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sabato 24 marzo 2018

Le palme sono un simbolo di vittoria

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Ecco le parole del Vangelo di cui avete appena ascoltato la lettura: L'indomani, la gran folla venuta per la festa, sentendo che Gesù si recava a Gerusalemme, prese i rami delle palme e gli andò incontro gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele (Gv 12, 12-13). Le palme sono un omaggio e un simbolo di vittoria; perché, morendo, il Signore avrebbe vinto la morte, e, mediante il trofeo della croce, avrebbe riportato vittoria sul diavolo principe della morte. Il grido "Osanna" poi, secondo alcuni che conoscono l'ebraico, più che altro esprime affetto; un po' come le interiezioni in latino: diciamo "ahi!" per esprimere dolore, "ah!" per esprimere gioia, "oh, che gran cosa!" per esprimere meraviglia. Al più "oh!" esprime un sentimento di ammirazione affettuosa. Così è per la parola ebraica "Osanna", che tale è rimasta in greco e in latino, essendo intraducibile; come quest'altra: Chi dirà "racha" a suo fratello (Mt 5, 22). La quale, come riferiscono, è una interiezione intraducibile che esprime un sentimento di indignazione.

 Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele. "Nel nome del Signore" sembra doversi intendere nel nome di Dio Padre, quantunque si possa intendere altresì nel nome di Cristo, dato che anch'egli è il Signore. Per questo altrove sta scritto: Il Signore fece piovere da parte del Signore (Gn 19, 24). Ma è il Signore stesso che ci aiuta a capire queste parole, quando dice: Io sono venuto nel nome del Padre mio, e non mi avete accolto; se un altro viene in nome proprio, lo accogliereste (Gv 5, 43). Maestro di umiltà è Cristo, che umiliò se stesso, fattosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (cf. Fil 2, 8). E non perde certo la divinità quando ci insegna col suo esempio l'umiltà: in quella egli è uguale al Padre, in questa è simile a noi. E in quanto è uguale al Padre ci ha creati perché esistessimo, in quanto è simile a noi ci ha redenti perché non ci perdessimo.

 La folla gli tributava questo omaggio di lode: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d'Israele. Quale atroce tormento doveva soffrire l'animo invidioso dei capi dei Giudei, nel sentire una così grande moltitudine acclamare Cristo come proprio re! Ma che cos'era mai per il Signore essere re d'Israele? Era forse una gran cosa per il re dei secoli diventare re degli uomini? Cristo non era re d'Israele per imporre tributi, per armare eserciti, per debellare clamorosamente dei nemici: egli era re d'Israele per guidare le anime, per provvedere la vita eterna, per condurre al regno dei cieli coloro che credono, che sperano, che amano. Che il Figlio di Dio quindi, uguale al Padre, il Verbo per mezzo del quale sono state create tutte le cose, abbia voluto essere re d'Israele, non fu una elevazione per lui ma un atto di condiscendenza verso di noi: fu un atto di misericordia non un accrescimento di potere. Colui infatti che in terra fu chiamato re dei Giudei, è in cielo il Signore degli angeli.

 Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra. Qui vien narrato con grande concisione ciò che gli altri evangelisti raccontano con ricchezza di particolari (cf. Mt 21, 1-16; Mc 11, 1-11; Lc 19, 29-48). Giovanni conferma questo fatto con una testimonianza profetica, per sottolineare che i maligni capi dei Giudei non comprendevano che in lui si adempivano le profezie da essi conosciute: Gesù trovato un asinello, vi montò sopra, secondo quel che è scritto: Non temere, figlia di Sion: ecco, il tuo re viene, seduto su di un puledro d'asina (Gv 12, 14-15; Zach 9, 9). Fra quel popolo c'era la figlia di Sion (Sion è lo stesso di Gerusalemme); ripeto: in mezzo a quel popolo, cieco e riprovato, c'era tuttavia la figlia di Sion alla quale erano rivolte le parole: Non temere, figlia di Sion: ecco, il tuo re viene, seduto su di un puledro d'asina. Questa figlia di Sion, cui era rivolto l'oracolo profetico, era presente in quelle pecore che ascoltavano la voce del pastore; era presente in quella moltitudine che con tanta devozione cantava le lodi del Signore che veniva, e che lo seguiva compatta. Ad essa il profeta diceva: Non temere, cioè riconosci colui che acclami, e non temere quando lo vedrai soffrire; perché il suo sangue viene versato per cancellare il tuo peccato e ridonarti la vita. Il puledro di asina sul quale nessuno era ancora salito (è un particolare che troviamo negli altri evangelisti), simboleggia il popolo dei gentili, che ancora non avevano ricevuto la legge del Signore. E l'asina (ambedue i giumenti furono portati al Signore) simboleggia il suo popolo proveniente dalla nazione d'Israele, non certo quella parte che rimase incredula ma quella che riconobbe il presepe del Signore.
S. Agostino, Trattati su Giovanni, 51, 2-5

