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giovedì 21 marzo 2019
venerdì 8 settembre 2017
Papa Francesco, Juanes e la dignità dell'uomo.
Video della canzone del cantautore Juanes citato dal Papa oggi in difesa del creato e della dignità dell'uomo
Testo UNICEF - Juanes, da sempre impegnato nel sociale, ha scritto questa canzone dopo aver conosciuto le vittime delle mine antiuomo a Cocorná, provincia di Antioquía, Colombia.
Questa è la seconda canzone (la prima è stata Fíjate bien) con la quale il cantante colombiano ha cercato di attirare l'attenzione verso il problema delle oltre 100 mila mine inesplose messe a terra dalle FARC, forze armate rivoluzionarie della Colombia, in tutto il territorio.
Juanes ha dichiarato di essere rimasto colpito non solo dalla tragica storia di queste persone ma dalla loro voglia di andare avanti, di studiare e di superarsi.
Persone piene di speranza nonostante le avversità.
Questa è la seconda canzone (la prima è stata Fíjate bien) con la quale il cantante colombiano ha cercato di attirare l'attenzione verso il problema delle oltre 100 mila mine inesplose messe a terra dalle FARC, forze armate rivoluzionarie della Colombia, in tutto il territorio.
Juanes ha dichiarato di essere rimasto colpito non solo dalla tragica storia di queste persone ma dalla loro voglia di andare avanti, di studiare e di superarsi.
Persone piene di speranza nonostante le avversità.
In Colombia, bambini e adolescenti sono ancora molto vulnerabili alle conseguenze del conflitto armato in corso ed il numero delle vittime delle mine antiuomo è aumentato sensibilmente negli ultimi anni.
I bambini sono particolarmente esposti al rischio di essere feriti o uccisi dalle mine o da altri ordigni perchè queste armi, piccole, colorate e di forma strana vengono spesso scambiate dai piccoli per giocattoli.
Le mine antiuomo e gli ordigni inesplosi sono presenti in 31 delle 32 provincie colombiane e, sempre più spesso, vengono rinvenuti non solo in zone di combattimento, ma anche nei cortili delle scuole, nei pressi di fonti d'acqua e su strade di campagna.
I bambini rifugiati e sfollati che ritornano a casa dopo una guerra sono ancora più a rischio, in quanto ignari dei pericoli ai quali vanno incontro giocando lungo aree e sentieri pericolosi spesso si ritrovano privi di arti, della vista, dell'udito a causa dell'esplosione delle mine.
Essendo fisicamente più piccoli degli adulti, i bambini corrono maggiori rischi di restare uccisi durante un'esplosione e l'85 % dei bambini feriti dalle mine muore prima di raggiungere l'ospedale.
Nei casi in cui le cure mediche sono possibili, il costo diventa proibitivo per le famiglie povere, specialmente perchè i bambini hanno bisogno di maggiori cure rispetto agli adulti. Durante la crescita, inoltre, devono essere adattate loro continuamente nuove protesi, e un bambino sopravvissuto ad un'esplosione potrebbe essere costretto a subire numerose amputazioni.
Senza le cure appropiate, i bambini colpiti dalle mine non possono tornare a scuola e perdono così la possibilità di ricevere un'istruzione e di socializzare, e in prospettiva futura, di trovare un lavoro e di potersi sposare; ciò fa sì che in molti casi essi vengano considerati un peso per le loro famiglie.
Secondo la Campagna per la messa a bando delle mine, produrre una mina costa 3 dollari, mentre, una volta interrata, può costare oltre 1000 dollari trovarla e distruggerla.
Malgrago i progressi, alcuni dei maggiori produttori di mine devono impegnarsi verso il Trattato sulla messa a bando delle mine antiuomo.
"Le mine rendono i bambini orfani. Quando le madri rimangono mutilate o vengono uccise, ai bambini vengono a mancare un'adeguata nutrizione, la possibilità di essere vaccinati e la protezione dal pericolo dello sfruttamento. Quando invece sono i padri a cadere vittime degli esplosivi, i bambini vengono tolti dalle scuole e obbligati a lavorare per contribuire al reddito familiare.
Le mine, destinati ad essere utilizzate in guerra contro i soldati, stanno devastando le vite dei bambini nei periodi di pace." Carol Bellamy
Testo (Video)
Son caminos de caminos
donde las piedras son las minas
que van rompiendo huesos
I bambini sono particolarmente esposti al rischio di essere feriti o uccisi dalle mine o da altri ordigni perchè queste armi, piccole, colorate e di forma strana vengono spesso scambiate dai piccoli per giocattoli.
Le mine antiuomo e gli ordigni inesplosi sono presenti in 31 delle 32 provincie colombiane e, sempre più spesso, vengono rinvenuti non solo in zone di combattimento, ma anche nei cortili delle scuole, nei pressi di fonti d'acqua e su strade di campagna.
I bambini rifugiati e sfollati che ritornano a casa dopo una guerra sono ancora più a rischio, in quanto ignari dei pericoli ai quali vanno incontro giocando lungo aree e sentieri pericolosi spesso si ritrovano privi di arti, della vista, dell'udito a causa dell'esplosione delle mine.
Essendo fisicamente più piccoli degli adulti, i bambini corrono maggiori rischi di restare uccisi durante un'esplosione e l'85 % dei bambini feriti dalle mine muore prima di raggiungere l'ospedale.
Nei casi in cui le cure mediche sono possibili, il costo diventa proibitivo per le famiglie povere, specialmente perchè i bambini hanno bisogno di maggiori cure rispetto agli adulti. Durante la crescita, inoltre, devono essere adattate loro continuamente nuove protesi, e un bambino sopravvissuto ad un'esplosione potrebbe essere costretto a subire numerose amputazioni.
Senza le cure appropiate, i bambini colpiti dalle mine non possono tornare a scuola e perdono così la possibilità di ricevere un'istruzione e di socializzare, e in prospettiva futura, di trovare un lavoro e di potersi sposare; ciò fa sì che in molti casi essi vengano considerati un peso per le loro famiglie.
Secondo la Campagna per la messa a bando delle mine, produrre una mina costa 3 dollari, mentre, una volta interrata, può costare oltre 1000 dollari trovarla e distruggerla.
Malgrago i progressi, alcuni dei maggiori produttori di mine devono impegnarsi verso il Trattato sulla messa a bando delle mine antiuomo.
"Le mine rendono i bambini orfani. Quando le madri rimangono mutilate o vengono uccise, ai bambini vengono a mancare un'adeguata nutrizione, la possibilità di essere vaccinati e la protezione dal pericolo dello sfruttamento. Quando invece sono i padri a cadere vittime degli esplosivi, i bambini vengono tolti dalle scuole e obbligati a lavorare per contribuire al reddito familiare.
Le mine, destinati ad essere utilizzate in guerra contro i soldati, stanno devastando le vite dei bambini nei periodi di pace." Carol Bellamy
Testo (Video)
Son caminos de caminos
donde las piedras son las minas
que van rompiendo huesos
de la tierra que se queja
dejando inválida la esperanza.
La dulce voz de un niño
se torna en la tormenta
de un llanto incontrolable
de dolores viscerales
que no entiende la inocencia.
Los árboles están llorando
son testigos de tantos
años de violencia
El mar esta marrón
mezcla de sangre con la tierra.
Pero ahí vienen bajando
de la montaña con la esperanza
las madres que ven por sus hijos
y que sus libros para la escuela
son su soñar.
Pero ahí vienen bajando
de la montaña con la esperanza
hombres y niños malheridos
buscando asilo, buscando un sitio
para soñar y amar.
No merecemos el olvido
somos la voz del pueblo
dice un señor sentado
con sus dos ojos vendados
pero que aún tiene
la esperanza en sus manos.
