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venerdì 2 marzo 2018

"Walking - Praying - Working Together"



Conferenza Stampa di presentazione delle iniziative per le celebrazioni del 70° anniversario del Consiglio Ecumenico delle Chiese (World Council of Churches). Intervento del Card. Kurt Koch
Sala stampa della Santa Sede 
"Walking - Praying - Working Together"
Alle ore 13.00 di oggi, nella Sala Stampa della Santa Sede, si è tenuta la Conferenza Stampa di presentazione delle iniziative per le celebrazioni del 70° anniversario del Consiglio Ecumenico delle Chiese (World Council of Churches).
Sono intervenuti l’Em.mo Card. Kurt Koch, Presidente del Pontifico Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani e il Rev.do Olav Fykse Tveit, Segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese.
Pubblichiamo di seguito l’intervento del Card. Kurt Koch: (...)

lunedì 19 febbraio 2018

Ringraziare Dio per i doni degli altri.



La strada ecumenica tracciata dal Papa 


Gioia e Unità: sono gli ultimi due titoli dell’editrice Ave, che nella collana «Le parole di Francesco» raccoglie in piccole antologie temi ed espressioni care al Pontefice. Interventi da cui emerge la narrazione di un Vangelo amico dell’uomo, i cui frutti sono appunto la gioia e l’unità. La prima antologia è introdotta dall’arcivescovo di Manila, cardinale Luis Antonio G. Tagle. La seconda (Roma, Ave, 2018, pagine 91, euro 9) dal priore della comunità di Taizé, della cui introduzione pubblichiamo ampi stralci.

(Fratel Alois) Nel novembre 2014 il Papa è stato a Istanbul dal suo «carissimo fratello Bartolomeo», come egli chiama Sua Santità il patriarca ecumenico. Parlando nella chiesa patriarcale di San Giorgio, il Papa ha sottolineato l’importanza di ascoltare i giovani: «Sono proprio i giovani — penso ad esempio alle moltitudini di giovani ortodossi, cattolici e protestanti che si incontrano nei raduni internazionali organizzati dalla comunità di Taizé — sono loro che oggi ci sollecitano a fare passi in avanti verso la piena comunione. E ciò non perché essi ignorino il significato delle differenze che ancora ci separano, ma perché sanno vedere oltre, sono capaci di cogliere l’essenziale che già ci unisce».
Si comprende con queste parole quanto il Papa sia attento alla sete d’autenticità che caratterizza le nuove generazioni. Sa che per queste generazioni una parola è credibile solo se corrisponde a un modo di vivere. Quando i cristiani sono separati, ciò che possono dire sull’amore, l’unità, la riconciliazione diventa incomprensibile. Non possiamo trasmettere il messaggio di pace e comunione annunciato da Cristo se non siamo insieme. Ci sono stati momenti nella storia dove, in nome della verità del Vangelo, i cristiani si sono separati. Oggi, in nome della verità del Vangelo, è fondamentale fare tutto il possibile per riconciliarci.
Questo Papa venuto dall’America latina, con la sua semplicità, ha indicato fin dall’inizio del suo ministero quale fosse la fonte del vero rinnovamento nella Chiesa a beneficio di tutti: far vedere Cristo non solo attraverso parole, ma attraverso la vita concreta dei cristiani.
I cristiani potrebbero fare molto per favorire riconciliazioni nel mondo, essi potrebbero diventare fermento di pace nella famiglia umana. Ma un tale impegno è credibile solo se essi stessi vivono tra loro nell’unità visibile. Molti giovani aspirano a questa unità e il Papa desidera che la voce dei giovani venga ascoltata meglio.
Il Papa, come abbiamo visto sopra, ha aggiunto che i giovani chiedono l’unità non perché ignorino le differenze, ma perché sanno guardare oltre, individuando l’essenziale che già unisce. Questa osservazione è profondamente vera. Siamo stupiti nel constatare a Taizé che coloro che trascorrono insieme alcuni giorni sulla nostra collina — ortodossi, protestanti o cattolici — si sentono profondamente uniti, senza limitare la loro fede al minimo denominatore comune e nemmeno livellare i loro valori. Al contrario, essi approfondiscono la propria fede. La fedeltà alla loro origine si concilia con un’apertura verso coloro che sono differenti.
Questo da dove viene? Partecipando a una settimana d’incontro presso la nostra comunità, hanno accettato di mettersi sotto lo stesso tetto e guardare insieme verso Dio. Se è possibile a Taizé, perché non dovrebbe esserlo altrove? Cristiani di diverse Chiese, non dovremmo avere il coraggio di rivolgerci a Cristo insieme e, senza aspettare una totale armonizzazione teologica, decidere di “metterci sotto lo stesso tetto”? Non sarebbe possibile compiere la nostra unità in Cristo (Lui che non è diviso), sapendo che esistono differenze nell’espressione della fede, che certuni pongono delle domande ancora irrisolte, ma che altri, lungi dal dividerci, possono essere la fonte di un arricchimento reciproco?
Il Papa ha detto ai membri del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani il 10 novembre 2016: «L’unità non è uniformità. Le differenti tradizioni teologiche, liturgiche, spirituali e canoniche, che si sono sviluppate nel mondo cristiano, quando sono genuinamente radicate nella tradizione apostolica, sono una ricchezza e non una minaccia per l’unità della Chiesa».
Questo mi porta a un’altra visita che il Papa ha fatto: alla vigilia del 2017, che ha segnato il cinquecentesimo anniversario della riforma protestante, egli si è recato in Svezia, a Lund, il 30 e 31 ottobre 2016 per visitare i cristiani luterani. Quell’incontro è stato una pietra miliare sul cammino verso l’unità. Ero profondamente felice di essere presente. In grande semplicità è stata offerta a Papa Francesco un’accoglienza fraterna e calorosa. Egli stesso si è seduto senza alcuna formalità in mezzo ai vescovi luterani della Chiesa di Svezia, vicino al presidente della Federazione luterana mondiale, il vescovo Munib Younan. Nella preghiera pronunciata nella cattedrale di Lund, il Papa ha espresso in particolare queste parole, mai dette da un Pontefice: «Spirito santo, donaci di riconoscere con gioia i doni che sono giunti alla Chiesa dalla riforma». Così applicava alla riforma ciò che aveva già espresso in modo più generale nella Evangelii gaudium (n. 246): «Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi».
In diverse occasioni il Santo Padre ha citato due doni della riforma: i riformatori protestanti hanno messo la Bibbia nelle mani di tutti i cristiani e hanno dato il primo posto all’amore, alla grazia di Dio.
In questo spirito, insieme ai miei fratelli, ci domandiamo: le parole del Papa rivolte ai cristiani luterani non richiedono forse una risposta? L’apertura del Papa ai doni della riforma non potrebbe essere un invito a dire l’apertura dei protestanti ai doni della Chiesa cattolica? I protestanti potrebbero lodare Dio per la capacità di evolvere che la Chiesa cattolica ha dimostrato dal concilio Vaticano II. Attraverso questa evoluzione ha dato una risposta positiva ai grandi interrogativi posti nel XVI secolo dalla riforma per quanto riguarda la priorità assoluta di Dio, la libertà della sua grazia, l’importanza decisiva della sacra Scrittura per la vita e l’insegnamento della Chiesa, la visione della Chiesa come popolo di Dio, con il sacerdozio comune di tutti i fedeli e i ministeri ecclesiali come servizio, la libertà cristiana e l’inviolabilità della coscienza personale.
In vista della piena attuazione dei doni di cattolicità e universalità particolarmente sviluppati nella Chiesa cattolica, Papa Francesco continua a richiamare alla necessità di maggiore sinodalità. Non sarebbe forse giunto il momento, per le Chiese nate dalla riforma, di lodare Dio anche per il ministero di comunione a livello universale che è tradizionalmente associato al vescovo di Roma, responsabile di assicurare la concordia dei suoi fratelli e sorelle nella loro vasta varietà? Il loro ringraziamento esprimerebbe una relazione con il vescovo di Roma che, pur essendo informale, non rimarrebbe senza una portata ecclesiale e che, anche se provvisoria, è comunque reale.