lunedì 11 settembre 2017

Agostino. Le radici della sinodalità



Avvenire

(Stefania Falasca) Uno dei più audaci e penetranti interpreti di Agostino, Peter Brown, nell’epilogo alla sua monumentale biografia dell’Ipponate, si chiedeva: «Che cosa significò per i colleghi africani scoprire che tra loro avevano un genio?». Ma Agostino era davvero quel genio isolato nel suo scriptorium? 
Brown auspicava uno studio ad hoc sui rapporti di Agostino con i suoi colleghi africani, che gli sembravano quasi schiacciati dalla sua soverchiante figura. Proprio da queste riflessioni scaturisce ora un nuovo originale contributo frutto di una ricerca dottorale in teologia dello studioso bellunese Davide Fiocco. Attraverso una serrata analisi storico- filologica che considera come fonte principale le Epistulae nella loro integralità e nella peculiarità del loro contesto originario, Agostino emerge a confronto con i colleghi, nell’opera di ascolto e nel dirimere contenziosi tra chierici, ma anche nel confronto con ammiratori e avversari, con i maggiorenti e altri personaggi dell’epoca. È la testimonianza di un vissuto di relazioni e dibattiti, sinodi e controversie. Agostino non era un genio isolato, ma pienamente partecipe della vita della sua comunità e inserito nel collegio delle Chiese africane. Le epistole infatti raccontano in presa diretta l’opera del vescovo di Ippona e allo stesso tempo la vitalità e la sinodalità delle Chiese d’Africa nei primi tre decenni del V secolo. Emerge de facto un vissuto collegiale a rivelare quanto i vescovi africani, porzione dell’intero episcopato mondiale, si percepissero in solido custodi e garanti della vita ecclesiale, pienamente legittimati ad agire in suo nome, in un’espressione piena di collegialità. Oltre alle vicende storiche anche il lessico ha permesso di rintracciare la coscienza collegiale che univa i vescovi africani. A Fiocco è parsa particolarmente significativa l’esortazione che Alipio e Agostino rivolsero a un candidato per incoraggiarlo ad accettare la cura di una diocesi nella quale proprio la collegialità vissuta è espressa come « spiritalis amoris vinculum » da cui il titolo dell’opera pubblicata dalla TiPi di Belluno ( Spiritalis amoris vinculum. Testimonianze di collegialità episcopale nell’epistolario agostiniano, pagine 800, euro 35,00). L’analisi dell’epistolario agostiniano conferma dunque quanto il Concilio canonizzò nella perifrasi “collegialità episcopale” fosse effettivamente vissuto nella Chiesa antica, in particolare nelle relazioni dell’episcopato africano. 
A conclusione della corposa indagine dottorale sulla vita ecclesiale dell’Africa antica, ricavata dalle lettere del suo più illustre rappresentante, ci si chiede se essa non possa illuminare anche la vita ecclesiale contemporanea. Se infatti negli anni precedenti il Concilio il ressourcement, il ritorno alle fonti patristiche, diede un contributo decisivo al dibattito che accompagnò l’elaborazione della Lumen Gentium, la testimonianza di collegialità offerta dalle antiche Chiese africane può ancora parlare all’attualità ecclesiale e la vitalità di quell’antica Chiesa può costituire uno stimolo per la Chiesa del XXI secolo, proprio a proposito della collegialità, “parola-chiave” dell’ecclesiologia del Vaticano II. Oggi la sua espressione più solenne si ha nel Sinodo dei vescovi, che, è noto, fu annunciato da Paolo VI mentre si apriva l’ultima sessione del Concilio. La letteratura ha registrato diverse perplessità riguardo all’effettiva rappresentatività del Sinodo rispetto al collegio episcopale e riguardo la natura de iure et de facto consultiva di quell’assise, ma come ha evidenziato papa Francesco il 18 ottobre 2015 – giusto alla ricorrenza dei cinquant’anni dell’istituzione – «in una Chiesa sinodale, il Sinodo dei vescovi è solo la più evidente manifestazione di un dinamismo di comunione che ispira tutte le decisioni ecclesiali ». Il Papa sollecitava in quell’occasione a «riflettere per realizzare ancora di più, attraverso questi organismi le istanze intermedie della collegialità, magari integrando e aggiornando alcuni aspetti dell’antico ordinamento ecclesiastico». E significativamente affermava: «L’auspicio del Concilio che tali organismi possano contribuire ad accrescere lo spirito di collegialità episcopale non si è ancora pienamente realizzato. Siamo a metà cammino, a parte del cammino. In una Chiesa sinodale, come ho già affermato, “non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare 'decentralizzazione”».
L’indirizzo del Papa trova ragione dalla Lumen gentium, dove è riconosciuto alle Conferenze episcopali l’ambito da cui ci si può attendere «un contributo molteplice e fecondo, perché lo spirito collegiale passi a concrete applicazioni» (LG 23). Del resto, all’inizio del suo pontificato, anche Giovanni Paolo II aveva descritto le Conferenze episcopali nazionali «come una delle forme in cui si esprime la collegialità episcopale». Ma poco dopo, alla vigilia del Sinodo straordinario del 1985, si cominciò ad avvertire nel dibattito ecclesiale una certa insofferenza: si disse che queste strutture intermedie rientrano tra le istituzioni di diritto ecclesiastico e che dunque non sono «parte della struttura ineliminabile della Chiesa com’è voluta da Cristo». Si paventò lo spauracchio del nazionalismo e del gallicanesimo per concludere che esse «hanno soltanto una funzione pratica concreta » e le conseguenze di questa incertezza teologica sembrarono fissarsi nell’esortazione apostolica Pastores gregis, nella quale si afferma che le Conferenze episcopali «con le loro commissioni e uffici esistono per aiutare i vescovi e non per sostituirsi a essi e ancor meno per costituire una struttura intermedia tra la Sede Apostolica e i singoli vescovi». Invece il vissuto dell’antica Chiesa africana permette di riconoscere nelle «istanze intermedie della collegialità» una vera e reale espressione della collegialità dei vescovi, teologicamente fondata. 
Si è visto come per gli antichi vescovi africani i problemi ecclesiali dovessero essere primariamente risolti all’interno della Chiesa locale, poi in seno alle riunioni episcopali provinciali e, in ultima istanza, nel Concilio plenario africano. A loro bastava ricordare Cipriano e la sua ferma presa di posizione assunta di fronte a papa Cornelio, al quale ricordava che le controversie andavano risolte laddove erano sorte. In sostanza dunque per lo studioso patrologo bellunese proprio «il tessuto delle relazioni ecclesiali vissute nell’antica Africa cristiana, ricostruite dalla testimonianza di Agostino, sembrano dare fondamento teologico al decentramento della collegialità episcopale auspicato dall’attuale Vescovo di Roma, permettendo di riconoscere alle moderne Conferenze episcopali – regionali, nazionali e sovranazionali – una capacità di rappresentare il coetus episcopale, come si concreta in una regione o in un continente, senza nulla togliere all’unità e alla cattolicità della Chiesa cantata nel Salmo 44: una e santa, ma “rivestita di una veste variegata”». 
Certo, non si possono trapiantare sic et simpliciter i modelli dell’antichità dall’Africa cristiana del IV secolo alla vita della Chiesa contemporanea. Eppure oggi la patrologia, ricusando di farsi ridurre a «un inutile archeologismo », vuole essere «uno studio creativo che aiuta a conoscere meglio i nostri tempi e a preparare il futuro»: così aveva indicato nel 1989 la Congregazione per l’educazione cattolica nell’Istruzione sullo studio dei padri della Chiesa nella formazione sacerdotale (n. 60). Di qui il proposito dell’autore del volume di gettare un ponte tra le istanze ecclesiologiche contemporanee e la vita della Chiesa antica, qual è attestata dal più rappresentativo e geniale autore latino dell’età patristica, nella convinzione che lo studio delle fonti antiche è la continua riscoperta di una vivace sorgiva, la Tradizione della Chiesa, che pure essa è sempre “tam antiqua et tam nova”.

giovedì 23 marzo 2017

L’apostasia e l'anticristo

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Da Libertà e Persona

L’apostasia nella Chiesa secondo sant’Agostino: l’anticristo siederà nel tempio di Dio

L’apostasia nella Chiesa è stata predetta da san Paolo nella II lettera ai Tessalonicesi. I padri della Chiesa ne hanno spesso parlato, per cercare di capire.
Tra questi sant’Agostino, nel libro XX del De civitate dei.
Di seguito alcuni passi:
Noto che si devono tralasciare molti brani del Vangelo e degli Apostoli sull’ultimo giudizio di Dio, affinché questo libro non si estenda in un’eccessiva lunghezza, ma non si deve tralasciare affatto l’apostolo Paolo. Egli, scrivendo ai fedeli di Tessalonica, dice: Vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e della nostra comunione con lui
di non lasciarvi così facilmente confondere nel pensiero e turbare né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente, affinché nessuno v’inganni in qualche modo. Prima infatti dovrà venire l’apostata e dovrà essere rivelato l’uomo iniquo, il figlio della rovina, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto fino a sedere nel tempio di Dio, ostentandosi come Dio. Non ricordate che, mentre ero ancora tra voi, venivano dette queste cose? E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione affinché avvenga a suo tempo. Il mistero dell’iniquità è già in atto. Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga, finché esca di mezzo e allora sarà rivelato l’empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con la luce della sua venuta, perché la presenza dell’empio avverrà nella potenza di Satana con ogni specie di portenti, di segni e prodigi di menzogna e con ogni sorta d’empio inganno per quelli che si perdono, perché non hanno accolto l’amore della verità per essere salvi. Perciò Dio invierà loro una giustificazione dell’errore affinché credano alla menzogna e così siano giudicati tutti coloro che non hanno creduto alla verità, ma hanno acconsentito all’iniquità.

