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mercoledì 9 maggio 2018

Liberare la libertà.

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di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI
Quando le convinzioni e le norme dello Stato sono alla esclusiva mercé delle maggioranze o delle sentenze di tribunale, si aprono inesorabili spazi a forme di totalitarismo. Il cardinale Joseph Ratzinger, poi Benedetto XVI, ha sempre difeso quel riferimento pre politico necessario per fondare l’ethos comune, pena la deriva verso una convivenza civile che si rivela contro l’uomo.
Anche nel volume che uscirà in libreria domani, 10 maggio, questo nocciolo del pensiero di Ratzinger emerge in varie pagine. Si tratta del secondo libro di una collana che l’editore Cantagalli dedica al pensiero del papa emerito e che, in questo caso, si occupa di mettere a tema il nesso tra fede e politica: Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Liberare la libertà. Fede e politica nel terzo millennio, a cura di Pierluca Azzaro e Carlos Granados, prefazione di papa Francesco (pp. 208, euro 18).
In un brano inedito in cui Benedetto XVI commenta un libro del suo amico Marcello Pera, già Presidente del senato italiano si discute della questione dei diritti umani. «Quando il concetto dei diritti umani viene scisso dall’idea di Dio», scrive Ratzinger, allora la moltiplicazione dei diritti «conduce da ultimo alla distruzione dell’idea di diritto e conduce necessariamente al “diritto” nichilista dell’uomo di negare se stesso: l’aborto, il suicidio, la produzione dell’uomo come cosa diventano diritti dell’uomo che al contempo lo negano».
Quando questi diritti diventano funzione esclusiva di una maggioranza, o di un sentenza di tribunale, senza nessun aggancio ad altre istanze che li precedono, allora al cristiano non resta che chiedersi come vivere in uno stato totalitario. Nel libro di prossima uscita c’è un capitolo, tratto da un’omelia dell’allora cardinale Joseph Ratzinger ai deputati cattolici del Bundestag, il 26 novembre 1981, che parla proprio dei cristiani di fronte ai totalitarismi. Per gentile concessione dell’editore ne pubblichiamo ampi stralci. (Lorenzo Bertocchi)
***
L’Epistola e il Vangelo (1Pt 1,3-7 e Gv 14,1-6, ndr), che abbiamo appena sentito, derivano da una situazione, in cui i cristiani non erano soggetti attivi dello Stato ma erano perseguitati da una dittatura crudele. Non era loro consentito di portare insieme con altri lo stato, ma potevano soltanto sopportarlo. Non era loro consentito di formare uno stato cristiano. Il loro compito era di vivere da cristiani nonostante lo stato. I nomi degli imperatori al potere, nel periodo in cui la tradizione colloca la data di entrambi i testi, bastano ad illuminare la situazione: si chiamavano Nerone e Domiziano. Cosi anche la Prima Lettera di Pietro definisce i cristiani come ≪dispersi≫ o stranieri in un simile stato (1,1) e denomina lo stato stesso come ≪Babilonia≫ (5,13). Essa indica in tal modo incisivamente la situazione politica dei cristiani di allora: corrispondeva in qualche modo a quella degli ebrei esiliati a Babilonia, che non erano soggetto ma oggetto di quel potere e che perciò dovevano imparare come avrebbero potuto sopravvivervi e non come avrebbero potuto realizzarlo. Lo sfondo politico delle letture odierne è dunque radicalmente diverso da quello attuale. Tuttavia contengono tre affermazioni importanti, con un significato anche per l’azione politica fra cristiani.
1. Lo stato non è la totalità dell’esistenza umana e non abbraccia tutta la speranza umana. L’uomo e la sua speranza vanno oltre la realtà dello stato e oltre la sfera dell’azione politica. Ciò vale non solo per uno stato che si chiama Babilonia, ma per ogni genere di stato. Lo stato non è la totalità. Questo alleggerisce il peso all’uomo politico e gli apre la strada a una politica razionale. Lo stato romano era falso e anticristiano proprio perché voleva essere il totum delle possibilità e delle speranze umane. Cosi esso pretende ciò che non può; cosi falsifica ed impoverisce l’uomo. Con la sua menzogna totalitaria diventa demoniaco e tirannico. L’eliminazione del totalitarismo statale ha demitizzato lo stato ed ha liberato in tal modo l’uomo politico e la politica.
