che se ne possa accorgere, gli dice “addio”. Tu pensi alla morte, alla tua morte? Tutti i giorni mi vedo nella bara, che poi scenderà un metro e mezzo sotto terra o dentro la prigione di un loculo… e vi confesso che mi fa ancora paura, dopo tanti anni. Sì, mi fa paura immaginarmi sotto terra, ridotto a un cadavere. L’altra sera, guardando l’ultimo morto, pensavo: “Ma che cos’è un cadavere?”. Si direbbe un corpo in cui non vibra più la coscienza dell’io, per cui tutto si dissolve apparentemente nel nulla. Ma non è così, perché l’”io” è già fra le braccia del Padre… e non solo. Perché, come recitiamo nella Professione di Fede, “Credo la resurrezione della carne (quel mio, o tuo, corpo freddo, putrefatto) e la vita eterna”. È tutto così misterioso, difficile da capire, eppure è il cuore, è la ragione a esigerlo; ma soprattutto, per noi cristiani, è Gesù risorto. Nella certezza che la morte ci aspetta dietro l’angolo e con gli occhi fissi su Gesù risorto, viviamo ogni istante.
E non dimentichiamo di recitare l’atto di dolore prima di dormire, perché non sappiamo se apriremo gli occhi, ed educhiamoci a confessarci frequentemente e, se siamo in peccato grave, subito, sempre che si trovi un prete disponibile; altrimenti dite l’atto di dolore, nella certezza che la Misericordia Divina, a differenza di noi preti, è sempre disponibile. E quando vi ammalate seriamente, chiedete l’Unzione degli Infermi. Scusate se ve lo ricordo, ma oggi, presi da tanti incontri, ritiri, cose da fare, corriamo il rischio di perdere di vista l’essenza della Fede.
P. Aldo

sabato 26 novembre 2016

La vita eterna nella visione cristiana.



 Verso il mare senza confini

Fondazione Ratzinger. Pubblichiamo uno stralcio della relazione del cardinale presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani pronunciata il 25 novembre durante il simposio internazionale sull’escatologia promosso dalla Fondazione Ratzinger. L’incontro si conclude il 26 novembre con la consegna del premio Ratzinger.
(Kurt Koch) Che speranza sarebbe una speranza valida soltanto per questa vita terrena e la cui unica forza consisterebbe in ultima analisi nell’avvicinarci alla fine certa della nostra vita nella tomba? Allora davvero, come dice giustamente Paolo, saremmo «da compiangere più di tutti gli uomini» (1 Corinzi, 15, 19). Ma la speranza cristiana degna di questo nome ha un più ampio respiro. Essa dà prova di sé anche e precisamente oltre la morte. 
Difatti, il vero amore vuole l’eternità, come ha sottolineato in maniera pertinente il poeta francese Gabriel Marcel: amare davvero qualcuno significa dirgli che non morirà. La vera speranza dà prova di sé nel fatto che accordiamo ai morti la vita eterna. 
Ancor più, l’amore infinito di Dio vuole l’eternità per ogni uomo. In questo consiste la grande speranza della fede cristiana, come ha espresso Papa Benedetto XVI con parole molto belle nella Spe salvi, riferendosi a quanto detto da Giuseppina Bakhita: «Io sono definitivamente amata e qualunque cosa accada — io sono attesa da questo Amore» (n. 3).
L’escatologia cristiana promette all’uomo il futuro, se l’uomo vive in quella grande speranza che può essere soltanto Dio, il quale è il solo che può donarci ciò che non possiamo ottenere da soli, ovvero la vita eterna. La dinamica di questa speranza nella vita dell’uomo è stata descritta dal pilota e scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry: «Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini. Ma desta in loro il desiderio per il mare vasto e infinito». Se trasferiamo questa massima alla fede cristiana e al suo annuncio, possiamo declinarla nel senso seguente: è più importante destare nell’uomo di oggi il desiderio per l’ampio oceano della vita eterna che organizzare la vita presente.
Si fraintenderebbe la massima di Saint-Exupéry se la si intendesse come un invito all’evasione dal mondo e una promessa illusoria dell’aldilà, secondo quanto rinfacciato al cristianesimo da Ludwig Feuerbach e da Karl Marx. Si deve cogliere dunque anche l’altro lato della massima di Saint-Exupéry: per quanto, nel voler costruire una barca, sia meglio destare nell’uomo il desiderio per il mare vasto e infinito piuttosto che tagliare la legna, dividere i compiti e impartire ordini, non appena il desiderio per il mare vasto e infinito sarà stata destato, gli uomini si metteranno immediatamente al lavoro e costruiranno la barca come previsto. 
Analogamente, la speranza cristiana nella vita eterna non offusca minimamente lo sguardo rivolto alla vita presente, terrena, ma mostra in modo particolare l’importanza della fede cristiana nella vita degli uomini. Poiché, secondo la promessa della fede cristiana, è la vita presente che verrà glorificata nel futuro in Dio, la speranza nella vita dopo la morte riporta l’attenzione del cristiano alla vita presente prima della morte. Lo sguardo fiducioso che si spinge oltre i confini della morte verso il compimento della vita nell’aldilà non può dunque mai distogliere il cristiano dai compiti del presente; piuttosto, esso lo induce ad affrontare questi compiti in maniera decisa e ad impegnarsi a favore della vita degli altri uomini e di tutto il creato.
Questa conseguenza logica della fede ha trovato conferma in vari modi nella storia del cristianesimo. Basti ricordare l’esempio eloquente di quelle comunità monastiche e religiose che, per desiderio della vita eterna quale patria, hanno lasciato la loro patria terrena per cercare e testimoniare Cristo come stranieri in terre straniere, entrando così a far parte dei principali diffusori di civiltà e di cultura nel paesaggio europeo. 
Similmente, noi cristiani ci troviamo oggi davanti alla sfida di mantenere in un sano equilibrio ciò che non può essere diviso, preservando le giuste priorità, come ha osservato in maniera pertinente Christoph Schönborn (Existenz im Übergang. Pilgerschaft, Reinkarnation, Vergöttlichung, Einsiedeln 1987, p. 94): «La vera “responsabilità per l’aldiqua” cresce soltanto in base all’autentica “speranza nell’aldilà”. Ma vale anche l’inverso: la responsabilità per la vita eterna dà, ancora di più, vera gioia a questa vita: dalla “responsabilità per l’aldilà” cresce la vera “speranza nell’aldiqua”».
L'Osservatore Romano

martedì 25 ottobre 2016

Ad resurgendum cum Christo



Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede “Ad resurgendum cum Christo” circa la sepoltura dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione 
 Sala stampa della Santa Sede 