Los árboles están llorando
son testigos de tantos
años de violencia
El mar esta marrón
mezcla de sangre con la tierra.
Pero ahí vienen bajando
de la montaña con la esperanza
las madres que ven por sus hijos
y que sus libros para la escuela
son su soñar.
Pero ahí vienen bajando
de la montaña con la esperanza
hombres y niños malheridos
buscando asilo, buscando un sitio
para soñar y amar.
Son caminos de caminos
caminos de caminos
caminos de caminos
son caminos de caminos
caminos de caminos.
sabato 27 maggio 2017
domenica 16 aprile 2017
Pasqua 2017. Il Risorto nella casa di Maria
di Gloria Riva
Rogier van der Weyden (1399/1400–1464) Altare di Nostra Signora (Altare Mirafiori), circa 1440, olio su legno di quercia 213 h 43 cm Gemäldegalerie, Berlino
La Chiesa antica non poteva pensare che proprio Colei che aveva generato il Verbo di Dio, Colei che era rimasta, di pietra (stabat) sotto la croce, fosse esclusa dalla visione beata del Risorto. Se i Vangeli tacciono sull’apparizione di Cristo a Maria dopo la sua risurrezione dai morti, non tacciono la meditazione e la letteratura cristiana, non tace l’arte.
Una stupenda Pala di Roger van der Weyden dedicata a Maria, dal titolo Miraflore, s’ispira, probabilmente ad un antico inno di sant’Efrem:
In Aprile il Signore è sceso dalle alture e Maria lo ha accolto; in Aprile egli è risuscitato e si è elevato, e anche Maria lo vide, lei che si era accorta che era disceso negli abissi della morte; e anche, per prima, lei lo vide risuscitato; ora alture e profondità vedono il nome di Maria. Benedetto sei, Aprile, per aver visto il concepimento, la morte e la risurrezione di nostro Signore.
Ed è proprio un giorno di aprile dei più luminosi e tersi che van der Weyden ci permette di contemplare dalla finestra della casa di Maria.
Davanti al panorama di Gerusalemme, fuori dalle mura della città, il sepolcro aperto è come una bocca spalancata verso il cielo che grida il suo alleluia. Da Gerusalemme sopraggiungono le tre mirofore. I loro abiti si armonizzano totalmente con l’evento: la prima è in blu, come il mistero di quella morte e di quella risurrezione; l’altra è in rosso come il mistero di quel sacrificio; l’ultima è in verde, come il Mistero dell’Incarnazione di Cristo, verde come la campagna che circonda Gerusalemme.
Il risorto è colto nel momento stesso della risurrezione: le guardie sbaragliano a terra e un angelo sta, ritto e orante, sopra la pietra ribaltata.
Il primo atto del Risorto, secondo quest’opera fiamminga, è la visita alla Madre. L’espressione di Cristo è bellissima, dal suo volto traspaiono trepidazione, amore e dolore: trepidazione per il desiderio di mostrarsi alla Madre finalmente vittorioso; amore per quell’opera compiuta insieme, fino in fondo, secondo la volontà salvifica del Padre; dolore per le lacrime di Maria.
Gesù veste il mantello rosso del martirio, ben evidente è la ferita del costato, così come evidente è la sua carne: una rete venosa s’indovina sotto la pelle. Cristo è vero uomo, veramente morto, la sua carne è vera carne. Dopo la risurrezione, Cristo, per testimoniare ai suoi questa verità mangerà con loro, farà loro vedere e toccare le piaghe della tortura subita. Cionondimeno egli è Dio. La sua risurrezione è reale e definitiva. Cristo non morirà di nuovo, come Lazzaro, ma porterà con sé nella gloria il suo corpo di carne, pegno della nostra futura gloria. Maria seduta, intenta alla lettura e alla meditazione, forse dei carmi di Isaia che parlano del servo sofferente, solleva lo sguardo ancora colmo di pianto. Due lacrime, come perle, le impreziosiscono il volto. E vede. Vede anzitutto le piaghe. Non guarda direttamente il Figlio negli occhi, chissà forse anche lei fatica a riconoscere il Corpo del Risorto trasfigurato dalla gloria, come ci testimoniano i Vangeli, ma riconosce le piaghe secondo il detto del profeta:
bagliori di folgore escono dalle tue piaghe là si cela la tua potenza.
È nella potenza di quelle piaghe che si comprende la risurrezione. Senza attraversare lo scandalo della croce, senza accettare un Dio che si è umiliato fino al tal punto, la risurrezione, è ridotta conseguenzialmente a mito.
E sembra incredibile come dopo 2000 anni di storia, dopo testimonianze rimaste indenni nei secoli, anche i più bui e i più terribili, come la Sindone, l’uomo contemporaneo (e, ahimè, talora cristiano) lasci tramontare dal suo orizzonte quotidiano, così facilmente la certezza della vita risorta. Paolo, del resto, già ci ammoniva: se Cristo non è risorto vana è la nostra fede.
Che la Pasqua ci spalanchi questa misteriosa casa di Maria, dove la contemplazione delle piaghe del Risorto è prova di quella divinità gloriosa che trionfa proprio sulle miserie umane. Senza questa chiave di lettura a che varranno gli sforzi per salvare l’uomo dalla malattia e dall’abbrutimento? Avrebbero, forse, ragione i sostenitori dell’eutanasia. O forse no, perché nel cuore dell’uomo è scritto, da sempre, il desiderio di non morire. Nella storia dell’umanità, tuttavia, solo la rivelazione giudaico-cristiana, solo Cristo in particolare, ha preso sul serio un tale desiderio, Egli che ha lasciato il suo cielo per prendere la nostra carne e portarla nella gloria.
venerdì 14 aprile 2017
Croce brachiale...?
Anonimo tedesco Artista attivo nella Westfalia inizi del 15 ° secolo
Dittico con i simboli della Vergine e di Cristo Redentore: Cristo con la croce come Redemptor Mundi (pannello di destra) c.1410 28,5 x 18,5 cm Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid
Croce brachiale, un universo simbolico che educa il fedele alla vita sacramentale
di Gloria Riva
Un anonimo artista, attivo in Westfalia nei primi decenni del 1400 realizza un dittico di straordinaria bellezza simbolica. Uno dei dipinti celebra la verginità della Madonna, mediante l’iconografia dell’Hortus Conclusus, l’altro invece illustra il fatto della Redenzione che rompe con gli antichi schemi e inaugura una nuova economia di salvezza, nella quale protagonista è ancora la Vergine Maria.
Temi e simboli oggi contro corrente ma che nella cornice di un anno eminentemente mariano, come il 2017, in cui ricorre il centenario delle apparizioni della Vergine a Fatima, tornano alla ribalta e andrebbero messi in evidenza.
La rara iconografia della croce brachiale, ci illustra la profondità della redenzione, i suoi simboli e i suoi atti salvifici. La croce è detta brachiale o vivente perché dalle estremità di essa spuntano mani operose che indicano ciò che la morte e la risurrezione di Cristo hanno introdotto nella storia. Cristo infatti, è appeso alla croce e, benché sia evidente la ferita del costato e quindi la sopraggiunta morte del divino Condannato, ha gli occhi aperti e una carne bianchissima, indici di risurrezione. Si tratta di una mirabile fusione fra il Christus passus e il Christus Triumphans, cioè tra il Cristo della Passione e quello glorioso della Risurrezione.
Le quattro mani mostrano i modi di lettura dell’opera. In alto, una mano rivolta verso il Cielo, tiene le chiavi della Gerusalemme celeste (quelle consegnate a Pietro). Sul lato destro una mano regge una spada e decreta la fine dell’antica economia fatta di sacrifici, la quale non riusciva a spezzare le catene dell’antico male, cioè del peccato originale.
