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mercoledì 17 giugno 2020
martedì 29 agosto 2017
"Sapranno i nemici che son regina e che di un Dio la sposa sono!"

“Le mie armi”.
Una poesia di Santa Teresa di Lisieux
MIENMIUAIF | Ago 29, 2017
MIENMIUAIF | Ago 29, 2017
“Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo”. S. Paolo
“La sposa del Re è terribile come un esercito schierato in battaglia, è simile a un coro di musica in un campo di armati”. Cantico dei Cantici
Dell’Onnipotente ho vestito l’armi.
La sua mano s’è degnata ornarmi
e ormai quaggiù nulla m’allarma più.
Dal suo amore chi mi separerà?
Lanciandomi al suo fianco nell’arena,
io né ferro né fuoco temerò.
Sapranno i nemici che son regina
e che di un Dio la sposa sono!
Gesù, sino alla sera della vita
porterò l’armatura che ho indossata
sotto il tuo amato sguardo; e livrea bella
saranno i miei sacri Voti.
O Povertà, mio primo sacrificio,
ovunque mi seguirai finché io muoia,
perché, lo so, per vincere la gara
l’atleta deve in tutto distaccarsi.
O mondani, provate e pena e scrupolo,
amari frutti dell’orgoglio vostro!
Lieta nell’arena la palma colgo
di santa povertà.
Gesù ha detto: “È con la violenza
che il regno dei Cieli va conquistato”.
Ecco: la Povertà sarà mia Lancia
e mio glorioso Elmo.
La Castità mi fa sorella agli Angeli,
che son Spiriti puri e vittoriosi.
Volerò fra le loro schiere un giorno,
ma lottar con loro in esilio devo;
devo lottare senza riposo e tregua
per il mio Sposo, Signor dei Signori.
La Castità è la mia celeste Spada
che i cuori a lui può conquistare.
Con essa sono vinti i miei nemici;
io con essa sono – gioia ineffabile! –
la Sposa di Gesù!
D‘in mezzo alla luce l’altero Angelo
ha gridato: “Io mai obbedirò!”.
Nella notte del mondo io grido invece:
“Sempre io voglio obbedir quaggiù”.
In me un’audacia santa sento nascere,
dell’intero inferno il furore sfido:
l’Obbedienza è la mia Corazza forte
e lo Scudo del mio cuore.
Per me sola gloria, Dio degli Eserciti,
è la volontà in tutto sottomettere,
perché l’Obbediente vittoria canta
tutta l’eternità.
Se ho l’armi potenti del Guerriero
e l’imito gagliarda combattendo
come la Vergine di grazie adorna,
voglio anche combattere e cantare.
Della tua lira fai vibrar le corde,
Gesù; e quella lira è il cuore mio.
Io cantar potrò la dolcezza e forza
delle tue Misericordie.
Io sfido sorridente la mitraglia
e fra le braccia tue, divino Sposo,
cantando morire vorrò sul campo,
con l’Armi in pugno.
(Traduzione tratta dalle “Opere complete” di una poesia composta da santa Teresina di Gesù Bambino e del Volto Santo il giorno di una professione)
mercoledì 3 maggio 2017
(Non) Vivere in ostaggio della paura.
di Gelsomino Del Guercio (aleteia)
Vivere in ostaggio della paura. Non solo possessioni: l’attacco del demonio può manifestarsi anche in questo modo. Come lo ha sperimentato Santa Teresa di Lisieux
Come spiegano Silvio Zonin e Alberto D’Auria in “Il graffio di Satana: percorsi di liberazione” (Sugarco edizioni), dopo la perdita della mamma, a quattro anni e mezzo, Teresa non ha più lo splendore della sua abituale allegria: «Il mio carattere felice cambiò completamente: io così vivace ed espansiva, diventai timida e silenziosa, sensibile all’eccesso«, scrive lei stessa in “Opere complete. Scritti e ultime parole” (Libreria Editrice Vaticana).
UNA STRANA MALATTIA
Più tardi, a dieci anni, sua sorella Paolina entra nel Carmelo. Dopo qualche mese, a causa di questa seconda perdita, Teresa è vittima di una malattia così strana che lei stessa non riesce a spiegare. Arriva persino a dubitare di aver finto di essere malata. A questo proposito scrive: “Facevo e dicevo cose che non pensavo, quasi sempre sembravo in delirio e dicevo parole che non avevano senso. Eppure sono sicura di non essere stata priva nemmeno un solo istante dell’uso della ragione. Spesso sembravo svenuta, perché non facevo il minimo movimento; tuttavia udivo tutto quello che si diceva attorno a me e mi ricordo ancora di tutto”.
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NEVROSI OSSESSIVA
Era una bambina ipersensibile e fino a tredici anni una ragazzina piagnucolona. Rimasta per tutta la vita con la fobia dei ragni. Oltre a questa fobia, Teresa soffre anche di un disturbo del tipo nevrosi ossessivo-compulsiva: «La terribile malattia degli scrupoli… dire ciò che ho sofferto per un anno e mezzo mi sarebbe impossibile».
IL POTERE DEL DEMONIO
Anche questo ha sperimentato, dice nella sua auto-biografia. «Credo che il demonio avesse ricevuto un potere esterno su di me, ma che non potesse avvicinarsi alla mia anima né alla mia mente, se non per ispirarmi delle paure grandissime per certe cose, per esempio per delle medicine semplicissime che cercavano di farmi accettare. Ma se il Buon Dio permetteva al demonio di avvicinarsi a me, mi mandava anche degli angeli visibili»..
LA NOTTE DI NATALE
La notte di Natale 1886 segna comunque una svolta decisiva nella sua esistenza. Ritiene che si è inaugurato il più bel periodo della sua vita, il più colmo di grazie del Cielo. Per definire questo avvenimento chiave ricorre a termini impegnativi: miracolo, conversione.
Cosa accade? Dopo la Messa di mezzanotte il suo carissimo papà, infastidito nel vedere le scarpe di Teresa accanto al camino (per accogliere i regali, secondo gli usi tradizionali) commenta: «Bene, meno male che è l’ultimo anno!».
L’INCONTRO CON GESU’
Teresa sente queste parole che la feriscono profondamente. Celina, la sorella che conosce la sua ipersensibilità, le suggerisce di non scendere subito a vedere i regali messi nelle scarpe. «Ma Teresa non era più la stessa, Gesù aveva cambiato il suo cuore. Reprimendo le lacrime, scesi rapidamente la scala e comprimendo i battiti del cuore, presi le scarpe e, mettendole davanti a papà, tirai fuori gioiosamente tutti gli oggetti, con l’aria felice di una regina. Papà rideva, anche lui aveva ripreso il suo buon umore, e Celina credeva di sognare… Fortunatamente era una dolce realtà: la piccola Teresa aveva ritrovato la fortezza d’animo, che aveva perduto a quattro anni e mezzo e l’avrebbe conservata per sempre».
LA GRAZIA DEL SIGNORE
In questo testo autobiografico ci sono dettagli che rivelano la collaborazione di Teresa con la grazia che Gesù le offre. Teresa infatti non sperimenta un cambiamento automatico che all’improvviso si sia impossessato del suo cuore. Per ricevere la grazia deve fare uno sforzo, come richiede ogni cambiamento personale: «Reprimendo le lacrime, scesi rapidamente la scala e comprimendo i battiti del cuore presi le scarpe…».