Pubblichiamo di seguito l’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede “Ad resurgendum cum Christo” circa la sepoltura dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione:
Istruzione “Ad resurgendum cum Christo” circa la sepoltura dei defuntie la conservazione delle ceneri in caso di cremazione
1. Per risuscitare con Cristo, bisogna morire con Cristo, bisogna «andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore» (2 Cor 5,8). Con l’Istruzione Piam et constantem del 5 luglio 1963, l’allora Sant’Uffizio ha stabilito che «sia fedelmente mantenuta la consuetudine di seppellire i cadaveri dei fedeli», aggiungendo però che la cremazione non è «di per sé contraria alla religione cristiana» e che non siano più negati i sacramenti e le esequie a coloro che abbiano chiesto di farsi cremare, a condizione che tale scelta non sia voluta «come negazione dei dogmi cristiani, o con animo settario, o per odio contro la religione cattolica e la Chiesa».[1] Questo cambiamento della disciplina ecclesiastica è stato poi recepito nel Codice di Diritto Canonico (1983) e nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (1990). 

Nel frattempo la prassi della cremazione si è notevolmente diffusa in non poche Nazioni, ma nel contempo si sono diffuse anche nuove idee in contrasto con la fede della Chiesa. Dopo avere opportunamente sentito la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi e numerose Conferenze Episcopali e Sinodi dei Vescovi delle Chiese Orientali, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha ritenuto opportuno la pubblicazione di una nuova Istruzione, allo scopo di ribadire le ragioni dottrinali e pastorali per la preferenza della sepoltura dei corpi e di emanare norme per quanto riguarda la conservazione delle ceneri nel caso della cremazione. 
2. La risurrezione di Gesù è la verità culminante della fede cristiana, predicata come parte essenziale del Mistero pasquale fin dalle origini del cristianesimo: «Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (1 Cor 15,3–5). 
Mediante la sua morte e risurrezione, Cristo ci ha liberato dal peccato e ci ha dato accesso a una nuova vita: «Come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4). Inoltre, il Cristo risorto è principio e sorgente della nostra risurrezione futura: «Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti...; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» (1 Cor 15,20–22). 
Se è vero che Cristo ci risusciterà nell’ultimo giorno, è anche vero che, per un certo aspetto, siamo già risuscitati con Cristo. Con il Battesimo, infatti, siamo immersi nella morte e risurrezione di Cristo e sacramentalmente assimilati a lui: «Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel Battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti» (Col 2,12). Uniti a Cristo mediante il Battesimo, partecipiamo già realmente alla vita di Cristo risorto (cf. Ef 2,6). 
Grazie a Cristo, la morte cristiana ha un significato positivo. La liturgia della Chiesa prega: «Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo».[2] Con la morte, l’anima viene separata dal corpo, ma nella risurrezione Dio tornerà a dare la vita incorruttibile al nostro corpo trasformato, riunendolo alla nostra anima. Anche ai nostri giorni la Chiesa è chiamata ad annunciare la fede nella risurrezione: «La risurrezione dei morti è la fede dei cristiani: credendo in essa siamo tali».[3] 
3. Seguendo l’antichissima tradizione cristiana, la Chiesa raccomanda insistentemente che i corpi dei defunti vengano seppelliti nel cimitero o in altro luogo sacro.[4] Nel ricordo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore, mistero alla luce del quale si manifesta il senso cristiano della morte,[5] l’inumazione è innanzitutto la forma più idonea per esprimere la fede e la speranza nella risurrezione corporale.[6] 
La Chiesa, che come Madre ha accompagnato il cristiano durante il suo pellegrinaggio terreno, offre al Padre, in Cristo, il figlio della sua grazia e ne consegna alla terra le spoglie mortali nella speranza che risusciterà nella gloria.[7] 
Seppellendo i corpi dei fedeli defunti, la Chiesa conferma la fede nella risurrezione della carne,[8] e intende mettere in rilievo l’alta dignità del corpo umano come parte integrante della persona della quale il corpo condivide la storia.[9] Non può permettere, quindi, atteggiamenti e riti che coinvolgono concezioni errate della morte, ritenuta sia come l’annullamento definitivo della persona, sia come il momento della sua fusione con la Madre natura o con l’universo, sia come una tappa nel processo della re–incarnazione, sia come la liberazione definitiva della “prigione” del corpo.  
Inoltre, la sepoltura nei cimiteri o in altri luoghi sacri risponde adeguatamente alla pietà e al rispetto dovuti ai corpi dei fedeli defunti, che mediante il Battesimo sono diventati tempio dello Spirito Santo e dei quali, «come di strumenti e di vasi, si è santamente servito lo Spirito per compiere tante opere buone».[10] 
Il giusto Tobia viene lodato per i meriti acquisiti davanti a Dio per aver seppellito i morti,[11] e la Chiesa considera la sepoltura dei morti come un’opera di misericordia corporale.[12] Infine, la sepoltura dei corpi dei fedeli defunti nei cimiteri o in altri luoghi sacri favorisce il ricordo e la preghiera per i defunti da parte dei familiari e di tutta la comunità cristiana, nonché la venerazione dei martiri e dei santi. 
Mediante la sepoltura dei corpi nei cimiteri, nelle chiese o nelle aree ad esse adibite, la tradizione cristiana ha custodito la comunione tra i vivi e i defunti e si è opposta alla tendenza a occultare o privatizzare l’evento della morte e il significato che esso ha per i cristiani. 
4. Laddove ragioni di tipo igienico, economico o sociale portino a scegliere la cremazione, scelta che non deve essere contraria alla volontà esplicita o ragionevolmente presunta del fedele defunto, la Chiesa non scorge ragioni dottrinali per impedire tale prassi, poiché la cremazione del cadavere non tocca l’anima e non impedisce all’onnipotenza divina di risuscitare il corpo e quindi non contiene l’oggettiva negazione della dottrina cristiana sull’immortalità dell’anima e la risurrezione dei corpi.[13] 
La Chiesa continua a preferire la sepoltura dei corpi poiché con essa si mostra una maggiore stima verso i defunti; tuttavia la cremazione non è vietata, «a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana».[14] 
In assenza di motivazioni contrarie alla dottrina cristiana, la Chiesa, dopo la celebrazione delle esequie, accompagna la scelta della cremazione con apposite indicazioni liturgiche e pastorali, avendo particolare cura di evitare ogni forma di scandalo o di indifferentismo religioso. 
5. Qualora per motivazioni legittime venga fatta la scelta della cremazione del cadavere, le ceneri del defunto devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero o, se è il caso, in una chiesa o in un’area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica. 
Sin dall’inizio i cristiani hanno desiderato che i loro defunti fossero oggetto delle preghiere e del ricordo della comunità cristiana. Le loro tombe divenivano luoghi di preghiera, della memoria e della riflessione. I fedeli defunti fanno parte della Chiesa, che crede alla comunione «di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa».[15] 
La conservazione delle ceneri in un luogo sacro può contribuire a ridurre il rischio di sottrarre i defunti alla preghiera e al ricordo dei parenti e della comunità cristiana. In tal modo, inoltre, si evita la possibilità di dimenticanze e mancanze di rispetto, che possono avvenire soprattutto una volta passata la prima generazione, nonché pratiche sconvenienti o superstiziose. 
6. Per i motivi sopra elencati, la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica non è consentita. Soltanto in caso di circostanze gravi ed eccezionali, dipendenti da condizioni culturali di carattere locale, l’Ordinario, in accordo con la Conferenza Episcopale o il Sinodo dei Vescovi delle Chiese Orientali, può concedere il permesso per la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica. Le ceneri, tuttavia, non possono essere divise tra i vari nuclei familiari e vanno sempre assicurati il rispetto e le adeguate condizioni di conservazione. 
7. Per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti, tenendo presente che per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione. 
8. Nel caso che il defunto avesse notoriamente disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri per ragioni contrarie alla fede cristiana, si devono negare le esequie, a norma del diritto.[16] 
Il Sommo Pontefice Francesco, nell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto in data 18 marzo 2016, ha approvato la presente Istruzione, decisa nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione in data 2 marzo 2016, e ne ha ordinato la pubblicazione. Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, 15 agosto 2016, Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria.
Gerhard Card. Müller
Prefetto
Luis F. Ladaria, S.I.
Arcivescovo titolare di Thibica
Segretario
___________________

