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sabato 3 marzo 2018

La rivoluzione di Chiara.



Nel decennale della morte della fondatrice dei Focolari 

Alla Mariapoli di Castel Gandolfo. Il carisma dell’unità come motore di cambiamento sociale. È questo l’aspetto che nel decennale della morte (14 marzo) di Chiara Lubich il movimento dei Focolari mette in evidenza con centinaia di iniziative in programma in questi giorni in ogni angolo del mondo: da Seoul, in Corea del Sud, a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, da Chicago a Chiang Mai, in Thailandia, e a Chisinau, in Moldavia.
«La grande attrattiva del tempo presente» è il titolo dell’incontro che si svolge nel pomeriggio del 3 marzo presso il Centro Mariapoli di Castel Gandolfo. Una panoramica sul volto sociale del carisma della Lubich, con testimonianze dai cinque continenti, al quale è stato invitato il cardinale segretario di stato, Pietro Parolin, insieme a personalità del mondo della cultura, della comunicazione, delle istituzioni. In programma gli interventi della presidente Maria Voce, di cui anticipiamo ampi stralci, e del co-presidente, lo spagnolo Jesús Morán, che mette in evidenza proprio l’aspetto della «profezia sociale» della fondatrice dei Focolari. Una profezia oggi diffusa e incarnata in innumerevoli contesti, cui non mancano i frangenti più difficili e dolorosi. Come dimostrano, per esempio, le toccanti testimonianze di Viviane e Jean, coppia di sposi siriana che, resistendo alla tentazione di fuggire dalla guerra, ha dato vita ad Aleppo a un centro di accoglienza per bambini disabili. Oppure la testimonianza di Maria, da quindici anni insegnante tra i ragazzi difficili alla periferia di Parigi. O la storia di riscatto sociale del filippino Glysheryl Magna. E, ancora, le tante esperienze di «economia di comunione», che dimostrano come anche con la crisi «la persona viene prima del profitto».
*****

(Maria Voce) Già dai primi anni, Chiara capiva che la luce che Dio le aveva donato con il carisma dell’unità non era solo «una via di santità che poteva condurre al vertice dell’amore evangelico, ma (era anche) la norma di una vita nuova». Il Vangelo, letto insieme al lume di candela nei rifugi antiaerei, riscoperto e vissuto con l’intensità dell’irrompere di questa luce, si rivelava sorgente della più profonda trasformazione sociale: la provvidenza del Padre, le promesse di Gesù, le beatitudini come carta d’identità del cristiano, l’amore come legge, l’umanità come famiglia, la fraternità universale, l’amore particolare per gli ultimi, i poveri.
Chiara stessa racconta che in quei primi mesi avevano una meta: risolvere il problema sociale di Trento. Anni intensi, durante i quali le prime focolarine non si risparmiavano nel correre da una parte all’altra di Trento a portare il loro aiuto a chiunque avesse bisogno. Invitavano i poveri a pranzare nella loro casa e, mettendo la tovaglia più bella che avevano, si sedevano a tavola con loro: una focolarina, un povero, una focolarina, un povero; davano da mangiare ma da fratelli, non da benefattori.
Anche oggi i membri del movimento in tutto il mondo sono impegnati a creare rapporti di fratellanza e solidarietà, non solo dando da mangiare ai più poveri, ma anche trovando o creando posti di lavoro. È ancora questa vita l’espressione della spiritualità dell’unità, che Chiara ci trasmette, incentrata su Gesù, Dio e uomo, che si fa presente — come ha promesso — fra gli uomini che si amano, ma anche sulle strade della loro storia umana concreta, contingente. È una via collettiva che irradia, contagia, si apre a quanti l’avvicinano e produce un’azione che può incidere e trasformare tutti gli aspetti della società e della storia. Persino situazioni tragiche di guerra o genocidio possono diventare storia di speranza, se ci lasciamo plasmare dalle parole del Vangelo: una sola potrebbe mutare il mondo. Diceva Chiara: «Il Vangelo non è veramente capito, perché, se lo fosse, non occorrerebbe altro per la rivoluzione sociale».
Alla domanda «quali sono le opere che fate concretamente», Chiara risponde: «Il movimento è proprio caratterizzato dall’amore. L’amore che cosa porta? Porta a farsi uno con gli altri per poter servire tutti perché il cristianesimo è amore e amore significa servizio. Allora in tutte le nazioni, dove andiamo, cerchiamo di individuare quale deve essere il primo servizio che va fatto a quella nazione, a quel popolo, a quelle persone. Così si vanno delineando diverse forme di servizio e diverse opere che non hanno fine a se stesse» ma rispondono «ai bisogni di quel popolo e allora lì nascono delle opere sociali».
Ma quale è il modello di questa «norma di una vita nuova»? Nel 2006 ai partecipanti a un seminario di studi su “abitare la città” Chiara scriveva: «Mi è stata chiesta una parola ed ho pensato: quando il Verbo di Dio si è fatto uomo ed è venuto in terra, vi ha portato il modo di vivere del Cielo, il modo di vivere della Trinità: l’amore. La Trinità è modello di tutte le manifestazioni umane». E altrove spiega: «Sono tre le Persone della Trinità, eppure sono Uno perché l’amore non è ed è nel medesimo tempo in un eterno donarsi. È questo il dinamismo della vita intratrinitaria, che si manifesta come incondizionato reciproco dono di sé, mutuo annullamento amoroso, totale ed eterna comunione. È la vita della Trinità che possiamo imitare, amandoci fra di noi. Allora quella vita non sarà più vissuta soltanto nell’interiorità della singola persona, ma diventerà liberamente vita dell’intera famiglia umana».
Dio, pur essendo Uno, non è solo ma è una realtà d’amore che dice pluralità. Modello di ogni convivenza umana, dei nostri rapporti interpersonali e sociali, è dunque l’amore trinitario. Esso può incarnarsi, a esempio, nella città che Chiara ha sempre guardato con un interesse particolare. Ogni città ha una “vocazione”, un disegno specifico che può divenire dono, una nota nella sinfonia dell’insieme. È con questo sguardo che lei, nei suoi molti viaggi come nell’accogliere le numerose onorificenze e cittadinanze onorarie, ha voluto scoprire e far conoscere l’anima di ogni città. Forse anche per questo ha sempre desiderato vedere realizzate piccole cittadelle, laboratori di convivenza umana, bozzetti di mondo unito, testimonianza di come potrebbe essere la società basata sull’amore reciproco del Vangelo, sulla fraternità vissuta.
Sono venticinque le cittadelle del movimento presenti in tutti i continenti, nei più svariati contesti sociali e culturali, come negli Stati Uniti, nel Camerun, nelle Filippine, in Germania, Brasile, Argentina. Chiara ne è stata l’ispiratrice, ne ha seguito e illuminato gli sviluppi. Il prototipo di esse, la Mariapoli permanente di Loppiano, in Toscana, avrà la gioia e l’onore di ricevere il prossimo 10 maggio la visita di Papa Francesco. Guardando a esse, Chiara le indicava come: «città/piano inclinato verso chi soffre per dubbi, incertezze, mancanza di futuro e dà a tutti sicurezza e speranza. È una mano tesa verso chi cerca la felicità oggi in modo errato, nella droga, nell’erotismo, nella ricchezza. Dice a tutti e dimostra che la vera e perfetta gioia sta nel seguire Gesù. Illumina chi soffre le varie disunità in famiglia o nel proprio ambiente perché offre l’esempio e il segreto dell’unità. Disarma chi è tentato di violenza in tutti i campi perché dimostra, a esempio, con l’internazionalità dei suoi abitanti, che è con la mitezza, frutto dell’amore, che si può conquistare il mondo».
Chi visita queste cittadelle vi trova una casa, una famiglia, una madre: Maria. È lei che forma e informa la socialità di tutta l’Opera generata da Chiara. Nel Magnificat Chiara da sempre ci ha indicato un programma di vita e di azione: «La magna carta della dottrina sociale cristiana inizia là dove Maria canta: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi”». L’abbiamo sperimentato fin dall’inizio del movimento e continua tutt’ora: c’è chi mette in comune i gioielli, chi terreni, chi beni di ogni tipo, chi i propri bisogni. Scegliendo uno stile di vita sobrio, ci si aiuta tutti ad avere il necessario. Nel Vangelo sta la più alta e travolgente rivoluzione. E forse è nei piani di Dio che anche in quest’epoca, immersa nella soluzione dei problemi sociali, sia la Madonna a dare a noi tutti una mano per edificare, consolidare, erigere e mostrare al mondo una società nuova in cui riecheggi potente il Magnificat.