L'Osservatore Romano


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(Fernando Prado Ayuso) A cinque anni dall’inizio del suo pontificato, il mondo continua a sorprendersi del “genio di Bergoglio”. Il lettore attento potrà scoprire in queste pagine la “magica” semplicità con cui egli entra in sintonia con quanti lo ascoltano.
Questa straordinaria capacità di comunicare che vediamo in Papa Francesco è, senza dubbio, risultato e frutto maturo di una saggezza e di una profondità coltivate piano piano nel dialogo sincero con Dio e con gli uomini. Il che è proprio dei grandi e autentici leader spirituali.
L’edizione spagnola di questa opera raccoglie più di duecento interventi pubblici (omelie, discorsi e messaggi) che padre Jorge Mario Bergoglio ha rivolto ai suoi fedeli a Buenos Aires nei quasi quindici anni in cui ha servito la diocesi come arcivescovo (1999-2013). Non tutte sono parole sconosciute. Da quando lo stesso cardinale Bergoglio ha affidato la pubblicazione delle sue omelie e dei suoi scritti al suo amico El Gordo (padre Gustavo Larrazabal, claretiano) — allora direttore della Editorial Claretiana di Buenos Aires — molti suoi interventi sono stati resi noti in molteplici modi, sebbene forse un po’ a caso, o in opere di carattere più che altro tematico. Ora sono stati tutti raccolti e pubblicati in questa importante opera in castigliano, stavolta a cura della casa editrice Claretiana di Madrid.
Abbiamo aggiunto all’edizione spagnola alcuni testi non compresi nel compendio originale in lingua italiana (edito da Rizzoli). Qualche omelia trascritta dalla nostra equipe o qualche discorso del cardinale Bergoglio agli educatori — apparsi in alcune nostre pubblicazioni anteriori — che ci sembrava non potessero mancare. Ci è parso utile, infine, aggiungere ai testi una numerazione, che possa consentire, al di là dell’impaginazione, un raggruppamento o una ricerca interna dei diversi messaggi o discorsi.
Francesco si mostra seguace e maestro nella pratica della consegna data in passato da Paolo VI nell’esortazione Evangelii nuntiandi su come l’omelia doveva essere «semplice, chiara, diretta e adatta» (n. 42). Nei discorsi e nelle omelie pronunciati a Buenos Aires si può apprezzare come Bergoglio utilizzi magistralmente le risorse della retorica orale, con le sue insistenze, ripetizioni, uso di immagini e termini popolari, e anche di differenti registri lessicali per adattarsi alle diverse fasce di ascoltatori.
Bergoglio nei suoi interventi pubblici affronta i problemi della vita quotidiana del suo popolo. Lo fa senza girarci intorno, in quello stile vicino tanto caratteristico del pastore. In queste pagine possiamo vedere come egli si addentri nelle grandi questioni: la crisi economica, le divisioni politiche, la corruzione, la povertà, la disoccupazione... preoccupandosi sempre per le persone concrete: gli anziani, i bambini, i giovani, i poveri. Ma preoccupandosi anche per i leader, i politici, gli educatori e gli operatori delle comunicazioni.
Bergoglio parla sempre da un “noi” inclusivo, sentendosi parte di quanto accade. Consapevole che la Parola di Dio non risuonerà nel popolo con tutto il suo splendore «se prima non avrà risuonato così nel cuore del suo pastore», Bergoglio ricorre costantemente alla Scrittura per illustrare le sue omelie e i suoi discorsi. Ricorre pure al Magistero della Chiesa e a quello dei suoi predecessori.
Negli scritti e nei discorsi di Buenos Aires appaiono parole e termini che oggi, dopo cinque anni di pontificato, stanno diventando comuni tra noi. Sono termini tipici di Bergoglio, che descrivono la realtà sociale e che si riferiscono anche all’ambito religioso. Dietro le parole ci sono chiaramente le idee che le parole indicano. Molte espressioni, idee e termini che udiamo oggi dalla bocca di Francesco erano già presenti nel Bergoglio pastore di Buenos Aires. Altre, forse, dovranno ancora venire.
Vorremmo sottolineare anche l’importanza dell’eredità ignaziana e il peso specifico che l’essere gesuita ha in Bergoglio. Molte sue parole, che vengono dagli Esercizi Spirituali di sant’Ignazio, o dal patrimonio della spiritualità ignaziana, sono oggi parte del patrimonio comune della Chiesa.
Una raccolta nuova
È appena uscito En tu ojos está mi palabra (Madrid, Publicaciones Claretianas, 2018, pagine 1168, euro 52), edizione spagnola della raccolta, introdotta e curata nel 2016 da Antonio Spadaro, delle omelie e dei discorsi dell’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio pronunciati a Buenos Aires dal 1999 al 2013. Rispetto all’edizione italiana sono stati individuati e integrati alcuni testi, ed è stato aggiunto un indice tematico. La prima copia del libro è stata consegnata in anteprima al Papa durante un incontro privato nel pomeriggio del 14 gennaio da padre Fernando Prado Ayuso, direttore delle Publicaciones Claretianas, e dal direttore della Civiltà Cattolica. En tu ojos está mi palabra sarà presentato il 27 febbraio a Madrid dall’arcivescovo, cardinale Carlos Osoro Sierra, e da Antonio Spadaro. Modererà l’incontro Fernando Prado Ayuso, autore di una premessa all’edizione spagnola della quale pubblichiamo ampi stralci.
L'Osservatore Romano