[1] AAS 56 (1964), 822-823. 
[2] Messale Romano, Prefazio dei defunti, I. 
[3] Tertulliano, De resurrectione carnis, 1,1: CCL 2, 921.
[4] Cf. CIC, can. 1176, § 3; can. 1205; CCEO, can. 876, § 3; can. 868.
[5] Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1681. 
[6] Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2300. 
[7] Cf. 1 Cor 15,42-44; Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1683. 
[8] Cf. Sant’Agostino, De cura pro mortuis gerenda, 3, 5: CSEL 41, 628. 
[9]Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 14. 
[10] Cf. Sant’Agostino, De cura pro mortuis gerenda, 3, 5: CSEL 41, 627.
[11] Cf. Tb 2, 9; 12, 12.[12] Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2300. 
[13] Cf. Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio, Istruzione Piam et constantem, 5 luglio 1963: AAS 56 (1964), 822.
[14] CIC, can. 1176, § 3; cf. CCEO, can. 876, § 3. 
[15] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 962. 
[16] CIC, can. 1184; CCEO, can. 876, § 3.


***


  Conferenza stampa di presentazione dell’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede “Ad resurgendum cum Christo” circa la sepoltura dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione
Sala stampa della Santa Sede
Intervento del Card. Gerhard Müller
Intervento di P. Serge-Thomas Bonino, O.P.
Intervento di Mons. Angel Rodríguez Luño
Alle ore 11.30 di questa mattina, si tiene nella Sala Stampa della Santa Sede, in Via della
Conciliazione 54, la conferenza stampa di presentazione dell’Istruzione della Congregazione per la
Dottrina della Fede Ad resurgendum cum Christo circa la sepoltura dei defunti e la conservazione delle
ceneri in caso di cremazione.
Intervengono all’incontro stampa:
- Card. Gerhard Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede;
- P. Serge-Thomas Bonino, O.P., Segretario della Commissione Teologica Internazionale;
- Mons. Angel Rodríguez Luño, Consultore della Congregazione per la Dottrina della
Fede.
Riportiamo di seguito gli interventi dei conferenzieri:

Intervento del Card. Gerhard Müller
Eminenze, Eccellenze, Signore e Signori, Questa mattina viene presentato un nuovo Documento della Congregazione per la Dottrina della Fede. Si tratta dell’Istruzione Ad resurgendum cum Christo circa la sepoltura dei defunti e la conservazione delle ceneri in caso di cremazione. Il Documento è rivolto ai Vescovi della Chiesa cattolica, ma riguarda direttamente la vita di tutti i fedeli. Vorrei brevemente presentare la problematica di fondo e i contenuti fondamentali di questo testo. La questione della cremazione ha registrato significativi sviluppi negli ultimi decenni. Questo sembra dovuto innanzi tutto all'inarrestabile incremento della scelta della cremazione nei confronti dell’inumazione in molti Paesi. Si può ragionevolmente ritenere che nel prossimo futuro in tanti Paesi la cremazione sarà considerata come la pratica ordinaria. A questo sviluppo si è accompagnato un altro fenomeno: la conservazione delle ceneri in ambienti domestici, la loro conservazione in ricordi commemorativi o la loro dispersione in natura. La vigente normativa ecclesiastica in materia di cremazione dei cadaveri è regolata dal Codice di Diritto Canonico: «La Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti; tuttavia non proibisce la cremazione, a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana» (can. 1176, § 3). Occorre qui rilevare che, malgrado questa normativa, la pratica della cremazione si è notevolmente diffusa anche nell'ambito della Chiesa cattolica. Per quanto riguarda la pratica della conservazione delle ceneri, non esiste una specifica normativa canonica. Per tale ragione alcune Conferenze Episcopali si sono rivolte alla Congregazione per la Dottrina della Fede, sollevando interrogativi concernenti la prassi di conservare l’urna cineraria in casa o comunque in luoghi diversi dal cimitero, e soprattutto quella di spargere le ceneri in natura. Dopo avere sentito la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi e numerose Conferenze Episcopali e Sinodi dei Vescovi delle Chiese Orientali, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha quindi ritenuto opportuno pubblicare una nuova Istruzione con un duplice scopo: primo – ribadire le ragioni dottrinali e pastorali per la preferenza della sepoltura dei corpi; e secondo – emanare norme per quanto riguarda la conservazione delle ceneri nel caso della cremazione (cf. n. 1). La Chiesa, anzitutto, continua a raccomandare insistentemente che i corpi dei defunti vengano seppelliti nel cimitero o in un altro luogo sacro. Nel ricordo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore, l’inumazione è la forma più idonea per esprimere la fede e la speranza nella risurrezione corporale. Inoltre, la sepoltura nei cimiteri o in altri luoghi sacri risponde adeguatamente alla pietà e al rispetto dovuti ai corpi dei fedeli defunti. Prendendosi cura dei corpi dei defunti, la Chiesa conferma la fede nella risurrezione e si separa da atteggiamenti e riti che vedono nella morte l’annullamento definitivo della persona, una tappa nel processo di re-incarnazione o come fusione dell’anima con l’universo (cf. n. 3). Qualora per motivazioni legittime venga fatta la scelta della cremazione del cadavere, le ceneri dei fedeli devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero o in una chiesa o in un’area appositamente dedicata a tale scopo (cf. n. 5). La conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica non è consentita. Soltanto in caso di circostanze gravi ed eccezionali l’Ordinario, in accordo con la Conferenza Episcopale o il Sinodo dei Vescovi, può concedere il permesso per la conservazione delle ceneri nell'abitazione domestica (cf. n. 6). Per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non è permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo, o la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi (cf. n. 7). Si spera che questa nuova Istruzione possa contribuire perché i fedeli cristiani prendano ulteriore coscienza della loro dignità di “figli di Dio” (Rom 8,16). Siamo di fronte ad una nuova sfida per l’evangelizzazione della morte. L’accettazione dell’essere creatura da parte della persona umana, non destinata all’evanescente scomparsa, domanda di riconoscere Dio come origine e destino dell'esistenza umana: dalla terra proveniamo e alla terra torniamo, in attesa della risurrezione. Occorre pertanto evangelizzare il senso della morte, alla luce della fede in Cristo Risorto, fornace ardente d’amore, che purifica e ricrea, in attesa della risurrezione dei morti e della vita del mondo che verrà (cf. n. 2). Come ha scritto Tertulliano: «La risurrezione dei morti, infatti, è la fede dei cristiani: credendo in essa, siamo tali» (De resurrectione carnis, 1,1). 
Intervento di P. Serge-Thomas Bonino, O.P. 
La preoccupazione specifica dell'Istruzione Ad resurgendum cum Christo riguarda le norme sulla conservazione delle ceneri in caso di cremazione. Ma non si deve per questo trascurare la prima parte del titolo: «Circa la sepoltura dei defunti». Difatti, coll’Istruzione la CDF coglie l'opportunità di «ribadire le ragioni dottrinali e pastorali per la preferenza della sepoltura dei corpi », che la Chiesa «raccomanda insistentemente» (n. 3). È il punto dottrinale sul quale vorrei attirare la vostra attenzione. Difatti, la pratica della sepoltura, a causa del suo alto significato antropologico, simbolico, è in sintonia, da una parte, col mistero della risurrezione e, d’altra parte, coll'insegnamento del cristianesimo sulla dignità del corpo umano. Vediamo, in poche parole, questi due punti. La Risurrezione di Gesù, che è «principio e sorgente della nostra risurrezione futura» (n. 2), viene presentata dall'Istruzione come «la verità culmine della fede cristiana» (n. 2). Nella risurrezione, Dio porta al suo compimento l'intera opera d’amore iniziata con la creazione. Ora, come attestato dai racconti evangelici, tra il Gesù pre-pasquale e il Gesù risorto, ci sono, contemporaneamente, discontinuità e continuità. Discontinuità, perché il corpo di Gesù dopo la risurrezione si trova in un stato nuovo e presenta delle proprietà che non sono più quelle del corpo nella sua condizione terrestre, a tal punto che né Maria Maddalena né i discepoli lo riconoscevano. Ma, allo stesso tempo, il corpo di Gesù risorto è quel corpo che è nato dalla Vergine Maria, è stato crocifisso e seppellito, e ne porta le tracce. « Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate ; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho » (Lc 24, 39). Quindi, non si può negare la continuità reale tra il corpo seppellito ed il corpo risorto, segno che l’esistenza storica, tanto quella di Gesù quanto la nostra, non è un gioco, non viene abolita nell'escatologia, anzi viene trasfigurata. La risurrezione cristiana non è per tanto né una reincarnazione dell'anima in un corpo indifferente né una ri-creazione ex nihilo. La Chiesa non ha mai smesso di affermare che è proprio il corpo in cui viviamo e moriamo che risusciterà nell'ultimo giorno. Del resto, è la ragione per la quale piace al popolo cristiano, guidato dal sensus fidei, venerare le reliquie dei santi. Esse non sono un semplice ricordo sullo scaffale, ma sono legate all'identità del santo, un tempo Tempio dello Spirito Santo, ed aspettano la risurrezione. Certo, sappiamo che, anche se la continuità materiale venisse ad essere interrotta, come è il caso nella cremazione, Dio è assai potente per ricostituire il nostro corpo proprio a partire dalla nostra sola anima immortale, che garantisce la continuità della nostra identità tra il momento della morte e quello della risurrezione. Ma resta che sul piano simbolico – e l'uomo è un animale simbolico – la continuità viene espressa in modo più adeguato per mezzo delle sepoltura – «il chicco di grano caduto in terra» (Gv 12, 24) – anziché per mezzo della cremazione che distrugge il corpo in modo brutale. Passo al mio secondo punto. Il cristianesimo, da religione dell'Incarnazione e della Risurrezione, promuove ciò che l’Istruzione chiama «l’alta dignità del corpo umano come parte integrante della persona della quale il corpo condivide la storia» (n. 3). Ecco una buona notizia per l'uomo odierno. Difatti, le culture contemporanee oscillano tra, da una parte, ridurre la persona umana alla dimensione corporale, nella linea del materialismo, come se il corpo biologico fosse tutta la persona, e, d’altra parte, ridurre il corpo ad un semplice avere come se fosse una realtà straniera, esterna al vero «io» che si concentrerebbe nella sola soggettività; donde una doppia tentazione: o idolatrare il corpo, o ridurlo in schiavitù e ricrearlo per mezzo della tecnica a seconda dei desideri soggettivi di ciascuno. Per la fede cristiana, il corpo non è tutta la persona ma è una parte integrante, essenziale, della sua identità. Anzi, il corpo è come il sacramento dell'anima che si manifesta in lui e per mezzo di lui. Come tale, il corpo partecipa alla dignità intrinseca della persona umana ed al rispetto che le è dovuto. Ecco perché seppellire i defunti è, già nel Antico Testamento, una delle opere di misericordia rispetto al prossimo. L'ecologia integrale che brama il mondo contemporaneo dovrebbe dunque cominciare col rispettare il corpo, il quale non è un oggetto manipolabile a seconda della nostra volontà di potenza, ma il nostro umile compagno per l’eternità. È anche questo che vuole ribadire l'Istruzione. 
Intervento di Mons. Angel Rodríguez Luño 
Oltre a raccomandare l’osservanza dell’antichissima tradizione cristiana di seppellire i corpi dei defunti nel cimitero o in altro luogo sacro, l’Istruzione che stiamo presentando oggi dà alcune indicazioni sulla conservazione delle ceneri in caso di cremazione. Il contesto nel quale vanno viste queste indicazioni è quello della sollecitudine della Chiesa affinché il trattamento dei cadaveri dei fedeli sia ispirato da rispetto e carità e possa esprimere adeguatamente il senso cristiano della morte e la speranza della risurrezione del corpo, tenendo come costante punto di riferimento la risurrezione corporale di Cristo, avvenuta dopo la sua passione, morte e sepoltura. L'indicazione più importante dell’Istruzione è che “le ceneri del defunto devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero o, se è il caso, in una chiesa o in un'area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica” (n. 5). Questa indicazione comporta che “la conservazione delle ceneri nell'abitazione domestica non è consentita” (n. 6), e solo in casi molto gravi ed eccezionali l'Ordinario, in accordo con la Conferenza Episcopale o il Sinodo dei Vescovi delle Chiese Orientali, potrebbe dare il permesso per agire diversamente. In ogni caso, e allo scopo di evitare ogni forma di confusione dottrinale, non è permessa “la dispersione delle ceneri nell'aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti, tenendo presente che per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione” (n. 7). Infatti, la scelta di disperdere le ceneri procede spesso dall'idea che con la morte l'uomo intero venga annientato, arrivando alla fusione con la natura, come se tale fosse il destino finale dell'essere umano. Talvolta può procedere anche da mera superficialità, dal desiderio di occultare o di privatizzare quanto si riferisce alla morte, oppure dal diffondersi di mode di gusto più che discutibile. Si potrebbe obiettare che in qualche caso la scelta di conservare nella propria abitazione le ceneri di un caro parente (padre, moglie, marito, figlio) sia ispirato da un desiderio di vicinanza e pietà, che faciliti il ricordo e la preghiera. Non è la motivazione più frequente, ma in qualche caso può essere così. C’è tuttavia il rischio che si producano dimenticanze e mancanze di rispetto, soprattutto una volta passata la prima generazione (cf. n. 5), così come si può dar luogo a elaborazioni del lutto poco sane. Ma soprattutto si deve osservare che i fedeli defunti fanno parte della Chiesa, sono oggetto della preghiera e del ricordo dei vivi, ed è bene che i loro resti vengano ricevuti dalla Chiesa e custoditi con rispetto lungo i secoli nei luoghi che la Chiesa benedice a tale scopo, senza venir sottratti al ricordo e alla preghiera degli altri parenti e della comunità.

