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venerdì 16 marzo 2018

Il Vangelo dalla parte della Maddalena



La Repubblica
(Vito Mancuso) La simpatia del cardinal Martini per Maria Maddalena appare evidente dalla prima all' ultima parola degli esercizi spirituali da lui tenuti in Israele tra la fine del 2006 e l' inizio del 2007, come evidente è la sua simpatia per le consacrate dell' Ordo Virginum della diocesi di Milano per le quali aveva preparato gli esercizi e alle quali diceva: «Vi riconosco nella vostra bellezza interiore ed esteriore, perché quando l' anima rimane nella sua costante proposta di servizio a Dio, rimane bella e questa bellezza si diffonde». Io penso sia proprio così, e penso che Martini sia stato a sua volta un esempio di questa misteriosa connessione tra etica ed estetica avvertita già dagli antichi greci con l' ideale della kalokagathía, perché il morbo di Parkinson contro cui già allora combatteva, e che l' avrebbe portato alla morte il 31 agosto 2012, non giunse mai a privarlo della sua originaria e nobile bellezza. Cosa siano gli esercizi spirituali lo spiega lo stesso Martini dicendo che non sono un corso di aggiornamento, né una lettura spirituale della Bibbia, né un' occasione di preghiera; sono invece "un ministero dello Spirito Santo", nel senso che "è lo Spirito Santo che parla al mio cuore per dirmi ciò che vuole da me adesso". Gli esercizi spirituali sono quindi un tempo di ascolto e di raccoglimento per capire la propria situazione qui e ora, e come tali prevedono «un silenzio assoluto a tavola e anche negli altri momenti», perché, avverte Martini, «soltanto una parola detta qua e là disturba tutti». Maria Maddalena è «il segno dell' eccesso cristiano, il segno dell' andare al di là del limite, il segno del superamento»: nell' eccedere della sua vita travagliata ma sempre dominata dall' amore, si dà per Martini la chiave privilegiata per «essere introdotti nel cuore di Dio». Il cuore di Dio. Mediante la storia della Maddalena, Martini giunge a parlare di Dio, e parlando di Dio giunge a illuminare la logica e il ritmo dell' essere, cogliendo nell' amore il suo segreto più profondo: «Dio è tutto dono, è tutto al di là del dovuto e questo è il segreto della vita». Individuare "il cuore di Dio" significa quindi per Martini individuare "il segreto della vita". In questa prospettiva egli illumina magistralmente il paradosso dell' esistenza segnalando la dinamica profonda secondo cui ci si compie superandosi, ci si arricchisce svuotandosi, si raggiunge l' equilibrio perdendolo. È la pazzia evangelica. La quale però, in quanto verità dell' essere, è universale, e quindi è avvertita anche al di là del cristianesimo, per esempio già da Platone che coglieva la medesima logica di eccedenza scrivendo che «la mania che proviene da un dio è migliore dell' assennatezza che proviene dagli uomini» ( Fedro 244 d). Maniaca in senso platonico, la Maddalena è definita da Martini "amante estatica", cioè letteralmente "fuori di sé" e in questo modo è indicata quale via privilegiata per accedere al cuore di Dio. Per lui è infatti evidente che «non può comprendere Dio chi cerca solo ragioni logiche», mentre lo può comprendere «chi vive qualche gesto di uscita da sé, di dedizione al di fuori di sé, al di fuori del dovuto», perché Dio, simbolo concreto del mistero dell' essere, "è uscita da sé", "dono di sé". In questa prospettiva la Maddalena, perfetta esemplificazione della logica evangelica, fa capire che "solo l' eccesso salva". Per "eccesso" Martini intende "uno squilibrio dell' esistenza". E proprio questo è il punto: che la vita si alimenta di tale squilibrio. Il nostro universo non viene forse da un eccesso, cioè dalla rottura di simmetria all' origine del Big Bang? E la vita non è a sua volta squilibrio, essendo la morte, come disse Erwin Schrödinger nelle lezioni al Trinity College di Dublino, "equilibrio termico"? E cosa sono l' innamoramento e le passioni di cui si nutre la nostra psiche, se non, a loro volta, squilibrio? Afferma Martini: «Quando definisco me stesso, mi definisco di fronte al mistero di Dio e mi definisco come qualcuno che è destinato a trovarsi nel dono di sé e tutto questo si dà perché Dio è dono di sé». Prosegue dicendo che molti non capiscono Dio perché non lo collegano a questa dinamica di uscita da sé, visto che «soltanto quando accettiamo di entrare in questa dinamica della perdita, del dare in perdita, possiamo metterci in sintonia con il mistero di Dio». In questa prospettiva Martini giunge a parlare di Dio secondo una teologia della natura che avrebbe fatto felice il confratello gesuita Pierre Teilhard de Chardin, riferendosi a «quella forza che potremmo dire trascendente, perché è in tutta la natura fisica, morale, spirituale ed è la forza che tiene insieme il mondo... la forza che si può concepire come una lotta continua contro l' entropia e il raffreddamento». Anche il voto di verginità delle consacrate alle quali rivolgeva i suoi esercizi appare a Martini un segno di quell' eccesso di amore che fa sì che nel mondo non vi sia solo la forza di gravità che tira verso il basso, ma anche «una forza che tira verso l' alto, verso la trasparenza, la complessità e anche verso una comprensione profonda di sé e degli altri fino ad arrivare a quella trasparenza che è la rivelazione di ciò che saremo». Ovvero, conclude Martini, "la vita eterna".

venerdì 11 novembre 2016

Il sole dentro

Risultati immagini per Il sole dentro" (Milano, Piemme

Il cristiano e la retta intenzione. Che cos’è il sacrificio? 

L’inedito ritrovato. Pubblichiamo stralci di un testo inedito del 1975 dell’allora rettore del Pontificio istituto biblico, che sarebbe poi diventato cardinale e arcivescovo di Milano, ritrovato dalla Fondazione Martini e raccolto nel volume "Il sole dentro" (Milano, Piemme, 2016, pagine 248, euro 17), con prefazione del priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi.

(Carlo Maria Martini) Ciò che vorrei sottolineare è l’“importanza fondamentale dell’intenzione retta”, che è il sacrificio per eccellenza del cristiano. Tutto, se vogliamo dire così, si può riassumere nella “retta intenzione”, la quale è il sacrificio per eccellenza.

Ma che cosa è il sacrificio? Noi, talora, abbiamo del sacrificio una idea un po’ negativa — il sacrificio come rinuncia —; in realtà, l’essenza del sacrificio — quella che ha spiegato con parole profonde soprattutto sant’Agostino, e che è presente nella Bibbia, nel nuovo testamento in particolare — non è tanto la rinuncia, quanto la dedicazione a Dio. Sacrificio vuol dire “fare sacro”, “rendere sacro”. Quindi, se è vero che il sacrificio si esprime nell’antico testamento nella morte della vittima, lo fa nel senso di una dedicazione totale: l’uomo “rinuncia e dedica”. La vera grandezza del sacrificio non è la morte in sé, ma la dedicazione, la consacrazione totale che la morte significa. Questa consacrazione a Dio, questa dedicazione della vita a Dio è per eccellenza l’opera di Gesù.
Che cosa è venuto a fare Gesù sulla terra? Come ci dice la lettera agli Ebrei, «non hai voluto sacrifici né olocausti» (10, 5), cioè non hai voluto cose di questo genere, che indicavano sì la dedizione dell’uomo a Dio, ma in maniera vicaria, in maniera sostitutiva, hai detto: «Ecco io vengo per fare, o Dio, la tua volontà» (10, 7).
Ecco il sacrificio perfetto di Gesù. Non è dato tanto dalla morte come tale. La morte è solo l’espressione evidente di questa dedicazione portata fino all’ultimo, oltre la quale non si può andare; ciò che conta è però la dedicazione totale della volontà: «Ecco io vengo per fare, o Dio, la tua volontà». Come dice Gesù nel vangelo di Giovanni, «il mio pane è fare la volontà di Colui che mi ha mandato» (4, 34).
Questa è l’essenza della vita di Gesù. E l’Eucaristia è il sacrificio per eccellenza perché è il Cristo che si mette in piena disponibilità, in totale disponibilità alla volontà del Padre, significando nel pane e nel vino la sua morte, figura di quella disponibilità oltre la quale non si può andare. L’uomo, infatti, non può andare al di là della sua vita. La morte significa la disponibilità fino all’ultima possibilità esistente. E questa comprende la capacità di rinunciare, di sacrificarsi, fino al rischio di perdere anche la vita. Ciò è significato non soltanto nella morte, come ci insegna il nuovo testamento, ma anche nella risurrezione e ascensione, perché si tratta sempre della totale pienezza di Cristo presso il Padre, e quindi della totale disponibilità che viene coronata da Dio.
Radice di tutto questo, che cosa è? È una cosa altrettanto semplice: la volontà di Cristo di offrirsi. Questa è la radice di tutto. Per questo la devozione al sacro cuore di Gesù, bene intesa, conduce al centro stesso dell’essere di Cristo, che è, infatti, la sua volontà di dono.
L’Eucaristia comprende, mette tra le nostre mani tutti i giorni, attraverso il rinnovamento delle parole, dei gesti di Gesù e della sua stessa presenza, la sua volontà di donarsi. Gesù Cristo ancora oggi viene tra noi in forma di offerta sacrificale, per esprimere la sua volontà assoluta, perfetta, di dono.
Quindi, tutto il sacrificio di Cristo si riassume nella sua intenzione retta, cioè nella volontà di darsi totalmente a Dio. Questa è l’essenza di ciò che Egli ha fatto e ha vissuto. E noi, in che maniera possiamo «fare tutto nel nome del Signore Gesù», «per la gloria di Dio», «rendendo grazie in ogni cosa»? Concretamente, immolandoci con l’intenzione retta, unendoci alla volontà di dono di Gesù. È il “sì” della Madonna che riassume tutti gli atteggiamenti possibili del cristiano e rende a Dio gloria perfetta. Un “sì” che suppone un “no”, quindi una rinuncia a tante cose che non si adattano, che non convergono, che ci impediscono il dono. È tutto quanto positivamente sta nella semplicissima volontà di donazione che ci unisce perfettamente al cuore di Cristo, e quindi che ci consacra a Dio, che ci permette di compiere il sacrificio cristiano, quello per il quale siamo tutti sacerdoti. Perché, giustamente, dopo il concilio si parla tanto di “sacerdozio dei fedeli”? Perché questo è il sacerdozio reale, il sacerdozio pieno, il sacerdozio definitivo. Come Cristo è stato sacerdote offrendo se stesso con la propria volontà di dedizione al Padre, così ogni cristiano è chiamato a fare di sé il medesimo dono e la medesima offerta. Questo è il sacerdozio della Chiesa. Il sacerdozio ministeriale, quello dei preti, per intenderci, è espressione del sacerdozio sacramentale; è, in qualche maniera, al servizio di quello reale, in modo da far sì che tutti siano aiutati dal Cristo sacerdote a offrire se stessi. E mentre il sacerdozio sacramentale scomparirà, il sacerdozio reale, cioè quello dell’offerta, resterà per sempre: sempre, l’uomo sarà offerta perfettissima di sé a Dio per tutta l’eternità. Questo è, quindi, il vero sacerdozio definitivo, quello che ci unisce al sacerdozio di Cristo. Mentre quello ministeriale ha la sua dignità immensa, perché è il Cristo che santifica, è però al servizio del sacerdozio reale, cioè all’intenzione retta dei fedeli, che soccorre attraverso la predicazione, i sacramenti, l’offerta sacramentale di Gesù che vivifica, che attira e che stimola la nostra offerta personale.
Tutto ciò che è nella Chiesa trova il suo senso definitivo solo nell’offerta di noi: senza questa, la Chiesa non ha senso, ha perso il suo scopo.
Anche la vita di consacrazione è, in fin dei conti, “consacrazione della volontà”, dono totale di noi, e quindi qualcosa di estremamente semplice, qualcosa che corrisponde all’intimo desiderio di unificazione e semplicità che sentiamo in cuore, qualcosa che corrisponde alla semplicità dell’amore, il quale ha un gesto solo, una parola sola. Chiediamo che, attraverso la Parola di Dio, che è frequentemente sulle nostre labbra e nei nostri cuori, noi possiamo conoscere il segreto di semplicità che è di Cristo, della Madonna e dei santi e possiamo arrivare così a santificare in maniera semplice ogni azione della giornata, e a fare di ogni azione motivo di lode, di ringraziamento, di riconoscenza e di offerta.