Ma quando la fede cristiana, la fede in una speranza superiore dell’uomo, decade, insorge allora di nuovo il mito dello stato divino, perché l’uomo non può rinunciare alla totalità della speranza. Anche se simili promesse si atteggiano a progresso e rivendicano per se in assoluto il concetto di progresso, esse sono tuttavia storicamente considerate una retrocessione a prima della Novità cristiana, una svolta a rovescio della scala della storia. Ed anche se esse vanno propagandando come proprio scopo la perfetta liberazione dell’uomo, l’eliminazione di qualsiasi dominio sull’uomo, sono tuttavia in contraddizione con la verità dell’uomo e in contraddizione con la sua liberta, perché costringono l’uomo a ciò che può fare egli stesso. Una simile politica, che fa del regno di Dio un prodotto della politica e piega la fede sotto il primato universale della politica, e per sua natura politica della schiavitù; e politica mitologica.
La fede oppone a questa politica lo sguardo e la misura della ragione cristiana, la quale riconosce ciò che realmente l’uomo e in grado di creare come ordine di libertà e può cosi trovare un criterio di discrezione, ben sapendo che l’aspettativa superiore dell’uomo sta nelle mani di Dio. Il rifiuto della speranza che è nella fede è, al tempo stesso, un rifiuto al senso di misura della ragione politica. (…) La speranza mitica del paradiso immanente autarchico può solo condurre l’uomo allo smarrimento: lo smarrimento davanti al fallimento delle sue promesse e davanti al grande vuoto che e in agguato; lo smarrimento angoscioso per la propria potenza e crudeltà. (…)
2. Nonostante i cristiani venissero perseguitati dallo stato romano, la loro posizione a suo riguardo non era radicalmente negativa. Hanno riconosciuto in esso pur sempre lo stato come stato e hanno cercato di costruirlo come stato nei limiti delle loro possibilità: non l’hanno voluto distruggere. (…) Che cosa vuol dire tutto questo? I cristiani non erano affatto gente angosciosamente sottomessa all’autorità, gente che non sapesse della possibile esistenza di un diritto e di un dovere alla resistenza, fondato sulla coscienza. Proprio quest’ultima verità indica che hanno riconosciuto i limiti dello stato e che non vi si sono piegati là dove non era loro lecito piegarsi, perché era contro la volontà di Dio. E, cosi, tanto più importante il fatto che essi abbiano cercato non di distruggere, ma di contribuire a reggere questo stato. L’antimorale viene combattuta con la morale e il male con la decisa adesione al bene, non altrimenti. La morale, il compimento del bene, è la vera opposizione e solo il bene può essere la preparazione all’impulso verso il meglio. Non esistono due tipi di morale politica: una morale dell’opposizione e una morale del dominio. Esiste soltanto una morale: la morale come tale, la morale dei comandamenti di Dio, che non possono essere messi fuori corso, neanche per qualche tempo, allo scopo di accelerare un cambiamento delle cose. Costruire si può solo costruendo, non distruggendo: questa e l’etica politica della Bibbia, da Geremia a Pietro e a Paolo.
Il cristiano è sempre un sostenitore dello stato nel senso che egli compie il positivo, il bene, il quale tiene insieme gli stati. Non ha paura di contribuire cosi al potere dei cattivi, ma e convinto che sempre e soltanto il rafforzamento del bene può abbattere il male e ridurre il potere del male e dei malvagi. Chi mette nei suoi programmi uccisioni di innocenti o rovine di proprietà altrui non potrà mai richiamarsi alla fede. Vi contrasta molto esplicitamente la sentenza di Pietro: ≪Voi non dovete farvi condannare per uccisioni o per delitti contro la proprieta≫ (4,15): sono parole, dette anche allora, contro questa specie di resistenza. La vera, cristiana resistenza che Pietro domanda ha luogo quando e solo quando lo stato esige la negazione di Dio e dei suoi comandamenti, quando domanda il male, rispetto a cui il bene e sempre un comandamento. (…)
3. La fede cristiana ha distrutto il mito dello stato divino, il mito dello stato-paradiso e della società senza dominio o potere. Al suo posto ha invece collocato il realismo della ragione. Ma ciò non significa che la fede abbia portato un realismo libero da valori, il realismo della statistica e della pura fisica sociale. Al vero realismo dell’uomo appartiene l’umanesimo e all’umanesimo appartiene Dio. Alla vera ragione umana appartiene la morale, che si alimenta ai comandamenti di Dio. Questa morale non e un affare privato. Ha valore e importanza pubblica. Non può esistere una buona politica senza il bene del buon essere e del buon agire. Ciò che la Chiesa perseguitata aveva prescritto ai cristiani come nucleo centrale del loro ethos politico, dev’essere anche l’essenza di un’attiva politica cristiana: solo là dove il bene si fa e si riconosce come bene, può anche prosperare una buona convivenza tra gli uomini. Il perno di un’azione politica responsabile dev’essere quello di far valere nella vita pubblica il piano della morale, il piano dei comandamenti di Dio.
Lanuovabq