mercoledì 21 settembre 2016

Kiko Arguello: Annotazioni nn. 505 e 506.



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C'è un dopo? La morte e la speranza 

(Andrea Galli) «Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini». Queste parole di san Paolo, scrive il cardinale Camillo Ruini nel suo libro C'è un dopo? La morte e la speranza (Mondadori, pagine 200, euro 19), «esprimono l' acuta consapevolezza che un cristianesimo puramente intramondano ha ben poco valore, anzi è privo di senso». È, quella delle «cose ultime», la verità su cui il messaggio cristiano sta in piedi o cade. Ormai da alcuni anni Ruini, dopo l' abbandono degli incarichi istituzionali, è tornato alla sua prima passione: a battere quelle erano state le sue piste di ricerca durante la docenza presso lo studio teologico interdiocesano di Reggio Emilia, negli anni 70 e 80. Tra queste, gli argomenti a sostegno dell' esistenza di Dio e l' escatologia, nel dialogo tra fede e ragione: i due poli estremi, l' alfa e l' omega della teologia. 
Nel suo ultimo lavoro (di cui qui a fianco pubblichiamo un estratto, preso dall' introduzione), nel corso di tredici capitoli pensati per un pubblico non solo di addetti ai lavori, Ruini si sofferma dapprima sul tema della morte: come viene interpretata dalle grandi religioni, come è stata affrontata nell' antichità e nel corso della cultura occidentale, fino all' attualità. Fino a quella posizione verso cui oggi sembrano convergere, paradossalmente, le neuroscienze nella loro declinazione più accreditata e una certa sapienza pop (l' autore si confronta a tal proposito con due figure: Tiziano Terzani e di Steve Jobs): l'«alternativa naturalistica», ovvero l' idea che l' uomo destinato sia semplicemente a dissolversi nel grembo di una natura madre o matrigna. 
La seconda parte del testo è invece dedicata alla risposta cristiana allo scandalo della morte, a come si è chiarita nei secoli la dottrina della Chiesa sulla risurrezione, sul giudizio particolare e quello universale, sulla visione beatifica di Dio, sul purgatorio e l' inferno, fino al mistero della salvezza dei bambini morti senza battesimo. L' odierno silenzio della predicazione sui "novissimi", a cui Ruini fa cenno nell' introduzione, è l' esito di diversi fattori, tra cui un particolare travaglio teologico. Alla fine degli anni 50 del secolo scorso Hans Urs von Balthasar definiva l' escatologia un «focolaio di disordini» in seno alla teologia contemporanea. 
Di fatto, dopo alcuni secoli di relativa tranquillità, l' escatologia era oggetto di una riscoperta che si sarebbe rivelata tumultuosa e problematica: dall' accusa alla Chiesa di aver contraffatto l' attesa della salvezza imminente e dell' uomo e del mondo, il maranatha, il "Vieni Signore" degli inizi, trasformandola in salvezza dell' anima; alla ripresa del tema della speranza e della liberazione cristiane ma in senso politico; agli effetti della «svolta antropologica», con la sottolineatura della libertà dell' uomo a discapito però della libertà di Dio. Di fronte a ciò Ruini cerca di ricomporre un quadro di insieme, con una scrittura precisa, mostrando come la verità sulla vita eterna che la Chiesa offre all' uomo non solo si è affinata nel tempo e nelle controversie, non solo oggi non teme «un esame attento e onesto delle sue ragioni», ma soprattutto è un abisso di luce che rappresenta la più grande delle consolazioni.