Nella parte bassa del dipinto, dalla radice del terreno, spunta una terza mano, la quale, impugnando il martello, percuote il nemico numero uno dell’uomo cioè la morte. L’ultima mano a sinistra è benedicente e testimonia la potenza salvifica della nuova economia di salvezza instaurata da Cristo.
La luce viene da destra e illumina anzitutto scene dell’antico testamento: l’altare del Sacrificio, non più necessario perché un altro Sacrificio è stato instaurato. Il vessillo dei poteri di questo mondo, spezzato dal potere sovrano che Cristo ha rivelato con la sua Risurrezione. Adamo ed Eva, in alto, e il teschio con il serpente e la mela in bocca, sospeso tra le foglie di acanto, raccontano - invece - la sconfitta ultima e definitiva del peccato dell’origine. Un uomo bendato, emblema del Primo testamento, rimane inattivo di fronte all’altare del sacrificio, perché reso inutile dal Sacrificio con la S maiuscola che fu quello di Cristo sulla croce.
Dall’altro lato, Gesù si china verso la Madre che regge un vessillo (riferimento al canto della tradizione antica Vexilla regis) e regge un calice. Maria è la corredentrice e indica a noi i mezzi della salvezza eterna: la croce (il vessillo) e l’Eucaristia. Quest’ultima è il sacramento che, dopo l’incorporazione avvenuta con il Battesimo, ci Cristifica, ci rende cioè Presenza di Cristo nel mondo. In alto infatti, sul braccio orizzontale della croce Maria regge davanti al Papa la Comunione eucaristica: si tratta delle due dimensioni della Chiesa, quella mariana e quella petrina, sostenute dal Sacramento per eccellenza che è appunto l’Eucaristia. Ai piedi di Maria, l’altro polo della dimensione petrina che è la Parola. Solo l’Agnello è in grado di aprire i sigilli e di leggerla. Solo il Magistero che mantiene la comunione con Cristo mediante Pietro e i Sacramenti è in grado di interpretare rettamente la Parola.
Nel girale di acanto (altro simbolo di risurrezione) risplende, opposta al serpente, la Chiesa Sposa di Cristo, della quale Maria è la personificazione. Un universo simbolico, dunque, che educava i credenti alla vita sacramentale e ai capisaldi della fede cattolica. Simboli che lumeggiano aspetti oggi adombrati da una teologia riformista la quale però non sempre riesce a fare i conti con il ricchissimo corpus di rimandi vetero-testamentari che i medievali avevano invece sempre ben presenti e vivi.
Sorprendente, per la concezione teologica che il Medioevo aveva rispetto alla donna, è la sottolineatura di Maria che mostra, potremmo dire in-segna, al Papa il Mistero Eucaristico. Ella che fu il primo ostensorio dell’umanità, secondo questa bella tavola tedesca, è l’unica da invocare perché si possa tornare a una comprensione piena e totale del Mistero centrale della nostra Fede: il Dio con noi presente per antonomasia nel Sacramento dell’Altare.
giovedì 13 aprile 2017
Antidoto contro il male e pegno della gloria futura
La presenza reale di Cristo nell'Eucaristia.
di Gloria Riva
Il riferimento a Leonardo è evidente, per la finestra che incornicia il profilo del Salvatore e per l’agitarsi ritmico degli apostoli, scossi dalla rivelazione del tradimento e dalla determinazione di Cristo nel darsi come cibo. Juan de Juanes, rappresentante del rinascimento valenciano in un periodo attraversato da gravi turbamenti politici e religiosi, dipinge quest’opera in un anno cruciale: in Francia nel 1562 scoppia la prima guerra contro gli Ugonotti francesi, in Spagna Filippo II vieta ogni spedizione coloniale in Florida e Teresa d’Avila fonda il suo primo Monastero, mentre il concilio di Trento si avvia alla sua chiusura (che avverrà nel dicembre del 1564). In questo clima controriformista e contradittorio si colloca l’ultima opera dell’artista.
L’ambientazione è liturgica e denuncia chiaramente la dimensione sacrificale del banchetto eucaristico. Il Cristo, infatti, veste un abito violaceo, colore della quaresima e della disponibilità al cambiamento. L’agnello non c’è sulla tavola perché l’agnello sacrificale è Cristo stesso, un sacrificio che si perpetua nella storia in forza del Sacramento dell’Eucaristia.
Attorno a questo sconvolgente Mistero gli apostoli hanno reazioni differenti: Giovanni, Pietro, Andrea e altri sembrano rapiti in un’estasi amorosa e sofferta, compresi del dono inestimabile di quel Sacrificio. Tommaso, Giacomo il maggiore, Filippo e Matteo sembrano interrogarsi colmi di stupore. Allo slancio adorante di Giuda Taddeo fa riscontro, invece, la figura di Giuda che volta le spalle e sembra essere già in procinto di lasciare il cenacolo.
Vengono alla mente le parole di Paolo, pronunciate proprio a proposito della fractio panis: è necessario che avvengano divisioni fra voi perché si manifestino i veri credenti.
Sulla tavola, piuttosto spoglia, compaiono oggetti decisamente mirati. Vi sono cinque pani, segno di quella moltiplicazione già operata da Cristo quale prefigura del banchetto che qui viene augurato, aperto a tutte le moltitudini. Il sale, simbolo del battesimo, che rende ogni credente atto a raggiungere la pienezza della sapienza divina.
Due coltelli direzionati contro Giuda il traditore, simbolo della violenza umana che trova la sua radice nel peccato originale. L’arancia tagliata a metà è infatti il frutto del paradiso terrestre che Cristo ora porge all’uomo, scevro da ogni veleno di male. Davanti al Salvatore, del resto, campeggia un calice. La forma è inequivocabile: si tratta del santo Graal custodito nella cattedrale di Valencia. Il calice che secondo la tradizione fu usato da Cristo nell’ultima cena. Davanti a Giuda e vicino a uno dei coltelli si vede anche una bottiglia di vino, detto in ebraico sangue dell’uva, e quindi prefigura del sacrificio di Cristo sulla croce.
In primo piano una brocca d’acqua e un catino rimandano alla liturgia del Giovedì Santo dove si commemora la lavanda dei piedi operata da Gesù verso gli apostoli. Sotto la tavola, infatti, sono visibili i piedi dei discepoli. Quelli di destra, soprattutto, sembrano colti nell’atto di camminare; essi simboleggiano l’opera missionaria della Chiesa: diffondere nel mondo la grazia di questo Sacrificio. Tutti sono accolti, credenti e dubbiosi, purché aderiscano con coscienza pura e disponibilità al pentimento. L’acqua con il catino, infatti, fa riferimento anche all’abluzione che il Sacerdote compie prima della consacrazione, rimando esplicito al sacramento della confessione e della penitenza che ci rende idonei a partecipare a questo banchetto.
Giuda non ha l’aureola e, suo malgrado, firma il dipinto con il suo nome stampato sopra lo sgabello ove siede. Veste di giallo, colore che denuncia l’invidia (principale motivo, per Matteo, della condanna di Cristo) e pende dalle sue mani il sacchetto di danaro, quel Dio mammona che nei secoli e nelle generazioni rappresenterà l’antagonista di Cristo: non si può servire a due padroni, non si può servire a Dio e a mammona.
Giuda non ha l’aureola e, suo malgrado, firma il dipinto con il suo nome stampato sopra lo sgabello ove siede. Veste di giallo, colore che denuncia l’invidia (principale motivo, per Matteo, della condanna di Cristo) e pende dalle sue mani il sacchetto di danaro, quel Dio mammona che nei secoli e nelle generazioni rappresenterà l’antagonista di Cristo: non si può servire a due padroni, non si può servire a Dio e a mammona.