mercoledì 25 ottobre 2017

A cinque secoli dalla Riforma



Lutero e l’ordine agostiniano. 
A cinque secoli dalla Riforma 

Luci e ombre. L’ordine agostiniano, al quale apparteneva Lutero, non ha motivo di celebrare il cinquecentenario della Riforma, ma certamente di commemorarlo, riflettendo su luci e ombre della vicenda storica e spirituale del monaco tedesco. È quanto afferma il priore generale in una lettera indirizzata alle figlie e ai figli spirituali di sant’Agostino, che pubblichiamo integralmente.
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di ALEJANDRO MORAL ANTÓN
In un modo che può sembrare un po’ riduttivo, si è voluto fissare l’inizio della Riforma nell’esposizione pubblica che Martin Lutero fece a Wittenberg delle sue 95 tesi sulle indulgenze, il 31 ottobre 1517. A ogni modo, non c’è dubbio che Lutero originò una vera crisi religiosa che ha provocato una frattura nella cristianità occidentale e ha posto le basi non del secolarismo, bensì del processo di secolarizzazione e della nascita di una nuova Europa. Le tesi implicarono anche un cambio nel modo di comprendere sé stesso. Fu allora che cambiò il suo cognome, da Luder, passò col firmarsi Eleutherios (il libero) per un periodo e, infine, Luther (Lutero).
La sua forte personalità, ricca e suggestiva nei suoi contrasti, la nuova teologia che sviluppò, le conseguenze della rivoluzione che scatenò, fanno di lui una figura decisiva nella storia universale e del cristianesimo. Possiamo affermare che esiste un prima e un dopo Lutero.
Non possiamo dimenticare che Martin Lutero (1483-1546) era un agostiniano. Entrò nel nostro ordine nel 1505 ed era membro della congregazione di osservanza di Sassonia. Appartenne alla comunità del convento di Erfurt prima e di Wittenberg dopo. Ricevette diversi incarichi di governo: vicepriore e reggente degli studi (1512-1515), poi vicario provinciale di Turingia e Meissen (1515-1518). Esercitò questi compiti con responsabilità e saggezza, prendendo decisioni quando erano necessarie, senza ignorare le difficoltà e cercando il bene comune. Fu un rinomato professore (il titolo a lui più caro era quello di dottore in teologia) e accreditato predicatore, si mostrò disponibile per prestare i suoi servizi quando gli furono richiesti, come avvenne per quel che riguarda la questione interna (il conflitto tra gli osservanti e i conventuali) che portò al suo viaggio a Roma nel 1511-1512. Tutte le fonti evidenziano che fu un frate pio, compito e fervente. Fino al 1521 soleva firmare sempre «Martin Lutero, agostiniano» e usò l’abito fino al 1524, conservando fino alla sua morte molto del suo essere frate per quel che riguarda la pietà e lo stile.
È anche vero che Lutero non solo abbandonò l’ordine, ma esecrò la vita religiosa con tutte le sue forze, respingendo le pratiche ascetiche e di pietà, la recita del breviario e altri obblighi, modificò radicalmente la teologia sacramentaria, condannò i voti e promosse l’abbandono e la fuga di massa dei consacrati. Il danno causato all’ordine e alla vita religiosa in Germania fu enorme. Lutero fu un nostro confratello per un periodo e condivise il nostro carisma, ma lui stesso si pose fuori dall’ordine con le sue opzioni, le sue iniziative e le sue decisioni.
L’ordine di sant’Agostino, al quale apparteneva Lutero, non ha motivo di celebrare i 500 anni dell’inizio della Riforma, ma certamente di commemorarli. E lo facciamo con serenità, mettendo in evidenza gli aspetti positivi che ne hanno avuto origine: la rivalutazione del singolo, una maggiore fiducia in Dio, la centralità della Scrittura, l’avvicinamento della liturgia al popolo, lo sviluppo del senso comunitario, la sana laicità, la necessità di una riforma intesa come ritorno all’essenziale. Cosa potrebbe imparare la Chiesa cattolica dalla tradizione luterana? Papa Francesco risponde così: «Due parole mi vengono in mente: la Riforma e la Scrittura». Il gesto di rinnovamento per una Chiesa che è semper reformanda e la scelta fatta di mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo.
Dobbiamo anche imparare a evitare che ciò che dovrebbe essere un processo di riforma e rivitalizzazione di tutta la Chiesa degeneri in uno “stato” di separazione e rottura, e che l’avvicinamento alla sacra Scrittura si risolva in soggettivismo. Per questo, secondo le parole del teologo luterano Wolfhart Pannenberg, «la divisione della Chiesa nel XVI secolo non può essere intesa come il successo della Riforma, ma solo come l’espressione del suo temporaneo fallimento; la Riforma mirava infatti al rinnovamento di tutta la Chiesa, in riferimento alla sua origine biblica». Inoltre, possiamo dire che lo scisma della Chiesa è un’espressione di fallimento per tutti i cristiani.
Oggi, nel ricordare la figura di Martin Lutero ci soffermiamo sull’uomo di profonde intuizioni religiose, sull’araldo e predicatore della parola divina, sulla sua ingegnosità e creatività, sulla sua straordinaria capacità di lavoro, sul modo in cui ha utilizzato la stampa e i progressi del tempo al servizio della comunicazione, sulla sua profonda pietà. «Siamo tutti mendicanti, hoc est verum», scrisse il 16 febbraio 1546, due giorni prima di morire. Fu un cristiano sincero e un uomo di preghiera, un buon marito e padre di famiglia, un amico semplice e ospitale, una guida diligente delle persone che cercavano il suo consiglio. Di temperamento affettuoso ed espansivo, nonostante le preoccupazioni e le malattie che lo colpirono, fu un modello di virtù domestiche. Bisogna ricordare, inoltre, le sue lotte interiori contro le angosce e le tentazioni, la sua forma diretta di espressione, l’apertura dell’anima e il modo fiducioso di condividere la sua intimità con coloro che gli erano vicini, la sua sensibilità spirituale.
Ciò nonostante, non possiamo evitare di parlare di un altro aspetto poco lusinghiero: quello che fa riferimento alla sua intolleranza. Ostinato e inflessibile, passionale e veemente, Lutero utilizzava espressioni mordaci contro chi gli si opponeva, arrivando a essere ingiurioso e grossolano. Spesso risultava vessatorio e offensivo, arrivando alla calunnia. L’eletto da Dio, il “profeta della fine dei tempi”, si considerava nella verità e, pertanto, rispondeva in termini aggressivi a qualsiasi disaccordo. Per lui non era possibile la ritrattazione perché non assumeva la possibilità di sbaglio o di errore. È significativa la sua fissazione verso la figura del papa, che si evolve dall’obbedienza reverenziale all’avversione e all’aborrimento, fino a sfociare in odio nei suoi ultimi anni. Sono veramente tristi ed esagerati i suoi insulti e le aggressioni alla Chiesa di Roma (“papista”, secondo la sua particolare terminologia). La lettura di quei testi ci riempie di dolore. Oggi, grazie a Dio, i tempi sono cambiati: non solo sono cordiali le relazioni tra luterani e cattolici, ma anche, sulla via dell’ecumenismo, si è arrivati a punti di incontro come la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, firmata nel 1999, alla quale recentemente ha aderito la Comunione mondiale delle chiese riformate.