Non v’è dubbio che ha espresso questi concetti sull’Anticristo e che non si avrà il giorno del giudizio, considerato come giorno del Signore, se prima non verrà colui che egli chiama apostata fuggitivo, evidentemente, da Dio Signore. Se questo epiteto si può applicare rettamente a tutti gli empi, molto di più a lui. Però è incerto in quale tempio sederà, se sulla rovina del tempio costruito dal re Salomone ovvero nella Chiesa. L’Apostolo non considererebbe tempio di Dio il tempio di un dio o di un demone. Perciò alcuni sostengono che nel passo per Anticristo non s’intende il capo stesso, ma in senso figurato tutto il suo corpo, cioè la moltitudine di uomini che a lui appartiene come capo. Pensano inoltre che anche in latino più correttamente si dice, come in greco, non nel tempio di Dio, ma: segga in qualità di tempio di Dio, come se egli sia il tempio di Dio che è la Chiesa. Diciamo, ad esempio: Siede in qualità di amico, cioè come amico, o altri casi in cui si è soliti esprimersi con questo tipo di linguaggio. Una riflessione sulla frase: E ora sapete ciò che impedisce la sua manifestazione; sapete, cioè, che cosa è in ritardo e qual è la causa della dilazione affinché avvenga a suo tempo. Poiché ha detto che lo sapevano, non ha inteso dirlo apertamente. Perciò noi, che non sappiamo quel che essi sapevano, desideriamo ma non siamo in grado di giungere, sia pure con insistenza, a ciò che pensava l’Apostolo, soprattutto perché i concetti, che ha aggiunto, rendono più astruso il significato. Infatti che significa: Già il mistero dell’iniquità è in atto. Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga, finché sia tolto di mezzo, e allora sarà rivelato l’empio? Io confesso che proprio non capisco quel che ha detto. Tuttavia non passerò sotto silenzio le ipotesi di uomini che ho avuto possibilità di ascoltare o leggere…
Alcuni invece pensano che le frasi: Sapete che cosa impedisce la sua manifestazione, e: Il mistero dell’iniquità è già in atto, siano dette soltanto dei malvagi e dei falsi cristiani, che appartengono alla Chiesa, finché giungano a un numero tale da costituire un numeroso popolo per l’Anticristo e che questo è il mistero dell’iniquità perché sembra occulto. Pensano che per questo l’Apostolo esorta i fedeli a perseverare con fermezza nella fede che professano, dicendo: Frattanto chi ora lo trattiene lo trattenga finché sia tolto di mezzo,cioè finché esca di mezzo alla Chiesa il mistero dell’iniquità che ora è occulto. Pensano che al medesimo mistero si riferisca quel che nella sua lettera dice Giovanni evangelista: Ragazzi, questa è l’ultima ora e come avete udito che l’Anticristo dovrà venire, di fatto ora molti sono divenuti anticristi; da questo conosciamo che è l’ultima ora. Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri. Che se fossero dei nostri, certamente sarebbero rimasti con noi. Come dunque, affermano questi testi, prima della fine, in quest’ora che Giovanni considera l’ultima, sono usciti dalla Chiesa molti eretici, che egli reputa come molti anticristi, così alla fine usciranno da essa tutti coloro che non apparterranno a Cristo, ma all’Anticristo, e allora si manifesterà…”.
Si aggiunga un fatto: Paolo parla, come si è visto, di qualcuno che “ora lo trattiene”, di qualcuno che impedisce all’anticristo, o al suo corpo (l’insieme dei malvagi), di trionfare.
La tradizione di solito identifica questo katechon nel pontefice.
In sintesi: sembra che il trionfo del male nasca da dentro la Chiesa, da parte di coloro che sono nella Chiesa ma non sono della Chiesa, e dal loro manifestarsi palese, dal loro abbandonare palesemente (di qui la parola apostasia: allontanamento) la fede prima professata, causa il cedimento, o la scomparsa, o l’abdicazione… di “colui che trattiene”, cioè il pontefice.

Da circa 50 anni l’idea sostentuta da molti è che Fatima abbia rivelato proprio l’imminenza di questa apostasia.

Così il Catechismo della Chiesa cattolica:
L’ultima prova della Chiesa
675 Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. 637 La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra 638 svelerà il « mistero di iniquità » sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne.
676 Questa impostura anti-cristica si delinea già nel mondo ogniqualvolta si pretende di realizzare nella storia la speranza messianica che non può essere portata a compimento se non al di là di essa, attraverso il giudizio escatologico; anche sotto la sua forma mitigata, la Chiesa ha rigettato questa falsificazione del regno futuro sotto il nome di millenarismo, soprattutto sotto la forma politica di un messianismo secolarizzato « intrinsecamente perverso ». 
677 La Chiesa non entrerà nella gloria del Regno che attraverso quest’ultima pasqua, nella quale seguirà il suo Signore nella sua morte e risurrezione. 642 Il Regno non si compirà dunque attraverso un trionfo storico della Chiesa 643 secondo un progresso ascendente, ma attraverso una vittoria di Dio sullo scatenarsi ultimo del male644 che farà discendere dal cielo la sua Sposa. 645 Il trionfo di Dio sulla rivolta del male prenderà la forma dell’ultimo giudizio 646 dopo l’ultimo sommovimento cosmico di questo mondo che passa. 647

venerdì 11 marzo 2016

“Tu sei misericordioso, io sono misero”

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di Marius Frukacz

Sant’Agostino è uno dei più i grandi santi nella storia della Chiesa. La sua vita è la testimonianza che Dio è Misericordia.
Tale testimonianza la troviamo nelle “Confessioni”, uno dei suoi libri più famosi.  Sant’Agostino ripercorre la sua vita e il cammino spirituale intrapreso per giungere a Dio. Le Confessioni sono infatti un viaggio spirituale all’interno del suo cuore. Sant’Agostino attraverso la riflessione e la meditazione, scopre Dio misericordioso, scopre la Misericordia.
A questo proposito ha scritto: “Qui affiora alla memoria la povera storia della mia vita, intessuta, per un verso, dall’ordito di singolari e innumerevoli benefici, derivanti da un’ineffabile bontà: è questa che spero potrò un giorno vedere ed ‘in eterno cantare’; e, per l’altro, attraversata da una trama di misere azioni, che si preferirebbe non ricordare, tanto sono manchevoli, imperfette, sbagliate, insipienti, ridicole”.
Ed ancora: “‘Tu scis insipientiam meam’: Dio, Tu conosci la mia stoltezza (Ps. 68,6). Povera vita stentata, gretta, meschina, tanto tanto bisognosa di pazienza, di riparazione, d’infinita misericordia”.
La sintesi di Sant’Agostino tra miseria et misericordia è suprema.
Sul rapporto tra miseria e misericordia il beato Paolo VI ha scritto: “Miseria mia, misericordia di Dio. Ch’io possa almeno ora onorare Chi Tu sei, il Dio d’infinita bontà, invocando, accettando, celebrando la Tua dolcissima misericordia”.
Nella ricerca della verità su se stesso Sant’Agostino ha trovato Dio, ed ha scoperto Misericordia. “Ogni mia speranza è posta nell’immensa grandezza della tua misericordia” – ha scritto nelle Confessioni (X, 29.40).
Il santo vescovo di Ippona ha aperto il suo cuore a Dio. “Eccolo il mio cuore, mio Dio, eccolo nel suo intimo” (Le Confessioni IV, 6.11).
Come il peccatore ha cercato la Misericordia di Dio. “Eppure lasciami parlare davanti alla tua misericordia. Sono terra e cenere, eppure lasciami parlare. Vedi, è alla tua misericordia, e non a un uomo che riderebbe di me, ch’io parlo” – ha scritto nelle  Confessioni (I, 6. 7).
Sant’Agostino sa quanto grandi sono le ferite che il peccato lascia nel cuore umano. L’uomo ferito dal peccato deve essere aperto alla misericordia di Dio. Poiché Dio sempre con amore e misericordia guarda l’uomo e il suo cuore.
Ecco perché Sant’Agostino sta davanti a Dio in umiltà e gli apre il suo cuore ferito. “Vedi che non nascondo le mie piaghe. Tu sei medico, io sono malato; tu sei misericordioso, io sono misero” (Le Confessioni X, 28.39).
Per Sant’Agostino il cuore e la miseria sono strettamente correlati. Nel suo Discorso 358/A, ‘Trattato di Sant’Agostino sul valore della Misericordia’ troviamo la belissima definizione della misericordia.
“Desidero darvi, o buoni fedeli, qualche avvertimento sul valore della misericordia. Per quanto abbia sperimentato che voi siete disponibili a ogni opera buona, tuttavia è necessario che su questo argomento tenga con voi un discorso di particolare impegno. Vediamo dunque: che cosa è la misericordia? Non è altro se non un caricarsi il cuore di po’ di miseria [altrui].
La parola misericordia deriva il suo nome dal dolore per il “misero”. Tutt’e due le parole ci sono in quel termine: miseria e cuore. “Quando il tuo cuore è toccato, colpito dalla miseria altrui, ecco, allora quella è misericordia” – ha sottolineato San Agostino.
L’umo che trova Dio e scopre la sua misericordia vuole sempre essere unito a Dio. Tutto per lui è il dono di Dio misericordioso. “…io medesimo sussisterò con te, poiché tu mi hai dato di sussistere” (Le Cofessioni I, 20.31), e anche “perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te” (Le Confessioni I, 1.1).
In una delle preghiere scritte nelle Confessioni San Agostino ringrazia Dio per la sua presenza e per la sua misericordia:
“Ecco quanto ho spaziato nella mia memoria alla tua ricerca, Signore; e fuori di questa non ti ho trovato. Nulla, di ciò che di te ho trovato dal giorno in cui ti conobbi, non fu un ricordo; perché dal giorno in cui ti conobbi, non ti dimenticai. Dove ho trovato la verità, là ho trovato il mio Dio, la Verità persona; e non ho dimenticato la Verità dal giorno in cui la conobbi. Perciò dal giorno in cui ti conobbi, dimori nella mia memoria, e là ti trovo ogni volta che ti ricordo e mi delizio di te. È questa la mia santa delizia, dono della tua misericordia, che ebbe riguardo per la mia povertà” (Le Confessioni X, 24.35).
“Le Confessioni” sono un libro adatto a questo periodo del Giubileo, un manifesto di Misericordia che a distanza di secoli rimane di grande attualità.
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Le riflessioni sulle Confessioni di Sant’Agostino sono parte degli esercizi spirituali da me presieduti nella parrocchia di San Niccolo a Zawiercie – Kromołów, nell’Arcidiocesi di Czestochowa, nei giorni 6-9 marzo 2016