giovedì 22 marzo 2018

Impossibile da "taroccare"



di Stefano Fontana (Lanuovabq)
Nella vicenda Viganò c’è molto più di Viganò. Nell’editoriale di ieri, il direttore Cascioli ha sostenuto che dietro la vicenda Viganò c’è un attacco a Benedetto XVI, non solo una strumentalizzazione della sua persona, il che sarebbe ovviamente già molto grave, ma al suo pensiero e al suo magistero, nel tentativo di “strattonarlo” e di fargli dire ciò che non ha detto, allocandolo su posizioni da esso mai occupate. Il taroccamento mediatico sarebbe stato funzionale ad un taroccamento teologico o addirittura magisteriale, nel tentativo di cambiare i connotati percepiti del magistero di Benedetto e di trascinarlo verso altre interpretazioni.
Benedetto XVI, durante il suo pontificato, fu chiamato da “La Civiltà Cattolica” il “Papa scomodo”. Da Papa emerito, Benedetto continua, evidentemente, ad essere scomodo se, strattonandolo, lo si vuole normalizzare. Ma è difficile farlo in modo corretto, dato che il suo magistero sta lì davanti a tutti nella sua chiarezza. Quali sono, allora, gli aspetti “scomodi” di Benedetto XVI che la vicenda Viganò voleva accomodare?
In primo luogo l’impostazione della sua teologia e del suo insegnamento sulla Verità del Cristo-Logos, sull’incontro provvidenziale del cristianesimo col pensiero greco e quindi sulla conferma dell'importanza della metafisica e sul suo rilancio in teologia, conformemente anche alla Fides et ratio di Giovanni Paolo II.
Si tratta una direttrice che taglia fuori molta parte della teologia progressista di ieri e di oggi, che invece ha ormai da molto tempo abbandonato la metafisica, optando per il paradigma ermeneutico. Alla conoscenza dell’essere ha sostituito l’interpretazione dell’esistenza. Questa linea di Benedetto XVI è molto scomoda anche perché impone il recupero della Sapienza creatrice e, quindi, della difesa del Creato secondo modalità non ideologiche, nonché l’assunzione piena della legge morale naturale e del diritto naturale. Cose che fanno accapponare la pelle a cardinali, vescovi e teologi ligi seguaci dei segni dei tempi.
Sul primo dei due punti, Benedetto XVI ha impegnato la Chiesa nella difesa del Creato non solo nella versione riduzionista dell’ONU e del movimentismo ecologista e popolare, ma nel senso dell’ecologia umana e sociale. Anche l’uomo e la società sono frutto della Sapienza creatrice e possiedono quindi un ordine. La vita, il matrimonio e la famiglia vanno difesi per questo. Anche altri lo fanno, si dirà. Sì, ma solo la Chiesa è in grado di tutelare fino in fondo il diritto naturale, riconoscendogli la sua autonomia, come Benedetto XVI spiegò al Parlamento tedesco, ma nello stesso tempo candidandosi a sua prima protettrice perché solo essa è capace di collegare il creato al Creatore, ponendolo così in sicurezza. La teologia della creazione è molto in disuso nelle scuole teologiche di oggi, viene considerata troppo fissista e metafisica, e proprio per questo è un discorso “scomodo”.