Quanto al suo pensiero, risulta impossibile esporlo qui, neppure volendolo riassumere. Dirò solamente che Lutero manifestò la sua sfiducia nella ragione e il rifiuto della filosofia nella repulsione viscerale alla scolastica, all’aristotelismo, ai sistemi teologici eccessivamente strutturati, ai giochi dell’intelletto, alle classificazioni, ai sofismi alle sottigliezza delle scuole. Lutero sosteneva che tutto questo ci allontana dall’incontro con Cristo e ostacola la vera fede che si fonda sulla Scrittura, sulla parola. Dio non è un’ipotesi filosofica, ma ci si rivela e ci parla in Cristo. Per questo è necessaria una maggiore semplicità, abbandonare gli artifici per andare alla fonte e rendere possibile l’incontro. E richiede anche di avvicinare la Parola di Dio al popolo, facilitandone il contatto e l’assimilazione personale. Da queste basi possiamo comprendere che Lutero dedicò molto tempo e attenzione alla traduzione e all’esegesi della sacra Scrittura e della predicazione. Egli mostrò un eccellente conoscenza della sua lingua nativa. La sua traduzione della Bibbia è di una importanza fondamentale, sia in senso pastorale che in senso filologico. Lutero ebbe un ruolo decisivo nella scelta lessicale e nello stile, nel quale si riflette la vivacità e la spontaneità della lingua parlata. È un innovatore della lingua, che dota di grande precisione e realismo, al punto di essere considerato determinante nell’unificazione della lingua tedesca e nel fissaggio del tedesco moderno. Riconosciuto predicatore, i suoi sermoni riscontrarono sempre un’enorme risonanza. Di stile semplice, concreto e didattico; molto pratico. Parlava con profonda convinzione, concentrato su quello che diceva, senza perdersi in gestualità o teatralità, ma utilizzando locuzioni popolari e modismi. Fu “l’ecclesiaste di Wittenberg”, il predicatore e il trasmettitore per eccellenza della Parola di Dio.
Un altro punto essenziale del suo pensiero, nella linea agostiniana, è la realtà della grazia riferita principalmente alla giustificazione. In questo mondo dove trionfa l’indifferenza, nel quale tante volte si vive come se Dio non esistesse, nel quale si riduce Dio a un concetto o a una regola, Lutero ci riporta al Dio rivelato in Cristo, che è Amore che si concretizza nell’Amore. Il centro della sua vita e la sua riflessione fu senza dubbio la questione di Dio. Tormentato fin dalla giovinezza dalla questione della salvezza, trovò tranquillità e gioia nel principio della giustificazione per la fede (cfr. Romani, 1, 17). Pertanto, la giustizia di Dio non deve essere intesa in senso attivo o vendicativo (un Dio giusto che punisce i peccatori), ma in senso passivo o giustificativo (Dio che rende giusti e che ci dona la santificazione). Non sono le opere, per buone che siano, quelle che ottengono la salvezza, ma la fiducia in Cristo, l’unico Redentore, che ci si comunica per la fede. Solus Christus, soli Deo gloria. Il Dio terribile si trasforma così nel Padre della misericordia e il Cristo giustiziere nell’unico Salvatore tramite la croce. Lutero sente l’incapacità dello sforzo umano senza la grazia ma radicalizza questa dottrina portandola all’estremo. Per lui è impossibile che l’essere umano possa collaborare attivamente alla propria salvezza, perché permane il peccato; solo che, per i meriti di Cristo, non ci viene imputato.
Sola Scriptura, sola gratia, sola fide. Le conseguenze della percezione luterana portarono alla negazione del libero arbitrio, all’innovazione dogmatica dei sacramenti, al rifiuto della messa come sacrificio, alla negazione del sacerdozio ministeriale, alla demolizione del magistero e della gerarchia ecclesiastica, alla demonizzazione del papato. Ciò nonostante, Lutero si mostra sorprendentemente servile nei confronti dei principi protestanti e si manifesta come un appassionato difensore del legittimo ordine sociale e politico, anche a caro prezzo. La sua posizione nella Guerra dei contadini (1524-1525) ci offre un buon esempio di questo e costituisce una delle caratteristiche più discusse del riformatore. Così come lo sono anche altri due aspetti, presenti in Lutero, che hanno gettato un’ombra nera sulla storia degli ultimi secoli: il nazionalismo e l’antisemitismo.
La figura di Lutero non è di facile interpretazione, ma è senza dubbio affascinante. È piena di contrasti che rendono difficile l’obiettività e l’equanimità, ma offre tratti enormemente innovativi ed è, senza dubbio, molto attuale. Nonostante i cinque secoli passati, continua a suscitare reazioni estreme: l’adesione o il rifiuto viscerale. E nel nostro ambito agostiniano, purtroppo, continua a rimanere ancora sconosciuto. Nell’ordine abbiamo bisogno di specialisti in Lutero, tanto nel campo storico come in quello teologico. Spero che questa commemorazione della Riforma luterana sia un richiamo e un impulso agli studi in questa direzione. Sono grato per l’interesse manifestato e le iniziative intraprese nelle diverse circoscrizioni dell’ordine, soprattutto in campo accademico, con l’organizzazione di ottimi congressi, giornate di studio e pubblicazioni. Il consiglio generale ha voluto coinvolgersi in questo senso incoraggiando l’organizzazione del Convegno intitolato: «Lutero e la Riforma: sant’Agostino e l’ordine agostiniano», che si terrà a Roma, dal 9 all’11 di novembre. Spero che sia un buon punto di partenza.
Desidero concludere con l’acuta riflessione di Papa Benedetto XVI, fatta all’Augustinerkloster di Erfurt, durante il viaggio in Germania: «Per Lutero la teologia non era una questione accademica, ma la lotta interiore con se stesso, e questo, poi, era una lotta riguardo a Dio e con Dio. “Come posso avere un Dio misericordioso?” Che questa domanda sia stata la forza motrice di tutto il suo cammino mi colpisce sempre nuovamente nel cuore. Chi, infatti, oggi si preoccupa ancora di questo, anche tra i cristiani? Che cosa significa la questione su Dio nella nostra vita? Nel nostro annuncio? La maggior parte della gente, anche dei cristiani, oggi dà per scontato che Dio, in ultima analisi, non si interessa dei nostri peccati e delle nostre virtù. Egli sa, appunto, che tutti siamo soltanto carne. Se si crede ancora in un al di là e in un giudizio di Dio, allora quasi tutti presupponiamo in pratica che Dio debba essere generoso e, alla fine, nella sua misericordia, ignorerà le nostre piccole mancanze. La questione non ci preoccupa più. Ma sono veramente così piccole le nostre mancanze? Non viene forse devastato il mondo a causa della corruzione dei grandi, ma anche dei piccoli, che pensano soltanto al proprio tornaconto? Non viene forse devastato a causa del potere della droga, che vive, da una parte, della brama di vita e di denaro e, dall’altra, dell’avidità di piacere delle persone dedite ad essa? Non è forse minacciato dalla crescente disposizione alla violenza che, non di rado, si maschera con l’apparenza della religiosità? La fame e la povertà potrebbero devastare a tal punto intere parti del mondo se in noi l’amore di Dio e, a partire da Lui, l’amore per il prossimo, per le creature di Dio, gli uomini, fosse più vivo? E le domande in questo senso potrebbero continuare. No, il male non è un’inezia. Esso non potrebbe essere così potente se noi mettessimo Dio veramente al centro della nostra vita. La domanda: Qual è la posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? — questa scottante domanda di Lutero deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda, non accademica, ma concreta. Penso che questo sia il primo appello che dovremmo sentire nell’incontro con Martin Lutero».
L'Osservatore Romano

