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mercoledì 14 marzo 2018

La truffa della "teoria del tutto"


Stephen Hawking

Hawking ora sa tutto...

Dio è solo un trucco: attribuire quel nome a ciò che altro non è se non l’Universo stesso. E' la grande "truffa" che ha accompagnato il pensiero di Stephen W. Hawking, l'astrofisico scomparso ieri a 76 anni. Il suo trucco è di avere spodestato il Dio metafisico per poi sostituirlo con un surrogato, l’Universo che si autogenera. Un grande disegno che rivela anche un’angoscia terribile.

di Marco Respinti (Lanuovabq)
Adesso il profeta della “teoria del tutto” sa davvero tutto. Stephen W. Hawking, morto ieri 76enne a Cambridge, sa benissimo quanto siano state stupide le parole che a metà del maggio 2011 disse all’intervistatore di The Guardian, Ian Sample: «Considero il cervello come un computer che smetterà di funzionare quando i suoi componenti verranno meno. Non c’è alcun paradiso o vita oltre la morte per i computer rotti; è una fiaba per chi ha paura del buio». Ricordiamoci di lui nelle nostre preghiere.
Fisico e matematico, ha dominato per decenni le scene di una scienza, l’astrofisica, che non esisterebbe se non fosse per il padre gesuita emiliano Angelo Secchi (1818-1878), sbeffeggiato durante il Risorgimento per la sua fede e la sua fedeltà al Papa, il quale l’ha fondata essendo il primo che, studiando la composizione chimico-fisica delle stelle (e fondando così pure la spettrometria astronomica e la classificazione stellare, oltre a una pletora di altre discipline), intuisce quanto l’astronomia debba farsi coscientemente fisica dei corpi celesti per sondare, oltre la semplice osservazione, le proprietà degli astri e investigarne le meccaniche.
È se non altro curioso, visto che Hawking è stato un meritatamente famoso nemico giurato di qualsiasi prospettiva teleologica e teologica, di ogni pur minima possibilità, cioè, che la fisica dell’Universo sia compatibile con una prospettiva trascendente e per ciò stesso un propagandista di una delle più grandi fake news della storia occidentale: l’incompatibilità fra scienza e fede cristiana, una bugia inventata a tavolino per motivi propagandistici da due statunitensi dell’Ottocento, il fisico John William Draper (1811-1882), autore, nel 1874, di History of the Conflict between Religion and Science, e il diplomatico Andrew Dickson White (1832-1918), autore, nel 1896, dei due tomi di cui si compone History of the Warfare of Science with Theology in Christendom. Per dimostrargli personalmente che non è vero e che la fede non ha mai paura né della verità né degli anti-Dio come lui, la Pontificia Accademia delle Scienze ha eletto Hawking membro nel 1986.
Nato a Oxford nel 1942, a 17 anni Hawking entra nello University College della medesima cittadina inglese dove poi si laurea in Scienze naturali nel 1962. S’iscrive quindi a Cosmologia nell’Università di Cambridge e nel 1966 consegue il dottorato in Matematica applicata e in Fisica teorica. Dopo avere lavorato a fianco del celebre matematico britannico Roger Penrose sui cosiddetti “buchi neri” ed essere stato, dal 1970, visiting professor al California Institute of Technology di Pasadena, nel 1979 viene nominato titolare della cattedra lucasiana di Matematica nell’Università di Cambridge, dove insegna per 30 anni fino al 2009. Da allora e fino a ieri ha diretto il Dipartimento di Matematica applicata e Fisica teorica.
Nel 1988 pubblica il primo libro che lo rende celebre, basato su studi e ipotesi messe a tema tra il 1965 e il 1970: A Brief History of Time: From the Big Bang to Black Holes, pubblicato in italiano nello stesso anno dalla milanese Rizzoli come Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo. È il lavoro con cui lo studioso suggella l’abbandono del concetto metafisico di Dio per sostituirlo con un surrogato panfisicista: l’ipotesi della grande unificazione. Si badi: la chiamano tutti “teoria della grande unificazione”, ma è un errore madornale. Non è affatto una “teoria”, bensì solo una ipotesi, e tale resterà finché, come prescrive il metodo scientifico universalizzato da Galileo Galilei (1564-1642), non sarà provata, riprovata e comprovata empiricamente. Quell’ipotesi, dunque, cerca di unificare in una sola descrizione tutte le forze fisiche fondamentali della natura, soprattutto quella di gravità. I modelli proposti sono diversi e nessuno è universalmente accettato oggi da tutta la comunità scientifica. Fra essi c’è anche quello che è stato chiamato (inizialmente per celia) “teoria del tutto” di cui appunto Hawking è stato un assertore convinto.
Per l’astrofisico, infatti, la “teoria del tutto”, quando dimostrata, sarebbe la conquista definitiva del modo di ragionare di Dio. Per ciò stesso, allora, un trionfo assoluto della mente umana, capace di esaurire per intero quella divina. Che pertanto non è affatto tale, a meno di non intendere “divino” come una metafora. Del resto, la coincidenza fra la mente divina e quella umana farebbe concludere che l’unico vero Dio è l’uomo. Hawking, infatti, se dapprima non esclude in ipotesi l’idea di Dio, dopo averla minuziosamente demetafisicizzata e ridotta a capacità suprema della ragione umana, ne decreta la superfluità totale. Che bisogna c’è di Dio per spiegare l’Universo se l’Universo si spiega con la “teoria del tutto” attingibile perfettamente dalla ragione umana?
Morto il Dio metafisico, entra in scena allora la nuova divinità Dio panfisicista: un Universo che si spiega da sé attraverso le proprie stesse leggi.  La formulazione rotonda di questa visione è contenuta in un altro suo libro celebre, The Great Design, pubblicato nel 2010 assieme al fisico statunitense Leonard Mlodinow e tradotto in italiano come Il grande disegno (Mondadori, Milano 2011). Dio è inutile e l’Universo si crea spontaneamente per effetto della legge di gravità: stante che la gravità è la prima delle forze fisiche fondamentali che la “teoria del tutto” cerca di unificare, la sua mera esistenza produrrebbe automaticamente l’essere, cioè l’Universo, invece del nulla. Secondo Hawking, e Mlodinow, Dio è solo un trucco: l’attribuire quel nome a ciò che altro non è se non l’Universo stesso. Il creatore e la creatura, insomma, coinciderebbero. Ma è vero invece il contrario: il trucco è avere spodestato il Dio metafisico per poi sostituirlo con un surrogato, l’Universo che si autogenera. A Hawking ha risposto bene il matematico nordirlandese John C. Lennox, docente nell’Università di Oxford, con un librettino aureo, God and Stephen Hawking: Whose Design Is It Anyway? (Lion, Oxford 2011). Oltre che ateo, Hawking si è sempre professato panteista e Il grande disegno - la summa del suo pensiero - lo mostra bene. Ma Il grande disegno rivela anche un’angoscia terribile: la necessità che Hawking ha proprio di Dio. Deciso a non darla vinta al Dio metafisico, lo scienziato lo ha combattuto sostituendolo con un sosia. Sete di Dio portata fino alla truffa.
Esiste però anche un altro Hawking, anzi ne esistono altri due.
Uno è l’autorità in materia di “buchi neri”. Le sue scoperte in questo campo sono numerose. Nella teoria delle relatività generale einsteniana, un buco nero è una regione dello spaziotempo (la struttura a quattro dimensioni dell’Universo, il palco su cui si muove la realtà fisica tutta) dove l’intensità enorme del campo gravitazionale non permette a nulla di sfuggire all’esterno, nemmeno alla luce, e che sarebbe il risultato del collasso su sé stessa di una stella di massa enorme. Ma sui “buchi neri” molto è ancora allo stadio di mera speculazione, compreso quel che ha affermato Hawking. Per certi scienziati i “buchi neri” forse nemmeno esistono. Come che sia, nel gennaio 2014 è stato proprio Hawking ha portare scompiglio fra le proprie certezze, stravolgendo addirittura l’idea base e nota anche ai profani secondo cui il “buco nero” sarebbe un mostro spaventoso in forma di pozzo senza né fondo né via di uscita in agguato negli spazi siderali. Tutto da rifare. Ma se la scienza, e Hawking per primo, non sa nulla di certo su questi “buchi” che non a caso sono neri, come fa la scienza, e Hawking per primo, a decretare con certezza l’inutilità di Dio?
Il terzo e ultimo Hawking è l’uomo a cui nel 1963 diagnosticarono una terribile malattia degenerativa dei motoneuroni che alcuni hanno creduto d’identificare con la sclerosi laterale amiotrofica e che per altri sarebbe invece un’atrofia muscolare progressiva, meno micidiale. Si fa per dire: perché Hawking progressivamente si è rattrappito facendosi un mucchietto informe di ossa, nervi e carne, immobile dagli anni 1980, condannato alla carrozzella e in seguito, a causa di una tracheotomia resasi necessaria dopo una polmonite che nel 1985 quasi lo uccideva, pure incapace di proferire parola se non attraverso un sintetizzatore vocale finito persino in una canzone dei Pink Floyd. Ad averlo saputo, uno così, per il mondo in cui stiamo, nemmeno doveva nascere. E invece è stato uno dei più acuti cervelli del secondo Novecento e rotti. Una volta diagnosticata la malattia, uno così, per il mondo in cui stiamo, avrebbe dovuto farla finita. La prima confutazione di questi sofismi è lo stesso Hawking, al quale nel 1963 avevano dato due anni di vita. Ha vissuto oltre, dando il meglio di sé dopo quella sentenza capitale. Il male ha proceduto in lui in un modo che nessuno avrebbe mai potuto ipotizzare. Appunto. Se Hawking avesse scelto l’eutanasia, il mondo non avrebbe mai conosciuto il suo genio. A dire il vero Hawking al suicidio assistito e all’eutanasia ci ha pensato facendo campagna in loro favore, ma non le ha mai scelte.
Nel 2014 sulla sua vita è uscito un lungometraggio diretto da James Marsch, ovviamente intitolato La teoria del tutto. È tratto dalla biografia Travelling to Infinity: My Life With Stephen (trad. it. Verso l’infinito, Piemme, casale Monferrato [Alessandria] 2015), pubblicata nel 2007 dalla sua ex moglie, Jane Wilde, madre dei suoi tre figli. Jane e Stephen si sono sposati dopo la malattia di lui, nel 1965, più o meno quando lui avrebbe dovuto morire. Hanno divorziato nel 1995 e si sono risposati entrambi (lui ha divorziato pure dalla seconda moglie nel 2006). Il film è la storia di un uomo e di uno scienziato che non si arrende, che non lascia alla morte l’ultima parola. Un uomo arguto e faceto (trovava l’ipotesi del multiverso interessante ma problematica: se uno non ricorda dove ha parcheggiato l’auto...) diverso dal musonismo eutanasista. Anche il film racconta che quando nel 1985 la polmonite lo stava per uccidere e i medici volevano staccare le spine che lo tenevano in vita Jane lo ha salvato. È lei che il mondo deve ringraziare per il genio impertinente di Hawking. A volte persino le ex mogli ti salvano. Ecco, fra “teoria del tutto” e fame di vita Hawking ha finito per essere un grande testimonial riluttante di Dio.