La trasformazione è tale che, nel giro di quindici mesi, la bambina piagnucolona di un tempo potrà prendere posto tra le figlie di Teresa d’Avila, che esigeva persone robuste.
Il cambiamento radicale di prospettiva è frutto di una profondissima liberazione interiore.
martedì 4 aprile 2017
Teresina e la tentazione
Radio Maria
Fare della tentazione un oggetto di preghiera
Padre Ángel Rossi, nel suo libro Teresa de Lisieux: la mimada, la misionada, la doctora, parla delle tre tattiche che Santa Teresina usa per vincere la tentazione:
1) Mostrare il volto al male, o affrontandolo direttamente con la verità o dando le spalle alla tentazione, “ucciderlo con l’indifferenza”.
2) Andare direttamente da Gesù e dirgli quello che si sta passando, e forse ricorrere anche a qualcuno che abbia più esperienza spirituale di noi per raccontare le cose, ma soprattutto rendere la tentazione un oggetto di preghiera.
3) Offrire, riparare attraverso quello che si sta vivendo con dolore, per gli altri.
Su questa terza tattica, quella dell’offerta, padre Rossi dice:
Ci fa bene sapere che mentre soffriamo forse vicino a noi o molto lontano ci sono altre persone che stanno soffrendo lo stesso, o ancor di più. Sapere che il nostro dolore di ora può essere fecondo in un ambito che neanche immaginiamo, per via della comunione dei santi.
La mia preghiera di oggi, la mia sofferenza di oggi, dice Van der Meer, è come un seme che prendo e ho il coraggio di gettare in aria, confidando nel fatto che i venti dello Spirito lo porteranno dove Egli ritiene sia più conveniente, e lì germinerà e darà frutto, un frutto che forse non vedremo mai durante la nostra vita terrena, ma vedremo in cielo, dove parte della gioia sarà quando il Signore ci presenterà quelle persone delle quali ci siamo presi misteriosamente cura con la nostra preghiera o la nostra offerta, e soprattutto quando ci presenterà quelle a cui dobbiamo il miracolo di credere. Il Signore, oltre all’abbraccio che speriamo di ricevere da Lui, ci chiamerà e ci dirà:
“Sei in Cielo per quella vecchietta che ha offerto il suo dolore, per quel bambino che recitava ogni sera un Padre Nostro”
“Ah, ma io non li conosco”
“E questo cosa c’entra?”, ci dirà il Signore.
E così ci presenterà persone che non abbiamo mai visto, o forse al contrario incontreremo gente che era così vicina a noi che non ci siamo nemmeno resi conto di quanto si prendeva cura di noi “invisibilmente”, con il suo amore o il suo dolore offerto.
Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti
sabato 18 febbraio 2017
Fede e depressione

Pubblicato il 17 febbraio 2017 da filia ecclesiae
La fede tra il mal di vivere e la depressione
Wenceslao Vial sacerdote, medico, professore di Psicologia e vita spirituale alla Pontificia Università della Santa Croce spiega come la fede possa lenire i mali di questa malattia così diffusa
È una delle malattie più diffuse nei tempi moderni la depressione. Tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che la malattia sta aumentando al punto che, fra 10 anni, essa potrebbe trovarsi al secondo posto sulla lista dei mali più diffusi. In Italia, ad esempio, il 18% della popolazione risulta soffrire di depressione.
Il suicidio del noto attore Robin Williams l’ha riportata al centro dell’attenzione di tutto il mondo. Per capire come si diagnostica, come si affronta e quali sono le misure per curarla e vincerla, ZENIT ha intervistato il medico e sacerdote Wenceslao Vial, professore di Psicologia e vita spirituale nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce a Roma.
Sembra che il suicidio del popolare attore Robin Williams sia dovuto alla depressione di cui soffriva. Lei cosa ne pensa?
Secondo quanto hanno detto i giornali, sembra che Williams soffrisse di depressione cronica fin da giovane, alla quale ultimamente si era aggiunto il Parkinson. Due malattie in grado di provocare una tristezza patologica, un’alterazione della libertà e della responsabilità. Sono note anche le sue esperienze di sofferenze a causa di perdite in famiglia, a cominciare dal divorzio dei suoi genitori. Purtroppo, nella sua esistenza si notano gli effetti negativi dell’abuso di alcool e delle droghe. Al di là del dramma, tuttavia, mi ha colpito il modo di rendere pubblica la notizia. Diverse emittenti televisive, come la CNN e la BBC, hanno trasmesso in diretta la descrizione della scena, con tanto di particolari sul ritrovamento del suo corpo. Ho pensato alla sua famiglia, ai suoi amici, e al dolore aggiunto che provocano questi tanti dettagli inutili. Ho pensato anche ad una realtà trascurata: si parla spesso della morte, la si fa vedere nei film, nei telegiornali, nei romanzi… Ma sono sempre gli altri quelli che muoiono. A Roma, nell’ingresso della via Appia, piena di monumenti funebri, c’è perfino una taverna con la scritta: “Qui non si muore mai”.
La mancanza di fede e di una vita spirituale può favorire il diffondersi della depressione?
Il concetto di depressione include sintomi e malattie diverse tra loro e con cause molteplici e variegate. Nelle sue varie forme colpisce oggi fino a un 15% della popolazione. Ci sono molti fattori che ci permettono di valutare e spiegare questa cifra, come la capacità di effettuare un numero maggiore di diagnosi depressive rispetto al passato. La perdita di responsabilità è in qualche modo correlata a una diminuzione della fede e potrebbe essere uno di questi fattori. Spesso si dimentica che nella relazione, rispondere implica l’esistenza di qualcuno che riceva e meriti una risposta. Questo “qualcuno” può essere un amico, la famiglia, le persone care… Se manca il loro sostegno o non c’è fiducia o fede umana in loro, si apre più facilmente lo spazio alla tristezza patologica.
Tuttavia, per il credente, la fede in Dio non è una “medicina” per non ammalarsi di depressione, ma aumenta le risorse per combatterla, anche perché ci presenta un essere superiore al quale offrire una risposta. L’identità è oggi tormentata: c’è una tendenza a spegnere la luce della fede soprannaturale, che ci indica che siamo creature limitate e finite, ma anche la luce della ragione, che ci spiega cosa sono l’uomo e la donna e i rapporti interpersonali. Purtroppo oggi la famiglia e il matrimonio stabile sembrano un pezzo da museo e Hollywood non è del tutto senza responsabilità, come lo stesso Williams diceva. Tutti questi, a mio avviso, sono fattori di rischio per depressione e altre malattie psichiche.
Quindi, in sintesi, la persona che cerca di essere vicina a Dio trova una pienezza nel vivere (senso delle cose, realizzazione, ecc.), e può raggiungere una maggiore stabilità. Per evitare alcune forme di depressione, il credente dovrà comunque lavorare con ordine e proporzione, lasciando spazio al riposo e al divertimento, quando cerca di servire agli altri, nelle attività quotidiane, nell’amicizia o nel lavoro professionale.
Quanto la relazione o l’allontanamento con Gesù Cristo, può influire nei confronti della depressione?