Quanto alla legge morale naturale, sono innumerevoli gli insegnamenti di Benedetto XVI sul tema, che è alla base degli insegnamenti della Humanae vitae di Paolo VI, della Familiaris concortioEvangelium vitae e Veritatis splendor di Giovanni Paolo II. E’ difficile sostenere nella Chiesa novità in campo morale senza mettere in questione il concetto stesso di legge morale naturale e la teologia morale che lo assume in sé nel rapporto con la legge nuova. E’ evidente che anche questo è un insegnamento scomodo. Ne deriva immediatamente la scomodissima dottrina dei “principi non negoziabili”, insegnata da Benedetto, contestata fin da subito dalla teologia progressista ed oggi definitivamente messa da parte.
La corretta impostazione del rapporto di purificazione tra la ragione e la fede, che è stato senz’altro uno degli argomenti centrali nell’insegnamento di Benedetto XVI, era anche finalizzato a superare i molti errori dell’epoca postconciliare e a riconsiderare nella sua autentica realtà il Concilio stesso, restituendolo alla Chiesa dopo che molti teologi ne avevano permesso la strumentalizzazione da parte del mondo. Ciò perché rimetteva a posto il rapporto tra dottrina e pastorale, richiedeva implicitamente di rivedere la cosiddetta “svolta pastorale” e ricominciava ad insegnare che la verità precede la prassi. Non va dimenticato che il corretto rapporto tra fede e ragione è di importanza fondamentale affinché l’esegesi biblica possa andare oltre il metodo storico critico che Benedetto XVI rimise al suo posto.
Forse il punto più acuto della “scomodità” di Benedetto XVI è stato la pubblicazione del motu proprio “Summorum pontificum” con il quale si ripristinava il vetus ordo nella celebrazione della Santa Messa, considerandolo una forma straordinaria dell’unico rito della Chiesa cattolica. Erano note le numerose critiche del cardinale Ratzinger all’origine e alla evoluzione della riforma liturgica postconciliare e le profonde riflessioni liturgiche del teologo Ratzinger. Così quel motu proprio voleva fare delle liturgia nuovamente un punto di rinnovamento generale della Chiesa nella fedeltà alla tradizione. Si è trattato senz’altro della disposizione più osteggiata di tutto il suo pontificato.
Benedetto XVI impostò il rapporto tra la Chiesa e il mondo senza cedimenti al secolarismo o alla confusione tra sacro e profano. Lavorò per ripristinare la centralità di Dio anche nella costruzione della società degli uomini, “Quaerere Deum” era la cosa più importante da cui sarebbero scaturiti anche benefici umani, le cose ultime illuminano anche le cose penultime. Egli insegnò con chiarezza l’impossibilità della neutralità rispetto a Dio e che un mondo senza Dio è un mondo contro Dio. Aiutò quindi a comprendere correttamente la secolarizzazione e la laicità. Questi insegnamenti contrastavano con le molte interpretazioni del Vaticano II come pariteticità tra il mondo e la Chiesa o con molte correnti teologiche contemporanee che tendono a ridurre la Chiesa a mondo.
Il pontificato di Benedetto XVI rimane “incompiuto”, ma ciò non significa che non sia stato chiaro e coerente nel combattere la gnosi anche dentro la Chiesa. Certamente un pontificato impossibile da strattonare senza taroccamenti.