Quasi cinquecento anni ci separano da quest’opera, eppure è straordinaria la sua attualità. Anche oggi di fronte al Mistero Eucaristico i credenti si trovano divisi e dubbiosi. Temi nuovi e temi antichi si aggrovigliano attorno a questo Mistero e la dimensione sacrificale dell’Eucaristia sembra essere caduta nell’oblio, sia nella mentalità comune che nella predicazione e catechesi.
Eppure nell’ostia elevata in alto dal Cristo di Juanes si concentrano i significati di: sacrificio, risurrezione e rimedio contro il peccato. Santa Teresa d’Avila, contemporanea dell’artista additava nell’umanità di Cristo il rimedio a tutti i nostri mali, una umanità che oggi possiamo vedere e toccare proprio nel Sacramento. Gesù, del resto, al centro di questa tavola, mentre eleva l’ostia si tocca il petto assicurandoci l’assoluta identità fra quel pane e il suo Corpo, antidoto contro il male e pegno della gloria futura.
Eppure nell’ostia elevata in alto dal Cristo di Juanes si concentrano i significati di: sacrificio, risurrezione e rimedio contro il peccato. Santa Teresa d’Avila, contemporanea dell’artista additava nell’umanità di Cristo il rimedio a tutti i nostri mali, una umanità che oggi possiamo vedere e toccare proprio nel Sacramento. Gesù, del resto, al centro di questa tavola, mentre eleva l’ostia si tocca il petto assicurandoci l’assoluta identità fra quel pane e il suo Corpo, antidoto contro il male e pegno della gloria futura.
lunedì 3 aprile 2017
Un cristiano di nome Nek
di Andrea Zambrano
Anzitutto il nome: Filippo Neviani. Perché il nome dice chi siamo, Nek dice chi sei sul palco. E in questa scelta di comparire sulla scena anche con i requisiti fondamentali della sua carta di identità c’è il cuore del percorso spirituale e umano che il cantante sassolese dagli occhi di giaccio ha fatto. Fin da quel lontano 1993 quando, presentando In Te davanti alla platea dell’Ariston scandalizzò i benpensanti con una canzone su un tema impossibile da portare a Sanremo: l’aborto. «Mi massacrarono per quella canzone, ma non rimpiango nulla», dirà successivamente. Ma in quello stesso anno, che per l’Italia segnava l’inizio della seconda Repubblica per Nek doveva essere l’anno spartiacque: mentre lui cantava In Te, una donna chiamata Chiara Amirante scendeva nei sotterranei della stazione di Roma per portare un annuncio ai tossici e ai balordi che lì vivevano come topi rabbiosi: «La vostra vita è preziosa per Qualcuno». Diede così loro la possibilità di uscire fuori e ricominciare a vivere.
Quel giorno di quell’anno è nata l’esperienza di Nuovi Orizzonti che rappresenta oggi una delle realtà di apostolato e di nuova evangelizzazione più fruttuose del panorama ecclesiale italiano e non solo. Nek non sapeva minimamente chi fosse, ma oggi che ha 45 anni, di Nuovi Orizzonti è qualche cosa di più che un testimonial. Perché in fondo è un testimone di come pur facendo un «lavoro particolare», come dice lui, Filippo Neviani può raccontare la fede senza vergognarsi, anzi, facendola risplendere là dove di fede è sconveniente parlare.
La Nuova BQ lo ha intervistato all’inizio della sua giornata particolare nella sua diocesi (Sassuolo pur essendo in provincia di Modena è in diocesi di Reggio Emilia): al mattino con gli studenti delle superiori di Correggio ospite del Circolo culturale Piergiorgio Frassati, scoprendo di avere molte cose in comune con il beato torinese; alla sera in Cattedrale a Reggio Emilia ospite del vescovo Massimo Camisasca con il quale ha dialogato davanti ad una platea di giovani e adolescenti.
Filippo, il suo concittadino Vittorio Messori dice che di Gesù non si parla tra persone perbene. Come si fa a farlo nel mondo della canzone?
Finisco la frase di Messori dicendo che è venuto per chi ha bisogno di cure, non per chi sta già bene.
Parla mai di Gesù ai suoi colleghi?
Sì. Ma è un argomento che si tocca malvolentieri.
E come la prendono?
Alcuni sorridono, altri mi dicono che è una bella favola. Altri invece sono alla ricerca e questo mi piace perché non abbandonano il fatto che tutto abbia una regia, invece sono dispiaciuto per gli indifferenti: sono loro i più pericolosi perché hanno creato una loro verità dalla quale non si schiodano. D’altra parte gli ignoranti sono quelli che non cambiano opinione mai.
Che cosa serve per cambiare opinione?
Riconoscere che Dio c’entra con la tua vita, finché lo ritieni un qualche cosa di distante avrai sempre un preconcetto su di lui e così lo tieni a distanza come una divinità lontana, giudicando senza conoscere.
E’ stato così anche per Nek?
Io ho riconosciuto un Padre e il mio approccio è cambiato completamente.
Ma sul palco bisogna avere a che fare con un pubblico di giovani e giovanissimi lontani dal senso religioso.
Faccio un lavoro che è visto in un certo modo e molte volte chi fa il mio mestiere è dio di se stesso e non considera che possa esserci qualcuno che diriga la vita, ma ognuno è proprietario della sua, non ci devono essere interferenze, invece davanti alla vita siamo tutti uguali.
Quando ha capito che non siamo padroni della vita?
Ho dovuto fare un percorso, io ho arricchito la mia curiosità che ti deve spingere a verificare e in questo percorso la fede entra per forza. Se non si fa questo passaggio si parla di aria fritta.
Ma è il mondo dello spettacolo che l’ha spinta a cercare?
Sì, la curiosità è stato il motore, la musica il completamento di questo processo; attraverso la musica mi sono avvicinato alla fede, non ho avuto una conversione eclatante, non sono passato da zero alla fede. Sono sempre stato educato cristianamente, ma prima i miei valori erano tiepidi.
Come si traduce in questo “mestiere particolare” questa consapevolezza?
Nella sicurezza di non essere da soli. Non ho avuto una vita dissestata per accorgermi di Dio, ma ho riconosciuto le grazie che mi sono arrivate e ora conduco una vita migliore, non metto tutte le mie speranze nelle mie forze.
Ad esempio?
Non punto sul successo a tutti i costi, domani potrei non avere più la voce o fallire un progetto, comunque vada io so che devo sempre essere riconoscente perché la vita, la mia vita non è qualche cosa di scontato. Io e te siamo qua, io sono un cantante e tu sei un giornalista, la nostra vita potrebbe cambiare all’istante: è questo che ci rende uguali di fronte a Dio. E’ un pensiero grande e bello.
Questo ha migliorato la sua produzione musicale?
Sicuramente ha influito in modo positivo perché questo cammino è qualcosa che produce curiosità in me e dal punto di vista delle composizioni mi fa rendere conto dell’umano.
Con In te ha cantato l’aborto, con Nella stanza 26 di prostituzione e voglia di riscatto. Servono a questo le canzoni?
Certo. Se non ami è ispirata alla Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, in Fatti avanti amore credo fortemente che l’essere umano sia fatto per amare nonostante noi, perché so altrettanto fermamente che essendo corruttibili più delle volte si cade.
Ma non siamo soli. In quali altre canzoni si ravvisa questo percorso?
In Unici è chiaro che parlo dell’essere umano che è fatto da Dio come un’opera d’arte.
Ma oggi c’è il gender con la sua ideologia che vuole omologare l’uomo ad un cliché…
Ad un genere ed è ancora peggio perché ci rende merce di scambio. E’ tremendo e pericoloso. Noi siamo creature ok? E la creatura a gli occhi di Dio è straordinaria, abbiamo un nome, non siamo incansellabili in una tipologia. Tu sei un fratello con tutti i suoi limiti da rispettare, non riesco ad accettare che tu possa essere una tipologia intercambiabile e mutevole.