lunedì 8 febbraio 2016

Laura Boldrini e sant'Agostino

Quando il partner muore ed il figlio resta solo, il partner ha il dovere di occuparsi del figlio. È quasi naturale che questo dovere si traduca in un diritto. Se è un dovere naturale perché non deve essere anche un diritto?». Lo dice la presidente della…
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SIA COME SIA E' UNA MENZOGNA
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"Occorre dunque precisare cosa sia la menzogna. In effetti non tutti quelli che dicono delle falsità mentiscono: tale è colui che crede o suppone essere vero ciò che afferma. C’è poi una differenza tra il credere e il supporre: chi crede a volte s’accorge di non conoscere la cosa che crede, sebbene non nutra dubbi di sorta sulla cosa che sente di non conoscere, se in essa crede con assoluta certezza. Viceversa, chi su qualcosa fa supposizioni ritiene di conoscere una cosa che invece non conosce. Ad ogni modo, chi afferma una cosa che nel suo animo o crede o suppone, anche se la cosa in sé è falsa, egli non dice una menzogna. Infatti nel suo parlare asserisce ciò che ha nell’animo e lo asserisce adeguandosi alla sua convinzione, e di fatto considera le cose come egli afferma. Ma anche se non mentisce, non è esente da colpa, se presta fede a cose da non credersi o se pensa di conoscere le cose che viceversa non conosce, anche se si tratta di cose in sé vere. Egli infatti ritiene di conoscere ciò che invece non conosce. Mente poi sicuramente colui che nell’animo ha una cosa mentre a parole o con qualsiasi mezzo espressivo ne dice un’altra... Ne segue che uno, senza mentire, può affermare una cosa falsa, in quanto crede che le cose stiano proprio come egli dice, sebbene di fatto non stiano così.... Riteniamo infatti che una persona sia sincera o bugiarda in base al giudizio della sua mente e non in base alla verità o falsità della cosa in sé. Pertanto di uno che dice il falso in luogo del vero, in quanto lo ritiene effettivamente vero, possiamo dire che sia nell’errore o magari che sia un illuso, ma non che sia un mentitore. Nel suo parlare infatti egli non ha in cuore la doppiezza e non intende imbrogliare ma è vittima dell’inganno. La colpa del mentitore sta invece nel desiderio di ingannare, quando dichiara il suo animo, sia che riesca a ingannare, perché si crede alla sua falsa dichiarazione, sia che di fatto non inganni, vuoi perché non gli si crede, vuoi, nel caso che con il desiderio di ingannare dica vero, ciò che non crede vero. In questo caso egli non inganna chi gli crede, sebbene abbia avuto intenzione d’ingannarlo, a meno che nel mentire non arrivi al punto di fargli credere che lui stesso conosce od opina secondo quel che dice a parole".
Sant'Agostino

sabato 24 ottobre 2015

Amala come il sole che invochi al mattino.



Lettera di Sant'Agostino all'uomo per amare una donna in pienezza e per sempre

Giovane amico, se ami, questo è il miracolo della vita.
Entra nel sogno con occhi aperti e vivilo con amore fermo.
Il sogno non vissuto è una stella da lasciare in cielo.
Ama la tua donna senza chiedere altro all’infuori dell’eterna domanda che fa vivere di nostalgia i vecchi cuori.
Ma ricordati che più ti amerà e meno te lo saprà dire. Guardala negli occhi affinché le dita si vincolino con il disperato desiderio di unirsi ancora; e le mani e gli occhi dicano le sicure promesse del vostro domani. Ma ricorda ancora, che se i corpi si riflettono negli occhi, le anime si vedono nelle sventure.
Non sentirti umiliato nel riconoscere una sua qualità che non possiedi.
Non crederti superiore poiché solo la vita dirà la vostra diversa sventura.
Non imporre la tua volontà a parole, ma soltanto con l’esempio.
Questa sposa, tua compagna di quell’ignoto cammino che è la vita, amala e difendila, poiché domani ti potrà essere
di rifugio.
E sii sincero giovane amico, se l’amore sarà forte ogni destino vi farà sorridere.
Amala come il sole che invochi al mattino.
Rispettala come un fiore che aspetta la luce dell’amore.
Sii questo per lei, e poiché questo deve essere lei per te, ringraziate insieme Dio, che vi ha concesso la grazia più luminosa della vita!


Sant'Agostino

venerdì 28 agosto 2015

Agostino e i cattolici contro



Il  tweet di Papa Francesco: "Signore, aiutaci a essere più generosi e sempre più vicini alle famiglie povere." (28 agosto 2015)

*

Nel giorno della nascita al cielo del santo di Ippona, ripropongo questo frammento del sermone 284, 6 (tratto dal libro di don Giacomo Tantardini, Il Cuore e la Grazia in Sant’Agostino, distinzione e corrispondenza, Ed. Città Nuova, pp 231, 232), illuminante anche per la realtà odierna. Il Padre della Chiesa, morto il 28 agosto 430, parlando di Gesù diceva:
Ascendit in caelum, misit Spiritum Sanctum; nec se illis ostendit resurrectionem, sed solis fidelibus discipulis suis, ne quasi insultare se accidentibus voluisse videretur. Plus enim erat amicos docere humilitate, quam inimicis exprobrare veritatem
«Ascese al cielo, mandò lo Spirito Santo, e non si mostrò visibilmente dopo la risurrezione a coloro che lo avevano crocifisso, ma [si mostrò visibilmente] soltanto ai suoi discepoli fedeli, perché non sembrasse che volesse quasi sfidare coloro che lo avevano ucciso. Era infatti più importante insegnare agli amici l’umiltà che sfidare i nemici con la verità»
Ecco, per Gesù era «più importante insegnare agli amici l’umiltà che sfidare i nemici con la verità». Parole significative in un tempo in cui molti cattolici (laici e chierici di ogni grado) sembrano trovare la loro consistenza e quasi la loro quotidiana ragion di vita nell’essere sempre contro qualcuno, che siano «nemici» o fratelli nella fede.
A. Tornielli

venerdì 29 maggio 2015

“Ama l’uomo non il suo errore”

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 “Se volete conservare la carità, fratelli, innanzitutto non pensate che essa sia avvilente e noiosa; non pensate che essa si conservi in forza di una certa mansuetudine, anzi di remissività e di negligenza. Non così essa si conserva. Non credere allora di amare il tuo servo, per il fatto che non lo percuoti; oppure che ami tuo figlio, per il fatto che non lo castighi; o che ami il tuo vicino allorquando non lo rimproveri; questa non è carità, ma trascuratezza. Sia fervida la carità nel correggere, nell’emendare; se i costumi sono buoni, questo ti rallegri; se sono cattivi siano emendati, siano corretti.
Non voler amare l’errore nell’uomo, ma l’uomo; Dio infatti fece l’uomo, l’uomo invece fece l’errore. Ama ciò che fece Dio, non amare ciò che fece l’uomo stesso […] Anche se qualche volta ti mostri crudele, ciò avvenga per il desiderio di correggere. Ecco perché la carità è simboleggiata dalla colomba che venne sopra il Signore. Quella figura cioè di colomba, con cui venne lo Spirito Santo per infondere la carità in noi. Perché questo? Una colomba non ha fiele: tuttavia in difesa del nido combatte col becco e con le penne, colpisce senza amarezza. Anche un padre fa questo; quando castiga il figlio, lo castiga per correggerlo…ma è senza fiele. Tali siate anche voi verso tutti… Chi è quel padre che non dà castighi? E tuttavia sembra che egli infierisca. L’amore infierisce, la carità infierisce: ma infierisce, in certo qual modo, senza veleno, al modo delle colombe e non dei corvi”.