lunedì 18 settembre 2017

Insieme per il creato

Beatriz Milharez

Beatriz Milharez

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Una prima lettura del Messaggio congiunto per la Giornata mondiale di preghiera del creatoRiccardo Burigana per Finestra ecumenica
Il 31 agosto è stato pubblicato il Messaggio congiunto per la Giornata mondiale di preghiera per il creato, firmato da papa Francesco e dal patriarca ecumenico Bartholomeos: questo messaggio può essere considerato una «pietra viva» per il cammino ecumenico per il suo contenuto e per il suo significato, come in tanti hanno sottolineato con commenti favorevoli al Messaggio, e in pochi hanno ignorato con letture politiche e con qualche silenzio su questo atto ecumenico.
Il Messaggio parte dall’idea che qualunque riflessione sul creato deve essere radicata in una comune lettura delle Sacre Scritture che rappresentano una fonte straordinaria per comprendere sempre meglio, giorno dopo giorno, quanto prezioso e unico sia il dono della terra; i cristiani sono chiamati a essere responsabili fino alla fine, poiché «tutte le cose in cielo e in terra saranno ricapitolate in Cristo», tanto più che «la dignità e la prosperità umane sono profondamente connesse alla cura nei riguardi dell’intera creazione». Si trova quindi nella Parola di Dio il fondamento del desiderio condiviso da Roma e Costantinopoli per condannare le violenze alle quali il creato continua a essere sottoposto; su queste violenze, delle quali l’umanità è responsabile, papa Francesco e il patriarca Bartholomeos si soffermano dopo questo richiamo alle Sacre Scritture, che può essere accolto da tutti i cristiani.
Di fronte a questo dono per il quale siamo chiamati a vivere «la vocazione a essere collaboratori di Dio», non si può non osservare quanto i tempi presenti mostrano come questa vocazione sia offuscata: le scelte degli uomini e delle donne del XXI secolo sembrano non tener conto della natura che va sostenuta e non sfruttata indiscriminatamente, manipolando e distruggendo le limitate risorse del mondo: «Non rispettiamo più la natura come un dono condiviso; la consideriamo invece un possesso privato. Non ci rapportiamo più con la natura per sostenerla; spadroneggiamo piuttosto su di essa per alimentare le nostre strutture.»
Una volta offerta questa lettura del rapporto distorto con la creazione, lontano dal disegno di Dio, papa Francesco e il patriarca Bartholomeos invitano a riflettere sulle conseguenze «tragiche e durevoli», che provocano cambiamenti climatici, colpendo soprattutto «le persone più vulnerabili…quanti vivono poveramente in ogni angolo del globo»: per questo, «usare responsabilmente dei beni della terra» significa tenere in considerazione la creazione in ogni sua forma; i cristiani sono perciò chiamati, ora, a prendersi cura del creato, trovando nuove strade per favorire «uno sviluppo sostenibile e integrale», che non è uno slogan politico, ma è una risposta affermativa a quanto il Signore chiede.
Nel condividere «la medesima preoccupazione per il creato di Dio, riconoscendo che la terra è un bene in comune» il papa e il patriarca ecumenico si rivolgono «a tutte le persone di buona volontà» per vivere il 1° settembre come «un tempo di preghiera per l’ambiente» nel quale rendere grazie al Signore per il dono della creazione e nel quale riflettere, ancora una volta, che solo con la preghiera si possono modificare le situazioni, cioè «cambiare il modo in cui percepiamo il mondo allo scopo di cambiare il modo in cui ci relazioniamo col mondo». Nella preghiera per il creato si può trovare la forza per sviluppare una solidarietà sempre più forte, che ha un sapore ecumenico, dal momento che chiama i cristiani a condividere denunce, progetti e speranze.
Il Messaggio si conclude con un appello rivolto «a quanti occupano una posizione di rilievo in ambito sociale, economico, politico e culturale»; si tratta di un appello «urgente» con il quale si chiede di formulare politiche che possano rispondere ai bisogni di chi vive ai margini della società e ascoltare le proposte dei «tanti» che chiedono mutamenti per risanare «il creato ferito». Le ultime parole del papa e del patriarca indicano un percorso da compiere dal momento che non ci può «essere soluzione genuina e duratura alla sfida della crisi ecologica e dei cambiamenti climatici senza una risposta concertata e collettiva, senza una responsabilità condivisa e in grado di render conto di quanto operato, senza dare priorità alla solidarietà e al servizio».
Questo Messaggio ha assunto un rilievo del tutto particolare non solo per il suo contenuto, ma anche per le molteplici ricadute sul cammino ecumenico. Innanzitutto il Messaggio ha riaffermato la profonda comunione tra Roma e Costantinopoli su un tema tanto rilevante quale è diventato la custodia del creato per la presenza della Chiesa nella società contemporanea: questo è avvenuto grazie al patriarca Bartholomeos, che ha saputo, con una serie di iniziative internazionali e con la pubblicazione di testi, non solo in occasione della Giornata per il creato, arricchire una tradizione orientale che, da secoli, si interroga sul rapporto tra l’uomo e il creato; il patriarca Bartholomeos è riuscito, anche con il suo costante richiamo al patrimonio comune dell’oriente cristiano, nella sua azione per la custodia del creato, a vincere resistenze e perplessità nel mondo ortodosso dove le singole Chiese, più o meno lentamente, hanno cominciato a ripensare il rapporto tra Chiesa, religioni, società e creazione, creando occasioni di reale comunione tra ortodossi. Anche papa Francesco ha contribuito a rendere il tema della custodia del creato uno degli assi privilegiati del rapporto tra Roma e Costantinopoli: papa Francesco si è posto in una tradizione - antica, minoritaria, legata, spesso, a luoghi e figure locali, variopinta nelle forme - presente nella Chiesa cattolica, rilanciando l’idea che i cattolici devono essere in prima fila nella denuncia delle violenze contro il creato, che determinano nuove povertà, acuendo quelle già esistenti, e nella formulazione di proposte, concrete, per una società più equa nella distribuzione dei beni e più rispettosa del mondo nella definizione dei programmi economici. Papa Francesco ha pubblicato l’enciclica Laudato si, della quale, fin dai primi «rumori» che ne hanno accompagnato la redazione, è apparso centrale la dimensione ecumenica, riaffermata con l’istituzione, a poche settimane dalla pubblicazione dell’enciclica, di una Giornata mondiale per il creato per il 1° settembre, così da coincidere con il calendario della Chiesa ortodossa. Il costante richiamo alla Laudato si, così presente negli interventi di papa Francesco, come è avvenuto anche nell’ultimo viaggio in Colombia, ha mantenuto ben viva questa attenzione per un ripensamento del rapporto con la creazione, come segno tangibile di una stagione della Chiesa e del mondo.
Il Messaggio ha un significato particolare per il dialogo ecumenico anche alla luce delle tante iniziative che vedono i cristiani, insieme, nella custodia del creato, in tante parti del mondo, con iniziative, che vanno anche al di là dei confini dell’ecumene cristiana, assumendo una dimensione interreligiosa. Tra queste iniziative – molte delle quali con un cammino pluridecennale alle spalle, ora conosciuto e condiviso – va ricordato l’impegno del Consiglio Ecumenico delle Chiese che vive la tensione ecumenica per la salvaguardia del creato, non solo nel tempo della creazione (1 settembre – 4 ottobre), ma anche in diversi momenti dell’anno, come nelle sette settimane di Quaresima, dove centrale è la riflessione sull’acqua. Di questo orizzonte ecumenico, tanto vivace e articolato, fa parte anche la Giornata per la custodia del creato, istituita dodici anni fa dalla Conferenza Episcopale Italiana per favorire una riflessione, guidata da un Messaggio annuale, con un tema e un passo biblico di riferimento, in grado di coinvolgere tutta la società, a partire dai cristiani non ancora in piena e visibile comunione con la Chiesa cattolica. Questa Giornata, che vive sempre una celebrazione nazionale in un luogo sempre diverso – quest’anno si è tenuta a Gubbio per riflettere e per pregare su «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo»’ (Gen. 28, 16). Viaggiatori sulla terra di Dio – ha assunto forme molto varie nelle singole diocesi: queste celebrazioni hanno in comune il desiderio di andare oltre i confini della Chiesa cattolica, che, anche in seguito alle decisioni prese nella III Assemblea Ecumenica Europea (Sibiu, 4-9 settembre 2007), ha deciso di consentire di celebrare questa Giornata nel tempo della creazione, che va dal 1° settembre al 4 ottobre, il giorno nel quale la Chiesa cattolica fa memoria di Francesco di Assisi.
Dal Messaggio di papa Francesco e del patriarca Bartholomeos emerge, con rinnovata forza, l’importanza per i cristiani del XXI secolo, di ricordare a tutti, a cominciare dai fedeli di Roma e di Costantinopoli, che è fondamentale per la missione dell’annuncio del vangelo e della sua testimonianza nel mondo fare insieme, sempre, ciò che si può e si deve fare, come pregare per la custodia del creato, chiedendo a gran voce di mettere fine alle violenze contro la natura per costruire una società più giusta nella quale lo sviluppo economico sia in armonia con il disegno di Dio per il mondo così da sconfiggere emarginazione e povertà.
Monastero di Bose

