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lunedì 19 dicembre 2016

Per la tranquillità dell’anima

I consigli di San Giovanni della Croce per la tranquillità dell’anima

San Giovanni della Croce sostiene che per andare incontro a Dio (o meglio, per lasciarsi trovare da Lui) abbiamo bisogno di “tranquillizzare la casa”, ovvero di ordinare la persona. I disordini interiori si manifestano in una sensazione di cecità, stanchezza, sporcizia o debolezza.

In una notte oscura,
con ansie, in amori infiammata,
– oh! felice ventura! –
uscii, né fui notata,
stando già la mia casa addormentata.
Al buio uscii e sicura,
per la segreta scala, mascherata
– oh felice ventura! –
al buio e ben celata,
stando già la mia casa addormentata.
Queste strofe dell’ascesa al monte ci introducono per percorrere la strada che San Giovanni della Croce ci invita a fare con lui, riconoscendo che la vita spirituale è questo: un cammino di ascesa in cui Dio ci aspetta per l’unione profonda con Lui. La montagna come luogo di rivelazione nella Sacra Scrittura, di manifestazione della teofania, di autorivelazione di Dio e di scoperta di tutta la nostra identità. Luogo in cui Dio parla con Elia, con Mosè; in cui Gesù si trasfigura davanti ai discepoli sul Tabor, da dove proclama le beatitudini, dove si ritira a pregare… L’immagine della montagna parla indubbiamente della manifestazione di Dio.
Vogliamo addentrarci nella dimensione che presuppone il fatto di svuotarsi di sé; non per rimanere nel nichilismo, nel vuoto senza senso, ma per riempirci della presenza e dell’amore di Dio. E per questo vogliamo soffermarci su Dio, totale pienezza che presuppone questo cammino di distacco, di spogliarci di noi per essere del tutto posseduti da Dio.
Il fatto di lasciare la casa in ordine, tranquilla, e per questo l’uomo che può uscire nella notte oscura per andare incontro a Dio che lo chiama con la forza dell’amore presuppone che ci siamo trovati nella prima notte dei sensi con gli appetiti disordinati, con le nostre tendenze fuori controllo, con la potenza interiore di tutte le capacità che abbiamo e di tutti i sensi non al proprio posto. Tutto il nostro organismo, la nostra sensibilità, il nostro modo di cogliere la realtà, le nostre passioni, le nostre sfrenatezze, i nostri disordini interiori vanno messi al proprio posto perché tormentano, stancano, accecano, sporcano e indeboliscono.
Ci sono cinque realtà dentro di noi quando non abbiamo ordine nella vita affettiva che ci mostrano che non possiamo andare avanti così, e Giovanni dice che tormentano, perché come una persona soffre se si stende sulle spine, soffre anche quando si stende sui suoi appetiti che pulsano. Possiamo scoprirlo in una cosa concreta: quando si mangia troppo, mentre lo si fa se ne gode e va tutto bene, ma le conseguenze arrivano dopo. O quando la sera si vede un film pieno di violenza o con un argomento troppo crudo, poi si fatica ad addormentarsi. Si finisce per essere come carichi negativamente in termini affettivi, ed è come se ci si stendesse sulle spine.
Cecità, stanchezza e sporcizia
Per poter andare incontro a Dio bisogna trovare gli spazi per riposare il cuore. Come succede al profeta sulla montagna dell’Oreb, quando sente la tormenta, i lampi e il terremoto, ma Dio sceglie la brezza dolce per manifestarsi. Quanto è importante trovare spazi in cui far riposare l’anima da ciò che la tormenta!
San Giovanni della Croce dice che ci sono stanchezza e sordità, siamo deboli. Quando l’anima è tormentata, con molto rumore interiore, perdiamo di vista ciò che dobbiamo fare. Per questo abbiamo bisogno di fermarci e di calmarci per chiarirci le idee. Ci sono momenti della vita in cui per poter prendere decisioni dobbiamo trovare spazi in cui rasserenare lo spirito e trovare tranquillità. E allora ciascuno di noi deve scoprire quali sono questi spazi, le persone o le circostanze in cui trovare chiarezza.

Spesso dopo una lunga giornata tra tante cose sentiamo che non “vediamo” più. Il giorno successivo, dopo aver riposato, ci riusciamo. Sant’Ignazio di Loyola avverte che nell’epoca della tribolazione non bisogna prendere decisioni, perché è molto probabile che non si veda chiaramente e che ci si sbagli. Nella tribolazione non si modificano le decisioni prese né se ne prendono di nuove. Tormenta e cecità sono conseguenze del turbamento in noi, e bisogna rimettere la casa in ordine. Quali sono le tormente e le cecità nella mia vita? E quali sono le stanchezze che mi impediscono di andare dove Dio mi chiama?
Per questo di pomeriggio o di sera dobbiamo lasciar andare tutto il trambusto che abbiamo vissuto nel corso della giornata. Il momento del tramonto è anche quello dell’incontro. È questo il senso che hanno anche la preghiera dei vespri e la compieta. Mentre il sole cala, l’uomo lascia il trambusto del suo lavoro, delle sue occupazioni quotidiane, per trovarsi con il Dio che lo aspetta per sedersi a tavola, per condividere la riflessione sulla giornata vissuta insieme.
Quando siamo disordinati a livello interiore, oltre alla cecità e alla mancanza di serenità compare anche la stanchezza. La maggior parte delle volte, quando la stanchezza ci vince la nostra interiorità è intaccata dalle emozioni. Appare dopo la morte di una persona cara, o dopo una grande delusione, quando l’anima si spegne e si pone in uno stato di depressione. Per poter andare avanti dobbiamo uscire da quella condizione, e perché ciò accada serve tempo. Ad esempio, di fronte alla morte di una persona cara bisogna rispettare il periodo di lutto. Non bisogna far sì che per trascurarlo quella realtà dolorosa resti come insediata in noi. Ma l’anima si stanca anche con le emozioni positive.
Un cuore ben disposto a seguire il Signore deve prepararsi alla prova. Lo dice la Parola nell’Antico Testamento. Anche la gioia fa parte della purificazione. San Tommaso di Kempis dice che il Signore ha due modi per metterci alla prova: la notte del dolore o la gioia. Bisogna preparare il cuore ad andare incontro a Dio sapendo calibrare l’anima per incanalare le emozioni e avere così spazio per riceverlo.
Appare poi la sporcizia, con la sensazione di non essere puliti. Anche nel nostro legame con il cibo, con il bere e la sessualità dobbiamo lavorare per mettere la casa in ordine, e quando si scatena il disordine dentro di noi costa un po’ di più rimettersi in carreggiata, e c’è bisogno di penitenza e disciplina. Sono cose semplici, ma bisogna agire con grande fermezza. La virtù che ci aiuta è la temperanza, attraverso la quale impariamo ad avere il dominio di noi stessi di fronte alla scossa di affetti disordinati che fa sì che ci leghiamo in modo sbagliato al cibo, al bere e alla sessualità. Sono istinti primari che fanno sopravvivere le persone e le specie.
Quando c’è disordine, l’anima è indebolita. Si sente come se non avesse consistenza né forza, come quando ci si riprende dopo essere stati molti giorni a letto. Perché, dice San Giovanni della Croce, come l’acqua che entra attraverso le fenditure di un recipiente rotto perde la sua forza, così l’anima, divisa in piccole cose, non ha vigore per concentrarsi su Dio. È come se si diluisse. Chiediamo a Dio di renderci sereni di fronte alla tormente.
Padre Javier Soteras
Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti

sabato 19 novembre 2016

Folgorato dalla piccola via..




Ad Avignone la beatificazione del carmelitano scalzo Maria Eugenio di Gesù Bambino. Alla scuola di Teresa e Giovanni 