sant’Agostino, commento alla prima lettera di Giovanni

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Il presidente della Cei a Scienza & Vita. Sostegno alla famiglia 

«Quando il matrimonio è svilito a convivenza o ad accordo provvisorio tra due persone; quando la genitorialità è svincolata dall’amore e dalla fedeltà tra un uomo e una donna»; quando la sessualità «si riduce a mero strumento di soddisfazione, si compromette la vocazione integrale della persona umana e si fa passare un messaggio che condiziona fortemente le persone e soprattutto le nuove generazioni». È questo uno dei passaggi principali dell’intervento pronunciato questa mattina, venerdì, dal cardinale arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), nel corso di un convegno organizzato dall’associazione Scienza & Vita.
«Quale scienza per quale vita?», il titolo dell’incontro, un’occasione non solo per ricordare il decennale dell’organizzazione, sorta all’indomani del referendum sulla legge 40 riguardante la procreazione medicalmente assistita, ma soprattutto, ha rilevato il presidente della Cei, per fare il punto della situazione «sulla strada che rimane da fare e sulle sfide sempre più insidiose che una cultura di morte dissemina sul cammino di tanti uomini e donne, e che finisce per pervadere tutto il tessuto sociale, condizionando le scelte e gli stili di vita». Di qui, la formulazione di un nuovo appello «ai responsabili politici del nostro Paese» perché «pongano la famiglia al centro delle loro iniziative». Infatti, «se abbandonata a se stessa, la famiglia più facilmente si disgrega; se sostenuta, tutela la vita e le persone, assicura uno sviluppo più armonico della persona, contribuendo in modo insostituibile alla crescita anche economica della società». Il sostegno alla famiglia è, in questo senso, anche «il migliore degli investimenti» in vista di una ripresa economica.
Proprio in questo quadro, secondo il porporato, i giovani «non vengono educati ai valori e agli ideali più alti, ma a loro surrogati, finendo per accontentarsi di obiettivi bassi». Si tratta, viene ribadito, di una sorta di «colonizzazione ideologica», a indicare «la pervasività delle concezioni contrarie alla vita o alla verità dell’uomo». È una colonizzazione «perché è presente al punto di diventare dominante, assoluta, indiscussa perché invisibile eppure ben radicata». Di qui, l’importanza di proseguire l’impegno di sensibilizzazione culturale e di formazione delle coscienze.
In questo senso, si sottolinea come «vivere slegati dalla propria identità, dalla propria sessualità biologica, significa condannarsi a una prigionia terribile: la propria solitudine». In particolare, il porporato ha espresso preoccupazione per la «sistematica diffusione, a partire da luoghi che, come la scuola, dovrebbero rappresentare un modello in senso contrario, dell’ideologia del gender: il sesso di una persona non le sarebbe dato da ciò che essa è costitutivamente, ma sarebbe oggetto di una libera scelta di ognuno». Il tutto con «incalcolabili conseguenze psicologiche e relazionali».
Nella sua riflessione sulla vita come «bene umano fondamentale», il cardinale Bagnasco ha dunque osservato come ogni giorno si «affacciano nuove teorie e pratiche contrarie alla vita, sintomi di una malattia spirituale profonda che affligge il nostro tempo». Tuttavia, «il nostro mandato di cristiani e il vostro di associazione è quello di testimoniare la carità, opponendosi non solo con la teoria ma anche con la condivisione e il sostegno dei più deboli, a quanto deturpa la vita umana e ne oscura la bellezza. È la via da sempre percorsa dai credenti e dalla Chiesa, ma indicata con maggior forza ancora da Papa Francesco, che ci esorta, appunto con le parole e la testimonianza, a difendere e sostenere soprattutto i più piccoli». Per il presidente della Cei, «non si può senza malizia affermare la bontà dell’aborto, della sperimentazione sugli esseri umani o della distruzione di embrioni». Se «da un certo punto di vista, infatti, la creazione di embrioni favorisce il sorgere della vita e il bene della prole; si oppone però in modo grave al bene stesso della vita, oltre a quelli della relazionalità e della sponsalità». Non è accettabile il ragionamento secondo il quale è «moralmente buona ogni azione che va a vantaggio dell’uomo in quanto soddisfa il suo desiderio», un procedimento meramente logico che giustifica «tante pratiche lesive della vita». Oggi la «cultura della vita» è dunque «una vera guerra, in difesa dell’uomo, che sottostà, sebbene non riconosciuta, a ogni forma di violenza e di ingiusta contrapposizione».
L'Osservatore Romano

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Sinodo. La battaglia di Germania 
 Chiesa - L'Espresso 
(Sandro Magister) I vescovi tedeschi si battono per aprire la strada a divorzio e omosessualità. Ma sei di loro si sono dissociati. E un giurista critica a fondo in un libro le tesi del cardinale Kasper. "È una crisi di fede", commenta il cardinale africano Sarah (...)

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Amici di Francesco: le sorprese di Kasper
 www.rossoporpora.org
(Giuseppe Rusconi) Nell'incontro mensile del 'Cenacolo' , svoltosi giovedì 28 maggio, si è discusso di Irlanda, Sinodo, coppie omosessuali e aborto. Ha fatto discutere anche l'espressione utilizzata dal cardinale Segretario di Stato Parolin per connotare il 'sì' di Dublino: "Sconfitta per l'umanità". (...)

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Bagnasco, ideologia gender pericolosa: "Contese su ovuli e gameti sono preoccupanti" 
 La Repubblica 
Il cardinale all'associazione Scienza & Vita: "Se uno vuole essere maschio o femmina chi può vietarglielo? E' giusto, si dice, che si possa decidere con libertà" ma è un'idea "pericolosa" con "incalcolabili conseguenze". La biopolitica, l'arbitrio della politica sulla vita umana, "sono rese possibili dall'indebolimento della famiglia" (...)

lunedì 4 maggio 2015

giovedì 26 febbraio 2015

Sant’Agostino e il numero 6



Raccontare la matematica.
 