L'Osservatore Romano

mercoledì 31 agosto 2016

Un profeta e un testimone



Il cardinale A. Scola ricorda il suo predecessore Carlo Maria Martini, "un profeta e un testimone"
Diocesi di Milano

Testo dell'omelia dell'arcivescovo di Milano card. Angelo Scola in occasione del quarto anniversrio della scomparsa del cardinale Carlo Maria Martini.
1. Giovanni, un testimone e un profeta
«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che portano vesti sontuose e vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re. Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta» (Vangelo, Lc 7, 24-26).
Per tre volte Gesù ripete insistentemente la domanda: che cosa siete andati a vedere? Insiste su questo verbo concreto. Non chiede che dottori avete ascoltato, che cosa avete imparato… Ma: che cosa avete visto, chi avete incontrato? 
All’uomo, tanto più all’uomo di oggi – come acutamente ricordava già Paolo VI –, non basta ascoltare parole anche sapienti, egli ha sete di incontrare testimoni.
Quindi, parlando di Giovanni alle folle, Gesù ne sottolinea la singolarità della statura di testimone e di profeta (uno che, esponendosi e pagando di persona, fa brillare la verità) e apre al futuro.
Non possiamo non riconoscere, nel richiamo al tema della testimonianza e della profezia del Vangelo di oggi, una provvidenziale assonanza con il magistero e con l’azione pastorale del Cardinal Martini che oggi ricordiamo a quattro anni del dies natalis.
2. I tratti della carità
In particolare, in quest’Anno Santo che papa Francesco ha voluto dedicare alla misericordia di Dio, ho visto emergere questi tratti nella celebre Lettera pastorale Farsi prossimo. Essi possiedono un carattere di attualità sia a livello ecclesiale, soprattutto per la nostra Chiesa, sia a livello civile, soprattutto per la metropoli di Milano e per le terre ambrosiane, ed infondono energia ed indirizzi per attraversare, carichi di speranza, la fase di travaglio che stiamo vivendo. Fase che presenta qualche analogia con la Lettura sulle vicende dei Maccabei che abbiamo ascoltato.
Afferma il Cardinal Martini: «La carità è un dono che dobbiamo implorare con umile fiducia, ma anche per insinuare che il fatto indiscutibile, che deve sferzare più fortemente la nostra inerzia, è l'immensità dell'amore di Dio». «Quando un'azione è interiormente animata dal dinamismo della carità, colui che la compie è portato a chiedersi: perché agisco così? […] Chi sono io che agisco in questo modo? Chi è il fratello a cui mi dedico? Qual è la sua più profonda dignità? Qual è il vero bene che gli debbo volere? [...] Carità e verità si cercano reciprocamente». Questo ci permette di comprendere la dimensione culturale della fede chiamata a comunicarsi attraverso la carità e le opere di misericordia. La carità infatti comporta una precisa visione dell’uomo e del senso del suo agire. E ancora, incalza il Cardinale: «Il vero valore non è la condizione povera in sé e per sé, né la lotta per venirne fuori, ma quel potenziale di amore che si può sviluppare nel viverla o nell' uscirne. Ed è la sapienza della fede, interna alla carità, che ci dice di volta in volta quando e come viverla e quando e come uscirne».
Da qui scaturisce il provocante richiamo del Cardinale Carlo Maria: «Dietro la fretta del sacerdote e del levita si nasconde una realtà più grave, cioè la paura di impegnare la propria persona» (Farsi prossimo, Lettera pastorale per l’anno pastorale 1985/86, passim). La misericordia urge in tal modo la nostra libertà all’impegno.
Ringrazio i familiari, la Fondazione Carlo Maria Martini e quanti tra il popolo dei fedeli ne mantengono viva la memoria. E lo fanno certo con tanto affetto, ma soprattutto col desiderio di immedesimarsi nella sua testimonianza di Gesù Cristo. Sono anche lieto di ricordare che il polo museale formato dal Museo diocesano e dal Chiostro di Sant’Eustorgio prenderà ufficialmente il nome del Cardinale Carlo Maria Martini. Mi preme anche citare l’uscita del secondo volume dell’Opera omnia e di un documentario sulla figura dell’Arcivescovo. 
Voglio concludere leggendovi un pensiero autobiografico del Cardinale che un fedele mi ha fatto pervenire in questi giorni. Lo affido a voi nella certezza che vi sarà di realistico conforto come lo è stato per me. 
«Signore Dio, mi hai condotto per anni con pazienza e bontà tra molte sorprese e non poche fatiche; ho vissuto giorni di festa e giorni di pianto; ho avuto tanto da fare ed è stato talvolta così spontaneo cedere alla pigrizia che ho finito per dimenticare il perché delle cose e troppo di rado ho ritrovato l’umiltà e la fede per dirti il mio grazie. Gli anni che passano mi rendono un poco più saggio e pensoso: aiutami ad amare la vita e a renderti sempre grazie per i giorni che mi regali, aiutami a non arrendermi all’amarezza che critica tutto, all’avidità che s’attacca alle cose, alla tristezza che s’affligge per nulla. 
Dammi un po’ di salute, perché possa essere ancora utile; ma dammi anche la fortezza e la pazienza, se la salute viene meno. 
Dammi una fede forte per essere fedele alla preghiera, limpido nella testimonianza, sereno nella prova, vigile nell’attesa del grande incontro con te, che vivi e regni nei secoli dei secoli...». 
Per questo, riuniti nella preghiera per il Cardinale Carlo Maria, possiamo con tutta la Chiesa domandare con speranza certa per lui al Padre, in Cristo Gesù, di «assegnare in cielo un posto di singolare splendore a coloro che in terra hai chiamato alla guida della tua Chiesa» (Prefazio).

giovedì 24 marzo 2016

Le ultime ore di Gesù. Con gli occhi di Pietro



I racconti della Passione. Viene ripubblicato in questi giorni — la prima edizione è del 1994 per i tipi della Morcelliana di Brescia — I racconti della Passione. Meditazioni (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2016, pagine 231, euro 17). Il volume raccoglie alcune riflessioni che il gesuita biblista, divenuto arcivescovo di Milano e cardinale (1927-2012), tenne in vari corsi di esercizi spirituali. Sono testi, quelli di Martini, che vanno al cuore del messaggio del Nuovo Testamento e che pongono chi legge di fronte agli eventi evangelici. Pubblichiamo ampi stralci del capitolo intitolato «La Passione di Gesù educa Pietro alla conoscenza di sé e del Signore».
(Carlo Maria Martini) Penso a un aeroplano che, dopo aver rullato lungo la pista, si accorge, alla fine, di non avere i motori abbastanza forti e la corsa abbastanza ampia per salire. Così ci sentiamo di fronte alle meditazioni sulla Passione. Diverso è guardare al Signore, soprattutto ricavandone “conoscenza di noi stessi”. Quando si tratta invece di guardare a lui per ricavare “conoscenza di lui” (e questo non si può fare senza entrare nel mistero trinitario del Padre che ci dona il Figlio, e soprattutto nel mistero della morte di Dio), ci troviamo del tutto impreparati.