venerdì 8 settembre 2017

Taizé incontra Bose



(fratel AloisÈ con parole molto semplici che la nostra Regola di Taizé parla dell’ospitalità, sono parole che provengono direttamente dal Vangelo: «In un ospite, è il Cristo stesso che dobbiamo ricevere». In un altro capitolo della Regola, fratel Roger aggiunge: «Ama il tuo prossimo qualunque ne sia la visione religiosa o ideologica». Questo invito a un’ampia accoglienza, offerta a tutti senza distinzione, è in consonanza con la Regola di san Benedetto e tutta la tradizione monastica, orientale e occidentale. Pone la nostra ancora giovane comunità nella tradizione dei monasteri le cui porte sono sempre aperte.
Quanti pellegrini che vanno in un monastero sono colpiti dall’accoglienza che ricevono, un’accoglienza che non pone domande preliminari, come pure non richiede risposte fatte. Il pellegrino, se ne ha bisogno, è ascoltato pazientemente e senza alcun giudizio. Egli viene accolto innanzitutto nella preghiera comune. Può ripartire con il cuore e la mente rinnovati e rinfrescati. 

Questo mi spinge a porre una prima domanda nella prospettiva della riconciliazione delle chiese: se coloro che vivono una vocazione monastica si trovano, pur essendo di diverse tradizioni, così vicini nella visione del loro ministero d’accoglienza — cioè discernere Cristo in ogni ospite — non sono forse in questo modo invitati a creare maggiori legami tra le rispettive chiese a cui appartengono? A causa della grande vicinanza che esiste tra loro, la ricerca della riconciliazione delle chiese non sta forse al cuore stesso della loro vocazione?
A Taizé, l'ospitalità si è sviluppata in tappe piuttosto diverse. Esse sono tuttavia unite da un legame profondo: fratel Roger era convinto che Dio fosse presente in ogni persona che incontrava, anche se questa non ne era consapevole. Era questo che lo portava a spalancare le porte del suo cuore e della sua casa. All’inizio della seconda guerra mondiale, quando era ancora solo a Taizé, riceveva già coloro che in quel momento ne avevano più bisogno, rifugiati che fuggivano, soprattutto ebrei che nascondeva per alcuni giorni. Non chiedeva loro chi erano, bastava dicessero solo il nome. 
Più tardi negli anni, altri rifugiati sono stati accolti e fratel Roger li ha alloggiati in case del nostro villaggio borgognone: vedove vietnamite che fuggivano con i propri figli il regime del loro paese, una famiglia di Sarajevo dopo la guerra che aveva distrutto la loro città, un’altra famiglia dal Rwanda, della quale diversi suoi componenti erano stati massacrati dal genocidio. 
Dopo la morte di fratel Roger noi abbiamo continuato. Attualmente alloggiamo tre famiglie dell’Iraq e della Siria, come anche giovani uomini provenienti da Sudan, Eritrea, Afghanistan. Posso testimoniare che riceviamo da loro più di quanto offriamo. Hanno conosciuto tante prove e per questo ci stimolano ad affrontare coraggiosamente le nostre difficoltà. Accoglierli rende i nostri cuori più aperti. Spesso ripeto loro, che siano cristiani o musulmani: è Dio che vi ha mandati a noi.
Subito dopo la seconda guerra mondiale, quando la comunità nasceva e muoveva i suoi primi passi, coloro che nella regione di Taizé avevano più bisogno d’accoglienza erano i bambini le cui famiglie erano state distrutte dagli eventi. Fratel Roger non ha esitato a raccoglierne una ventina e ha chiamato una sua sorella, ancora nubile, a venire a vivere con loro. Ella si è presa cura di essi fino alla maggiore età e al loro ingresso nella vita adulta. Questi ragazzi formavano come una famiglia, molto vicina alla comunità, molto amata dai fratelli. Forse è questa accoglienza di bambini in difficoltà che ha preparato la comunità a offrire più tardi l’ospitalità a un gran numero di giovani.
A poco a poco, a partire dalla fine degli anni Sessanta, i giovani hanno incominciato a trascorrere qualche giorno vicino alla comunità, sempre più numerosi, di Paesi sempre più diversi, portando con sé le loro inquietudini, talvolta le loro utopie, ma anche una grande generosità. Fratel Roger ha colto le loro speranze, ha prestato loro un orecchio attento e ha chiesto ai fratelli di dare a essi una grande accoglienza, anche se le condizioni materiali erano povere. Egli diceva: «Accogliamo per la preghiera, ma diamo da mangiare a ogni pellegrino, anche solo una scodella di riso». Per questa accoglienza, fratel Roger non voleva che i muri della chiesa costituissero un limite. Così un giorno del 1971 la facciata della nostra chiesa fu demolita per consentire un ampliamento che permettesse la partecipazione di tutti alla preghiera comune. Più tardi, l’apertura dei confini dell’Europa orientale ha fatto raddoppiare il numero dei giovani richiedendo un ulteriore ampliamento della chiesa.
L’ospitalità ricevuta allarga i cuori. L’accoglienza alla preghiera comune orienta lo sguardo di tutti verso ciò che ci supera, verso Colui che è al di là di tutto. E questo può avere conseguenze inaspettate. Durante le guerre nella ex Jugoslavia, giovani croati e giovani serbi si sono trovati insieme sulla nostra collina. Non era sempre semplice. Ma essere accolti con molti giovani provenienti da altri paesi, senza la necessità di giustificarsi o di difendere delle posizioni, permetteva loro di aprirsi gradualmente l’uno all’altro e persino scoprirsi amici. In questi ultimissimi anni, giovani russi e giovani ucraini, talvolta numerosi a Taizé, fanno un’esperienza simile.
Tutti questi giovani che accogliamo, non abbiamo mai voluto organizzarli in un movimento che facesse riferimento alla nostra comunità, preferiamo piuttosto accompagnarli quando tornano a casa loro, aiutandoli nel trovare come concretizzare la loro fede con un impegno della loro vita nelle proprie parrocchie, città e quartieri. Questo ci ha portato, ormai da molti anni, a organizzare riunioni di giovani in grandi città, incontri europei e ora anche incontri in altri continenti. Una delle specificità di questi incontri è l’ospitalità delle famiglie. I giovani provenienti da diversi paesi si riuniscono non solo tra di loro, ma ogni mattina pregano e poi vivono uno scambio con le persone della parrocchia presso le quali sono alloggiati. Offrendo ospitalità, gli adulti fanno crescere la fiducia tra le generazioni. È un po’ come se l’ospitalità praticata nei monasteri fosse estesa a migliaia di famiglie. Che queste aprano le loro porte a giovani che non conoscono e che forse non parlano la loro lingua, in un tempo in cui spesso si ha paura dei forestieri, mette in luce la vocazione della chiesa a essere luogo di comunione. 
Come a Taizé, anche durante questi incontri l’accoglienza generosa favorisce una comprensione più profonda tra i popoli. A volte vediamo operarsi notevoli cambiamenti di mentalità, delle persone passano dalla diffidenza alla fiducia, delle riconciliazioni che si compiono. Per esempio, durante due incontri latinoamericani di giovani, nel 2007 in Bolivia e nel 2010 in Cile, quanti malintesi tra questi due paesi hanno potuto dissiparsi nel cuore dei giovani. Nel 2012, durante un incontro africano a Kigali, quante paure reciproche sono scomparse tra giovani rwandesi e congolesi.