(Louis Menvielle) Folgorato dalla piccola via e dalla spiritualità di santa Teresa di Lisieux, padre Maria Eugenio di Gesù Bambino ha cercato di portare le persone a Dio. Lo ha fatto anche attraverso la fondazione dell’Istituto Notre Dame de Vie, con il quale ha saputo proporre una sintesi equilibrata tra le dimensioni dell’ordine del Carmelo, la contemplazione e l’apostolato. Il carmelitano scalzo francese viene beatificato nel parco delle esposizioni di Avignone, in Francia, sabato mattina, 19 novembre, dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, in rappresentanza di Papa Francesco.
Padre Maria Eugenio (al secolo Henri Grialou) nasce il 2 dicembre 1894 ad Aveyron in diocesi di Rodez, al centro della Francia. Il padre, minatore, muore all’improvviso, lasciando la moglie e cinque figli. Per rispondere alla chiamata di Dio senza aggravare le difficoltà economiche della famiglia, Henri accetta di partire solo, a 11 anni, per Susa, dove l’accolgono i padri della congregazione del Santo Spirito. Avvertendo di non avere una vocazione missionaria in questa congregazione, viene accolto nel seminario minore della diocesi di Rodez. Ha 13 anni quando scopre gli scritti della piccola Teresa di Gesù Bambino, non ancora beatificata, che diventa per lui un riferimento nel suo itinerario spirituale. Legge e rilegge la Storia di un’anima e scrive a un amico seminarista: «Nessun libro ha mai fatto tanta presa su di me come quello. Non trovo parole per esprimerlo. È stupendo». Più tardi confiderà sempre all’amico: “Santa Teresa di Gesù Bambino è, per così dire, un’amica d’infanzia che ha vissuto accanto a noi e, mano a mano che crescevamo, ci faceva delle confidenze, ci mostrava i segreti della sua anima». 
Il sedicenne entra nel seminario maggiore con l’entusiasmo dei giovani. La guerra del 1914 interrompe la sua formazione per ben sei anni. Henri affida se stesso e i suoi soldati a Teresa che li protegge nei momenti peggiori di questa guerra. Henri ha 24 anni quando riprende la formazione sacerdotale, arricchito dall’esperienza del conflitto. 
Nel suo cammino vocazionale, durante un ritiro personale che lo prepara a ricevere il suddiaconato, una data è decisiva. Nella sera del 13 dicembre 1920 legge quasi per caso una piccola biografia di san Giovanni della Croce. In un lampo, riceve la chiamata al Carmelo. È una certezza: deve camminare sulle orme del mistico spagnolo. La grazia è autentica, come risulta da questa confidenza alla fine della sua vita: «Nel fondo della mia anima, è con san Giovanni della Croce che vivo». Una testimonianza lo conferma: nel 1961, un padre domenicano lo incontra e scrive nel suo quaderno personale: «Ho incontrato il Giovanni della Croce del XX secolo». Tre settimane dopo la sua ordinazione sacerdotale (4 febbraio 1922), nonostante gli ostacoli che sembravano insuperabili, Henri entra nel noviziato dei carmelitani scalzi nella regione parigina e prende il nome di Maria Eugenio. Per manifestare il suo legame con la piccola santa di Lisieux, aggiunge: di Gesù Bambino.
Il novizio si impegna a fondo, offrendosi alla grazia di Dio, soprattutto nell’orazione silenziosa. È un periodo di grandi esperienze mistiche. In un’epoca in cui lo Spirito Santo non era molto preso in considerazione nella spiritualità, il novizio ne fa una vera esperienza personale. Poco tempo dopo il noviziato, riceve la più grande grazia della sua vita: «Ho percepito lo Spirito Santo come amore sostanziale, verità, luce, spirito, che fa l’unità delle anime, della Chiesa, del Carmelo». Per Maria Eugenio, lo Spirito d’amore abita nel centro dell’anima, desideroso di diffondere sempre più la misericordia, cioè l’amore gratuito che vuol sfamare i più piccoli, i più poveri. Tale esperienza non è estranea alla spiritualità di santa Teresa di Lisieux. Maria Eugenio ha sempre insegnato che il fondamento dell’infanzia spirituale è la conoscenza contemplativa del cuore di Dio in cui sono «compressi i torrenti di infinite tenerezze» (santa Teresa). La misericordia è felice di diffondersi in ogni anima che presenta la disponibilità ad accogliere lo Spirito d’amore. 
Padre Maria Eugenio, sempre nella stessa occasione, aggiunge questa frase chiave: «Ora siamo ufficialmente incoraggiati a camminare in questa via, a credere così all’amore divino e a fare tutto per la realizzazione della missione della nostra tanto amabile beata». Così possiamo spiegare anche il grande impegno profuso durante tutta la vita per servire l’ordine carmelitano scalzo: definitore e vicario generale (1937-1955), tre volte provinciale (morirà in carica), visitatore apostolico dei 143 monasteri francesi delle monache carmelitane (1948-1956), incaricato dalla Congregazione per i religiosi di creare e di organizzare le federazioni dei monasteri (1953-1956). Ogni attività, ogni missione mira a un solo scopo: rendere sempre più vivo il duplice spirito carmelitano. A tale riguardo, Maria Eugenio ha fatto innumerevoli conferenze e omelie, riassumendo tutto nel suo capolavoro Voglio vedere Dio (1949). L’autore prende il lettore per mano e lo guida, alla luce di Teresa d’Ávila e dei due altri maestri e dottori carmelitani, sul cammino della vita spirituale e dell’impegno apostolico, fino alla santità più autentica. L’opera è oggi diffusa in otto lingue e più di centomila copie.
Per diffondere il messaggio carmelitano della misericordia, Maria Eugenio ha anche ricevuto il carisma di fondatore. Nel 1932, alcune giovani donne si sono dichiarate disponibili a rispondere, nella solitudine, alla loro sete di contemplazione e a lasciarsi afferrare dallo Spirito Santo, inserendosi poi nel mondo, in mezzo alla gente in tutti gli ambiti, per dare una testimonianza del Dio vivente. Così è nata a Venasque, vicino ad Avignone (Francia), l’esperienza di Notre Dame de Vie, istituto secolare di diritto pontificio dal 1962, con un ramo femminile, uno maschile laico e uno sacerdotale, i cui circa seicento membri sono sparsi in quattro continenti, partecipando alla grazia del fondatore che confidava: «La mia missione è teologale, sono fatto per portare la gente a Dio». Persone associate e coppie condividono lo spirito dell’istituto. Lo studium di Notre-Dame de Vie, inoltre, accoglie seminaristi, religiose e laici da tutto il mondo per una formazione teologica e spirituale, rispondendo così al desiderio che Maria Eugenio nutriva di dare un insegnamento anche ben articolato, universitario, sulle leggi della vita spirituale. Lo studium è aggregato alla Pontificia facoltà carmelitana Teresianum. 
Non si può trascurare un altro aspetto della sua personalità: oltre che maestro di vita spirituale, egli è stato anche un padre che si faceva vicino alla gente. È morto il 27 marzo del 1967, lunedì di Pasqua, giorno in cui soleva rallegrarsi con Maria, nostra Signora della vita, trionfante nel vedere il figlio risorto.

L'Osservatore Romano

lunedì 14 dicembre 2015

Dio non viene mai meno, anche se l'anima è in peccato mortale...




San Giovanni della croce (che festeggiamo oggi) era un pezzo avanti...
Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente. Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente. Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente. Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi. Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai. Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai. Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei.


*

Riporto dal Cantico Spirituale, commento alla prima strofa:

"Dove ti nascondesti
in gemiti lasciandomi, o Diletto?
Come Il cervo fuggisti,
dopo avermi ferito;
ti uscii dietro gridando: ti eri involato."
***
 È grande conforto per l'anima sapere che Dio non le viene mai meno, anche se essa è in peccato mortale; quanto meno Egli abbandonerà quella che è in grazia!
Che vuoi di più, o anima, e perché cerchi ancora fuori di te, dal momento che hai dentro di te le tue ricchezze, i, tuoi diletti, la tua soddisfazione, la tua abbondanza e il tuo regno, cioè l'Amato, che tu desideri e brami? Gioisci e rallegrati pure con Lui nel tuo raccoglimento interiore, poiché lo hai così vicino! Qui desideralo, adoralo, senza andare a cercarlo altrove, poiché ti distrarresti, ti stancheresti senza poterlo né trovare né godere con maggiore certezza e celerità, né averlo più vicino che dentro di te. Vi è un'unica difficoltà e cioè che, pure essendo dentro di te, $C' ne sta nascosto; però è già molto se si conosce il luogo dove sta nascosto per cercarlo con la certezza di trovarlo. È quanto tu, o anima, chiedi allorché con affetto di amore dici: Dove ti nascondesti?

 Tuttavia mi puoi dire: se l'Amato dell'anima mia è dentro di me, perché non lo trovo e non lo sento?
Ciò accade perché Egli se ne sta nascosto e tu non ti nascondi per trovarlo e per sentirlo. Infatti chi vuol trovare una cosa nascosta deve entrare fino al nascondiglio dove quella si trova e, quando la trova, anch'egli è nascosto come lei. Dunque poiché il tuo Sposo amato è il tesoro nascosto nel campo dell'anima tua, per il qual tesoro l'astuto mercante vendette tutti i suoi beni (Mt 13, 44), sarà necessario che tu, per trovarlo, dimenticando tutte le cose e allontanandoti da tutte le creature ti rifugi nel nascondiglio interiore del tuo spirito (Mt. 6, 6) e serrata la porta dietro di te, vale a dire chiusa la tua volontà a tutte le: cose, preghi occultamente il Padre tuo (Ibid.). Allora, rimanendo nascosta con Lui, lo sentirai e lo amerai di nascosto, lo godrai e ti diletterai con Lui di nascosto ossia in maniera superiore ad ogni espressione e sentimento umano.

lunedì 2 febbraio 2015

Benchè sia notte



Per la festa di oggi, 2 febbraio, la Presentazione di Gesù al Tempio, propongo questa poesia di san Giovanni della Croce.

*

Canto dellanima
che gioisce di conoscere Dio attraverso la fede
(1578)

Io conosco bene la fonte che scaturisce e scorre,
benché sia notte.
 