Hans Urs von Balthasar è uno dei pochi teologi che ha trattato a fondo il tema della croce. Egli paragona l’entrare nella meditazione della Passione, della morte di Dio e di ciò che significa per il destino umano, a quanto Isaia descrive nella piccola apocalisse: l’entrare in un paese di morte. Von Balthasar incomincia la sua riflessione con un interrogativo fondamentale riprendendo un’espressione di Gregorio di Nazianzo: «Perché questo sangue è stato versato?». La Passione e la morte del Figlio di Dio erano veramente necessarie dopo l’Incarnazione? Su questo punto i teologi sono divisi. La Passione non è forse, come dicevano gli scotisti, subordinata allo scopo principale, l’Incarnazione, che è la glorificazione del Padre attraverso il Figlio Gesù? La Passione non è forse qualche cosa di accidentale, di aggiunto?
Poiché è difficile entrare nella meditazione sulla Croce, ci lasciamo guidare da qualcuno che ci aiuta a esplorare alcuni aspetti del mistero. Vi propongo di contemplare come Pietro ha vissuto la Passione di Gesù o come la Passione educa Pietro alla conoscenza di sé e di Gesù. Non è ancora la contemplazione diretta del mistero, ma è un modo di arrivarci per gradi, attraverso le difficoltà che Pietro stesso ha vissuto. Chiediamogli di farci percorrere il suo cammino, di cogliere la sua esperienza drammatica.
Partendo dalle parole del Vangelo, cercheremo di ricostruire nella preghiera il suo atteggiamento. In fondo Pietro è ciascuno di noi, è l’uomo che per la prima volta viene abbagliato dal fatto inconcepibile della Passione e ne viene colpito nella carne, perché si accorge che si riflette su di lui. Leggeremo da Matteo, 14, 28 (Pietro sulle acque) a Matteo, 26, 75 (il pianto finale): dalla prima presunzione, cambiatasi in paura e presto risanata, allo scoppiare in pianto di Pietro, che rivela il venire meno, di fronte al Cristo sofferente, di tutte le sue sicurezze, di tutto ciò che egli aveva pensato di sé e di Gesù.
Cominciamo da Matteo, 14, 28. Vedendo Gesù che, come un fantasma, viene incontro alla barca sul mare e dice: «Coraggio, non abbiate paura!», Pietro risponde: «Signore, se sei tu, comanda che io venga a te sulle acque». È una parola forte, perché “camminare sulle acque” è proprio di Yhwh, è una caratteristica di Dio nell’Antico testamento. Pietro è molto ardito: chiedere di fare ciò che fa Gesù, è partecipare alla forza di Dio. Ciò tuttavia corrisponde al sogno di Pietro: seguendo Gesù siamo stati investiti della sua forza; non ci ha forse comunicato i suoi poteri di cacciare i demoni e guarire i malati? Dunque entriamo in questa comunicazione di potenza con fede, con amore, con generosità; partecipiamo alla forza di Dio. Gesù acconsente. «E Gesù disse: “Vieni”. Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma per la violenza del vento, si impaurì e cominciando ad affondare gridò: “Signore, salvami!” Subito Gesù stese la mano, lo afferrò e gli disse: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”».
Pietro vuol partecipare alla potenza di Gesù, però non si conosce e non sa che questa partecipazione significa anche “condividere le prove” di Gesù, lasciarsi sconvolgere dal vento e dalle acque. Non aveva pensato a tanto, immaginava un gioco più facile e allora, sconvolto, grida.
Il grido rivela il fatto che Pietro “non conosceva se stesso”, presumeva di sé, si riteneva ormai capace di qualunque cosa. E “non conosceva Gesù”, perché a un certo punto non si è più fidato di lui, non ha capito che è il Salvatore e che in mezzo alla potenza dell’uragano, là dove la sua debolezza si manifestava, Gesù era lì per salvarlo. Questa è per Pietro la prima esperienza della Passione; un’esperienza non riuscita, chiusa, appena iniziale, dalla quale, come accade anche a noi, non impara molto.
Veniamo ora alle ultime battute del dramma di Pietro che abbiamo visto così poco preparato. Mentre Gesù si avvia con gli apostoli verso il Monte degli ulivi, esclama: «Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia in questa notte. Sta scritto infatti: percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge». È un’indicazione che fa capire tutta la debolezza degli apostoli: siete come pecore; se non c’è il pastore, non potete fare nulla.
«“Ma dopo la mia risurrezione vi precederò in Galilea”. E Pietro gli disse: “Anche se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai”. Gli disse Gesù: “In verità ti dico, questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. E Pietro gli rispose: “Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò”. Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli». Dobbiamo dare atto a Pietro della sua onestà e della sua straordinaria generosità; davvero parla credendo di conoscere pienamente se stesso, e con tutto il cuore. Ha appena ricevuto l’Eucaristia, sa che Gesù è in pericolo, non possiamo pensare che parli con leggerezza; le sue parole sono tra l’altro molto belle: «Se dovessi morire con te». Quel “con te” è essenziale nella vita cristiana.
Si direbbe che Pietro abbia ormai capito il senso dell’unica moneta per due: sono con te, Signore, nella vita e nella morte. Quante volte anche noi l’abbiamo ripetuto. Pietro pronuncia una parola esattissima, sincera, però Gesù non ha detto «mi rinnegherete» ma «vi scandalizzerete»; secondo l’espressione biblica: «troverete una pietra imprevista». Lo scandalo è un ostacolo imprevisto che fa da trappola.
Per i discepoli sarà l’“imprevisto scarto” tra l’idea che avevano di Dio e quella che si rivelerà nella notte. Il Dio di Israele, il grande, il potente, il vincitore dei nemici, il Dio che non abbandonerà mai Gesù, è l’idea di Dio che hanno imparato dall’Antico testamento. Gesù li avverte che non sapranno mai resistere allo scarto tra ciò che pensano e ciò che si verificherà.
Pietro non accetta per sé l’ammonimento, crede di conoscere il Signore pienamente; ha accettato il rimprovero precedente, ha capito che deve affidarsi sempre a Gesù, quindi va fino in fondo, o almeno cerca di andarci: «Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò».
Non è soltanto presunzione di conoscersi, ma è un errore. Egli crede di avere l’idea giusta di Dio, mentre non l’ha, perché nessuno ha la vera idea di Dio se non ha conosciuto il Crocifisso; parla sì di morte, però da ciò che segue sembra che intenda la morte eroica, la morte del martire, gloriosa: morire con la spada in pugno, come i maccabei, come gli eroi dell’Antico testamento; morire gridando contro i nemici la verità di Dio, e l’ingiustizia e la vergogna di chi ha tentato di assalire il suo popolo. Pietro arriva fin qui, ma non accetta di morire umiliato, in silenzio, oggetto della pubblica vergogna.
Leggiamo dal brano seguente (Matteo, 26, 37-56): «Gesù lo prese con sé con i due figli di Zebedeo e cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”. E avanzatosi un poco, si prostrava e pregava: “Padre mio, se è possibile passi questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”. Poi tornò dai discepoli che dormivano e disse a Pietro “Così non siete riusciti a vegliare un’ora sola con me?”».
Sembra impossibile che Pietro avesse tanto sonno dopo avvenimenti così eccitanti come quelli della sera, dopo l’Eucaristia, dopo le parole del Maestro. Avrà sentito, come tutti, che in città si correva, si tramava, c’erano voci e raduni. Nessuno di noi si abbandona al sonno in tali occasioni; piuttosto siamo presi dal nervosismo e non riusciamo a dormire.
Nel sonno di Pietro c’è probabilmente il “disgusto psicologico” di una condizione inaccettabile come quella di Gesù nell’orto. Poco prima aveva detto: morirò con te, andremo insieme a una morte eroica, cantando contro il nemico; invece Gesù ha paura e fa lo sbaglio di rivelarsi, di mostrare la sua verità che gli altri non sono preparati a ricevere. Comincia così lo scandalo di fronte a un uomo che ha paura, che si spaventa. Da ciò lo smarrimento e la voglia di non pensarci, come capita a tutti noi per certe sofferenze di amici, di persone care, che non abbiamo la forza di condividere. Allora agisce nella psiche una potentissima forza di obliterazione, l’accasciarsi di chi non sa più che cosa fare.
È bastato a Pietro che Gesù si rivelasse “vero” e non fosse una volta tanto il Maestro a cui si appoggiavano, quello che aveva sempre la parola giusta, bensì un uomo come gli altri, un amico da consolare, per cominciare a scandalizzarsi e non capire; «gli occhi appesantiti», dice il Vangelo: l’espressione richiama uno stato di accecamento interiore, di confusione mentale che grava nello spirito e lo rende pesante, torbido, offuscato.
Gesù deve pregare da solo e ogni volta che risveglia i discepoli provoca uno choc. Vedono la faccia di lui spaventata e angosciata, e comincia ad affiorare il dubbio: è veramente il Messia? Come può Dio manifestarsi in un uomo così povero? Gesù che si umilia, che diventa uno straccio, che cammina barcollando, li sconvolge sempre di più, sgretola il loro castello di forze mentali, la loro idea di come Dio si deve manifestare e deve salvare un uomo che gli è fedele, che è il suo Cristo.
Il tentennare interiore di Pietro arriva al crollo quando «Giuda, uno dei Dodici, con grande folla, spade e bastoni», si avvicina a Gesù e lo bacia. Gesù non reagisce, dice soltanto: «Amico, per questo sei qui!». Poi viene arrestato: «Misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco uno di quelli che erano con Gesù, messa la mano alla spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio». Pietro fa insomma l’ultimo tentativo per morire da eroe. Di fronte alla moltitudine della gente il suo è indubbiamente un atto disperato, però coraggioso. L’ultimo colpo alla sua troppo meschina sicurezza, che ha cercato ancora una rivincita, è la parola di Gesù: «Metti la spada nel fodero». Gesù “sconfessa pubblicamente Pietro” che non capisce più niente e si domanda perché il Signore li ha chiamati a seguirlo, se proprio voleva morire.
Pietro è confuso anche “nella sua identità”: non sa più chi è, cosa deve fare, qual è il suo compito nel Regno, non sa chi è questo Gesù che viene abbandonato da Dio. Tutto si agita nell’animo di Pietro che, però, ama profondamente il suo Maestro e quindi, come si dice subito dopo, «lo segue da lontano». Non osa seguirlo da vicino, perché ormai non sa più che cosa deve fare, ma non può non seguirlo.
È un “uomo diviso”, che è stato afferrato da Cristo e insieme sente di volerlo respingere; seguirlo “da lontano” è il “compromesso”, che diventa palese per tutti nella scena del triplice rinnegamento, testimonianza pubblica dello smarrimento di Pietro. Non sapendo “chi è lui” e “chi è Gesù” Pietro dà delle risposte che paradossalmente sono vere. «Una serva gli si avvicinò e disse: “Anche tu eri con Gesù il Galileo”. Egli negò davanti a tutti: “Non capisco che cosa tu voglia dire”».
Un atto di vigliaccheria, che non nasce da paura pura (Pietro era pronto a morire), bensì da smarrimento totale. Alla seconda domanda: «“Costui era con Gesù il Nazareno”, negò: “Non conosco quell’uomo”». L’evangelista sembra giocare sul sottinteso: veramente non conosco più chi sia, è un enigma anche per me. «Subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù: “Prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”. E uscito all’aperto, pianse amaramente».
L’evangelista è estremamente sobrio. Il canto del gallo sembra cogliere un uomo ancora confuso, poi il ricordo delle parole di Gesù e quindi, gradualmente, la percezione: «Gesù aveva voluto veramente questi fatti e, se corrispondono al suo piano, corrispondono anche al piano di Dio. Allora non ho colto nulla del piano di Dio, sono stato un cieco per tutta la vita, ho vissuto con un uomo per tanto tempo senza capirlo».
Luca dice: «Gesù passò e lo guardò» (22, 61). Nasce la conoscenza di Gesù e di sé, finalmente si spezza il velo e Pietro comincia a intravedere tra le lacrime che Dio si rivela nel Cristo schiaffeggiato, insultato, rinnegato da lui e che per lui va a morire. Pietro, che avrebbe voluto morire per Gesù, adesso comprende: il mio posto è lasciare che egli muoia per me, che sia più buono, più grande di me. Volevo fare più di lui, volevo precederlo, invece è lui che va a morire per me che sono un verme, che per tutta la vita non sono riuscito a capire che cosa voleva; egli mi offre la sua vita che io ho respinto. Pietro entra, attraverso questa lacerazione, questa umiliazione vergognosa, nella conoscenza del mistero di Dio.
L'Osservatore Romano