L'ospitalità allarga i cuori, per questo essa è un cammino di riconciliazione delle Chiese. A Taizé, quando ci incontriamo tre volte al giorno nella Chiesa della Riconciliazione, la preghiera della nostra comunità riunisce giovani cattolici, protestanti e ortodossi. Per una settimana, i giovani condividono non solo la loro vita quotidiana, i pasti, i servizi, ma soprattutto la nostra preghiera comune. Siamo sorpresi nel constatare che si sentono profondamente uniti senza abbassare la loro fede al minimo denominatore comune e nemmeno livellare i loro valori. Si stabilisce un’armonia tra persone che appartengono a confessioni e culture differenti. Come è possibile? L’ospitalità che ricevono e la preghiera comune celebrata sotto un medesimo tetto permettono loro di fare un’esperienza di comunione. Allora i cuori si stupiscono, si aprono. Gli ospiti si chiedono quale sia la causa del legame che li unisce. Alcuni finiscono per trovare in Dio la fonte di un’unità che non ha confini.
Mi pare che qualcosa di simile capiti a Bose. Se l’ospitalità di una comunità monastica consente di anticipare l’unità, di vedere già un’immagine della riconciliazione delle chiese, perché non dovrebbe essere possibile altrove? Mi capita spesso di dire, pensando ai cristiani ancora divisi: senza ritardi, mettiamoci sotto lo stesso tetto. Offriamoci reciprocamente l’ospitalità. Accogliamo gli altri e lasciamoci accogliere dagli altri anche senza aspettare che tutti i punti di vista siano pienamente armonizzati. Non è forse giunto il momento di dare priorità alla nostra comune identità battesimale? In tutte le chiese è stata posta come prima cosa l’identità confessionale. Ci si definisce cattolico, protestante o ortodosso. In realtà, è l’identità battesimale che deve avere la priorità. «Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!» (Colossesi, 3, 3).
Cristo dona l’unità quando e come vuole. Ma ancora bisogna ricevere questo dono. Se non ci mettiamo insieme, come può farci il dono dell’unità? È quando erano uniti sotto lo stesso tetto nella sala superiore a Gerusalemme che gli apostoli e Maria, e alcuni altri uomini e donne hanno ricevuto il dono dello Spirito santo. L’ospitalità è veramente importante. È quando siamo insieme, ospiti gli uni degli altri, che lo Spirito santo viene a unirci. Come possiamo metterci sotto uno stesso tetto nella vita di tutti i giorni? Facendo insieme tutto ciò che può essere fatto insieme: studio della Bibbia, lavoro sociale e pastorale, catechesi; e non fare più nulla senza tenere conto degli altri. Riunendo gli organismi che si adoperano nel fare le stesse cose. Compiendo insieme dei gesti di solidarietà di fronte alla miseria degli altri, ai problemi nascosti, alla situazione dei migranti, alla povertà materiale e a qualsiasi altra sofferenza, alla salvaguardia dell’ambiente. Trovarci insieme più spesso alla presenza di Dio nell’ascolto della sua Parola, nel silenzio e la lode. In molte città, la cattedrale o la chiesa principale non potrebbero diventare un simbolo di questa reciproca ospitalità, una casa di preghiera comune per tutti i cristiani del luogo?
Vorrei fare un ulteriore passo e dire che l’ospitalità non è solo l’accoglienza reciproca sotto un medesimo tetto. L’ospitalità va più in profondità, è anche l’accoglienza reciproca dei doni degli altri, fin dentro il nostro cuore e nella nostra mente. Come l’ha espresso Papa Francesco, «non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi» (Evangelii gaudium, 246). Durante la sua visita in Svezia, in occasione del cinquecentesimo anniversario della Riforma protestante, il Papa lo ha ribadito in altro modo. Nella preghiera pronunciata nella cattedrale di Lund, ha espresso queste parole: «Spirito santo, donaci di riconoscere con gioia i doni che sono giunti alla Chiesa dalla Riforma».  Mi ha molto colpito partecipare a quella celebrazione. Nei mesi che seguirono mi sono chiesto come associarmi personalmente a questa preghiera di gratitudine. Provenendo da una famiglia cattolica, quali sono i doni delle altre chiese che ho accolto dentro di me e per cui ringraziare Dio?
Custodisco un ricordo indimenticabile dei pellegrinaggi che abbiamo fatto con dei giovani a Costantinopoli, per celebrare l’Epifania, e a Mosca, Kiev e Leopoli, Minsk, Bucarest, per celebrare la Pasqua. Le celebrazioni dei cristiani d’Oriente ci immergono nell’adorazione di Dio. Con la loro solennità, la loro bellezza, esprimono il mistero di Dio che ci supera infinitamente e che tuttavia è vicino. La fede incrollabile dei cristiani d’Oriente nella risurrezione di Cristo e nella presenza dello Spirito santo hanno rafforzato la mia. E ringrazio Dio per la forza che vi trovano e che ha permesso loro di attraversare decenni di sofferenza nei secoli passati e di stare saldi nelle attuali avversità, specialmente in Medio oriente. È una grande gioia accogliere numerosi gruppi di giovani ortodossi a Taizé. Spesso sono accompagnati da un prete e la divina liturgia è celebrata nella chiesa del nostro villaggio. Mi piace parteciparvi e lasciarmi accogliere nella loro preghiera.
E quali sono i doni delle chiese della Riforma che ho scoperto accanto a fratel Roger e ai primi fratelli della nostra comunità, doni che sono diventati vitali per la mia fede? In quest’anno che segna il cinquecentesimo anniversario della Riforma protestante, vorrei citarne quattro: il primato della Scrittura; l’affermazione che l’amore di Dio è incondizionato; il richiamo che tutti i credenti possono vivere una comunione personale con Dio e che coloro che hanno un ministero nella Chiesa sono al servizio di quella relazione personale di ogni credente con Dio; e infine la libertà di coscienza.
Continuando con i miei fratelli la riflessione sulla preghiera di ringraziamento del Papa a Lund, ci siamo posti la domanda: quelle parole del Papa non richiedono forse una risposta? L’accoglienza del Papa ai doni della Riforma non potrebbe essere un invito ai protestanti a offrire una medesima accoglienza ai doni della Chiesa cattolica? Non potrebbero lodare Dio specialmente per la capacità della Chiesa cattolica di rendere visibile l’universalità della Chiesa?
Non posso concludere questa riflessione sull’ospitalità senza toccare una questione difficile. Le chiese che sottolineano che l’unità della fede e l’accordo sui ministeri sono necessari per ricevere insieme la comunione non dovrebbero cercare come dare altrettanto peso all’accordo sull’amore fraterno? Non potrebbero allora offrire il più ampiamente possibile l’ospitalità eucaristica a coloro che manifestano il desiderio di unità e che credono nella presenza reale di Cristo? Non dovremmo arrivare a considerare che l’Eucaristia non è solo il vertice dell’unità, ma ne è anche il suo cammino?
L’amore fraterno e l’ospitalità richiedono un grande lavoro interiore. Oggi la nostra comunità raccoglie in una medesima vita comune un centinaio di uomini la cui diversità è sempre più grande: la diversità delle nostre origini confessionali, inizialmente protestanti, più tardi cattolica, e anche la diversità delle nostre culture d’origine, poiché abbiamo fratelli di tutti i continenti. Inoltre, qualche volta ci è data la gioia d’accogliere tra noi per un po’ di tempo un monaco ortodosso. Questa diversità ci pone nella condizione di sapere che la vita fraterna non è sempre evidente. Accogliere l’altro — il fratello o la sorella della stessa comunità come il fratello o la sorella di un’altra confessione — per offrirgli ospitalità nel nostro cuore presuppone una lotta. Per trovare sempre il silenzio interiore, la pace del cuore, si deve dire e ripetere a Dio la preghiera del salmo: «Tieni unito il mio cuore perché ti adori» (Salmi, 85, 11).