1. Resta nascosta quell’eterna fonte,
ma io ben so dov’è la sua dimora,
benché sia notte.

2. L’origine non so, poiché ne è priva,
Ma ogni origine so che ne deriva,
benché sia notte.

3. So che non può esister cosa tanto bella,
e che cieli e terra bevono da quella,
benché sia notte.

4. So bene che in lei non si ritrova il fondo,
e che sondarla non può nessuno al mondo,
benché sia notte.

5. Il suo splendore non si oscura mai,
e so che è la sorgente d’ogni luce,
benché sia notte.

6. So che le sue correnti traboccanti,
inferni e cieli irrigano, e le genti,
benché sia notte.

7. La corrente che sgorga da questa fonte
ben so quanto è capace e onnipotente,
benché sia notte.

8. La corrente che da queste due procede
so che nessuna di quelle la precede,
benché sia notte.

9. Giace nascosta questa eterna fonte
in questo vivo pane per dare a noi la vita,
benché sia notte.

10. Sta qui, chiamando le creature,
che di quest’acqua si saziano, benché allo scuro,
perché ora è notte.

11. Questa fonte d’acqua viva cui anelo,
in questo pane di vita io la vedo,
benché sia notte.

*
Di seguito il testo originale della poesia.

Cantar del alma
que se huelga de conocer a Dio por la fe
(1578)

Qué bien sé yo la fuente que mana y corre,
aunque es de noche.
 
1. Aquella eterna fuente está escondida,
qué bien sé yo do tiene su manida,
aunque es de noche.

2. Su origen no lo sé, pues no le tiene,
mas sé que todo origen de ella viene,
aunque es de noche.

3. Sé que no puede ser cosa tan bella,
y que cielos y tierra beben de ella,
aunque es de noche.

4. Bien sé que suelo en ella no se halla,
y que ninguno puede vadealla,
aunque es de noche.

5. Su claridad nunca es oscurecida,
y sé que toda luz de ella es venida,
aunque es de noche.

6. Sé ser tan caudalosas sus corrientes.
que infiernos, cielos riegan y las gentes,
aunque es de noche.

7. La corriente que nace de esta fuente
bien sé que es tan capaz y omnipotente,
aunque es de noche.

8. La corriente que de estas dos procede
sé que ninguna de ellas le precede,
aunque es de noche.

9. Aquesta eterna fuente está escondida
en este vivo pan por darnos vida,
aunque es de noche.

10. Aquí se está llamando a las criaturas,
y de esta agua se hartan, aunque a oscuras
porque es de noche.

11. Aquesta viva fuente que deseo,
en este pan de vida yo la veo,
aunque es de noche.

sabato 22 marzo 2014

THE DARK NIGHT OF THE SOUL - Loreena McKennitt (Traduzione in italiano)



"Chi è l'amore cui tengo di più, che è veramente la mia vita, la mia forza, la stessa mia vita?". Ci deve essere in ciascuno di noi uno da cui si è più amati e uno che abbiamo scelto come il più grande amore a cui dedicare la massima attenzione fino a dare la vita, se necessario.. un amore insomma che è come il nostro respiro. Può venire a mancare tutto, e sarebbe sopportabile. Ma guai se venisse a mancare questo Amore: Gesù ♥

*

THE DARK NIGHT OF THE SOUL

Upon a darkened night
the flame of love was burning in my breast
And by a lantern bright
I fled my house while all in quiet rest
Shrouded by the night
And by the secret stair I quickly fled
The veil concealed my eyes
while all within lay quiet as the dead
Chorus:
Oh night thou was my guide
of night more loving than the rising sun
Oh night that joined the lover to the beloved one
transforming each of them into the other
Upon that misty night
in secrecy, beyond such mortal sight
Without a guide or light
than that which burned so deeply in my heart
That fire t'was led me on
and shone more bright than of the midday sun
To where he waited still
it was a place where no one else could come
[Chorus]
Within my pounding heart
which kept itself entirely for him
He fell into his sleep
beneath the cedars all my love I gave
From o'er the fortress walls
the wind would brush his hair against his brow
And with its smoothest hand
caressed my every sense it would allow
[Chorus]
I lost myself to him
and laid my face upon my lover's breast
And care and grief grew dim
as in the morning's mist became the light
There they dimmed amongst the lilies fair
there they dimmed amongst the lilies fair
there they dimmed amongst the lilies fair

venerdì 14 dicembre 2012

Il cammino spirituale in san Giovanni della Croce


Oggi 14 dicembre la Chiesa ricorda san Giovanni della Croce, per cui  vedi i post con la relativa etichetta.
Teologo, poeta, mistico, sacerdote e fondatore dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, San Giovanni della Croce, proclamato santo nel 1726 da Benedetto XIII e dottore della Chiesa da Pio XI nel 1926, rappresenta una delle figure di spicco della cultura occidentale, considerato un maestro della mistica cristiana (santa Teresa d’Avila lo chiamava “padre della mia anima”) e uno dei maggiori poeti in lingua spagnola. Il suo pensiero ha influenzato moltissimi autori, filosofi e teologi come T. S. Eliot, Thomas Merton, Edith Stein, Jacques Maritain, Hans Urs von Balthasar, Giovanni paolo II e molti altri ancora.
Questo sacerdote spagnolo, come molti altri santi prima e dopo di lui, ebbe modo di sperimentare concretamente, nel corso della sua vita, l’abbondanza della grazia divina attraverso un lungo e tortuoso “cammino” ricco di precarietà, sofferenze e umiliazioni, ma come usava dire il santo “Dio umilia grandemente l’anima per innalzarla poi molto”, ma perché questo si compia è necessario che l’uomo dia tutto di sé con spirito d’amore.
San Giovanni della Croce nacque in una povera famiglia nei pressi di Avila nel 1540; rimasto orfano di padre dovette lavorare per pagarsi gli studi, presso un collegio Gesuita, terminati brillantemente i quali entrò nell’Ordine Carmelitano con il nome di Frà Giovanni di San Mattia. Successivamente fu inviato a Salamanca per studi dove conobbe Santa Teresa d’Avila, primo momento di svolta della sua vita, della quale divenne stretto collaboratore.
Il secondo importante episodio, quello che cambiò definitivamente la sua vita, avvenne 1572, quando, accusato ingiustamente di essere un “frate ribelle”, venne rinchiuso per nove mesi in un carcere a Toledo dove conobbe ogni sorta di patimento (fame, sete, freddo, malattia, solitudine, percosse e scherno). In questa difficile situazione, insostenibile per qualsiasi altro essere umano, san Giovanni compose le sue più famose e struggenti poesie d’amore, ricche di pathos e passione per quel Dio, continua fonte d’ispirazione, che mai l’aveva abbandonato nel corso della sua reclusione e che sentì sempre al suo fianco nei momenti più difficili.
Tra le sue opere più significative sono il “Cantico spirituale” e la “Notte oscura dell’anima”, due capolavori di altissimo livello ed inestimabile valore per l’intensità espressiva dei suoi versi e il forte simbolismo della poetica.
Il primo descrive la ricerca angosciata dello sposo perduto, Gesù Cristo, fino al felice ritrovamento, definito una sorta di Cantico dei Cantici del nuovo testamento, il secondo racconta del difficile viaggio dell’anima fino alla pienezza dell’unione con Dio; dalla “notte buia”, che rappresenta le difficoltà dell’esistenza, descritte magistralmente dal santo, fino ad arrivare all’incontro e all’unione con Dio, turbine dell’esistenza, capace di riempire quel vuoto esistenziale dell’anima insito dell’uomo, un’unione che completa, tanto da trasformare l’uomo stesso (“amata nell’Amato trasformata!”).
San Giovanni della Croce, attraverso la sua poetica, esorta i fedeli ad abbandonare la propria volontà, sempre limitata in quanto umana, così da poter accogliere pienamente Cristo e rinascere con Lui a nuova vita. Questo è il punto fondamentale di tutta la sua opera, attraverso la quale il santo traccia un vero e proprio “percorso dell’anima”, valido per tutti e a tutt’oggi attualissimo, per giungere all’incontro e all’unione con il divino.
Questo cammino spirituale, che prevede il passaggio di tre fasi, “purgativa, illuminativa e unitiva”, richiede uno sforzo ascetico dell’anima non indifferente, ma che indubbiamente verrà riappagata in futuro quando l’uomo, liberato da ogni attaccamento terreno e da ogni peso dell’anima, sarà del tutto puro e libero di giungere all’unità con Dio. Il santo poeta, infatti, sottolinea che “l’anima non può essere posseduta dall’unione divina, finché non si sia dispogliata dell’amore delle cose create”.
Tutto il pensiero, la poetica e la mistica crociana, in sostanza, ruotano attorno a quella che potremo definire come una sorta di “teologia del profitto”, ossia, rinunciare a tutto per poi riavere, per grazia divina, tutto in aggiunta, in quanto, solo ed esclusivamente rinunciando alle “cose del mondo”, e dunque, attraverso l’atto simbolico dello “spogliarsi dell’uomo vecchio”, è possibile l’incontro e l’unione con Dio, Sommo Bene, pace perpetua e pienezza dell’anima. (P. Barbini)

* * *
Di seguito i testi della liturgia con un pensiero di meditazione.