giovedì 16 novembre 2017

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO SULLE QUESTIONI DEL "FINE-VITA"

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL MEETING REGIONALE EUROPEO
DELLA "WORLD MEDICAL ASSOCIATION"
SULLE QUESTIONI DEL "FINE-VITA"
[Vaticano, Aula Vecchia del Sinodo, 16-17 novembre 2017]

Al Venerato Fratello
Mons. Vincenzo Paglia
Presidente della Pontificia Accademia per la Vita
Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita.
Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.
Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.
È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.
Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.
Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.
Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.
In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete.
Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione.
Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.
Dal Vaticano, 7 novembre 2017

Francesco

venerdì 29 settembre 2017

Cosa sappiamo davvero dell’evoluzione?





(Carlo Maria Polvani) Chi non rimane affascinato ammirando le opere d’arte rupestre dipinte da uomini preistorici sulle pareti delle grotte di Altamura o di Lascaux? Chi non rimane esterrefatto esaminando la ricostruzione in scala naturale di Ötzi, l’uomo vissuto nell’età del rame, la cui mummia è conservata in una cella frigorifera del Museo archeologico dell’Alto Adige?La sete di sapere di più sui nostri primi progenitori è periodicamente stuzzicata dalla pubblicazione di nuove scoperte scientifiche che rendono sempre più composito il già fin troppo articolato quadro dell’evoluzione umana, affermatasi, da circa dieci milioni di anni, per mezzo di alcune trasformazioni in un ramo della famiglia dei primati — l’insieme delle quasi quattrocento specie suddivise in lemuri (come quelli del Madagascar), proscimmie (come i macachi o i babbuini) e scimmie antropomorfe (come i gorilla o gli scimpanzé) — quali: il triplicarsi del volume della neocorteccia e del cervelletto; il passaggio all’andatura bipede; l’apparizione del pollice opponibile; la diminuzione della percezione olfattiva rispetto a quella visiva; la perdita di peli corporei e l’aumento di ghiandole sudorifere; e la riduzione del dimorfismo sessuale, con la diminuzione della differenza di alcuni tratti distintivi degli individui di sesso maschile rispetto a quelli di sesso femminile, nella massa corporea, nella sporgenza dell’arcate sopracciliari o nella prominenza dei denti canini.
Ottima, quindi, è stata l’idea della società editrice Il Mulino di affidare a Giorgio Manzi la redazione di un saggio sulle Ultime notizie sull’evoluzione umana (Bologna, 2017, pagine 248, euro 16). In esso, il noto divulgatore scientifico aggiorna il lettore sullo stato attuale delle conoscenze scientifiche riguardo al processo di ominazione e si cimenta con il difficilissimo compito di rintracciare il possibile filo conduttore che collegherebbe alcune delle specie di ominidi (fra le tante apparse e scomparse negli ultimi due milioni di anni) possibilmente annoverabili fra quelle dei nostri progenitori, come quella dell’homo erectus (apparso 1,9 milioni di anni fa e estintosi centocinquantamila anni fa) o quella dell’homo Neanderthalensis (apparso quattrocentomila anni fa e scomparso duecentomila anni dopo). 
Dalla lettura, sempre appassionante, del saggio del professore di antropologia alla Sapienza, si esce con l’idea che il fenomeno che ha portato all’apparizione, trecento milioni di anni fa, della specie homo sapiens, non può essere descritto come una sequenza lineare di specie che, succedendosi l’una all’altra, sarebbero collegate da presunti (anche se finora elusivi) anelli mancanti, ma come un «puzzle complesso e avvincente, le cui tessere sono come pagine strappate da un libro da restaurare: la nostra preistoria».
Per spiegare questa sua interpretazione, Manzi fa ricorso alle tesi del famoso paleontologo e biologo di Harvard, Stephen Jay Gould (1941-2002), che furono al centro delle cosiddette Darwin’s Wars — i feroci dibattiti fra darwinisti riformatori, chiamati appunto gouldists, e darwinisti militanti, conosciuti come dawkinists, poiché capeggiati da due dei cosiddetti «quattro cavalieri dell’ateismo» (Richard Dawkins di Cambridge e Daniel Dennett della Tufts University). Lo scontro fra queste due visioni della teoria dell’evoluzione delle specie verteva, e verte ancora, su tre aspetti che vale la pena esaminare. Il primo riguarda la disciplina denominata “evo-devo”, da evolutionary developmental biology. La evo-devo, partendo da osservazioni sullo sviluppo fetale — allo stadio embrionale, infatti, risulta più facile vedere come l’evoluzione abbia plasmato le divergenti morfologie di specie collegate (come per esempio, il riordinamento osseo-muscolare delle zampe terrestri dei caniformi nelle pinne acquatiche dei cetacei) — deduce le relazioni ancestrali fra specie diverse. Orbene, un principio della evo-devo è che i maggiori fattori di trasformazione del patrimonio genetico siano collegati non tanto ad agenti esterni (come per esempio, l’aggressione di ossidanti o l’esposizione a raggi ultravioletti), quanto agli stessi meccanismi naturali di regolazione dei nostri geni, la cui immensa complessità fu intuita nel 1961 da Jacques Monod (1910-1976) e da François Jacob (1920-2013), con la scoperta del primo “operone” (un insieme di geni, finemente regolati in modo sincronizzato da raffinatissimi equilibri biochimici).
Il secondo aspetto riguarda il fenomeno conosciuto come “preadattamento” o “esattamento”. Nella natura, molte mutazioni sono chiamate non-adattative perché, al momento in cui emergono, non forniscono né un vantaggio né uno svantaggio in termini di sopravvivenza. Tuttavia, queste mutazioni non-adattative, una volta tramandate alle generazioni successive, possono diventare utili, sia nella specie che le ha viste nascere sia in altre specie discendenti che le hanno ereditate. Un possibile esempio di esattamento è la mutazione del gene che portò alla comparsa nei pesci — prima della comparsa degli anfibi che uscirono dagli oceani per conquistare la terraferma — di un’estroflessione dell’esofago. I vertebrati terrestri, che ereditarono questo ripiegamento verso l’esterno dell’organo proposto al passaggio del cibo dalla bocca allo stomaco, lo modificarono per ottenerne dei polmoni. Ma i pesci rimasti nei mari, avendo già le branchie per sovvenire all’ossigenazione del sangue, trasformarono tale cavità in vescica natatoria, quella cassa di zavorra naturale che, sfruttando il principio di Archimede, permette, gonfiandosi e sgonfiandosi, di salire e di scendere agevolmente a diversi livelli di profondità.
Il terzo aspetto riguarda la cosiddetta «teoria degli equilibri punteggiati», che vede i suoi sostenitori credere che i processi evolutivi si verificano per lo più quando una specie, mutando, si scinde in due, creando due “specie figlie”, diverse e separate. Questo processo, chiamato “cladogenesi” (da kladòs, ramo) — che è stato brillantemente utilizzato dal biologo tedesco Willi Hennig (1913-1976) per classificare tassonomicamente gli esseri viventi sulla base del loro ultimo progenitore comune — si oppone alla “anagenesi”, che propone invece che una specie diventi nuova accumulando un numero di mutazioni tali da sostituire quella precedente, condannata all’estinzione.
Starà quindi al lettore decidere, sulla base dei dati esposti da Manzi, se concordare con lui che sostiene come le osservazioni attuali sull’antropogenesi risultino più facilmente spiegabili ammettendo i tre principi cari a Gould, sommariamente illustrati sopra. 
Resta tuttavia un elemento che difficilmente le discussioni fra gouldisti e dawkinisti sembrano, almeno per ora, in grado di spiegare. Un essere umano condivide il novantasette per cento circa del suo Dna con uno scimpanzé. Parallelamente, un cane condivide il novantotto per cento circa del suo Dna con un lupo. Ma a nessuno sfugge che le differenze fra un cane e un lupo non sono dello stesso ordine di grandezza di quelle fra un uomo e uno scimpanzé. Quanto quindi il processo di ominazione è dipendente da fattori biochimici e non da altri, siano essi: culturali, sociali... o persino, spirituali?
Da un punto di vista genetico sembrerebbe quindi giusto definire l’uomo una “scimmia nuda” — seguendo la brillante espressione coniata dall’eziologo britannico Desmond Morris (1928) — ma forse, da molti altri punti di osservazione, tale terminologia appare imprecisa. È interessante notare che lo stesso Gould, in opposizione ai succitati scienziati dall’ateismo militante, fu l’ideatore della cosiddetta Noma (o teoria dei non-overlapping magisteria), secondo la quale la religione e la scienza non possono entrare in contraddizione, visto che hanno aree di indagine e di interesse non sovrapponibili. Alcuni ritengono che la Noma sia troppo semplicista. Il suo inventore dichiarò di averla ideata leggendo, nella Humani generis di Pio XII, il passaggio in cui veniva considerato legittimo studiare l’evoluzionismo che «sostiene l’origine del corpo umano (...) da materia organica preesistente», purché non si neghi «che le anime sono state create immediatamente» da Dio. 
È d’uopo ricordare che nel 1996, san Giovanni Paolo II, davanti alla Pontificia Accademia delle scienze, proprio in riferimento al tema dell’evoluzione, affermò che non si dovevano avere timori quando non risultasse a prima vista facile scegliere fra una proposizione di fede e una teoria scientifica poiché, come lo aveva enunziato Leone XIII nella Providentissimus Deus, «la verità non può in alcun modo contraddire la verità».

L'Osservatore Romano

giovedì 21 settembre 2017

La malattia delle quattro A.

Risultati immagini per La Giornata Mondiale della Malattia di Alzheimer si celebra oggi