L'Osservatore Romano

sabato 10 giugno 2017

Discernimento di un carisma





(Luigi Bressan)  Alle origini dei FocolariViene presentato venerdì 9 giugno a Trento il libro «Qui c’è il dito di Dio». Chiara Lubich e Carlo de Ferrari: il discernimento di un carisma» (Roma, Città nuova editrice, 2017, pagine 317, euro 23) di Lucia Abignente, responsabile della sezione studi e ricerca storica del Centro Chiara Lubich. Un volume che, evidenzia Paolo Marangon, docente di Storia dell’educazione all’Università di Trento, «non ha propriamente per oggetto la storia del Movimento dei Focolari nel ventennio che va dalla nascita alla prima approvazione del suo statuto (1943-1962), ma l’aspetto più delicato e sofferto di questa vicenda, cioè il discernimento del carisma di Chiara da parte dell’autorità ecclesiastica».
Così, «sulla base di un’ampia e significativa documentazione inedita, tratta da numerosi archivi interni ed esterni al Movimento, l’autrice ricostruisce con rigore metodologico e finezza interpretativa il travagliato, e a tratti drammatico, iter del riconoscimento di una donna e di un carisma fortemente innovativo». In questa prospettiva, è all’arcivescovo Carlo de Ferrari che si deve il primo autorevole discernimento dell’agire di Dio in quanto stava nascendo. Pubblichiamo ampi stralci della prefazione a firma dell’arcivescovo emerito di Trento. 
Il ventennio dell’episcopato di mons. Carlo de Ferrari a Trento (1941-1962) fu assai fecondo di opere e di vitalità ecclesiale. Erano gli anni del pieno impegno di gran parte dei fedeli nelle file dell’Azione cattolica, che anche in paesi piccoli aveva le varie sezioni: fiamme tricolori, adolescenti, giovani — ragazzi e ragazze in sedi separate; uomini e donne; c’erano poi le associazioni di settore come gli universitari (Fuci), gli insegnanti elementari e medi (Aimc e Uciim), gli operai (Acli e Gioc), e gli imprenditori associati in una propria specifica realtà (Ucid). Attraverso queste strutture le persone si formavano alla vita, alla famiglia, al volontariato civico, a responsabilità politiche. In campo sociale si distinse la sezione trentina della Pontificia opera assistenza, per il sostegno offerto ai più poveri, ai ragazzi e agli anziani anche con case estive di soggiorno, mentre le Acli promossero i diritti dei lavoratori, la formazione professionale con le scuole Enaip accanto a quella di base per il mondo operaio. Molte parrocchie s’industriavano per creare posti di lavoro.
In tale spirito monsignor de Ferrari seppe dar spazio anche a forze nuove, come il nascente Movimento dei Focolari. Non era nuovo per quanto riguardava l’arte di presiedere a una diocesi. Anzitutto aveva potuto operare in collegi diversi: da Milano a Capodistria, Piacenza, Verona e Udine, era stato consigliere generale della sua congregazione ed era laureato in diritto canonico. Per cinque anni fu vescovo di Carpi, una realtà complessa della regione padana. Lì si era confrontato anche con l’Opera dei Piccoli Apostoli di don Zeno Saltini, più conosciuta poi come Nomadelfia; la approvò, pur incontrando critiche (poiché era definita eresia dell’amore), e la sostenne anche contro le riserve manifestate dal nunzio apostolico. Monsignor de Ferrari era tutt’altro che chiuso all’innovazione: nella sua prima lettera di saluto all’arcidiocesi del 1° giugno 1942, egli confermava il pieno appoggio all’Azione cattolica, ma aggiungeva che era necessario «svecchiare coraggiosamente certi sistemi che non reggono ai dinamici tempi moderni».
Non che concepisse il movimento proposto da Chiara Lubich una alternativa, ma un complemento ben venuto. Del suo appoggio alle focolarine (allora erano tutte donne) non si parlava molto in diocesi, poiché prevaleva una maggioranza contraria a un nuovo movimento, in un’epoca ecclesiale abituata piuttosto allo schematismo classico e strutturato. Certamente l’ambiente di Trento favoriva un orientamento di apertura a realtà nuove. La città è sempre stata italiana, ma con ampi influssi della cultura tedesca, luogo di incontro dunque. Lo spirito montanaro poi è lontano dai fanatismi assolutisti, mentre seri studi che si diffondevano, anche per contatto con la cultura tedesca, facevano rivedere la teologia sulla Chiesa e il laicato, il senso della liturgia e l’uso della sacra Scrittura.
È comunque sorprendente il deciso appoggio che monsignor de Ferrari concesse alle scelte di fondo proposte dalla Lubich fin dagli inizi. Come per don Zeno Saltini, anche per la Lubich a Trento aveva detto: «Qui c’è il dito di Dio». Certamente memore delle polemiche che Nomadelfia aveva suscitato, fu, però, prudente nel prendere posizione in pubblico. Lo fece, quando fu necessario, con stile chiaro e perentorio riconoscendo al movimento nascente originalità di impostazione, esemplare fedeltà alla Chiesa e purezza evangelica. Quando il movimento incontrò problemi in diocesi e incominciarono a giungere domande di spiegazioni da altre diocesi, l’arcivescovo incaricò il parroco del duomo, monsignor Modesto Revolti, di fare un’indagine su quanto si dicesse e sul come si vivesse da parte degli aderenti. Trascorsi i sei mesi previsti, Revolti — come lui stesso mi confidava — aveva chiesto al vescovo altro tempo e di recarsi talvolta alle riunioni senza alcun preavviso. Alla fine il suo parere fu altamente positivo o almeno non riscontrava nulla che impedisse a quei laici di incontrarsi e proseguire nella loro spiritualità. Da quel momento l’arcivescovo de Ferrari non esitò più, malgrado le critiche che giungevano da varie parti. Volle poi tenere il dossier dei Focolari a parte dal resto dell’archivio diocesano corrente.
Sul come monsignor de Ferrari seguisse i focolarini, accanto ai documenti che un po’ alla volta emergono e ad altri che resteranno nel segreto dei cuori, abbiamo la testimonianza che l’onorevole Igino Giordani scrisse: «Ricordo la sua sapienza, la sua prudenza ed anche la sua lepidezza con cui venne, per anni, dipanando sempre ogni difficoltà. Ché egli il bene non soltanto lo faceva, ma anche lo sapeva fare. Rivelava nei suoi discorsi e nelle sue azioni l’ansia pastorale di convogliare ogni cosa verso lo sbocco della gloria di Dio; e perciò incoraggiava, ammoniva, riprendeva, e soprattutto insegnava con l’esempio. Si vedeva come egli avesse trovato nel focolare uno spirito religioso a lui carissimo. Perciò, scherzando, si definiva “focolarino onorario”. [Nel 1956 scriveva:] “Ai focolarini arcicarissimi delle cento città e oltre!”. E concludeva: “Prego il Signore a ricompensarvi con la vostra santità personale sempre più decisa e col trionfo del vostro ideale Ut unum sint”. Egli stette fra noi e per noi come l’incarnazione della Chiesa: fu il nostro vescovo».

L'Osservatore Romano

martedì 9 maggio 2017

Camminando Insieme.



Una Settimana Ecumenica promossa dai Focolari, 9 – 13 maggio 2017 a Castel Gandolfo (Roma), con la partecipazione di circa 700 cristiani di 70 Chiese e Comunità ecclesiali. Lo spiega il seguente comunicato stampa emesso dal movimento.
«L’unità fra le Chiese ha bisogno di eroi, eroi nella fede, eroi davanti alla storia, ha bisogno di eroi nella spiritualità che hanno uno spirito umile», sono parole di Papa Tawadros II ad Alessandria (Egitto), durante la prima giornata dell’amicizia fra la Chiesa Copta Ortodossa e la Chiesa Cattolica, nel 2015. E Papa Francesco, nel suo recente viaggio al Cairo, ne fa eco: «Al cospetto del Signore, che ci desidera “perfetti nell’unità” non è più possibile nasconderci dietro i pretesti di divergenze interpretative e nemmeno dietro secoli di storia e di tradizioni che ci hanno reso estranei», e invoca la «comunione già effettiva che cresce ogni giorno», i frutti misteriosi e quanto mai attuali di «un vero e proprio ecumenismo del sangue», l’importanza di «un ecumenismo che si fa in cammino… Non esiste un ecumenismo statico».
Questa è anche la convinzione di cristiani di molte Chiese, animati dalla spiritualità dell’unità dei Focolari, sulla base di un’esperienza portata avanti da qualche decennio.
E nell’attuale corrente ecumenica, che vede in primo piano gesti, parole e dichiarazioni controfirmate da responsabili di Chiese, ma anche iniziative capillari ad opera dei cristiani in diverse latitudini, s’innesta la 59° Settimana Ecumenica (Castel Gandolfo, Roma, 9 -13 maggio 2017) che vedrà convergere circa 700 cristiani di 70 Chiese e Comunità ecclesiali, di 40 Paesi.
Giorni di condivisione, spiritualità, riflessione, vita insieme: una “Mariapoli ecumenica”, come molti amano chiamare tale convivenza, che si presenta come un nuovo passo nel «dialogo della vita» e nell’«ecumenismo di popolo». È infatti nel «dialogo della vita» che Chiara Lubich vedeva il contributo tipico della spiritualità dell’unità alla piena e visibile comunione tra le Chiese: occorre «un popolo ecumenicamente preparato». Nella consapevolezza dei molti passi ancora da fare e nel rispetto fra tutte le Chiese, si cercherà di approfondire il patrimonio comune che già tutti unisce.
Il titolo: “Camminando Insieme. Cristiani sulla via verso l’unità”. Si snoderà intorno ad un tema centrale della spiritualità dell’unità: Gesù crocifisso e abbandonato: il Dio del nostro tempo, fondamento per una spiritualità di comunione. Si alterneranno momenti di riflessione, di dialogo e testimonianze di diverse aree del mondo.
Sull’attuale cammino in atto, a 500 anni dalla Riforma luterana, interverranno tra gli altri il vescovo Christian Krause, già presidente della Federazione Luterana mondiale, il rev. Dr. Martin Robra, del Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, il vescovo Brian Farrell, segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, Maria Voce, presidente del Movimento dei Focolari.
Un momento particolare sarà affidato a S.E. Gennadios Zervos, Metropolita d’Italia e di Malta, del Patriarcato di Costantinopoli, sul tema: “50 anni dal primo incontro di due protagonisti del dialogo: Patriarca ecumenico Athenagoras I e Chiara Lubich”.
Il programma prevede anche la partecipazione all’udienza generale con Papa Francesco in Piazza San Pietro, la visita alle Basiliche di San Pietro e di San Paolo fuori le Mura, e la preghiera comune nelle catacombe di S. Domitilla e S. Sebastiano.
Questa 59° Settimana Ecumenica vuole essere anche espressione del rinnovato impegno ecumenico dei Focolari espresso nella recente Dichiarazione di Ottmaring, che esplicita anche una promessa: fare tutto il possibile «affinché le nostre attività, iniziative e riunioni, a livello internazionale e specialmente locale, siano sostanziate di questo atteggiamento aperto e fraterno tra i cristiani… affidando a Dio il cammino delle nostre Chiese affinché si accelerino i passi verso la celebrazione comune nell’unico calice».
Zenit