giovedì 28 aprile 2016

Il cristiano davanti alla morte

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Viviamo normalmente un determinato numero di anni, avendo sofferto come tutti di alcune malattie passeggere. Un bel giorno, però, scopriamo con dolore di avere un cancro, e quel corpo tanto fedele, tanto duraturo, tanto utile, inizia a crollare in modo irrimediabile. E dopo molte o poche cure, in un arco di tempo più o meno breve, moriamo.
O può accadere che siamo perfettamente sani e veniamo fulminati da un arresto cardiaco o rimaniamo vittime di un incidente fatale.
Alla fine, in un modo o nell’altro, TUTTI MORIREMO. Assolutamente nessuno sfuggirà alla morte. È la realtà più irrefutabile del mondo. Da quando veniamo concepiti nel grembo di nostra madre siamo per definizione mortali.
La morte è il momento critico della vita. Di fronte ad essa, la debolezza e l’impotenza dell’uomo assumono tutto il loro realismo. Quando qualcuno è morto, restano le spoglie di un defunto: il cadavere.
Questa situazione provoca nei familiari e nella comunità cristiana un clima molto complesso. Il corpo di un morto suscita domande, questioni insopportabili. Fa pensare al senso della vita e di tutto, provoca un dolore acuto di fronte alla separazione e all’annichilimento. Chiunque abbia contemplato la drammatica immobilità di un cadavere non ha bisogno di definizioni da dizionario per constatare che la morte è qualcosa di terribile.
Quella persona cara di cui abbiamo tanti ricordi, che ha intracciato la sua vita con la nostra, è ora un oggetto, una cosa da togliere di mezzo, perché alla morte segue la decomposizione. Bisogna seppellirla. E dopo il funerale, quando ci allontaniamo dalla tomba, pensiamo con Becquer: “Quanto restano soli e tristi i morti!”
Cos’è la morte?
La definizione data da un dizionario molto in voga è “la cessazione definitiva della vita”, e si definisce la vita come “il risultato del funzionamento degli organi, che concorre allo sviluppo e alla conservazione del soggetto”.
Bisogna riconoscere che queste e altre definizioni sia della vita che della morte non esprimono tutta la bellezza della prima e tutto l’orrore della seconda.
La morte è tragica. L’uomo, che è un essere vivente, si trova di fronte alla morte, che è la contraddizione di tutto ciò a cui un essere umano anela: progetti, futuro, speranze, illusioni, prospettive e realtà magnifiche.
Atteggiamento istintivo davanti alla morte
Non stupisce, quindi, l’orrore nei confronti della morte, e non solo del misterioso momento della “cessazione della vita”, ma forse ancor di più del processo doloroso che ci porta alla morte.

Abbiamo il meraviglioso istinto di conservazione che ci fa difendere e lottare per la vita. Sappiamo che la vita è un dono formidabile e l’umanità ama la vita, propaga la vita, difende la vita, prolunga la vita e odia la morte.
In molti casi lottiamo per la vita anche se questa è un vero inferno.
Se ci sono persone che al colmo della disperazione ricorrono al suicidio, la cosa normale è non voler morire ed essere disposti ad affrontare tutte le sofferenze e a spendere tutta la nostra fortuna per curare un malato. Lottiamo per strappare alla morte una persona cara a qualsiasi costo, a volte perfino contro la volontà dell’interessato. La vita è la vita!
Grazie ai progressi della scienza e della tecnologia, possiamo ora ricorrere a metodi sensazionali nella lotta contro la morte.
Ne è un esempio il trapianto di organi, anche del cuore. In alcune occasioni, purtroppo, questa lotta non è in realtà un prolungamento della vita, ma una dolorosa agonia senza senso. Ci sentiamo obbligati a tirar fuori dal corpo del malato agonizzante anche l’ultimo battito di un cuore che da sé si fermerebbe.
È un triste spettacolo vedere i nostri cari pieni di tubi e circondati da apparecchi sofisticati in una sala di terapia intensiva. Non ci rassegniamo a lasciarli morire.
La morte degna
Si pone ora la questione del diritto a una “morte degna”. Con questo dobbiamo intendere il diritto della persona a decidere da sé il trattamento della sua malattia. Quando il corpo ha già compiuto il suo ciclo normale di vita, non c’è obbligo di ricorrere a “metodi straordinari” per prolungare la vita, come dice la Chiesa. Il malato ha il diritto di chiedere che lo lascino morire in pace.
Può arrivare il momento in cui non è giusto mantenere artificialmente viva una persona, a costo della persona stessa. Le sofferenze di un’agonia prolungata per un’idea sbagliata di ciò che sono la vita e la morte non hanno senso.
Una cosa, però, è prescindere dai metodi straordinari, un’altra è provocare la morte, crimine che è chiamato eutanasia. Non si può neanche chiamare il suicidio “morte degna”. Non siamo obbligati a rimandare dolorosamente il momento della morte né possiamo provocarla.
Sappiamo qualcosa dell’aldilà?
Da che l’uomo è uomo ha avuto l’intuizione che la vita, in qualche modo, non termini con la morte. Le più antiche testimonianze archeologiche dell’umanità sono proprio le tombe, nelle quali possiamo scoprire l’idea che le varie culture avevano dell’aldilà.
Allo stesso modo, l’uomo ha sempre cercato in mille modi di entrare in contatto con i defunti. Vari tipi di spiritismo, apparizioni, fantasmi e anime in pena sono stati un tentativo vano e superstizioso di sapere qualcosa del post mortem.
Quante teorie ha inventato l’uomo! Quanti esperimenti ha fatto! Proliferano libri, romanzi e riviste, dai più innocenti ai più tremendi, passando per la fantascienza che ostenta solidità scientifica ma non fa altro che far scoprire la sua falsità.