L' Alzheimer non cancella la persona 
Avvenire 

(Emanuela Genovese) La definiscono la malattia delle quattro A: amnesia, afasia, agnosia, aprassia. L' Alzheimer, di cui oggi ricorre la XXIV Giornata mondiale, continua a suscitare progetti e interessi, e a coinvolgere ricercatori, e soprattutto familiari e operatori. Certamente inquietano i numeri commentati nella giornata di studi organizzata martedì a Milano dalla Federazione Alzheimer Italia: nel 2015 l' Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha evidenziato che nel mondo sono 46,8 milioni le persone affette da demenza e che ogni tre secondi si registra un nuovo caso di malattia. In Italia si stima che i malati siano circa un milione e 241mila e i costi ammontino a 37,6 miliardi di euro.
Il vero problema per Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione, è la disinformazione: «La non comprensione del fenomeno non aiuta a sensibilizzare sulla malattia. I non addetti al settore, o chi non ha avuto un' esperienza diretta con una persona affetta da demenza, etichettano a volte il paziente colpito da Alzheimer come malato di mente. Non si deve dimenticare invece l' immensa dignità della persona malata e quanto sia importante tutelarla». 
Nel corso del 2017 ci sono state scoperte significative sulla malattia grazie a una ricerca italiana pubblicata da un' équipe di medici dell' Università Campus Bio-Medico, della Fondazione Santa Lucia e del Cnr di Roma. Si è compreso, infatti, che la malattia ha origine in seguito alla morte della parte del cervello che produce la dopamina con il conseguente mancato funzionamento dei neuroni. Se cure risolutive ancora non esistono, il luogo principale del sostegno al malato dell' Alzheimer però non è l' ospedale ma la residenza sociosanitaria, come ha ricordato Antonio Guaita, direttore della Fondazione Golci Cenci per la ricerca sull' invecchiamento cerebrale. La creazione di «Dementia Friendly Community», ovvero di luoghi dove le persone con demenza possono essere accolte e ascoltate, è la base per affrontare la malattia senza violare la sacralità della persona. Ne è convinto il cofondatore di «Dementia Alliance International», John Sandblom, cui dieci anni fa è stata diagnosticata la demenza. 
Secondo un rapporto dell' Ocse (l' Organizzazione per la copperazione e lo sviluppo economico) le persone affette da demenza ricevono proprio nei Paesi sviluppati cure peggiori rispetto ad altri malati. «A fine 2014 - dice la presidente Salvini Porro - è stato adotatto anche in Italia un piano di azione e ricerca sulle demenze, ma attualmente senza stanziamento di fondi. Occorre che l' Oms convinca il Ministero della Salute a destinare finanziamenti mirati alle sette aree di intervento previste, tra le quali la focalizzazione della demenza come priorità di salute pubblica, la riduzione del rischio, il sostegno ai familiari. Come federazione tra 47 associazioni su tutto il territorio nazionale, negli ultimi due anni abbiamo aumentato le azioni di sensibilizzazione e avviato il progetto di 'Comunità Amiche delle Persone con Demenza', partito da Abbiategrasso e a oggi diffuso in otto città». 
Sono numerosi i progetti che stanno crescendo in Italia su iniziativa delle associazioni e dei familiari. Come quello del comune di Conegliano, in provincia di Treviso, che ha dato vita a «Il Quartiere Amico». Dal giugno 2016, dopo un primo incontro di sensibilizzare sulla malattia rivolto ai cittadini, il quartiere 'amico' è diventato quello in cui gli ospiti dell'«Opera Immacolata di Lourdes », residenza per anziani affetti da demenza, fruiscono di una rete di protezione, sostegno e inclusione grazie alla partecipazione di forze dell' ordine e commercianti. 
Tra i molti progetti significativi si segnala Casa Wanda, che a Roma opera in collaborazione con le parrocchie della diocesi. Sul modello della gestione integrata il centro, dotato anche di spazi esterni progettati per una stimolazione mentale e fisica del malato, sostiene le famiglie che vivono la perdita di memoria del parente tramite azioni concrete per diminuire gli oneri assistenziali, burocratici, economici e affettivi. In Puglia va segnalata l' iniziativa «Nei volti dei familiari la miglior risposta» realizzata presso i centri Korian: alcuni ritrattisti hanno raffigurato i momenti più belli dei malati over 65 in compagnia dei loro familiari, affinché siano visibili gli effetti positivi delle emozioni e della serenità familiare. «Nell' abbraccio di chi li ama - spiega Aladar Bruno Ianes, direttore medico di Korian Italia - i malati possono trovare uno dei più potenti antidoti emotivi per rallentare il declino cognitivo e la perdita di sé causati dalla malattia »

mercoledì 13 settembre 2017

Psicologia e cattolicesimo...



 ..la soluzione è antropologica!