Una vita senza Cristo diventa più complessa da capire. Secondo san Giovanni Paolo II, Gesù è l’unico che svela pienamente l’uomo all’uomo. È l’unico in grado di aprire il libro dell’Apocalisse con i suoi sette sigilli che, come ha sottolineato il filosofo Romano Guardini, rappresenta il mistero dell’esistenza con la sua carica di dolore e sofferenza. Non è sorprendente quindi che un allontanamento da Gesù possa produrre un aumento della sintomatologia depressiva per la maggiore difficoltà a cogliere il senso di tante situazioni della vita. Per esempio, ci sono diversi articoli scientifici che mostrano un miglioramento della salute in rapporto alla pratica religiosa. Influiscono certamente l’appartenenza ad un gruppo, la possibilità di dare un senso anche alla sofferenza, ma anche un rapporto di fiducia con un Dio che si è fatto uomo e ci ascolta. È anche importante il modo di vivere questo rapporto di fede. Dio non è un giudice implacabile, bensì un Padre che ci vuole bene e ci ha creato per farci condividere la sua felicità divina nel Cielo.
La preghiera può contribuire a migliorare la salute di una persona?
La fede cristiana considera anche il lato umano e i progressi della scienza. Per questo, la prima cosa che consiglierei ad una persona che soffre di depressione sarebbe di andare da un buon medico. Ci sono oggi dei medicinali e tecniche di psicoterapia molto utili. I farmaci agiscono a livello biologico, restaurando l’equilibrio senza cambiare il nostro modo di pensare. La psicoterapia è una relazione interpersonale che offre un sostegno professionale specializzato. I migliori risultati si ottengono di solito con entrambe le cure.
Dal punto di vista spirituale, una persona malata o meno di depressione, troverà senz’altro aiuto nella preghiera, nell’incontro con Gesù nell’Eucaristia e nella confessione. Questo sacramento del perdono è particolarmente importante per tutti, perché nel perdonare ed essere perdonati si creano le condizioni per la crescita della maturità e dell’equilibrio emotivo. Come diceva san Tommaso d’Aquino, poter recitare il Padre nostro, facendo proprie tutte le affermazioni, anche la quinta, del perdono a chi ci offende, è chiave di stabilità.
Ad una persona affetta da depressione si può sempre consigliare di pregare. Non si deve dimenticare però che la stessa malattia può alterare il rapporto con Dio e può diventare un carico troppo pesante. Nemmeno va dimenticato che pregare non significa che spariranno i sintomi della depressione, i sentimenti di colpa o l’angoscia. La fede può far dire ad una persona, come ho sentito più di una volta: “Signore, se tu lo vuoi, ti offro questo mio malessere, con te posso vivere con gioia anche nel dolore”. E ho sentito anche dire, in casi in cui la malattia era più grave: “Se continuo a vivere è perché credo in Dio”. Forse non si modifica la malattia, ma l’atteggiamento di fronte ad essa di certo.
Quanto conta invece la pratica dei sacramenti?
Bisogna capire bene le ragioni. Una “fede forte” che non viene praticata non è coerente. L’incoerenza alimenta il disordine. Le doppie vite a qualsiasi grado sono dei fattori tra i più destabilizzanti della persona. Forse rischia di meno la depressione una persona che non ha fede in assoluto, o un non credente che si comporta in modo coerente, piuttosto che un credente che non pratica la sua fede. La persona che crede e pratica non è certamente immune da una malattia multifattoriale come la depressione. Ma il sostegno che trova nella comunità di fedeli, gli insegnamenti e le testimonianze che riceve per vivere una vita felice, aiutano a prevenire. Nella Chiesa, ad esempio, la persona può conoscere con più facilità l’importanza di allontanarsi da tante attività e situazioni a rischio di patologia psichica, come il consumo di droga, l’eccesso di alcool, la sessualità senza limiti, l’infedeltà coniugale, ecc.
Esiste una geografia per capire dove la depressione è più diffusa?
Sì, ci sono differenze in base alla frequenza di depressione in diverse aree geografiche. Nei paesi con inverni lunghi, freddi e scarsa luminosità si verificano più casi. Aumentano inoltre i casi nelle aree in cui la popolazione è vittima di violenza, persecuzione e limitazioni socioeconomiche importanti. Tuttavia, non è semplice avere una mappa chiara della situazione per le discrepanze nelle classificazioni tra paesi e gruppi di ricerca. Il suicidio, la cui causa non sempre è la depressione, è più facile di misurare in paesi del nord dell’Europa, in Russia, Cina e Giappone. È interessante anche sapere che le manifestazioni della depressione variano da una cultura ad un’altra. I pazienti depressi di origine cinese, ad esempio, si lamentano meno della tristezza e riferiscono con maggior frequenza di noia, dolori, stanchezza e altre manifestazioni fisiche. Come progetto positivo penso che a tante persone potrebbe servire di pensare a Dio girando un film. Questo ci aiuterebbe a pensare ad una Persona che ci aiuta a recitare con gioia la parte che ci tocca dentro la grande storia terrena degli uomini. La fede e la speranza cristiana ci fanno pregare e speriamo che lo stesso Robin Williams, con il suo senso dell’umorismo, ci guardi dal Cielo e ci dica: “Good Morning! Sorridi, Dio ti sta filmando”.
Preghiera per chi soffre di depressione
Conforta la tua anima con questa preghiera nata dalla devozione di Santa Teresina del Bambin Gesù alla Vergine del Sorriso
Santa Teresina del Bambin Gesù ha raccontato di essere stata guarita, quando era bambina, da quella che oggi verrebbe probabilmente diagnosticata come una sindrome di attacchi di panico. Venne curata dal sorriso della Vergine. La santa scrisse:
“13 maggio 1883, festa di Pentecoste. Dal letto, ho girato lo sguardo verso l’immagine di Nostra Signora e… All’improvviso la Santissima Vergine mi è sembrata bella, così bella che non avevo mai visto nulla di simile, il suo volto emanava una bontà e una tenerezza ineffabili, ma ciò che è calato profondamente nella mia anima è stato il ‘sorriso incantevole della Santissima Vergine’. In quel momento tutte le mie pene se ne sono andate, due grosse lacrime sono sgorgate dalle mie palpebre e mi sono scivolate sul volto. Erano lacrime di pura gioia… Ah, ho pensato, la Santissima Vergine mi ha sorriso, sono felice… (…) È stato a causa sua, delle sue intense preghiere, che ho ricevuto la grazia del sorriso della Regina del Cielo…”.
Chiamò questa immagine “Vergine del Sorriso”, e l’invocazione iniziò con i suoi familiari. In seguito, portò la devozione al Carmelo di Lisieux. Alla fine venne diffusa in tutti gli ordini carmelitani e si propagò nel mondo. Molte persone hanno ottenuto la guarigione dalla depressione e da altre malattie dell’anima, come Teresina, attraverso questa devozione.
PREGHIERA ALLA VERGINE DEL SORRISO
O Maria, Madre di Gesù e madre nostra,
che con un chiaro sorriso vi siete degnata di consolare
e curare vostra figlia Santa Teresina del Bambin Gesù dalla depressione,
restituendole la gioia di vivere
e il senso della sua vita in Cristo Risorto,
guardate con affetto materno tanti
figli e figlie che soffrono di depressione,
disturbi e sindromi psichiatriche e mali psicosomatici.
Gesù Cristo curi e dia senso alla vita di tante persone
la cui esistenza a volte è deteriorata.
Maria, il vostro bel sorriso non lasci che
le difficoltà della vita oscurino la nostra anima.
Sappiamo che solo vostro figlio Gesù può soddisfare
le ansie più profonde del nostro cuore.
Maria, attraverso la luce che sboccia dal vostro volto
traspare la misericordia di Dio.