mercoledì 15 marzo 2017

Dare un’anima allo spirito di servizio

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Incontro interreligioso a Loppiano sulla famiglia

«Famiglia: risorsa creativa per il tessuto sociale di ogni popolo» è il titolo dell’incontro organizzato l’11 e il 12 marzo dal Movimento dei focolari a Loppiano, in provincia di Firenze. Un’occasione per ricordare Chiara Lubich nel nono anniversario della morte (14 marzo) e per condividere con un migliaio di persone di tutte le generazioni, cristiane ma anche musulmane, buddiste e indù, il contributo delle famiglie al bene dell’umanità. Pubblichiamo stralci dell’intervento della presidente dei focolari. 
(Maria Voce) Tanti di noi siamo venuti a contatto, in tempi e modi diversi, con il carisma dell’unità, con quel carisma che Dio ha depositato nel cuore di Chiara Lubich e che lei ha trasmesso a piene mani. Esso ci ha forgiati e continua a forgiare ciascuno di noi. Orienta la vita e le scelte fondamentali davanti alle sfide di ogni giorno.
Questo carisma genera il desiderio di guardare il mondo e la storia da una prospettiva diversa, dalla quale possiamo cogliere il legame di ciascuno con l’umanità intera, in un’appartenenza non solo personale e che coinvolge tutto di noi: affetti, relazioni, fragilità, emozioni, sofferenze, impegni, sogni.
Stiamo considerando la famiglia, le nostre famiglie, quel nucleo originario a cui noi tutti apparteniamo. Stiamo prendendo in rilievo quella vita dell’amore che ogni giorno la rinnova e la rialza, la fa risorgere dalle morti piccole o grandi, fa brillare nel suo intimo e fra i suoi componenti la presenza di Dio, di Gesù che si rende presente attirato da quell’amore.
Dio ci chiama a esser padri e madri dell’umanità, a dare il nostro contributo per sostenere e incoraggiare la fraternità universale. Ma quale tipo di famiglia può generare un mondo permeato di fraternità? Solo quella che sa fare suo, per amore, tutto quanto vive la comunità che le è attorno, così da poter dire con verità: «Il mio io è l’umanità» (Chiara Lubich, appunto del 6 settembre 1949). Solo famiglie, seppure fragili e imperfette come siamo nella nostra condizione umana, ma rinnovate dal di dentro in questo modo, possono offrire al mondo quella luce e quell’amore che lo risana, in maniera tale che la società vi trovi il modello nel quale rispecchiarsi. Ne troviamo conferma anche nell’Amoris laetitia: «[…] è proprio la famiglia che introduce la fraternità nel mondo. A partire da questa prima esperienza di fraternità, nutrita dagli affetti e dall’educazione familiare, lo stile della fraternità si irradia come una promessa sull’intera società» (194).
Siete voi, le famiglie, il luogo dove per la prima volta nella vita si beneficia della correzione, necessaria allo sviluppo umano, ma anche del perdono, che dà la forza di cominciare un cammino nuovo superando i propri errori. Questa esperienza pone le basi per l’esercizio della giustizia in casa come nella società. Tutto questo incoraggia ogni componente del nucleo familiare a prendere iniziative per andare incontro ai veri bisogni di quelli che vivono intorno, per esempio stando vicino all’anziano solo, all’amico che ha perso il lavoro, a quei parenti che litigano. È questo un modo per sconfiggere la “chiusura” e alimentare una società responsabile e costruttiva. Valori come la comunione, la solidarietà, lo spirito di sacrificio, la reciprocità, “normali” per così dire nella convivenza familiare, nella maggior parte dei casi possono essere novità dirompenti per le sclerotizzate strutture istituzionali e punti di riferimento per un nuovo ordinamento sociale.
Esistono già strutture e istituzioni preposte a cooperare al bene della comunità e dei singoli. Ho vivo il ricordo di un discorso in cui Chiara ci ha detto: esistono ma «occorre umanizzarle, dar loro un’anima, in modo che lo spirito di servizio raggiunga quell’intensità, quella spontaneità e quella spinta di amore per la persona, che si respira nella famiglia» (Messaggio al Familyfest, 5 giugno 1993). E qui sta l’insostituibile compito delle famiglie, «segno e tipo di ogni altra convivenza umana»: «tenere sempre acceso nelle case l’amore, ravvivando così quei valori che sono stati donati da Dio alla famiglia, per portarli ovunque nella società, generosamente e senza sosta» (ibidem). Il compito è arduo, ma non possiamo farci rubare la speranza, direbbe Papa Francesco, «perché — è lui che parla — se il male ci appare minaccioso e invadente, c’è un bene, un oceano di bene, che opera nel mondo» (Messaggio al quotidiano «La Stampa» per i 150 anni di fondazione, 9 febbraio 2017). Nell’arcipelago di associazioni che costituiscono questo oceano di bene, ci sono anche le famiglie del Movimento dei focolari che portano il loro contributo.
Tutto questo comincia in genere dall’attenzione amorevole con cui una famiglia guarda i bisogni di chi le sta vicino. Mi viene in mente la storia accaduta in una cittadina nei pressi di Chicago. Carole, accorgendosi che varie famiglie avevano problemi simili ai suoi per assistere il figlio David, portatore di grave handicap, ha promosso tutta una serie di attività di socializzazione dei giovani disabili e, attraverso di loro, delle famiglie di tutto il quartiere e poi di tutto il Comune, il quale ha persino ricevuto un premio per gli sviluppi in campo sociale. In Spagna, due coppie, appartenenti al movimento, si guardano attorno nella loro città e, vedendo la necessità di molte famiglie di trovare assistenza per gli anziani, si mettono insieme e aprono una casa di soggiorno e assistenza diurna con venticinque posti. In poco tempo costruiscono una realtà vasta di comunione, coinvolgendo i parenti, il quartiere, l’amministrazione, dando lavoro a diverse persone, aprendo in seguito una seconda casa per le tante richieste, e testimoniando il valore attribuito a ogni persona vista come la vera “miniera”. E «La miniera» è il nome che si sono dati. Poteva sembrare un sogno. Le esperienze ci dicono che è già realtà, a volte piccolissima, appena nata, ma che ha in sé la forza prorompente della vita.
Alimentiamo allora con l’amore questa vita perché invada il mondo. Cominciamo da subito. Andiamo con gioia incontro all’umanità e portiamole il nostro dono. Questo fiore, che ora portiamo fuori, è il simbolo dell’esperienza che abbiamo fatto e che vorremmo portare in tutto il mondo.
L'Osservatore Romano

lunedì 13 marzo 2017

Chiara Lubich: una luce sulla famiglia


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Due giorni a Loppiano con un migliaio di coppie, genitori, figli e nonni di 50 Paesi per celebrare, riflettere e condividere vita, impegno, prospettive quale contributo al bene dell’umanità