Quando ho letto lo slogan rimbalzare da una testata all'altra mi è venuto da ridere.
«Il papa sdogana la psicoanalisi» (in tempi cristiani si sarebbe scritto «battezza», o «benedice»).
Ovviamente Francesco non ha fatto nulla di simile. Ha semplicemente dichiarato: «Per sei mesi sono andato a casa sua [di una psicoanalista ebrea] una volta alla settimana per chiarire alcune cose». Tutto qui. Una breve consultazione, non sappiamo né il perché né con quale esito.
Tanto per dire: papa Benedetto suonava il pianofortestrumento bandito dalle chiese; eppure nessuno si è mai sognato di scrivere «Il papa sdogana il pianoforte». Sarebbe stata una solenne sciocchezza.
Invece accade anche questo, durante questo pontificato. I commenti, poi non sono da meno: la Chiesa avrebbe «sempre osteggiato con tutti i mezzi, anche “illegali”, la psicoanalisi, avvertita come pericolosa concorrente, come “colpevole” di aver infranto il monopolio cattolico nel confessionale e nella introspezione delle anime».
Finalmente «Francesco non soltanto ha “sdoganato” la psicoanalisi ma l’ha elevata a “compagna” dell’anima umana». Niente di meno.
Ma vediamolo, l'atteggiamento della Chiesa nei confronti della psicoanalisi. Cosa hanno detto i predecessori di Francesco a proposito  della psicoanalisi?
Parlando il 14 settembre 1952 ai partecipanti al Primo Congresso Internazionale di Istopatologia del Sistema Nervoso, Pio XII aveva affermato:
«Per liberarsi da pulsioni, inibizioni, e complessi psichici, l'uomo non è libero di eccitare in se stesso, per scopi terapeutici, tutti e singoli quegli appetiti della sfera sessuale che s'agitano o si son agitati nel suo essere, e sommuovono i loro impuri flutti nel suo inconscio o nel suo subconscio. Non può farne l'oggetto delle sue rappresentazioni o dei suoi desideri pienamente consci, con tutte le scosse e le ripercussioni che sono conseguenza di un tale modo di procedere. Per l'uomo e per il cristiano esiste una legge d'integrità e di purità, di stima personale, la quale proibisce d'immergersi così completamente nel mondo delle rappresentazioni e delle tendenze sessuali. L'interesse medico e psicoterapeutico del paziente trova qui un limite morale. Non è provato, anzi è inesatto, che il metodo pansessuale di una certa scuola di psicoanalisi sia parte integrante indispensabile di ogni psicoterapia seria e degna di tal nome; che l'aver trascurato nei tempi passati questo metodo abbia causato gravi danni psichici, errori nella dottrina e nella pratica dell'educazione, nella psicoterapia e anche e non meno nella pastorale; che sia urgente riempire questa lacuna e iniziare tutti coloro che si occupano di questioni psichiche alle idee direttrici e perfino, se occorre, all'applicazione pratica di questa tecnica della sessualità».
Nell’aprile dello stesso anno sul Bollettino del Clero romano fu pubblicata una dichiarazione che qualificava come «peccato mortale » ogni pratica della psicoanalisi.
In occasione del Sinodo Romano del 1960, Giovanni XXIII fece inserire un articolo (n. 239) che metteva in guardia nei confronti di un abbandono incondizionato del paziente nelle mani dello psicoanalista; e nel 1961 volle che il Sant’Uffizio emettesse un Monitum per condannare l’opinione secondo la quale la psicoanalisi sarebbe necessaria per ricevere gli ordini sacri, o per lo meno come esame attitudinale per i candidati al sacerdozio; questo documento, inoltre, esprimeva il divieto a chierici e religiosi di praticare la psicoanalisi, e ai seminaristi di ricorrervi (se non con il permesso dell’Ordinario e per gravi motivi).
Anche Paolo VI criticò la psicoanalisi diverse volte; in particolare rimproverava a questa dottrina di essere una «psicologia dal basso». Questo pontefice ha indicato più volte le sublimi vette che l’animo umano può raggiungere mediante l’ascesi, contrapponendole al «torbido fondo» che, secondo la psicoanalisi, costituirebbe la vera natura umana, da assecondare e liberare.
Giovanni Paolo II ha toccato in più occasioni il tema dell’incompatibilità tra antropologia cattolica e psicoanalisi. In particolare, nell’udienza generale del 29 ottobre 1980, il Santo Padre si riferisce a Freud come ad un «maestro del sospetto», che accusa implacabilmente il cuore dell’uomo di «concupiscenza della carne».
Questa chiarissima posizione può essere dettata solo dal desiderio di conservare «il monopolio cattolico nel confessionale e nella introspezione delle anime»? O c'è un motivo più profondo e serio?
Rudolf Allers, l'unico cattolico ammesso alla presenza di Freud, l'ha scritto con chiarezza: ciò che differenza una psicologia dall'altra è l'antropologia sulla quale essa di fonda.
L'antropologia cattolica è nota: è quella aristotelico-tomista.
L'uomo è un essere razionale, fatto ad immagine e somiglianza di Dio. La sua facoltà più elevata, quella che lo rende simile al Creatore, è la ragione. Essa ha il compito di discernere il bene e il male. Le passioni sono al servizio della ragione, come nel mito platonico della biga alata: hanno il compito di condurre l'uomo verso il bene e lontano dal male.
E la psicoanalisi?
Per questa disciplina il nucleo fondante l'uomo non è la ragione, bensì l'inconscio, ossia le passioni (che Freud chiama «pulsioni» perché convinto che il loro fondamento sia biologico).
L'istanza morale (cioè la ragione) nella psicoanalisi è il Super-io: «il veicolo della tradizione, di tutti i giudizi di valore imperituri che per questa via si sono trasmessi di generazione in generazione» (Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi, in Opere vol XI, Boringhieri, Torino 1979, pag. 179). Bene. Anzi no, perché il Super-io è considerato da Freud un «tiranno» «crudele».
Abbiamo quindi, nella psicoanalisi, un perfetto rovesciamento dell'antropologia cattolica.
Non solo. Quali sono le passioni originarie che costituiscono il fondamento antropologico freudiano? Le pulsioni sessuali (eros) e omicide (thanatos). Le stesse passioni originarie che, secondo Nietzsche, potremmo liberare se eliminassimo la metafisica (cioè la ragione di Tommaso, il Super-io di Freud): stupro e omicidio.
Dunque la diffidenza della Chiesa nei confronti della psicoanalisi qualche fondato motivo (a parte la conservazione di immaginari monopoli) ce l'ha. E pure con ragione, se consideriamo cosa accadde quando i chierici avvicinarono la psicoanalisi (mi riferisco all'abate Lamercier e a don Eugen Drewermann, dei quali non possiamo occuparci per ragioni di spazio).
Certo, non è mancato chi abbia tentato di «sdoganare» davvero la psicoanalisi cercando «ciò che unisce e non ciò che divide».