14 DICEMBRE
II SETTIMANA DI AVVENTO 
VENERDÌ
SAN GIOVANNI DELLA CROCE (m)
Sacerdote e Dottore della Chiesa
MESSALE 
 
Antifona d'Ingresso  Gal 6,14
Non ci sia per me altra gloria
che nella croce di nostro Signore Gesù Cristo:
per mezzo suo il mondo è stato crocifisso per me,
e io sono per il mondo.

Colletta

O Dio, che hai guidato san Giovanni della Croce alla santa montagna che è Cristo, attraverso la notte oscura della rinuncia e l'amore ardente della croce, concedi a noi di seguirlo come mæstro di vita spirituale, per giungere alla contemplazione della tua gloria. Per il nostro Signore...

LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura 
   Is 48, 17-19

Se tu avessi prestato attenzione ai miei comandi!


Dal libro del profeta Isaìa
Così dice il Signore tuo redentore, il Santo di Israele:
“Io sono il Signore tuo Dio
che ti insegno per il tuo bene,
che ti guido per la strada su cui devi andare.
Se avessi prestato attenzione ai miei comandi,
il tuo benessere sarebbe come un fiume,
la tua giustizia come le onde del mare.
La tua discendenza sarebbe come la sabbia
e i nati dalle tue viscere come i granelli d’arena;
non sarebbe mai radiato né cancellato
il tuo nome davanti a me”.
 

Salmo Responsoriale
   Dal Salmo 1
Chi ti segue, Signore, avrà la luce della vita.
Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.

È come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa, riesce bene.

Non così, non così i malvagi,
ma come pula che il vento disperde;
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina.
 

Canto al Vangelo 

Alleluia, alleluia.

Il Signore viene, andiamogli incontro:
egli è il principe della pace.

Alleluia.

Vangelo 
  
Mt 11, 16-19
Non ascoltano né Giovanni né il Figlio dell'uomo.


Dal vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse alle folle:
«A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano:
“Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato,
abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”.
È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”.
Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».
 


Lettura
Il capitolo 48 di Isaia affronta la tragedia dell’uomo che sembra faccia tutto il possibile per rendere vano il piano di salvezza di Dio. Non tutto però è perduto. Dio si propone ancora come Maestro per condurre Israele alla pratica della giustizia. Anche Gesù, nel Vangelo, rivela alla sua gente, e oggi a noi, alcuni dei pretesti che ci portano a non accogliere la sapienza di Dio.
Meditazione
Il brano di Isaìa ci mostra il pianto – “Se avessi prestato attenzione ai miei comandi” – e l’amore appassionato di Dio che ogni giorno e, in particolare, in questo tempo di grazia dell’Avvento, percorre le nostre strade quasi a mendicare la nostra compagnia e il nostro amore. Trova invece indifferenza o addirittura diffidenza. Gesù ci rivela quali sono gli atteggiamenti che ci impediscono di aprirci come Maria, la tutta Santa, ad accogliere nella nostra vita l’amore di Dio. Il primo atteggiamento negativo è limitarsi a essere spettatori. Rimaniamo chiusi in noi stessi e ci inventiamo sempre qualche pretesto per non accettare il messaggio di Dio che Gesù annuncia. Quest’atteggiamento porta all’indurimento del nostro cuore. Né la fede in Gesù, né la predicazione di Giovanni Battista, sono comprese o accettate da questo popolo. Il secondo atteggiamento negativo consiste nel catalogare come pazzi o importuni gli inviati di Dio – i quali producono sempre un po’ di scompiglio nella comoda routine della nostra vita – per poterci così “difendere” dalla loro testimonianza. Accadeva al tempo di Gesù e accade oggi, sia nella società che nella Chiesa. Pensiamo quante volte rifiutiamo la novità dello Spirito dicendo quella frase: “si è fatto sempre così”; oppure inventiamo giustificazioni e pretese per non aderire: “È marxismo!”, “Va contro la Legge di Dio!”. In questo brano possiamo vedere il pianto di Gesù sull’uomo che sta in piazza a guardare e criticare, ma non si sente di impegnarsi e compromettersi, sia con gli altri che con Dio. Il Signore viene continuamente e si compromette partecipando alla nostra vicenda umana, condividendo il nostro riso e il nostro pianto. Egli è il Dio che vuole celebrare con noi la vittoria che è venuto a conquistare sul peccato e sulla morte, come abbiamo contemplato nella solennità dell’Immacolata. E noi ce ne stiamo in disparte a osservare, come se la cosa non ci riguardasse… Fino a che punto sono coerente con la mia fede? Alla luce del Vangelo di oggi, cosa mi impedisce di vivere pienamente questo Avvento?
Preghiera
Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte (Sal 1).
Agire
Oggi voglio avvicinarmi alle persone senza pregiudizi e con la libertà del cuore per poter cogliere in loro una provocazione da parte di Dio.

sabato 7 luglio 2012

Lo Sposo è con loro


Di seguito il Vangelo di oggi, 7 luglio, sabato della XIII settimana del T.O., con un commento e qualche testo per la meditazione.



Uomini che hanno in sé un desiderio così possente 
che supera la loro natura, 
ed essi bramano e desiderano più di quanto 
all’uomo sia consono aspirare, 
questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; 
Egli stesso ha inviato ai loro occhi 
un raggio ardente della sua bellezza. 
L’ampiezza della ferita rivela già 
quale sia lo strale e l’intensità del desiderio 
lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo.

N. Kabasilas






Mt 9, 14-17 

In quel tempo, si accostarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno. Nessuno mette un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio, perché il rattoppo squarcia il vestito e si fa uno strappo peggiore. Né si mette vino nuovo in otri vecchi, altrimenti si rompono gli otri e il vino si versa e gli otri van perduti. Ma si mette vino nuovo in otri nuovi, e così l'uno e gli altri si conservano».

Il Commento

Amore e libertà. I discepoli di Gesù non digiunano come gli altri. I discepoli di Gesù digiunano per amore, in libertà. Il digiuno cristiano non è solo una pratica pia, un segno religioso in vista d'una purificazione. Il digiuno dei discepoli di Gesù è memoria. E' inginocchiarsi dinanzi al Crocifisso e implorare il Suo ritorno. E' una condizione essenziale dell'esistenza, digiunare è vivere in pienezza la vita terrena. Che è già e non ancora. Lo Sposo è con noi, ma, contemporaneamente, non è qui. La pienezza è il Cielo. La terra è ancora un cammino, passi che si susseguono verso il Cielo, e la mancanza e il desiderio di pienezza si acuisce all'avvicinarsi della meta. Le nostre nozze con il Signore sono certo indissolubili, eppure vi sono giorni nei quali lo sposo ci è tolto. Allora la nostra vita si addentra nel mistero di una compiutezza pregustata ma non ancora completamente assaporata.


E' il mistero della Chiesa, sposa e vedova allo stesso tempo, che esplode di gioia intorno alla mensa eucaristica, ma che digiuna nell'attesa del compimento. La Chiesa che vive del memoriale del suo Signore, l'eucarestia, presenza viva del suo Sposo amatissimo. Per Lui getta ogni avere, gli spiccioli che ha per vivere, per Lui digiuna, perchè è Lui la sua vita. Infatti “La vera vedova, dice l’apostolo Paolo, mette la sua speranza nel Signore, e persevera notte e giorno nella preghiera e nell’orazione”” (cf. 1 Tm 5, 5). La Chiesa che nel mezzo del banchetto pasquale rinnovato ogni settimana erompe in un grido di nostalgia e speranza:maranathà, vieni, ritorna Signore Gesù. Il digiuno è il nostro maranathà, le lacrime appassionate della Maddalena presso la tomba del suo Signore; il digiuno è l'attesa fatta preghiera, perchè lo Sposo torni presto per portarci con Lui, verso il posto che ha preparato per noi. E' lì che ci attende. Infatti Gesù presentando il calice nell’ultima cena, ha detto: «In verità vi dico, non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio» (Mc 14,25). Dopo quella cena lo Sposo sarà tolto e i discepoli dovranno digiunare nell’attesa del suo ritorno; nell’attesa dell’eterno «banchetto delle nozze dell’Agnello » (Ap 19,9). Il nostro digiuno partecipa così di quello di Gesù. Un digiuno che è una promessa. Un appuntamento d'amore, l'attesa di bere con Lui il vino nuovo del regno di Dio.


Per questo il morire è meglio del vivere e San Paolo e tantissimi altri cristiani hanno desiderato ardentemente il Cielo. Cristo. "Muoio perchè non muoio" diceva Santa Teresa d'Avila, e non era disprezzo della vita. Anzi, più si vive intensamente la vita più si desidera di addormentarsi per risvegliarsi in Cielo. Più la vita è perduta per amore, più forte è l'ansia d'un amore perfetto e definitivo. “Uomini che hanno in sé un desiderio così possente che supera la loro natura, ed essi bramano e desiderano più di quanto all’uomo sia consono aspirare, questi uomini sono stati colpiti dallo Sposo stesso; Egli stesso ha inviato ai loro occhi un raggio ardente della sua bellezza. L’ampiezza della ferita rivela già quale sia lo strale e l’intensità del desiderio lascia intuire Chi sia colui che ha scoccato il dardo” (N. Kabasilas). Feriti dal dardo d'amore del loro Sposo i figli delle nozze vivono un'attesa di pienezza che nulla può colmare.