«Affidi alla famiglia una missione esplosiva, una riforma che le famiglie possono avviare per il mondo», così Igino Giordani a Chiara Lubich alla fondazione della diramazione delle Famiglie Nuove dei Focolari nel 1967. Dopo cinquant’anni, proprio nel nono anniversario della morte della fondatrice, si manifesta la chioma fiorita da quel seme: centinaia di manifestazioni e iniziative in molte città del mondo dicono che quella profezia ha trovato le vie per incarnarsi.
L’evento di tre giorni a Loppiano ha accolto oltre un migliaio di persone, di 50 Paesi, di tutte le generazioni, cristiani, ma anche musulmani, buddisti e indù. Si sono visti i frutti di una storia nell’interazione tra le diverse generazioni: nonni, figli, nipoti. Il programma, diffuso in diretta streaming e tradotto in 19 lingue, si è articolato in tre grandi temi: la famiglia come trama di rapporti all’interno della coppia, con i figli e tra le generazioni; l’amore, come risposta alle criticità nella famiglia con le sue ferite, sfide e dolori; la famiglia, risorsa creativa nei confronti del tessuto sociale.
Si ascoltano voci di padri e di figli. Come quella di una ragazza adolescente che racconta il suo dolore e quello dei fratelli più piccoli, la ferita della famiglia provocata dal padre vittima dell’alcool. E la speranza che ne viene dal condividere, «perché la famiglia è la cosa più importante e non dobbiamo avere paura di fare il primo passo: forse è difficile farlo, ma, se è fatto per amore, può cambiare tutto». Si ascolta la storia di una coppia alla ricerca del figlio “prodigo” che, distrutta l’azienda di famiglia e indebitato fino al collasso, fugge in un altro paese. Nel dolore i genitori capiscono che la misericordia deve vincere sulla collera. Si mettono in viaggio finché lo ritrovano: un abbraccio che dà inizio a una vita riconciliata. Sul palco salgono anche Basma e Tatiana. Musulmana la prima e cristiana la seconda, diventano più che sorelle nella condivisione quotidiana, profonda e concreta, dopo la morte del marito di Basma in terra straniera, con due figli a carico e senza appoggi. Una storia emblema di popoli che s’incontrano, ma che solo nel reciproco riconoscersi e accogliersi si trasformano in famiglia di famiglie.
Della ricchezza che emerge si fa interprete Maria Voce nel suo intervento. Ricorda come il carisma dell’unità «offre una luce e una chiave anche per guardare il mondo e la storia, per cogliere il legame di ciascuno di noi con l’umanità intera». E riporta un brano della Lubich del 6 settembre 1949, che risuona come una nuova chiamata per quanti ascoltano: «Il mio io è l’umanità con tutti gli uomini che furono sono e saranno. La sento e la vivo questa realtà: perché sento nell’anima mia sia il gaudio del Cielo, sia l’angoscia dell’umanità che è tutt’un grande Gesù Abbandonato».
Maria Voce ripropone la chiamata iniziale di Chiara Lubich alle famiglie a prendersi sulle spalle quella porzione di mondo che appare «più frantumato, più simile a Lui Abbandonato», ricordando che l’insostituibile compito delle famiglie è quello di «tenere sempre acceso nelle case l’amore, ravvivando così quei valori che sono stati donati da Dio alla famiglia, per portarli ovunque nella società, generosamente e senza sosta». E continua, parafrasando papa Francesco, «il compito è arduo, ma non possiamo farci rubare la speranza».
Due gesti simbolici ma concreti esprimono l’impegno e la determinazione delle famiglie presenti a tornare nei propri luoghi per testimoniare la fratellanza universale e per fare la propria parte, seppure come goccia nell’oceano: un momento di preghiera e di personale impegno rappresentato dal fiore che ogni famiglia appende in una scenografia allestita all’esterno dell’auditorium. E il gemellaggio fra famiglie di due diverse parti del mondo, da estendere ad altre famiglie dei rispettivi territori, in modo da intensificare una rete che risponda alle necessità da una parte all’altra del mondo, quale circolo virtuoso.
Il Seminario culturale su “Il patto di reciprocità nella vita familiare, generativo della fiducia e della relazione”, svoltosi nella prima giornata tra un centinaio di accademici e esperti nel campo dell’accompagnamento familiare, del counseling, della ricerca pedagogica e psicologica e delle discipline che riguardano il vasto mondo delle relazioni familiari, aveva approfondito la realtà della famiglia dal punto di vista teologico, antropologico, sociale, pedagogico, politico. Una riflessione sul valore della famiglia come risorsa per l’umanità, che ha evidenziato come il suo futuro e il significato stesso dell’essere persona si giochi proprio nella famiglia. Infine, il profilarsi, in seno all’Istituto universitario Sophia e in sinergia con altri istituti a livello internazionale, di un centro di ricerca ad alto livello, interreligioso, interconfessionale, interculturale, interdisciplinare che approfondisca e studi questo patrimonio di vita per poterlo esprimere a livello universale.
Zenit
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Vatican Insider
Nel 9º anniversario della morte della fondatrice dei Focolari un approfondimento sul contributo del carisma dell’unità alla vita delle famiglie. Il prossimo 14 marzo ricorre il nono anniversario della morte di Chiara Lubich. L’argomento che verrà preso in considerazione sarà la famiglia, sullo sfondo delle dinamiche aperte dal Sinodo dei vescovi e dalla successiva esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco. Inoltre in questo anno ricorre il 50º della fondazione di Famiglie nuove, la diramazione dei Focolari fondata nel 1967 dalla Lubich per il mondo della famiglia.

domenica 5 marzo 2017

Chiara: un carisma a servizio della famiglia



Il prossimo 14 marzo ricorre il nono anniversario della morte di Chiara Lubich. L’argomento che verrà preso in considerazione sarà la famiglia, sullo sfondo delle dinamiche aperte dal Sinodo dei vescovi e dalla successiva esortazione apostolicaAmoris laetitia di papa Francesco. Inoltre questo anno ricorre il 50esimo della fondazione di Famiglie Nuove, la diramazione dei Focolari fondata nel 1967 dalla Lubich per il mondo della famiglia.
Chiara vedeva la famiglia come «seme di comunione per l’umanità del terzo millennio», come ebbe a dire nel suo messaggio al Familyfest del 1993, augurandosi che «i valori ad essa connaturati – la gratuità, lo spirito di servizio, la reciprocità – possano essere trasferiti all’intera famiglia umana».
È sotto questa chiave che si possono leggere le iniziative che lungo il 2017 si realizzano in vari paesi del mondo. La finalità è quella di cogliere il percorso di vita e di pensiero di questi cinquant’anni e mettere in luce il valore antropologico e universale delle famiglie nella prospettiva della “famiglia umana”.
Il primo appuntamento, sul tema “La famiglia fonte di speranza e gioia”, si è tenuto al Cairo, in Egitto, con oltre 300 partecipanti: un programma di festa e di testimonianze, dove è venuto in evidenza il protagonismo dei più giovani e il rapporto tra le generazioni in famiglia. Quello di Panama, “Essere sempre famiglia”, ha avuto luogo il 12 febbraio: in una società caratterizzata dai ritmi frenetici, oltre 400 persone si sono date appuntamento nel parco cittadino per una giornata di dialogo, giochi e passeggiate.
Un evento di respiro mondiale avrà luogo alla Cittadella di Loppiano, Firenze, dal 10 al 12 marzo 2017, con la partecipazione di famiglie provenienti dai cinque continenti. In programma workshop per genitori, figli, nonni. Un gruppo qualificato darà vita ad un Seminario culturale in cui si rifletterà su “Il patto di reciprocità nella vita familiare, generativo della fiducia e della relazione”. Si svolgerà in collaborazione con l’Istituto Universitario Sophia, e da esso prenderà il via un Centro studi sulla famiglia, nel quadro dell’attività accademica di Sophia, con l’obiettivo di approfondire il contributo della spiritualità dell’unità per la famiglia oggi.
Momento centrale dell’evento di Loppiano sarà il pomeriggio di sabato 11 marzo, con un programma articolato in tre tempi: “Famiglia, trama di rapporti”: relazioni all’interno della coppia, con i figli, tra le generazioni; “L’amore, strumento e risposta alle criticità nella famiglia”: condivisione di ferite, sfide, dolori; “Famiglia, risorsa creativa per il tessuto sociale di ogni popolo”: reti di famiglie, solidarietà e accoglienza, impegno nei confronti della società. Si alterneranno storie reali di famiglie, riflessioni qualificate e contributi colti dal patrimonio di pensiero e di vita di Chiara Lubich sulla famiglia. Il programma sarà diffuso in diretta streaming.
Ogni anno la ricorrenza della morte di Chiara Lubich è per le comunità dei Focolari nel mondo occasione di incontro, di festa, di testimonianza e di rinnovato impegno. Anche il 2017 vede quindi moltiplicarsi gli appuntamenti, da Singapore a Vilnius (Lituania), da Sydney (Australia) a Houston (USA), da Manaus (Brasile) a Bujumbura (Burundi). Una sorta di costellazione che letteralmente abbraccia il mondo e richiama la consegna di Chiara: «Siate una famiglia».
Zenit

mercoledì 1 marzo 2017

Verso una piena e visibile comunione

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I focolari nel solco dell’incontro di Lund. 