Penso a Leonardo Ancona; penso a chi ha tentato di «battezzare» Jung perché «rispetto a Freud è aperto alla spiritualità» (peccato che sia una spiritualità gnostica e demoniaca); penso a chi va a recuperare pseudo-sconosciuti psicoanalisti «ostili alle religioni organizzate ma non alla fede».
Siamo ben lungi da una sintonia tra cattolicesimo e psicoanalisi, nonostante tutti gli sforzi.
Non mancano nemmeno i cattolici psicoanalisti; ne conosco e stimo diversi. Ottimi professionisti, ma costretti a scindersi tra le due appartenenze.
La soluzione è quella di costruire una psicologia partendo dal fondamento antropologico artistotelico-tomista. Gli esempi – autorevoli, anche se sconosciuti ai più – non mancano: Rudolf Allers sopra a tutti; e poi Terruwe e Baars, Magda Arnold... Autori ai quali, coraggiosamente quanto meritoriamente, l'editore D'Ettoris sta cercando di dare una voce con una apposita collana.
Niente sdoganamenti, dunque, niente scorciatoie; studio e duro lavoro. Solo in questo modo si avrà una piena e fruttuosa collaborazione tra psicologia e cattolicesimo.
Lanuovabq

martedì 11 aprile 2017

L'uomo non separi...

fabio-castriota

Utero in affitto. Lo psichiatra Castriota: «Mai più si separino gestante e bambino».

di Lucia Bellaspiga.
La maternità surrogata spezza l’unità profonda, documentata dalla scienza, di bimbo e mamma. Parla lo psichiatra Fabio Castriota
La gravidanza non è solo un passaggio in un contenitore intercambiabile», ma è il tempo in cui nasce «una storia complessa», addirittura si imposta «il successivo sviluppo psichico» sia della madre che del feto, il quale «memorizza tutto e può anche inviare messaggi». Ecco perché la maternità surrogata è «una situazione traumatica per due esseri umani». Mentre il dibattito sull’utero in affitto ferve a livello politico e culturale, la scienza si riprende la parola e si attiene ai fatti. Fabio Castriota, psichiatra, vice presidente della Società Italiana di Psicoanalisi, è già intervenuto in tal senso al recente forum a Montecitorio, dal quale l’ampio fronte del no è uscito con un forte appello all’Onu per la messa al bando della tratta di neonati.
Nessuno si sognerebbe di vendere un bambino di qualche mese. Invece la maternità surrogata pretende di ordinare una vita umana e ritirare il prodotto, togliendolo alla madre al momento della nascita. Ma quando nasce davvero un bambino?Se è con la nascita che entra nel mondo, la sua comunicazione con la madre e, tramite lei, con la realtà esterna è già attiva nella gravidanza. Giorni fa un noto quotidiano, facendo riferimento agli studi più attuali di neonatologia, titolava: “È nella culla che si formano le competenze”. Invece è molto prima. Sulla relazione madre-bambino, a partire dagli anni ’60 e ancor più dagli anni ’70 e ’80, si è passati dalla visione di un utero contenitore di una vita in evoluzione a una visione molto più ricca e dinamica nel rapporto di scambio. Tutto ciò che la madre vive viene percepito dal feto, che possiede una grande sensibilità, unita a un elevato livello di competenze psicofisiologiche e neuropsicologiche inimmaginabili in passato. Già Freud aveva intuito che «c’è più continuità tra la vita uterina e la primissima infanzia, di quanto l’impressionante cesura dell’atto della nascita ci lascerebbe supporre». Attraverso l’utero materno il nascituro, con i suoi organi di senso, prende contatto con gli stati emotivi della madre e fa esperienza di ciò che è esterno: non solo sente, apprende e memorizza tutto ciò che gli è filtrato, ma invia messaggi.
Ciò significa che separare al parto la diade madre-figlio è traumatico anche per la donna?La gravidanza è il periodo fondamentale in cui la madre dialoga fisiologicamente, emotivamente e razionalmente con il bambino. Il danno della maternità surrogata riguarda perciò due persone: certamente il neonato, ma anche sua madre, dato che se non esiste un bambino senza madre non esiste una madre senza il suo bambino. L’unità madre-bambino è non solo la base biologica e il presupposto psichico per la maturazione mentale del neonato ma anche per l’evoluzione della donna dopo l’esperienza della maternità. Come scrive il filosofo indiano Osho, “nel momento in cui nasce un bambino nasce anche la madre. Lei non è mai esistita prima: esisteva la donna, ma la madre mai. Una madre è qualcosa di assolutamente nuovo”. Ma qual è il destino della madre biologica, appena nata come madre? Sparire subito! La prima premura è separare immediatamente puerpera e neonato, che va consegnato prima possibile ai suoi “genitori”.
Questo infatti consigliano apertamente alcuni nostri uomini politici che sono andati all’estero a farlo, essendo in Italia un reato. Però madre e bambino comunicano nei nove mesi…Intanto comunicano attraverso la via ormonale: una madre sottoposta a stress produce sostanze ormonali che possono interagire negativamente nella sfera psichica del feto in evoluzione. Un esempio sono certi disturbi di personalità in bambini nati da madri traumatizzate o gravemente depresse durante la gravidanza. Una donna che sta affittando il suo utero e si dovrà separare dal figlio è una donna stressata e i traumi possono lasciare imprinting profondi nelle memorie implicite del futuro bambino. Quanto alla madre, la situazione di perdita, di lutto, può inficiare la possibilità di sviluppare un attaccamento in successive gravidanze. Un terrore tipico delle donne in gravidanza è che qualcuno sottragga loro il figlio, e la surrogata diventa il concretizzarsi di questo fantasma.
A quanti mesi il feto ha sviluppati i sensi?
Il tatto è il primo, già al 3° mese, quando il feto comincia a sentire se qualcuno tocca il ventre della madre. Poi si sviluppano le percezioni dolorose, olfattive (per questo dopo il parto riconoscerà l’odore di sua madre) e il gusto (le esperienze del cibo mangiato dalla madre lasceranno tracce nelle memorie). Poi arrivano le capacità uditive: il feto sente il ritmo del battito cardiaco materno e in futuro avrà un ritmo simile nel succhiare il latte. Ma soprattutto sente le sue parole: la lingua madre. Anche il tono della sua voce lascia tracce nei sistemi di sicurezza del feto… Che tracce lascerà allora una madre straniera la cui lingua, dopo la separazione, non verrà più rintracciata nelle prime esperienze del neonato? Infine si sviluppa la sensibilità visiva, e il feto dal sesto mese sogna: l’attività onirica è un importante strumento di elaborazione delle esperienze, e spesso è accompagnata da alterazioni nell’espressione facciale, sussulti e cambi di posizione.
Fonte: Avvenire