Il vostro sguardo ci accarezzi e ci convinca che
Dio ci ama e non ci abbandona mai,
e la vostra tenerezza rinnovi in noi l’autostima,
la fiducia nelle nostre capacità,
l’interesse per il futuro e il desiderio di vivere felici.
I familiari di quanti soffrono di depressione
aiutino nel processo di guarigione, non considerandoli mai
attori della malattia con interessi di comodo,
ma li valorizzino, li ascoltino, li comprendano e li esortino.
Vergine del Sorriso, ottenete per noi da Gesù la vera cura
e liberateci da sollievi temporanei e illusori.
Curati, ci impegniamo a servire con gioia,
disposizione ed entusiasmo Gesù come discepoli missionari,
con la nostra testimonianza di vita rinnovata.
Amen.
che con un chiaro sorriso vi siete degnata di consolare
e curare vostra figlia Santa Teresina del Bambin Gesù dalla depressione,
restituendole la gioia di vivere
e il senso della sua vita in Cristo Risorto,
guardate con affetto materno tanti
figli e figlie che soffrono di depressione,
disturbi e sindromi psichiatriche e mali psicosomatici.
Gesù Cristo curi e dia senso alla vita di tante persone
la cui esistenza a volte è deteriorata.
Maria, il vostro bel sorriso non lasci che
le difficoltà della vita oscurino la nostra anima.
Sappiamo che solo vostro figlio Gesù può soddisfare
le ansie più profonde del nostro cuore.
Maria, attraverso la luce che sboccia dal vostro volto
traspare la misericordia di Dio.
Il vostro sguardo ci accarezzi e ci convinca che
Dio ci ama e non ci abbandona mai,
e la vostra tenerezza rinnovi in noi l’autostima,
la fiducia nelle nostre capacità,
l’interesse per il futuro e il desiderio di vivere felici.
I familiari di quanti soffrono di depressione
aiutino nel processo di guarigione, non considerandoli mai
attori della malattia con interessi di comodo,
ma li valorizzino, li ascoltino, li comprendano e li esortino.
Vergine del Sorriso, ottenete per noi da Gesù la vera cura
e liberateci da sollievi temporanei e illusori.
Curati, ci impegniamo a servire con gioia,
disposizione ed entusiasmo Gesù come discepoli missionari,
con la nostra testimonianza di vita rinnovata.
Amen.
(Recitare 2 Ave Maria in onore delle due lacrime di gioia che sono scivolate sulle guance di Santa Teresina del Bambin Gesù quando è stata toccata dal Sorriso della Vergine).
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mercoledì 21 dicembre 2016
Il Natale delle due Terese
Non vi è cosa che riesca più difficile all’uomo moderno, il cosiddetto cattolico “adulto”, quanto esercitarsi nelle piccole virtù, nel silenzio e lontano dagli sguardi umani, avendo per testimone Dio solo. Non senza ragione il Signore volle darci il Suo esempio affinché più facilmente potessimo seguire questa via. Ecco perché è necessario tenere i nostri occhi per tutta la vita fissi sugli “abbassamenti di Betlemme”.
A questa scuola fu istruita la grande riformatrice del Carmelo, S. Teresa d’Avila, e ad essa volle che attingessero i figli e le figlie del Carmelo. Si racconta nella vita della Santa che un giorno, nel monastero dell’Incarnazione di Avila, mentre stava scendendo le scale, incontrò un bel bambino che le sorrideva. La Santa, sorpresa di vedere un bambino all’interno della clausura del Monastero, gli chiese: “E tu chi sei?”. Ma il bambino rispose con un’altra domanda: «E tu chi sei?». La Santa replicò: «Io sono Teresa di Gesù». Il Bambino, con un sorriso ampio e luminoso, le disse: «Io sono Gesù di Teresa».
A questo emblematico episodio si può far risalire la speciale devozione che la grande Riformatrice del Carmelo ebbe per l’Infanzia del Signore. In tutte le sue fondazioni non mancarono mai le statue di Gesù Bambino, delle quali la Santa ere particolarmente devota. Si tramanda che ne avesse diverse. Aveva, per esempio, un Bambino al quale ricorreva quando desiderava che piovesse o non piovesse; un altro a cui si rivolgeva quando doveva pagare dei debiti e non sapeva come pagarli, e così via.
Ognuno dei “suoi” Bambini aveva il suo compito! Voleva, inoltre, che le austerità del Carmelo durante il tempo natalizio fossero temperate e rallegrate con canti di esultanza e pie ricreazioni. Non solo. Per accrescere la gioia spirituale delle monache, la Santa soleva comporre versi da cantare portando in processione le statue della Madonna e di S. Giuseppe attraverso il Monastero. Una volta insegnò alle monache più anziane a cantare il ritornello di un canto da lei composto che diceva: Destatevi, Sorelle mie! Ecco viene la Vergine, che ha dato alla luce il suo Figlio e suo Dio. Piena di devozione e di gioia, la Santa chiedeva alle suore di dare ospitalità al Divin Bambino, alla Sua Santa Madre e al suo sposo S. Giuseppe, di cui era particolarmente devota.
La devozione della Santa al Divin Infante fu anche testimoniata da un miracolo, avvenuto nel Carmelo di Toledo, dove la statua del Piccolo Gesù – portata dalla Santa stessa in occasione della fondazione di quel Monastero nel 1569 – pianse quando la grande Riformatrice doveva lasciare il Monastero.
Così è scritto nel museo del convento che custodisce questo tesoro: «Il giorno 8 giugno 1580, Santa Teresa si congedava dalle sue religiose di Toledo per recarsi a Segovia. Il cuore naturalmente affettuoso della Santa soffriva molto in questi congedi, soprattutto quando pensava che non avrebbe rivisto le sue figlie. Quella volta né lei né le sue amate religiose si sbagliavano, perché tutte presentivano che la Madre era giunta al termine del suo viaggio terreno. Secondo una pia tradizione, perfino un’immagine del Bambino Gesù si associò al dolore delle monache, versando lacrime quando la Santa abbandonò il suo amato convento di Toledo. Da allora questa immagine viene chiamata con il soprannome affettuoso di ‘Niño Lloroncito’».
La devozione alla santa Infanzia si radica, dunque, nell’esperienza mistica della Riformatrice spagnola. Passando attraverso le figure di altre illustri figlie del Carmelo, come la Venerabile Margherita del SS. Sacramento (1619-1648), del Carmelo di Beaune, e Suor Maria di S. Pietro (1816-1848), del Carmelo di Tours, che contribuirono a sviluppare e diffondere tale devozione, essa approda infine al piccolo Fiore di Lisieux, S. Teresina, destinata dalla Provvidenza ad essere la Maestra della “Piccola Via”, sulle orme del Bambino di Betlemme.
L’ascesa verso il monte della perfezione iniziò per la piccola Teresa in tenera età. Ma fu nel Natale del 1886 che, accogliendo nel suo cuore il Dio fattosi uomo, questa tenera fanciulla, che, come scrisse ella stessa, piangeva per dei nonnulla, sperimentò un radicale “cambiamento” della sua vita o, piuttosto, quella che definì la sua «completa conversione». «In un istante – scrisse – l’opera che non ero riuscita a fare in 10 anni, Gesù la fece accontentandosi della mia buona volontà».
Era la notte di Natale. Dopo la Messa di mezzanotte, nella quale aveva “avuto la felicità di ricevere il Dio forte e potente”, «Gesù, il Bambino piccolo e dolce, trasformò la notte dell’anima mia in torrenti di luce». Ripensando a quel momento, Teresa scrisse: «In quella notte nella quale Gesù si fece debole e sofferente per mio amore, Egli mi rese forte e coraggiosa».