Eppure tanti suoi colleghi oggi si spendono per affermare questo concetto. Prendiamo l’utero in affitto dove non è neppure più importante sapere chi sia tua madre.
Questa mentalità è frutto di una società senza Dio che perde i suoi punti di riferimento e le sue certezze basandosi su figure inesistenti. Ma il frutto lo si riconosce dall’albero e se l’albero è buono genera frutti buoni, non l’ho inventato io, è nelle Scritture, questo ci è stato dato come monito.
Torniamo sempre lì: è un argomento scomodo in certi ambienti e quello dello spettacolo è uno di questi.
Non voglio giudicare nessuno, ma so che quando tutto diventa relativo e il relativismo viene spacciato per libertà ci troviamo di fronte ad un’insidia. Ad esempio con l’aborto.
Terreno minato: si tocca il totem della libertà…
Ma che libertà può essere quella che mi porta a considerare un grumo di cellule il figlio che non voglio e a considerare essere umano il figlio che vorrei e che perdo?
Come si nutre spiritualmente Nek?
Come tutti i cattolici, ma devo essere riconoscente a San Paolo, è una figura che mi ha sempre affascinato e che sento molto vicino a me.
domenica 26 marzo 2017
La la land, la terra promessa

tratto dal blog di Renato Calvanese www.sacrosanteletture.it
La La Land è il film vincitore nel 2017 di sei Oscar, paragonato a ragione o a torto ai grandi musical del passato, quelli per intenderci in cui Gene Kelly e Debbie Reynolds cantavano “I’m singing in the rain”. Di fatto come quei film eredita una trama semplice: due sognatori che vivono ad Hollywood, la cameriera Mia aspirante attrice che serve cappuccini alle star tra un provino e l’altro e Seb, il pianista di jazz che sogna un locale tutto suo dove poter far rivivere una musica che ormai pochi apprezzano. Eppure in questa semplicità viene raccontato tanto di noi, della nostra umanità.
La La Land infatti è la terra promessa, è la nostra giornata che comincia piena di aspettative (la canzone iniziale si intitola “Un altro giorno di sole”) è la fatica quotidiana che ci chiama per capire per cosa siamo fatti, senza mai arrenderci, senza mai accontentarci. Ogni mattina ci svegliamo e a tenerci in piedi è una tensione verso qualcosa: un lavoro, una casa, una posizione, una macchina, un buon voto, soldi, sicurezza, una vacanza, una posizione, magari il riposo, eppure arriva un momento della giornata, della vita, in cui presentiamo che ci deve essere dell’altro, in cui appare chiaro che la meta è un’altra, che c’è qualcosa che desideriamo che va oltre ciò che vediamo (“C’è tanto che non riesco a vedere” canta Seb). In fondo cosa cerca l’uomo in questa vita, sotto questa città piena di stelle? Proprio City of stars è il titolo della canzone a mio avviso più bella di tutto il film ed è nelle sue strofe che troviamo la risposta.
Città di stelle
Soltanto una cosa vogliono tutti
Che stiano seduti in un bar
dietro vetrine fumose di ristoranti affollati
È l’amore
Sì, tutto quello che cerchiamo è l’amore di qualcuno
Una corsa
Un’occhiata
Un tocco
Una danza
Uno sguardo negli occhi di qualcuno
Che illumini i cieli
Che apra il mondo e lo faccia girare
Una voce che dice, “Io ci sarò e tu starai bene”
Non mi importa se so
Soltanto dove andrò
Perché tutto ciò di cui ho bisogno è questo pazzo sentimento
Sentire questo rat-tat-tat nel mio cuore
Soltanto una cosa vogliono tutti
Che stiano seduti in un bar
dietro vetrine fumose di ristoranti affollati
È l’amore
Sì, tutto quello che cerchiamo è l’amore di qualcuno
Una corsa
Un’occhiata
Un tocco
Una danza
Uno sguardo negli occhi di qualcuno
Che illumini i cieli
Che apra il mondo e lo faccia girare
Una voce che dice, “Io ci sarò e tu starai bene”
Non mi importa se so
Soltanto dove andrò
Perché tutto ciò di cui ho bisogno è questo pazzo sentimento
Sentire questo rat-tat-tat nel mio cuore
La vita a ritmo di musical
E’ l’amore ciò che cerchiamo, lo sguardo di qualcuno che guardandoci ci dica “Io ci sarò e tu starai bene”, qualcuno che di fronte alla delusioni della vita, ai rifiuti, alle audizioni andate male, ai colloqui a vuoto, agli insuccessi, possa continuare a dirci “Tu vali, l’ultima parola su di te non la dice questo insuccesso perché io ti amo, e il fatto che tua sia vivo, che tu sia qui, ora, così come sei, è importante per me”. E’ l’amore che si cerca, magari senza saperlo, magari mentendo a se stessi, ma solo l’amore in grado di sfidare i secoli può illuminare la vita di senso. E’ l’amore l’agente capace di trasformare il mondo in quella meraviglia dove tutto sembra possibile, che ci fa cantare, ballare, battere i piedi a tempo, danzare con uno sconosciuto o volare tra le stelle della via lattea come si vede nel film. Veramente guardando La La Land si arriva a credere che il musical sia il genere più adatto per raccontare la storia di una vita che cerca e che trova, la storia di uomini vivi.
Che darà l’uomo in cambio di se stesso?
L’amore di Mia e Seb è bello, ma cos’è che lo rende bello? È il fatto che i due si sostengano nella realizzazione dei loro sogni. Mia vuole recitare, Seb vuole aprire un locale dove poter suonare finalmente jazz, ed entrambi, di fronte all’abbattimento dell’altro, allo sconforto, alle porte chiuse, si incoraggiano, invitano l’altro a perseverare. Eppure anche questo amore così bello, così carico di promesse, in cui due persone si accompagnano seriamente verso il proprio compimento, all’improvviso si complica, va in crisi. A minarlo sono le scelte dei protagonisti, che in modi e tempi diversi, punteranno tutto sull’obiettivo di riuscire nella vita, tralasciando la realtà dell’amore: non un’idea dell’amore, ma la realtà, una persona, quella promessa di bene incontrata nella vita, sperimentata, vissuta. Il film termina e lo spettatore è colto da una vibrazione, da una contestazione che nasce dall’evidenza che qualcosa è stato tradito. Essere fedeli al cuore è la prima chiamata cui un uomo deve rispondere per poter trovare quello che cerca, la felicità. Il film si chiude, e mentre scorrono i titoli di coda riecheggia la domanda che Gesù duemila anni fa pose ai suoi discepoli e che oggi pone di nuovo a noi: “Che importa se soddisfi tutto quello che desideri e poi perdi te stesso? Che darà l’uomo in cambio di se stesso?” (Matteo 16,26).
venerdì 17 marzo 2017
“Me voy a todas partes” (Tagore)
por Elia Saneleuterio Temporal
La atmósfera cultural de Tagore
Rabindranath Tagore [1861-1941] fue un poeta y filósofo hindú, también novelista, dramaturgo, músico e incluso pintor. Se crio en una atmósfera cultural patente: era el pequeño de catorce hermanos, entre los que se contaron grandes artistas que supusieron un entorno cultural y literario propicio y cercano. A los diecisiete años fue a estudiar a Inglaterra, hecho que, sin duda, posibilitó su acercamiento lingüístico e ideológico a Europa. Además, su padre, Devendranath Tagore, fue uno de los más relevantes promotores de la conciliación entre cosmologías y religiones, principalmente entre el hinduismo y el cristianismo. El ambiente familiar y las circunstancias que lo rodearon marcarán la orientación filosófica no solo de sus escritos ensayísticos, sino también de los literarios.