(Carlo Maria Polvani) L’editrice Il Mulino ha dato vita a una collana intitolata Raccontare la matematica. Il primo numero, curato da Umberto Bottazzini, è dedicato ai Numeri (Bologna, 2015, pagine 190, euro 14), mentre il secondo, di Carlo Toffalori, riguarda gli Algoritmi (Bologna, 2015, pagine 198, euro 14). Entrambi i saggi permettono l’accesso al mondo della matematica anche a quanti ne hanno sempre avuto il timore.
Il lavoro di Bottazzini affascina nel suo elegante sforzo di indagine sull’origine dei numeri e su quale realtà rappresentino. L’autore, con un linguaggio piacevole e chiaro, è capace di spiegare la profondità racchiusa nel linguaggio dei numeri. Partendo dall’idea che sebbene alcuni animali posseggano delle strutture protonumerali solo l’uomo ha creato dei veri e propri sistemi numerici, il libro mette in luce i primi passi dell’umanità nella scoperta della numerazione. Dagli uomini primitivi che intagliarono tacche successive sulle ossa di animali uccisi, passando per le rappresentazioni simboliche, spesso biometriche, di valori numerici costanti — come quelli usati dai romani con il segno X per raffigurare il 10 o V per indicare il 5 — viene evidenziata l’importanza delle scoperte che permisero la messa in opera di un impianto che rendesse possibili calcoli complessi come quello del computo del tempo e dei cambiamenti astrali.
I reperti archeologici di varie culture come quelle americane (i maya calcolavano in base vigesimale, gli inca usavano un complesso abaco denominato quipu) o mediorientali (gli assiri e i babilonesi utilizzavano un sistema decimale misto) confermano l’affermarsi di alcuni numeri su altri in quanto necessari per dare un senso ai calcoli, fossero essi il 3, il 7 o il 13, a seconda delle convenzioni culturali adottate. Ma a compiere un balzo di enorme importanza nella comprensione del numero fu la cultura greca e in particolare Pitagora.
Al di là dei miti e delle leggende che fioriscono intorno al filosofo di Samo furono i greci a percepire nel numero una misura del cambiamento, facendo così del numero «la progressione che inizia dall’1 e la retrocessione che vi termina» come intuiva lo stesso Platone. Tutti i numeri sono generati dall’1, come «punti aventi posizione», e quindi possono essere raffigurati spazialmente in insiemi triangolari, quadrati, pentagonali o di altra forma.
Questa rappresentazione geometrica aprì ai pitagorici osservazioni inedite. Per esempio si poté notare che nella serie di numeri triangolari (ottenuti disegnando punti in modo da formare triangoli ogni volta superiori di lato: 1, 3, 6, 10, 15 e così via) la somma di due numeri consecutivi è sempre uguale al quadrato dei numeri naturali (1 + 3 = 4 = 2²; 3 + 6 = 9 = 3²; 6 + 10 = 16 = 4²; 10 + 15 = 25 = 5² e così via) e che la stessa relazione si riesce, incredibilmente, a stabilire con la somma dei numeri dispari corrispondente al quadrato del numero di fattori sommati (1 + 3 = 4 = 2²; 1 + 3 + 5 = 9 = 3²; 1 + 3 + 5 + 7 = 16 = 4²; 1 + 3 + 5 + 7 + 9 = 25 = 5² e così via).
Da queste osservazioni anche i misteri più arcani dei numeri venivano svelati e categorie quasi mistiche o per lo meno esoteriche avrebbero ispirato generazioni di matematici illustri. È il caso dei cosiddetti “numeri amici” (ognuno dei quali è la somma dei divisori dell’altro, come per esempio 220 e 284: 1 + 2 + 4 + 5 + 10 + 11 + 20 + 22 + 44 + 55 + 110 = 284 e 1 + 2 + 4 + 71 + 142 = 220) o dei cosiddetti “numeri perfetti” (uguali alla somma dei loro divisori, come 6 = 3 + 2 + 1) o dei “numeri primi” (divisibili solo per 1 e per loro stessi).
Straordinariamente interessante si rivelò la questione del numero zero, strettamente collegata con il concetto del nulla che, per essere rappresentato, necessita di un simbolo a parte, il quale, a sua volta, afferma l’esistenza stessa — almeno a livello del linguaggio formale — di qualche cosa che non esiste: il nulla.
Non è del tutto chiaro come gli uomini arrivarono al concetto dello zero. Pare comunque che fu usato nella valle dell’Indo e poi adottato con il nome di zephir dagli arabi. Da lì lo zero, imponendo ai sistemi numerici la posizionalità numerale (lo zero o gli zeri venivano messi dietro le altre cifre) permetteva l’emergere di un nuovo sistema di calcolo, introdotto in occidente da Fibonacci (1170-1240) con il Liber abaci, la cui base, dalla disarmante ma rivoluzionaria semplicità, recitava che «con le cifre 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2 e 1 e con questo simbolo: 0 (...) si può scrivere qualsiasi numero».
Da queste osservazioni nasce quindi spontaneamente la domanda: i numeri sono una creazione della mente o una struttura formale di rappresentazione? In questo contesto, come non notare che la successione di Fibonacci — dall’elementare semplicità (la somma degli ultimi due numeri dà il numero seguente: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21 e così via) — si adatta a delle realtà naturali insospettabili come la distribuzione dei petali dei fiori? E bisogna considerare il teorema di Kurt Gödel (1906-1978) che recita «non è possibile costruire un sistema matematico assiomatico che sia allo stesso tempo in grado di provare tutte le verità matematiche».
È proprio nel contesto di queste domande che risulta altrettanto riuscito il lavoro di Carlo Toffalori sugli algoritmi. Forse più difficile da leggere per chi non è avvezzo alla matematica, il lavoro rimane tuttavia brillante e accessibile. In esso la natura degli algoritmi è spiegata nel suo senso più puro, ossia la capacità di essere modi di calcolo privilegiato così duttili da prevedere il reale a partire dalla decomposizione delle esperienze di calcolo passate.
Per mezzo di esempi classici come il problema dei ponti di Könisberg (oggi, Kaliningrad) risolto da Leonardo Eulero (1707-1783), il libro sonda i limiti della calcolabilità numerica, per arrivare a spiegare che le nostre certezze matematiche trovano spesso la loro fondatezza in algoritmi imperfetti ma comunque efficaci. Il tentativo di disegnare algoritmi per ogni possibile calcolo è infatti sfociato nell’ipotesi straordinaria formulata da Alan Turing (1912-1954) e da Alonzo Church (1903-1995): anche se ci sono problemi numerici semplicemente incalcolabili, quando si affronta un problema intuitivamente calcolabile allora deve esistere un dispositivo (come il computer) in grado di calcolarlo.
È quindi con una certa aspettativa che si attende l’uscita del terzo lavoro sulla Matematica della natura, che dovrebbe svelare alcuni dei meccanismi matematici insiti nel funzionamento dell’universo. Aspettandolo, ci si potrebbe interrogare sul significato ultimo di un’affermazione di sant’Agostino che, riflettendo sul numero 6, in riferimento al racconto della creazione nella Genesi, notava che «non possiamo dire che il 6 sia un numero perfetto per il fatto che Dio ha compiuto le sue opere in 6 giorni, ma possiamo dire che egli ha compiuto le sue opere in 6 giorni per il fatto che 6 è un numero perfetto; questo numero perciò sarebbe perfetto anche se queste opere non ci fossero state; se invece esso non fosse stato perfetto, Dio non avrebbe di certo compiuto le sue opere attenendosi a questo numero». Cosa intendeva dire il doctor gratiae: che la verità è nei numeri o che la verità è dei numeri? O forse entrambe le cose?
L'Osservatore Romano

lunedì 16 febbraio 2015

" Dammi te stesso! "



Dai "Discorsi" di sant'Agostino, vescovo.

 Non allontanarti dal tuo Dio, ma ama il tuo Dio, e se hai l'abitudine di chiedergli: " Dammi questo, dammi quest'altro ", digli una buona volta: " Dammi te stesso! ". Se lo ami, amalo disinteressatamente: non essere un'anima disonesta! Non ti piacerebbe la tua sposa se, invece che te, amasse il tuo oro: se ti amasse perché tu le hai regalato dell'oro o una veste preziosa o una villa amena o un servo di fiducia o un eunuco affascinante. Se nell'amare te amasse cose come queste, non amerebbe te. Non rallegrarti dunque per un simile amore: spesse volte l'adultero fa offerte anche più consistenti! Eppure tu, che da tua moglie esigi un amore disinteressato, vuoi vendere a Dio la tua fede. Gli dici infatti: " Siccome io credo in te, tu dammi dell'oro! ". E non te ne vergogni? Tu dici: " Siccome io credo, tu devi darmi dell'oro ". Tu metti in vendita la tua fede: ebbene, vedi quale ne sia il prezzo! Non vale come pensi tu, non la si paga con l'oro o con l'argento. La tua fede non vale così poco; ha un prezzo molto grande: il suo prezzo è Dio stesso. Ama dunque lui e amalo disinteressatamente, poiché se lo ami in vista di qualche altra cosa non ami lui. Non devi desiderare Dio per ottenere qualche altra cosa, ma qualunque cosa tu desideri, devi desiderarla in ordine a Dio. All'amore per lui deve riferirsi tutto il resto: non lo si può prendere come mezzo per soddisfare altri amori, ma a tutti gli altri amori bisogna preferire lui. Amalo dunque e amalo disinteressatamente!
Discorso 72 augm., n. 17

lunedì 19 gennaio 2015

Ci ha lasciati soli il Signore, dopo averci ordinato di salpare?