«Con tutte le nostre forze vorremmo sostenere le Chiese nell’impegno per arrivare alla piena e visibile comunione e a servire insieme l’umanità. Credo che ci voglia una conversione del cuore, cioè cominciare a pensare ecumenicamente». Così Maria Voce, presidente del Movimento dei focolari, riassume, in un’intervista diffusa sul sito in rete, le motivazioni della Dichiarazione di Ottmaring, nella quale si esprime il rinnovato impegno ecumenico del movimento, che trova ancora più vigore nei gesti e nelle parole di Papa Francesco, come la partecipazione all’incontro di Lund, in Svezia, o quanto avvenuto domenica scorsa nella chiesa anglicana di All Saints, a Roma.Nella dichiarazione, i focolari assicurano che faranno «tutto il possibile» affinché le loro attività, iniziative e riunioni, a livello internazionale e specialmente locale, «siano sostanziate da un atteggiamento aperto e fraterno tra i cristiani». Come movimento mondiale, a cui aderiscono cristiani di molte Chiese e che vive perciò già l’esperienza di un popolo cristiano unito dall’amore reciproco, «ci sentiamo interpellati in modo particolare — prosegue il testo — dall’invito espresso da questa dichiarazione». Pertanto, «ravvisiamo nell’incontro di Lund un vero kairos, un segno di Dio per il nostro tempo che sprona i cristiani a impegnarsi ancora di più affinché il Testamento di Gesù “che tutti siano uno” si realizzi». Da qui, la promessa di un impegno «nella comunione tra movimenti e comunità cristiane in tutto il mondo, in modo particolare nella rete ecumenica Insieme per l’Europa», attraverso la quale affidare a Dio «il cammino delle nostre Chiese affinché si accelerino i passi verso la celebrazione comune nell’unico calice».
La dichiarazione è stata diffusa al termine del consiglio generale dei focolari, svoltosi nei giorni scorsi presso il centro ecumenico di Ottmaring, vicino ad Augsburg, consueto ritiro annuale caratterizzato da giornate di preghiera e lavoro. Un’occasione importante durante la quale i partecipanti hanno approfondito un tema molto caro ai focolari: l’unità dei cristiani. Da quando nel 1961 Chiara Lubich, proprio in Germania, ha aperto il movimento al dialogo ecumenico, esso promuove un «dialogo della vita» che vede una collaborazione fruttuosa con più di trecento Chiese e comunità ecclesiali. Da quasi cinquant’anni, in questa “cittadella”, i focolari sono impegnati, assieme all’Associazione della vita comune, a dare testimonianza della profonda comunione che, al di là delle divisioni tuttora esistenti fra le Chiese, unisce i cristiani nell’unico Corpo di Cristo.
A Ottmaring si avverte lo spirito ecumenico della vicina Augsburg, dove, nel 1999, la Federazione luterana mondiale e la Chiesa cattolica, apponendo la loro firma alla Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, hanno compiuto un passo importante e carico di significato per superare differenze teologiche ancora aperte.
«In quest’anno in cui si commemora il cinquecentesimo anniversario della Riforma di Lutero — si afferma nella Dichiarazione di Ottmaring — è stato di particolare rilievo l’incontro del 31 ottobre scorso a Lund, in Svezia, tra la Chiesa cattolica romana e la Federazione luterana mondiale, dove la dichiarazione congiunta attesta la fiducia reciproca invitando le proprie comunità “a crescere ulteriormente nella comunione radicata nel Battesimo” e “a testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo”, essendo così messaggeri fedeli “dell’amore immenso di Dio per tutta l’umanità”».
Il testo, accompagnato da una lettera di Maria Voce, è stato inviato a Papa Francesco, al patriarca ecumenico e arcivescovo di Costantinopoli Bartolomeo, all’arcivescovo di Canterbury e primate della Comunione anglicana Justin Welby, al vescovo presidente della Federazione luterana mondiale, Munib Younan, al segretario generale Martin Junge, al segretario generale del World Council of Churches, reverendo Olav Fykse Tveit, e ad altri responsabili, come espressione del rinnovato impegno ecumenico.
Secondo Maria Voce, «oggi non ha più senso che i cristiani si presentino frammentati. Già incidono poco e incideranno sempre meno se non saranno uniti a testimoniare l’unico Vangelo, il comando dell’amore reciproco. E se noi cristiani — ha aggiunto il presidente dei focolari — non sappiamo dare questa testimonianza, il mondo non potrà incontrare Dio, perché non potrà incontrare Gesù che è presente dove ci sono i cristiani uniti nell’amore reciproco. Se lo incontrano — conclude — nascerà in loro la fede, cambieranno gli atteggiamenti, il modo di comportarsi, cambierà la ricerca della pace e di soluzioni di giustizia, l’impegno per la solidarietà tra i popoli».
L'Osservatore Romano

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Un rinnovato impegno ecumenico dei Focolari

"Credo che ci voglia una conversione del cuore, cioè cominciare a pensare ecumenicamente". Così Maria Voce riassume, in un’intervista concessa in Germania, le motivazioni della Dichiarazione di Ottmaring, nella quale si esprime il rinnovato impegno ecumenico dei Focolari, che trova ancora più vigore nei continui gesti e parole di papa Francesco, come avvenuto la scorsa domenica alla chiesa anglicana di All Saints a Roma.
Nell’ultima settimana di febbraio il Consiglio generale del Movimento dei Focolari si è ritrovato nella Cittadella ecumenica di Ottmaring (vicino ad Augsburg) fondata da Chiara Lubich, dove da quasi 50 anni cristiani cattolici e evangelici, all’insegna del comandamento nuovo di Gesù, danno insieme testimonianza di quell’unità che esiste già fra i credenti in Cristo. Fu proprio in questa Cittadella che nel 1999 si preparò la Celebrazione per la firma della Dichiarazione Congiunta sulla Dottrina della Giustificazione.
In tale contesto squisitamente ecumenico si è desiderato esplicitare, sotto forma di dichiarazione, il rinnovarsi di una responsabilità e di un impegno che interpelli e incoraggi tanti ad adoperarsi con ancora più slancio per la causa della piena comunione fra i cristiani.
«In quest’anno – si afferma nella Dichiarazione di Ottmaring –, in cui si commemora il 500esimo anniversario della Riforma di Lutero, è stato di particolare rilievo l’incontro del 31 ottobre scorso a Lund, in Svezia, tra la Chiesa Cattolica Romana e la Federazione Luterana Mondiale, dove la Dichiarazione congiunta attesta la fiducia reciproca invitando le proprie comunità “a crescere ulteriormente nella comunione radicata nel Battesimo” e “a testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo”, essendo così messaggeri fedeli “dell’amore immenso di Dio per tutta l’umanità”».
«Come movimento mondiale, a cui aderiscono cristiani di molte Chiese e che vive perciò già l’esperienza di un popolo cristiano unito dall’amore reciproco, ci sentiamo interpellati in modo particolare». E, ancora, «ravvisiamo nell’incontro di Lund un vero “kairos”, un segno di Dio per il nostro tempo che sprona i cristiani ad impegnarsi ancora di più affinché il Testamento di Gesù “Che tutti siano uno” si realizzi. Con tutte le nostre forze vorremmo sostenere le Chiese nell’impegno per arrivare alla piena e visibile comunione e a servire insieme l’umanità».
Di conseguenza si esplicita una promessa: «Faremo tutto il possibile affinché le nostre attività, iniziative e riunioni, a livello internazionale e specialmente locale, siano sostanziate di questo atteggiamento aperto e fraterno tra i cristiani. Continuiamo ad impegnarci nella comunione tra Movimenti e Comunità cristiane in tutto il mondo, in modo particolare nella rete ecumenica “Insieme per l’Europa”, affidando a Dio il cammino delle nostre Chiese affinché si accelerino i passi verso la celebrazione comune nell’unico calice».
La presente Dichiarazione di Ottmaring, accompagnata da una lettera di Maria Voce, è stata inviata a papa Francesco, al patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli, all’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, al presidente e al segretario generale della Federazione Luterana Mondiale, rispettivamente Munib A. Younan e Martin Junge, al segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese Olaf Tveit e ad altri responsabili, come espressione del rinnovato impegno ecumenico.
Infatti nell’intervista rilasciata in Germania, per quanto riguarda gli appartenenti al Movimento, Maria Voce precisa: «Non ci può essere una persona dei Focolari che, da quando viene a conoscenza di questa Dichiarazione, pensi che l’impegno per l’ecumenismo riguarda solo quei Paesi dove ci sono cristiani di varie Chiese, ma che non lo tocchi personalmente perché sta bene nella sua Chiesa e non è interessato a tali problemi».
Zenit

sabato 4 febbraio 2017

Udienza di Papa Francesco ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”




Udienza di Papa Francesco ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”: "Tutte le volte che le persone, i popoli e persino la Chiesa hanno pensato di salvare il mondo crescendo nei numeri, hanno prodotto strutture di potere, dimenticando i poveri. Salviamo la nostra economia, restando semplicemente sale e lievito: un lavoro difficile, perché tutto decade con il passare del tempo"
Sala stampa della Santa Sede 