Il digiuno è dunque la condizione del cristiano. Le sofferenze, la precarietà, le malattie, i fallimenti, le proprie debolezze sono il digiuno d'ogni giorno. La Croce è il digiuno. Per questo in alcuni momenti, quando più intensa è l'esperienza della mancanza della pienezza, quando più acre è il fiele della Croce, in quei tempi quando più viva è la consapevolezza che la presenza assoluta dello Sposo è questione di vita o di morte, quando siamo incastrati sul legno della Croce è naturale il digiuno. Non mangiare, non fumare, non parlare, digiunare da qualcosa non è così solo una pratica ascetica per ingrassare l'uomo vecchio che fa anche della religione qualcosa di carnale. Digiunare è un'esigenza, un grido dalla Croce, l'eco stesso delle parole del Signore Crocifisso: "Dio mio, Dio mio, Sposo mio perchè mi hai abbandonato?". Il digiuno sono le lacrime che sperano il Suo amore. E' questa l'ascesi, l'ascesa al trono di misericordia che sappiamo non deludere mai. Digiunare è lasciare che la verità prenda il posto delle menzogne, delle fughe e delle alienazioni. La fame che il digiuno suscita è la verità, la nostra realtà, nella quale il Corpo benedetto e risorto del Signore è l'unico vero cibo capace di saziarci. Digiunare è spogliarci in attesa d'essere una sola carne redenta con il nostro Sposo, nell'ansia del santo e castissimo amplesso, quell'amore eterno per il quale siamo stati creati. E' la novita' della vita nuova, di un rapporto nuovo con Dio, non piu' basato sul timore ma sull'amore. Un abito nuovo, una nuova forma di vita. Un vino nuovo, una festa e un'allegria nuove che scaturiscono dall'amore. 


Digiunare in ogni relazione, a casa, al lavoro, nei rapporti d'amore, ovunque, significa non chiedere agli altri quella pienezza che non possono darci; digiunare dlla comprensine, dall'accoglienza, dalle parole quando divengono ingombranti ed inutili, germe di polemica e litigi sterili; digiunare dall'affetto che la nostra carne reclama, guardando e vivendo ogni relazione nell'orizzonte del Cielo, nella consapevolezza che sulla terra la debolezza della carne ci fa vedove cui è stato sottratto lo sposo: sì, quando l'altro si fa ostile, non corrisponde a quanto desidereremmo, o quando ci stringe la tentazione di appropriarcene attraverso la sessualità, il digiuno è l'unica via, la verità sulla nostra e l'altrui vita, il perimetro dell'incompiutezza che ci fa vigili, prudenti, casti e sobri. Siamo vedove, il nostro vero Sposo, anche se felicemente sposati, non è qui, ci precede in Galilea, in un costante pi in là che ci fa uscire da noi stessi per donarci senza riserve nell'attesa della pienezza che solo in Lui potremo trovare. Le persone che ci sono accanto, anche quelle a cui abbiamo consegnato la nostra vita sacramentalmente, sono immagine e presenza di Cristo, ma circoscritte nei limiti della carne. Digiunare è avere e fare memoria sempre di questa realtà. Per questo, il digiuno è amore all'altro, così come è, e rispetto e pazienza e misericordia. Digiunare è la radice di ogni rapporto vissuto nell'autenticità e nella libertà, segnato dal già e non ancora, la nostalgia struggente di chi cerca Cristo, unico e vero Sposo capace di rispondere pienamente ad ogni desiderio. Digiunare è la sapienza che ci slega dalle catene affettive che scambiano il Creatore con la creatura, per vivere ogni momento della nostra esistenza con la pace e la misura, la libertà e la moderazione che non fa di ogni relazione un assoluto, ma che in tutto attende, dal Cielo, il compimento. E' questo l'abito nuovo dei figli di Dio, il vino nuovo della sposa di Cristo.

Digiunamo allora, senza occhi smorti ostentando chissà quale sacrificio. Digiuniamo così che sia distrutta l'ipocrisia e il mondo stesso, che giace nelle tenebre della menzogna e dell'illusione, tra diete e godimenti d'ogni genere, riceva un raggio di luce. Il digiuno è il cammino che svela la verità celata nelle apparenze. Potremmo dire che digiunare è come dipigere un'icona. Un'immagine del destino promesso tra le pieghe delle vicende umane. Le nostre, donate ad ogni uomo. Infatti " Pavel Evdokimov ha indicato in maniera così pregnante quale percorso interiore l’icona presupponga. L’icona non è semplicemente la riproduzione di quanto è percepibile con i sensi, ma piuttosto presuppone, come egli afferma, un “digiuno della vista”. La percezione interiore deve liberarsi dalla mera impressione dei sensi ed in preghiera ed ascesi acquisire una nuova, più profonda capacità di vedere, compiere il passaggio da ciò che è meramente esteriore verso la profondità della realtà, in modo che l’artista veda ciò che i sensi in quanto tali non vedono e ciò che tuttavia nel sensibile appare: lo splendore della gloria di Dio, la “gloria di Dio sul volto di Cristo” (2, Cor 4,6) (J. Ratzinger, Messaggio inviato al Meetig di Rimini, 2002). La nostra vita come un'icona che svela al mondo la Verità trasfigurata nella carne delle nostre storie quotidiane. Il digiuno è dunque parte essenziale della missione che ci è affidata, aprire il Cielo della speranza a questa generazione. Qui ed ora non sono il definitivo destino. Ogni uomo è nato per il Cielo. Il nostro digiuno ne è un segno. Per ogni uomo.
San Paciano (? - circa 390), vescovo di Barcellona
Discorso sull'battesimo ; PL 13, 1092

« Lo Sposo è con loro »

Il peccato di Adamo era passato a tutto il genere umano... È quindi necessario che anche la giustizia di Cristo passi a tutto il genere umano e, come Adamo col suo peccato fu causa di rovina per tutta la sua discendenza, così Cristo sarà causa di salvezza per la sua giustizia (fr Rm 5,19s)...
Nella pienezza dei tempi Cristo prese da Maria l'anima e la carne. Questa è la carne che egli venne a salvare, che non abbandonò negli inferi (Sal 15,10) e che unì al suo spirito e fece sua. Queste sono le nozze del Signore, contratte con una sola carne, perché «Cristo e la Chiesa», secondo quel «grande mistero», fossero «due in una sola carne» (Ef 5,31). Da queste nozze nasce il popolo cristiano, mentre dall'alto discende lo Spirito del Signore. Il germe celeste viene infuso e unito alla sostanza della nostra anima; cominciamo così a svilupparci nel seno materno; quindi, venendo alla luce, entriamo nella vita che ci viene data dal Cristo. Per questo l'apostolo Paolo dice: «Il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita» (1 Cor 15,45).
In questo modo Cristo genera la Chiesa per mezzo dei suoi sacerdoti, come si esprime lo stesso apostolo: «Io vi ho generato in Cristo» (1 Cor 4,15). Così Cristo, mediante lo Spirito di Dio, per il ministero del sacerdote e la forza della fede dà alla luce l'uomo nuovo, formato nel seno della Madre e accolto nella Chiesa col parto del fonte battesimale... Bisogna quindi accogliere Cristo, perché egli possa rigenerarci. Lo afferma l'apostolo Giovanni: «A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).
 





San Giovanni della Croce (1542-1591), carmelitano, dottore della Chiesa 
Fiamma d'amore viva, str. 3, 6

« Lo sposo è con loro »

Quando uno ama e fa del bene a un altro, lo ama e gli fa del bene secondo la propria condizione e le proprie capacità. E così il tuo Sposo, dimorando in te, ti concede grazie degne di sé. Così, essendo Egli onnipotente, senti che ti fa del bene e ti ama con onnipotenza.
Essendo Egli sapiente, senti che ti fa del bene e ti ama con sapienza; essendo infinitamente buono, senti che ti ama con bontà; essendo santo, senti che ti ama ed elargisce grazie con santità, essendo giusto, senti che ti ama e ti concede grazie secondo giustizia; essendo misericordioso, pietoso e clemente, senti la sua misericordia, pietà e clemenza; ed essendo forte, sublime e delicato, senti che ti ama in modo forte, sublime e delicato; ed essendo limpido e puro senti che ti ama in modo limpido e puro; poiché è generoso, senti che ti ama con generosità, senza nessun interesse, solo per farti del bene; poiché infine Egli è la virtù della somma umiltà, ti ama con grande bontà e con grande stima.
Ti rende uguale a lui, mostrandosi a te con gioia e con il volto pieno di grazia attraverso i sentieri delle conoscenze che ti dona. E lo senti dire: «Io sono tuo e per te, e ho piacere di essere quale sono per darmi a te e poter essere tuo per sempre ». O anima fortunata, chi dirà ciò che senti sapendoti così amata e con tanta stima innalzata?