Da quella notte Teresa camminò nella via del Signore con più lena e si sentì più sicura. «Dopo quella notte benedetta – ricorda –, non sono stata vinta in nessuna battaglia, ma ho camminato di vittoria in vittoria e ho iniziato, per così dire, una corsa da gigante».
Ogni anno festeggiava con la più grande devozione il 25 marzo – racconta la sorella Celina – perché, diceva, «questo è il giorno, nel quale Gesù, nel seno di Maria, è stato il più piccolo». Ma amava in modo del tutto particolare il mistero del presepe. È qui che il Bambino Gesù le rivelò tutti i suoi segreti sulla semplicità e sull’abbandono. Su immaginette natalizie che lei stessa dipingeva, scriveva con passione questa frase di san Bernardo: «Gesù, chi ti ha fatto così piccolo? L’amore!».
Il suo nome, Teresa del Bambino Gesù, che scelse fin dall’età di nove anni, resterà il suo costante programma di vita a cui si sforzò di restare fedele fino all’epilogo della sua breve vita. Più tardi, sotto un’immagine di Gesù Bambino scriverà questa frase: «O piccolo Bambino, mio unico tesoro, mi abbandono ai tuoi divini capricci, non voglio avere altra gioia che quella di farti sorridere. Imprimi in me le tue grazie e le tue virtù infantili, affinché il giorno della mia nascita al Cielo, gli angeli e i santi riconoscano nella tua piccola sposa: Teresa del Bambin Gesù».
È dal Bambino di Betlemme che la piccola Teresa attinse lo spirito d’infanzia, che era per lei soprattutto spirito d’umiltà e di piccolezza. Non perdeva occasione nella sua vita quotidiana al Carmelo per esercitarsi in questa “piccola via” e per istruirvi le altre.
Ecco come la sorella Celina sintetizza questa “via diretta per il Cielo”. Poiché la Santa si sentiva incapace di percorrere il duro cammino della perfezione, si sforzò di diventare sempre più piccola, affinché Dio si prendesse completamente cura delle sue cose, e la prendesse tra le sue braccia, come succede nelle famiglie per i bambini più piccoli. Voleva essere santa ma senza diventare grande, poiché, come le piccole malefatte dei bambini non fanno adirare i genitori, così le imperfezioni delle anime umili non possono offendere gravemente il buon Dio, e gli errori non saranno imputabili loro come colpa, secondo le parole della Scrittura: «Ai piccoli si perdona per pietà».
Di conseguenza si guardava bene dal desiderare di sentirsi perfetta e che gli altri la considerassero come tale, perché sarebbe cresciuta e Dio l’avrebbe lasciata camminare da sola. «I bambini non lavorano per farsi una posizione – diceva –; se sono saggi, lo fanno per far contenti i loro genitori. Allo stesso modo, non occorre lavorare per diventare santi, ma per fare piacere a Dio». “Forse – diceva a Celina – un padre sgrida il suo bambino quando egli si accusa da se stesso, o gli infligge un castigo? No davvero, ma se lo stringe al cuore».
E riportava la seguente storia ascoltata da bambina. Un re, in una partita di caccia, inseguiva un coniglio bianco, che i suoi cani erano sul punto di raggiungere, quando la bestiola, sentendosi perduta, ritornò indietro rapidamente e saltò tra le braccia del cacciatore. Costui, commosso da tanta fiducia, non volle più separasi dal coniglio bianco e non permetteva a nessuno di toccarlo, riservandosi di nutrirlo. «Così – commentava Teresa – il Buon Dio farà con noi se, perseguiti dalla giustizia figurata dai cani, cercheremo scampo nelle braccia stesse nel nostro Giudice!».
È tutta qui la sapienza della Santa di Lisieux. Essa consiste nel riconoscere, accettare, perfino amare la propria debolezza, senza tuttavia sottovalutare la corrispondenza personale. Essa non scusa il peccato ma vuole che, perdendo ogni illusione su se stessi, non confidando nei propri meriti, non appoggiandosi sulle proprie forze, l’anima si getti con slancio nell’amore misericordioso di Dio. La “piccola dottrina” della Santa di Lisieux non fa del peccato una semplice debolezza e della debolezza quasi una virtù, come spesso accade ai nostri giorni.
Tutt’altro. Le esigenze ascetiche della perfezione cristiana non subiscono nella sua “piccola via” alcun alleggerimento: non v’è in essa alcuna ombra di quietismo. «Occorre – diceva la Santa – fare tutto quello che è in noi, dare senza contare, rinunziare a sé costantemente, in una parola, provare il nostro amore con tutte le buone azioni in nostro potere. Ma, in verità, poiché tutto questo è poca cosa, è necessario confessarci servi inutili dopo aver fatto tutto quanto credevamo di dover fare, sperando tuttavia che il buon Dio ci darà per grazia tutto ciò che desideriamo. È quanto sperano le piccole anime che corrono sulla via dell’infanzia: dico corrono e non si riposano». Questo atteggiamento di povertà spirituale rende profittevoli anche le cadute. Scriveva: «I bambini cadono spesso, ma sono troppo piccoli per farsi un gran male».
Insegnava questa sapienza alle sue consorelle specialmente nel giorno di Natale quando – sull’esempio della sua Santa Madre – si industriava a scriver poemetti e ad organizzare pie ricreazioni, come quella nella quale un immaginario Angelo veniva a chiedere a ciascuna monaca di accogliere al Piccolo Gesù che, fattosi uomo, ha trovato sulla terra solo freddezza e indifferenza: «Le vostre carezze – cantava il messaggero celeste –, e lodi, e tenerezze, siano per il Bambinello! Bruciate d’amore, anime accese; ché un Dio s’è fatto mortale per voi. Stupendo mistero: chi vien mendicando è l’eterno Verbo! Sorelle mie, non temete, avvicinatevi, ed una ad una offrite a Gesù il vostro amore; saprete la sua santa volontà. V’insegnerò ciò che più brama il Bambinello in fasce, a voi che, pure come gli Angeli, avete in più che potete soffrire. Sempre, mai sempre, il vostro patire, e le gioie, siano per il Bambinello! Ardete d’amore, anime accese; ché un Dio s’è fatto mortale per voi. Stupendo mistero; chi vien mendicando è il Verbo eterno!».
Certamente – nota Celina – Teresa avrebbe gustato, se l’avesse conosciuta, questa preghiera di Bossuet: «Gran Dio… non lasciate giammai che alcuni spiriti, di cui alcuni si annoverano tra i dotti, altri tra gli spirituali, possano essere accusati al Vostro terribile tribunale di aver contribuito in qualche modo a chiuderVi l’accesso in non so quanti cuori, perché Voi volevate entrarvi in un modo la cui semplicità li urtava […]; piuttosto fate in modo che, diventando tutti piccoli come fanciulli, come Gesù Cristo comanda, noi possiamo entrare una buona volta per questa piccola porta, per poterla poi mostrare agli altri con più sicurezza e con più efficacia. Così sia».
Niente di strano se, alla sua ultima ora, questo grande prelato francese, che con la sua eloquenza aveva incantato intere platee, abbia pronunciato queste commoventi parole: «Se potessi ricominciare a vivere, non vorrei essere che un piccolo fanciullo che dà sempre la mano al Bambin Gesù».