sabato 20 febbraio 2016

IL NICHILISMO EMPIO DI UMBERTO ECO (CHE ORA DIO L'ACCOLGA IN CIELO)

Quando padre Sommavilla smascherò il nichilismo empio di Umberto Eco (che ora Dio l'accolga in Cielo)

da "Il Timone"
«L’allegro nominalismo nichilistico di Umberto Eco», di Guido Sommavilla SI (da La Civiltà Cattolica, 19 settembre 1981)

Ci riferiamo all'allegro nominalismo nichilistico che però Umberto Eco molto seriamente sostiene o, meglio, insinua nel suo recente romanzo Il nome della rosa, ora vincitore del Premio Strega 1981. Che noi sappiamo, la critica finora ha avvertito in questo libro il nominalismo, ma non che esso è esattamente nichilistico e tuttavia allegro e perché, né tantomeno a visto che questa era la fondamentale intentio operis et operantis
Eppure tutta l'idea era dogmaticamente scandita in latino in un esametro che fa da ultima riga nell'ultima pagina del romanzo: Stat rosa pristina nomine, nuda nomina tenemus. Non abbiamo che i nudi nomi, cioè che le nude parole, le quali non dicono nulla tranne se stesse, non significano nessuna verità. È o, meglio, era la tesi radicale dello strutturalismo francese. Un nudo nome è dunque e soprattutto quello della rosa a cui spetta il primo dei nomi, cioè Dio, che è dunque lo stesso nome del nulla. La rosa del titolo è dunque Dio e il suo senso è il nulla. Se non abbiamo con questo azzeccato il senso del titolo, abbiamo certamente, ci pare, azzeccato il senso del libro, dove nella stessa ultima pagina sopracitata, 10 righe sopra l'esametro, si era sentenziato, questa volta in tedesco: Gott ist ein lautes nichts («Dio è un puro nulla»: nel senso di caos primordiale e finale).
Trama interna ed esterna
Se così è (e lo proveremo), allora non è esattamente vero che l'autore abbia scritto questo libro «per puro amore di scrittura». Vero è che tutto l'amore dell'Autore, come almeno qui risulta, è che tutto non sia che scrittura, che tutte le verità non siano che vuote parole, ma con una eccezione, la sua, la verità che tutta la verità non sia che un nudo nome. Per questa verità egli lotta, dicevamo, molto seriamente e per tutto il libro e con tutte le sue parole. Che si suppongono quindi in questo senso non una pura e vuota scrittura. 
Ecco molto in breve la trama esterna. Mentre Ludovico il Bavaro è in Italia e il Papa ad Avignone, fra Guglielmo, un francescano inglese omonimo di Guglielmo di Occam, pure inglese e francescano e filosofo nominalista (e partigiano dell'Imperatore), si trova a inquisire in una abbazia benedettina italiana tra Appennino e Alpi marittime su certi orrendi fatti. In una settimana sette frati vengono trovati uno per notte uccisi in circostanze misteriose, che però hanno tutte un riferimento alla grande biblioteca del monastero. Questa è una vera fortezza- labirinto, fatta apposta, si direbbe, per scoraggiare il sapere invece che promuoverlo. Vigila su di essa la tetra figura di un monaco tedesco: Iorge (da würgen= strozzare?). Mortali vendette a spirale tra omosessuali o mortali contese di potere? Guglielmo scopre alla fine che era fin peggio: una mortale contesa circa un libro proibitissimo, protetto sopra ogni altro da segreti, divieti, trappole e da un veleno micidiale incollato sulle pagine. Chi, mosso da perversa curiosità, lo toccava, moriva. Che libro? Nientemeno che il presunto libro secondo della Poetica di Aristotele nell'unica copia esistente, dove il filosofo trattava, dopo la tragedia, la commedia ossia l'ironia. 
Vedremo più avanti le ragioni della sua estrema pericolosità. Prima occorre sapere della trama interna, ideologica, che attraversa quella esterna. L'intero romanzo si offre infatti ad essere fondamentalmente interpretato come una deriva di riduzioni, mediante identificazione, del valore o senso superiore all'inferiore o del supremo all'infimo e nullo o del diverso all'identico, dove l'identico è ogni volta l'inferiore o infimo o nullo. Si tratta ogni volta, naturalmente, di alti e di bassi presunti, quanto a valore, nella valutazione di chi scrive. I due antagonisti massimi, poi, della romanzesca vicenda, appunto Guglielmo e Iorge, sono interpretabili a massima profondità come, rispettivamente, colui che avalla e colui che frena una simile deriva. Ma ecco anzitutto alcuni esempi emblematici e di progressiva intensità in questo riduzionismo. 
Il tema attacca durante un dialogo tra Guglielmo e Ubertino da Casale la nell'abazia: «Quello che volevo dire è che c'è poca differenza tra l'ardore dei serafini e l'ardore di Lucifero, perché nascono sempre da un'accensione estrema della volontà […] temo di non sapere più distinguere, Ubertino». E Guglielmo cita a sostegno di questa sua «paura» un brano di Angela da Foligno, dove una sua mistica esperienza di amore con Cristo viene descritta con terminologia erotica. Ubertino, che è uno «spirituale», reagisce con sdegno: «Non è la stessa cosa, c'è un salto immenso». Due pagine dopo sempre Guglielmo insinua che l'identificazione è, più precisamente, riduzione (freudiana) delle passioni anche più nobili e sante, come l'adorazione e l'umiltà,a «lussuria», a quella stessa a cui si riducono in fondo in fondo anche la superbia e la rivolta. Chi leggerà con attenzione questo tema troverà che un filo unico unisce queste prime sue formulazioni con certe ultime, per esempio: «La radice […] dei peccati è la radice stessa della santità». Troverà che questa «radice» è ancora e sempre quell'«ardore», quell’«accensione della volontà» o quella «lussuria» di cui aveva detto Guglielmo, dove il significato di volontà non è evidentemente più quello classico di facoltà della libertà iscritta nell'intelligenza della verità, ma è quello di istinto vitale cieco in senso moderno schopenhaueriano-nietzscheano-freudiano, di cui il desiderio erotico-sessuale è il punto focale massimo (Schopenhauer) o il centro radicale onnicomprensivo (Freud), o la egualmente cieca volontà di potenza che viene prima dell'intelligenza e la determina (Nietzsche). Ed è già per il Guglielmo di Eco quello che sarà per tutti costoro: la sola fondamentale realtà dell'uomo, della quale tutto il resto (intelligenza, spirito, virtù, arte, ecc.) non è che l'alone, l'epifenomeno, il mito, non più realtà ma irrealtà e illusione.
Tutta la massa interna del romanzo conferma questa interpretazione nella linea di un riduzionismo sempre più totale dall'alto al basso mediante identificazione o eliminazione di tutte le differenze. Nessuna differenza viene stabilita, per esempio, tra «eretici» e «cardinali», che sono due «perversioni» uguali e contrarie; e nessuna tra «eresia» e «ortodossia», di cui pure fra Guglielmo non vede più la differenza. Si intende, non nel senso che entrambe sono o vere o false, ma nel senso che la verità in genere non esiste, «non è da nessuna parte». Anche verità e falsità, dunque, si identificano in un medium che le cancella entrambe. 
Ma più avanti sembra invece che la verità si trovi dalla parte degli eretici, identificati con gli esclusi di ogni tempo, a loro volta identificati con i «poveri» e i «semplici» di ogni tempo, che sarebbero da sempre gli «esclusi» dai «poteri». Ora i poveri e i semplici hanno «ragione [dunque hanno la verità] perché posseggono l'intuizione dell'individuale», che esclude ogni universale, come insegnava Occam. Peccato però che lo si dica così universalmente di tanti e come criterio universale di verità e dopo che si è detto che non c'è verità. 