Beato Jan Ruysbroeck (1293-1381), canonico regolare
Le Nozze spirituali, prologo


« Ecco lo Sposo, andategli incontro » (Mt 25,6)


Quando era giunto per Dio il tempo di avere compassione della sofferenza dell’umanità, sua diletta, mandò il Figlio suo unigenito sulla terra in quel palazzo sontuoso e tempio glorioso che era il corpo della Vergine Maria. Là, sposò la nostra natura e la unì alla sua persona, grazie al sangue purissimo della nobile Vergine. Fu lo Spirito Santo, il sacerdote che celebrò le nozze. L’angelo Gabriele ne fu l’araldo, e la gloriosa Vergine diede il suo consenso. In questo modo Cristo, nostro sposo fedele, si unì alla nostra natura, venne a visitarci in una terra straniera e ci insegnò i costumi celesti e una perfetta fedeltà.
Come un campione, ha faticato e ha combattuto contro i nostri nemici, ha distrutto il carcere ed è uscito vincitore dalla lotta. Con la sua morte, ha messo a morte la nostra morte, ci ha riscattati con il suo sangue, ci ha liberati, nel battesimo, con l’acqua del suo costato (Gv 19,34), e con i suoi sacramenti e i suoi doni ci ha resi ricchi, affinché uscissimo, agghindati con ogni sorte di virtù, e lo incontrassimo nel palazzo della sua gloria, per godere di lui senza fine, per l’eternità.

domenica 20 maggio 2012

"Abbiate fiducia: Io ho vinto il mondo"

A mezzogiorno di oggi, lunedì 21 maggio, nella Sala Ducale del Palazzo Apostolico, Benedetto XVI ha pranzato con i cardinali, per ringraziarli degli auguri al suo doppio compleanno, di nascita e di elezione al papato.
Al brindisi, il papa ha impartito ai presenti una lezione di agostiniana teologia della storia, molto realistica, contro il male “anche mascherato col bene”, ma anche molto ottimistica, grato per “l’amicizia” dei cardinali presenti.
A rassicurarlo, ha detto, è il sapere di stare “nella squadra vittoriosa”. Che non è il suo Bayern di Monaco, fresco di sconfitta nella finale della Champions League, ma l’imbattibile “squadra del Signore”.
Ecco le sue parole:
“Cari fratelli, in questo momento la mia parola può solo essere una parola di ringraziamento. Ringraziamento innanzitutto al Signore per i tanti anni che mi ha concesso; anni con tanti giorni di gioia, splendidi tempi, ma anche notti oscure. Ma in retrospettiva si capisce che anche le notti erano necessarie e buone, motivo di ringraziamento.
“Oggi la parola ‘ecclesia militans’ è un po’ fuori moda, ma in realtà possiamo comprendere sempre meglio che è vera, porta in sé verità. Vediamo come il male vuole dominare nel mondo e che è necessario entrare in lotta contro il male. Vediamo come lo fa in tanti modi, cruenti, con le diverse forme di violenza, ma anche mascherato col bene e proprio così distruggendo le fondamenta morali della società.
“Sant’Agostino ha detto che tutta la storia è una lotta tra due amori: amore di se stesso fino al disprezzo di Dio; amore di Dio fino al disprezzo di sé, nel martirio. Noi siamo in questa lotta e in questa lotta è molto importante avere degli amici. E per quanto mi riguarda, io sono circondato dagli amici del collegio cardinalizio: sono i miei amici e mi sento a casa, mi sento sicuro in questa compagnia di grandi amici, che stanno con me e tutti insieme col Signore.
“Grazie per questa amicizia. [...] Grazie a voi per la comunione delle gioie e dei dolori. Andiamo avanti, il Signore ha detto: coraggio, ho vinto il mondo. Siamo nella squadra del Signore, quindi nella squadra vittoriosa. Grazie a voi tutti. Il Signore vi benedica tutti. E brindiamo”.

* * *

Di seguito il Vangelo di oggi, 21 maggio, lunedi della VII settimana di Pasqua, con un commento e qualche testo per la meditazione.
Buona giornata e buon inizio di questa settimana tanto importante, che ci porterà alla Pentecoste. Pb. Vito Valente.



O mors, ero mors tua, 
morsus tuus ero, inferne.

O morte, io sarò la tua morte, 
O inferno, io sarò il tuo morso.

Antifona delle lodi del Giovedì Santo




Dal Vangelo secondo Giovanni 16,29-33. 

Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. 
Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». 
Rispose loro Gesù: «Adesso credete? Ecco, verrà l'ora, anzi è gia venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. 
Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!». 



COMMENTO


Il cuore della fede di Isrele è lo Shemà: "Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno. Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze". Esso è il primo comandamento, la sintesi della Torah, la vita stessa del Popolo di Israele. Nelle parole di Gesù che chiudono il discorso pronunciato durante l'ultima cena, preludio alla grande preghiera del Capitolo XVII, è chiara e distinta l'eco dello Shemà. Un solo Dio, ed un Popolo scelto, eletto per manifestarlo. Un Popolo unico per un Dio unico. La santità di Dio, ovvero il suo essere totalmente altroseparato (significato della parola "santo") riverbera nella santità del Popolo, di ogni suo membro. La missione di Israele è la santità, un popolo diverso da tutte le Nazioni per mostrare un Dio unico e diverso da tutti gli dei. L'Alleanza, sigillata nella circoncisione, esprime il rapporto di amore fedele tra Dio ed il suo Popolo, il mezzo attraverso il quale la presenza di Dio nel mondo si fa autentica e credibile. "Siate dunque santi, perché io sono santo (Lv 11,45), diceva il libro del Levitico. La santità esigeva irrimediabilmente la separazione dal mondo e da tutti coloro che rifiutavano la legge. Essa era garantita dall'osservanza meticolosa delle regole di purità. In effetti il Levitico enumera le categorie fondamentali dell'ebraismo: il puro e l'impuro, il sacro e il profano, il consentito e il proibito. Questo codice proponeva una scala da percorrere per raggiungere la santità" (F. Manns, Voi, chi dite che io sia?). 


Nelle parole di Gesù emerge evidente la sua missione, che coincide con quella dei suoi discepoli, primizie dell'Ecclesia, l'assemblea del nuovo Israele. Gesù è il Santo di Dio, unto di Spirito Santo per rendere testimonianza alla Verità, compiendo sino alla fine lo Shemà. Per questo i discepoli, figli di Israele, credono d'aver capito, di sapere che Gesù è davvero l'inviato, il Messia atteso, uscito da Dio. Le sue parole toccano il loro cuore, in esse rivive la storia del loro Popolo, le attese e le speranze si coagulano in quel loro Maestro; seppur confusamente, intuiscono che di lì a poco avrebbe compiuto il miracolo di "ristabilire Israele" nella sua missione, nella santità per la quale era stata eletto. Ancora un istante prima dell'Ascensione si porranno infatti questa domanda, l'interrogativo che cerca disperatamente una risposta al grido della carne, della storia, del Popolo oppresso ingiustamente:  "come vivere la santità in un paese in cui comandano i pagani? Un gruppo di farisei proporrà una soluzione radicale: se si crede nel regno di Dio occorre opporsi fortemente al «regno dell'impertinenza». La resistenza si organizzerà proprio in Galilea. Terra essenzialmente agricola, la Galilea era anche l'itinerario obbligatorio tra il porto di Cesarea e Damasco. La Via Maris passava vicino al lago di Galilea. I pescatori del lago di Tiberiade costituivano una realtà economica importante della provincia. La città di Magdala era celebre per la sua industria di salatura del pesce. Erode Antipa costruì la città di Tiberiade nell'anno 18 d.C. sul posto in cui c'era un cimitero. Per tale motivo gli ebrei si rifiutarono a lungo di abitarvi. Questo fatto isolato prova da solo il grado di religiosità che animava i galilei. Questi costituivano in gran parte una popolazione ebraica proveniente da Babilonia e recentemente insediata in quella regione da Erode. Non stupisce che il moto di ribellione contro i romani si sia originato in Galilea. Non si tratta più della Galilea delle nazioni, ma della Galilea degli zelanti della legge. Atti 5,37 evoca la rivolta di Giuda il Galileo. La situazione doveva peggiorare fino alla guerra ebraica dell'anno 66. L'insurrezione in Galilea, organizzata dagli zeloti dopo l'anno 50, si radica in una profonda tradizione religiosa: Dio è il re d'Israele e il padrone della storia. Il dono della terra è il segno dell'alleanza. Arrogarsi la proprietà della terra come fanno i romani significa dar prova di un orgoglio smisurato, dell'appartenenza al regno dell'impertinenza. Essendosi i romani imposti con la forza, occorre fare tutto il possibile per liberare la terra. Alla violenza bisogna rispondere con la violenza. La sete di libertà che animava i rivoltosi scaturiva dal più stretto monoteismo. Era lo zelo della legge a spingerli ad agire." (F. Manns, ibid.). 