È la lezione delle due Terese per questo Santo Natale. (Cristiana de Magistris)
lunedì 19 dicembre 2016
Teresina e la tristezza natalizia
di Russel Shaw (aleteia)
Per molte persone, il periodo natalizio è decisamente provante. Non parlo di anime infelici che hanno buoni motivi per essere tristi – la perdita di persone care, la salute malferma, la solitudine –, ma di quelli che si sentono giù quando il Natale non offre tutta la gratificazione personale che stavano cercando. Definisco quello che sperimentano “tristezza natalizia”.
Pensando recentemente a questo fatto, ho ricordato un episodio riferito da Santa Teresa di Lisieux nella sua splendida autobiografia Storia di un’Anima, avvenuto la mattina del Natale 1886, quando Teresa aveva quasi 13 anni.
La sua famiglia aveva una tradizione per la vigilia di Natale. Si mettevano le scarpe dei bambini davanti al caminetto, e quando si tornava dalla Messa di mezzanotte le scarpe erano magicamente piene di doni. Quel Natale, tuttavia, il padre di Teresa era irritato per qualcosa, e lei lo sentì dire sulla storia delle scarpe: “Grazie a Dio è l’ultima volta che facciamo una cosa del genere!”
Teresa era una ragazzina buona e pia, ma come ammette lei stessa era anche estremamente sensibile. Scoppiava spesso a piangere, e quando le veniva detto di smettere piangeva ancor di più. Le parole del padre la punsero sul vivo. Quando salì di sopra per togliersi il cappello, la sorella maggiore Céline, cogliendo la situazione, le disse: “Non scendere. Prendere i regali dalle tue scarpe ti farà arrabbiare troppo”.
Scrive: “Teresa non era più la stessa ragazza. Gesù l’aveva cambiata. Repressi le mie lacrime, scesi di sotto e presi le mie scarpe. Tirai fuori i miei regali ostentando grande gioia. Papà rise e Céline pensò di sognare… L’amore riempiva il mio cuore, avevo dimenticato me stessa e quindi ero felice”.
Cos’era successo? Teresa dice semplicemente che aveva ricevuto “la grazia di emergere dall’infanzia”.
La maggior parte di noi non è santa come Teresa di Lisieux, ma alcuni hanno avuto delle esperienze non molto diverse dalla sua. Un uomo che conosco ha scritto: “Da bambino pensavo al Natale come a un’occasione per ottenere delle cose. I miei genitori me lo avevano insegnato senza volerlo. Erano cresciuti entrambi in famiglie tutt’altro che benestanti, e i doni che venivano dati a Natale erano ben pochi. Ora, per compensare, elargivano regali a me e a mia sorella”.
“Quel modo di festeggiare il Natale mi ha colpito per anni. Visto che per me il Natale significava fondamentalmente l’accumulo di cose, non mi ha mai reso veramente felice. Poi un Natale ho capito qualcosa di più”.
“All’epoca ero ormai diventato genitore anch’io. Una delle mie figlie era stata malata per vari giorni, e man mano che si avvicinava il Natale peggiorava. Alla fine è scattato l’allarme. L’ho messa in macchina e l’ho portata al Pronto Soccorso più vicino”.
“Abbiamo aspettato a lungo, ma alla fine un dottore l’ha visitata e ha scoperto che aveva un dente infettato che al dentista era in qualche modo sfuggito quando l’aveva vista la settimana precedente. Le hanno dato molti antibiotici e antidolorifici e l’hanno rimandata a casa, e presto riposava tranquilla e si sentiva meglio”.
“Quell’anno il mio Natale è stato quello. Anziché cercare di sentirmi meglio concentrandomi sullo scambio di cose, ho passato la giornata cercando di aiutare qualcun altro. E sapete una cosa? È stato bello. È stata una lezione che non ho dimenticato”.
Come avrebbe detto Santa Teresa, dimenticarsi di sé ha curato la sua tristezza natalizia.
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Russell Shaw è autore o coautore di 21 libri e di numerosi articoli e recensioni. È membro del corpo docente della Pontificia Università della Santa Croce di Roma ed ex segretario per gli Affari Pubblici della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti.
Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti
sabato 19 novembre 2016
Folgorato dalla piccola via..

Ad Avignone la beatificazione del carmelitano scalzo Maria Eugenio di Gesù Bambino. Alla scuola di Teresa e Giovanni
(Louis Menvielle) Folgorato dalla piccola via e dalla spiritualità di santa Teresa di Lisieux, padre Maria Eugenio di Gesù Bambino ha cercato di portare le persone a Dio. Lo ha fatto anche attraverso la fondazione dell’Istituto Notre Dame de Vie, con il quale ha saputo proporre una sintesi equilibrata tra le dimensioni dell’ordine del Carmelo, la contemplazione e l’apostolato. Il carmelitano scalzo francese viene beatificato nel parco delle esposizioni di Avignone, in Francia, sabato mattina, 19 novembre, dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, in rappresentanza di Papa Francesco.
Padre Maria Eugenio (al secolo Henri Grialou) nasce il 2 dicembre 1894 ad Aveyron in diocesi di Rodez, al centro della Francia. Il padre, minatore, muore all’improvviso, lasciando la moglie e cinque figli. Per rispondere alla chiamata di Dio senza aggravare le difficoltà economiche della famiglia, Henri accetta di partire solo, a 11 anni, per Susa, dove l’accolgono i padri della congregazione del Santo Spirito. Avvertendo di non avere una vocazione missionaria in questa congregazione, viene accolto nel seminario minore della diocesi di Rodez. Ha 13 anni quando scopre gli scritti della piccola Teresa di Gesù Bambino, non ancora beatificata, che diventa per lui un riferimento nel suo itinerario spirituale. Legge e rilegge la Storia di un’anima e scrive a un amico seminarista: «Nessun libro ha mai fatto tanta presa su di me come quello. Non trovo parole per esprimerlo. È stupendo». Più tardi confiderà sempre all’amico: “Santa Teresa di Gesù Bambino è, per così dire, un’amica d’infanzia che ha vissuto accanto a noi e, mano a mano che crescevamo, ci faceva delle confidenze, ci mostrava i segreti della sua anima».
Il sedicenne entra nel seminario maggiore con l’entusiasmo dei giovani. La guerra del 1914 interrompe la sua formazione per ben sei anni. Henri affida se stesso e i suoi soldati a Teresa che li protegge nei momenti peggiori di questa guerra. Henri ha 24 anni quando riprende la formazione sacerdotale, arricchito dall’esperienza del conflitto.
Nel suo cammino vocazionale, durante un ritiro personale che lo prepara a ricevere il suddiaconato, una data è decisiva. Nella sera del 13 dicembre 1920 legge quasi per caso una piccola biografia di san Giovanni della Croce. In un lampo, riceve la chiamata al Carmelo. È una certezza: deve camminare sulle orme del mistico spagnolo. La grazia è autentica, come risulta da questa confidenza alla fine della sua vita: «Nel fondo della mia anima, è con san Giovanni della Croce che vivo». Una testimonianza lo conferma: nel 1961, un padre domenicano lo incontra e scrive nel suo quaderno personale: «Ho incontrato il Giovanni della Croce del XX secolo». Tre settimane dopo la sua ordinazione sacerdotale (4 febbraio 1922), nonostante gli ostacoli che sembravano insuperabili, Henri entra nel noviziato dei carmelitani scalzi nella regione parigina e prende il nome di Maria Eugenio. Per manifestare il suo legame con la piccola santa di Lisieux, aggiunge: di Gesù Bambino.