Guglielmo è accompagnato la nell'abbazia da un giovane novizio benedettino tedesco di nome Adso, che gli fa da segretario. È lui il finto narratore di tutta la vicenda. Sarà via via sempre più conquistato dal riduzionismo radicale di Guglielmo. Ne fa anzi a un certo punto l'esperienza: sperimenterà cioè personalmente l'identità tra l'esperienza mistica di Angela da Foligno e quella erotico-sessuale che egli si prende una notte con una puttanella che i monaci, non contenti della loro omosessualità, avevano introdotto furtivamente in biblioteca.
Una riduzione identificazione più vistosa e universale si ha alla fine: quella tra Dio e il caos primordiale (del possibile: presunto concetto occamistico di Dio), a cui aderisce Guglielmo, e quella, che è però la stessa, a cui aderisce proprio nell'ultima pagina Adso: tra Dio e il nulla, già sopra riferita. Si intende il nulla di noi tutti singolarmente presi, di tutti i nostri io distinti, e di tutte le differenze della realtà, tutte cose destinate a disfarsi alla fine nell'unico, indifferenziato Dio-caos primordiale e finale. Allo stesso modo che tutta l'abbazia, uomini, animali, reparti, libri, sarà ridotta alla fine in cenere da un incendio apocalittico sviluppatosi da un libro che prende fuoco. E allo stesso modo che già Adso aveva profeticamente previsto in un suo sogno, dove aveva visto confondersi e rovesciarsi oscenamente l'una nell'altra le cose, i simboli e le persone più sante e più perverse e, per esempio, Cristo con Giuda e viceversa.
Due verità a sfida
Ma l'identificazione-riduzione più impressionante tentata (ma forse non riuscita) in questo libro è quella che lo stesso Adso intuisce per un lampo e «con un brivido»: tra Guglielmo e Iorge, i due antagonisti massimi là nell'abazia, che, ormai riconosciutisi a vicenda per tali, si sfidano mortalmente, ma guidati e istigati dalla stessa ambizione di fondo (dalla stessa «lussuria»: vedi sopra) a sopraffarsi a vicenda, l'uno per impadronirsi del libro di cui sopra, al fine di liberarne la verità, e l'altro per nasconderlo o, al limite, distruggerlo col fuoco, allo scopo di soffocarla. All'acme di un diverbio, il dialogo culminante di tutto il romanzo e decisivo dei suoi significati, essi si accusano a vicenda di essere «il diavolo». 
Vale la pena analizzare un po' i termini di queste due «diavolerie» in contesa mortale. Nel dialogo di cui si tratta Iorge spiega perché il trattato aristotelico sulla commedia o ironia è pericoloso al punto da dover essere tenuto segreto a tutti i costi, non escluso il delitto. Perché in esso l'ironia vi era approfondita a tal punto fino ai principi da insegnare a ridere per principio di tutto, anche delle cose più venerabili, sante e terribili, quali la «santità», il «peccato», l'«Incarnazione», così che sarebbe stato allora possibile anche peccare senza paura. Il libro avrebbe insegnato a riconoscere la sostanza ridicola di tutta la realtà, a confondere i valori più alti con i più bassi, e dunque a ridere dei primi come dei secondi, anzi addirittura «a tentare di redimere con diabolico rovesciamento l'alto attraverso l'accettazione delle più basso». Avrebbe insegnato, ad esempio, che tutto non è, in fondo e in realtà, che lussuria, istinto erotico-sessuale di vita, identico all'istinto di morte (come insegna Freud), ennesima identificazione riduzione. Era insomma una Aristotele, tutto romanzesco evidentemente, che aveva già intravisto la «verità» nominalistico-nichilistica di Umberto Eco, la verità che non esiste nulla di serio.
Precisamente questa era anche la «verità» che Guglielmo cercava, che già in fondo sapeva. Era davvero una «diavoleria» per Iorge. Una «diavoleria» erano invece per Guglielmo la contro verità di Jorge che le sue contro misure a impedire la diffusione dell'altra. Per Guglielmo «il diavolo e la fede senza sorriso la verità che non viene mai presa in dubbio […] verità che ha il sapore della morte […] la tetraggine».
Evidentemente un «romanzo» strutturato in modo da culminare in simili contrapposizioni, dove è chiara la scelta dell'una posizione contro l'altra, non è stato scritto «per puro amore di scrittura». Esso mira evidentemente a una «verità» contro un'altra «verità», dove la prima è allegramente avallata per vera e la seconda rabbiosamente denunciata per falsa, tenebrosa, disumana. La falsa verità di Iorge è poi evidentemente supposta come quella dell'inquisizione ecclesiastica e in genere della Chiesa cattolica. La vera verità di Guglielmo-Eco è non meno evidentemente quella di una inquisizione «illuministica» e poi inoltre «nominalistica», protesa ad abbattere la prima con l'abbattimento di ogni possibile verità, con il dogma deinuda nomina.
Ma che cosa possono mai abbattere dei nudi nomi? Se poi la verità è che tutto è da ridere, è da ridere (direbbe proprio Aristotele) anche la teoria che afferma che tutto è da ridere, tutta da ridere dunque anche l'idea centrale di questo libro. È dunque ridicolo sostenere che tutto è ridicolo. Sarebbe ridicola allora anche per esempio l'intelligenza (magari di Eco) o la scienza, che pure questo nominalismo riduce a dei puri giochi tra parole. E sarebbe allora ridicolo anche il dolore, l'ingiustizia e tanti tragici errori, magari pure dell'inquisizione ecclesiastica.
Ma l’équipe di Bennassar ha dimostrato che perfino l'inquisizione ecclesiastica spagnola è stata per i suoi tempi, a confronto dei tribunali «secolari», un tribunale modello per «serenità» e «discernimento». Neppure la peggiore delle inquisizioni è stata dunque come Eco qui ce la dipinge, come gli piacerebbe fosse stata.
Se c'è uno che non prende mai in dubbio la sua verità è l'Autore di Il nome della rosa nel suo dogmatico assoluto nominalismo e ateismo. Una «tetraggine», una «verità dal sapore di morte», è semmai, di nuovo, questa sua dei nudi nomi, della totale non verità e del nulla nichilistico, alla fine, di tutti noi e di tutte le differenze nel Dio-caos. È poi falso che la verità cattolica sia che tutto è da piangere o che tutto è mortalmente serio: essa distingue benissimo tra più o meno serio e faceto, come distingue tra tante altre cose, scale di valori e disvalori, ragioni di dolore e di gioia (flere cum flentibus, gaudere cum gaudentibus), che invece l'altra «verità» non sa più distinguere nel suo grigio anzi nero e banale riduzionismo.
Un'ultima curiosità. Perché francescano questo Eco dell'uscente Medioevo? Evidentemente perché erano francescani anche gli inglesi Occam e Ruggero Bacone, suoi maestri e supposti antesignani dell'età moderna. Guglielmo simpatizza con i movimenti francescani deviazionisti, è sottilmente ribelle al Papa e parteggia per l'Imperatore (per il potere laico sull’ecclesiastico). Ma la vera ragione originaria della scelta è san Francesco stesso come Eco se lo concepisce. Il «giullare di Dio» pure insegnava a ridere, e rideva, di tutto, e anticipava così a meraviglia l'idea che non c'è niente di serio al mondo. Era l'ispirazione originaria del Poverello. 
Solo che poi egli stesso la tradita o gliel'hanno fatta tradire: quando accettò di rientrare sotto l'ombra del Potere, lasciandosi approvare la regola dal Papa. Come a dire che invece del buffone che era destinato a diventare ha accettato di diventare un santo. Ma con la sua vile «inclusione» sotto il Potere egli ha escluso gli esclusi, cioè i poveri e i semplici. Che è un altro lampante falso storico, tra i tanti di questo libro: tutto costruito a specchi deformanti in serie sistematica e tattica strisciante, a discredito e derisione (anche se fa poi ridere così poco) di tutti i valori della Chiesa, della religione, dell'etica, della civiltà e della vita.