mercoledì 29 marzo 2017

“Che declino, che inesorabile declino!”

La celeberrima «Notte stellata» di Van Gogh sarebbe stata dipinta all’alba del 19 giugno 1889 dall’ospedale Saint-Rémy de Provence
La celeberrima «Notte stellata» di Van Gogh sarebbe stata dipinta all’alba del 19 giugno 1889 dall’ospedale Saint-Rémy de Provence

L'astrofisico. «Il fascino delle stelle e la religiosità»

di Antonio Giuliano

***

Marco Bersanelli: per la prima volta dalla nascita dell'uomo, la nostra generazione non sembra più desiderosa di alzare gli occhi al cielo.

Ormai non ci sorprende più un cielo stellato, eppure fermarsi e alzare lo sguardo in una notte buia e limpida è un gesto iscritto dentro di noi se era già comune agli uomini delle caverne. Abbiamo smesso di “desiderare”: un verbo che non a caso rimanda alle stelle (dal latino de-sidera). Ma non possiamo farne a meno perché sentiamo forte la mancanza di qualcosa più grande di noi. È allora suggestivo il percorso tracciato da Marco Bersanelli, uno che di astri se ne intende, nel libro Il grande spettacolo del cielo. Otto visioni dell’universo dall’antichità ai nostri giorni( Sperling & Kupfer, pp. 288, euro 18).

Docente di astronomia e astrofisica all’università degli Studi di Milano, Bersanelli ci conduce in un appassionante viaggio ipergalattico che risale fino al tempo in cui l’uomo fece la sua comparsa sulla Terra. Un volume da naso all’insù in compagnia non solo degli scienziati, ma anche di poeti e artisti che si sono lasciati sedurre dalla bellezza del cosmo. «È paradossale – spiega l’astrofisico –: oggi la tecnologia ci permette di scrutare le profondità dell’universo a un livello inconcepibile anche solo pochi decenni fa, eppure questa è la prima generazione che ha perso l’abitudine di esporsi alla meraviglia del cielo stellato».
Perché mai siamo diventati così insensibili?
«Pesa senz’altro uno stile di vita più frenetico. Si è indebolita la contemplazione della realtà, non ci stupiamo più di quel che ci circonda. Ci appare più attraente ciò che produciamo, il virtuale. Eppure da sempre la bellezza della natura ha guidato l’uomo alla verità e alla conoscenza profonda di sé».
I precursori degli “astronomi” risalgono addirittura alla preistoria.
«Sì, già l’uomo di Cro-Magnon era un abituale osservatore del cielo: sono stati ritrovati calendari lunari scolpiti su ossa di animali e gruppi di stelle dipinte sulle pareti, come nelle grotte di Lascaux. Noi stiamo perdendo l’attrattiva di tutte le culture antiche davanti all’immensità del cosmo. Un fascino che si intreccia con la religiosità».
Una curiosità mistica che si ritrova anche tra i grandi scienziati come Einstein: «Voglio sapere come Dio creò questo mondo. Voglio conoscere i suoi pensieri; in quanto al resto, sono solo dettagli».
«Sì, è uno dei suoi tanti aforismi pungenti e significativi. Il motore che sta sotto la passione con cui gli scienziati si muovono in questo campo è poter svelare qualcosa di un ordine dato, che non abbiamo fatto ed esiste prima di noi. Non è un caso che la Chiesa abbia attivamente sostenuto l’astronomia, tanto che la Specola Vaticana è uno dei più antichi osservatori al mondo. Nella tradizione cristiana la bellezza della natura e del cielo in particolare è il segno per eccellenza della grandezza del Creatore».
Una bellezza cantata in maniera “scientifica” anche dai letterati di ogni tempo...
«Emblematico il caso di Dante, che nella descrizione sublime del Paradisoanticipò un’intuizione ripresa soltanto 6 secoli dopo: l’ipersfera. Oppure Shakespeare che nell’Amleto cita quella che per alcuni studiosi è la “nuova stella” di Tycho del 1572».
Abbagliato dal cielo fu anche un poeta descritto sempre come ricurvo sulle sue carte.
«Leopardi a soli quindici anni scrisse un trattato di storia dell’astronomia, la “più sublime, la più nobile tra le scienze fisiche”. Nel cosmo secondo lui si rispecchiava la domanda ultima dell’uomo, sul significato della sua vita e del mondo, come nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. E d’altra parte Leopardi aveva colto come nell’essere umano c’è qualcosa di più grande dell’intero universo, che non può essere ridotto a nessuna misura. La ragione riconosce che ci sono eventi che i numeri non possono spiegare: come la nascita di un bambino, davanti a cui anche un miliardo di anni luce rimarrà sempre e soltanto un numero».
Ha fatto scalpore di recente la scoperta di sette piccoli pianeti intorno alla stella Trappist-1.
«C’è stato un eccessivo clamore mediatico. Alcuni pianeti erano già noti e non è vero che sono paragonabili alla Terra, hanno solo alcune grossolane caratteristiche simili. La presenza di acqua non è sufficiente per dire che sono “abitabili”. E di pianeti extrasolari di questo tipo ne sono stati censiti già a migliaia. Se non altro però questa notizia ha spinto molti ad interrogarsi sul grande mistero dell’universo. Io stesso mi sono innamorato di questi studi da ragazzino, quando è già grande la curiosità di sapere che cosa c’è oltre quello che vedi. È fondamentale anche dal punto di vista educativo imparare a lasciarsi interrogare e stupire dalla realtà, anche solo da una falce di Luna. È stato questo il segreto dei grandi artisti».
Da Giotto a Gaudì non sono pochi coloro che son riusciti a ritrarre il respiro dell’universo.
«Il passaggio della cometa di Halley del 1301 stupì così tanto Giotto da immortalarlo nella Adorazione dei Magi della Cappella degli Scrovegni, dando inizio alla tradizione della “stella di Betlemme” come se fosse una cometa. E Gaudì si ispirava sempre nelle sue architetture al movimento degli astri: nella navata della Sagrada Familia davvero le colonne degli alberi lasciano intravedere le stelle. C’è però un’opera nella storia dell’arte che più di tutte “parla”».
Quale?
«È la famosa Notte stellata di Van Gogh che ritrae le nebulose nel cielo stellato come Lord Rosse le aveva viste per la prima volta col suo gigantesco cannocchiale. Da sempre le stelle rimandano al destino dell’uomo. E anche per l’artista olandese rimasero fino alla fine il segno di un’ultima speranza possibile. Al fratello confidò che “la speranza è nelle stelle” e spiegò che le sue tante raffigurazioni notturne nascono da “un bisogno tremendo di – userò la parola – religiosità, per questo alla sera vado fuori e dipingo le stelle”».
Avvenire