La realtà è che i nostri sforzi per indagare su ciò che succede dopo la morte sono fin troppo frustranti. Possiamo dire che tutto resta a livello di speculazioni, alcune del tutto sbagliate o fraudolente, che non spiegano nulla e non consolano nessuno. Non sappiamo praticamente niente.
Una luce nelle tenebre
Il nostro Creatore, profondo conoscitore della nostra natura umana, non avrebbe tuttavia potuto lasciarci nelle tenebre su una questione così inquietante e importante come la morte e quello che accade nell’aldilà.
Nel suo immenso amore per l’umanità, ci ha inviato il suo Figlio Unigenito, la sua Seconda Persona Divina, come Luce del Mondo.
In Gesù Cristo Nostro Signore tutte le tenebre vengono dissipate. La sua infinita saggezza ci illumina fino a dove Egli ha voluto che vedessimo. “Io sono la Luce del Mondo. Chi segue me non camminerà nelle tenebre”.
Siamo immortali
Tutta la Sacra Scrittura ci insegna al riguardo, ma è soprattutto il Nuovo Testamento che ci fa scoprire il senso della vita e della morte e ci fa intravedere ciò che Dio ha preparato per noi nell’eternità.
La prima cosa che dovrebbe stupirci è il fatto che Dio, l’eterno per antonomasia, abbia voluto condividere la nostra natura umana al punto da soffrire anche Lui la morte.
Gesù Cristo non è venuto a sopprimere la morte, ma a morire per noi. “Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). Il mistero della Croce ci insegna fino a che punto il peccato è nemico dell’umanità, visto che si è accanito perfino nell’umanità santissima del Verbo Incarnato.
Nella sua vita pubblica, il Signore Gesù si è riferito in molti modi al momento della morte e alla sua importanza.
La volta in cui i sadducei, che non credevano all’altra vita, gli hanno chiesto maliziosamente di chi sarebbe stata una donna che aveva avuto sette mariti una volta morta, Gesù ha risposto loro: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio” (Lc 20,34-36)
Quando è morto il suo amico Lazzaro, di fronte alla professione di fede di Marta il Signore ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Gv 11, 25).
Bisogna tener conto del fatto che quando Gesù parla della vita a volte si riferisce esplicitamente alla vita del corpo, che promette sarà restituita con la resurrezione della carne: “Non vi meravigliate di questo, poiché verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” (Gv 5,28-29).
In altre occasioni, invece, si riferisce alla Vita della Grazia, ovvero alla partecipazione alla propria Vita Divina che ci comunica per amore.

Ne è un esempio il sublime discorso del “Pane di Vita” che San Giovanni ci trascrive nel suo capitolo sesto: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,51). E in seguito ci fa questa meravigliosa promessa: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54).
Morte e resurrezione
Il cristiano sa quindi che la morte non solo non è la fine, ma al contrario è l’inizio della vera vita, la vita eterna.
In qualche modo, visto che attraverso i sacramenti godiamo della Vita Divina su questa terra, stiamo già vivendo la vita eterna. Il nostro corpo dovrà rendere il suo tributo alla madre terra, dalla quale siamo usciti, a causa del peccato, ma la Vita Divina della quale già godiamo è per definizione eterna com’è eterno Dio.
Portiamo nel nostro corpo la sentenza di morte dovuta al peccato, ma la nostra anima è già nell’eternità, e alla fine perfino questo corpo di peccato risusciterà per l’eternità. San Paolo (Rom 8,9-11) lo esprime magnificamente: “Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione. E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”.
Lo stesso San Paolo, innamorato del Signore, si lamenta del corpo di peccato chiedendo di esserne liberato: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1,21). “Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria” (Col 3,4).
Il cielo
Purtroppo siamo così carnali, così terreni, che ci aggrappiamo a questa vita. Dopo tutto, è l’unica cosa che conosciamo, l’unica cosa che abbiamo sperimentato.
Partendo dall’uso della ragione, impariamo a discernere le cose buone della vita e quelle cattive, il bello e il brutto, il piacevole e lo sgradevole. E lavoriamo sodo per ottenere dalla vita il meglio per noi. Tutti gli affanni dell’uomo sono motivati dal fatto di adattarci alla terra il meglio che possiamo.
Non possiamo negare che la vita possa offrirci cose splendide. Godere della bellezza del mondo prodigioso, aprire i sensi al cosmo, l’intelligenza ai segreti racchiusi dalla materia, imparare ad amare e ad essere amati, creare opere d’arte, finire bene un lavoro, vedere il frutto della nostra fatica, conoscere altre culture, leggere un bel libro…
Non è facile relativizzare tutto questo o sottrargli importanza. I nostri parenti e amici, i nostri possedimenti, i nostri progetti sono tutto ciò che abbiamo, quello per cui abbiamo lavorato per tutta la vita. Ci siamo spesi in questo, investendo tutte le nostre forze.
E per questo non pensiamo neanche all’altra vita. Né al Cielo né all’Inferno. Il Cielo non ci attira e l’Inferno non ci spaventa. Viviamo immersi nel tempo, come se fossimo immortali. Parlare di Cielo o Inferno può sembrare addirittura ridicolo, e tuttavia è – una cosa o l’altra – il nostro destino ineludibile!
Possiamo dire che tutte le gioie o tutte le pene di questa vita temporale non hanno tanta importanza. San Paolo, rapito in estasi per intravedere ciò che ci aspetta, non riesce a descrivere con parole umane la sua esperienza: “Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Cor 2,9).