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Carlo Maria Martini - Umberto Eco:  In cosa crede chi non crede? 
 gruppofamiglie.sitiwebs.com 

(NdR. A inizio 1995 la rivista "Liberal" aveva proposto al Cardinal Martini e a Umberto Eco di aprire un dialogo. Nel 1996, la casa editrice Bompiani aveva poi riportato le lettere che i due si erano scambiati in un libro intitolato "In cosa crede chi non crede?" e reperibile su internet.)  
Caro Carlo Maria Martini, non mi ritenga irrispettoso se mi rivolgo a Lei chiamandola per il nome che porta, e senza riferimenti alla  veste  che  indossa.  Lo  intenda  come  un  atto  dì  omaggio  e  di  prudenza.  Di  omaggio,  perché  sono  sempre  stato  colpito  dal  modo  in  cui  i  francesi,  quando  intervistano  uno  scrittore,  un  artista,  una  personalità politica,  evitano di usare  appellativi  riduttivi, come professore, eminenza o ministro. Ci   sono  persone  il  cui  capitale  intellettuale  è  dato  dal  nome  con  cui  firmano  le proprie idee. E così i francesi si  rivolgono a qualcuno per cui il nome è il titolo ma ggiore, con  «dites-moi,  Jacques Maritain»,  «dites-moi,  Claude  Lévi-Strauss». 

sabato 19 dicembre 2015

Martini, lettera ai cristiani perseguitati



di Carlo Maria Martini
Scrivendo in occasione del Natale alle comunità cattoliche della Terra Santa, sia di lingua ebraica come di lingua araba (ma avendo in mente anche tutti gli uomini e le donne delle diverse confessioni cristiane, delle diverse religioni e tutti coloro che cercano un senso serio della vita), viene subito alla mente l’augurio biblico, fatto poi proprio anche da san Francesco d’Assisi: il Signore vi dia pace. Infatti si tratta di comunità che hanno molto sofferto, soffrono molto e vivono in mezzo a popoli gravati da grandi sofferenze. E le notizie quotidiane che giungono dal Medio Oriente non fanno che mostrare un crescendo drammatico di situazioni disperate, come senza via di uscita. 


Ogni sofferenza suscita naturalmente il lamento, la rabbia, la recriminazione, il risentimento, la ricerca dei colpevoli, fuori e anche dentro la comunità, la voglia di vendetta. Non per niente molte pagine della Bibbia sono piene di espressioni come: «Fino a quando, o Dio, continuerai a dimenticarci? Non sarai tu più benevolo con noi? Fino a quando ci calpesterà l’avversario, ci opprimerà il nemico? Come la fiamma che brucia il bosco e come il fuoco che divora i monti, così tu inseguili con la tua bufera e sconvolgili con il tuo uragano…». Sono lamenti per le sofferenze imposte dall’esterno, per la violenza che regna all’interno, sono desideri che finalmente «si mettano le cose a posto», sono scoppi d’ira per il fatto che anche dentro la comunità e i gruppi si ha l’impressione che «ciascuno cerchi il proprio interesse». Così agli episodi di povertà e di deprivazione si aggiungono quelli di corruzione e sfruttamento della condizione dei poveri.


Ma un lamento senza fine e senza sbocco non corrisponderebbe alla vocazione cristiana e ci renderebbe afflitti «come gli altri uomini, che non hanno speranza» (1Ts 4,13) e alla fine ci trascinerebbe in un vortice cieco di rappresaglie. «Se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità» (Fil 2,1), se c’è una via propria che viene dal Vangelo, noi siamo in obbligo di esprimerla e di mostrarla ad altri.


Per dire parole di autentica consolazione, incoraggiamento e conforto in tale situazione, sarà importante prima di tutto eliminare ogni ragionamento, anche legittimo, su chi soffra o abbia sofferto di più o di meno, evitando di presentare in prima istanza il conto dei tanti torti ricevuti e delle sacrosante ragioni che militano dalla nostra parte. Ciò è già stato minuziosamente elencato per decenni e per secoli e non è qui che la comunità cristiana potrà dare il suo contributo specifico.
La sofferenza purtroppo accomuna tutti, e quando io soffro devo sentire anzitutto il desiderio di capire che cosa soffra o possa soffrire l’altro che si trova in una situazione analoga alla mia. Il dialogo paziente e umile, fatto di ascolto reciproco e di tentativo di comprensione delle sofferenze dell’altro ha già portato nelle nostre terre, come anche in altri paesi devastati dalla violenza e dalle vendette, molti buoni frutti. Un po’ più di fiducia nell’umanità dell’altro, soprattutto se sofferente, non può dare che validi risultati ed è già stato invocato autorevolmente da tante parti.


Se c’è questo desiderio di capire l’altro e di considerarlo come una persona umana che può soffrire al pari di me, anche se per il momento lo vedo piuttosto come la causa ingiusta delle mie sofferenze, allora su una simile situazione possono cadere delle forti parole bibliche: consolazione, grazia, riparazione, solidarietà.


Consolazione
San Paolo ai Romani dichiara apertamente che non c’è paragone tra le sofferenze che sopportiamo qui e la gloria che ci attende. Parimenti san Pietro nella prima Lettera ci ricorda che noi cristiani, pur se afflitti da varie prove, abbiamo una speranza più grande che riempie il cuore di gioia. Nella seconda Lettera ai Corinti ci viene richiamato che il Dio di ogni consolazione ci consola in ogni nostra tribolazione (qualunque essa sia), affinché anche noi possiamo consolare coloro che si trovano in una simile tribolazione.


La consolazione che lo Spirito Santo promette non è fatta semplicemente di parole buone, ma è un allargamento della mente e del cuore che permette di comprendere la propria situazione dolorosa in un quadro ancora più grande, che abbraccia le nostre regioni e il mondo intero e che viene descritta come un gemito doloroso di tutta la creazione. Così ciascuno è portato a pensare più alle sofferenze dell’altro che alle proprie, più a quelle comuni che a quelle private, e a preoccuparsi di fare qualcosa perché l’altro o gli altri comprendano che le loro sofferenze sono capite e accolte e che si desidera, per quanto è possibile, porre fine ad esse.


Grazia
Ancora nella sua prima Lettera, san Pietro non esita a dire che la situazione delle comunità a cui scrive, comunità piuttosto povere, emarginate, che non contavano molto nella società di allora ed erano persino un po’ perseguitate, si rivela di fatto come "grazia". È una grazia poter partecipare alle sofferenze di Cristo, anche senza averne dato motivo. È una grazia potersi unire all’azione con cui Gesù prende su di sé i nostri peccati e li vince. Le comunità cattoliche, ispirate dal Vangelo, sono chiamate anzitutto a riconoscere la forza potente che promana dalla loro sofferenza accettata con amore. Questa sofferenza può cambiare il cuore dell’altro e il cuore del mondo. Tali comunità, anche se piccole, povere, senza potere, sono di fatto uno strumento di dialogo e di pace in un mondo lacerato da disordini e portano una ventata di aria nuova in una serie di violenze senza fine.
Riparazione
Quando ci si rende conto davvero delle sofferenze dell’altro dimenticando un po’ le proprie, si può comprendere meglio anche il suo punto di vista e cercare insieme che cosa può riparare il male fatto. Spesso il male sarà in qualche modo irreparabile (la morte di una persona cara): ma anche qui l’esperienza mostra che anche il semplice stare vicini e vivere insieme una sofferenza grande e comune agisce come da balsamo sulle ferite anche più gravi e dispone a pensieri e opere di riparazione e di pace. Ne nasce un dialogo anzitutto familiare e fraterno, che potrà con il tempo e con la grazia dello Spirito trasformarsi anche in dialogo a livello più ampio, culturale, sociale e anche politico.


Solidarietà
Un tale dialogo ispirerà gesti di amicizia e di buona volontà, che vanno dai gesti semplici e quotidiani, già da tanto tempo compiuti nelle vostre regioni da molta gente umile, come quello di trattare con riguardo tutte le persone in qualunque situazione si trovino e far sentire loro benevolenza e bontà, sino al rispetto della dignità umana ad ogni costo, che trova vie di uscita anche in situazioni di grave conflittualità. Questo rispetto e amore per l’altro porta anche a comprendere che il bene della pace e della riconciliazione è così grande che è interesse di tutti fare, per ottenerlo, anche qualche sacrificio.


Come scriveva il grande papa Giovanni Paolo II, «non c’è pace senza giustizia» e quindi occorre che in ogni cosa anzitutto si stabiliscano i diritti e i doveri di ciascuno. Ma aggiungeva: «Non c’è giustizia senza perdono». Non è quindi possibile arrivare a una qualche intesa senza la rinuncia a qualcosa a cui si avrebbe teoricamente diritto ma che si mette in gioco per ottenere un bene più grande, cioè il bene della riconciliazione e della pace.