Alle ore 12.15 di oggi, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza i partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari (1-5 febbraio, Centro Mariapoli di Castelgandolfo, Roma).
Discorso del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle,
sono lieto di accogliervi come rappresentanti di un progetto al quale sono da tempo sinceramente interessato. A ciascuno di voi rivolgo il mio saluto cordiale, e ringrazio in particolare il coordinatore, Prof. Luigino Bruni, per le sue cortesi parole. E ringrazio anche per le testimonianze.
Economia e comunione. Due parole che la cultura attuale tiene ben separate e spesso considera opposte. Due parole che voi invece avete unito, raccogliendo l’invito che venticinque anni fa vi rivolse Chiara Lubich, in Brasile, quando, di fronte allo scandalo della diseguaglianza nella città di San Paolo, chiese agli imprenditori di diventare agenti di comunione. Invitandovi ad essere creativi, competenti, ma non solo questo. L’imprenditore da voi è visto come agente di comunione. Nell’immettere dentro l’economia il germe buono della comunione, avete iniziato un profondo cambiamento nel modo di vedere e vivere l’impresa. L’impresa non solo può non distruggere la comunione tra le persone, ma può edificarla, può promuoverla. Con la vostra vita mostrate che economia e comunione diventano più belle quando sono una accanto all’altra. Più bella l’economia, certamente, ma più bella anche la comunione, perché la comunione spirituale dei cuori è ancora più piena quando diventa comunione di beni, di talenti, di profitti.
Pensando al vostro impegno, vorrei dirvi oggi tre cose.
La prima riguarda il denaro. È molto importante che al centro dell’economia di comunione ci sia la comunione dei vostri utili. L’economia di comunione è anche comunione dei profitti, espressione della comunione della vita. Molte volte ho parlato del denaro come idolo. La Bibbia ce lo dice in diversi modi. Non a caso la prima azione pubblica di Gesù, nel Vangelo di Giovanni, è la cacciata dei mercanti dal tempio (cfr 2,13-21). Non si può comprendere il nuovo Regno portato da Gesù se non ci si libera dagli idoli, di cui uno dei più potenti è il denaro. Come dunque poter essere dei mercanti che Gesù non scaccia? Il denaro è importante, soprattutto quando non c’è e da esso dipende il cibo, la scuola, il futuro dei figli. Ma diventa idolo quando diventa il fine. L’avarizia, che non a caso è un vizio capitale, è peccato di idolatria perché l’accumulo di denaro per sé diventa il fine del proprio agire. E’ stato Gesù, proprio Lui, a dare categoria di “signore” al denaro: “Nessuno può servire due signori, due padroni”. Sono due: Dio o il denaro, l’anti-Dio, l’idolo. Questo l’ha detto Gesù. Allo stesso livello di opzione. Pensate a questo.
Quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto. La “dea fortuna” è sempre più la nuova divinità di una certa finanza e di tutto quel sistema dell’azzardo che sta distruggendo milioni di famiglie del mondo, e che voi giustamente contrastate. Questo culto idolatrico è un surrogato della vita eterna. I singoli prodotti (le auto, i telefoni…) invecchiano e si consumano, ma se ho il denaro o il credito posso acquistarne immediatamente altri, illudendomi di vincere la morte.
Si capisce, allora, il valore etico e spirituale della vostra scelta dimettere i profitti in comune. Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo, condividerlo con altri, soprattutto con i poveri, o per far studiare e lavorare i giovani, vincendo la tentazione idolatrica con la comunione. Quando condividete e donate i vostri profitti, state facendo un atto di alta spiritualità, dicendo con i fatti al denaro: tu non sei Dio, tu non sei signore, tu non sei padrone! E non dimenticare anche quell’alta filosofia e quell’alta teologia che faceva dire alle nostre nonne: “Il diavolo entra dalle tasche”. Non dimenticare questo!
La seconda cosa che voglio dirvi riguarda la povertà, un tema centrale nel vostro movimento.
Oggi si attuano molteplici iniziative, pubbliche e private, per combattere la povertà. E tutto ciò, da una parte, è una crescita in umanità. Nella Bibbia i poveri, gli orfani, le vedove, gli “scarti” della società di quei tempi, erano aiutati con la decima e la spigolatura del grano. Ma la gran parte del popolo restava povero, quegli aiuti non erano sufficienti a sfamare e a curare tutti. Gli “scarti” della società restavano molti. Oggi abbiamo inventato altri modi per curare, sfamare, istruire i poveri, e alcuni dei semi della Bibbia sono fioriti in istituzioni più efficaci di quelle antiche. La ragione delle tasse sta anche in questa solidarietà, che viene negata dall’evasione ed elusione fiscale, che, prima di essere atti illegali sono atti che negano la legge basilare della vita: il reciproco soccorso.
Ma – e questo non lo si dirà mai abbastanza – il capitalismocontinua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare. Il principale problema etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere. Una grave forma di povertà di una civiltà è non riuscire a vedere più i suoi poveri, che prima vengono scartati e poi nascosti.
Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!
L’economia di comunione, se vuole essere fedele al suo carisma, non deve soltanto curare le vittime, ma costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove possibilmente esse non ci siano più. Finché l’economia produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, la comunione non è ancora realizzata, la festa della fraternità universale non è piena.
Bisogna allora puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale. Imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente. Certo, quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato (l’albergatore) alla sua azione di fraternità. So che voi cercate di farlo da 25 anni. Ma occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime. Un imprenditore che è solo buon samaritano fa metà del suo dovere: cura le vittime di oggi, ma non riduce quelle di domani. Per la comunione occorre imitare il Padre misericordioso della parabola del figlio prodigo e attendere a casa i figli, i lavoratori e collaboratori che hanno sbagliato, e lì abbracciarli e fare festa con e per loro – e non farsi bloccare dalla meritocrazia invocata dal figlio maggiore e da tanti, che in nome del merito negano la misericordia. Un imprenditore di comunione è chiamato a fare di tutto perché anche quelli che sbagliano e lasciano la sua casa, possano sperare in un lavoro e in un reddito dignitoso, e non ritrovarsi a mangiare con i porci. Nessun figlio, nessun uomo, neanche il più ribelle, merita le ghiande.
Infine, la terza cosa riguarda il futuro. Questi 25 anni della vostra storia dicono che la comunione e l’impresa possono stare e crescere insieme. Un’esperienza che per ora è limitata ad un piccolo numero di imprese, piccolissimo se confrontato al grande capitale del mondo. Ma i cambiamenti nell’ordine dello spirito e quindi della vita non sono legati ai grandi numeri. Il piccolo gregge, la lampada, una moneta, un agnello, una perla, il sale, il lievito: sono queste le immagini del Regno che incontriamo nei Vangeli. E i profeti ci hanno annunciato la nuova epoca di salvezza indicandoci il segno di un bambino, l’Emmanuele, e parlandoci di un “resto” fedele, un piccolo gruppo.
Non occorre essere in molti per cambiare la nostra vita: basta che il sale e il lievito non si snaturino. Il grande lavoro da svolgere è cercare di non perdere il “principio attivo” che li anima: il sale non fa il suo mestiere crescendo in quantità, anzi, troppo sale rende la pasta salata, ma salvando la sua “anima”, cioè la sua qualità. Tutte le volte che le persone, i popoli e persino la Chiesa hanno pensato di salvare il mondo crescendo nei numeri, hanno prodotto strutture di potere, dimenticando i poveri. Salviamo la nostra economia, restando semplicemente sale e lievito: un lavoro difficile, perché tutto decade con il passare del tempo. Come fare per non perdere il principio attivo, l’ “enzima” della comunione?
Quando non c’erano i frigoriferi, per conservare il lievito madredel pane si donava alla vicina un po’ della propria pasta lievitata, e quando dovevano fare di nuovo il pane ricevevano un pugno di pasta lievitata da quella donna o da un’altra che lo aveva ricevuto a sua volta. È la reciprocità. La comunione non è solo divisione ma anche moltiplicazione dei beni, creazione di nuovo pane, di nuovi beni, di nuovo Bene con la maiuscola. Il principio vivo del Vangelo resta attivo solo se lo doniamo, perché è amore, e l’amore è attivo quando amiamo, non quando scriviamo romanzi o quando guardiamo telenovele. Se invece lo teniamo gelosamente tutto e solo per noi, ammuffisce e muore. E il Vangelo può ammuffirsi. L’economia di comunione avrà futuro se la donerete a tutti e non resterà solo dentro la vostra “casa”. Donatela a tutti, e prima ai poveri e ai giovani, che sono quelli che più ne hanno bisogno e sanno far fruttificare il dono ricevuto! Per avere vita in abbondanza occorre imparare a donare: non solo i profitti delle imprese, ma voi stessi. Il primo dono dell’imprenditore è la propria persona: il vostro denaro, seppure importante, è troppo poco. Il denaro non salva se non è accompagnato dal dono della persona. L’economia di oggi, i poveri, i giovani hanno bisogno prima di tutto della vostra anima, della vostra fraternità rispettosa e umile, della vostra voglia di vivere e solo dopo del vostro denaro.
Il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione. È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle “briciole”. Invece, anche solo cinque pani e due pesci possono sfamare le folle se sono la condivisione di tutta la nostra vita. Nella logica del Vangelo, se non si dona tutto non si dona mai abbastanza.
Queste cose voi le fate già. Ma potete condividere di più i profitti per combattere l’idolatria, cambiare le strutture per prevenire la creazione delle vittime e degli scarti; donare di più il vostro lievito per lievitare il pane di molti. Il “no” ad un’economia che uccide diventi un “sì” ad una economia che fa vivere, perché condivide, include i poveri, usa i profitti per creare comunione.
Vi auguro di continuare sulla vostra strada, con coraggio, umiltà e gioia. «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9,7). Dio ama i vostri profitti e talenti donati con gioia. Lo fate già; potete farlo ancora di più.
Vi auguro di continuare ad essere seme, sale e lievito di un’altra economia: l’economia del Regno, dove i ricchi sanno condividere le loro ricchezze, e i poveri sono chiamati beati. Grazie.