 Attraverso tutte le azioni da lui compiute il Signore ci ammonisce dunque su come dobbiamo vivere quaggiù. In questo mondo tutti infatti sono pellegrini, sebbene non tutti desiderino tornare nella patria. Ma proprio a causa di questo viaggio noi incontriamo le sofferenze dovute a sconvolgimenti e a tempeste; è quindi necessario che siamo almeno nella barca. Poiché se nella barca corriamo pericoli, fuori della barca andiamo incontro a una morte sicura. In realtà, per quante forze abbia nei muscoli delle braccia chi nuota nel mare, talora, sopraffatto dal mare grosso, viene inghiottito dalle onde e affoga. È necessario quindi che siamo nella barca, cioè siamo portati sul legno per essere in grado di attraversare questo mare. Orbene, questo legno, dal quale viene portata la nostra debolezza, è la croce del Signore con la quale veniamo segnati e veniamo preservati dall'annegare nelle tempeste di questo mondo. Siamo soggetti alle tempeste, ma c'è Dio che può venire in nostro aiuto.

 Quanto poi al fatto che, lasciata andare la folla, il Signore salì da solo sul monte a pregare, quel monte significa l'alto dei cieli. Poiché il Signore dopo la risurrezione, lasciata la folla, ascese da solo in cielo, e lì intercede per noi, come dice l'ApostoloC'è pertanto un significato misterioso in quest'azione del Signore il quale, lasciata la folla, sale sul monte per essere solo in preghiera. In effetti egli è ancora oggi il solo primo nato dei risorti il quale dopo la risurrezione del corpo si trova alla destra del Padre quale sommo sacerdote e avvocato delle nostre preghiere. Il capo della Chiesa è nell'alto dei cieli, perché tutte le altre membra lo seguano alla fine. Se dunque intercede per noi, prega da solo, per così dire sulla cima di un monte, al di sopra di tutte le creature più alte.

Frattanto la barca che trasporta i discepoli, cioè la Chiesa, è agitata e scossa dalle tempeste delle avversità, e non cessa il vento contrario, cioè il diavolo che le si oppone e si sforza d'impedirle di giungere alla tranquillità del porto. Ma più potente è Colui che intercede per noi. Poiché in mezzo a queste nostre tempeste, che ci travagliano, egli ci dà fiducia venendo verso di noi e confortandoci; quando siamo turbati badiamo soltanto di non uscire dalla barca e gettarci in mare. In realtà anche se la barca è sbattuta è tuttavia sempre una barca. Essa sola porta i discepoli e accoglie Cristo. È vero, essa corre pericolo nel mare, ma senza di essa uno va in perdizione. Rimani perciò ben saldo nella barca e prega Dio. Quando non approdano ad alcun risultato tutti gli accorgimenti e sono insufficienti le manovre del pilota e le stesse vele spiegate possono apportare più pericolo che utilità; quando non si può più fare affidamento su ogni specie d'aiuti e di forze dell'uomo, ai passeggeri non resta altro che intensificare le preghiere e implorare l'aiuto di Dio. Colui il quale dà ai naviganti la possibilità di arrivare al porto, abbandonerà forse la propria Chiesa senza condurla alla tranquillità?.
Agostino, Serm. 75, 2-4

giovedì 25 settembre 2014

“Ama a fa’ ciò che vuoi” (Sant’Agostino)



di Francesco Agnoli
Ama e fai ciò che vuoi” è una delle frasi più celebri di sant’Agostino. Sintetica, potente, e nello stesso tempo facilmente equivocabile. Agostino la pronunciò in una delle sue dieci omelie a commento della I lettera di san Giovanni. Quella in cui Dio viene definito come Amore. Scriverà Pascal, proprio per segnare la differenza tra la comprensione greca del Logos, e quella cristiana: “Il Dio dei Cristiani
non è un Dio solamente autore delle verità geometriche e dell’ordine degli elementi, come la pensavano i pagani e gli Epicurei. [...] il Dio dei Cristiani è un Dio di amore e di consolazione, è un Dio che riempie l’anima e il cuore di cui Egli s’è impossessato, è un Dio che fa internamente sentire a ognuno la propria miseria e la Sua misericordia infinita, che si unisce con l’intimo della loro anima, che la inonda di umiltà, di gioia, di confidenza, di amore, che li rende incapaci d’avere altro fine che Lui stesso” (Pensieri, 556).
Dio è dunque sia Logos che Amore. Ma cosa significa Amore? La semplicità divina diventa complicata, quando ci sono di mezzo queste creature con grandi aspirazioni e immensi limiti che sono gli uomini. Certamente Amore non è sinonimo di sentimentalismo, di capriccio, di gusto personale, di indifferenza, di qualunquismo… Rileggiamo l’intera frase di sant’Agostino: “Una volta per tutte dunque ti viene imposto un breve precetto: ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene”.
Uno legge queste frasi e immediatamente percepisce, per quanto confusamente, l’ infinita sapienza della Rivelazione. Tacere per amore e parlare per amore. Basterebbe questo, per ingarbugliare la valutazione di tanti nostri discorsi. Quante volte diciamo il vero, senza amore? Non solo perché lo facciamo con ira, nel modo sbagliato, ma perché quell’ira ci viene dalla superbia? Dalla volontà di parlare per affermare noi stessi, e non la verità di cui ci facciamo portatori. Quante volte non riusciamo a morderci la lingua, e crediamo di essere giustificati, perché “è giusto dire le cose come stanno”? Quante volte una notazione vera e giusta non è altro che il pretesto per toglierci un sassolino dalle scarpe? Quante volte il parlare di un fratello, il denigrarlo, anche senza menzogna, è solo il modo per mettere in luce noi stessi?
Sant’Agostino è chiaro: ogni verità esca dalla nostra bocca, per amore e con amore. Altrimenti saremo chiamati a rispondere di come abbiamo deturpato, strumentalizzato, offuscato quella verità. Se lo leggiamo bene, infatti, Agostino, benché non usi mai la parola “verità”, parla di amore e di verità insieme. Parla infatti di parole e di correzione, cioè, appunto, di verità. Ma sottolineando l’amore. Tanto che alla fine della frase, dopo l’invito a correggere per amore, invita al perdono: che non è l’abdicazione ad un giudizio, ma il riconoscimento che ogni giudizio umano non definisce e non conclude. Perdono il prossimo quando ho chiaro che non è riducibile alla sua colpa, al suo errore del momento, e che io che giudico, anche giustamente, non sono Colui che solo ha il potere e il diritto di un giudizio definitivo.
Verso la fine dell’omelia Agostino torna a ricordare ai suoi ascoltatori che l’Amore non è melassa, né acquiescenza, ma espressione di una magnanimità che solo da Dio deriva e che solo a Lui possiamo chiedere. Un amore che ci rende veri, e veramente liberi: “Se volete conservare la carità, fratelli, innanzitutto non pensate che essa sia avvilente e noiosa; non pensate che essa si conservi in forza di una certa mansuetudine, anzi di remissività e di negligenza. Non così essa si conserva. Non credere allora di amare il tuo servo, per il fatto che non lo percuoti; oppure che ami tuo figlio, per il fatto che non lo castighi; o che ami il tuo vicino allorquando non lo rimproveri; questa non è carità, ma trascuratezza. Sia fervida la carità nel correggere, nell’emendare… Non voler amare l’errore nell’uomo, ma l’uomo; Dio infatti fece l’uomo, l’uomo invece fece l’errore. Ama ciò che fece Dio, non amare ciò che fece l’uomo stesso…Anche se qualche volta ti mostri crudele, ciò avvenga per il desiderio di correggere. Ecco perché la carità è simboleggiata dalla colomba che venne sopra il Signore. Quella figura cioè di colomba, con cui venne lo Spirito Santo per infondere la carità in noi. Perché questo? Una colomba non ha fiele: tuttavia in difesa del nido combatte col becco e con le penne, colpisce senza amarezza. Anche un padre fa questo; quando castiga il figlio, lo castiga per correggerlo…ma è senza fiele. Tali siate anche voi verso tutti… Chi è quel padre che non dà castighi? E tuttavia sembra che egli infierisca. L’amore infierisce, la carità infierisce: ma infierisce, in certo qual modo, senza veleno, al modo delle colombe e non dei corvi”.
Questa considerazioni hanno qualcosa a che fare anche con il dibattito che vi sarà a breve al Sinodo sulla famiglia. Che l’Amore guidi le riflessioni dei padri sinodali, senza dimenticare che “la carità infierisce” (Agostino usa un verbo forte: saevit), pur senza veleno.
Il Foglio, 25/9/2014

venerdì 29 agosto 2014

Nella pace dell’inquietudine.



“Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei mari, dei fiumi, delle stelle;
e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi”.
Sant’Agostino (354 - 430)


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Il segretario di Stato celebra la messa nella memoria liturgica di sant’Agostino.  Invito a non dimenticare i fratelli che soffrono in Medio oriente   

«Imparare a leggere in modo più profondo il proprio tempo per diffondere una nuovaratio del vivere sociale», avendo «la pace dell’inquietudine» come strada maestra: è in questo insegnamento la grande attualità di sant’Agostino. 
A riproporla il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, che nel pomeriggio di giovedì 28 agosto ha celebrato la messa per la festa del «grande dottore e padre della Chiesa», nella basilica romana a lui dedicata. Presente, tra gli altri, il priore generale dell’ordine agostiniano, padre Alejandro Moral Antón.

Da Agostino — ha detto nella circostanza il cardinale intervistato dalla Radio Vaticana — bisogna oggi soprattutto «apprendere» proprio la «capacità di leggere, al di sotto degli avvenimenti, il piano di Dio che si sta svolgendo, che si sta sviluppando, e che è sempre un piano di pace e di salvezza per l’uomo e offrirci così, umilmente, però totalmente, per la realizzazione della città di Dio, dove prevale l’amore, l’amore di Dio, fino al punto di disprezzare se stessi». Perciò, ha dichiarato riferendosi in particolare al Medio oriente, «dobbiamo dimenticarci di noi stessi e prendere a cuore la sorte dei nostri fratelli, anche adesso, quelli che soffrono, i cristiani e tutte le altre minoranze: trovare la maniera concreta e più efficace di aiutarli». Quindi, ha aggiunto, è importante «questa lettura che va al di là di quello che si vede e si sente, una lettura che va più in profondità, che ci aiuta a scorgere il piano di Dio, e questa chiamata a farci collaboratori di questo piano di Dio perché l’uomo abbia la vita e l’abbia in abbondanza».
Nell’omelia il segretario di Stato ha innanzitutto ricordato che proprio un anno fa Papa Francesco, «in questa chiesa e in questa stessa circostanza liturgica, celebrava la santa messa di apertura del capitolo generale dell’ordine agostiniano». Per questo, al termine dell’Eucaristia, il cardinale ha inaugurato una targa a ricordo «di quell’eccezionale evento». Quindi ha riproposto l’invito del Papa, rivolto specialmente ai consacrati e alle consacrate, «a vivere la “pace dell’inquietudine”: l’inquietudine della ricerca, l’inquietudine di un incontro mai appagato, l’inquietudine dell’amore. Si tratta di suggestivi concetti, mutuati dall’itinerario spirituale di Agostino».
Richiamando il brano degli Atti degli Apostoli (2, 42-47) proposto dalla liturgia, il cardinale ha ricordato che «i primi cristiani avevano ogni cosa in comune e dividevano le loro sostanze con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. A questo modello di comunione e di condivisione si è ispirato sant’Agostino per dare forma evangelica al desiderio di vita comune dei suoi frati». Così, ha proseguito, «spesso nelle sue opere ricorre questo testo biblico, ma soprattutto nelle comunità da lui fondate e nella sua celebre Regola, vediamo attuato questo “santo proposito”: vivere con un solo cuore e una sola anima in Deum, radicati nell’unità reciproca e protesi verso di lui».
«Questa tensione — ha spiegato il segretario di Stato — è l’inquietudine che Papa Francesco ha invitato a vivere, una inquietudine di pace, perché la pace, in questo pellegrinaggio terreno, si trova oggi in Deum, domani nella pienezza del riposo in lui». Scrive Agostino: «Cercavo la via per procurarmi forza sufficiente a goderti, ma non l’avrei trovata, finché non mi fossi aggrappato al mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù» (Confessioni VII, 18, 24). È il momento in cui, ha spiegato il porporato, «l’ago della bussola della sua vita iniziò a dirigersi decisamente verso Cristo. Dopo aver a lungo vagato nel buio, il suo cuore si infiammò d’amore per Gesù e i fratelli, tanto che il santo d’Ippona è spesso raffigurato con un cuore fiammeggiante in mano. L’incontro con “l’umile Gesù” e lo studio assiduo degli “ammaestramenti della propria debolezza” trasformarono la sua vana sapienza in una via all’umiltà. Si buttò con la massima avidità sulla venerabile scrittura, e prima di tutto sull’apostolo Paolo».
Nella seconda lettura, tratta dalla seconda lettera a Timoteo (4, 1-8) — ha fatto notare il cardinale — san Paolo esorta Timoteo ad annunciare la Parola, insistendo «al momento opportuno e non opportuno», ammonendo, rimproverando, esortando «con magnanimità e insegnamento». Proprio queste parole, secondo il porporato, «evocano l’itinerario sacerdotale ed episcopale di sant’Agostino. Egli fu davvero un fedele e coraggioso annunciatore del Vangelo, animato costantemente da un fervido zelo apostolico. Il suo ministero fu caratterizzato da incessante predicazione e studio, preghiera e contemplazione, mosso dal desiderio di raggiungere tutti e di portare ognuno a Cristo. Egli stesso, già vescovo, lo confidò in più occasioni: “Continuamente predicare, discutere, riprendere, edificare, essere a disposizione di tutti: è un ingente carico, un grande peso, una immane fatica” (Sermone 339, 4). Anche se egli stesso in un’altra occasione aggiunge “chi ama non fa fatica; e se fa fatica, ama la fatica che fa”».
Guardando alla pagina evangelica della liturgia, tratta dal capitolo 10 di Giovanni (7-18), il cardinale Parolin ne ha messo in rilievo soprattutto la riproposizione del «modello del buon pastore che dà la vita per le pecore» e «la radicalità del dono a cui è chiamato ognuno di noi». E infatti «anche sant’Agostino dovette spendere ogni sua energia di pastore, a volte a rischio della vita, soprattutto per cercare di ricomporre la Chiesa in Africa lacerata da uno scisma, quello donatista, che la divideva da quasi un secolo». Così «la “tunica senza cuciture”, come amava chiamare la Chiesa, era a brandelli». Tuttavia, ha affermato il porporato, «con pazienza e dottrina» egli si diede da fare «in ogni modo per confutare e persuadere, nel desiderio di ricondurre i dissidenti all’unità, portando la discussione sul piano teologico e non politico».
«Le numerose comunità, i tanti uomini e donne che il vescovo di Ippona conquistò a Cristo con la sua testimonianza — ha proseguito il segretario di Stato — sono il segno della fecondità di una vita santa e sono per tutti noi un esempio a perseverare con gioia nella fede, nonostante le difficoltà e le tribolazioni. La luce della sua vita brillò infatti in tempi di continui conflitti e di rivolgimenti epocali, come la caduta di Roma e l’invasione dei vandali che assediarono Ippona proprio mentre Agostino stava morendo». Di fronte a questo «non solo non si scoraggiò, ma intraprese un serrato dibattito richiamando la lettura della realtà nell’ottica della fede». E scrisse, infatti, un’opera, La città di Dio, «per imparare a leggere in modo più profondo il proprio tempo e per diffondere una nuova ratio del vivere sociale».
«Questa prospettiva esistenziale e spirituale risulta valida ancora oggi» ha detto il cardinale Parolin. E noi «siamo tutti chiamati a interrogarci dove poggia il nostro cuore: sulla roccia di Cristo o sulla sabbia dell’affermazione di sé? La storia infatti, secondo Agostino, è mossa da due amori che diedero origine a due città, alla città terrena l’amore di sé fino all’indifferenza per Dio; alla città celeste l’amore a Dio fino all’indifferenza di sé». Dunque, ha concluso il porporato, «chi ama Cristo come lo ha amato Agostino può veramente fare ciò che vuole (“Ama e fa’ ciò che vuoi”), perché il suo amore è unito alla volontà di Cristo, così che la sua volontà non è più semplicemente volontà sua, arbitrio, ma integrata nella volontà di Dio».
L'Osservatore Romano