Tagore y el Premio Nobel
En 1913 Tagore recibió el Premio Nobel de Literatura y, con ello, se multiplicó el interés de filósofos, intelectuales y lectores de varias ideologías y niveles culturales que comenzaron a acercarse a su obra. Sin embargo, Tagore ya era conocido antes de esa fecha. Aunque la cultura hindú —y la oriental, en general— siempre ha encontrado más obstáculos que la occidental para difundirse entre los países de habla hispana, el caso particular de Tagore no se adecuó a los patrones típicos. Tagore escribía en su idioma materno, el bengalí, pero podemos decir que su producción fue en realidad bilingüe, porque él mismo se encargaba de traducirse casi simultáneamente al inglés. Fue esta segunda premisa la que le aseguró una rápida recepción más allá de las fronteras de la India, incluso con antelación al Nobel: quizás este hecho motivara la candidatura, sobre todo si tenemos en cuenta que fue el primer escritor asiático (en realidad, el primero no europeo) en recibir el premio de la Academia Sueca.
La recepción de Tagore en España
Tagore fue un éxito en España gracias a las traducciones que de su obra realizaron uno de los grandes poetas de la época y también Premio Nobel, Juan Ramón Jiménez, y su esposa, Zenobia Camprubí, quienes partieron de los textos ya volcados al inglés.
El éxito de estas versiones de Tagore fue sorprendente: la primera de ellas, La luna nueva, conoció tres ediciones y 9.000 ejemplares vendidos en su primer año de vida (1915). En 1917 fueron también tres las ediciones de El jardinero, y diez más en los años siguientes. (César Santonyo 1995: 82)
Son obras que continúan vigentes, que han pasado frescas el umbral del siglo XXI, y como prueba la reedición casi ininterrumpida que experimentan aún hoy día.
José Hierro o Julio Cortázar son una muestra de los poetas españoles e hispanoamericanos de la época que leyeron algunos de los libros de Tagore o, por lo menos, que conocían algunas características de su filosofía.
La cosmovisión de Tagore
El poema LXXIV de Fruit-Gathering (La cosecha) reúne muchas notas significativas que explican la cosmovisión de Tagore.
Están rotas mis ataduras, pagadas mis deudas, mis puertas de par en par… ¡Me voy a todas partes!Ellos, acurrucados en su rincón, siguen tejiendo el pálido lienzo de sus horas; o vuelven a sentarse en el polvo, a contar sus monedas. Y me llaman para que no siga.¡Pero ya mi espada está forjada, ya tengo puesta mi armadura, ya mi caballo se impacienta!… ¡Y yo ganaré mi reino!
Frente al hablante, incomprendido, se presenta al grupo de los “otros”, obstinados por los bienes caducos e infructuosos —monedas y polvo, respectivamente—. Son los enemigos de quien quiere la emancipación de la libertad, del conocimiento verdadero, de la iniciación cristiana.
La palidez de las horas, como realidad sin color, es símbolo del aburrimiento que impregna a los mortales, cuando nada hay trascendente para ellos.
Los dos movimientos básicos que estructuran el poema de Tagore se encuentran en pasajes del Antiguo Testamento: por un lado, la huida, que precisa una liberación previa de las ataduras; por otro lado, el comienzo de un camino que tiene como destino todos los destinos.
El iniciado es, pues, un elegido para anunciar la verdad en todas partes. Son evidentes las reminiscencias bíblicas, especialmente de los Evangelios: “Id a todos los pueblos y haced discípulos a todas las gentes” (Mt 28, 19); “Id por todo el mundo y anunciad la buena nueva del evangelio a toda la humanidad” (Mc 16, 15). Estos versículos, que cierran los dos evangelios citados, pueden provocar paradoja si se comparan con la conclusión del tercero de los sinópticos: “Quedaos en la ciudad hasta que seáis revestidos de la fuerza que os vendrá de arriba” (Lc 24, 49). En el texto de Tagore tenemos la respuesta: primero, el elegido debe esperar su momento; después, partir en camino: el sujeto tagoriano ha sido revestido, ha sido preparado. En efecto, todo se lo encuentra hecho quien se abandona confiado a la misión encargada: alguien ha cortado sus ligaduras, le ha puesto la armadura y le ha preparado las armas.
Tagore y el pensamiento cristiano heredero del Concilio Vaticano
El pensamiento cristiano heredero del Concilio Vaticano descubrió en Tagore llaves muy seductoras para transmitir la necesidad de liberación a través de la luz de la fe. En los años 60, una joven Carmen Hernández, que había sentido una vocación muy fuerte hacia Dios y hacia la misión a las naciones, encontró en el poema comentado la explicación más acertada de su propia experiencia. Por esas fechas se iniciaba, con Kiko Argüello, el padre Mario Pezzi y la mencionada Hernández, el Camino Neocatecumenal. En este contexto se popularizó años más tarde una versión musicada del texto tagoriano, cuyo primer título fue “Carmen 63”, seguramente por el origen de la inspiración que había causado acerca de no tener miedo al tiempo y salir por todo el mundo; de hecho, el poema de Tagore sirve, desde que los catequistas lo descubrieran, para animar a todos aquellos que salen en misión evangélica durante la celebración de la llamada Merkabá.
La profundidad de análisis a la que se presta la obra de Tagore—y de la que hemos visto una pequeña muestra— es posible, seguramente, porque Tagore es uno de los escritores internacionales que con más sencillez y clarividencia ha sabido captar el fondo del alma humana, cifrando con una belleza sobria y concisa algunas de las llaves principales que mueven nuestras actitudes y aspiraciones últimas.
Sobre este tema…
Argüello, Kiko (2012): Resucitó. Cantos para las Comunidades Neocatecumenales (19.ª ed.), Madrid, Centro Neocatecumenal Diocesano.
César Santonyo, Julio (1995): “La biblioteca de Babel: traducción y permeabilidad transcultural”, Hieronymus Complutensis. El mundo de la traducción, 1, pp. 79-86.
Hernández, Carmen (1994): “Testimonio. Recogido de la convivencia de verano del curso 1994-1995 con motivo de la explicación del canto ‘Carmen 63’ ” [en línea]. Disponible en <http://www.elarcadenoe.org/septima/carmen.htm> [ref. de 21 de diciembre de 2012].
Keriheb Kalio, F. L. (2009): “Ganaré mi reino, R. Tagore. (Reflexión de F.L. Keriheb Kalio)”, [en línea], disponible en <http://boards5.melodysoft.com/juliadelarua/ reflexion-de-fl-keriheb-kalio-1212.html> [ref. de 22 de diciembre de 2012].
Saneleuterio, Elia (2011): “Hierro y Tagore frente a sus ataduras: la alucinación como espacio poético de libertad”, en Caballero-Alías, Pilar, Félix Ernesto Chávez y Blanca Ripoll Sintes (eds.), Del verbo al espejo. Reflejos y miradas de la literatura hispánica, Barcelona, PPU. Promociones y Publicaciones Universitarias S.A., pp. 187-200.
Saneleuterio, Elia (2012): “La recepció del pensament tagorià en la cultura hispànica del segle XX”, Liburna, 5.
Tagore, Rabindranath (1970): Obra escojida: Lírica breve: Teatro. Cuento. Aforismo. Escuela, traducción de Zenobia Camprubí de Jiménez, Madrid, Aguilar.
Te recomendamos este artículo de Elia Saneleuterio sobre Tagore.