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Papa: capitalismo scarta i più deboli, no a evasione e gioco d’azzardo
Radio Vaticana 
Sconfiggere l’idolatria del denaro alimentata da un’economia centrata solo sul profitto. E’ il monito lanciato da Francesco nell’udienza ai partecipanti all'Incontro "Economia di Comunione", promosso dal Movimento dei Focolari. Il Papa ha messo in guardia dal “sistema dell’azzardo” che sta distruggendo milioni di famiglie. Ancora ha affermato che l’evasione fiscale viola la legge “basilare della vita”: “il reciproco soccorso”. (...)

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Papa Francesco: "Evasione e elusione fiscale negano solidarietà sociale" 
La Repubblica 
"La ragione delle tasse sta nella solidarietà, che viene negata dall'evasione ed elusione fiscale". Papa Francesco, nel discroso riovolto alle aziende che nel mondo aderoscono la progetto dell'Economia di comunione lanciato da Chiara Lubich in Brasile 25 anni fa, ha sottolineato come i fenomeni dell'evasione e elusione fiscale "prima di essere atti illegali sono atti che negano la legge basilare della vita: il reciproco soccorso". (...)

Papa Francesco e l'Economia di Comunione

L'Economia di Comunione è un'esperienza nata da un'idea di Chiara Lubich - RV

Papa Francesco incontrerà oggi gli oltre mille partecipanti all’Incontro sull’Economia di Comunione, promosso dal Movimento dei Focolari. Si tratta di una rete di imprenditori, presente in tutti i continenti, nata nel 1991 da un’idea di Chiara Lubich, rimasta colpita - durante un viaggio in Brasile - dai grandi contrasti economici del Paese. E’ un’esperienza di economia alternativa, basata sulla fraternità e sulla condivisione dei profitti. Prima dell’udienza con il Papa, alcuni partecipanti all’evento hanno incontrato a Roma i giornalisti per spiegare cosa sia l’Economia di Comunione. Il servizio di Marina Tomarro:
Condividere i profitti non solo tra i lavoratori ma anche fuori dall'azienda, pensando a chi ha bisogno, espandendo la produzione al di là dei  propri confini, per il bene comune, in maniera non più teorica ma concreta. E’ questo l’obiettivo dell'Economia di Comunione che da 25 anni coinvolge numerosi imprenditori in tutto il mondo. Luigino Bruni, coordinatore internazionale della rete:
R. – E’ uno sguardo diverso sull’economia, non è una forma di non profit nuova, è un dire: la vocazione vera dell’economia è una vocazione di condivisione. Quando l’economia è l’arricchimento di qualcuno contro gli altri diventa diseconomia, negazione dell’economia stessa. Quindi noi cerchiamo di dire qual è la vocazione dell’economia, ma di tutti: non del non profit, dell’economia sociale… Quindi è una sfida grande, anche se siamo piccoli, perché è una sfida che tocca il cuore del fare economia. Se l’economia è cooperazione è mutuo vantaggio è crescere insieme, allora non può non essere in qualche modo anche condivisione della ricchezza con gli altri. E’ una sfida molto ambiziosa, grande, anche se siamo piccoli!
D. – Cosa spinge un imprenditore a far parte dell’Economia di Comunione?
R. – Innanzitutto una chiamata interiore. Questa è gente che ha ascoltato una volta una voce interiore e siccome il mondo è pieno di voci, in senso bello, la gente sente delle ispirazioni, la vita economica è piena di vocazioni: le persone sentono chiamate in ambito più alto, religioso, artistico, ma anche in ambito economico perché si sente un incontro, un momento in cui tu dici: "Bene, che cosa dirò ai miei nipoti, ai miei figli? Tuo nonno, tuo papà ha speso la vita per un’altra economia, che diventa una faccenda identitaria non semplicemente un’attività di volontariato". Quindi questa è una bella notizia perché l’economia può essere solo un luogo di eccellenza anche etica e morale.
D. – Di fronte a un mondo che spinge verso il materialismo: quanto premia fare un’economia del genere?
R. – Dal punto di vista dei profitti poco. Premia molto in altre forme di remunerazione che sono il sentirsi la coscienza a posto, il sentirsi parte di un progetto che aiuta persone in difficoltà e nel fare il proprio dovere.
D. – Sono 25 anni, come si è evoluta l’Economia di Comunione?
R. – Intanto è viva ed è una bellissima notizia, cresce ed è oggi una delle più belle notizie in Africa dove ci sono tante imprese, Sudamerica, Cuba, Vietnam… E’ nata in tanti Paesi nuovi… Siccome è un seme buono, un seme di gratuità, si misura nel tempo, non si misura nei mesi. Noi siamo vivi e siamo felici, questa è una bellissima notizia. 
Tante sono le storie di questi imprenditori che decidono ad un certo punto di cambiare la loro visione del lavoro allargando gli orizzonti verso chi ci è prossimo anche nella quotidianità. Come ha fatto John Mundel, proprietario nell’Indiana, negli Stati Uniti, di una azienda che si occupa di consulenza ambientale. Ascoltiamo la sua testimonianza:
R. - Il primo passo è impegnare me stesso come imprenditore nell’Economia di Comunione, cioè è necessario che io per primo la applichi nella mia azienda, e  questo vuol dire rendersi conto delle persone che ci sono accanto e che lavorano con noi, dai dipendenti ai corrieri. Perciò non è solo aiutare i poveri, ma vivere questo stile a partire dal nostro quotidiano.
D- In che modo avete cercato di diffondere l’idea dell’Economia di Comunione?
R. - Abbiamo cercato di diffondere questa cultura attraverso conferenze all’università o andando a parlare in diverse aziende. Abbiamo sviluppato anche un programma di tirocinio per i giovani, che sono arrivati da noi da tutto il mondo, per imparare questo spirito di condivisione e poi riproporlo nelle loro aziende nei Paesi d’origine.
D. - L’America ha subito pesanti crisi economiche negli ultimi anni. L’Economia di Comunione ha aiutato in questo caso?
R. - Credo che l’Economia di Comunione serva anche a superare le crisi economiche di questi ultimi anni. A volte gli imprenditori sono individualisti, ma le difficoltà possono essere superate solo insieme, nessuno può salvare il mondo da solo, ma dobbiamo lavorare insieme per fare qualcosa di positivo. Io credo che oggi si abbia bisogno di questo, non di eroi solitari.
I primi imprenditori che hanno abbracciato l’Economia di Comunione sono stati brasiliani. E proprio in Brasile oggi sono tanti quelli che l’hanno scelta come stile di vita e sul lavoro. Ce lo racconta Maria Helena Ferreira, presidente dell’associazione brasiliana di Economia di Comunione:
R. - In Brasile sono stati davvero tanti gli imprenditori che hanno aderito all’Economia di Comunione. Da noi infatti circa il 98% delle aziende sono piccoli negozi e il nostro obiettivo è quello di lavorare e realizzare progetti insieme. E’ lì il nostro elemento di forza, creare una cultura di comunità dove i problemi si affrontano insieme e non da soli.