Non possiamo dimenticare che gli Apostoli erano originari della Galilea, non a caso dunque il luogo dove più forte era la tensione e l'aspettativa messianica. Nel Cenacolo le parole di Gesù, sovrapposte all'esperienza dei tre anni trascorsi con Lui, planavano nei cuori di questi galilei confusi ma affascinati: esse intercettavano la loro speranza, e, seppure misteriosamente, le conferivano un contenuto e una ragione nuove. Per loro il mondo da cui Israele era stato separato, santificato, era il regno dell'impertinenza, e doveva essere distrutto. Per questo le parole di Gesù, decodificate attraverso i loro criteri, suonavano come l'annuncio del compimento delle loro speranze. Il loro leader, Pietro, aveva già dovuto fare i conti con il rimprovero di Gesù, sentendosi apostrofare come satana, il cui pensiero non coincide con quello di Dio. Ma non era stato sufficiente, se di lì a poco, nel Getsemani, inforcherà la spada e taglierà l'orecchio al servo del centurione.     


Gli Apostoli credono di sapere, ma non si conoscono, e non conoscono Gesù. La Parola che è stata loro annunciata li ha mondati, santificati, ma in questo momento essa rimane ancora come un torrente d'acqua sotterraneo, che irriga le profondità della loro anima, ma che non è tuttavia sgorgato per dissetare l'uomo nuovo, libero, riscattato dalla schiavitù della carne. Essi intuiscono, ma resta loro da compiere il tratto più difficile, quello decisivo: scendere negli abissi della verità circa se stessi di fronte all'abisso della verità testimoniata da Gesù: lo scandalo della Croce, la dispersione e la solitudine. Solo discendendo l'ultimo gradino che conduce alla piscina battesimale si può sperimentare nella propria vita il compimento del Mistero Pasquale del Signore. Solo riconoscendo la dispersione e la dissipazione del proprio cuore, della propria mente e delle proprie forze - l'antitesi dello Shemà - si può conoscere e accogliere nella fede il compimento dello Shemà in Gesù, la prova decisiva della sua identità. E' drammatico e doloroso, ma sono le stesse parole profetiche di Gesù ad annunciarlo e a decretarne la veridicità: i discepoli, e noi con loro, abbiamo lasciato solo il Signore. Lo scandalo del Getsemani, il male che si abbatte su Gesù, l'ingiustizia e quella sua mansuetudine oltre ogni limite ragionevole, la spada della Croce, il sepolcro sigillato, ci hanno scandalizzato e disperso. La malattia di nostro figlio, quel lato sconosciuto ed oscuro del carattere del nostro coniuge, il licenziamento, il tradimento dell'amico, e la nostra debolezza inguaribile, quel cadere sempre negli stessi peccati. Ed il male nel mondo, la sofferenza degli innocenti, le guerre, i terremoti, i disastri, le ingiustizie. La Croce ci ha disperso, ognuno per conto proprio, a cercare le ragioni, a riflettere illudendoci, con Cartesio, di esistere in virtù del pensiero, a preparare e realizzare rivoluzioni, ad inginocchiarci dinanzi alla scienza, alla politica, alla cultura. All'uomo, alla sua carne. Separati dal mondo vi ci siamo caduti dentro, e abbiamo scoperto di non essere migliori nè diversi dai figli del regno dell'impertinenza. Come gli Apostoli, abbiamo lasciato solo Gesù, l'unico santo, ci siamo allontanati dall'unica Verità, dall'unica Via, dall'unica Vita. Ci siamo dispersi e abbiamo strappato lo Shemà in mille pezzi, abbiamo dimenticato la primogenitura e l'elezione, e con esso abbiamo visto la vita sbriciolarsi senza più senso. "Speravamo fosse Lui a liberarci...". Oggi, come ieri, nella storia dei Popoli come nella nostra storia. Abbiamo lasciato solo Gesù e ci siamo ritrovati nella solitudine assoluta. E quel rivolo d'acqua, la Parola che ci ha scelti ed eletti, irrevocabile, a sostenerci e a prepararci, misteriosamente, all'irrompere della Grazia. Anche noi, come gli Apostoli, bisognosi di salvezza e redenzione, del perdono. Come il mondo.


Ma è proprio questo il paradosso che ci salva, che strappa ogni uomo dalla morte: l'abisso della nostra solitudine ha incontrato la solitudine di Cristo, ed in essa, la sua intimità con il Padre. La nostra vuota solitudine ha incontrato la sua colma solitudine. Lui non era solo! Pur sperimentando nella sua carne l'abbandono totale, pur gridando sulla croce "Dio mio, perchè mi hai abbandonato?" Gesù non era solo: attraverso quel legno era inchiodato alla volontà del Padre, ed in essa gli era più intimo che mai, nell'amore che compiva lo Shemà. Nel sepolcro non era solo, perchè in Lui si compivano le parole del salmo 23: "anche se dovessi camminare per una valle oscura non temerei alcun male, perchè tu sei con me"; e quelle del Salmo 16: "anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la corruzione". Proprio nel cortocircuito della nostra solitudine con la sua, è scoccata la scintilla della verità: Il Padre è con Gesù, in Gesù. E nell'amara solitudine della storia, della nostra storia di oggi, si svela l'impensabile: essa non è preludio della fine di tutto, è il grembo dove vedere e riconoscere l'amore di Dio; nell'abisso della nostra dissipazione brilla la verità che ci fa liberi, l'amore dello Shemà compiuto per noi da Cristo


Possiamo allora avere pace in Lui, riposare nel suo amore. E' l'esperienza dei discepoli, cercati e amati da Gesù risuscitato: nessun giudizio, solo un amore e una misericordia sconfinati. Il suo apparire vittorioso sulla morte schiude le loro menti all'intelligenza delle Scritture, di ogni profezia, della Legge di Santità, dello Shema. Bisognava che il Figlio dell'uomo soffrisse e morisse... Era necessario anche il loro scandalo della Croce, il dramma della verità. Dovevano scoprirsi mondani ed impertinenti come gli altri, peggio degli altri, dei pagani, che almeno non avevano conosciuto il Signore. Era il mistero della volontà di Dio, perchè i discepoli potessero vedere, credere e sperimentare, attraverso la loro infedeltà, la loro debolezza, i loro peccati, i loro adulteri e la loro idolatria, la mondanizzazione del loro cuore, l'amore di Dio, lo Shemà compiuto, l'unicità e la santità di Dio. Non bastava una toppa su un vestito vecchio, slabbrato in mille compromessi con il mondo; era necessario un abito nuovo, senza strappi, occorreva rivestirsi di Cristo; spogliarsi dell'uomo vecchio che si corrompe dietro le passioni ingannatrici che strappano lo Shemà originario per il quale ogni uomo è creato. Bisognava rivestire l'uomo nuovo, ricreato in Cristo, che si rinnova nel compimento di un ascolto obbediente, lo Shemà che si fa amore totale. Occorreva passare dalla dispersione all'unità, dalla solitudine all'intimità. E' questa la vittoria di Cristo, lo Shemà compiuto, la santità di Dio incarnata nella debolezza di ogni uomo! La vittoria sul mondo è la vittoria sulla dispersione, sulla disgregazione, sulla solitudine, sulla morte.


"Giovanni usa la parola «cosmos» - mondo - in un duplice senso. Da una parte, essa indica tutta la buona creazione di Dio, particolarmente gli uomini come creature sue, che Egli ama fino alla donazione di se stesso nel Figlio. Dall'altra, la parola designa il mondo umano come storicamente si è sviluppato: in esso corruzione, menzogna, violenza sono diventate, per così dire, la cosa «naturale». Proprio questa è la missione di Gesù, nella quale i discepoli vengono coinvolti: condurre il «mondo» fuori dall'alienazione dell'uomo da Dio e da se stesso, affinché il mondo torni ad essere di Dio e l'uomo, nel diventare una cosa sola con Dio, torni ad essere totalmente se stesso: Questa trasformazione, però, ha il prezzo della croce e per i testimoni di Cristo quello della disponibilità al martirio. (J. Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Volume II). La Galilea dei Gentili, non a caso il luogo dell'Incarnazione, diviene così, attraverso gli Apostoli, immagine del mondo tornato ad essere di Dio. E' in Galilea che Gesù dà appuntamento ai suoi, dove appare loro risuscitato. E' la Galilea il mondo strappato al mondo, il luogo della vittoria di Cristo! E' sulle rive del Mare di Galilea che Pietro incontra il perdono e la missione; è sul Monte delle Beatitudini che il mondo diviene il luogo dell'annuncio di vittoria. La Galilea della nostra vita, ogni centimetro di questo mondo, disperso, rancoroso, preda della solitudine. E' la nostra storia la Galilea che attende il riscatto, perchè ogni uomo ritorni ad essere se stesso, santo, unico perchè creato ad immagine dell'unico Dio. 