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lunedì 27 febbraio 2017
Sacro e bellezza
di ENZO BIANCHI
Costatiamo come oggi, in ogni ambito, vi è una sempre più grande attenzione alla qualità dell’abitare i luoghi e gli spazi di vita personale e sociale, nel tenace sforzo di contrastare il diffondersi di quelli che già nel 1992 Marc Augé, nella sua riflessione sull’antropologia del quotidiano, ha definito “non-luoghi”. I “non-luoghi” sono quegli spazi dell’anonimato ogni giorno più numerosi e frequentati da individui simili ma soli. Il “non-luogo” è il contrario di una dimora, di un’abitazione: è l’esatto opposto del locus nel senso proprio del termine. Per questo, i “non-luoghi” rappresentano l’impossibilità di ogni relazione, di ogni incontro vero perché il non-luogo è il non-abitabile. Frequentando Marc Augé mi sono domandato se anche un certa modalità contemporanea di concepire e progettare le chiese non corra a volte il drammatico rischio di creare anch’essi dei “non-luoghi”. Se lo spazio liturgico viene percepito, vissuto e abitato come un “non-luogo”, non solo diviene spazio di non incontro tra gli uomini, ma anche spazio di non incontro tra uomo e Dio.
Nulla, dunque, ci impedisce di pensare che quella diffusa domanda alla quale dal 2003 cerchiamo di dare risposta attraverso i Convegni internazionali di liturgia di Bose, esprima in fondo il bisogno oggi più che mai impellente di formazione e di approfondimento, affinché le nostre chiese siano degli autentici luoghi della fede, evitando così il tragico pericolo di trasformarsi in veri e propri “non-luoghi” della fede. Una chiesa è spazio per la celebrazione della fede quando è veicolo e strumento di conoscenza e di comunione tra l’uomo e Dio, e degli uomini tra loro. Solo così “avviene” la vera bellezza cui deve tendere lo spazio liturgico; non solo quella bellezza, come dice Dionigi l’Areopagita, “che crea ogni comunione” ma, anche all’inverso, quella bellezza che la comunione, la koinonía con Dio e con i fratelli può creare. Sì, ogni volta che ci si accinge come liturgisti, architetti e artisti a creare architettura e arte per la liturgia, dobbiamo essere abitati dalla consapevolezza che oggi più che mai, lo spazio liturgico è chiamato ad assolvere il compito di far passare l’uomo dal “non-luogo” al luogo santo, dal luogo di non relazione al luogo di comunione. Allora le nostre chiese saranno spazi di ristoro, autentici “santuari” di bellezza e armonia, comunicate attraverso quel silenzioso linguaggio della luce, degli spazi, delle linee e delle forme architettoniche che sono, come scrive Gregorio di Nissa, «l’arte muta che sa parlare».
Considerato l’interesse sempre dimostrato da numerosi giovani studiosi e professionisti, il Comitato scientifico dei Convegni liturgici internazionali di Bose propone una nuova formula di preparazione e di riflessione, rivolta a laureandi, dottorandi, giovani ricercatori e professionisti con meno di trentacinque anni. Il seminario che si chiude oggi a Bose ha l’obiettivo di rendere ancora più concreto il dialogo interdisciplinare di tutte le competenze che possono migliorare il dialogo tra liturgia, architettura e arte, favorendo lo scambio diretto di esperienze, progetti in corso, realizzazioni, secondo i temi della XV edizione del Convegno di Bose che si terrà dal 1° al 3 giugno prossimo: Abitare, Celebrare, Trasformare: processi partecipativi tra liturgia e architettura. Il seminario ha inoltre l’obiettivo di consolidare una rete di relazioni scientifiche e interpersonali a livello nazionale e internazionale, presupposto di nuove collaborazioni, iniziative e progetti su scala europea. Sono state superate le quaranta candidature, tra le quali sono stati scelti i venti partecipanti da parte della commissione formata dai rappresentanti del comitato scientifico e dai tutores del laboratorio. I candidati hanno sottoposto alla commissione i progetti o le ricerche che stanno affrontando legati ai temi del convegno. Ai venti selezionati è stata richiesta una ulteriore presentazione scritta del loro progetto che è stata messa a disposizione degli altri partecipanti su una piattaforma digitale condivisa, in modo che potessero già conoscere i punti di partenza dei colleghi che sederanno al loro fianco durante i giorni del laboratorio.
I giovani sono stati invitati in questa fase preparatoria a cercare attinenze, divergenze, parallelismi tra la loro ricerca e quelle dei colleghi. La finalità è quella di identificare dei nodi critici nel dialogo tra liturgia, comunità di fede e la progettazione di uno spazio per la liturgia. Ancora una volta si sconfessa il luogo comune che i giovani non sarebbero interessati ai simboli e alle forme maggiori con il quale il cristianesimo, oggi come ieri, si esprime come lo sono il rito, l’arte e l’architettura. Il contributo che giovani ricercatori danno al rapporto tra liturgia, architettura e arte attesta che i simboli maggiori della fede cristiana restano luoghi di ricerca spirituale.
Giovani studiosi e professionisti attivi negli ambiti dell’architettura, delle discipline artistiche, delle scienze religiose e umane interessati ad approfondire il rapporto tra architettura, liturgia e società. Sono questi i partecipanti al seminario che si è aperto venerdì e si conclude oggi al Monastero di Bose (Biella) in vista del prossimo convegno liturgico internazionale in programma dal 1° al 3 giugno 2017. L’edizione di quest’anno, la quindicesima, sarà dedicata al pensare i luoghi di vita dell’esperienza ecclesiale con una forte sensibilità al contesto sociale e fisico. Un tema, quello tra architettura e recupero del senso autentico della liturgia, al centro anche del nuovo libro di Enzo Bianchi e Goffredo Boselli Il vangelo celebrato, appena uscito per le edizioni San Paolo.
Pubblicato su: Avvenire
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giovedì 23 febbraio 2017
Sguardi e desideri diversi
Heinrich Hofmann, 1889
Da Marcello Giuliano
“Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a Lui, gli domandò; “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”.
Gesù gli disse; ” Perché mi chiami buono? Nessuno è buono se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il Padre e la Madre”. Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora, Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca; va! Vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi”. Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni” (Mc 10,17-20).
Nel Vangelo, il giovane ricco si getta in ginocchio davanti al Maestro buono, come lo chiama. Hofmann (pittore tedesco nato a Darmstadt nel 1824 e morto a Dresda nel 1911), non ricalca la descrizione evangelica, ma, subito, pone il giovane in piedi, mentre quasi si pavoneggia e compiace nelle proprie vesti lussuose, che ben gli pendono, con sussiego, lateralmente. Esse sono luminose per lo splendore della ricchezza terrena. La prima parola di Gesù è una domanda: Perché mi chiami buono? Poi, il Maestro rammenta i comandamenti, ma le sue parole sono superate dal suo sguardo veramente buono.
Gesù lo fissa con intensità, esprimendogli amore, un amore che non si ferma al sentimento, ma si mette subito alla prova dei fatti. Il pittore sembra far dire a Gesù: Se hai fatto tutte queste cose, guarda, ti resta solo una cosa … Vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi.
Ma il vendere i propri beni non è solo un gesto formale. Un religioso, che entra in una comunità, rinuncia ai suoi beni, ma gli resta ancora una cosa: seguire il Maestro. Un Maestro insegna ciò che c’è da sapere ed insegna a farlo. Questa è la chiave del dipinto, nel secondo piano, a sinistra, dove ben si vedono un vecchio zoppo, che si sostiene ad una stampella, ed una giovane donna, ma provata dagli stenti, forse la figlia, o, una vedova.
Questo, ci dice Hofmann, è il banco di prova, come insegna Lc 15, 1-2: Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Gesù sta con i peccatori, i paralitici, gli esclusi. Questa parte, lo stare con queste persone difficili da accompagnare, che non possono ricambiare, è più che rinunciare ai propri beni. Se non si sta con loro, vuol dire che si sono lasciati i beni materialmente, ma non con il cuore. Soprattutto si vuole ancora tenere il proprio cuore per sé stessi.