mercoledì 6 settembre 2017

Il nostro Dio si rivela attraverso il povero e lo straniero.............



Sfida per l’oggi. Si è aperto questa mattina al monastero di Bose il venticinquesimo convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa. Numerosi i messaggi fatti giungere ai partecipanti all’incontro, tradizionalmente realizzato in collaborazione con le Chiese ortodosse e dedicato quest’anno al «Dono dell’ospitalità». Oltre alle parole di saluto e di augurio di Papa Francesco, è stato letto il messaggio inviato dal cardinale presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, Kurt Koch, che ha rilevato come il tema del convegno tratti del «cuore della spiritualità cristiana» e sia «essenziale» nelle «relazioni ecumeniche». 
Il porporato sottolinea poi come «oggi la questione dell’ospitalità è una delle principali sfide delle società contemporanee alle porte delle quali bussano tanti uomini e donne costretti a lasciare il loro paese». Sfide a cui, sia livello personale che politico, occorre rispondere con «scelte etiche» guidate da «convinzioni» e applicate con «responsabilità». Una strada, ricorda il cardinale Koch, già indicata con efficacia dal Pontefice, dal patriarca ecumenico Bartolomeo e dall’arcivescovo greco-ortodosso di Atene, Ieronymos, nella dichiarazione congiunta firmata a Lesbo il 16 aprile 2016, nella quale «hanno dimostrato che la vera responsabilità non è limitare l’ospitalità, ma al contrario di estenderla, e al contempo rispondere alle cause stesse che portano uomini e donne a lasciare le loro case per cercare migliori condizioni di vita». In modo simile, ha aggiunto il porporato, Papa Francesco e il patriarca di Mosca Cirillo, nella loro dichiarazione congiunta del 12 febbraio 2016, «chiamavano a risolvere soprattutto le cause delle migrazioni, siano i diversi conflitti o l’ineguale distribuzione delle ricchezze». In questo senso, ha spiegato, tali recenti dichiarazioni «mostrano che la questione delle migrazioni e dell’ospitalità è un tema essenziale delle relazioni tra cattolici e ortodossi e, in generale, delle relazioni ecumeniche». Una sottolineatura presente anche nel messaggio inviato dal patriarca Cirillo, il quale ricorda come «le tradizioni dell’ospitalità degli stranieri continuano a vivere e a svilupparsi anche al nostro tempo, sia nella Chiesa ortodossa russa, sia nelle altre Chiese, in risposta al comandamento dell’amore per il prossimo». Aggiungendo che «un chiaro esempio di ospitalità cristiana è quello che mostra oggi il monastero della Trasfigurazione di Bose, che è diventato una casa accogliente per i rappresentanti delle diverse Chiese e comunità, collaborando al dialogo tra i cristiani e alla comprensione reciproca». I lavori sono proseguiti con la prolusione del patriarca Bartolomeo, l’intervento del patriarca greco-ortodosso di Alessandria, Teodoro II, e con la relazione sui «fondamenti teologici dell’accoglienza allo straniero» affidata al fondatore di Bose, della quale pubblichiamo ampi stralci.
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(Enzo Bianchi) Noi cristiani, nella storia che è la storia dell’umanità e del mondo, abbiamo un compito preciso da assolvere, un compito assolutamente necessario per nutrire la nostra fede e adempiere alla vocazione ricevuta: leggere i “segni dei tempi”. Proprio questo compito ci induce a comprendere la sacramentalità della presenza di Cristo nella persona umana del povero, dello straniero e del bisognoso, come afferma il Figlio dell’uomo, Gesù stesso, nella pagina del giudizio finale: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo, 25, 40). Dunque per noi cristiani il povero, lo straniero e il bisognoso, prima di essere “categorie sociologiche” sono “categorie teologiche”, luoghi che ci permettono di conoscere il Dio vivente e quindi di entrare in comunione con lui. Il nostro rapporto con il povero, lo straniero, il bisognoso non sta solo nello spazio dell’etica, che ci chiede l’osservanza del comandamento dell’amore del prossimo, ma sta soprattutto nello spazio della rivelazione, perché il nostro Dio si rivela attraverso il povero, lo straniero e il bisognoso e il Signore Gesù Cristo ha voluto identificarsi con questi senza dignità, segnati dalla situazione di bisogno e di sofferenza.
Nella ricerca biblica sul tema dello straniero è consueto sottolineare lo statuto dello straniero nella legislazione di Israele, nella quale indubbiamente sono affermati rispetto e protezione, innanzitutto per ragioni culturali comuni all’ambiente mediorientale, che considerava sacra l’ospitalità. In Israele ciò era dovuto anche a ragioni storiche, essendo stato il popolo di Dio «straniero» in Egitto e «nomade» per molte generazioni, nonché a ragioni teologiche, perché Dio veniva confessato come «amante dello straniero» (cfr. Deuteronomio, 10, 18). Ma mi pare necessario mettere in evidenza soprattutto la dimensione rivelativa della condizione di stranierità, testimoniata a partire dal libro dell’Esodo. La rivelazione di Dio a Mosè, dunque a Israele come popolo, avviene in un contesto preciso, contrassegnato da stranierità, oppressione e povertà. C’è un’etnia, quella dei figli di Israele, che dimora in Egitto come straniera, subisce oppressioni e persecuzioni, perciò fa salire il lamento, eleva il suo grido. In risposta, Dio si rivela come “colui che ascolta il grido e conosce”, cioè penetra il bisogno umano e se ne prende cura nel suo amore. I rabbini sottolineano con finezza che quel gemito non è preghiera, non è rivolto in primo luogo a Dio, ma è un gemito umano di sofferenza. Ebbene, proprio a questo gemito il Signore risponde, perché ascolta il bisogno e la sofferenza, e di conseguenza interviene nella storia con una conoscenza che è una “presa in cura”, che è amore efficace. Per questo, nella rivelazione del roveto ardente a Mosè il Signore ribadisce: «Ho visto la miseria del mio popolo in Egitto, ho ascoltato il suo grido a causa dei suoi aguzzini: conosco le sue sofferenze, sono sceso per liberarlo» (Esodo, 3, 7-8). 
La rivelazione, l’alzare il velo che nasconde, è evento legato al gemito, al grido dello straniero. Non nello spazio della natura, non in luoghi epifanici, dove accade il fascinosum e il tremendum, ma nello spazio aperto dal grido del povero e dello straniero: qui Dio appare all’essere umano e l’essere umano incontra Dio. Questa immagine del Dio che si china con compassione e “discende” sulla terra, nella storia, tra gli uomini, resta la prima, indelebile immagine del nostro Dio che viene a generare un popolo e lo chiama, dalla sua condizione di massa di schiavi e stranieri, a fare alleanza con lui. Potremmo osare anche di più: scegliendo di scendere e dimorare in mezzo a stranieri, Dio in certa misura si fa straniero tra stranieri sulla terra, come la tradizione ebraica chassidica ha interpretato un’affermazione del salmo 119 («Io sono uno straniero sulla terra»). Dio come straniero e perciò rifiutato, fino ad andare in esilio con il suo popolo a Babilonia.
Accanto a questa rivelazione del “Dio dei poveri e degli stranieri”, va necessariamente colta quella del “Dio ospitante”. Dio discende e si pone dalla parte degli stranieri per liberarli e donare loro «una terra dove scorrono latte e miele» (Esodo, 3, 8.17; 13, 5; 33, 3). Israele riceve la terra da Dio e perciò non può possederla ma solo accoglierla come dono, nella consapevolezza di essere ospitato da Dio stesso, senza averla perciò in proprietà, senza farne un luogo di cittadinanza. Questo per Israele è «un modo di stare al mondo» diverso da quello di tutti gli altri popoli, è un modo altro che rende Israele altro, santo-distinto (qadosh), come Dio è santo: «Siate santi perché io, il Signore Dio vostro, sono santo» (Levitico, 19, 2; 1 Pietro, 1, 15-16); santi accogliendo, per esempio, la dinamica del sabato, giorno distinto dagli altri e perciò santo. Al cuore della “legge di santità” ecco allora risuonare il comando: «Quando si troverà a dimorare con te uno straniero nel vostro paese, voi non vi approfitterete di lui: come un nativo del paese sarà per voi lo straniero che dimora con voi; tu l’amerai come te stesso, poiché siete stati stranieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio» (Levitico, 19, 33-34).
Se la condizione di povertà e di stranierità è stata un “luogo teologico” nella rivelazione di Dio, tanto più diventa necessaria per la rivelazione del Dio fatto carne in Gesù Cristo. Non è un caso che la nascita di Gesù a Betlemme avvenga proprio nel segno del dramma dell’ospitalità — «non c’era posto per loro nel caravanserraglio» (Luca, 2, 7) — e che egli sia dunque costretto a venire al mondo per strada, in una stalla, deposto poi in una mangiatoia. E come dimenticare che Gesù dovrà ben presto conoscere la condizione di esiliato in terra d’Egitto, a causa della persecuzione da parte di uno dei potenti di questo mondo? 
L’immagine più evidente di Gesù quale straniero appare nel vangelo secondo Luca, nel racconto dell’incontro con i due discepoli incamminati verso Emmaus (cfr. Luca, 24, 13-35). Dopo l’uccisione e la sepoltura di Gesù, «profeta potente in opere e in parole», come alla fine di una storia due suoi discepoli abbandonano Gerusalemme e la comunità per dirigersi verso il villaggio di Emmaus. Mentre costoro discutono animatamente, Gesù si accosta, cammina con loro come uno sconosciuto e appare ai due come uno straniero che non conosce nulla di ciò che è avvenuto (cfr. Luca, 24, 18). Poi, improvvisamente, lo sconosciuto-straniero risponde rivelando la necessitas di quella morte, ma anche questa esegesi non svela la sua identità. Giunti a destinazione, egli sembra voler continuare il suo cammino, ma vista la notte ormai vicina i due gli chiedono di restare con loro. E il racconto sfocia in questo celebre quadro: «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista» (Luca, 24, 30-31). 
È significativo che il riconoscimento del Risorto vivente non avvenga su un piano intellettuale, solo mediante la spiegazione delle Scritture, che peraltro faceva ardere il cuore dei suoi compagni di cammino (cfr. Luca, 24, 32), ma a tavola, nella condivisione del cibo, e soprattutto alla vista del suo gesto dello spezzare il pane, in una vera pratica di ospitalità che i discepoli avevano imparato stando con Gesù. Lo straniero si fa riconoscere come Gesù risorto: ecco una volta di più la stranierità, la paroikía come luogo di rivelazione. Nel volto dello sconosciuto, dello straniero, dell’altro è rintracciabile il volto del Cristo vivente. 
Proprio per aver vissuto questa condizione di stranierità e di spogliazione, secondo la testimonianza concorde e polifonica dei vangeli, Gesù sa vedere anche al di là delle barriere costruite in nome della purità e regolate dalla Torah. Per questo, incontrando uno straniero come il centurione romano, può discernere in lui una fede trovata presso nessuno in Israele (cfr. Matteo, 8, 10; Luca, 7, 9) e dedurre che al banchetto messianico prenderanno parte anche stranieri venuti dall’oriente e dall’occidente, mentre alcuni eredi del Regno di diritto resteranno nelle tenebre, fuori (cfr. Matteo, 8, 1-12; Luca, 13, 28-29). In questo incontro di Gesù con il centurione vi è la rivelazione che non è l’appartenenza religiosa a introdurre nel Regno, ma l’autenticità, la sincerità della fiducia personale.
Anche l’incontro di Gesù con una donna cananea, siro-fenicia, avvenuto in terra straniera, è molto significativo (cfr. Marco, 7, 24-30; Matteo, 15, 21-28). Egli sa che la sua missione è rivolta alle «pecore perdute della casa d’Israele» (Matteo, 15, 24), che deve adempiere la promessa di Dio fatta ai padri, ma l’ascolto di quella straniera, che testardamente chiede la guarigione della figlia e mostra fiducia nella misericordia di Dio, suscita in lui il grido: «Donna, la tua fede è grande!» (Matteo, 15, 28). In tal modo, Gesù comprende e annuncia una volta di più che la grandezza della fede non dipende da confini confessionali, dalle frontiere tracciate dalle dottrine. La cananea è veramente straniera, non avrebbe nessun diritto di ricevere il dono del pane del Regno, ma di fatto costringe Gesù a mutare atteggiamento e a donare gratuitamente ciò che era venuto a portare come salvezza. 
Alla luce dell’itinerario percorso, comprendiamo bene l’affresco del giudizio finale, del giorno del Signore (cfr. Matteo, 25, 31-46). Quando il Figlio dell’uomo verrà nella gloria, la rivelazione finale e definitiva mostrerà che lui stesso nella storia è stato l’affamato, l’assetato, lo straniero, il malato, il prigioniero che ogni uomo ha incontrato, restandogli indifferente oppure esercitando nei suoi confronti misericordia. Su questa scelta ognuno di noi sarà giudicato, questo l’ultimo esame della vita cristiana. C’è una sacramentalità esistenziale del Signore Gesù Cristo che purtroppo noi dimentichiamo, mentre affermiamo con forza e fede la sua sacramentalità liturgica. Ma questa è schizofrenia spirituale che può essere causata solo da un cuore malato di sclerocardia e diventato purtroppo insensibile alla parola di Dio e all’immagine di Dio presente nell’essere umano.
Come ricorda l’autore della Lettera agli Ebrei, «alcuni, praticando l’ospitalità, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (13, 2), hanno accolto Dio stesso (cfr. Genesi, 18, 1-16). L’orizzonte escatologico che Gesù ha tracciato, l’orizzonte del giorno del Signore, deve essere costantemente ricordato, perché l’incontro con Dio e la comunione con lui qui sulla terra sono la nostra vita e la nostra salvezza eterne. L’accoglienza, l’ospitalità verso gli stranieri è uno dei parametri del giudizio finale. L’altro, il radicalmente altro da me, che era lontano e ora mi è vicino, prossimo, è rivelazione del Dio vivente, è sacramento di Cristo.
L'Osservatore Romano