Di qui possono nascere e svilupparsi tante opere di solidarietà, nella linea di quelle che già esistono ampiamente nelle vostre regioni sia all’interno delle chiese sia da parte della Chiesa universale come da parte dei governi e di istanze non governative. Allora il canto di Betlemme che risuona in questi giorni - Pace in terra agli uomini che Dio ama - assume tutta la sua pregnanza e produce fin da ora quei frutti che esso è destinato a portare in pienezza nella vita eterna. Che questo Natale segni un termine e un sollievo per tante sofferenze e dia a tante famiglie quel supplemento di speranza che aiuti a perseverare nel compito arduo e difficile di vivere la pace in un mondo ancora tanto lacerato e diviso.
Avvenire

martedì 20 ottobre 2015

Credenti aggrappati sull'abisso




«Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, si interrogano a vicenda, si rimandano continuamente interrogazioni pungenti e inquietanti l’uno all’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa». Con queste parole Carlo Maria Martini apriva la prima «Cattedra dei non credenti», nel 1987. Iniziava così un lungo cammino di dialogo voluto dall’arcivescovo di Milano per dare la parola a non credenti, offrendo loro la possibilità di rendere ragione delle proprie convinzioni e favorendo nei credenti un atteggiamento di ascolto disponibile e pensoso. Ora la versione integrale e completa delle dodici edizioni dell’iniziativa (svoltasi a Milano dal 1987 al 2002) è stata raccolta per la prima volta con molti interventi inediti in un volume che va in libreria da giovedì col titolo Le cattedre dei non credenti (pp. 1296, euro 25) e si colloca all’interno dell’opera omnia dell’arcivescovo scomparso nel 2012, un progetto in 18 libri promosso dalla Fondazione Carlo Maria Martini in collaborazione con Bompiani. Il volume, di cui diamo qui a fianco un testo inedito del cardinale, viene presentato in anteprima oggi alle 18 presso l’Auditorium San Fedele di Milano (via Hoepli 3/b) da padre Carlo Casalone, Guido Formigoni, Salvatore Natoli e Carlo Sini. 
«L’eredità che ci ha lasciato il cardinal Martini – scrive Papa Francesco nella prefazione – è un dono prezioso. La sua vita, le sue opere e le sue parole hanno infuso speranza e sostenuto molte persone nel loro cammino di ricerca. Uomini e donne di fedi diverse, non solo in ambito cristiano, hanno trovato e continuano a trovare incoraggiamento e luce nelle sue riflessioni. Abbiamo quindi la responsabilità di valorizzare questo patrimonio, così che possa ancora oggi alimentare percorsi di crescita e suscitare un’autentica passione per la cura del mondo». 

di Carlo Maria Martini
Il nostro ciclo di incontri «Domande sulla fede» è impostato sull’interrogazione. E cerco di rispondere.
Anzitutto, mi penso come incredulo: lascio, cioè, affiorare quella parte di me che resiste, che reagisce, che non accetta. Sento infatti delle resistenze di questo genere: a me non interessa nulla della mia infanzia, è tempo passato, tempo dei sogni e dei miti, di cui non ho alcuna nostalgia, che non ha nessun significato per la mia esistenza presente. Questo discorso quindi non mi tocca, perché non mi sono mai posto né mi pongo il problema di che cosa possa avere significato un certo atteggiamento fondamentale della mia infanzia. A questa posizione se ne contrappone però un’altra: allora, non ho forse represso qualcosa in me, accontentandomi di un desiderio limitato di vivere spirito d’infanzia e di sapere? Mi accontenta il desiderio limitato di vivere e di sapere? Ecco il pro e il contro che si contrappongono in me da questo punto di vista.

Mi interrogo, poi, come credente. E avverto anche in questo caso varie reazioni. Da un certo punto di vista, posso sentirmi quasi più in pace con me stesso, perché distinguo in me, senza separare, l’impulso ad affidarmi puerile da quello autentico. Posso perciò cogliere l’uno e l’altro impulso e accettare l’uno e l’altro nella propria validità. Oppure mi sento intimorito, perché non so più capire bene se sia credulo o credente; cioè, se il mio credere è credulità oppure autentica fede; se ciò a cui mi affido è il mio impulso vitale o è l’accoglienza dell’autocomunicazione di Dio o (come diceva Pierangelo Sequeri) l’accoglienza della vita eterna. È la volontà di affidarmi che chiama la vita eterna o è la vita eterna promessa che chiama l’affidamento, che chiama per nome l’infanzia?

Finalmente, rifletto come «terzo uomo», come uomo della strada. E mi sembra che potrei dire: ma questi sono problemi di lusso, problemi a cui non c’è tempo di pensare nel vortice dell’esistenza quotidiana. Però mi sorge subito una domanda contrapposta: ogni volta che da adulto vedo un bambino e mi sento preso da nostalgia per qualcosa da cui mi sento escluso o che è irrimediabilmente perduto, non partecipo forse a questa domanda, a questa ricerca, pur senza averci mai pensato e ritenendola appunto cosa di lusso, non utile per la vita quotidiana?
Sono d’accordo con chi ha messo in luce la necessità sociale che ci spinge a coltivare in noi i due discorsi del non credente e del credente, quasi come esercizio professionale in un mondo pluralistico in cui, quando dico una cosa, devo sempre pensare: ma l’altro, come la penserà e quale risonanza avrà in lui? Vorrei però aggiungere che l’esercizio che viene proposto qui è più rischioso. È molto di più, cioè, di una necessità sociale in un mondo pluralistico; è originato veramente dal fatto che noi viviamo in parete, siamo in parete, abbiamo un baratro sotto di noi. E il credente si appoggia, perché vive in parete; quindi deve continuamente calcolare ciò che fa, cogliendo l’abisso che sta sotto di lui. Questo è, mi pare, il credente adulto, il quale si affida e continua a salire in parete, malgrado tutto, proprio perché misura completamente la realtà nella quale è immerso.

Vorrei dire di più. A mano a mano che procedo nell’esperienza abbastanza illuminante della «Cattedra», entro nella persuasione che tocca al credente adulto e maturo – che ha riconquistato anche un po’ del vero spirito di infanzia (attraverso una rinascita, come è stato detto, ma certo attraverso un vero spirito di infanzia secondo il Vangelo) – comprendere a fondo il rischio del credere e il rischio del non credere. Tocca a lui proiettare luce su abissi oscuri del negativo dell’esperienza umana, la cui negatività condurrebbe a concludere che non vale più la pena, per nessun motivo, di vivere. Credo che attraverso questo nostro esercizio noi siamo chiamati a questo servizio alle oscurità negative dell’esistenza umana.

Che cosa ho ricavato, poi, da questa terza sessione della «Cattedra»? Provo a indicare brevemente ciò che è venuto nascendo in me. Sono stato stimolato a riflettere su tre valori. Innanzitutto, sullo spirito di infanzia evangelico! Non ne avevo mai colto, come ora, l’importanza e l’ho rimuginata molto in questi giorni, ripensando a tutti i passi del Vangelo e alla loro imperatività. Gesù, infatti, non ci propone qualcosa di facoltativo, un aiuto per fare meglio, bensì un imperativo. In secondo luogo, sono stato spinto a ripensare al rapporto tra il farsi come bambini e le beatitudini evangeliche. Mi è parso di cogliere una profonda sintonia tra le parole di Gesù che, mettendo in mezzo il fanciullo, dice: «Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3), e la sua proclamazione: «Beati i poveri... beati i puri... beati i misericordiosi...» (Mt 5,1 ss.).

E ancora ho avvertito una profonda consonanza tra lo spirito d’infanzia evangelico, le Beatitudini e la descrizione che gli evangelisti danno di Maria madre di Gesù, soprattutto nel canto del Magnificat: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati» (Lc 1,46 ss). Infine, ho risentito fortemente il rapporto tra il diventare piccoli o le beatitudini e la capacità di credere, lo sgorgare della fede come dono nel cuore del credente. È ciò che lo scorso anno abbiamo chiamato la ferita del cuore o l’innamoramento. Mi sembra di aver colto più intimamente il rapporto di questo innamoramento con l’invito di Gesù a diventare come bambini o con lo spirito evangelico delle beatitudini.


Ho poi ricavato, da questa sessione della «Cattedra», alcuni punti fermi sulla natura della fede, del rapporto e del collegamento tra credere e affidarsi. E sento il bisogno di esprimermi in tesi, anche se non è un linguaggio infantile. Ma l’esempio, l’epigramma, la parabola, che pure vanno molto bene, non mi bastano come linguaggio. Naturalmente si tratta di tesi del credente; non mi azzardo a formulare tesi del non credente, perché forse non lo sono abbastanza. Come sento ora le mie convinzioni profonde?
a) Il credere è rispondere di sì a una chiamata, a un’offerta, a una proposta. b) Questa chiamata, offerta, proposta, precede il desiderarla e il sentirla. Non è quindi giusto affermare: io non la sento e dunque non c’è. Piuttosto si deve dire: io non la sento, dunque mi interrogo. Perché il bambino che si affida è anche il bambino che si interroga. c) La voglia di vivere e di affidarsi per vivere è certamente primordiale in me; però non è il credere di cui sono consapevole come cristiano. d) Tuttavia riconosco nell’invito a rinascere o a farsi bambino l’invito a ritrovare quella componente fondante della personalità per cui essa è capace di affidamento.
e) Nello stesso tempo sento che questo affidamento è ragionevole e che quindi, come tale, il bambino non l’ha se non nella forma dell’affidamento per istinto, che l’esperienza conferma. f) Però, tale affidamento appare ragionevole solo se è messo di fronte alla proposta. Cado nell’incredulità ogni volta che allontano gli occhi dalla Parola che chiama e cerco in me solo l’affidamento di chi risponde. Cado, cioè, sotto l’impero dell’umore, della fantasia, del sentimentalismo. g) False immagini della fede, derivanti anche dall’abuso dell’immagine infantile, offuscano il vero volto dell’adesione di fede. Essa è apertura all’iniziativa di un Altro che mi si comunica; e si verifica, cioè si può sentire vera, nell’atto in cui ci si pone in ascolto e ci si affida, mentre nel contempo si fa trasparente a se stessa.
Avvenire

lunedì 19 ottobre 2015

Papa Francesco: Prefazione a Carlo Maria Martini



Francesco: «La Chiesa missionaria non si chiuda in se stessa»
Corriere della Sera