Si osservi anche l’inversione dei colori operata da Hofmann. Il giovane è in piena luce, ma è la luce del mondo, che inganna il cuore. Cristo è in mezza luce, poiché il suo messaggio non è accolto (ma le tenebre non l’hanno accolto, cf Gv 1, 5). Il povero vecchio e la donna sono quasi in ombra. Lo sfondo, invece, è luminoso, ma non solo per esigenze cromatiche, bensì, per lasciar intravvedere che se si accoglie la Parola, allora c’è speranza di un’alba radiosa.
«Gesù fissò lo sguardo su di lui, contento di sentire queste cose». Tanto che «il Vangelo dice che lo amò». Dunque, «anche Gesù sentiva questo entusiasmo. E gli dà la proposta: vendi tutto e vieni con me a predicare il Vangelo!». Ma «l’uomo, sentendo queste parole, si fece scuro in volto e se ne andò rattristato». Quell’uomo buono «era venuto con speranza, con gioia, a trovare Gesù. Ha fatto la sua domanda. Ha sentito le parole di Gesù. E prende una decisione: andarsene». Così «quella gioia che lo spingeva, la gioia dello Spirito Santo, diviene tristezza». Marco racconta infatti che «se ne andò rattristato perché possedeva tanti beni».
Il problema era che il «suo cuore inquieto» per via dello «Spirito Santo, che lo spingeva ad avvicinarsi a Gesù e a seguirlo, era un cuore pieno». Ma «lui non ha avuto il coraggio di svuotarlo. E ha fatto la scelta: i soldi!». Aveva «un cuore pieno di soldi». Eppure non «era un ladro, un reo. Era un uomo buono: mai aveva rubato, mai truffato». I suoi «erano soldi onesti». Ma «il suo cuore era imprigionato lì, era legato ai soldi e non aveva la libertà di scegliere». Così, alla fine, «i soldi hanno scelto per lui».
… Anche oggi sono tanti questi giovani, che vogliono seguire Gesù. Ma «quando hanno il cuore pieno di un’altra cosa, e non sono tanto coraggiosi per svuotarlo, tornano indietro». E così «quella gioia diviene tristezza». …
«Quando noi chiediamo al Signore» di inviare «vocazioni perché annuncino il Vangelo, lui le invia». C’è chi dice sconsolato: «Padre, ma come va male il mondo: non ci sono vocazioni di suore, non ci sono vocazioni di preti, andiamo alla rovina!». Invece di vocazioni «ce ne sono tante». Ma allora se ce ne sono tante, perché dobbiamo pregare perché il Signore le invii? La risposta del Papa è stata chiara: «Dobbiamo pregare perché il cuore di questi giovani possa svuotarsi: svuotarsi di altri interessi, di altri amori. Perché il loro cuore divenga libero». Ecco la vera, grande «preghiera per le vocazioni: Signore, mandaci suore, mandaci preti; difendili dall’idolatria della vanità, dall’idolatria della superbia, dall’idolatria del potere, dall’idolatria del denaro». Dunque «la nostra preghiera è per preparare questi cuori per poter seguire da vicino Gesù» (cf Papa Francesco, Casa Santa Marta 3 Marzo 2014).
giovedì 16 febbraio 2017
CHE CAZZATA!
La cattedrale sembra una moschea
Nella folle Hammamet padana manca solo un'oasi
Nella folle Hammamet padana manca solo un'oasi
http://www.ilgiornale.it/
di Vittorio Sgarbi
C'è il pino marittimo, c'è l'abete montano e c'è la palma di pianura padana, anzi la palma di piazza del Duomo a Milano, una specie autoctona. Alla definizione di palma sui dizionari leggiamo: «Le palme sono una famiglia di piante monocotiledoni appartenenti all'ordine Arecales.
Tale famiglia comprende oltre 200 generi con circa 2.800 specie, diffuse per la maggior parte nei climi tropicale e subtropicale». È ben noto che Milano è una tipica città subtropicale, con il clima di Palermo e di Tunisi, e che quindi le piante più adatte, e nel rispetto della tradizione locale, per la piazza del Duomo, sono le palme, alte, slanciate, diremmo gotiche, in armonia con il Duomo stesso.
Le palme da giardino sono molto ricercate e ambite, sia per la loro bellezza, sia per la loro storia. Della famiglia delle Aracaceae, sono state individuate dagli studiosi come le piante più antiche del pianeta. Con le felci, hanno popolato la Terra sin dall'epoca del Giurassico, ovvero circa 130 milioni di anni fa. Caratteristiche delle aree più calde del mediterraneo africano, così come del Sud America e alcune zone del continente Asiatico, le palme sono simbolo di maternità, di fecondità e, non da ultimo, di protezione. Ma non si deve dimenticare che, nell'era imperiale dell'Antica Roma, le palme erano il simbolo della gloria militare e dello stesso potere imperiale. Le palme da giardino vennero classificate, per la prima volta, da Carlo Linneo che le chiamò, non a caso, «Principi delle Piante». A importarle in tutta Europa, facendole diventare un vero e proprio must dei giardini mediterranei e continentali, è stato il principe russo Pietro Troubetzkoy che, nel 1870, creò la prima piantagione di palme europea nella sua villa sul lago Maggiore, punto di riferimento per gli appassionati del genere. Ora gli appassionati di palme potranno andare in piazza del Duomo a Milano, credendosi anche loro principi in un meraviglioso giardino. Peccato che i giardini nelle città, come scrive Francesco Lamendola, abbiano senso in rapporto con i luoghi, con la loro storia e con il loro destino, e maggiore sarà il contrasto all'inquinamento specialmente se le amministrazioni comunali e gli urbanisti avranno la sensibilità e le conoscenze per impiantare quelle specie arboree, a cominciare dal platano, dal frassino e dal bagolaro, che maggiormente si prestano ad «assorbire» le sostanze di scarico rilasciate dai motori a scoppio - il monossido di carbonio, il biossido di zolfo, il mercurio, il piombo, l'arsenico, il cadmio, eccetera - tutte velenose e più o meno gravemente cancerogene. A Milano, invece, le palme, per allevare il punteruolo rosso.
La cultura del verde urbano, dunque, è segno di maturità, di civiltà, di responsabilità; e la si misura non solo da quanto verde pubblico esiste, ma anche da come è tenuto, e non solo a livello di pulizia, ma anche, per esempio, dal modo in cui vengono eseguite le potature sugli alberi dei viali e dei giardini, o da come viene gestita la coabitazione degli umani con i piccoli animali che dimorano nei giardini e fra gli alberi. Nei giardini della Hofburg, a Vienna - per esempio - è possibile vedere gli scoiattoli saltellare sui rami dei grandi alberi e perfino a terra, senza troppa paura della presenza umana: pare quasi che sia possibile vederseli saltare in mano, se la si allunga verso di essi. Questo tipo di rapporto fra l'uomo e l'animale, in un contesto urbano, non s'improvvisa nello spazio di un mattino: è il risultato di una coesistenza secolare, di una civiltà matura e consapevole, di un rispetto verso la natura che si realizza nell'arco di numerose generazioni, con pazienza, con tenacia, con particolari accorgimenti educativi e didattici: perché tali cose possono, o no, far parte della cultura complessiva di un popolo, ma è certo che, se nessun adulto le insegna ai bambini, specialmente con l'esempio concreto, finiranno per scomparire. Da oggi però potranno pensare di essere al mare, trovare oasi e piscine e sguazzare nella nuova Hammamet padana, anche con la nebbia. Gli altri a Milano Marittima, temporaneamente trasferita tra piazza Duomo e San Babila. Palme per tutti!
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