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Sulla Economia di Comunione vedi:
http://www.focolare.org/

sabato 12 novembre 2016

I Focolari e la sfida della pace



La giornata. Anticipiamo parte dell’intervento di Maria Voce, presidente del movimento dei Focolari, che sarà letto a Parigi il 15 novembre in occasione del convegno Unesco «Reinventare la pace». Qui accanto, un brano del discorso pronunciato da Chiara Lubich il 17 dicembre 1996 in occasione del conferimento del premio Unesco per l’educazione alla pace.
(Maria Voce) Ci troviamo qui in occasione del ventesimo anniversario del conferimento del premio per l’educazione alla pace a Chiara Lubich: momento di ricordo certamente, ma soprattutto occasione per rileggere oggi e far proprio il suo pensiero riguardo l’educazione alla pace, e quindi, in ordine alla costruzione della pace. 
E non è certamente una semplice coincidenza che ci troviamo qui a parlare di pace, a soli due giorni dalla commemorazione del primo anniversario dei tragici attentati terroristici di Parigi. Il doloroso e commosso ricordo di quegli eventi ci sprona a lavorare con maggior determinazione e creatività per trovare nuove vie per la pace.
La pace è certamente un dono di Dio, ma anche frutto delle scelte degli uomini e quindi è qualcosa che anche ciascuno di noi può contribuire a costruire nel proprio piccolo, nella quotidianità perché — come si legge nel preambolo della Costituzione dell’Unesco del 1945 — «le guerre hanno origine nello spirito degli uomini, è nello spirito degli uomini che si debbono innalzare le difese della pace». Per questo mi preme ringraziarvi per tutto quanto l’Unesco fa quotidianamente per la pace, attraverso l’educazione, la scienza e la cultura, per edificare un mondo più fraterno e unito. 
L’oggi della storia ci presenta in modo incalzante l’immagine di un mondo lacerato da conflitti di ogni genere, di muri che si ergono, di migranti e di rifugiati che fuggono dalla miseria e dalla guerra, di egoismi politici che si fronteggiano incuranti delle ricadute umane.
Per esprimere la crudezza e anche la gravità del contesto in cui viviamo, Papa Francesco ha spesso usato l’espressione «terza guerra mondiale a pezzi», proprio a significare la frammentazione e allo stesso tempo la globalizzazione dei conflitti: guerre, azioni terroristiche, persecuzioni per motivi etnici o religiosi e prevaricazioni hanno segnato inesorabilmente questi ultimi anni, moltiplicandosi dolorosamente in molte regioni del mondo. 
È una violenza non convenzionale, ubiqua e pervasiva, difficile da sconfiggere con gli strumenti sinora utilizzati. Sono conflitti che possono essere risolti solo con un impegno corale, non solo della comunità internazionale, ma della comunità umana mondiale. Nessuno può sentirsi escluso da questa azione: essa deve passare nelle nostre strade, nei luoghi del lavoro, dell’istruzione e della formazione, dello sport e del divertimento, delle comunicazioni, del culto. 
Alla «guerra mondiale a pezzi» si risponde con una pace mondiale fatta anch’essa di “singoli pezzi”, di piccoli passi, di gesti concreti. Tutti hanno un ruolo, ognuno ha una responsabilità. 
Troviamo qui in prima linea le organizzazioni internazionali con la loro instancabile opera di promozione della pace. Il dialogo incessante e il consenso tenacemente ricercato in tali organizzazioni, ivi compresa questa prestigiosa istituzione, devono essere riconosciuti come segni importanti dell’aspirazione globale verso la pace e l’unità. 
Ma vi troviamo anche comunità, associazioni di ogni genere, movimenti di ispirazione religiosa o laica che sono portatori, in modo più o meno esplicito e consapevole, di una nuova logica che rompe con quella fondata sulla ricerca del potere e sull’interesse unilaterale, sul desiderio di dominio, sulla volontà egemonica, quando non direttamente sulla violenza. Essi adottano invece una prospettiva alternativa, propugnano e realizzano nei loro ambiti un cambiamento radicale, l’unico oggi all’altezza delle sfide, siano esse di dimensione locale o mondiale, l’unico in grado di costruire le fondamenta della pace di oggi e di domani. È l’esperienza diretta del movimento che rappresento.
La nostra storia inizia nella città di Trento sotto i bombardamenti cui veniva continuamente sottoposta la città. Nel momento stesso in cui tutto crollava; in cui gli ideali materiali venivano distrutti e quelli immateriali erano di fatto impossibili da raggiungere; in cui i popoli si combattevano fino allo sterminio in una lotta insensata e tragica; in cui emergevano nel tessuto sociale cittadino conflitti e tensioni di ogni genere: personali, famigliari, di classe e ideologici, nel cuore di una giovane donna trentina, Chiara Lubich, germogliava ed esplodeva un Ideale che non passa, che nessuna bomba può distruggere, grande, immenso e che si sarebbe poco a poco rivelato — non senza difficoltà e incomprensioni — come un’unzione, un vaccino efficace per risanare ferite profonde e colmare fratture laceranti. 
Così, proprio sotto i bombardamenti, Chiara Lubich e le sue prime compagne, non fuggono dalla loro città bombardata: nel loro dedicarsi ai poveri, nel riversare il loro amore su tutti, diventano portatrici di speranza. Le loro azioni hanno avuto una portata ben più ampia di quello che si poteva vedere sul momento: hanno immesso nel circuito distruttivo della guerra nuova linfa di rigenerazione del tessuto sociale che sarebbe diventata generatrice di pace.
E quelle azioni ancora oggi portano frutti di pace. Ne è un esempio il dialogo che, da anni, si svolge nell’ambito del movimento dei Focolari con esponenti del cristianesimo. Lo stesso poi, con esponenti dell’islam, dell’ebraismo, del buddismo, dell’induismo e delle religioni tradizionali, e pure con persone di convinzioni non religiose; un dialogo che è basato sull’accoglienza delle persone, sul comprendere profondamente le loro scelte, le loro idee, valorizzando il bello, il positivo, quello che ci può essere di comune, che può formare dei legami fra persone e fra gruppi religiosi. Un dialogo fruttuoso che ha portato, in Paesi in cui l’intercultura e il dialogo interreligioso sono difficili, alla nascita di comunità che vivono fraternamente il carisma dell’unità non solo nel rispetto reciproco, ma nella gioiosa e per molti versi sorprendente riscoperta della ricchezza della propria identità, nella serena consapevolezza della diversità culturale e religiosa. 
La molla che ha spinto e continua a spingere a scommettere ancora sulla pace e quindi a proseguire in questa via del dialogo, viene dall’esempio di Gesù: essere pronti ad amare il prossimo fino al sacrificio di sé, come ha fatto lui che in croce è morto per l’umanità intera. Infatti l’impegno per la pace richiede un mezzo adeguato per raggiungere l’obiettivo. Chiara Lubich parlando all’Onu nel 1997 lo ha detto con chiarezza: «Non è uno scherzo impegnarsi a vivere e a portare la pace! Occorre coraggio, occorre saper patire».
Vent’anni fa
(Chiara Lubich) Non parlerò del Movimento dei focolari nella sua storia e nella sua struttura. Voglio piuttosto parlare del segreto della sua riuscita. Esso sta in una nuova linea di vita, in uno stile nuovo assunto da milioni di persone che, ispirandosi fondamentalmente a principi cristiani — senza trascurare, anzi evidenziando, valori paralleli presenti in altre fedi e culture diverse — ha portato in questo mondo, bisognoso di ritrovare o di consolidare la pace, pace appunto e unità. 
Si tratta di una nuova spiritualità, attuale e moderna: la spiritualità dell’unità. Affonda le sue radici in alcune parole del Vangelo, che si inanellano l’una nell’altra. Ne cito qui soltanto alcune. 
Suppone anzitutto per coloro che la condividono, una profonda considerazione di Dio per quello che è: Amore, Padre. Come si potrebbe, infatti, pensare la pace e l’unità nel mondo senza la visione di tutta l’umanità come una sola famiglia? E come vederla tale senza la presenza di un Padre per tutti? Domanda, quindi, di aprire il cuore a Dio Padre, che non abbandona certo i figli al loro destino, ma li vuole accompagnare, custodire, aiutare; che, perché conosce l’uomo nel più intimo, segue ognuno in ogni particolare, conta persino i capelli del suo capo; che non carica pesi troppo gravosi sulle sue spalle, ma è il primo a portarli. Egli non lascia alla sola iniziativa degli uomini il rinnovamento della società, ma se ne prende cura. Credere al suo amore è l’imperativo di questa nuova spiritualità, credere che siamo amati da lui personalmente e immensamente. Credere. E, fra le mille possibilità, che l’esistenza offre, scegliere lui come ideale della vita. Porsi cioè intelligentemente in quell’atteggiamento che ogni uomo assumerà in futuro, quando raggiungerà il destino a cui è stato chiamato: l’eternità. 
Ma, è ovvio, non basta credere all’amore di Dio, non basta aver fatto la grande scelta di lui come ideale. La presenza e la premura di un Padre per tutti, chiama ognuno a essere figlio, ad amare a sua volta il Padre, ad attuare giorno dopo giorno quel particolare disegno d’amore che il Padre pensa per ciascuno, a fare cioè la Sua volontà. 
E, si sa che la prima volontà di un padre è che i figli si trattino da fratelli, si vogliano bene, si amino. Conoscano e pratichino quella che può definirsi l’arte di amare. 
Essa vuole che si ami ognuno come sé, perché «Tu e io — diceva Gandhi — non siamo che una cosa sola. Non posso farti del male senza ferirmi». Vuole che si ami per primi, senza aspettare che l’altro ci ami. Significa saper “farsi uno” con gli altri, cioè far propri i loro pesi, i loro pensieri, le loro sofferenze, le loro gioie.
L'Osservatore Romano