Il novizio si impegna a fondo, offrendosi alla grazia di Dio, soprattutto nell’orazione silenziosa. È un periodo di grandi esperienze mistiche. In un’epoca in cui lo Spirito Santo non era molto preso in considerazione nella spiritualità, il novizio ne fa una vera esperienza personale. Poco tempo dopo il noviziato, riceve la più grande grazia della sua vita: «Ho percepito lo Spirito Santo come amore sostanziale, verità, luce, spirito, che fa l’unità delle anime, della Chiesa, del Carmelo». Per Maria Eugenio, lo Spirito d’amore abita nel centro dell’anima, desideroso di diffondere sempre più la misericordia, cioè l’amore gratuito che vuol sfamare i più piccoli, i più poveri. Tale esperienza non è estranea alla spiritualità di santa Teresa di Lisieux. Maria Eugenio ha sempre insegnato che il fondamento dell’infanzia spirituale è la conoscenza contemplativa del cuore di Dio in cui sono «compressi i torrenti di infinite tenerezze» (santa Teresa). La misericordia è felice di diffondersi in ogni anima che presenta la disponibilità ad accogliere lo Spirito d’amore.
Padre Maria Eugenio, sempre nella stessa occasione, aggiunge questa frase chiave: «Ora siamo ufficialmente incoraggiati a camminare in questa via, a credere così all’amore divino e a fare tutto per la realizzazione della missione della nostra tanto amabile beata». Così possiamo spiegare anche il grande impegno profuso durante tutta la vita per servire l’ordine carmelitano scalzo: definitore e vicario generale (1937-1955), tre volte provinciale (morirà in carica), visitatore apostolico dei 143 monasteri francesi delle monache carmelitane (1948-1956), incaricato dalla Congregazione per i religiosi di creare e di organizzare le federazioni dei monasteri (1953-1956). Ogni attività, ogni missione mira a un solo scopo: rendere sempre più vivo il duplice spirito carmelitano. A tale riguardo, Maria Eugenio ha fatto innumerevoli conferenze e omelie, riassumendo tutto nel suo capolavoro Voglio vedere Dio (1949). L’autore prende il lettore per mano e lo guida, alla luce di Teresa d’Ávila e dei due altri maestri e dottori carmelitani, sul cammino della vita spirituale e dell’impegno apostolico, fino alla santità più autentica. L’opera è oggi diffusa in otto lingue e più di centomila copie.
Per diffondere il messaggio carmelitano della misericordia, Maria Eugenio ha anche ricevuto il carisma di fondatore. Nel 1932, alcune giovani donne si sono dichiarate disponibili a rispondere, nella solitudine, alla loro sete di contemplazione e a lasciarsi afferrare dallo Spirito Santo, inserendosi poi nel mondo, in mezzo alla gente in tutti gli ambiti, per dare una testimonianza del Dio vivente. Così è nata a Venasque, vicino ad Avignone (Francia), l’esperienza di Notre Dame de Vie, istituto secolare di diritto pontificio dal 1962, con un ramo femminile, uno maschile laico e uno sacerdotale, i cui circa seicento membri sono sparsi in quattro continenti, partecipando alla grazia del fondatore che confidava: «La mia missione è teologale, sono fatto per portare la gente a Dio». Persone associate e coppie condividono lo spirito dell’istituto. Lo studium di Notre-Dame de Vie, inoltre, accoglie seminaristi, religiose e laici da tutto il mondo per una formazione teologica e spirituale, rispondendo così al desiderio che Maria Eugenio nutriva di dare un insegnamento anche ben articolato, universitario, sulle leggi della vita spirituale. Lo studium è aggregato alla Pontificia facoltà carmelitana Teresianum.
Non si può trascurare un altro aspetto della sua personalità: oltre che maestro di vita spirituale, egli è stato anche un padre che si faceva vicino alla gente. È morto il 27 marzo del 1967, lunedì di Pasqua, giorno in cui soleva rallegrarsi con Maria, nostra Signora della vita, trionfante nel vedere il figlio risorto.
L'Osservatore Romano
martedì 4 ottobre 2016
Teresa e la nevrosi....

Avevo quattordici anni, ed ero arrabbiatissima con i miei genitori. Stavano sprecando un intero giorno della nostra vacanza in Francia per andare a visitare la Basilica di Santa Teresa di Lisieux, per un totale di 4 ore di viaggio. L’auto era scomoda, era una giornata perfetta con un sole meraviglioso e proprio non volevo andare. Tutto ciò che conoscevo erano gli sdolcinati santini con lei beatamente sorridente e avvolta da una ghirlanda di fiori. Sapevo che era morta giovane e che aveva avuto un’infanzia molto santa.
Era una bambina santa, ma non mi colpiva più di tanto.
Ma arrivati a Lisieux, fui sorpresa nel constatare che stavo per vivere una delle delle esperienze più profonde di tutta la mia vita. Profonda, non in senso teologico o spirituale, ma perché reale e autentica. Mi sono inginocchiata davanti al suo santuario, e non so come sono finita col pregare e parlare alla santa della mia totale frustrazione nei confronti della religione in generale, e della mia confusione circa il ruolo che avrei avuto in questo mondo.
E con mia ancor maggiore sorpresa, sentii in modo inequivocabile che Santa Teresa mi comprese. La mia confusione le era famigliare. Le mie lotte erano reali per lei. È come se mi avesse detto in modo molto chiaro: “Oggi sei venuta qui, e questo basta”.
In macchina mi ero lamentata per tutto il tragitto, ma lasciai il santuario con un nuovo senso di pace.
Aveva ragione, già il fatto che quel giorno fossi andata lì era sufficiente. Ad un’età in cui per me la religione era tutto regole e confusione, me ne andai con la sensazione mai provata prima che la fede sia un dono, e non un peso. E quindi, sebbene spesso io mi sia dimenticata di Santa Teresa, mi resi conto che lei non si dimenticò affatto di me.
Scrivo queste parole undici anni dopo, e penso che in molte occasioni lei abbia interceduto per me, tenendomi per mano e guidandomi con dolcezza. E ognuna di queste interazioni è stata per me una grande sorpresa. Nella sua giornata voglio dunque condividere, oltre ad un eccezionale video di Msgr. Robert Barron, ciò che ho imparato su Santa Teresa. Un po’ per gratitudine nei suoi confronti, ma anche nella speranza che lei vi ispiri affinché ricorriate alla sua intercessione e troviate, come ricompensa, l’amore a cui tende ogni vita, Cristo.
1. Santa Teresa aveva un disturbo ossessivo-compulsivo, nonché molti sintomi di depressione
È cosa nota e risaputa che Santa Teresa fosse vittima della “terribile malattia degli scrupoli”, classificabili come una forma di disturbo ossessivo-compulsivo di tipo religioso. In più momenti della sua vita fu colta dalla paura che i suoi peccati avessero offeso Dio, o che lei avesse commesso un qualche peccato mortale. L’infanzia caratterizzata dalla morte della madre quando era molto piccola, dalla perdita di una sorella – la sua “seconda madre” Pauline – che andò al Carmelo, dal bullismo a scuola e da una natura estremamente sensibile, la portarono a manifestare diversi sintomi di depressione già da una tenera età.