"Io ho vinto il mondo!. Cristo è forse contro il mondo? Quando vince la morte, Egli rivela di nuovo all’uomo il mondo; questo mondo, che scaccia Dio dal cuore dell’uomo, viene restituito da Cristo a Dio e all’uomo, come spazio dell’alleanza originaria, che deve essere anche l’alleanza definitiva quando Dio sarà tutto in tutti." (Giovanni Paolo II, Benedizione Urbi et orbi, Domenica di Pasqua del 1990). Restituiti da Cristo a Dio e all'uomo, ecco gli Apostoli, ecco ciascuno di noi! Risuscitati nello Shemà del Figlio diveniamo anche noi testimoni e annunciatori di questo stesso amore che ci ha salvato, della vittoria di Cristo. Il cammino che ci aspetta non può che essere il suo. Il cammino della solitudine, quella ricolma della presenza del Padre, nel compimento della sua volontà. Avremo tribolazioni nel mondo; con il figlio che si ribella e non ne vuol sapere nulla del cristianesimo, delle preghiere, della Chiesa; con i colleghi di lavoro; con gli amici che ci inducono a giocare sporco; con il fidanzato che reclama ed esige un amore carnale. Nelle tentazioni, all'esterno e all'interno di noi. Ovunque, con chiunque, perchè il mondo è stretto dall'angoscia della solitudine, lo sappiamo per esperienza. Ma l'amore a nostro figlio, a nostro marito, ai nostri genitori, alla fidanzata, all'amico, l'amore autentico è soprattutto solitudine, la solitudine di Cristo. Senza di essa non può apparire e compiersi la sua vittoria. 


"In Lui Dio e uomo, Dio e il mondo sono in contatto. In Lui si realizza ciò che il rito del giorno dell'Espiazione intendeva esprimere: nella donazione di sé sulla croce, Gesù depone, per così dire, tutto il peccato del mondo nell'amore di Dio e lo scioglie in esso. Accostarsi alla croce, entrare in comunione con Cristo significa entrare nell'ambito della trasformazione e dell'espiazione." (J. Ratzinger - Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Volume II). Per questo è necessaria la tribolazione, l'essere schiacciatipestati, secondo il significato del termine originale greco: che il male ed il peccato vengano deposti, attraverso di Cristo vivo in noi, nel tino della nostra storia, per essere schiacciati dall'amore di Dio. "Mi calpestano sempre i miei nemici, molti sono quelli che mi combattono. / Nell'ora della paura io in te confido leggiamo "... Perché è tenuto nel torchio il suo corpo, cioè la sua chiesa. Che significa " nel torchio" ? Nelle angustie. Ma ben fecondo è questo essere spremuti nel torchio. Finché è sulla vite, l'uva non subisce pressioni: appare intera, ma niente da essa scaturisce. La si mette nel torchio, la si calpesta e schiaccia; sembra subire un danno, invece questo danno la rende feconda, mentre al contrario, se le si volesse risparmiare ogni danno rimarrebbe sterile. Orbene tutti i santi che soffrono persecuzioni da parte di coloro che si sono allontanati dai santi, stiano attenti a questo salmo e vi riconoscano sé stessi ... Il primo grappolo d'uva schiacciato nel torchio è Cristo. Quando tale grappolo venne spremuto nella passione, ne è scaturito quel vino il cui calice inebriante quanto è eccellente!" (S. Agostino, Esposizione sui Salmi, 55). Occorre passare per la porta stretta e angusta di cui parla Gesù, secondo un altro significato della stessa parola. Sono le tribolazioni di Cristo, quelle sofferte per noi che ora, in noi, salvano coloro ai quali siamo inviati. Avremo tribolazioni, saremo soli, ma non dobbiamo temere, il Signore ha vinto il mondo: "Nel tino ho pigiato da solo e del mio popolo nessuno era con me. Li ho pigiati con sdegno. Il loro sangue è sprizzato sulle mie vesti e mi sono macchiato tutti gli abiti." (Is. 63,3).

Il trofeo della vittoria di Cristo è proprio la solitudine che possiamo assumere, ovvero il rifiuto, il non essere compresi, l'odio, l'invidia, il rancore, l'ingiustizia . Soli per essere santi, perchè la santità è la solitudine! "Allora Balaam pronunziò il suo poema e disse: "Dall'Aram mi ha fatto venire Balak, il re di Moab dalle montagne di oriente: Vieni, maledici per me Giacobbe; vieni, inveisci contro Israele!". Come imprecherò, se Dio non impreca? Come inveirò, se il Signore non inveisceAnzi, dalla cima delle rupi io lo vedo e dalle alture lo contemplo: ecco un popolo che dimora solo e tra le nazioni non si annoveraChi può contare la polvere di Giacobbe? Chi può numerare l'accampamento d'Israele? Possa io morire della morte dei giusti e sia la mia fine come la loro. Come sono belle le tue tende, Giacobbe, le tue dimore, Israele!" (cfr. Nm. 23-24). Un popolo che dimora solo, e proprio per questo testimone e vessillo di salvezza. Israele, ed il Messia che ha compiuto questa profezia, e i suoi fratelli, la santa Chiesa di Dio, e ciascuno di noi. Soli con il Solo, per strappare il mondo a stesso. Soli nel rifiuto del figlio, per salvarlo. Soli nella gelosia della moglie, per amarla. Soli ovunque, nell'intimità piena con Gesù, e in Lui con il Padre, per mostrare a tutti la bellezza delle tende di Israele, la vita divina nella debole tenda della carne; dimorare soli tra le Nazioni, nella santità dello Shemà, perchè la maledizione del mondo si trasformi, come fu per Balaam, in benedizione. Perchè ogni uomo possa desiderare la stessa solitudine, la Croce di un amore infinito, la morte, la fine, il compimento dei giusti, di ciascuno di noi, frutti splendenti della vittoria di Cristo.






San Giovanni della Croce (1542-1591), carmelitano, dottore della Chiesa
Avvisi e sentenze, 173-177

«Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo»

Abbiate cura di mantenere il vostro cuore nella pace; non sia turbato da alcun evento di questo mondo; pensate che quaggiù tutto finisce.
In tutti gli avvenimenti, per quanto infausti siano, dobbiamo rallegrarci invece di rattristarci, per non perdere un bene più prezioso, che è la pace e la calma dell'animo.
Quand'anche tutto quaggiù crollasse e tutti gli avvenimenti ci fossero avversi, sarebbe inutile turbarci, poiché il turbamento ci porterebbe più danno che profitto.
Sopportare tutto con la stessa stabilità di umore e nella pace, è non soltanto aiutare l'animo ad acquistare grandi beni, ma anche disporre l'animo a giudicare meglio le avversità in cui si trova e a portarvi il rimedio adeguato.
Il cielo è stabile e non è soggetto a cambiamenti. Allo stesso modo le anime che sono di natura.


San Paolino di Nola (355-431), vescovo
Lettera 38, 3-4 : PL 61, 359-360.

« Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia. Io ho vinto il mondo. »

Fin dall'origine del mondo, il Cristo soffre in tutti i suoi. Egli è «il principio e la fine». nascosto nella Legge, rivelato nel Vangelo, Egli è il Signore sempre mirabile, che soffre e trionfa « nei suoi santi » (Sal 67, 36). In Abele, è stato assassinato da suo fratello ; in Noè, è stato ridicolizzato da suo figlio ;  in Abramo, ha conosciuto l'esilio ; in Isacco, è stato offerto in sacrificio ; in Giacobbe, è stato ridotto a servo ; in Giuseppe, è stato venduto ; in Mosè, è stato abbandonato e respinto ; nei profeti, è stato lapidato e lacerato ; negli apostoli, è stato perseguitato per terra e per mare ; nei tanti suoi martiri, è stato torturato e assassinato. E' lui che, ancora adesso, sopporta le nostre debolezze e le nostre malattie, essendo uomo, lui stesso, esposto per noi ad ogni sorta di mali e capace di assumere la debolezza che saremmo assolutamente incapaci de assumere senza di lui. E' lui, sì, è lui che sopporta in noi e per noi, il peso del mondo, per liberarcene. Ecco come « la potenza si manifesta pienamente nella debolezza » (2 Cor 12,9). E' lui che in te sopporta il disprezzo, ed è lui che in te, viene odiato da questo mondo. Rendiamo grazie al Signore che, pur chiamato in giudizio, ottiene la vittoria (Rm 3, 4). Secondo questa parola della Scrittura, è lui che trionfa in noi quando, assumendo la condizione di servo, acquista per i suoi servi la grazia della libertà



Beato Henri Suso (circa 1295-1366), domenicano
Il Libro della Sapienza eterna


« Perché abbiate pace in me »

        «Signore, sin dalla mia giovinezza, il mio spirito ha cercato non so cosa, con una sete impaziente. Cosa era dunque, Signore? Io non ho ancora perfettamente capito. Da tanti anni lo desidero ardentemente e non ho potuto ancora afferrarlo... Eppure proprio questo attira il mio cuore e la mia anima, e senza questo non posso stabilirmi in una vera pace. Signore, volevo cercare la mia felicità nelle creature di questo mondo, come vedevo fare da tanta gente intorno a me; ma quanto più cercavo, tanto meno trovavo; quanto più mi avvicinavo, tanto più mi allontanavo. Ogni cosa infatti mi diceva: «Non sono ciò che cerchi». Sei forse tu, Signore, colui che da tanto tempo ho cercato? Forse verso di te il mio cuore era così sempre e senza sosta attratto? Perché allora non ti sei fatto vedere da me? Come hai potuto differire così a lungo quell'incontro? In quanti cammini sfibranti non mi sono impantanato? Beato veramente l'uomo che tu previeni con tanto amore da non essere lasciato in riposo finché non cerchi in te solo il suo riposo.