lunedì 20 febbraio 2017

La gioia di pensare

Risultati immagini per vittorino andreoli la gioia di pensare

Se tutti gli atei fossero come questo qui...

***

Vittorino Andreoli a Soul, ieri alle 12.30 su TV2000, ospite di Monica Mondo (dal minuto 22 al minuto 24...):

Andreoli: STIAMO REGREDENDO ALL'UOMO PULSIONALE...

Mondo: la follia aumenta, in questo caso...

A.: sì, perchè diventa pulsione... vede, il termine pulsione sostituisce il vecchio "istinto"... però è più giusto pulsione perchè l'stinto dà l'impressione di qualcosa di ineluttabile, mentre la pulsione è qualcosa che ci spinge ma che possiamo in qualche modo frenare... I freni inibitori... non ci sono più. Noi ormai... voglio questo! Succede ogni giorno... quello desidera una cosa...

M.: uno uccide i genitori, la fidanzata..

A.: sì, perchè è un ostacolo, e siccome è un ostacolo lo tolgo! E non si ha più il senso della morte.. allora fà un pensiero.. che cos'è la morte. Magari trovi il Mistero.. magari trovi la soluzione di una religione.. Ecco, il pensiero per me è sacro. Vede.. la donna.. grande problema della donna.. perchè 

LA REGRESSIONE VERSO LA PULSIONALITA' RITORNA A FARE DELLA DONNA UNA PREDA. QUESTO E' TREMENDO. MA ALLORA PENSA ALLA SACRALITA' DELLA DONNA. LA SACRALITA'... VEDE.. A ME INTERESSA PIU' LA SACRALITA' DELLA DONNA CHE PUO' DIVENTARE MADRE RISPETTO A QUELLA CHE PUO' DIVENTARE IL  CEO, L'AMMINISTRATORE DELEGATO... LA MADRE! AH, CHE MERAVIGLIA!

La donna diventa il laboratorio in cui dal nulla .. nasce un bambino... e poi un uomo... Ecco...
Allora tu uomo fà un pensiero su cosa è la donna rispetto a te, uomo...

***

Medico, psichiatra di fama internazionale, volto noto della tv, fertile saggista, con Vittorino Andreoli si potrebbe parlare di tutto con profondità di giudizio e competenza, perchè è raro trovare persona più attenta alla realtà e a ciò che muove il cuore dell’uomo. Con lui, ospite di Soul, si è parlato di una vocazione tenace, nata in una famiglia eroica, si è parlato di follia, che non è zona rossa dello scarto umano; si è parlato di comunicazione, invasiva e ottusa, di pensiero, a partire dal suo ultimo saggio, La gioia di pensare. Elogio di un’arte dimenticata, edito da Rizzoli. E si è parlato di Dio.

Vedilo qui:  https://t.co/KoB8EwvBSu

venerdì 27 gennaio 2017

Evidenza di Dio



Nell’educazione della mente. 

(Inos Biffi) Se Dio esista o non esista è la questione veramente fondamentale, quella da cui nella vita dell’uomo tutto dipende. In realtà, a ben rifletterci, non è propriamente una questione, dal momento che la sua verità sporge e si impone con evidenza. Non parlerei per questo di idea innata, ma di constatazione incontestabile non appena l’uomo si applichi alla riflessione e si metta a pensare.Procediamo per gradi. Il non essere è inavvertibile: se l’uomo fosse circondato dal nulla, se nulla di esistente lo stimolasse, resterebbe in una paralizzante e spenta immobilità. L’esperienza invece attesta il contrario. La sua coscienza si trova svegliata e stimolata da tutto un mondo che, si potrebbe dire, sporge sul non essere, che fissa la sua attenzione e reclama il suo riconoscimento.
Una considerazione sul non essere è posteriore, in ogni caso, a quella sull’essere. Del resto, propriamente parlando, il non essere non può rappresentare un oggetto di pensiero, dal momento che senza oggetto non avremmo neppure il pensiero. 
Da questo profilo non sarebbe infondato parlare di stato “estatico” provato dall’uomo nel suo primo incontro con ciò che esiste: sorgono in lui, a questo primo contatto, sentimenti di stupore, di ammirazione e di gioia. 
Ma l’itinerario della mente umana non si ferma a questa globale percezione dell’essere circostante, che potrebbe equivalere a una percezione dell’essere diffusamente espanso e quindi panteisticamente inteso. 
A una più lucida e argomentata riflessione, avvertiamo l’esistenza di un essere imprescindibile, dimostrato e argomentato, pur non adeguatamente percepito, che costituisce il principio assoluto degli esseri relativi o degli enti, che pullulano intorno a noi, che sono oggetto confacente e proporzionato alla nostra facoltà conoscitiva. 
A questo punto la meraviglia e la soddisfazione non solo non scompaiono, ma accrescono col vedere emergersi da «lo gran mar de l’essere» (Dante Alighieri, Divina CommediaParadisoi, 113) un essere personale, quale causa increata e fondamento stabile di tutto ciò che esiste.
Affermare il primato del nulla significherebbe fare violenza e contraddire l’esperienza umana primaria; significherebbe, cioè, sottrarre la condizione e la premessa indispensabile di quanto avviene col primo risveglio dell’uomo, ossia il suo accorgersi di esistere, un accorgersi senza del quale tutto resterebbe in uno stato di totale paralisi, contrariamente a quello che l’uomo inconfutabilmente constata e cioè che la realtà gli si presenta, svolgendosi e dipanandosi intorno a lui.
Com’è noto, nel mondo dei dotti — un po’ artefatto rispetto a quello delle persone comuni e normali — si va parlando di crisi della metafisica o crisi dell’essere. Ma, a ben vedere, nell’istante stesso in cui l’essere viene negato o problematizzato, in realtà lo si afferma e lo si riconosce. Solo per fantasia, che è poi una contraddittorietà, si può proclamare che l’essere non c’è. Se veramente non ci fosse, neppure si potrebbe dichiararne la non esistenza; cioè neppure il suo non essere potrebbe essere affermato e ritenuto vero.
Eppure avviene così. A dispetto della criticità che si vuole affermare come pregiudiziale assoluta del pensare, ci si comporta nella maniera più clamorosamente contraddittoria. 
Appare da qui la necessità di formare e maturare l’intelligenza, abituandola all’ascolto, all’apertura, all’incontro e quindi alla contemplazione della realtà.
Da questo profilo potremmo parlare di educazione religiosa o teologica “naturale” della mente, nella certezza che — raggiunto l’assesto teologico o il giusto rapporto con Dio — le altre relazioni sono poste fondamentalmente nella condizione di sistemarsi e di articolarsi ordinatamente, anche se si richiederà sempre un alto e analitico impegno mentale.
Un modello incomparabile dello svolgimento di questo impegno ce lo ha lasciato Tommaso d’Aquino, che, riconosciuto il valore di tutta la realtà e di ogni suo frammento, ne ha fatto oggetto di analisi penetrante, per altro in obbedienza con quanto è incluso nell’originario comando di Dio: «Crescete e moltiplicatevi» (cfr. Genesi 1, 28), e con l’esito di far emergere la luminosità dell’universo che Dio ha creato, lasciandovi l’impronta del suo beatificante splendore.
Non per nulla riteniamo beati i teologi, chiamati già da quaggiù a scorgere e a fissare con occhio più penetrante la luce di Dio. 
L'Osservatore Romano