Negli ultimi momenti della sua vita era affetta da tubercolosi. L’estrema sofferenza fisica la indusse nella tentazione di disperarsi e di desiderare di morire. Eppure tornò sempre a Cristo, e si mantenne saldamente sulla retta via. Nella mia vita ho avuto famigliarità con la depressione e con malattie mentali, sia per esperienza diretta che per esperienza di alcuni parenti. In alcuni dei miei momenti più bui mi sono rivolta a Santa Teresa, l’unica santa che – all’epoca – sentivo potesse comprendermi. La sua intercessione fu sempre potente e rapida.
2. Santa Teresa fu una bambina ipersensibile
Sono sempre stata una bambina molto sensibile. Piangevo per qualsiasi cosa. A volte non sapevo neanche il perché, ero semplicemente triste nei confronti del mondo. Ecco perché mi dava fastidio sentire dell’infanzia pia di Santa Teresa, io che pensavo di essere una bambina eccessivamente emotiva. Ma scoprii che anche lei piangeva spesso da bambina, era infelice a scuola e spesso non era molto compatibile con le pressioni sociali che le mettevano addosso quotidianamente. Sua madre scrisse che dovette “correggere la povera bambina, che si lascia andare a terribili capricci quando non ottiene ciò che vuole. Si butta per terra disperata, credendo che tutto sia perduto. A volte è così afflitta da rischiare di soffocarsi. È una bambina molto stressante”.
Di solito era considerata una bambina felice e viziata, veniva trattata come la cucciola della casa. Ma la sua ipersensibilità faceva stressare tanto sia lei che la sua famiglia. Spesso ho ritenuto che la mia ipersensibilità fosse qualcosa di cui vergognarsi, ma l’esempio di Santa Teresa mi dà speranza. Ebbe un’infanzia molto autentica, con tutte le difficoltà che comporta essere eccessivamente sensibili. Mi rivolgo a lei quando ho bisogno di riconsiderare alcune prospettive della mia vita, e so che lei mi comprende.
3. Santa Teresa è tranquilla durante i momenti di crisi
Santa Teresa fu miracolosamente guarita dalla sua estrema sensibilità. Dopo essersi unita alle suore carmelitane, divenne molto più stabile emotivamente e fu considerata una suora affidabile. Ho scoperto che in questi momenti di crisi, quando ci sentiamo mancare il terreno sotto i piedi come se il futuro ci fosse stato strappato via, lei rimane salda. Santa Teresa sapeva dalla sua esperienza di vita che non importa quale chock avesse subito o quale cambiamento drastico avrebbe dovuto affrontare, le fondamenta della sua vita erano sempre e comunque nell’amore di Cristo, che non cambia mai. Preghiamola quando viviamo una crisi, e ce ne ricorderemo.
4. Santa Teresa ama riunire le famiglie
Quando nel 2009 le reliquie di Santa Teresa furono portate a Londra, mia madre ed io facemmo di tutto per andarci. In quel giorno, per pura coincidenza, anche mio fratello si trovava a Londra e si unì a noi. In quel giorno pregai per la mia famiglia, per tutte le nostre lotte, per la miriade di problemi apparentemente irrisolvibili che esistono in qualsiasi famiglia. Negli anni a venire mi resi conto che quel giorno in cui venerammo le sue reliquie, la sua intercessione ci inondò di molteplici grazie. E ci aiutarono a superare delle difficoltà famigliari che pensavamo fossero impossibili da superare. Sono cresciuta in una grande famiglia che ha conosciuto il dolore della malattia e della morte, la difficoltà del lavoro e dell’istruzione, ma che ha anche goduto della gioia delle celebrazioni e del gioco. Santa Teresa è stata dunque la santa perfetta a cui chiedere aiuto. Lei conosce bene l’importanza del guarire le ferite che ci sono in una famiglia. La sua stessa famiglia è stata il seme che ha dato alla luce la sua fede.
5. Santa Teresa aveva senso dell’umorismo
Sfido chiunque a guardare alle immagini di Santa Teresa nel corso degli anni e negare che avesse senso dell’umorismo! Sembra che il suo volto celi a stento un sorriso insolente, e che i suoi occhi nascondano un profondo senso di divertimento. Questo risponde anche a coloro che sostengono che lei fosse fuori dalla realtà, troppo solenne e seria per essere considerata affidabile! Nel suo ‘Storia di un’anima’, nonostante il linguaggio un po’ elaborato, Teresa mostra la sua autenticità, e in una lettera a sua sorella dopo il suo famoso incontro con papa Leone XIII (che la implorò di diventare suora a 15 anni), scrisse “il buon Papa è così vecchio da sembrare morto”. Ma visse più di lei, quindi forse fu lui a ridere per ultimo.
6. Santa Teresa si addormentava durante le preghiere e faceva fatica a recitare il Rosario
Ci sono due citazioni di Santa Teresa che mi colpiscono molto ogni volta che mi sento frustrata per non essere costante nella mia fede. La prima ha a che fare col dormire. Lei disse: “Dovrei sentirmi in difficoltà perché mi addormento durante le preghiere, durante il ringraziamento dopo la Santa Comunione. Ma non provo alcun disagio. So che i genitori amano i propri figli sia che dormano o che siano svegli, e so che i dottori fanno addormentare i pazienti prima di sottoporli ad un’operazione. Quindi penso che Dio ‘sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere’ ”.
La seconda citazione è quella in cui Santa Teresa ammette che, nonostante il suo grande amore per la Vergine Maria, abbia difficoltà a recitare il Rosario. “Quando soltanto (e mi vergogno ad ammetterlo) la recitazione del Rosario mi pesa più dell’indossare uno strumento di penitenza”. Ma ha anche scritto, come promemoria per tutti noi: “Ora mi sento meno desolata; penso che la Regina del cielo, dato che è mia madre, debba vedere la mia buona volontà e ne sia soddisfatta”. Ciò che importa, come ricordato da Santa Teresa, è che – sebbene cadiamo e sappiamo che cadremo di nuovo – continuiamo a provare.
7. Mantenne la promessa sulla sua “Pioggia di rose”
Va bene, non impazzivo per l’immagine sdolcinata di Santa Teresa, ma apprezzavo che disse “OK, so I didn’t like all the flowery imagery around St Therese, but I did love that she said “Dopo la mia morte farò cadere sul mondo una pioggia di rose. Voglio passare il mio Cielo a fare del bene sulla terra. La mia missione è di far amare il buon Dio.”
Per farla semplice, se una santa promette di spendere il proprio tempo in Cielo aiutando coloro che sono rimasti sulla terra, allora non avere paura di chiederle aiuto! È una santa e l’ha promesso! Il suo obiettivo è che tutti noi possiamo raggiungere la vera santità, dunque non rigetterà la nostra richiesta di soccorso.
8. La sua piccola via è semplice: amore e fiducia
Alla fine ho scoperto la sua Piccola Via. Quando sento che la mia fede viene meno, di solito è perché o permesso ai miei fallimenti, ai miei peccati e ai miei difetti di essere più grandi (nella mia mente) della misericordia e dell’amore di Dio. Perché ho perso la visione di me stessa tra le mani di un Padre che mi ama. Santa Teresa ci ricorda in modo perfetto che ogni giorno, non importa quali lotte stiamo affrontando, abbiamo soltanto bisogno di rivolgerci a Dio e gettarci nelle Sue braccia chiedendogli aiuto, con la fiducia che Lui comprenderà le nostre mancanze e che ci ami per ciò che siamo e per ciò che diventeremo.
[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]
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