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mercoledì 7 marzo 2018

In terra straniera




(Manuel Nin) Nella tradizione liturgica bizantina lungo il periodo quaresimale molti tropari cantano la parabola del figliol prodigo. La parabola al quindicesimo capitolo del vangelo di Luca è letta nella seconda domenica prequaresimale, quasi a indicare che la stessa quaresima è un cammino di ritorno al Padre, di ritorno a Dio. All’inizio della quaresima poi la liturgia contemplerà l’espulsione di Adamo dal paradiso, e tutto il periodo dei quaranta giorni sarà visto come un ritorno al paradiso perduto. La parabola del figliol prodigo allora con il cammino dall’allontanamento al ritorno indica questo filo conduttore del percorso quaresimale e della stessa vita cristiana dal peccato alla grazia del perdono, dal paradiso da dove l’uomo è stato espulso al paradiso a cui il Signore stesso ci riporta nella notte di Pasqua.
Uno dei testi dell’ufficiatura mattutina bizantina di questo periodo liturgico è un poema dedicato appunto alla parabola del figliol prodigo. È opera di Giuseppe l’Innografo (812-886), originario della Sicilia, diventato monaco a Tessalonica e autore di diversi testi entrati nella liturgia bizantina. Esiliato in Crimea durante lo scisma di Fozio, una volta rientrato si mise al servizio della scuola poetica del monastero di Studion a Costantinopoli, dove morì.
Tre aspetti percorrono insistentemente e ripetutamente tutto il poema: il ritorno al padre e quindi il ritorno a Dio; poi lo straniarsi del figlio prodigo, come sinonimo dell’allontanamento da Dio a causa del peccato; infine il ritorno a Dio visto non soltanto come pentimento e riconciliazione ma anche come risurrezione e nuova creazione, passaggio dalla morte alla vita nel solco della stessa narrazione della parabola evangelica: «Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Luca 15, 24).
Ritorno al padre, ritorno a Dio. I tropari del poema riprendono questo aspetto, quasi un ritornello che segna tutto il testo: «Accoglimi al mio ritorno, o Padre, come uno dei tuoi mercenari, o salvatore, come un tempo il figliol prodigo che tornava a te». Il testo inoltre sottolinea come in questo incontro tra il figlio e il padre, è costui che corre incontro, costui che accoglie: «O Padre pietoso e misericordioso, accoglimi come il figliol prodigo, o mio salvatore, e non respingermi ora che con ardore ritorno, ma corrimi incontro ed abbracciami. Vienimi incontro, accoglimi e salvami, perché tu sei il pastore di quanti con fede in te si rifugiano. Ecco, Dio che vuole che tutti siano salvati, ti apre le braccia». Il padre che accoglie il figlio prodigo è dunque anche il buon pastore che accoglie, prende tra le sue braccia la pecora smarrita.
Un secondo aspetto che troviamo nel testo è il fuggire, andare in terra straniera. Lo straniarsi, farsi straniero, che nella tradizione monastica primitiva ha anche un senso positivo visto come lasciare, abbandonare tutto, diventare uno che non ha vincoli né legami se non con colui che lo sostiene, il Signore stesso; nel nostro poema invece lo straniarsi del figlio prodigo è visto come un allontanarsi da Dio stesso: «Allontanando il mio pensiero da ogni azione santa, me ne sono andato in una regione lontana, diventando schiavo di cittadini stranieri, ma ora a te grido: Accoglimi al mio ritorno, o Padre, come uno dei tuoi mercenari, o salvatore».
Un terzo aspetto messo in luce nel poema è quello del ritorno a Dio come risurrezione e nuova creazione, come un ritrovare la bellezza della creazione primigenia: «Nella tua pietà, accoglimi, o salvatore, mentre accorro con fede, come un tempo il figliol prodigo, e concedimi la liberazione dai miei mali, o Cristo: rendimi degno di recuperare con purezza la bellezza primigenia, celebrando, o salvatore, la tua ineffabile compassione».
Diverse volte il testo adopera l’immagine del rivestire la bellezza con cui il Signore crea l’uomo: «Compassionevole Signore, Padre di ogni pietà, accogli come figlio colui che ritorna da vie di malvagità, dandomi la bellezza con le vesti dell’impassibilità. Padre, adornami con sacre vesti, e rendimi partecipe dei tuoi beni. Fa’ splendere per me, che giaccio nella tenebra della perdizione, un raggio di pentimento, Signore, e rendimi splendente con le vesti di azioni virtuose, perché io sia degno del talamo spirituale, annoverato tra i figli del regno».
Troviamo ancora sottolineato il parallelo tra Cristo fattosi povero nella sua incarnazione, povero come Adamo, e il figlio prodigo impoveritosi nel suo farsi straniero: «Il Cristo da te, o Madre di Dio, ha assunto la carne, rivestendo la povertà di Adamo: prega di arricchire dei doni divini, o tutta immacolata, colui che a te inneggia con fede, ora che sono divenuto povero di ogni bene, come un tempo il figliol prodigo». Alcuni tropari mettono Cristo stesso come colui che accoglie il figlio prodigo pentito: «Contro te solo ho peccato, te solo, buono per natura, te, Verbo, ho provocato a sdegno: tu che solo sei ricco di ogni compassione, di nuovo accoglimi pentito: perché tu solo, o compassionevole, sei buono e ricco di misericordia. Cristo sovrano, ora vengo a te nel pentimento».
Troviamo quindi nel poema anche il ruolo di Maria come colei che intercede presso il Figlio il quale accoglie chi a lui ritorna tra le sue braccia, braccia aperte nella croce: «Immacolata madre dell’Emmanuele, imploralo, o pura, come madre sua, perché, come il figliol prodigo, accolga anche me, che mi sono allontanato dalla via di Dio affinché io mi presenti puro a colui che è nato, o pura, nel tuo grembo beato, o sposa di Dio».
L’amore e il perdono compassionevole di Dio che si è manifestato nell’incarnazione del Verbo, spingono l’uomo al pentimento e al ritorno tra le braccia del Padre: «Tu che non vuoi che nessun uomo si perda, fammi tornare, o Verbo, perché ho deviato dal retto sentiero e come il figliol prodigo sono caduto nel peccato: così io magnificherò il tuo amore per gli uomini».
L'Osservatore Romano

giovedì 15 febbraio 2018

Messaggio del patriarca Bartolomeo in preparazione alla Pasqua.





Come il figliol prodigo


Come il figliol prodigo o il pubblicano dei vangeli il cristiano è chiamato in questo tempo «a vivere in modo più profondo l’economia creativa e salvifica di Dio». Anche perché «colui che ama veramente Dio, ama anche il prossimo e il lontano e l’intera creazione». È quanto sottolinea il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, nel messaggio diffuso in vista della santa e grande quaresima. Un tempo forte — per il mondo ortodosso la quaresima avrà inizio lunedì 19, con il cosiddetto “lunedì puro” — nel quale ogni battezzato è sollecitato a «combattere la buona lotta dell’ascetismo, per volgerci alla “sola cosa, di cui c’è bisogno” (Luca, 10, 42)».
In un mondo che sembra rifiutare ogni forma di ascetismo e sacrificio, «davanti all’attuale profanazione della vita e al predominio delle forme individualistiche ed eudemonistiche», Bartolomeo ricorda che la Chiesa ortodossa «insiste sul periodo di quaranta giorni di lotte spirituali e “di venerabile temperanza” per i propri figli, quale preparazione alla santa e grande settimana, alla passione e alla croce di Cristo, per divenire contemplatori e partecipi della sua gloriosa risurrezione».

La quaresima è dunque un tempo di scelte. Da una parte, infatti, rileva il patriarca ortodosso, «ci rendiamo conto del tragico vicolo cieco della magniloquenza autosalvifica del fariseo, della durezza di cuore del figlio maggiore della parabola del figliol prodigo, del crudele disinteresse per la fame, la sete, la nudità, la malattia, l’abbandono del prossimo, in accordo con la narrazione evangelica sul giudizio finale». Dall’altra, «veniamo esortati a imitare la conversione e l’umiltà del pubblicano, il ritorno del figliol prodigo alla casa del Padre e la fiducia della sua grazia, a imitare coloro che fanno misericordia ai bisognosi, la vita di preghiera di Gregorio Palamas, l’ascesi di Giovanni il Sinaita e di Maria Egiziaca, e fortificati attraverso la venerazione della sacre icone e la venerata Croce, a giungere all’incontro personale con Cristo risorto dai morti e datore di vita». 
Non si tratta comunque di un’ascesi che il cristiano è chiamato a svolgere in solitudine. Per Bartolomeo, «durante questo periodo benedetto, si rivela con particolare enfasi il carattere comunitario e sociale della vita spirituale». Infatti, «non siamo soli, non stiamo soli davanti a Dio. Non siamo una somma di individui, ma una comunione di persone, per le quali “essere” significa “essere insieme”. L’ascesi non è individuale, ma un atto ecclesiastico e una impresa, partecipazione del fedele al mistero e ai misteri della Chiesa, lotta contro la filautia, esercizio della filantropia, uso eucaristico della creazione, contributo alla trasfigurazione del mondo». In questo senso, «è libertà comune, virtù comune, bene comune, comune obbedienza alla regola della Chiesa». Infatti, «non digiuniamo come desideriamo individualmente, ma come la Chiesa stabilisce. Il nostro sforzo ascetico è operativo nell’ambito delle nostre relazioni con gli altri membri del corpo ecclesiastico, come partecipazione ai fatti e alle vicende, che formano la Chiesa come comunità di vita, come “vivere la verità nella carità” (cfr. Efesini, 4, 15)». Anche perché, viene ricordato, «la spiritualità ortodossa è inscindibilmente connessa con la partecipazione all’intera liturgia della vita della Chiesa, che ha il culmine nella Divina Eucaristia, è devozione che viene nutrita e che acquisisce dimensione nella o mediante la Chiesa».
Tuttavia, mette in guardia Bartolomeo, la grande quaresima «non è un periodo di esaltazione religiosa psicologica e di emozioni superficiali». Infatti, secondo il punto di vista ortodosso, la spiritualità non nutre «un deprezzamento dualistico della materia e del corpo». Al contrario «spiritualità è l’impregnarsi dell’intera nostra esistenza, spirito, mente e volontà, dell’anima e del nostro corpo, dell’intera nostra vita, di Spirito santo, che è spirito di comunione». E, ancora, «spiritualità significa l’ecclesiasticalizzazione della nostra vita, una vita ispirata e diretta dal Paraclito, essere veramente portatori dello Spirito, che presuppone la nostra personale libera collaborazione, la partecipazione alla vita sacramentale della Chiesa e una vita divinamente ispirata».

L'Osservatore Romano

venerdì 15 settembre 2017

Capaci di vivere con gli altri




In un liceo di Bologna. A conclusione della visita a Bologna, il patriarca ecumenico si è recato, venerdì 15 settembre, al liceo «Malpighi» per l’apertura del nuovo anno scolastico. Nel suo discorso, di cui pubblichiamo stralci, l’arcivescovo di Costantinopoli si è rivolto agli studenti e ai docenti sottolineando tre aspetti fondamental i che devono caratterizzare l’insegnamento, ovvero l’apprendimento, la formazione e la testimonianza. Era presente l’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, che ha accompagnato il primate ortodosso in tutti gli incontri di questa tre giorni nel capoluogo emiliano.

(Bartolomeo) L’apprendimento è il primo importante aspetto di ogni studente. Ogni scuola infatti ha come obiettivo di formare i propri studenti offrendo loro tutti quegli elementi necessari per una crescita intellettuale di ogni essere umano. È del tutto evidente che è necessario l’impegno personale di ognuno di voi, anche per quelle materie che molti potrebbero ritenere superflue, o noiose. Così non è. Nel corso della vita, scoprirete che proprio quelle nozioni vi hanno formato e vi saranno molto utili lì, dove la provvidenza vi ha portato. La cultura è necessaria, perché rende vive le nozioni, che a loro volta divengono espressione di tutto il vostro percorso scolastico. Esse formano la mente, aprono il pensiero, accrescono il bagaglio personale, introducono alla sapienza.
Non siete soli in questo cammino: i vostri insegnanti sanno suscitare l’interesse, scoprono i doni che si nascondono in ognuno di voi, doni che, come ci insegna anche la parabola dei talenti, dobbiamo far crescere dentro di noi, affinché portino buoni frutti. All’apprendimento segue la formazione umana. Le nozioni prive di crescita umana farebbero di ogni essere una macchina, priva di sensazioni, di emozioni, incapace di relazioni. È il secondo aspetto della buona scuola. Ogni essere umano è grande non solo per la sua capacità intellettiva, scientifica, ma per come sa porre queste sue capacità al servizio degli altri, della società, del bene comune. Lasciatevi permeare da questa formazione. Siate capaci di ascoltare, ma soprattutto fidatevi di coloro che stanno facendo crescere in voi questo importante campo.
È triplice la reazione che deve sgorgare in ognuno di voi. La prima è il rispetto per gli educatori e per la scuola stessa. Sono i vostri “maestri”, ai quali si deve assoluto rispetto, perché da esso consegue il senso civico di ogni persona. C’è grande differenza tra istruire e formare. Le relazioni nella società si manifestano positivamente se istruzione e formazione maturano assieme. Non solo senso civico, ma accrescere il rispetto per ogni elemento della società, capacità di scelta, di ascolto, di manifestare il vero senso della vita, il rispetto dei diritti di ogni essere umano, la salvaguardia dell’ambiente naturale, l’attenzione per i più deboli. La seconda reazione è la capacità inter-relazionale con l’altro. Essa passa attraverso il dialogo, elemento fondante per la vita umana. In una scuola è necessaria la buona relazione tra gli studenti, perché attraverso di essa nasce la capacità di soluzione dei problemi che possono sorgere nel convivere quotidiano. E quindi il dialogo porta ad accrescere la capacità comunicativa. In un mondo sempre più individualista, formare persone con capacità di relazione significa aiutare la società del domani a dialogare. L’attuale crisi mondiale, il terrorismo, le migrazioni, sono il risultato di sconvolgimenti derivanti da incapacità di dialogo serio. La terza reazione è la capacità del rispetto di se stessi. Sorge da un’incapacità di capire le proprie debolezze. Se saprete guardare a voi stessi come persone che stanno crescendo, che possono avere anche insuccessi, ma che hanno sempre la speranza, allora l’autostima rispettosa del “come siamo” e non del “come vorremmo essere” crescerà e ci farà capire come sia importante la nostra identità personale.
Infine, dall’apprendimento e dalla formazione possiamo arrivare alla testimonianza. Come uomini e donne di fede, pensiamo sia indispensabile accrescere la formazione dell’anima, in quanto l’elemento religioso è presente in ognuno di noi per il soffio della vita che ci viene da Dio. La testimonianza per i credenti è una proposta di vita, è il rispetto per tutto e per tutti, è rispondere alla chiamata più intima che sgorga nel cuore, è manifestare l’amore più puro e più grande. Lasciatevi accarezzare dal soffio di Dio, non chiudete le porte del vostro cuore al suo amore infinito.
L'Osservatore Romano

giovedì 14 settembre 2017

Tutto e solo l’amore di Dio


Risultati immagini per croce festa esaltazione gerusalemme

La festa dell’Esaltazione della santa croce. 

(Bartolomeo) Questa festa probabilmente nasce a Gerusalemme, dopo il ritrovamento della croce da parte della beata Elena, madre di Costantino. Secondo la tradizione, Elena fu guidata al luogo del ritrovamento della croce dal forte aroma di una pianta, il basilico. Infatti, durante la festa della santa croce, essa viene rivestita completamente con basilico. Alcuni storici ecclesiastici, come Niceforo e Filostorge, affermano che la croce, appena ritrovata, fu posta su una donna da poco deceduta ed ebbe il potere di riportarla in vita. Per questo sant’Elena portò il 14 settembre dell’anno 355 la croce al vescovo di Gerusalemme Macario, il quale la innalzò lo stesso giorno sul Golgota, sul Calvario e da lì la portò nella nuova chiesa dell’Anastasis, della Resurrezione, sulla tomba del Signore, al santo sepolcro. La croce fu rubata in seguito dai persiani in quanto questi la ritenevano magica, uno strumento magico, ma la storia racconta che l’imperatore Eraclio la riportò a Gerusalemme. Era il 14 settembre dell’anno 626. Più propriamente alcuni storici pensano che questa data sia invece da collegarsi a un trasferimento della croce a Costantinopoli.
La chiesa di Gerusalemme tuttavia ritenne che essa dovesse appartenere a tutta la cristianità e quindi, probabilmente per evitare ulteriori furti, la croce venne suddivisa in piccoli pezzi che furono consegnati a tutte le chiese locali del tempo dell’oriente e dell’occidente: uno dei motivi per cui si riscontrano, soprattutto nei monasteri e in grandi centri ecclesiastici, piccole parti della santa croce. Secondo un’antica profezia, tutte queste parti della croce si riuniranno a comporre l’unica e sola croce alla fine dei tempi.
La festa dell’Esaltazione della santa croce giunge dall’oriente in occidente grazie a Papa Sergio, che era di origine bizantina, nel VII secolo. La Chiesa nascente, la Chiesa apostolica identificava i cristiani con il simbolo del pesce, in quanto la parola “pesce”, in greco, era l’acronimo di «Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore». Tuttavia dobbiamo porre particolare accento a tutta la prefigurazione vetero-testamentaria della crocifissione di Cristo. Il primo e più antico esempio della venerata croce è riscontrabile nel “legno della vita”: la traduzione dei Settanta usa il vocabolo xýlo per indicare quello che alle volte viene tradotto in Genesi come “albero della vita”. Il libro della Genesi afferma: «Poi il Signore piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita (il legno della vita) in mezzo al giardino, e l’albero della conoscenza del bene e del male» (2, 8-9). Tre tipi di alberi, cioè: accanto all’albero della vita Dio aggiunge l’albero del bene, del bello, della conoscenza e, dall’altra parte, l’albero che avrebbe fatto conoscere il male. Dice Severiano: «Affinché non potesse mischiarsi il bene con il male».
Molti padri della Chiesa hanno visto in questo il prototipo della santa croce. San Giovanni Damasceno vede nella croce lo stesso segno: «Il legno della vita che nel paradiso ha condotto verso la morte, attraverso lo stesso legno di vita deve essere ora donata la resurrezione» (De fide orthodoxa). Un altro padre, Filoteo di Costantinopoli, sottolinea che la morte di Adamo, e quindi dell’umanità, in essa la morte aveva avuto il meglio, cioè governava, ma la morte di Cristo e di quelli che muoiono con lui porta alla resurrezione, alla vita, a una via di grazia e di salvezza per tutti gli uomini. Riprendendo ancora san Giovanni Crisostomo, padre della Chiesa, arcivescovo di Costantinopoli, egli vede in tutto ciò tre simboli della debolezza: innanzitutto Eva, il legno e la morte. Questo in Adamo, come debolezza. Ma questi tre stessi simboli sono simboli di vittoria in Cristo. Al posto di Eva: Maria. Al posto del legno della conoscenza: il legno della croce. Al posto della morte di Adamo: la morte di Cristo. Il legno della vita è quindi essenzialmente e fondamentalmente il legno della croce di Cristo. Fra il primo tipo di legno e il secondo vi è una correlazione teologica: infatti entrambi portano a uno stesso scopo, che è quello della vita eterna. E per questo molti padri della Chiesa caratterizzano, non solo in modo retorico, cioè con grandi parole, ma in modo teologico il legno della venerata croce come “legno di salvezza”, “legno di incorruttibilità”, “legno di vita eterna”, “pianta di immortalità”, e su tutte queste caratterizzazioni hanno dato molte spiegazioni e immagini.

Cosa rivela allora la croce, partendo dall’insegnamento biblico e patristico? Rivela i pilastri portanti della fede, assieme alla resurrezione. Per questo la croce è strumento e simbolo della redenzione del genere umano: non come simbolo idolatrico, ma come fondamento. Senza la croce non potremmo pensare a una Chiesa del Cristo crocifisso. L’apostolo Paolo, nelle sue lettere, definisce la croce per sé e per la Chiesa come un vanto.
La croce, secondo l’innografia, rivela quattro verità: la croce è la più grande rivelazione della sommità dell’amore di Cristo, rivelazione che è stata realizzata nel mondo a favore dell’uomo; la croce è l’amore che si rivela dal fatto di considerare il mondo come una realtà per trovare, vedere e conoscere Dio; la croce è la rivelazione dell’amore ineffabile di Cristo come Dio-Uomo verso la sua creatura, l’uomo; nella croce abbiamo la più potente rivelazione del Dio trino. «Sulla Croce si è manifestato l’amore del Padre che crocifigge, del Figlio che viene crocifisso, l’amore dello Spirito santo che trionfa per la forza della croce. Tanto Dio ha amato il mondo: ecco l’inizio, il mezzo e il termine della croce di Cristo. Tutto e solo l’amore di Dio» (San Filarete di Mosca, Meditazioni).
La croce, dunque, è diventata strumento di santificazione e grazia, con le sue braccia aperte Cristo abbraccia l’intero cosmo. Il nuovo legno non è più il legno dell’Eden, per il sacrificio di Cristo che porta forza, comunione all’intero genere umano, fratellanza, giustizia, pace. La venerazione della santa croce, quindi, non è idolatria, perché questa venerazione significa venerazione e adorazione allo stesso Cristo, che è il segno e il soggetto di questo sacrificio di redenzione. Questa nuova comunione umana in Cristo è assai diversa da ogni altro tipo di comunione, perché fondata sull’amore totale di Dio al punto che Dio ha dato il suo Figlio.
Allo stesso tempo l’iconografia ha reso ciò che la Scrittura ha annunciato e la Chiesa vive. Nelle rappresentazioni iconografiche bizantine il crocifisso non viene mai rappresentato nel suo realismo della carne spossata e morta, né nell’agonia: non è mai un Dio sofferente. Giovanni Crisostomo a tale proposito dice: «Io lo vedo crocifisso e lo chiamo Re». Il Salvatore in croce non è solo il Cristo morto ma il Signore della propria morte e della propria vita, resta il Logos della vita eterna che si consegna alla morte e la vince. Per questo motivo nelle icone bizantine della crocifissione non si riproduce di solito nell’iscrizione quanto datoci dagli evangelisti (Gesù nazareno re dei giudei), bensì la dicitura «Il re della gloria», perché all’Ade egli fu così annunciato.
Un altro aspetto comune all’icona della croce è che essa appare piantata sempre su un piccolo monte, il Golgota, il Calvario, nelle cui viscere si vedono un cranio e delle ossa. Il cranio è quello di Adamo, che costituisce l’uomo vecchio, il seme che è morto da cui è nato l’uomo nuovo, l’albero della vita. Una tradizione dice che la croce fu piantata dove era stato sepolto il primo uomo e su quell’uomo caduto si innalza l’uomo nuovo che è Cristo.
La croce è il simbolo cristiano per eccellenza. I misteri della Chiesa si tengono per azione dello Spirito santo con il segno della croce, non si tengono azioni liturgiche senza di essa. Le benedizioni sono col segno della croce, i sacri tempi innalzano la croce. Paramenti, vasi sacri si segnano con la croce. Il cristiano porta su di sé la croce dalla nascita fino alla morte. La croce sta nelle case, nei posti di lavoro, in macchina. La madre segna il proprio figlio con la croce quando è ammalato, quando esce di casa: in ogni momento, bello o brutto, ci segniamo col segno della croce per la nostra tranquillità spirituale. Il cristiano inizia e termina il giorno con la croce. La santa croce è il più grande custode dei fedeli: in ogni azione liturgica di santificazione la Chiesa segna i fedeli con la croce. Certamente questo avviene solo col libero concorso del fedele alla partecipazione della forza di redenzione alla sua intima unione di Cristo, non certo per un aspetto “magico” della croce.
La croce santifica e dà salvezza: con essa l’uomo crocifigge il proprio egoismo e le passioni. Le croci possono anche essere molte per l’uomo: a esempio citiamo la croce parlando di povertà, di malattia, di vedovanza, di crisi economica, di drammi familiari, di ateismo, di lotta spirituale del cristiano di fronte alla carne, al mondo, al diavolo, alla morte, a una cattiva morte, fino agli ultimi istanti della vita. Ma perché una croce? Per poter dire anche noi col ladrone: «Ricordati di me, Signore, quando sarai nel tuo Regno». Come portare la croce, allora? Così come Cristo ha fatto: portare la croce con fiducia nella resurrezione. Croce e resurrezione, lo abbiamo detto all’inizio e lo diciamo anche alla fine, sono il fondamento della nostra fede e le colonne della nostra vita.
In San Pietro a Bologna
Pubblichiamo ampi stralci dell’omelia pronunciata la mattina del 14 settembre dal patriarca ecumenico durante la divina liturgia per la festa dell’Esaltazione della santa croce. Al rito, celebrato nella cattedrale di San Pietro a Bologna, hanno assistito fra gli altri l’arcivescovo della città, monsignor Matteo Maria Zuppi, sacerdoti e fedeli cattolici e ortodossi. Il patriarca sta compiendo una visita di tre giorni (13-15 settembre) nel capoluogo emiliano. Dopo la divina liturgia si è recato al monastero di Monte Sole (nell’area del parco storico dedicato alla memoria delle stragi naziste di Marzabotto), mentre, in serata, visita la parrocchia del Corpus Domini per incontrare i fedeli bolognesi del vicariato e di varie comunità.
L'Osservatore Romano

Oggi la morte viene distrutta



(Manuel Nin) Nella tradizione liturgica bizantina la festa, il 14 settembre, della «Universale esaltazione della croce preziosa e vivificante» ha un’origine collegata alla dedicazione della basilica della Risurrezione edificata nel 335 a Gerusalemme sulla tomba del Signore e alla celebrazione del ritrovamento della reliquia della croce da parte dell’imperatrice Elena e del vescovo Macario. La croce viene sempre presentata come luogo di vittoria della vita sulla morte, luogo della gioia e della salvezza.
Dalla croce sgorgano la bellezza e la vita. I testi mettono a confronto immagini e simbologia: «La croce esaltata di colui che in essa è stato elevato, induce tutta la creazione a celebrare l’immacolata passione; poiché, ucciso con essa colui che ci aveva uccisi, egli ha ridato vita a noi che eravamo morti, ci ha dato bellezza e ci ha resi degni, nella sua compassione, per sua somma bontà, di prendere cittadinanza nei cieli. Adoriamo il legno benedetto per il quale si è realizzata l’eterna giustizia: poiché colui che con l’albero ha ingannato il progenitore Adamo, viene adescato dalla croce, e cade travolto in una funesta caduta, lui che si era tirannicamente impadronito di una creatura regale. Col sangue di Dio viene lavato il veleno del serpente, poiché con un albero bisognava risanare l’albero, e con la passione dell’impassibile distruggere nell’albero le passioni del condannato».
Nel mattutino i testi danno una lettura cristologica dei cantici biblici: «Tracciando una croce, Mosè, col bastone verticale, divise il Mar Rosso per Israele che lo passò a piedi asciutti, poi lo riunì su se stesso con frastuono volgendolo contro i carri di faraone, disegnando, orizzontalmente, l’arma invincibile». Questa lettura è applicata anche al libro di Giona: «Nelle viscere del mostro marino, Giona stendendo le palme a forma di croce, chiaramente prefigurava la salvifica passione; perciò uscendo il terzo giorno, rappresentò la risurrezione ultramondana del Cristo Dio crocifisso nella carne che con la sua risurrezione il terzo giorno ha illuminato il mondo».
Ancora, la roccia nel deserto da dove scaturisce acqua grazie all’intervento di Mosè col suo bastone, è figura della croce e della Chiesa: «Una verga è assunta come figura del mistero perché, con la sua fioritura, essa designa il sacerdote, e per la Chiesa un tempo sterile è fiorito ora l’albero della croce, come forza e sostegno. La dura roccia colpita dalla verga, facendo scaturire acqua, manifestava il mistero della Chiesa eletta da Dio, di cui la croce è forza e sostegno».
Il cantico del libro di Daniele viene poi letto in chiave trinitaria: «Il folle editto di un tiranno empio sconvolse i popoli, ma non spaventò i tre fanciulli quel fuoco crepitante; ma in mezzo al fuoco, che strideva sotto il vento rugiadoso, essi salmeggiavano. Benedite, fanciulli pari in numero alla Trinità, Dio Padre creatore, inneggiate al Verbo che è disceso, e ha mutato il fuoco in rugiada; e sovraesaltate per i secoli lo Spirito santissimo».
Per i cantici della Madre di Dio e di Zaccaria, i testi presentano Maria come nuovo Eden: «Sei mistico paradiso che, senza coltivazione, o Madre di Dio, ha prodotto il Cristo, dal quale è stato piantato sulla terra l’albero vivificante della croce. Esultino tutti gli alberi del bosco, perché la loro natura è stata santificata da colui che nel principio l’ha piantata, Cristo, disteso sul legno. La morte, sopravvenuta alla nostra stirpe per il frutto dell’albero, è oggi distrutta dalla croce, perché la maledizione che nella progenitrice colpiva tutta la stirpe, è annullata grazie alla prole della pura Madre di Dio».

L'Osservatore Romano

mercoledì 13 settembre 2017

Se si perde la sacralità del mondo...



Avidità umana e crisi culturale all’origine della questione ecologica.

(Bartolomeo, Patriarca ecumenico di Costantinopoli) Ogni azione offre sicurezza, se la sua qualità è sostenibile nell’ambiente. Ne consegue che la rinnovata attenzione per la nostra “casa comune” non è appannaggio solo di alcuni, ma è l’assoluta capacità di ogni essere umano di farsi promotore della vita e della vita dei tempi che verranno. La Chiesa ortodossa, con le iniziative del patriarcato ecumenico fin dal 1989, ha cercato di comprendere la dimensione spirituale della crisi ecologica, individuando il legame teologico tra la natura delle cose e la loro appartenenza a Dio.
Un lungo processo di analisi e di superamento dei concetti filosofici antichi che opponevano la materia allo spirito, sviluppatosi soprattutto in occidente nel medioevo, ma che avevano influenzato l’intero cristianesimo, ha indotto la nostra Chiesa a ritrovare le radici scritturistiche più profonde della patristica, esprimendosi nei termini di creato-increato. Si trattava in definitiva non soltanto di curare i sintomi della crisi ambientale, ma di comprenderne le cause, di superare il mito della civiltà fondata solo sul progresso continuo, sulla sovranità della ragione e della crescita illimitata e di esprimere la crisi ecologica come «la crisi di una cultura che ha perso il senso della sacralità del mondo, poiché ha perso il suo rapporto con Dio» (Ioannis Zizioulas).

Si è formata pertanto in tale prospettiva la coscienza che questa crisi ha radici profondamente spirituali, la riscoperta della sacralità del cosmo e la sua dimensione sacra in rapporto all’uomo. Per l’identità cristiana, il Dio-Uomo assume la natura in Cristo e la trasfigura. Salvaguardare pertanto l’ambiente significa salvaguardare la vita. Ci sono responsabilità e risposte che devono essere condivise in quanto «tutti siamo collettivamente responsabili del modo in cui la nostra avidità ha devastato la diversità e diminuito le risorse del nostro pianeta» (Ioannes Chrissavgis). 
Ne consegue che, come dice anche il nostro fratello Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, il preservare la natura e il servizio del prossimo sono inseparabili. Vi è un profondo legame tra la giustizia ambientale e la giustizia sociale. L’abominio dell’egoismo umano nei confronti della creazione ha portato alle più grandi crisi umanitarie, dove i poveri sono diventati più poveri a scapito di una piccola élite mondiale. Come ha sottolineato il santo e grande concilio della Chiesa ortodossa nel giugno 2016 a Creta, «il divario tra ricchi e poveri si è drammaticamente aggravato a causa della crisi economica, che normalmente è il risultato della speculazione sfrenata da parte di fattori finanziari, della concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e di attività economiche perverse che, prive della giustizia e sensibilità umanitaria, alla fine non servono le reali necessità dell’umanità. Un’economia sostenibile è quella che combina l’efficienza con la giustizia e la solidarietà sociale» (La missione della Chiesa ortodossa nel mondo contemporaneo, cap. f, 4).
Di conseguenza il concilio ha opportunamente affermato che «la crisi ecologica, essendo collegata ai cambiamenti climatici e al riscaldamento del pianeta, rende imperativo il dovere della Chiesa di contribuire, attraverso i mezzi spirituali a sua disposizione, a proteggere la creazione di Dio dalle conseguenze dell’avidità umana. L’avidità per soddisfare i bisogni materiali porta a un impoverimento spirituale dell’essere umano e alla distruzione dell’ambiente. Non dobbiamo dimenticare che le risorse naturali della terra non sono proprietà dell’uomo, ma del Creatore: “La terra è del Signore, e tutta la sua pienezza, il mondo, e quelli che abitano in essa” (Salmo 23, 1). Pertanto, la Chiesa ortodossa pone l’accento sulla salvaguardia del creato di Dio attraverso la cultura della responsabilità dell’uomo davanti al nostro ambiente dato da Dio e attraverso la promozione delle virtù della frugalità e della moderazione. Siamo costretti a rammentare che non solo le generazioni attuali ma anche quelle future hanno il diritto di godere dei beni naturali, donati a noi dal Creatore» (La missione della Chiesa ortodossa nel mondo contemporaneo, cap. f, 10).
Il mondo della fede può essere veramente un potente alleato negli sforzi per affrontare tutte le crisi che attanagliano le nostre società: la giustizia ambientale, la giustizia sociale, il combattere fondamentalismo e razzismo, la capacità di accoglienza cosciente e sostenibile, la salvaguardia della cultura e delle tradizioni, il valore della biodiversità e della salvaguardia biologica. Siamo stati opportunamente informati dell’alto valore che questa Regione dà all’ambiente e alla salvaguardia di tutti quei prodotti che la caratterizzano, della tradizione che li accompagnano e della sostenibilità della loro produzione. Sappiamo del progetto, che sta diventando realtà in questa città, di una vasta area di divulgazione e conoscenza dell’agroalimentare, seguendo la prospettiva sopra esposta: la cultura, la bellezza della biodiversità, e i saperi, espressione di una conoscenza profonda e radicata nel contesto ambientale. Ce ne rallegriamo e auguriamo agli organizzatori del progetto, ma anche a voi che tessete le regole del convivere sociale, un successo non solamente economico ma di coscienza umana e di capacità di incontro con un mondo che deve diventare migliore, sapendo percepire in esso il soffio della vita che viene dall’alto.
Nell’enciclica finale del santo e grande concilio, la nostra Chiesa ha affermato tra le altre cose che «la rottura nel rapporto tra l’uomo e la creazione è una perversione dell’uso autentico della creazione di Dio. L’approccio al problema ecologico, sulla base dei principi della tradizione cristiana, richiede non solo il ravvedimento per il peccato dello sfruttamento delle risorse naturali del pianeta, vale a dire, un cambiamento radicale di mentalità e di comportamento, ma anche un ascetismo, come antidoto al consumismo, alla divinizzazione dei bisogni e all’atteggiamento di possesso. Presuppone anche la nostra più grande responsabilità per tramandare alle future generazioni un ambiente naturale vivibile e il suo uso conforme alla volontà divina e benedizione. Nei sacramenti della Chiesa, la creazione si afferma e l’uomo è incoraggiato ad agire come economo, custode e “sacerdote” della creazione, portando davanti al creatore in modo glorificante “il Tuo dal Tuo, a Te offriamo in tutto e per tutto”, e coltivando un rapporto eucaristico con la creazione. Questo approccio ortodosso, evangelico e patristico attira anche la nostra attenzione alle dimensioni sociali e alle tragiche conseguenze della distruzione dell’ambiente naturale» (Enciclica, cap. iv, 14). E questo manifesta oggi la salvaguardia dell’ambiente come salvaguardia della vita.
La vostra assemblea legislativa oggi ci onora di un grande riconoscimento, l’assegnazione alla nostra modestia del «Mosaico concittadino dell’Emilia–Romagna». Vi ringraziamo, accettandolo con grande rispetto, perché crediamo che questo onore vada a tutto il nostro patriarcato ecumenico, che da sempre lavora e prega per la salvaguardia del creato e che da più di ventotto anni ha istituito il 1° settembre, inizio dell’anno ecclesiastico, come giorno di preghiera per la salvaguardia e la tutela dell’ambiente naturale e di tutto ciò che esso contiene, giorno ora dedicato a ciò da tutte le Chiese ortodosse, dalla sorella Chiesa romano-cattolica, dalla Chiesa anglicana e da numerose Chiese protestanti. Auguriamo a tutti voi e a tutti i cittadini di questa Regione progressi sociali, culturali e spirituali in tutti i campi della vita civile, testimoni privilegiati della possibilità di crescita in armonia con il creato, donatoci da Dio.
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Il patriarca ecumenico a Bologna 
Il patriarca ecumenico, arcivescovo di Costantinopoli, è a Bologna per una visita di tre giorni (13-15 settembre) durante la quale parteciperà a una serie di incontri e celebrazioni. Dopo la cena informale, ieri sera, con i sacerdoti ortodossi e cattolici, nella mattinata di oggi, mercoledì 13, ha offerto una meditazione sullo Spirito santo nel mistero della liturgia della Chiesa nella cappella del seminario arcivescovile dove si sta svolgendo la tre giorni del clero. Ha poi visitato la Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII, mentre, nel pomeriggio, presso l’assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna, tiene la lectio magistralis dal titolo «Salvaguardia dell’ambiente, salvaguardia della vita», che pubblichiamo quasi per intero. In serata il patriarca celebrerà il vespro nella chiesa greco-ortodossa di San Demetrio e incontrerà i fedeli ortodossi di Bologna. 
Il 14 settembre, giorno in cui cattolici e ortodossi festeggiano l’Esaltazione della santa croce, presiederà la divina liturgia nella cattedrale di San Pietro alla presenza dell’arcivescovo Matteo Maria Zuppi e dei sacerdoti della diocesi. Dopo una visita informale al monastero di Monte Sole, in serata, presso la parrocchia del Corpus Domini, l’arcivescovo di Costantinopoli incontrerà i fedeli bolognesi del vicariato e di varie comunità, con un piccolo momento conviviale. Infine, il 15 settembre, il primate ortodosso si recherà al liceo Malpighi per incontrarsi con docenti e studenti in occasione dell’inizio dell’anno scolastico. 
È la seconda volta che il patriarca ecumenico visita la diocesi di Bologna dopo che nel 2005 era stato accolto dall’allora arcivescovo Carlo Caffarra e aveva celebrato un vespro solenne nella basilica di San Petronio. L’arcidiocesi segnala negli ultimi anni la forte crescita numerica delle comunità ortodosse presenti nel capoluogo. 
L'Osservatore Romano

giovedì 7 settembre 2017

E il mondo con lei si rinnova



La natività di Maria nella tradizione bizantina.

(Manuel Nin) La festa della natività della Madre di Dio, l’8 settembre, è celebrata nelle Chiese d’oriente e d’occidente, e parecchi testi bizantini per questa festa sono entrati nell’ufficiatura romana. Inoltre, l’inizio dell’anno liturgico bizantino, l’1 settembre, situa la natività di Maria come la prima delle grandi feste, allo stesso modo che il 15 agosto, la sua dormizione, è l’ultima grande festa, e in qualche modo la conclusione, dell’anno liturgico. La celebrazione, preceduta il 7 da una pre-festa, prosegue fino alla vigilia dell’Esaltazione della croce il 13 settembre. E già dalla vigilia la liturgia sottolinea la gioia per la nascita di colei che diventa la madre del Verbo incarnato.
I titoli dati a Maria quasi sempre vengono messi in parallelo con quelli cristologici: «Con la tua natività, o immacolata, sono sorti sul mondo i raggi spirituali della gioia universale, che a tutti preannunciano il sole della gloria, Cristo Dio. La Vergine ricettacolo di Dio, la Madre di Dio pura, il vanto dei profeti, la figlia di Davide, nasce oggi da Gioacchino e da Anna la casta, e rovescia col suo parto la maledizione di Adamo che ci colpiva. Tu sei stata madre del creatore di tutti».
Un tropario della vigilia riunisce dodici titoli dati a Maria presi da testi veterotestamentari interpretati in chiave cristologica e quindi anche mariologica: l’immagine dei monti dai salmi, la mensa e il candelabro dal libro dell’Esodo, il trono dalle profezie di Isaia e di Daniele, il roveto ardente ancora dal libro dell’Esodo: «Gioisci, ricapitolazione dei mortali; gioisci, tempio del Signore; gioisci, monte santo; gioisci, mensa divina; gioisci, candelabro tutto luminoso; gioisci, vanto dei veri credenti, o venerabile; gioisci, Maria, madre del Cristo Dio; gioisci, tutta immacolata; gioisci, trono di fuoco; gioisci, dimora; gioisci, roveto incombusto; gioisci, speranza di tutti».
Nel vespro per due volte si mette in evidenza il mistero e la teologia della festa. Per confermare la professione di fede nella vera incarnazione del Verbo eterno di Dio, l’autore di questo testo, Sergio patriarca di Costantinopoli nel VII secolo, presenta in parallelo il cielo e la terra, la dimora di Dio e quella dell’uomo, la terra che diventa per l’incarnazione del Verbo di Dio nel grembo di Maria dimora del Dio vivo: «Oggi Dio, che riposa sui troni spirituali, si è apprestato sulla terra un trono santo; colui che ha consolidati i cieli con sapienza nel suo amore per gli uomini si è preparato un cielo vivente: perché da sterile radice ha fatto germogliare per noi, come pianta portatrice di vita, la madre sua. O Dio dei prodigi, speranza dei disperati, Signore, gloria a te».
Un altro testo, dello stesso Sergio, propone anche una lettura ecclesiologica. Maria è il luogo dove si congiungono le due nature nel Verbo di Dio incarnato e la Chiesa diventa luogo della bellezza: «Venite, fedeli tutti, corriamo verso la Vergine, perché ecco, nasce colei che prima di essere concepita in seno è stata predestinata a essere madre del nostro Dio; il tesoro della verginità, la verga fiorita di Aronne che spunta dalla radice di Iesse, l’annuncio dei profeti, il germoglio dei giusti Gioacchino e Anna nasce, e il mondo con lei si rinnova. Essa è partorita, e la Chiesa si riveste del proprio decoro. Il tempio santo, il ricettacolo della divinità, lo strumento verginale, il talamo regale nel quale è stato portato a compimento lo straordinario mistero della ineffabile unione delle nature che si congiungono in Cristo: adorando lui, celebriamo l’immacolata nascita della Vergine».
L’anno liturgico bizantino si svolge tra le due grandi feste della Madre di Dio: la sua nascita e la sua dormizione. La vita di Maria percorre il mistero di Cristo, come quella della Chiesa che lo annuncia e lo celebra: «Oggi le porte sterili si aprono e ne esce la divina porta verginale. Oggi la grazia comincia a dare i suoi frutti, manifestando al mondo la Madre di Dio, per la quale le cose terrestri si uniscono a quelle celesti, a salvezza delle anime nostre. Oggi è il preludio della gioia universale. Oggi cominciano a spirare le aure che preannunciano la salvezza. La sterilità della nostra natura è finita, perché la sterile diventa madre di colei che resta vergine dopo aver partorito il creatore, di colei dalla quale colui che è Dio per natura assume ciò che gli è estraneo, e con la carne per gli sviati opera la salvezza».

L'Osservatore Romano

giovedì 25 maggio 2017

In cielo la natura umana smarrita





(Manuel Nin) L’Ascensione del Signore, è celebrata il quarantesimo giorno dopo la Risurrezione, ed è una delle grandi feste nel calendario liturgico di tutte le Chiese cristiane. In alcuni testi dell’ufficiatura mattutina della festa nella tradizione bizantina, attribuiti a Giovanni Damasceno e Giuseppe di Tessalonica, emergono tre aspetti che si intrecciano l’uno con l’altro: la carne di Cristo, glorificata nella sua risurrezione, è ascesa ai cieli; il Signore Gesù che sale al Padre nella gloria; e infine con la sua ascensione il Signore rinnova, restaura la natura umana caduta in Adamo.
Sono aspetti che si affiancano al versetto del salmo 23 cantato ripetutamente dagli angeli: «Levate le porte davanti al Cristo, nostro Re!». Diversi tropari del canone sottolineano l’ascensione in cielo della carne glorificata di Cristo Signore, quindi il vincolo tra l’incarnazione del Verbo di Dio e l’ascensione nella carne gloriosa del Signore risorto: «Sbigottivano i cori degli angeli, vedendo nell’alto dei cieli, con la carne, il Cristo mediatore tra Dio e gli uomini, e concordi cantavano un canto di vittoria. Al Dio che è apparso sul monte Sinai e ha dato la Legge al veggente Mosè, e che dal Monte degli Ulivi ascende nella carne, a lui cantiamo tutti, perché si è reso glorioso».
Nell’ascensione, alla presenza degli angeli, il Signore innalza la natura umana prima mortale poi diventata immortale: «Sei asceso al Padre, o Cristo datore di vita, e hai esaltato la nostra stirpe, o amico degli uomini, nella tua ineffabile compassione. Le schiere degli angeli, o Salvatore, vedendo la natura mortale ascendere unita a te, incessantemente ti celebravano, piene di stupore». La carne glorificata di Cristo sarà quindi quella con cui apparirà anche alla fine dei secoli: «Gli angeli si accostarono ai tuoi discepoli, o Cristo, gridando: Nel modo in cui avete visto ascendere il Cristo, così nella carne verrà, giusto Giudice di tutti».
In alcuni tropari poi viene messa in parallelo, quasi ne fosse prefigurazione, l’ascensione di Elia e l’ascensione di Cristo: «Straordinaria la tua nascita, straordinaria la tua risurrezione, straordinaria e tremenda, o datore di vita, la tua divina ascensione dal monte: prefigurandola, Elia saliva in alto con un carro a quattro cavalli, celebrando te, o amico degli uomini».
L’ascensione di Cristo al Padre nella gloria è il rinnovamento, la ricreazione della natura umana caduta in Adamo: «Sei risorto il terzo giorno, tu che per natura sei immortale, quindi sei asceso al Padre, o Cristo, portato da una nube, o Creatore dell’universo. Davide l’ispirato grida con tutta chiarezza nei suoi salmi: È asceso il Signore ai cieli tra acclamazioni e ha raggiunto il Padre, fonte della luce. O Signore, dopo aver rinnovato con la tua passione e risurrezione il mondo invecchiato per i tanti peccati, sei asceso ai cieli, portato da una nube: gloria alla tua gloria».
Il parallelo tra l’incarnazione di Cristo e la sua ascensione viene corroborato anche con delle immagini prese dalle parabole evangeliche come quella del buon pastore e della pecora smarrita: «Dopo aver cercato Adamo che si era smarrito per l’inganno del serpente, o Cristo, di lui rivestito sei asceso al cielo e ti sei assiso alla destra del Padre, partecipe del suo trono, mentre a te inneggiavano gli angeli. Prendendoti sulle spalle, o Cristo, la natura che si era smarrita, sei asceso al cielo e l’hai presentata a Dio Padre».
Uno dei tropari dedicati alla Madre di Dio con una bella immagine mette in parallelo il grembo pieno di Maria e l’ade svuotata da tutti coloro che aveva contenuto: «Beato il tuo ventre, o tutta immacolata, perché inesplicabilmente è stato degno di contenere colui che prodigiosamente ha svuotato il ventre dell’ade: supplicalo di salvare noi che a te inneggiamo».
Infine i testi della tradizione bizantina sottolineano la presenza degli apostoli all’ascensione del Signore, diventandone testimoni: «Gesù il datore di vita, presi con sé coloro che amava. O Gesù onnipotente, sei asceso nella gloria sotto gli occhi dei tuoi venerabili discepoli che tripudiarono vedendo oggi il Creatore levarsi nell’aria». Uno dei tropari, di Romano il Melodo, mette in evidenza l’ascensione del Signore in cielo e il suo rimanere presente nella vita della Chiesa: «Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi». 
La festa dell’Ascensione sottolinea come la natura umana caduta in Adamo viene oggi rinnovata in Cristo. Uno dei tropari lo canta in un modo molto bello: «Rinnovando, o Dio, la natura di Adamo, discesa nelle parti inferiori della terra, oggi l’hai fatta ascendere con te. Avendola amata, l’hai fatta sedere insieme a te, poiché ne hai avuto compassione, a te l’hai unita; avendola unita a te, con essa hai patito: ma avendo patito pur essendo tu impassibile, l’hai glorificata con te. Gli angeli dicevano: Chi è costui, quest’uomo bello? Non solo uomo però, ma Dio e uomo. Perciò angeli, avvolti in tuniche, volarono ai discepoli, dicendo: Uomini galilei, colui che di tra voi se n’è andato, questo Gesú, uomo e Dio, di nuovo come uomo Dio verrà».

L'Osservatore Romano

venerdì 14 aprile 2017

Viene legato colui che scioglie Adamo



Venerdì e sabato santi nella tradizione bizantina. 

(Manuel Nin) Il mistero pasquale nella tradizione bizantina viene inquadrato nella celebrazione della passione e morte del Signore in croce, la sua discesa all’Ade e la sua gloriosa risurrezione. Il Creatore di tutto, il Signore onnipotente e inaccessibile è inchiodato alla croce e muore. È messo in un sepolcro da Giuseppe di Arimatea e Nicodemo. Quindi il Signore che scende negli inferi per riprendersi Adamo e riportarlo al paradiso da cui era stato espulso.La liturgia di questi giorni mette in parallelo la grandezza del Signore onnipotente che per noi si annienta, si fa piccolo, si fa uomo, come canta uno dei tropari del venerdì: «Oggi è appeso al legno colui che ha appeso la terra sulle acque; oggi il re degli angeli è cinto di una corona di spine; oggi è avvolto di una finta porpora colui che avvolge il cielo di nubi; riceve uno schiaffo, colui che nel Giordano ha liberato Adamo; è inchiodato con chiodi lo sposo della Chiesa; è trafitto da una lancia il figlio della vergine. Adoriamo, o Cristo, i tuoi patimenti. Mostraci anche la tua gloriosa risurrezione».
I tropari della liturgia contemplano la divinità e l’umanità di Cristo nel suo essere inchiodato alla croce: «Oggi il sovrano del creato e Signore della gloria, è confitto alla croce e viene trafitto al fianco; gusta fiele e aceto la dolcezza della Chiesa; è cinto di una corona di spine colui che copre di nuvole il cielo; indossa un manto di derisione ed è schiaffeggiato da una mano di creta colui che con la sua mano ha plasmato l’uomo; è flagellato alle spalle colui che avvolge il cielo di nubi; riceve sputi e flagelli, oltraggi e schiaffi, e per me, il condannato, tutto egli sopporta, il mio redentore e Dio, per salvare il mondo dall’inganno, nella sua amorosa compassione».
Il dolore e la fede della Madre di Dio vedendo il Figlio appeso alla croce diventa il dolore e la fede della Chiesa stessa: «Oggi colui che per essenza è inaccessibile, diventa per me accessibile, e soffre la passione per liberare me dalle passioni; colui che dà la luce ai ciechi, riceve sputi da labbra inique e, per i prigionieri, offre le spalle ai flagelli. Vedendolo sulla croce, la pura vergine e madre dolorosamente diceva: Ahimé, figlio mio, perché hai fatto questo? Tu, splendido di bellezza più di tutti i mortali, appari senza respiro, sfigurato, senza più forma né bellezza. Ahimé, mia luce. Non posso vederti addormentato, sono ferite le mie viscere e una dura spada mi trapassa il cuore. Io celebro i tuoi patimenti, adoro la tua amorosa compassione: o longanime Signore, gloria a te».
La passione e la morte del Signore manifestano la gloria e la grandezza della sua divina umanità: «Oggi vediamo compiersi un tremendo e straordinario mistero: l’intangibile è catturato, viene legato colui che scioglie Adamo dalla maledizione; è iniquamente interrogato colui che scruta cuori e reni; è rinchiuso in una prigione colui che ha chiuso l’abisso; compare davanti a Pilato colui davanti al quale si tengono con tremore le potenze dei cieli; il Creatore è schiaffeggiato dalla mano della creatura; è condannato alla croce il Giudice dei vivi e dei morti; è deposto in una tomba il distruttore dell’Ade. O tu che per compassione tutto sopporti, e tutti salvi dalla maledizione, o paziente Signore, gloria a te».
Giuseppe di Arimatea e Nicodemo vengono presentati come coloro che hanno cura del corpo del Signore, e la sua sepoltura diventa il vero riposo del sabato della nuova creazione: «Giuseppe insieme a Nicodemo depose dal legno te, che ti avvolgi di luce come di un manto; e contemplandoti morto, nudo, insepolto, iniziò il lamento pieno di compassione. Come potrò seppellirti, Dio mio? Come ti avvolgerò in una sindone? Con quali mani toccherò il tuo corpo immacolato? Oggi una tomba racchiude colui che tiene in sua mano il creato; una pietra ricopre colui che copre i cieli con la sua maestà. Dorme la vita, l’Ade trema e Adamo è sciolto dalle catene. Tu oggi ci doni il sabato eterno con la tua santissima risurrezione dai morti: perché tu sei Dio. Il re dei secoli, dopo aver compiuto l’economia con la passione, celebra il sabato in una tomba, per prepararci un nuovo riposo sabbatico». 
Un altro dei tropari, con delle immagini di una bellezza toccante, viene messo in bocca a Giuseppe di Arimatea che chiede a Pilato il corpo di Gesù. Il testo canta il Verbo di Dio che nella sua incarnazione «si fa, diventa straniero». È un testo che medita tutta l’economia dell’incarnazione, lo svuotarsi, lo straniarsi del Figlio di Dio. Un diventare straniero lo è stato il suo ingresso nel mondo nell’incarnazione; la sua morte fuori della città: «Giuseppe andò da Pilato, e così lo pregava: Dammi questo straniero, che dall’infanzia come straniero si è esiliato nel mondo. Dammi questo straniero, odiato e ucciso come straniero. Dammi questo straniero, di cui stranito contemplo la morte strana. Dammi questo straniero, che ha saputo accogliere poveri e stranieri. Dammi questo straniero, che per invidia è stato estraniato dal mondo. Dammi questo straniero, perché io lo seppellisca in una tomba, giacché, come straniero, non ha ove posare il capo. Dammi questo straniero, al quale la madre, vedendolo morto, gridava: O figlio e Dio mio, anche se sono trafitte la mie viscere e il mio cuore dilaniato al vederti morto, tuttavia ti magnifico, confidando nella tua risurrezione. E il nobile Giuseppe ricevette il corpo del Salvatore: con timore lo avvolse in una sindone con mirra e depose in una tomba colui che a tutti elargisce la vita eterna e la grande misericordia».
L'Osservatore Romano

mercoledì 12 aprile 2017

La Grande e Santa Settimana della Chiesa ortodossa russa



di Vladimir Rozanskij

Quest’anno coincidono le date della Pasqua ortodossa e cattolica. Duemila giovani fedeli in processione per chiedere il ritorno totale al culto della chiesa di S. Pietroburgo. L’elaborata preparazione del Miron, l’olio santo del Giovedì Santo con cui si ungevano anche gli zar. Alcuni martiri del periodo sovietico sono stati “declassati” a semplici “vittime della repressione”.

Mosca (AsiaNews) - Quest’anno i cristiani russi cattolici e ortodossi si preparano insieme ai riti pasquali. Come accade ogni cinque o sei anni, nel 2017 la data della Pasqua coincide per tutte le confessioni cristiane. La Grande e Santa Settimana - come viene denominata nel rito bizantino (anche con il titolo di “Settimana Autentica” o “di Passione”) - ha visto tre giorni fa le folle dei fedeli radunate con i rami di salice (l’ulivo non cresce in Russia) in processione intorno alle chiese ortodosse, ma anche a quelle cattoliche (circa 300 in tutto il paese).
La chiesa di S. Isacco torna ai fedeli
Una processione molto speciale si è svolta a San Pietroburgo, sotto la guida del metropolita Varsonofij: per tre volte un corteo di oltre 2mila persone, metà delle quali sotto i 15 anni, ha agitato in festa i simboli dell’accoglienza di Cristo a Gerusalemme intorno alla cattedrale di S. Isacco, ancora adibita a museo.  La Chiesa Ortodossa ne sta richiedendo con insistenza la restituzione totale per il culto cristiano. Si tratta di una grandiosa costruzione di fine Ottocento, che nelle poderose colonne e nel profilo della cupola imita la basilica di S. Pietro a Roma, internamente rivestita di preziosissimi marmi e pietre rare. Fino a oggi, la cattedrale rimane adibita a museo dell’architettura dei tempi zaristi (nel periodo sovietico, dalla cima della cupola si faceva oscillare il più grande “pendolo di Foucault” del mondo), e solo un altare laterale è riservato al culto in orari determinati. A differenza della cattedrale del SS. Salvatore a Mosca, fatta esplodere da Stalin a scopo dimostrativo e pomposamente ricostruita negli anni Novanta, la grande chiesa pietroburghese si salvò dalla distruzione per le sue particolari qualità architettoniche, e ora si spera possa tornare alle funzioni dichiarate dalla grande iscrizione di marmo della facciata: “La mia casa è la casa di Dio”.
Il Miron del Patriarca
A Mosca il Patriarca Kirill ha iniziato al Lunedì Santo la grandiosa cerimonia della consacrazione degli oli santi, che si concluderà domani, Giovedì Santo, chiamata “Rito della Preparazione del Miron”. Il Miron è il termine con cui nel rito bizantino si distingue il Sacro Crisma per le funzioni sacramentali, e viene preparato con una speciale mistura di circa 50 essenze su una base di olio di oliva, con estratti di erbe e di resine dal soave odore. La fusione sul fuoco dura tre giorni, dal lunedì al mercoledì, per essere consacrata la mattina del giovedì; la procedura è talmente complessa che non viene effettuata tutti gli anni, ma una volta ogni tre-quattro anni. L’attrezzatura per la fusione si trova soltanto a Mosca, al monastero di S. Dmitrij Donskoj, da dove il Miron viene distribuito a tutte le eparchie e parrocchie della Russia.
In passato il Miron serviva anche a consacrare gli zar. Il Patriarca ha colto l’occasione per rivolgere un richiamo ai governanti, e a tutti gli uomini chiamati a funzioni di potere mettendo in luce l’esempio di umiltà di Gesù, accolto regalmente a Gerusalemme e poi crocifisso dalle folle. Secondo Kirill, l’uomo di potere che sa conservare lo spirito di umiltà rimane un modello per il popolo intero, anche dopo aver concluso le sue funzioni; come esempio di “potente cristiano”, il Patriarca ha citato il famoso condottiero russo Aleksandr Suvorov, l’ultimo “generalissimo” prima di Stalin, vincitore di molte guerre contro turchi e polacchi e protagonista della prima vera “guerra mondiale”, la Guerra dei Sette anni (1756-1763). Suvorov è una figura ben nota anche agli italiani, a cui rivolse un Proclama nel 1799 durante la Campagna d’Italia, facendo leva sui valori religiosi del popolo italiano.
Martiri autentici e non
Proprio in questi giorni, nell’attesa della celebrazione del Sacrificio di Cristo, è stata annunciata una decisione alquanto singolare da parte della Commissione Sinodale per le Cause dei Santi del Patriarcato di Mosca, presieduto dal metropolita Juvenalij: alcuni martiri del periodo comunista, già elevati all’onore degli altari, sono stati de-canonizzati, ridotti cioè al ruolo di semplici vittime delle repressioni, senza la palma del martirio. Il motivo di tale scelta risale alla complessa discussione sul valore delle testimonianze del periodo sovietico e dei lager staliniani, dove non sempre è facile distinguere la testimonianza della fede dalla semplice opposizione contro-rivoluzionaria, quando non addirittura dal collaborazionismo con gli stessi carnefici. Dopo anni di continue e rapide canonizzazioni, sulle ali dell’entusiasmo post-comunista, nell’ultimo decennio si è provveduto a un’accurata revisione di tali processi, con una progressiva restrizione di accesso agli archivi e ai documenti, che negli anni Novanta erano stati aperti a chiunque li volesse consultare; non a caso, la settimana scorsa lo stesso presidente Putin ha assunto anche la carica di Direttore dell’Archivio di Stato, che raccoglie i fondi più importanti e delicati, come quelli sulle repressioni sovietiche.
La canonizzazione dei martiri del XX secolo, del resto, è una questione complicata anche in campo occidentale, riguardo alle repressioni del fascismo, del nazismo, della guerra civile spagnola e altre. Il sistema dei campi di concentramento rendeva quasi impossibile raccogliere adeguate informazioni e testimonianze sulle persone perseguitate e condannate alla morte, magari con esecuzioni collettive del tipo delle camere a gas naziste, o delle fucilazioni di massa spagnole. La Chiesa Cattolica, che attribuisce all’atto della canonizzazione un valore di infallibilità, non ha mai proceduto alla revoca di uno di essi. Nella Chiesa ortodossa russa si ricorda la famosa de-canonizzazione di Anna Kashinskaja-Sofia nel 1677, quasi trent’anni dopo la sua proclamazione: nella teca che custodiva il corpo della santa, si notava che la sua mano formava il segno della croce con due dita, proibito dal Concilio di Mosca nel 1666 come segno dell’eresia dei vecchio-credenti, che non avevano accettato la riforma liturgica che imponeva le “tre dita.
asianews

sabato 8 aprile 2017

Da Betania a Gerusalemme



La settimana santa nella tradizione bizantina.

(Manuel Nin) Un importante testo del ivsecolo, la Peregrinatio Egeriae, nel capitolo ventinovesimo racconta la celebrazione della risurrezione di Lazzaro che si svolge tra Betania e Gerusalemme, e che avviene il sabato che precede immediatamente la domenica delle palme. La famosa pellegrina narra come il vescovo di Gerusalemme con i monaci e il popolo si radunano a Betania e lì si legge il vangelo della risurrezione di Lazzaro; quindi si avviano in processione verso la città santa. Le liturgie orientali hanno questa celebrazione appunto il sabato immediatamente precedente la domenica delle palme, celebrazione in qualche modo preparata lungo tutta la settimana che la precede attraverso la memoria della malattia, della morte e della risurrezione di Lazzaro, che a sua volta diventa prefigurazione, annuncio della grande settimana della passione, morte e risurrezione del Signore.
Nella tradizione bizantina troviamo in questa settimana dei tropari liturgici che mettono in luce due aspetti importanti. In primo luogo i testi contemplano in modo progressivo la malattia, la morte e la risurrezione dell’amico del Signore, quasi volessero coinvolgerci con Cristo nel suo camminare, nel suo salire a Betania e a Gerusalemme. In secondo luogo, la liturgia facendo una lettura dei testi e una esegesi potremmo dire per omonimia, accosta nel nome comune i due personaggi evangelici che portano il nome di Lazzaro: il povero della parabola del vangelo di Luca e l’amico di Cristo del vangelo di Giovanni. 
I testi liturgici ci introducono nel cammino di Gesù verso Betania con i suoi discepoli: «Oggi la malattia di Lazzaro viene manifestata a Cristo, che si trattiene al di là del Giordano. Coi suoi apostoli verrà il Signore per risuscitare un nativo di questa terra». Nel progredire della malattia di Lazzaro, i tropari mettono in luce la pedagogia voluta da Cristo anche dal suo attardarsi al di là del Giordano: «Oggi come ieri Lazzaro soffre la malattia. Nella gioia, preparati Betania, per ricevere il tuo maestro e il tuo re e canta con noi: Signore, gloria a te». Martedì al vespro e mercoledì si parla già della morte e quindi della sepoltura di Lazzaro: «In questo giorno Lazzaro consegna lo spirito, per riaffermare nel tuo amico, Signore, la fede nella tua divina risurrezione che calpesta la morte e ci dà la vita; per questo noi ti lodiamo e ti cantiamo».
Nel cammino di Cristo verso Betania, vediamo già sottolineata la sua vittoria sulla morte: «Lazzaro è nella tomba da due giorni. Si avvicina il Creatore per spogliare la morte e darci la vita; per questo noi lo invochiamo: Signore, gloria a te». Lo strappo fatto da Cristo alla morte nella persona dell’amico Lazzaro è preannuncio della nuova creazione che avverrà nella risurrezione di Cristo quando scendendo nell’Ade lui strapperà dagli inferi Adamo ed Eva e li riporterà al paradiso. I testi della liturgia di questi giorni inoltre mescolano la gioia dell’imminente risurrezione di Lazzaro e quella dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme: «O Cristo, che siedi sui serafini celesti nella divina maestà di Creatore dell’universo, adesso nella terra ti prepari a sedere su un asinello; Betania si rallegra di accoglierti come Salvatore, Gerusalemme si rallegra di ricevere il Messia atteso. Oggi viene resa nota al Cristo, che è al di là del Giordano, la malattia di Lazzaro. Preparati, Betania, adorna divinamente i tuoi ingressi, allarga le tue dimore: perché ecco, verrà il Sovrano con gli apostoli per ridare la vita al tuo figlio». Quindi la liturgia del sabato di Lazzaro accosta la risurrezione di Lazzaro alla risurrezione di Gesù; si sottolinea il parallelo tra i due giorni di sabato: quello di Lazzaro e quello di Gesù dopo una settimana: «Volendo vedere la tomba di Lazzaro, o Signore, tu che volontariamente ti accingevi ad abitare una tomba». Tutta la sesta settimana di quaresima quindi viene inquadrata in questa contemplazione dell’incontro ormai vicino tra Gesù e la morte, quella dell’amico per primo, quella propria la settimana dopo, e i testi liturgici riescono a coinvolgerci in questo cammino di Gesù verso Betania, verso Gerusalemme. La grande filantropia di Dio che si rivelerà nella croce di Cristo, ci viene fatta pregustare nella filantropia verso l’amico Lazzaro. 
Il secondo aspetto da mettere in evidenza è l’accostare dei due Lazzaro nella loro omonimia. I due personaggi sono presenti nei testi della liturgia di questi giorni: «I farisei, vestiti di porpora e di seta, hanno come tesoro la legge e i profeti; essi hanno fatto crocifiggere te, il povero, fuori delle porte della città e ti hanno rifiutato malgrado la tua risurrezione te, che sei da sempre nel seno paterno. La grazia sarà per loro come la gotta di acqua desiderata dal ricco empio e essi vedranno una moltitudine di pagani che nel seno di Abramo portano il vestito del battesimo e la porpora del tuo sangue». Quasi che i testi della liturgia mettono in parallelo malattia, morte e risurrezione di Lazzaro amico di Cristo, con la sofferenza nella povertà, la morte e la glorificazione nel seno di Abramo del Lazzaro della parabola. «Da ricco, o Cristo, ti sei fatto povero, e hai arricchito i mortali di immortalità e illuminazione: arricchiscimi dunque di virtù, poiché mi sono impoverito con i piaceri della vita, e collocami insieme al povero Lazzaro. Non condannarmi, o Cristo, al fuoco della geenna, come il ricco a causa di Lazzaro, ma dona anche a me, che te lo chiedo in pianto, una goccia di amore per gli uomini, o Dio, e abbi pietà di me».
Uno dei tropari di questi giorni riprende inoltre il legame indissolubile tra il digiuno e la misericordia che ha guidato tutto il cammino quaresimale: «Fratelli tutti, prima della fine: accostiamoci al Dio compassionevole con cuore puro. Messe da parte le contingenze della vita, prendiamoci cura dell’anima; lasciato con disgusto il piacere dei cibi in virtù della continenza, occupiamoci della misericordia: per essa, infatti, come sta scritto, alcuni senza saperlo diedero ospitalità a degli angeli; nutriamo nei poveri colui che ci ha nutriti con la propria carne; rivestiamoci di colui che si avvolge di luce come di un manto».
L'Osservatore Romano

giovedì 2 marzo 2017

L’uomo che piacque a Dio

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Enoch nella tradizione orientale. 
L'Osservatore Romano
(Manuel Nin) L’inizio del periodo della quaresima, preceduto nella tradizione bizantina da quattro domeniche, induce a riflettere su aspetti determinanti della vita cristiana. Le pagine evangeliche sono una grande catechesi che dovrebbe portare di fronte al dono di Dio: la misericordia, il perdono. Nella prima delle domeniche precedenti il tempo quaresimale è stato letto il vangelo del fariseo e del pubblicano; nella seconda quello della parabola del figlio prodigo; la terza porta i fedeli a misurarsi con l’atteggiamento più cristiano, cioè l’incontro con il Cristo povero, malato, prigioniero, attraverso la parabola del giudizio finale; la quarta domenica indica infine il cammino del digiuno e della preghiera nella verità, e introduce così nella Grande quaresima, che condurrà alla vera umiliazione ed esaltazione del Signore, quella della Pasqua.Come sempre, le parole evangeliche sono vitali. Nelle tradizioni dell’oriente cristiano il Vangelo viene infatti chiamato non soltanto «vivente», cioè annunciato e vivo nella vita delle Chiese cristiane, che viene annunciato da loro, ma anche «vivificante», che dà cioè la vita a quanti lo ascoltano, lo leggono, lo accolgono facendone carne e vita. Il contatto con la sacra Scrittura nella vita di ogni cristiano deve far parte dell’essere cristiani, cioè della cura della propria vita in Cristo.
Il periodo quaresimale favorisce questo contatto attraverso la lettura continua dei libri della Genesi e dei Proverbi durante l’ora del vespro e di Isaia all’ora sesta. La lettura quotidiana della Scrittura dovrebbe far parte della vita cristiana, anche se questo non è sempre facile, sia per la debolezza umana sia perché i testi non sempre sono facili, e a volte, almeno in apparenza, forse anche noiosi, difficili. Ma anche da questi i Padri e le tradizioni delle Chiese cristiane traggono insegnamento e anche nutrimento. Penso per esempio agli elenchi dei patriarchi nel libro della Genesi, a un primo sguardo — e bisogna ripeterlo, in apparenza — senza un interesse speciale. In apparenza, perché è possibile quasi sempre trovarvi delle perle che diventano parola di Dio che porta la salvezza, rinnova come persone e come cristiani.
Nel quinto capitolo della Genesi figura la lista dei patriarchi discendenti di Adamo e tra questi la presentazione della figura di Enoch, un personaggio di cui si parla ben poco nella sacra Scrittura: soltanto undici volte e ripetendo sempre la stessa espressione, e cioè «che piacque a Dio» e non morì; lo stesso si dice del profeta Elia, anche lui preso da Dio. La letteratura biblica apocrifa e l’iconografia bizantina collocano Enoch alla porta del paradiso assieme a Elia, in attesa di incontrare e accogliere il buon ladrone, mentre Cristo scende negli inferi.
Il testo che parla di Enoch (Genesi, 5, 21-24), dice per ben due volte che «piacque a Dio» oppure «che fu trovato buono da Dio». Alcune versioni bibliche presentano una traduzione interessante; in alcune di esse si dice infatti che «Enoch camminò con Dio» e che «per questo Dio lo prese». Anche altre traduzioni vanno in questo stesso senso: per indicare cioè che un uomo è «grato» o «buono» e «che piacque» a Dio si dice che «camminò con Dio».
All’inizio della Grande quaresima bisogna chiedersi cosa significhi «camminare con Dio». Questa bella espressione biblica vorrà dire soprattutto — specialmente in questo tempo liturgico appena agli inizi — vivere nella propria vita la chiamata alla conversione, alla metànoia, nel senso più letterale e forte del termine: cioè cambiare, rinnovare il nostro pensiero, il nostro agire, il nostro essere.
Per i cristiani la conversione alla quale si è ogni giorno chiamati dal Signore è in primo luogo un dono, qualcosa che ci viene dato da lui. Nessuno può tornare a Dio con le proprie forze: «Nessuno può venire a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato» (Giovanni, 6, 44). Dio, però, non attira se non nella misura in cui ognuno lo cerca e desidera di trovarlo. I Padri dicevano che Dio può tutto, eccetto forzare l’uomo ad amarlo. Vedere la conversione come un dono vuol dire ricominciare ogni giorno, accettando che lo stesso iniziare di nuovo è dato da Dio.
A causa del peccato, l’uomo si vede allontanato dalla santità di Dio, dalla luce di Dio; abita nelle tenebre della disperazione; ma è proprio quest’uomo peccatore che Cristo invita a tavola oppure — per sottolineare ancora di più il dono della conversione, come nel caso di Zaccheo — addirittura a casa, dove il Signore si invita a tavola. È importante notare nel vangelo di Zaccheo come sia il Signore stesso a invitarsi a pranzo, a far dono di se stesso. La conversione come dono fa vedere e vivere la povertà propria dell’uomo e l’immensa ricchezza del dono di Dio.
Cristo descrive la situazione dell’uomo, di colui che è oggetto del dono della conversione, come quella di uno straniero che cadde nelle mani dei ladri, che lo spogliano, lo derubano, lo picchiano. E soltanto in questa situazione l’uomo può far l’esperienza della gratuità del buon samaritano, del dono di Dio, che lo rialza, lo carica e ne ha cura; non gli fa delle domande, non chiede niente, soltanto dà. Di questa povertà in cui si è chiamati a vivere il cammino di conversione come dono la stessa quaresima diventa una saggia pedagoga. In questo tempo nella liturgia bizantina non si celebra la Divina liturgia nei giorni feriali fino al sabato e alla domenica, anticipo e dono allo stesso tempo della comunione col risorto nella Pasqua. Il mercoledì e il venerdì viene invece celebrata la liturgia dei Doni presantificati per sottolineare che la forza per il nostro cammino quaresimale viene dal Signore nel suo corpo e nel suo sangue santificati, consacrati il giorno di domenica, che è la Pasqua della settimana.
La conversione, la metànoia, allora, accolta liberamente come dono divino, diventa il mezzo offerto per il quotidiano «camminare con Dio». Non è infatti uno scopo, una finalità, ma un mezzo che porta verso Cristo, che dà l’opportunità di camminare con Dio. Il desiderio e la speranza di conversione, di metànoia, si manifestano durante la quaresima con una serie di pratiche offerte dalla vita della Chiesa: digiuno, preghiere, contatto più assiduo con la sacra Scrittura, in particolare le letture bibliche continue già accennate; le stesse «prostrazioni» come gesto esteriore che esprime un atteggiamento interiore di cambiamento, di umiltà, ma soprattutto di configurazione piena con colui «che spogliò se stesso» e «umiliò se stesso» (Filippesi, 2, 7-8).
È importante sottolineare questo legame, che non si può mai spezzare, tra l’uomo interiore e l’uomo esteriore, quello che si vive e si fa all’esterno con quello che si vive e si fa nel profondo del cuore. A imitazione del Verbo di Dio, che si incarnò veramente: nella lettera ai Filippesi ai verbi «spogliò» e «umiliò» corrispondono forme molto forti come «assumendo», «divenendo», «facendosi», che sottolineano la vera umiliazione di Cristo. La prima eresia cristologica fu quella del docetismo, del rifiuto della vera incarnazione di Cristo. In questo senso la conversione, la metànoia, è da vedere come mezzo per configurarci ancora con Cristo.
Questo legame tra interiore e esteriore, tra quello che si dice, quello che si fa e quello che si pensa, viene sottolineato da una bellissima preghiera di sant’Efrem. All’atteggiamento esteriore del corpo — la metànoia fino a terra — corrisponde la preghiera al Signore per una vera metànoia anche interiore, cioè «vedere i miei peccati e non condannare il mio fratello».
Enoch «camminò con Dio», fu trovato buono da Dio. Nel testo siriaco della versione biblica conosciuta come Peshitta viene usata una forma che permette di tradurre: «Enoch fu bello per Dio»; è un termine siriaco che indica la bellezza totale, non soltanto quella esterna e neppure soltanto quella interna; dunque tutto l’uomo che diventa «bello», a immagine di colui, Cristo, che è, come dice il salmo 44, «il più bello tra i figli dell’uomo».
All’inizio del cammino quaresimale Adamo ritorna nel paradiso, o piuttosto lasciandosi portare dal Signore, come si legge nella Scrittura (Genesi, 2, 8): «Il Signore prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden». Per questo nell’iconografia e nei mosaici bizantini Cristo porta per mano Adamo verso il paradiso.
In questo cammino la Chiesa ripete ogni giorno, diverse volte, la preghiera di sant’Efrem: «Signore e sovrano della mia vita, non darmi uno spirito di pigrizia, d’indolenza, di superbia, di vaniloquio. Dà a me, tuo servitore, uno spirito di sapienza, di umiltà, di pazienza e di amore. Sì, Signore e re, dammi di vedere i miei peccati e di non condannare il mio fratello, perché sei benedetto nei secoli». La tradizione bizantina ama ripetere questa preghiera, quasi lasciandola cadere sui fedeli per scandire tutto il cammino quaresimale.
«Signore e sovrano della mia vita», «Signore e re»: la preghiera mette al centro della vita Dio, il Signore, come colui che ne è signore, come colui che ne è fonte di speranza, soprattutto fonte di fiducia: Adamo, cioè l’uomo, non rimane seduto alla soglia del paradiso, ma si lascia portare dal Signore. Quando si ripete: «Signore e sovrano della mia vita», si riconosce in lui la fonte di questa vita e si rinnova la fiducia in lui che nel vangelo (Matteo, 11, 28-29) ha detto: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore».
In Svizzera si celebrano la Riforma e i seicento anni della nascita di san Nicola di Flüe 
L’anniversario diventa ecumenic0
BERNA, 1. Sabato 1º aprile, Zugo, capoluogo dell’omonimo cantone elvetico, ospiterà una giornata ecumenica nazionale per celebrare il cinquecentesimo anniversario dell’inizio della Riforma protestante e i seicento anni della nascita di san Nicola di Flüe, patrono della Svizzera, canonizzato da Pio XII nel 1947. Organizzato dalla Conferenza episcopale, dalla Federazione delle chiese protestanti, dall’associazione «Mehr Ranft» e dalla Conferenza centrale cattolica romana (associazione delle organizzazioni ecclesiastiche cantonali), l’evento ha come titolo «Insieme verso il centro». L’obiettivo di cattolici e riformati — si legge nel messaggio che accompagna l’iniziativa — è di celebrare ciò che li unisce, «in una comunione riconciliata». Il pentimento che ciò richiede apre la strada a un cammino condiviso: «Come cristiani, siamo incoraggiati a scoprire senza sosta la forza vivificante del Vangelo, a ricordarci di essa ispirando le nostre parole e le nostre azioni. Il motto “Insieme verso il centro” deve significare che l’essenziale sul quale concentrarsi è il centro della fede». Per le due comunità, «la libertà di coscienza è oggi un diritto riconosciuto di ciascuno e rappresenta il fondamento di un dialogo segnato dal rispetto fra le confessioni: la fede condivisa in Gesù Cristo ci unisce».
Momento centrale della giornata sarà, nel pomeriggio del 1º aprile, la celebrazione ecumenica nella chiesa cattolica di San Michele, alla presenza del vescovo di Basilea, Felix Gmür, e del presidente del consiglio della Federazione delle chiese protestanti, Gottfried Locher. Fra gli appuntamenti, da segnalare, nella chiesa riformata di Zugo, la tavola rotonda «Dove ci (ri)troviamo sulla strada verso il centro?», alla quale parteciperà fra gli altri il vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, Charles Morerod, presidente dell’episcopato, la presentazione di alcuni progetti ecumenici e un dibattito con testimonianze al femminile.
Accanto alla commemorazione dell’affissione delle tesi di Martin Lutero sulla Schlosskirche a Wittenberg, c’è la celebrazione della figura di Nicola di Flüe, eremita mistico e artigiano di pace: «Un uomo — spiegano gli organizzatori — che ha costruito sulla pace con Dio e ha vissuto per la riconciliazione con Dio e fra gli uomini. Nella storia della confederazione elvetica, spicca come figura impegnata nella mediazione, per la comprensione reciproca. In ogni tempo il suo nome è stato associato alla convinzione che ciò che unisce è più forte di ciò che divide. Huldrych Zwingli e altri riformatori hanno visto in lui un testimone autentico del Vangelo». Attraverso questo duplice ricordo, le Chiese vogliono dunque contribuire alla creazione di una memoria comune di ciò che, precedentemente, le ha portate a una lunga esistenza di separazione. Nell’era dell’ecumenismo, «mostrano innanzitutto che esse condividono i tesori della loro rispettiva tradizione e sono disposte a sviluppare una riflessione comune su ciò che è al centro della fede cristiana». A tale volontà si aggiunge un riconoscimento per quanto raggiunto in questi cinquant’anni di ecumenismo e per la pace confessionale che regna in Svizzera. L’auspicio è di fare anche una serena autocritica su momenti importanti della storia ecclesiastica e le loro conseguenze, poiché «durante alcuni secoli la memoria della Riforma, come quella di Nicola di Flüe, è stata sporcata da liti confessionali». D’ora in poi c’è una missione da assumere insieme, con le parole e i fatti: «Impegnarsi con decisione nel cammino dell’unità».
Cattolici e protestanti «possono oggi riconoscere insieme ciò che la Riforma ha apportato di positivo, ovvero la riscoperta del Vangelo e in particolare il messaggio della grazia di Dio come fondamento di ogni vita e di ogni salvezza», ma anche «l’accento posto sulla forza della Parola di Dio contenuta nella Bibbia, fonte di fede, o alla dottrina, fondata sul battesimo, del sacerdozio universale di tutti i credenti». Un modo di vedere le cose che contrasta con un passato in cui «la dottrina riformata non si immaginava senza lacerazioni, rivalità e lotte accanite fra le Chiese e fra i popoli». Il 2017 deve servire da incoraggiamento all’azione ecumenica, per proclamare con una sola voce il Vangelo. Ma con questa giornata le Chiese in Svizzera e le proprie organizzazioni caritative vogliono affermare anche la loro responsabilità verso la società, condivisa in vari ambiti: dalla cappellania negli ospedali e nelle carceri alla difesa dei diritti dei richiedenti asilo, dalla campagna ecumenica di Quaresima ai progetti sociali per la salvaguardia del creato.