mercoledì 18 gennaio 2017

Crescete e moltiplicatevi...

paul_ehrlich


 (di Ettore Gotti Tedeschi su “La Verità” del 17/01/2017) Leggiamo su Life Site news del 12/1/2017 che la Pontificia Accademia delle Scienze avrebbe invitato ad esporre le sue tesi in Vaticano ,al fine di arricchire la cultura e valori cattolici, il prof.Paul R.Ehrlich , considerato  un  padre spirituale del neomalthusianesimo . Ciò è importante per il prestigio e competenza  del personaggio ( da non confondere con il tedesco Paul Ehrlich , padre della chemioterapia) ,che è un vispo  americano 85enne che ha insegnato all’università di Stanford  entomologia, con specializzazione nello studio dei lepidotteri, pensate !. Ehrlich   è stato  anche allievo di William Vogt , co-creatore della  famosa Planned Parenthood Federation of America,ma soprattutto  è  diventato famoso per un libretto scritto nel 1968 sulla necessità di fermare e controllare le nascite ( “La bomba demografica”) .
Come è capitato al suo illustre predecessore Robert Malthus , prete anglicano demografo ed economista ( 1766-1834) , anche Paul Ehrlich ha scritto cose di cui non sembra sapere  molto . Come Malthus, ha mal utilizzato numeri  e statistiche , e ha forzato le previsioni catastrofiche sul futuro dell’umanità .Per esempio ha previsto  che prima del 2000, grazie all’eccesso di popolazione insostenibile , centinaia di milioni di persone sarebbero morte di fame in Cina e India.  Ma mentre Malthus per frenare la crescita del numero di  esseri umani poteva  contare soprattutto su carestie , epidemie  e non sostegno alle famiglie bisognose ,  Ehrlich  in più ha potuto  disporre anche  delle scoperte in campo  eugenetico, potendo così esser più creativo.  Un grande economista , e ben più qualificato di Ehrlich ,  Colin Clark ( 1905-1989), insegnante ad Oxford e alla  London School of Economics , confutò, anzi meglio , distrusse  tutte le tesi neomalthusiane del club di Ehrlich ( “Il mito dell’esplosione demografica”-Ares 1973) , ma la forza di pressione della FAO  ( Food and Agricultural Organization  – United Nation)  riuscì ad  “ oscurare “ lui , le sue tesi  e farlo ignorare.
Ma ad  Ehrlich dovrebbe anche  attribuita la sua parte di  responsabilità per le  conseguenze delle sue teorie sbagliate , cioè la responsabilità della crisi economica mondiale  dovuta al crollo della natalità nel mondo occidentale  . Le tesi di Ehrlich & co.,  fatte proprie dal manifesto del Rapporto Kissinger  sul nuovo Ordine mondiale ,furono  opportunamente divulgate, spiegate ed imposte , riuscendo  a indottrinare  il mondo occidentale che le ritenne essere   elaborate per il bene dell’umanità . Invece  han creato  povertà diffusa, squilibri sociali , maggiori diseguaglianze ed ingiustizie.  Quelle che sembrano preoccupare tanto il nostro Papa ,  a cui però non hanno spiegato chi ne è di fatto co-responsabile , tanto da invitarlo a casa .
Vedete , io credo che chi  è riuscito ad imporre queste tesi sulla sovrappopolazione , censurando gli oppositori, facendoli escludere dai dibattiti ( un po’ come è avvenuto ed avviene per il tema ambientalismo) , dovrebbe esser sottoposto  ad una  specie di virtuale e misericordioso “processo di Norimberga” per crimini verso l’umanità. Invece temo possa esser  nobilitato con  qualche onorificenza  e magari chiamato a fare da consigliere per la prossima Enciclica ,che a questo punto è prevedibile possa chiamarsi  “ Non sicut lepores” ,  che in pratica vuol dire “non siate come i conigli”. Ma  non nel senso  di esortare a non  mancare di coraggio , bensì esortare a smetterla di  riempire la terra di mocciosetti  ,  inquinanti e futuri “cancri” del pianeta. 
Qualcuno mi ha spiegato che non c’è da meravigliarsi ,se si riflette su chi sono stati gli ospiti  della Pontificia Accademia  invitati in Vaticano sia per illustrare le loro tesi , sia per consigliare cosa dire in documenti di magistero, per esempio sull’ambiente ( J.Sachs, Ba Ki-moon…) . Ma io ho contestato questa spiegazione ,  rispondendo che queste persone , che hanno visione così distante da quella che dovrebbe esser quella cattolica , vengono  invitate per esser convertite , come è infatti successo ai personaggi citati , oggi  infatti tutti  in ritiro spirituale “ ignaziano” . Trovo infatti sia più opportuno e caritatevole occuparsi  di loro coinvolgendoli , piuttosto che di quattro cardinali disobbedienti ed insolenti. Ironia fin troppo facile a parte  ,  chi si occuperà prima o poi dei meriti o demeriti di Ehrlich sarà quella parte di mondo che capirà , prima o poi , chi ha originato la crisi economica , sociale e politica , che stiamo vivendo. Per chi invece dovrebbe occuparsi  dei meriti o demeriti di chi lo ha voluto  in Vaticano , suggerisco la seguente “punizione” da dare : scrivere un milione di volte la seguente frase : “Benedixitque illis Deus , et ait :  crescite et multiplicamini et replete terram et subicite eam…”(Gen,1-28). Che in pratica si potrebbe tradurre  : “ crescete  e moltiplicatevi , altrimenti  non si può creare benessere e non  si  può difendere l’ambiente… (di Ettore Gotti Tedeschi su “La Verità” del 17/01/2017)