Le cattedre dei non credenti, primo volume (a cura di Virginio Pontiggia) dell’Opera omnia di Carlo Maria Martini, esce giovedì 22 ottobre per Bompiani (pagine 1.296, € 25). Il libro, che riunisce gli interventi della «Cattedra dei non credenti», testimonianza dell’impegno al dialogo di Carlo Maria Martini, si apre con la prefazione di Papa Francesco che pubblichiamo qui a fianco.
- «Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, si interrogano a vicenda, si rimandano continuamente interrogazioni pungenti e inquietanti l’uno all’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa»: con queste parole Carlo Maria Martini apriva la prima «Cattedra dei non credenti», nel 1987. Iniziava così un lungo cammino di dialogo (in 12 edizioni, fino al 2002) voluto dal cardinale per dare parola ai non credenti.
- Il libro sarà presentato in anteprima domani alle 18 all’Auditorium San Fedele di Milano (Via Hoepli 3/b): interverranno Carlo Casalone SJ, presidente della Fondazione Carlo Maria Martini, Guido Formigoni, coordinatore del comitato scientifico dell’Opera omnia, e i filosofi Salvatore Natoli e Carlo Sini. Ecco il testo:
(Papa Francesco) L' eredità che ci ha lasciato il cardinale Martini è un dono prezioso. La sua vita, le sue opere e le sue parole hanno infuso speranza e sostenuto molte persone nel loro cammino di ricerca. Quanti di noi in Argentina, alla «fine del mondo» abbiamo fatto gli Esercizi spirituali a partire dai suoi testi! Uomini e donne di fedi diverse, non solo in ambito cristiano, hanno trovato e continuano a trovare incoraggiamento e luce nelle sue riflessioni. Abbiamo quindi la responsabilità di valorizzare questo patrimonio, così che possa ancora oggi alimentare percorsi di crescita e suscitare una autentica passione per la cura del mondo. In questa prospettiva desidero mettere in evidenza tre aspetti che ritengo particolarmente rilevanti della figura del cardinale.
Il primo riguarda la sua attenzione a promuovere e accompagnare all' interno della comunità ecclesiale lo stile di sinodalità tanto auspicato dal Concilio Vaticano II. Ciò richiede da una parte un atteggiamento di ascolto e di discernimento di quanto lo Spirito muove nella coscienza del popolo di Dio, nella varietà delle sue componenti; dall' altra la cura perché le differenze non degenerino in conflitto distruttivo. Pur senza aver paura delle tensioni, o addirittura delle contestazioni, che ogni spinta profetica necessariamente porta con sé ( pro veritate adversa diligere era il suo motto episcopale ), il cardinale ha sempre cercato di disinnescarne la carica distruttiva e, con sensibilità e affetto per la Chiesa, di trasformarle in occasioni importanti di un processo di cambiamento e di crescita nella comunione. Anche davanti a situazioni di contrasto, egli ha sempre evitato la contrapposizione, che non conduce a nessuna soluzione, pensando piuttosto creativamente in termini di alternative. Lui non voleva fare concessioni a mode o a indagini sociologiche, ma era portato da un' unica domanda di fondo: «In che modo Gesù Cristo, vivente nella Chiesa, è oggi sorgente di speranza?», assumendo con fedeltà la missione della Chiesa di annunciare misericordia e verità. Allo stesso tempo era consapevole della presenza nella Chiesa di tante sensibilità diverse a seconda dei contesti culturali, che non possono essere integrate senza un libero e umile dibattito. Proponeva la necessità di uno strumento di confronto universale e autorevole per affrontare i temi «con libertà, nel pieno esercizio della collegialità episcopale, in ascolto dello Spirito e guardando al bene comune della Chiesa e dell' umanità intera». Quando si cerca la volontà di Dio ci sono sempre punti di vista diversi e bisogna cercare spazi per ascoltare lo Spirito Santo e permettergli di operare in profondità, come stiamo sperimentando in occasione dei Sinodi sulla Famiglia. Con questo stile pastorale e spirituale di dialogo il cardinale Martini non ha cercato solo di coinvolgere i membri della comunità ecclesiale. Ha cercato anche attivamente di incontrare chi nella comunità dei credenti immediatamente non si riconosceva. È questo il secondo tratto del cardinale che voglio ricordare. Egli ha spinto lo sguardo oltre i confini consolidati, favorendo una Chiesa missionaria «in uscita» e non chiusa su se stessa, facendo emergere il messaggio universale del Vangelo, portatore di luce e di ispirazione per tutte le persone. L' esempio di maggiore risonanza anche internazionale di questo modo nuovo di dialogare con il mondo contemporaneo fu la Cattedra dei non credenti , che giustamente viene presentata nella sua interezza proprio nel primo volume di questa Opera omnia . L' iniziativa nacque dalla convinzione che tutti, credenti e non credenti, siamo alla ricerca della verità e non possiamo dare nulla per scontato. Ogni credente porta in sé la minaccia della non credenza e ogni non credente porta in sé il germe della fede: il punto d' incontro è la disponibilità a riflettere sulle domande che tutti ci accomunano. Martini stesso non ha mai smesso di essere un cristiano che si interrogava con onestà sulla propria fede, nella consapevolezza che questo non ostacolava, ma anzi rafforzava, il suo ministero di vescovo chiamato a pascere il gregge a lui affidato. In questo senso ha incarnato magistralmente il famoso motto di Agostino: « Vobis enim sum episcopus, vobiscum sum christianus» (per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano, Sermo 340,1). Il cardinale aveva intuito la fecondità del contributo che le comunità cristiane possono dare alla società civile oggi se compiono questo sforzo di mediazione sul piano etico e antropologico: i principi della fede, lungi dal trasformarsi in motivo di conflitto e di contrapposizione all' interno della convivenza civile, possono e devono risultare vivibili e appetibili anche per gli altri, nel maggior consenso e concordia possibili e motivare in profondità l' impegno per la giustizia e per la solidarietà. L' invito a «farsi prossimo» nei confronti di coloro che sono messi da parte che ha caratterizzato il magistero del cardinale Martini ha risuonato con forza ed efficacia all' interno della società civile e nel mondo della politica, anche oltre gli ambiti della città di Milano a cui spesso era immediatamente rivolto. Eccoci infine al terzo aspetto, che sostiene e fonda gli altri due: la familiarità del cardinale con la Parola di Dio. E in lui questa competenza si univa al talento pastorale di saperla comunicare a tutti, credenti e laici, intellettuali e persone semplici. Così egli è stato per molti di noi che hanno ascoltato le sue parole o hanno letto i suoi testi un maestro nel far conoscere e apprezzare la Bibbia, presentandola anzitutto come dono più che come esigenza e rendendone disponibile la straordinaria fecondità nel far maturare le coscienze e le culture. Proprio la sua costante attenzione al tesoro della Scrittura fa sì che le parole del cardinale Martini non possono essere viste come considerazioni dettate dal buon senso o da teorie politiche; nella loro simultanea semplicità e profondità, esse esprimono tutta la ricchezza della tradizione giungendo a interpellare ogni persona e ogni popolo. In particolare egli ha indicato percorsi per collegare la Parola alla vita, mostrandone la pertinenza e la rilevanza per la propria personale esperienza. Così essa può divenire agente di conversione, alimentando una vita più fraterna e più giusta, impedendo di rifugiarsi all' ombra di comode sicurezze preconfezionate. A proposito, voglio qui ricordare l' iniziativa della «Scuola della Parola», che il cardinale promosse nella sua cara arcidiocesi di Milano, ma che si diffuse anche in altri Paesi, consentendo a molti, specialmente ai giovani che gli stavano particolarmente a cuore, di gustare la permanente novità che scaturisce dalla lettura del testo biblico. Non erano corsi di esegesi, ma occasioni di lettura sapienziale della vita, che hanno permesso a molti di sperimentare quel fuoco nel cuore che ha riscaldato i due discepoli sulla strada di Emmaus. In questo suo approccio all' ascolto e alla predicazione della Parola, il cardinale Martini ha valorizzato in modo originale la spiritualità della Compagnia di Gesù. Ha attinto ampiamente alla pedagogia ignaziana, in particolare ispirandosi agli Esercizi spirituali. Egli ha messo a frutto il contributo specifico che gli Esercizi forniscono alla Lectio divina : discernere il desiderio più autentico e giungere a determinazioni concrete ( discretio e deliberatio ), in modo che l' ascolto non rimanga in sospeso, ma incida sulla pratica e trasformi la vita. Il cardinale ha saputo anche servirsi con sapienza ed efficacia delle indicazioni di Sant' Ignazio per coinvolgere nella preghiera tutte le dimensioni della persona, corporeità e affettività incluse, indicando la via per articolare adeguatamente azione e contemplazione. Questi tre aspetti - sinodalità, dialogo e, come fondamento, Parola di Dio - non esauriscono certo l' attualità della figura del cardinale. Molti altri sarebbero da mettere in evidenza, sia tra quelli noti, sia tra quelli che una conoscenza più approfondita della sua opera consentirà di scoprire e di precisare. Per questo sono molto riconoscente verso tutti coloro che si impegnano nell' iniziativa di raccogliere, ordinare e mettere a disposizione in modo organico la grande quantità di interventi e di scritti del cardinale Martini, situandoli nel contesto storico e nelle circostanze in cui sono stati elaborati. Sarà così possibile cogliere da quali sollecitazioni sono scaturiti e comprenderne meglio il significato e la dinamica profonda. In questo modo, anche grazie alla competenza del gruppo di esperti che è stato convocato per compiere il lavoro, si realizzerà una autorevole opera di riferimento. Auspico quindi che la pubblicazione di questa Opera omnia proceda secondo il piano stabilito e raggiunga gli obiettivi che si prefigge, perché essa costituirà un invito continuo a riflettere insieme sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del nostro pianeta e a cercare cammini condivisi di liberazione e di speranza. Essa potrà essere di grande aiuto nel nostro mondo così segnato da forze disgregatrici e disumanizzanti per ispirare una vita più ricca di senso e una convivenza più fraterna.