Di fronte all’effimero delle gioie o delle sofferenze di questa vita, lo stesso apostolo ci raccomanda nella lettera ai Colossesi (3, 1-2): “Cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra”.
Il cammino e la meta
Questo modo di pensare può essere paragonato a un viaggio: per quanto possa essere splendido il paesaggio, non è questo che conta, ma la destinazione. Sarebbe sciocco desiderare che il viaggio non finisse mai e dimenticare che alla fine di questo ci aspettano, ad esempio, delle splendide vacanze in riva al mare.
Potrebbe esserci anche la possibilità di cambiare opinione decidendo di fermarci in un luogo più bello di quello pianificato in precedenza, ma nella vita questo non può accadere: andiamo inesorabilmente verso la morte, non possiamo fermare il tempo, non possiamo “cambiare i piani”. E se avanziamo fatalmente verso la fine del viaggio, è saggio concentrarci su ciò che ci può attendere.
Qualcuno potrebbe dire che pensare alle “cose di lassù” come ci consiglia l’apostolo va a scapito del progresso dell’umanità e dello sviluppo di tutte le possibilità dell’essere umano. Per questo Marx ha detto che la religione era l’oppio dei popoli, e non aveva torto studiando certe religioni, soprattutto orientali, nelle quali sembra che tutto lo sforzo umano si concentri nel fuggire dalla realtà quotidiana.
Il cristianesimo non si inserisce in questa posizione. La storia lo dimostra ampiamente, verificando come sia stato proprio nei Paesi cristiani che sono stati compiuti i più grandi passi per il benessere dell’essere umano.
Il pericolo non è tanto nel fatto di fuggire, ma al contrario nell’aggrapparsi alle cose temporali, perdendo di vista quelle eterne. L’autentico seguace di Gesù lavora per rendere questo mondo migliore, ma non perde di vista il fatto che è solo la via verso la felicità eterna e senza limiti che Dio ci promette.
Viviamo con i piedi ben piantati a terra, ma con l’anelito di ottenere, alla fine dei nostri giorni, la corona di gloria eterna.
Invecchiare è meraviglioso
L’istinto di conservazione e la mancanza di fede ci fanno temere con orrore l’irrimediabile invecchiamento. Abbiamo reso la gioventù un mito, e perderla viene ritenuto un dramma.
Fa male vedere persone mature e post-mature cercare di difendersi dalla calvizie, dalle rughe… Ovviamente non riescono a ingannare nessuno, e men che meno possono fermare il tempo.
Tutte le operazioni di chirurgia plastica a cui si sottopongono non preservano la bellezza giovanile né tolgono un unico giorno all’età che avanza. Tutti questi tentativi vani di bere alla fonte dell’eterna giovinezza non fanno altri che evidenziare il fatto che abbiamo perso il senso della vita e della morte.
L’età non solo ci fa dare la giusta importanza alle cose temporali (cosa che i giovani non hanno ancora imparato a fare), ma ci fa avvicinare sempre di più a Dio, nostro fine ultimo.
Il grande San Paolo ci scrive: “Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne” (2 Cor 4,16-18).
Non si tratta di rassegnarci mansuetamente all’inevitabile. Al contrario, è la lieta consapevolezza del fatto che siamo chiamati da Dio.
Le rughe sono i segni di questa chiamata gioiosa, e le malattie e gli acciacchi ci dicono lo stesso: la meta è ormai vicina. Presto vedremo Dio.
Il grande Sant’Ignazio di Antiochia, anziano e sulla via del martirio, avanza gioioso all’incontro con Dio e scrive ai romani: “Il mio amore è crocifisso e non resta più in me il fuoco dei desideri terreni; dentro di me sento solo la voce di un’acqua viva che mi parla e mi dice: ‘Vieni al Padre’. Non trovo più diletto nel cibo materiale né nei piaceri di questo mondo”.
Che meraviglia arrivare a comprendere che la morte è l’inizio della vita vera e che tutto questo non è stato altro che una prova, un cammino, un invito!
La liturgia dei defunti
La riforma liturgica implementata dopo il Concilio Vaticano II si è impegnata a sottolineare gli aspetti positivi del momento della morte. La prima cosa che richiama la nostra attenzione è l’abbandono degli ornamenti di colore nero nelle Messe dei defunti, perché il nero è il segno del dolore senza traccia di consolazione o di speranza.

Senza ignorare l’aspetto tragico della morte, il Rituale dei Sacramenti, nell’introduzione alle esequie, accentua la speranza del credente. Nonostante tutto, la comunità celebra la morte con speranza. Il credente muore fiducioso.
In mezzo all’enigma e alla tremenda realtà della morte, si celebra la fede nel Dio che salva.
Nel cuore della morte, la Chiesa proclama la sua speranza nella resurrezione e afferma che l’uomo è stato creato da Dio per un destino felice. La morte corporale sarà vinta.
Nella celebrazione della morte, la Chiesa festeggia il mistero pasquale con il quale il defunto ha vissuto identificato, affermando così la speranza della vita ricevuta nel Battesimo, della comunione piena con Dio e con gli uomini onesti e giusti, e di conseguenza il possesso della beatitudine.
Con il realismo che caratterizza la Chiesa cattolica, tutta la liturgia dei defunti offre a Dio suffragi per i morti, sapendo che tutti, in misura maggiore o minore, abbiamo offeso Dio, ma con la piena fiducia nella infinita misericordia divina, che garantisce alla fine il godimento della beatitudine.
Per questo il libro dell’Apocalisse ci insegna che sono beati coloro che muoiono nel Signore.
Pregando per i nostri cari, ripetiamo: “L’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua”. Riposo dalle lotte e dalle fatiche di questa vita; luce per sempre, senza ombra di morte, senza tenebre di angoscia, dubbi o ignoranza. La luce totale di contemplare la gloria di Dio in tutto il suo splendore, nella consumazione dell’amore perfetto ed eterno.
La morte è la compagna dell’amore, quella che apre la porta e ci permette di arrivare da Colui che amiamo.
San Gregorio Magno ci dice che “la vita ci è data per cercare Dio, la morte per trovarlo, l’eternità per possederlo”.
Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti