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lunedì 7 maggio 2018

Il coraggio della clarissa vestita da sposa


Risultati immagini per Carmen D'Agostino (oggi suor Maria Vittoria barletta

di Camillo Langone (Il Giornale)
Che scherzo è mai questo? Forse forse, visto che le consorelle apparivano sorridenti e partecipi, uno scherzo da suore? A noi cattolici biblici, convinti che la Sacra Scrittura sia ancora valida dalla prima all'ultima pagina, compresa quella in cui San Paolo scrive «la donna impari in silenzio, in piena sottomissione», il protagonismo femminile sotto le navate desta sempre una certa preoccupazione. Basti dire che a me danno fastidio anche le ministre straordinarie dell'eucaristia (spesso, almeno nelle chiese che frequento, sono per l'appunto suore). Sarò ipersensibile ma nelle donne che distribuiscono l'ostia ai fedeli, come pure nelle ragazzine che in alcune chiese servono messa, percepisco una sorta di preludio al sacerdozio femminile. E se mi chiamate paranoico dovete chiamare paranoico anche il Papa emerito che nel 1988, durante i funerali svizzeri del teologo Von Balthasar, alla vista delle chierichette rimase costernato.
Poi però bisogna ragionare. Se le monache vengono da sempre qualificate come spose di Cristo perché mai ci si dovrebbe turbare se al rito che le introduce alla vita religiosa si presentano vestite da spose? Quanto di più logico, pensandoci bene. E quanto di più storico. Non è affatto una novità che le cosiddette postulanti, le donne entrate da poco in monastero, per il giorno della vestizione ufficiale scelgano l'abito bianco. Copioincollo dal sito della diocesi di Trieste: «L'abito bianco ha un duplice significato: ricorda la veste bianca che ciascuno riceve il giorno del Battesimo, ma anche, nella sua foggia da abito nuziale, è un richiamo a quella mondanità alla quale si rinuncia per essere completamente di Dio». Di solito si usano abiti semplici, senza strascichi o altri orpelli, ma non ci sono regole precise. Un secolo fa in Sicilia le aspiranti carmelitane entravano in chiesa agghindatissime. Nel 1934 Santa Teresa Benedetta della Croce (al secolo Edith Stein) si presentò nella cappella del Carmelo di Colonia con l'abito da sposa regalatole dalla sorella. E sto parlando di una grande mistica, quanto di più lontano da ogni forma di moderno esibizionismo. A quel tempo nessuno si turbava per simili visioni perché di suore ce n'erano tante, la loro presenza era famigliare, la loro vita particolare e però relativamente nota. Mentre oggi le religiose sono viste come marziane e il popolo del web, che molto ha commentato il sorprendente abito bianco, fatica a concepire che una giovane donna possa lasciarsi apericene e Instagram alle spalle per abbracciare Cristo. Nel nostro mondo di poca o nessuna fede il vero scandalo è prendere sul serio il cristianesimo. Ecco perché il vestito nuziale della novizia di Barletta (in quella Puglia da cui proviene quasi la metà degli abiti da sposa prodotti in Italia, fra l'altro) ha suscitato tutto questo scalpore. Bisogna dunque ringraziare Carmen D'Agostino (oggi suor Maria Vittoria) che raggiante e biancovestita è stata capace di rinverdire una tradizione bellissima, di ricordarci che l'incontro con Gesù è una festa, non un funerale. Facendoci inoltre sospettare che la clausura sia in realtà un'apertura verso dimensioni che noi, storditi da internet e telefoni, non riusciamo nemmeno a immaginare.

venerdì 8 settembre 2017

Taizé incontra Bose



(fratel AloisÈ con parole molto semplici che la nostra Regola di Taizé parla dell’ospitalità, sono parole che provengono direttamente dal Vangelo: «In un ospite, è il Cristo stesso che dobbiamo ricevere». In un altro capitolo della Regola, fratel Roger aggiunge: «Ama il tuo prossimo qualunque ne sia la visione religiosa o ideologica». Questo invito a un’ampia accoglienza, offerta a tutti senza distinzione, è in consonanza con la Regola di san Benedetto e tutta la tradizione monastica, orientale e occidentale. Pone la nostra ancora giovane comunità nella tradizione dei monasteri le cui porte sono sempre aperte.
Quanti pellegrini che vanno in un monastero sono colpiti dall’accoglienza che ricevono, un’accoglienza che non pone domande preliminari, come pure non richiede risposte fatte. Il pellegrino, se ne ha bisogno, è ascoltato pazientemente e senza alcun giudizio. Egli viene accolto innanzitutto nella preghiera comune. Può ripartire con il cuore e la mente rinnovati e rinfrescati. 

Questo mi spinge a porre una prima domanda nella prospettiva della riconciliazione delle chiese: se coloro che vivono una vocazione monastica si trovano, pur essendo di diverse tradizioni, così vicini nella visione del loro ministero d’accoglienza — cioè discernere Cristo in ogni ospite — non sono forse in questo modo invitati a creare maggiori legami tra le rispettive chiese a cui appartengono? A causa della grande vicinanza che esiste tra loro, la ricerca della riconciliazione delle chiese non sta forse al cuore stesso della loro vocazione?
A Taizé, l'ospitalità si è sviluppata in tappe piuttosto diverse. Esse sono tuttavia unite da un legame profondo: fratel Roger era convinto che Dio fosse presente in ogni persona che incontrava, anche se questa non ne era consapevole. Era questo che lo portava a spalancare le porte del suo cuore e della sua casa. All’inizio della seconda guerra mondiale, quando era ancora solo a Taizé, riceveva già coloro che in quel momento ne avevano più bisogno, rifugiati che fuggivano, soprattutto ebrei che nascondeva per alcuni giorni. Non chiedeva loro chi erano, bastava dicessero solo il nome. 
Più tardi negli anni, altri rifugiati sono stati accolti e fratel Roger li ha alloggiati in case del nostro villaggio borgognone: vedove vietnamite che fuggivano con i propri figli il regime del loro paese, una famiglia di Sarajevo dopo la guerra che aveva distrutto la loro città, un’altra famiglia dal Rwanda, della quale diversi suoi componenti erano stati massacrati dal genocidio. 
Dopo la morte di fratel Roger noi abbiamo continuato. Attualmente alloggiamo tre famiglie dell’Iraq e della Siria, come anche giovani uomini provenienti da Sudan, Eritrea, Afghanistan. Posso testimoniare che riceviamo da loro più di quanto offriamo. Hanno conosciuto tante prove e per questo ci stimolano ad affrontare coraggiosamente le nostre difficoltà. Accoglierli rende i nostri cuori più aperti. Spesso ripeto loro, che siano cristiani o musulmani: è Dio che vi ha mandati a noi.
Subito dopo la seconda guerra mondiale, quando la comunità nasceva e muoveva i suoi primi passi, coloro che nella regione di Taizé avevano più bisogno d’accoglienza erano i bambini le cui famiglie erano state distrutte dagli eventi. Fratel Roger non ha esitato a raccoglierne una ventina e ha chiamato una sua sorella, ancora nubile, a venire a vivere con loro. Ella si è presa cura di essi fino alla maggiore età e al loro ingresso nella vita adulta. Questi ragazzi formavano come una famiglia, molto vicina alla comunità, molto amata dai fratelli. Forse è questa accoglienza di bambini in difficoltà che ha preparato la comunità a offrire più tardi l’ospitalità a un gran numero di giovani.
A poco a poco, a partire dalla fine degli anni Sessanta, i giovani hanno incominciato a trascorrere qualche giorno vicino alla comunità, sempre più numerosi, di Paesi sempre più diversi, portando con sé le loro inquietudini, talvolta le loro utopie, ma anche una grande generosità. Fratel Roger ha colto le loro speranze, ha prestato loro un orecchio attento e ha chiesto ai fratelli di dare a essi una grande accoglienza, anche se le condizioni materiali erano povere. Egli diceva: «Accogliamo per la preghiera, ma diamo da mangiare a ogni pellegrino, anche solo una scodella di riso». Per questa accoglienza, fratel Roger non voleva che i muri della chiesa costituissero un limite. Così un giorno del 1971 la facciata della nostra chiesa fu demolita per consentire un ampliamento che permettesse la partecipazione di tutti alla preghiera comune. Più tardi, l’apertura dei confini dell’Europa orientale ha fatto raddoppiare il numero dei giovani richiedendo un ulteriore ampliamento della chiesa.
L’ospitalità ricevuta allarga i cuori. L’accoglienza alla preghiera comune orienta lo sguardo di tutti verso ciò che ci supera, verso Colui che è al di là di tutto. E questo può avere conseguenze inaspettate. Durante le guerre nella ex Jugoslavia, giovani croati e giovani serbi si sono trovati insieme sulla nostra collina. Non era sempre semplice. Ma essere accolti con molti giovani provenienti da altri paesi, senza la necessità di giustificarsi o di difendere delle posizioni, permetteva loro di aprirsi gradualmente l’uno all’altro e persino scoprirsi amici. In questi ultimissimi anni, giovani russi e giovani ucraini, talvolta numerosi a Taizé, fanno un’esperienza simile.
Tutti questi giovani che accogliamo, non abbiamo mai voluto organizzarli in un movimento che facesse riferimento alla nostra comunità, preferiamo piuttosto accompagnarli quando tornano a casa loro, aiutandoli nel trovare come concretizzare la loro fede con un impegno della loro vita nelle proprie parrocchie, città e quartieri. Questo ci ha portato, ormai da molti anni, a organizzare riunioni di giovani in grandi città, incontri europei e ora anche incontri in altri continenti. Una delle specificità di questi incontri è l’ospitalità delle famiglie. I giovani provenienti da diversi paesi si riuniscono non solo tra di loro, ma ogni mattina pregano e poi vivono uno scambio con le persone della parrocchia presso le quali sono alloggiati. Offrendo ospitalità, gli adulti fanno crescere la fiducia tra le generazioni. È un po’ come se l’ospitalità praticata nei monasteri fosse estesa a migliaia di famiglie. Che queste aprano le loro porte a giovani che non conoscono e che forse non parlano la loro lingua, in un tempo in cui spesso si ha paura dei forestieri, mette in luce la vocazione della chiesa a essere luogo di comunione. 
Come a Taizé, anche durante questi incontri l’accoglienza generosa favorisce una comprensione più profonda tra i popoli. A volte vediamo operarsi notevoli cambiamenti di mentalità, delle persone passano dalla diffidenza alla fiducia, delle riconciliazioni che si compiono. Per esempio, durante due incontri latinoamericani di giovani, nel 2007 in Bolivia e nel 2010 in Cile, quanti malintesi tra questi due paesi hanno potuto dissiparsi nel cuore dei giovani. Nel 2012, durante un incontro africano a Kigali, quante paure reciproche sono scomparse tra giovani rwandesi e congolesi.
L'ospitalità allarga i cuori, per questo essa è un cammino di riconciliazione delle Chiese. A Taizé, quando ci incontriamo tre volte al giorno nella Chiesa della Riconciliazione, la preghiera della nostra comunità riunisce giovani cattolici, protestanti e ortodossi. Per una settimana, i giovani condividono non solo la loro vita quotidiana, i pasti, i servizi, ma soprattutto la nostra preghiera comune. Siamo sorpresi nel constatare che si sentono profondamente uniti senza abbassare la loro fede al minimo denominatore comune e nemmeno livellare i loro valori. Si stabilisce un’armonia tra persone che appartengono a confessioni e culture differenti. Come è possibile? L’ospitalità che ricevono e la preghiera comune celebrata sotto un medesimo tetto permettono loro di fare un’esperienza di comunione. Allora i cuori si stupiscono, si aprono. Gli ospiti si chiedono quale sia la causa del legame che li unisce. Alcuni finiscono per trovare in Dio la fonte di un’unità che non ha confini.
Mi pare che qualcosa di simile capiti a Bose. Se l’ospitalità di una comunità monastica consente di anticipare l’unità, di vedere già un’immagine della riconciliazione delle chiese, perché non dovrebbe essere possibile altrove? Mi capita spesso di dire, pensando ai cristiani ancora divisi: senza ritardi, mettiamoci sotto lo stesso tetto. Offriamoci reciprocamente l’ospitalità. Accogliamo gli altri e lasciamoci accogliere dagli altri anche senza aspettare che tutti i punti di vista siano pienamente armonizzati. Non è forse giunto il momento di dare priorità alla nostra comune identità battesimale? In tutte le chiese è stata posta come prima cosa l’identità confessionale. Ci si definisce cattolico, protestante o ortodosso. In realtà, è l’identità battesimale che deve avere la priorità. «Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!» (Colossesi, 3, 3).
Cristo dona l’unità quando e come vuole. Ma ancora bisogna ricevere questo dono. Se non ci mettiamo insieme, come può farci il dono dell’unità? È quando erano uniti sotto lo stesso tetto nella sala superiore a Gerusalemme che gli apostoli e Maria, e alcuni altri uomini e donne hanno ricevuto il dono dello Spirito santo. L’ospitalità è veramente importante. È quando siamo insieme, ospiti gli uni degli altri, che lo Spirito santo viene a unirci. Come possiamo metterci sotto uno stesso tetto nella vita di tutti i giorni? Facendo insieme tutto ciò che può essere fatto insieme: studio della Bibbia, lavoro sociale e pastorale, catechesi; e non fare più nulla senza tenere conto degli altri. Riunendo gli organismi che si adoperano nel fare le stesse cose. Compiendo insieme dei gesti di solidarietà di fronte alla miseria degli altri, ai problemi nascosti, alla situazione dei migranti, alla povertà materiale e a qualsiasi altra sofferenza, alla salvaguardia dell’ambiente. Trovarci insieme più spesso alla presenza di Dio nell’ascolto della sua Parola, nel silenzio e la lode. In molte città, la cattedrale o la chiesa principale non potrebbero diventare un simbolo di questa reciproca ospitalità, una casa di preghiera comune per tutti i cristiani del luogo?
Vorrei fare un ulteriore passo e dire che l’ospitalità non è solo l’accoglienza reciproca sotto un medesimo tetto. L’ospitalità va più in profondità, è anche l’accoglienza reciproca dei doni degli altri, fin dentro il nostro cuore e nella nostra mente. Come l’ha espresso Papa Francesco, «non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi» (Evangelii gaudium, 246). Durante la sua visita in Svezia, in occasione del cinquecentesimo anniversario della Riforma protestante, il Papa lo ha ribadito in altro modo. Nella preghiera pronunciata nella cattedrale di Lund, ha espresso queste parole: «Spirito santo, donaci di riconoscere con gioia i doni che sono giunti alla Chiesa dalla Riforma».  Mi ha molto colpito partecipare a quella celebrazione. Nei mesi che seguirono mi sono chiesto come associarmi personalmente a questa preghiera di gratitudine. Provenendo da una famiglia cattolica, quali sono i doni delle altre chiese che ho accolto dentro di me e per cui ringraziare Dio?
Custodisco un ricordo indimenticabile dei pellegrinaggi che abbiamo fatto con dei giovani a Costantinopoli, per celebrare l’Epifania, e a Mosca, Kiev e Leopoli, Minsk, Bucarest, per celebrare la Pasqua. Le celebrazioni dei cristiani d’Oriente ci immergono nell’adorazione di Dio. Con la loro solennità, la loro bellezza, esprimono il mistero di Dio che ci supera infinitamente e che tuttavia è vicino. La fede incrollabile dei cristiani d’Oriente nella risurrezione di Cristo e nella presenza dello Spirito santo hanno rafforzato la mia. E ringrazio Dio per la forza che vi trovano e che ha permesso loro di attraversare decenni di sofferenza nei secoli passati e di stare saldi nelle attuali avversità, specialmente in Medio oriente. È una grande gioia accogliere numerosi gruppi di giovani ortodossi a Taizé. Spesso sono accompagnati da un prete e la divina liturgia è celebrata nella chiesa del nostro villaggio. Mi piace parteciparvi e lasciarmi accogliere nella loro preghiera.
E quali sono i doni delle chiese della Riforma che ho scoperto accanto a fratel Roger e ai primi fratelli della nostra comunità, doni che sono diventati vitali per la mia fede? In quest’anno che segna il cinquecentesimo anniversario della Riforma protestante, vorrei citarne quattro: il primato della Scrittura; l’affermazione che l’amore di Dio è incondizionato; il richiamo che tutti i credenti possono vivere una comunione personale con Dio e che coloro che hanno un ministero nella Chiesa sono al servizio di quella relazione personale di ogni credente con Dio; e infine la libertà di coscienza.
Continuando con i miei fratelli la riflessione sulla preghiera di ringraziamento del Papa a Lund, ci siamo posti la domanda: quelle parole del Papa non richiedono forse una risposta? L’accoglienza del Papa ai doni della Riforma non potrebbe essere un invito ai protestanti a offrire una medesima accoglienza ai doni della Chiesa cattolica? Non potrebbero lodare Dio specialmente per la capacità della Chiesa cattolica di rendere visibile l’universalità della Chiesa?
Non posso concludere questa riflessione sull’ospitalità senza toccare una questione difficile. Le chiese che sottolineano che l’unità della fede e l’accordo sui ministeri sono necessari per ricevere insieme la comunione non dovrebbero cercare come dare altrettanto peso all’accordo sull’amore fraterno? Non potrebbero allora offrire il più ampiamente possibile l’ospitalità eucaristica a coloro che manifestano il desiderio di unità e che credono nella presenza reale di Cristo? Non dovremmo arrivare a considerare che l’Eucaristia non è solo il vertice dell’unità, ma ne è anche il suo cammino?
L’amore fraterno e l’ospitalità richiedono un grande lavoro interiore. Oggi la nostra comunità raccoglie in una medesima vita comune un centinaio di uomini la cui diversità è sempre più grande: la diversità delle nostre origini confessionali, inizialmente protestanti, più tardi cattolica, e anche la diversità delle nostre culture d’origine, poiché abbiamo fratelli di tutti i continenti. Inoltre, qualche volta ci è data la gioia d’accogliere tra noi per un po’ di tempo un monaco ortodosso. Questa diversità ci pone nella condizione di sapere che la vita fraterna non è sempre evidente. Accogliere l’altro — il fratello o la sorella della stessa comunità come il fratello o la sorella di un’altra confessione — per offrirgli ospitalità nel nostro cuore presuppone una lotta. Per trovare sempre il silenzio interiore, la pace del cuore, si deve dire e ripetere a Dio la preghiera del salmo: «Tieni unito il mio cuore perché ti adori» (Salmi, 85, 11).

venerdì 28 luglio 2017

L'eremita che costruiva monasteri nel deserto



Ritratto di Matta el-Meskin teologo, mistico e asceta della Chiesa copta i cui fedeli in Egitto sono vittime di persecuzioni e attentati. 
La Repubblica

(Piero Citati) Oggi i copti, cioè gli egiziani di religione cristiana, sono tra i quattro e i dodici milioni, come racconta un bel libro di Gerard Russell, "Regni dimenticati" (Adelphi, traduzione di Svevo d' Onofrio, pagg. 388, euro 25). A partire dal quinto secolo, i copti si divisero e si combatterono, con una luce via via più oscurata. Emigrarono: in Irlanda, negli Stati Uniti, in Canada, in Australia; negli Stati Uniti esistono oggi duecento chiese copte e settecentocinquantamila fedeli. I copti accusarono il Concilio di Calcedonia di aver distinto tra la figura di Gesù divino e quella umana, mentre lui possiede una sola, unica, luminosa natura divina. Nel corso dei secoli, come i nestoriani, conservarono molte abitudini, che i cristiani, in Europa, avevano rifiutato: come il digiuno quaresimale, lungo oltre cinquanta giorni, il grande Venerdì durante il quale pregavano tutto il giorno: nella chiesa di San Macario la funzione iniziava all' alba, con candele rosa e appariscenti. Una delle preghiere imponeva quattrocento prostrazioni al suolo. C' era musica. Le sette vocali venivano intonate secondo una sequenza, dal suono così dolce, «che la gente la preferisce al flauto e alla lira». La chiesa copta conservava il calendario dei Faraoni. Esso era computato secondo l' era dei martiri, che iniziava nel 284 d.C., con l' ascesa al trono di Diocleziano e i suoi massacri. Ogni copto doveva pregare sette volte al giorno, evitando l' alcol e il fumo. Digiunavano duecento giorni l' anno e alcuni, durante la quaresima, non mangiavano nulla da mezzanotte al tramonto. I rapporti con l' Islam erano discontinui. Nel 1919 un sacerdote copto predicò, per la prima volta, dal pulpito della più importante moschea egiziana, al-Azhari. Poi i copti vennero uccisi dai musulmani: sedici nel gennaio duemila; e ancora oggi, fino agli ultimi giorni, subiscono assalti sanguinosissimi. Il novantasei per cento dei musulmani pensa che i copti vadano cacciati all' inferno. Iussef Iskander, che da monaco prese il nome di Matta el-Meskin (Matteo il povero), nacque il 20 settembre 1919 in una cittadina del Delta. La madre era di una devozione estrema. Passava ore a pregare e a prosternarsi. Non smetteva mai di pregare, come avevano raccomandato i padri della Chiesa antichissima, i santi siriaci come Isacco di Ninive e i teologi bizantini. Sebbene fosse malata, si svegliava a mezzanotte, per dire il mattutino. Rimaneva in piedi e si prosternava per centinaia di volte. Quando era impedita dalla malattia, diceva una sola parola: la più santa che avesse mai udito: «Kyrie Eleison!»: la ripeteva e la ripeteva nelle sette ore delle preghiere del giorno e della notte. Fin da bambino, Matta si sentiva estraneo ai fratelli e agli amici: era una vittima di Cristo. Non faceva che pregare insieme alla madre, saltellando di gioia. «L' unico desiderio che avevo era di donare a Cristo tutte le ventiquattro ore del giorno». Leggeva il Vangelo. Ogni sera, tra le cinque e le sei, camminava sulle rive del Nilo. Lavorava in una farmacia, tornando a casa verso le undici di sera. Recitava l' Ufficio delle Ore, bagnando il letto con le sue lacrime: «Dove trovarti o Signore? Dove trovarti?»; infine abbandonò dietro di sé tutte le sue cose, i suoi mobili, i suoi libri. Come un uccello che si slancia con gioia nelle altezze senza venire ostacolato dal suo peso: «Da lassù, vedevo le cose piccole, molto piccole, molto più piccole delle mie ali». Era libero in Dio. Si trasferì dapprima nel deserto isolato di Dajr Amba Sami' il, nel Faijum: poi si chiuse, per tre anni e mezzo nella amatissima vita eremitica. La natura era desolata e sofferente: le montagne aride. Le caverne erano piene di scheletri: l' acqua amara e inquinata; la terra piena di sassi, tranne poche palme. Durante la luna piena i lupi ululavano, giocando tutta la notte davanti alla grotta. Matta scavò una grotta nelle rocce; e il sabato sera vi restava in preghiera fino all' alba della domenica: silenzio, meditazione, lode di Dio. Non dormiva, perché il suo cuore batteva forte di gioia. Procedette sempre più verso l' interno dell' Egitto: a Deir aba Maqa, un monastero poverissimo, con otto monaci anziani; e a Wadi al-Rajjam, un luogo di austerità spaventosa. Matta e i suoi monaci restaurarono un vecchio edificio, costruirono un refettorio, una tipografia, un ospedale. Da giovane partecipava alla liturgia eucaristica: ora non si fermava a parlare con nessuno; attraversava il monastero in silenzio, senza che nessuno si accorgesse di lui, col volto che irradiava luce. Cominciò a costruire nuovi monasteri. Quando morì, nel 2006, ne aveva costruiti ottanta: c' erano ingegneri, insegnanti, medici, farmacisti, chimici. Tutti i monaci parlavano inglese: i novizi praticavano il lavoro manuale, che allontanava dalla mente la depressione e gli scrupoli. Intanto Matta scrisse moltissimo: centottanta libri, tra i quali un immenso commento al Vangelo di Giovanni e trecento omelie, le quali vennero amate da cattolici, protestanti, ortodossi, musulmani. Possedeva una mescolanza straordinaria di intelligenza ed eloquenza, di semplicità e complessità e una foga che abbracciava gli uomini e il mondo. Non aveva nulla contro ciò che si chiama moderno: introduceva nel deserto, fino ad allora inviolato, tipografie, ospedali, telefoni, computer; come accade anche nel monastero di Bose, il San Macario d' Italia. Come a Bose, nei monasteri di Matta el-Meskin, tutti lavoravano: qualcuno coltivava i campi, qualcuno insegnava o lavorava nella città più vicina, qualcuno studiava l' antico e il nuovo Testamento, qualcuno dipingeva icone secondo gli antichi modelli. Tra i moltissimi libri scritti da Matta el-Meskin, in Italia conosciamo l' Autobiografia (1978, pubblicata sotto il titolo I cristiani d' Egitto, a cura di Vittorio Ianari, Morcelliana, pagg. 208, euro 15); l' Esperienza di Dio nella preghiera (1999, Qiqajon, pagg.398, euro 26); Il cristiano nuova creatura (1999, Qiqajon, pagg. 138, euro 11); La gioia della preghiera (2012, Qiqajon, pagg. 156, euro 14). Nei monasteri e ad Alessandria Matta aveva letto moltissimo: non soltanto libri francesi e inglesi del nostro tempo; ma libri antichi, che costituivano il suo vero tempo: Isacco di Ninive, che lo influenzò profondamente, i padri del Terzo-Quarto secolo, Antonio, Macario, Pacomio, Giovanni Climaco, Giovanni Cassiano, Giovanni da Daljata, Isacco il Siro, e testi russi e ortodossi del diciannovesimo secolo, tra cui Serafino di Sarov, Joan di Kronstadt e Il racconto del pellegrino. Scriveva, ripeteva, si trasformava, come se fosse stato egli stesso Isacco di Ninive e Isacco il Siro o un loro misterioso affine. I temi di Matta erano quelli della grande tradizione patristica: lo svuotamento e la rivelazione di cui parla Paolo: l' accettazione e condanna della vita terrena: la via faticosa verso Dio: la divinizzazione: il silenzio di Cristo. Come diceva Paolo, «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me»; l' unità tra le chiese orientali e occidentali, realizzata dall' amore. «Dove c' è l' unità là c' è Cristo». Come nei tempi dell' infanzia e della giovinezza Matta pregava: «La preghiera, diceva, è l' unica ancora della mia vita: per scelta non per obbligo »: preghiera che non era solo gioia ma anche aridità e disperazione: preghiera incessante, ininterrotta, nella veglia e nel sonno, come diceva Luca. Allora, lo spirito stesso intercedeva con insistenza in lui nella preghiera, con gemiti inesprimibili; gemiti sia di Dio sia dell' uomo. Ripeteva senza fine una parola sola, che tornava a ripetersi per propria forza: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me». Alla fine l' attività dell' intelligenza e della volontà si scioglieva nel silenzio. Non era un evento, ma una condizione permanente. Talvolta sembrava, e forse era, aridità, angoscia, depressione, scoraggiamento: in realtà era sempre la pienezza molteplice e multiforme di Dio. Non esistono - diceva Matta - giorni più felici di quelli della contrizione, della penitenza, della povertà assoluta, quando sembra che Dio sia scomparso per sempre da noi. L' ego viene sconfitto e cancellato. «Sono stato - aveva detto Paolo - crocifisso in Cristo, sono morto in Cristo, sono stato sepolto in Cristo, sono risorto in Cristo, siedo nei cieli in Cristo».

sabato 27 maggio 2017

La vita cristiana è ascolto



(Antonella Lumini) «Al termine del giorno», incipit dell’inno di compieta, è divenuto il titolo dell’ultimo libro di Enzo Bianchi (Al termine del giorno. Parole per illuminare il viaggio interiore, Magnano, Edizioni Qiqajon, 2017, pagine 291, euro 15), titolo chiaramente allusivo al concludersi del suo servizio di priore della Comunità monastica di Bose da lui stesso fondata: «Quello che ho donato alla mia Comunità e agli ospiti presenti a Bose, lo dono nuovamente adesso a un uditorio più ampio e lo dono ai miei fratelli e alle mie sorelle, nell’ora in cui lascio il mio servizio di comunione».Il libro raccoglie le riflessioni offerte ogni domenica sera a conclusione della liturgia delle ore, commentando la Regola di san Benedetto. Ne esce uno spaccato vivo della vita monastica che permette di entrare nell’intimità di quella forma di relazionalità comunitaria che, nei secoli, ha tentato più di ogni altra di mettere in pratica la koinonìa delle origini in cui i credenti «stavano insieme e tenevano tutto in comune» (Atti 2, 44). Rinuncia quindi alla proprietà privata dei beni materiali, ma soprattutto rinuncia alla propria volontà attraverso la rigorosa obbedienza a una Regola. Da Pacomio a Basilio in Oriente, a Benedetto in Occidente, si affina la messa a punto di quello stile di vita a cui richiama il vangelo. Tuttavia, osserva Bianchi, «le insidie sono molte e il proprium habere prende molte forme in noi». 
Il libro mette a fuoco i cardini portanti che sostengono la vita cenobitica, insieme, come evidenzia il sottotitolo, offre «parole per illuminare il viaggio interiore», costituendo un supporto utile per tutti coloro che siano alla ricerca del senso della propria vita. 
Centrale l’ascolto: «La vita cristiana, e quindi la vita monastica, è innanzitutto ascolto». Ascolto di una voce che chiama, di una parola che giunge al cuore. Per ascoltare occorre «abitare il silenzio, sostare in esso» e imparare la taciturnità dalla quale «dipende sia la qualità dell’ascolto della voce di Dio, del Maestro interiore, sia della comunione con i fratelli e le sorelle». 
Nella vita fraterna, gli ostacoli maggiori derivano dalla mormorazione, per questo nel monastero il silenzio viene custodito non solo nella notte, ma nel corso di tutta la giornata. Dall’ascolto scaturisce l’obbedienza, obbedire significa restare in ascolto (latino: ob-audire). Non stare in ascolto provoca quindi disobbedienza. Si può cogliere allora nel titolo anche un rinvio a quel versetto della Genesi in cui Dio, passeggiando nel giardino «allo spirar del giorno», chiama Adamo e gli chiede: «Dove sei?» (Genesi 3, 8-9). Lo spirar del giorno allude all’emergere del buio in una realtà in cui è solo vita e luce.
Ed è proprio intorno a questo passaggio dalla luce del giorno, alla tenebra della notte, che ruotano queste ammonizioni proferite nell’ora di compieta, in cui la luce è Cristo, «splendore eterno di Dio Padre» e la tenebra uno stato di smarrimento e lontananza. C’è una distanza che separa dalla vita eterna che chiede di essere consumata. La vita cristiana è un invito ad attraversare consapevolmente la distanza costituita dalla tenebra della morte spirituale. 
Bianchi soffermandosi sull’espressione «nulla anteporre a Cristo» affinché «egli ci conduca tutti insieme alla vita eterna» (Regola di san Benedetto 72, 12), dice: «Ecco il télos che sta davanti alla nostra vita: la vita eterna». L’esperienza monastica, proprio in quanto pone la vita eterna come proprio orizzonte, favorisce la crescita umana il cui compimento è la divina umanità di Gesù. Mettendo Cristo al centro i monaci intraprendono il loro cammino terreno come continuo tempo di conversione. «Con il termine conversatio Benedetto voleva parlare di conversione, una conversione da innestare nella propria vita come qualcosa di dinamico, di incessante. Il monaco non ha mai finito di convertirsi». Questo inarrestabile dinamismo di conversione consuma la distanza, consuma il buio della morte, consente di partecipare alla vita eterna. Dinamismo operato dallo Spirito santo che libera dalle schiavitù e scioglie il cuore aprendolo all’amore perché «la vita eterna è la vita in cui regna soltanto l’amore». L’amore si conosce per diretta partecipazione. Solo amando Gesù e lasciandosi amare dal suo amore si impara ad amare i fratelli e le sorelle, cominciando così a gustare la vita eterna proprio nella vita terrena. 
Bianchi tiene a precisare che «quando diciamo Cristo, non possiamo dire un Cristo che noi ci siamo creati (...) che finisce per essere un idolo», ma quello trasmesso dai vangeli amato e incarnato, «il Cristo che è il vangelo fatto carne, il vangelo vissuto». Ma il vangelo è incarnato dove l’umanità fiorisce, dove c’è un cammino di umanizzazione. È necessario stare alla presenza di Dio, coram Deo, «seguire il difficile itinerario di maturità cristiana che porta a sentire Dio dentro di noi. Noi siamo il “tempio di Dio” (1 Corinzi 3, 16), siamo l’edificio dello Spirito (1 Corinzi 6, 19), ma per percepirlo dobbiamo percepire che Dio è presente dappertutto». 
Trasformare il vangelo in vita vissuta richiede quella lotta interiore che caratterizza il monachesimo sin dalle origini, è far agire la forza del battesimo, aprirsi all’azione dello Spirito santo. Mettere davanti a Cristo le passioni, le concupiscenze, gli illusori desideri perché la lotta più faticosa è quella contro l’egoità e le potenze psichiche annidate nell’anima. La luce dello Spirito non combatte, penetra, smaschera, spoglia. Il processo di purificazione intensifica la comunione con Cristo sviluppando rapporti di comunione. 
Il servizio diviene allora atto di amore, «al contrario senza questo servizio, l’amore quando c’è resta psichico, emozionale», non dà testimonianza del comandamento nuovo. Stare alla presenza dello Spirito santo trasfigura. La sua luce s’irradia sul volto del monaco: «Volto di un uomo unificato, di un uomo disarmato (…), il suo sguardo è penetrante ma trasparente, non possessivo: il suo occhio sa fissare senza catturare, senza offendere, e narra compassione, dolcezza, simpatia». 
La comunità dunque sviluppa rapporti di comunione quando i suoi componenti sono profondamente radicati in Cristo e nel suo santo Spirito. Più cresce la comunione con Cristo, asse verticale, più cresce la comunione con i fratelli e le sorelle, asse orizzontale. Queste sono le coordinate che rendono possibile l’assunzione della Regola come mezzo di trasformazione spirituale. Se invece diviene solo osservanza, atto di volontà, può stimolare la superbia, rafforzare l’ego. Il cuore si inaridisce, si spegne la carità fraterna, l’amore vien meno. Essenziale quindi l’umiltà, quella disponibilità a discendere accettando ogni sorta di umiliazione. La vita interiore richiede passività, cedimento della volontà, solo a tale condizione l’opera dello Spirito santo diviene efficace perché non trova ostacoli, ma canali aperti. 
Se dunque la comunità monastica è «il luogo per eccellenza dove esercitarsi con gli strumenti dell’arte spirituale» e in cui maturano relazioni di comunione, la crisi che il monachesimo sta attraversando per mancanza di vocazioni, pone seri interrogativi. C’è una crescente domanda di spiritualità che non trova risposta all’interno degli ambiti tradizionali e che troppo spesso finisce per rivolgersi verso pratiche di altre religioni. È molto importante accettare il confronto, sia valorizzando, come a Bose, la grande tradizione spirituale di cui la Chiesa è custode, sia cercando di comprendere quale possa essere la chiave del cambiamento. Come traspare anche da certi passaggi del libro, la forma troppo legata al rigore, a una visione eccessivamente mortificante del corpo, non corrisponde più alla sensibilità spirituale di oggi. Dietro questa domanda emerge il grande bisogno di un rapporto diretto con Dio, intimo. Solo uomini e donne che sperimentano il cammino interiore possono divenire riferimento per altri. La Regola è importante come strumento, ma la forma non può sostituirsi alla sostanza, il piano normativo non può prevalere sull’azione dello Spirito santo la cui modalità invita all’abbandono usando pazienza, dolcezza, misericordia, come i ritmi della maturazione spirituale richiedono.
C’è quindi da aspettare con fiducia che quanto è in gestazione e che interpella trovi sempre forme nuove per venire alla luce: «Impariamo ad amare Cristo come vangelo, questo vangelo che attraversa i secoli e non cessa mai di essere vivo: a volte è brace sotto la cenere, sembra essersi spento (…) tuttavia poi risorge, basta che qualcuno lo cerchi come si cerca il fuoco sotto la cenere, ed ecco che di nuovo presente, il vangelo divampa».
L'Osservatore Romano

martedì 9 maggio 2017

Dalla Chiesa povera alla Chiesa misera



di Andrea Zambrano.
Secondo il portale Infovaticana, che cita un articolo del giornale locale La Gaceta, quasi la metà dei conventi della provincia di Salamanca necessita degli aiuti del banco alimentare spagnolo. Precisamente si tratta di 10 monasteri su 23. Siamo in Spagna, a nord di Madrid in un territorio di circa 3 milioni di abitanti. Le monache sono povere. Colpa, dicono, della crisi di vocazioni e del calo di fedeli e quindi delle offerte.
Le povere suore devono tutte le mattine sperare che i pacchi che il Banco alimentare destina alla Caritas e a tutte le emergenze del Paese vengano recapitati anche a loro. Loro che, come tutte le suore della storia, sono nate per rifocillare indigenti, curare malati, accudire orfanelli, insomma, prendersi cura degli ultimi. Solo che adesso le ultime sono diventate loro. E la cosa non sembra intenerire nessuno.
La cosa dovrebbe allarmare almeno la diocesi di Salamanca, ma il vescovo – riferisce sempre Infovaticana – ha detto che non possono fare nulla per aiutarle perché sono congregazioni indipendenti. Indipendenti da che cosa non si sa, se è vero che con ingenti finanziamenti pubblici la Chiesa aiuta tutti gli ultimi della terra. Si vede che le povere monachelle non sono abbastanza ultime. O che la loro attività, quella orante prima di tutto, non sembra essere ritenuta meritevole di sostegno.
Così da un po’ di tempo a questa parte le religiose devono prodursi nell’atto umiliante di fare la carità, almeno per mangiare, poi, per mantenere il tetto, si vedrà. La notizia ha indignato non poco in Spagna, anche perché, facendo due conti, si impara che la Conferenza Episcopale Spagnola riceve circa 250 milioni di euro dallo Stato, tramite un sistema di detrazioni IRPF, simile concettualmente, al nostro otto per mille. E che cosa ne fa? Paga stipendi a vescovi e sacerdoti e finanzia attività pubblicistiche ed editoriali. Ad esempio, solo 4,8 milioni all’anno vanno in materiale promozionale per pubblicizzare la tanto sospirata X nella dichiarazione dei redditi. Cioè: la Chiesa spagnola spende quasi 5 milioni l’anno per pubblicizzare un sistema di finanziamento che non riesce, o non si vuole che riesca?, a sostenere chi vive nella povertà, come appunto alcune sorelle monache.
Verrebbe da gridare all’anticasta e farci una campagna sopra, ma il sistema è così oliato che difficilmente anche questa notizia smuoverà le coscienze. Anche perché buona parte di quei soldi dei contribuenti serve a finanziare le attività di 13TV, la tv della Conferenza Episcopale Spagnola. La quale, proprio nei giorni scorsi dopo aver mandato in onda il servizio sull’incidente batterico occorso a Elton John si è augurata per bocca della speaker una veloce guarigione per il cantante. Per carità, la guarigione si augura a tutti, ma la stessa sollecitudine verso il miliardario cantante inglese che compra bambini, non si vede verso i vicini che forse, salute a parte, soffrono ugualmente.
Disfunzioni di un sistema di mantenimento del clero che forse andrebbe rivisto. Ricette non ce ne sono, o forse, ce ne sono ma dovrebbero andare a ripescare una parola ormai desueta nel vocabolario di tanti cattolici: Provvidenza. Che non è un fatalistico sperare, ma sapere con certezza, dunque fede, che i bambini sono certi che alla sera la mamma preparerà loro la cena. Non si preoccupano di queste cose, come invece fanno i pagani.
Certo, non bisogna impancarsi a giudici, però sembra che il tema dell’8 per mille e in generale del finanziamento del clero sia un argomento che molto irrita i laici, che si sentono sempre più bestie da mungere. Per avere in cambio cosa? Spesso, molto spesso, una gerarchia ecclesiastica tiepida, quando non addirittura favorevole verso unioni gay, eutanasia e altre mostruosità del genere. Ognuno mangia come prega, verrebbe da dire. Però il tema è cogente. Abbandonare l’8 per mille? Suggestivo e rivoltoso, però è anche vero che di preti e vescovi che vivono, e spendono, con dignità e per le anime ce ne sono. Ci sono preti e vescovi che si tolgono il pane di bocca per aiutare le famiglie. Perché buttare via il bambino e l’acqua sporca insieme? Sarebbe ingiusto e soprattutto contraddirebbe quello che è uno dei compiti dei laici: contribuire al mantenimento delle strutture ecclesiastiche.
I laici dunque abbiano in grande stima e sostengano, nella misura delle proprie forze, le opere caritative e le iniziative di «assistenza sociale», private pubbliche, anche internazionali, con cui si porta aiuto efficace agli individui e ai popoli che si trovano nel bisogno, e in ciò collaborino con tutti gli uomini di buona volontà” dice la conciliare Apostolicam Actuositatem. Fra queste vi è anche la Chiesa? Indubbiamente sì, dunque non conviene sottrarsi al compito. Né è giusto.
Però invitare a una diversa concezione della Provvidenza sì. Per molti laici il sistema dell’8 per mille serve a ingrassare strutture obsolete che non restituiscono il servizio per il quale dovrebbero essere sostenute, cioè l’edificazione delle anime. Populismo? Forse, ma il calo delle offerte è impietoso. Lo dimostra il fatto che quelle congregazioni e quelle realtà ecclesiali che più sono attente all’anima delle persone, più ricevono in cambio. Chi ha dimestichezza di movimenti o congregazioni sa che quando il fedele trova qualche cosa di decisivo per la sua anima e il suo destino apre molto più volentieri il portafogli.
Fino a 40 anni fa le parrocchie avevano fondi e proprietà donati dalla generosità dei fedeli con sacrifici e sudore. I preti non li tenevano per sfizio, ma li mettevano a reddito per far girare l’economia. Erano considerati padroni sì, ma davano da mangiare a famiglie intere con il lavoro nei campi o in altre attività. Erano preti che sapevano di essere amministratori di anime e beni altrui. Non per esserne proprietari, ma per costruire il benessere sociale e con esso migliorare la vita delle pecorelle loro affidate.
Oggi, venduti i fondi e amministrati spesso distrattamente i beni, le diocesi si ritrovano in bolletta, ecco perché la manina dello Stato è indispensabile. Però ora, anche le Diocesi dovrebbero interrogarsi seriamente su come finanziarsi e per certi versi tornare al Vangelo, anche con la scomodità di dover chiedere aiuti senza sperare nella manina dello Stato, che poi in cambio chiede di non essere disturbato mentre manovra.
Un ritorno alla povertà evangelica vera però, non al buonismo della Chiesa povera, che ha abbandonato i suoi fasti sacri e divini, per un pauperismo d’accatto che trascura di omaggiare Dio e di curare le anime. Volevano una chiesa umile e povera, si ritrovano una Chiesa misera e umiliata.

Una vita dedicata al Vangelo

martedì 14 febbraio 2017

Enzo Bianchi va in Marocco...



Non riuscirei a credere in Dio, senza Cristo. Parla il priore di Bose, dopo aver lasciato la carica: "Ma rimarrò qui, mi dedicherò all' orto. E vorrei rifare un viaggio in Marocco coi Tuareg"
Avvenire

(Bruno Quaranta) E così Enzo Bianchi ha aggiornato la carta d' identità. Da priore a priore «emerito» di Bose, la comunità monastica che fondò sulla Serra d' Ivrea nel 1965. Quindi «ruminando», giorno dopo giorno, la Parola, al lume del Concilio, terminato lo stesso giorno in cui veniva posata la prima pietra della Fraternità. Monferrino, di Castel Boglione, classe 1943, capace di essere libero fino alla solitudine, com' è di certa schiatta piemontese, Enzo Bianchi, avvicinandosi i 75 anni, cede il testimone a Luciano Manicardi, ma non abdica, ché ancora non è l' ora del «nunc dimittis servum tuum», disponendosi a reggere diversamente il vincastro.Un ricordo dell' 8 dicembre 1965? «Arrivai a Bose con due ragazze e due ragazzi che in breve si eclissarono. Eppure non mi arresi. Mi scortavano una speranza e una follia radicali». Quale lettura biblica meditò allora? «Avevo una radiolina. Ascoltai il discorso di Paolo VI che suggellava il Vaticano II». I suoi Papi. Pacelli? «Dai fedeli venerato. Lo incontrai nel 1951, a otto anni. Avevo vinto, nella mia diocesi, il concorso "Veritas". Una figura ieratica, mi folgorò». Giovanni XXIII? «Il Papa del cuore. Di una statura ecumenica straordinaria». E Paolo VI? «Esemplare la sua vocazione a dialogare con il mondo. L' Ecclesiam suam è un' enciclica miliare». E Giovanni Paolo II? «Un confessore della fede. Aveva combattuto il comunismo. Concepiva la Chiesa come una forza militante. Il suo maggiore pregio? La determinazione con cui favorì il dialogo interreligioso. Volle che facessi parte della delegazione incaricata di consegnare ad Alessio II, patriarca di Mosca, l' icona della Madonna di Kazan. Il suo maggiore limite? La chiusura nella Chiesa, impermeabile qual era alla libertà. Nella Chiesa, invece, la libertà deve essere una costante, in forma di confronto e financo di conflitto». Ratzinger: quale orma lascia? «L' intelligenza della fede e la passione per la liturgia come fede celebrata. Per questo ho voluto ringraziarlo anche nel recente incontro con lui. Non dimentico certo che mi ha nominato esperto per due Sinodi dei Vescovi: il primo sulla Parola di Dio e l' altro sulla Nuova evangelizzazione». Infine, Francesco. «Con lui la libertà si è riconciliata con la Chiesa. Non dimenticando, di Bergoglio, la sensibilità verso gli ultimi e la tensione ecumenica, artefice di gesti sino a ieri inconcepibili». Non ha mai rischiato di deragliare la Comunità di Bose? «No, non nascondo le ore difficili, però mai tragiche. Così come è, felicemente, un a sé rispetto al corso delle cose generale. Dal '65 a oggi il monachesimo ha subito un calo del 52%. La cultura dominante va in una diversa direzione: è individualistica, la società liquida è la sua dimensione». Cruciale per lei, padre Pellegrino. Si è avviata la procedura di beatificazione del successore, Ballestrero. E il cardinale della Camminare insieme ? «No n credo che la sua salita agli altari sia una questione essenziale, strutturata com' è oggi la fabbrica dei santi. Di certo Pellegrino meriterebbe la precedenza. Fu di una statura intellettuale assoluta, maestro di Patristica, invitato ovunque a insegnare, nonché difensore della libertà, religiosa e di ricerca». Un ricordo di padre Pellegrino? «Mi chiamava dottor Bianchi. "Dottor Bianchi, scenda giù...", ossia: venga a Torino. Una volta con speciale urgenza. Ero entrato nel mirino del Sant' Uffizio per una conferenza a Padova. Volle la registrazione, si occupò personalmente di confutare le obiezioni romane». Nello spazio di mezzo secolo è cambiata la sua idea di Dio? «Sicuramente. Negli anni della mia formazione Dio risaltava come un giudice, severo. Un volto che via via mi apparirà perverso. Gesù Cristo è l' unica narrazione di Dio. Non riuscirei a credere in Dio, senza Cristo». Nel suo rapporto con Dio c' è stato un momento drammatico? «Correva il 1985, scontai una grave crisi spirituale. Una lunga traversata nel buio. Uscitone scrissi sul mio diario: "Canterò la tua misericordia anche stando all' inferno"». Qual è la tentazione del monaco? «Chi si avvicina a Dio è più tentato di altri, ha una conoscenza del Male che altri non hanno». Si è soliti intendere Enzo Bianchi come un «progressista». C' è pure un Enzo Bianchi «conservatore»? «Sì. Sono fedele, fedelissimo, alle virtù contadine. Il rispetto della parola data. La necessità della fatica e del lavoro. Sono moralmente granitico: in fatto di coerenza, di culto della legalità». Lei è autore di numerosi libri. A quali è più legato? « Pregare la parola , per cominciare. Lo scrissi a trent' anni. Tradotto in 35 lingue, ha - è un riconoscimento che mi onora - reintrodotto la l ectio d ivina , la meditazione della Parola, nella Chiesa». E poi? « I l pane di ieri , un viaggio nelle mie radici, nella saggezza popolare, un comandamento in primis : "Fa' il tuo dovere, crepa, ma va avanti"». Quale la sua preghiera? «La preghiera per eccellenza dei monaci sono i Salmi. Il mio Salmo è il 71: "Venuta la vecchiaia e i capelli bianchi, o Dio, non abbandonarmi...». Pensa di trasferirsi a Gerusalemme, come Carlo Maria Martini? «No, rimarrò a Bose. E di tanto in tanto farò visita alle altre nostre comunità, più piccole, dove meglio raccogliermi». Avrà più tempo per i suoi hobby. Quale, in particolare? «L' orto. Vicino al mio eremo vi è un fazzoletto di terra che coltivo personalmente. Pomodori, peperoni spagnoli, piccoli e non forti, insalata, cipolle: è deliziosa la soup à l' oignon... ». C' è un viaggio che vorrebbe fare? «Che vorrei rifare. In Marocco. Ero giovane, vent' anni e dintorni. Vi trascorsi quaranta, indimenticabili giorni, con i Tuareg. Mi permisero di stare solo con me stesso. Nomade tra i nomadi».

giovedì 9 febbraio 2017

Castità? Che bestia è?



Un concetto quasi sempre non compreso. La castità nelle relazioni umane 

(Enzo Bianchi) Castità è una parola quasi sempre non compresa, anzi misconosciuta e derisa, soprattutto perché è confusa con l’astinenza sessuale, con il celibato. L’etimologia ci suggerisce che è casto (castus) colui che rifiuta l’incesto (in-castus). L’incesto avviene ogni volta che non si vive la distanza e non si rispetta l’alterità, che non è solo differenza. Non è casto chi cerca la fusione, l’attaccamento, il possesso: segno di tale ricerca è l’aggressività che, in questi casi, facilmente si accende e si manifesta. 
La sessualità — ne sono convinto più che mai dopo una vita vissuta osservandola, contemplandola, vivendola nella pace e nella fragilità — sta nello spazio del dono, perché richiede di dare e di ricevere e si colloca sempre nella relazione tra due soggetti. La sessualità non si riduce alla genitalità, e dunque la capacità di dono e di accoglienza è più ampia di quella esercitata nella genitalità: investe, infatti, l’intera persona e le sue relazioni. Per questo la sessualità è cosa buona e bella, ma il suo uso può essere intelligente o stupido, amante o violento, legato all’amore o semplicemente alla pulsione. La sessualità ci spinge alla relazione con l’altro, ma dipende da noi cercare, in questa relazione, l’incontro o il possesso, la sinfonia o la prepotenza, lo scambio e la condivisione o il narcisistico possedere l’altro.
Potremmo dire che la castità è l’arte di non trattare mai l’altro come un oggetto, perché in questo caso lo si “consuma” e lo si distrugge. Arte difficile e faticosa, che richiede tempo: non si nasce casti ma al contrario — va detto con chiarezza — si nasce incestuosi, e l’esercizio di separazione e di distinzione ci conduce verso una soggettività vera e autonoma. La castità conferisce alle relazioni umane una trasparenza che permette alle persone di riconoscersi nel rispetto del loro essere più intimo.
Si pensi all’incontro sessuale dei corpi nella loro nudità e all’intimità che ne deriva. Quando i corpi nella nudità si incontrano e si intrecciano, si accende una conoscenza reciproca che non è comparabile a quella che possono avere l’uno dell’altro anche gli amici più intimi. Condividere il corpo, condividere il respiro, condividere il letto crea un’unione che è “conoscenza unica”, è — oserei dire, citando Giovanni Paolo II — «liturgia dei corpi», è conoscenza di una profondità unica. Quando si tocca un corpo, non si tocca qualcosa, ma una persona, che non è un oggetto di piacere, che non può essere consumata, ma che è possibilità di comunione autentica. Senza questa comunione non è possibile la castità, ma solo l’obbedienza alla pulsione, all’estro, al possesso. Scriveva Rainer Maria Rilke: «Non c’è nulla di più arduo che amarsi: è un lavoro, un lavoro a giornata… L’amore è difficile e non è alla portata di tutti».
L’atto sessuale, compiuto nei tempi e nei modi che gli amanti sanno discernere come belli, buoni e «giusti», è conoscenza, e non si deve avere paura di affermare che proprio il piacere sommo dell’atto sessuale incendia tale conoscenza. Ma non è facile distinguere questo piacere sommo dell’incontro dei corpi, dei cuori, delle intelligenze, dalla pulsione. Sì, la pulsione da sola, con la sua prepotenza, può creare l’inferno, eppure essa ci abita, e, se non ci fosse, non saremmo naturalmente capaci di darci e di accoglierci. La pulsione da sola può addirittura portare a un’unione dei corpi che conosce solo l’attimo fuggente e a un’eccitazione dei sensi che conosce la senescenza precoce dei sensi stessi. Non è anche per questo che sovente le storie d’amore, anche sigillate pubblicamente, conoscono la fine e dunque il fallimento dell’amore? L’amore tra due persone è un lungo cammino che solo la misericordia di Dio può far leggere come cammino possibile senza interruzioni: da parte degli amanti c’è sempre un venir meno, un non essere adeguati all’altro, un’incapacità di essere sinfonici. L’amore deve vincere sempre, ogni giorno, su tutte le forze che gli sono contrarie perché obbediscono solo alla pulsione, la quale non vuole il bene dell’altro, anche se autorizza a dire che all’altro si vuole bene.
Quando, di fronte all’altro soggetto, non si sa stare con rispetto, come davanti a un mistero, a una trascendenza; quando non si è capaci di inchinarsi di fronte all’altro e di farlo per amore; quando non si percepisce il segreto dell’altro, che sfugge alla nostra presa, allora non si è capaci di castità. Ecco la difficoltà della castità, quasi impossibile, invivibile si potrebbe dire; Gesù, del resto, ci ha messi in guardia: «Chiunque guarda una donna per bramarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore» (Matteo, 5, 28). Guardare una donna per bramarla non è vederla in quanto donna, ma è ridurla a un oggetto, dunque non percepire in lei la persona “altra”; significa passare accanto a una possibile relazione autentica, per percorrere altre vie che non portano alla comunione.
Ma proprio mettendoci di fronte a questa esigenza, comprendiamo le nostre fragilità, le nostre incapacità, e misuriamo la dominante animale che è in noi e che non sempre siamo capaci di sottomettere e di ordinare. Proprio per questo — io credo — Gesù ha annunciato il mistero della sessualità e l’ha legato in modo escatologico al regno di Dio veniente. La castità è un lungo tragitto, e si sarà casti veramente solo se si accetterà di morire, se si sarà capaci di fare della morte un atto, un atto di scioglimento di legami.
Noi cantiamo troppo facilmente il celibato che fa professione di castità, dimenticando che il celibato è una situazione che si vive, mentre la castità è a un altro livello: non è una situazione, ma una dinamica che non raggiunge mai pienamente il suo obiettivo. Noi umani siamo così deboli, conosciamo così poco le nostre profondità, non abbiamo presa sulle profondità delle nostre profondità e siamo abitati da pulsioni e desideri non sempre distinguibili. Proprio per questo, oso dire che chi fa professione di celibato, può promettere davanti a Dio ed esprimere con i voti questa situazione, mentre la castità non dovrebbe essere una promessa, perché a essa il soggetto può tendere, ma mai viverla senza incrinature né contraddizioni.
Il celibato cristiano richiede di cercare la castità ma non si identifica con essa. Del celibato si può dire che è “grandezza”, ma si deve dire che è anche “miseria”, quella miseria che ognuno conosce nelle sue contraddizioni alla castità: contraddizioni a livello di pensieri, parole, azioni e anche omissioni, perché a volte la castità vera esige di omettere, soprattutto nel rapporto con il Signore, un investimento di ciò che deve essere investito solo nella relazione sessuale tra umani. La magia è anche volere con Dio rapporti che il Signore ha voluto soltanto tra umani: rapporti buoni e belli, ma umani! Ecco perché io penso che non si possa vivere il celibato senza credere, accogliere e vivere la misericordia del Signore. Maior est Deus corde nostro (1 Giovanni, 3, 20).

L'Osservatore Romano

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Luciano Manicardi. Cercare Dio nell’uomo Gesù 
Famiglia Cristiana 

(Giovanni Ferrò) Dopo la decisione di Enzo Bianchi di lasciare l’incarico, è stato eletto per succedere al fondatore. A Credere fratel Luciano Manicardi racconta su cosa un monaco come lui scommette la vita ogni giorno.E perché Bose affascina così tanto anche i più giovani -- «Ho iniziato a frequentare Bose nel 1979 e ricordo che già allora Enzo Bianchi rifletteva sul suo successore.  (...)

sabato 4 febbraio 2017

Paternità spirituale carismatica





3 febbraio 2017
di ENZO BIANCHI
Al cuore dell’opera di trasmissione della fede, compito assolutamente prioritario della chiesa oggi forse più che mai, si colloca il ministero della paternità spirituale. Ministero che troppo raramente si manifesta nel vissuto ecclesiale, tanto che spesso è difficile trovare un padre “spirituale”, nel senso più profondo del termine, cioè non semplicemente contrapposto a “biologico”, “naturale”, bensì “secondo lo Spirito”, dotato di “carismi”, di doni vissuti nella fede e tali da generare vita spirituale. In questo senso è ancor più evidente di come parlare di “padre” spirituale significhi anche parlare di “madre” spirituale. Ora, grande è la sete di questo tipo di aiuto tra i semplici credenti, e corrisponde al desiderio di una vita di fede seria e centrata sull’essenziale.
«Cristiani non si nasce, ma si diventa». Questa espressione di Tertulliano indica lo spazio in cui si inserisce la necessità della paternità spirituale. Occorre imparare a essere cristiani, meglio, occorre essere generati alla vita in Cristo; il cristianesimo non è infatti semplicemente una dottrina, ma una vita con Dio, in Cristo, per mezzo dello Spirito santo: ad essa occorre pertanto essere iniziati, introdotti.
La paternità spirituale è necessaria perché rende oggettivo il cammino spirituale di una persona portandolo all’adesione alla realtà, soprattutto al riconoscimento e all’accettazione dei propri limiti, delle proprie negatività, e dunque al superamento delle inibizioni profonde, delle censure radicate, dei doveri e degli interdetti introiettati che impediscono un cammino umano nella libertà e nell’amore. In particolare, la paternità spirituale può condurre all’esperienza della misericordia di Dio, cioè a conoscere il suo volto di Padre. Ma questo può avvenire se anche il «padre spirituale» mostra un autentico volto paterno.
A cosa deve tendere allora la paternità spirituale? Il padre deve aiutare il «figlio» ad ascoltare la parola di Dio che non è né lontana né esterna a lui, ma «nel suo cuore» (Dt 30,14), a discernere lo Spirito santo che lo abita, a far emergere la vita di Dio che già è in lui. Il padre spirituale non deve né insegnare, né vietare, né condannare, né giudicare, né pianificare, ma solo acconsentire a questa vita. Il padre spirituale aiuta l’esodo interiore, il passaggio dalla paura alla libertà, dalla costrizione alla filialità fiduciosa e dunque alla maturità dell’amore
Perché questo possa avvenire il padre spirituale deve avere alcuni carismi, alcuni doni che ha ricevuto per grazia ma che ha anche saputo riconoscere, custodire e coltivare fino a renderli fecondi: la capacità di ascolto, la carità e la misericordia, la preghiera e l’intercessione, la lotta spirituale, la conoscenza dei propri peccati e dei propri limiti, la grande fede nell’amore misericordioso di Dio. Tutto questo rende il padre spirituale veramente tale, portandolo a essere uomo di “manifestazione”, che consente cioè al discepolo di emergere, di venire alla luce e alla pienezza di vita. Quest’ultimo infatti non gli chiede né di essere giudicato né di essere confermato, ma gli chiede il permesso di esistere. Gli chiede, appunto, paternità, maternità!
Pubblicato su: Agenzia SIR

venerdì 27 gennaio 2017

Chi porta il peso




(Enzo Bianchi) Nella Chiesa, a partire dal iv secolo, uomini e donne hanno dato inizio a forme di vita che volevano essere ispirate dal Vangelo. Era la loro fede e il loro amore per il Signore Gesù Cristo che li spingeva a “inventare” comunità dove si potesse vivere il primato della Parola e il comandamento nuovo della carità. Dai padri del deserto a san Pacomio e san Basilio in oriente a san Benedetto e altri in occidente, fino alle fondazioni contemporanee è stata originata una risposta all’unica vocazione cristiana nelle pluralità di vie monastiche diverse. Il Signore nel giorno del giudizio dirà la sua parola sia su chi ha iniziato una forma di vita sia su quelli che l’hanno intrapresa.
Quando, alla fine del concilio Vaticano II, decidevo di abbracciare la vita monastica e iniziavo a dimorare nella solitudine di Bose, non pensavo e non progettavo lo sviluppo che la comunità avrebbe avuto. Al Signore chiedevo soltanto: «Se è la tua volontà, donami alcuni fratelli perché si possa vivere un monastero semplice e attuale in cui si cerchi un’unica cosa: vivere il Vangelo, e nient’altro». Dal 1968 cominciarono a raggiungermi fratelli e sorelle cattolici e cristiani di altra confessione: io ho semplicemente detto «Amen», confermato da padre Michele Pellegrino che ha custodito e accompagnato gli inizi della nostra comunità.
Ho sempre ritenuto che chi ha iniziato un’opera non può pensare di portarla a compimento, perché questo spetta allo Spirito santo e non mi sono mai sentito insostituibile. Entrando nell’anzianità e discernendo, non da solo, la maturità della comunità, ho pensato che era venuta l’ora di lasciare il posto di priore a un altro fratello. Un commento di sant’Agostino al salmo 41 (42) era da me meditato: «Si dice che i cervi […] quando camminano nella loro mandria […] appoggiano ciascuno il capo su quello di un altro. Solo uno, quello che precede, tiene alto senza sostegno il suo capo e non lo posa su quello di un altro. Ma quando chi porta il peso (qui pondus capitis in primatu portabat) è affaticato, lascia il primo posto e un altro gli succede». Nel decidere dunque di lasciare il priorato, ho voluto innanzitutto una visita fraterna alla comunità, in analogia alla visita canonica propria delle congregazioni monastiche. Padre Michel Van Parys, già abate di Chevetogne e Grottaferrata, e l’abadessa trappista di Blauvac, madre Anne-Emmanuelle Devêche nel 2014 hanno incontrato per alcune settimane tutti i membri della comunità, sostando a Bose e visitando le fraternità, in modo da poterci dare una lettura, esterna ma in solidarietà di vocazione, della vita materiale e spirituale della comunità. Alla fine di quella visita intendevo dimissionare, ma i visitatori mi hanno chiesto di restare per portare a compimento il nuovo statuto, come si imponeva dopo la creazione delle quattro fraternità. Ho così continuato a presiedere, ma avvertendo a più riprese la comunità che erano gli ultimi mesi del mio servizio e assentandomi sovente affinché la comunità potesse imparare a vivere senza la mia guida diretta.
Nella storia di ogni nuova comunità monastica il passaggio di guida dal fondatore alla generazione seguente è un segno positivo di crescita e di maturità. Scrive l’apostolo: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere» (1 Corinzi, 3, 6). La vita continua, la fondazione è stata feconda e di questo ringraziamo il Signore: è quindi giunto il tempo e la sera del 26 dicembre scorso, vigilia di san Giovanni apostolo, ho annunciato le dimissioni e indetto il capitolo generale elettivo per il 25 gennaio, rivelazione di Gesù Cristo a Paolo apostolo, con l’inizio delle votazioni il 26 gennaio, memoria dei santi abati di Cîteaux.
Ho ancora avuto modo di dire alla comunità il bonum del lasciare il posto di priore per tanti motivi. Innanzitutto, nella mia vita ho conosciuto fondatori che sono restati in carica fino alla morte, mettendo sovente in difficoltà le loro comunità. Occorre obbedire alla nostra condizione e accettare la vecchiaia come un tempo da viversi altrimenti, con altre funzioni e altre testimonianze da dare. Credo anche che un fondatore debba mostrare con un atto di distacco che la comunità non gli appartiene perché essa resta comunità del Signore.
Certamente chi ha iniziato e dato forma a una vita monastica ha assunto responsabilità che non possono venir meno né sono trascurabili, quali il vegliare sulla fedeltà al Vangelo e alla regola monastica e sulla comunione con la Chiesa. Viene lasciato il governo, non l’insegnamento, non la testimonianza: il fondatore resterà un fratello tra i fratelli e obbedirà anche lui al nuovo priore, fratello o sorella, partecipando alla vita comunitaria come tutti gli altri, né più né meno.
Per tutto questo nasce il ringraziamento al Signore, innanzitutto, ai fratelli e alle sorelle che percorrono questa nostra storia monastica, ai pastori della Chiesa che ci hanno custoditi e amati, dal cardinale Pellegrino al nostro vescovo padre Gabriele Mana. E ringrazio anche il Signore per tutti quelli che hanno reso difficile e contraddetto il nostro cammino, perché anche loro sono stati occasione di obbedienza al Vangelo.
Unica sofferenza che porto nel cuore in questo momento è la consapevolezza delle difficoltà che il monachesimo cattolico vive e il fatto che oggi è entrato in un cono d’ombra nella vita della Chiesa. I monaci si sentono dimenticati, ma anche questo fa parte della loro vocazione di marginali, di cristiani che vivono sui confini.
Il Signore che è sempre fedele ci ha accompagnato anche nell’elezione del nuovo priore: fratel Luciano Manicardi, monaco di Bose dal 1980, poi maestro dei novizi e dal 2009 vice-priore, è stato eletto al primo scrutinio, segno di una grande unità della comunità. La liturgia di inizio del suo ministero di priore ha inaugurato una nuova stagione per la nostra comunità. In quest’ora mi abita un’unica grande preghiera: che il Signore abbia misericordia di tutti noi, ora e nel giorno del giudizio.
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Il priore Luciano Manicardi
Luciano Manicardi è stato a Bose l’anima dei ritiri spirituali e dei corsi biblici e ha scritto alcuni dei libri più apprezzati editi da Qiqajon (tra questi: Il corpo, 2005, L’umano soffrire, 2006, e La fatica della carità, 2010). Nato nel 1957 a Campagnola Emilia (Reggio Emilia), è entrato a Bose nel 1980, dove ha continuato gli studi biblici intrapresi all’università di Bologna. La capacità di far emergere dalla Scrittura lo spessore esistenziale e la sapienza di vita di cui è portatrice hanno reso il nuovo priore una figura molto amata e seguita dai frequentatori del monastero e dai suoi lettori.
L'Osservatore Romano

giovedì 26 gennaio 2017

Luciano Manicardi è il nuovo Priore di Bose


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Comunicato del priore Enzo Bianchi

“Traduntur cervi…”

Epifania del Signore, 6 gennaio 2017
Si dice che i cervi … quando camminano nella loro mandria … appoggiano ciascuno il capo su quello di un altro. Solo uno, quello che precede, tiene alto senza sostegno il suo capo e non lo posa su quello di un altro. Ma quando chi porta il peso (qui pondus capitis in primatu portabat) è affaticato, lascia il primo posto e un altro gli succede.
Questo commento di Agostino al salmo  41 (42) è sempre stato da me meditato, e con queste parole iniziavo la lettera di dimissioni previste nel 2014, alla fine della visita fraterna iniziata a gennaio e terminata a maggio e dopo la revisione economica affidata a una competenza esterna alla comunità. I visitatori fraterni mi hanno chiesto di restare ancora, anche per portare a compimento lo Statuto della comunità, e così ho continuato a presiedere, ma avvertendo più volte i miei fratelli e le mie sorelle che erano gli ultimi mesi del mio servizio e assentandomi sovente, affinché potessero imparare a continuare a vivere senza la mia guida.
Nella storia di ogni nuova comunità monastica il passaggio di guida dal fondatore alla generazione seguente è un segno positivo di crescita e di maturità. Scrive l’Apostolo: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere” (1Cor  3,6). La vita continua, la fondazione è stata feconda e di questo ringraziamo il Signore, attendendo il suo giudizio alla fine della storia.
Così è venuto il tempo delle dimissioni annunciate nel capitolo dopo i vespri del 26 dicembre scorso, vigilia della festa di Giovanni apostolo, per il prossimo 25 gennaio, Rivelazione di Gesù Cristo a Paolo apostolo. Così il 26 mattina, dopo la preghiera di epiclesi dello Spirito santo, inizieranno le votazioni per il nuovo priore secondo le norme dello Statuto.
fr. Enzo Bianchi
priore di Bose

Santi abati di Cîteaux, 26 gennaio 2017
Carissimi amici e ospiti,
oggi, nella festa dei santi abati di Cîteaux, i fratelli e le sorelle professi della comunità, riuniti per il consiglio generale annuale, hanno proceduto – alla presenza del garante esterno p. Michel Van Parys osb, già abate di Chevetogne – all’elezione del nuovo priore secondo quanto previsto dallo Statuto approvato dal vescovo di Biella Gabriele Mana.
Ho la grande gioia di annunciarvi che è stato eletto
fr. Luciano Manicardi
La comunità, in grande pace, ringrazia il Signore per la sua fedeltà e chiede a tutti voi di partecipare alla nostra gioia e alla nostra preghiera.
Nella misericordia del Signore,
fr. Enzo Bianchi
fondatore di Bose

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