martedì 13 marzo 2018

Ratzinger e Bergoglio. La continuità della fede




La Repubblica 
(Enzo Bianchi) Poche righe, essenziali nella loro schietta semplicità, per far tacere uno «stolto pregiudizio» e riaffermare una verità profondamente cattolica. Benedetto XVI ha voluto mettere nero su bianco quello che il sensus fidei presente nel popolo di Dio aveva capito da subito e che invece i pochi ma agguerriti oppositori di papa Francesco si ostinano a negare: «La continuità interiore tra i due pontificati».
Sottolineare i cambiamenti, gli accenti, le differenze, le novità degli ormai cinque anni del pontificato di papa Francesco non implica una critica né tantomeno una contrapposizione rispetto a Benedetto XVI: solo una lettura distorta del ministero petrino, infatti, non riesce a vedere come la continuità riguardi la fede professata, mentre gli stili, i modi di presiedere, di essere pastore e manifestare la sollecitudine per le urgenze dell' umanità possono e, in certa misura, devono essere diversissimi, perché i doni del Signore sono diversi tra loro. 
Nella sempre lucida e attenta sollecitudine per la Chiesa che lo anima anche dopo la rinuncia al ministero petrino, Benedetto XVI ha ritenuto urgente e doveroso far sentire la sua voce per il bene del popolo di Dio e la sua unità attorno al vescovo di Roma: come pastore che non cessa di avere a cuore il suo gregge, ha usato la sapienza teologica sua e degli autori dei saggi sul pensiero di papa Francesco per «opporsi e reagire» a fronde pretestuose di chi confonde la trasmissione del messaggio evangelico da una generazione all' altra con la nostalgia per forme che hanno perso l' aderenza alla sostanza dell' annuncio cristiano. Così, nella lettera che Benedetto XVI indirizza al prefetto della Segreteria della Comunicazione del Vaticano non vi è cedimento alla bassa polemica dei detrattori di Bergoglio, bensì la conferma di come ogni vescovo di Roma presiede alla carità usando al meglio la policroma varietà di carismi che ha avuto in dono. 
Tra le righe si può tuttavia leggere anche una velata ironia da parte di Benedetto XVI che ricorda come la pretesa contrapposizione tra i due papi finisca non solo per negare autorevolezza teologica a Francesco, ma anche per considerare il suo predecessore « un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi». Questa profonda lettura della continuità del magistero papale - che in termini di fede altro non significa che la certezza che lo Spirito santo non abbandona mai il popolo di Dio - era del resto emersa nell' intervista che Benedetto XVI aveva concesso ad Avvenire due anni fa e su un tema, quello della misericordia, che tanto preoccupa gli odierni «profeti di sventura». Papa Francesco è entrato nella «continuità interiore» dell' annuncio della misericordia proclamato solennemente da papa Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio, riaffermato da Paolo VI e da Giovanni Paolo II e ribadito dal cardinal Ratzinger prima e dopo la sua elezione al soglio di Pietro: Benedetto XVI, come papa Francesco, sa guardare all' umanità con occhi profetici, discernendola in attesa di chi la guardi, se ne prenda cura, la perdoni, la rialzi, le dia speranza. 
Questo magistero pontificio, in piena continuità, vuole incontrare gli uomini e le donne di oggi che sono in attesa soprattutto di misericordia perché questa sembra mancare nelle relazioni umane, sembra affievolirsi e non far più parte della grammatica umana. Ciò non significa negare o sottacere il retroterra teologico e accademico diverso tra i due papi, né la diversità di approccio nel rinnovare la tradizione cristiana, nell' applicare l' aggiornamento auspicato da papa Giovanni e dal Concilio. La differenza non deve fare paura, bensì mostrare la bellezza delle diverse sfaccettature che la Chiesa assume nel corso della storia e nel suo essere comunione che abbraccia comunità di fede sparse nei cinque continenti. Con buona pace di chi semina zizzania e si diletta a contrapporre la «formazione teologica o filosofica» alla capacità di comprensione della «vita concreta del cristiano» di oggi e di sempre. E con profonda gratitudine per «tutte le differenze di stile e di temperamento » che caratterizzano Benedetto XVI e Francesco

mercoledì 28 febbraio 2018

5 anni fa...



(LB) Il 28 febbraio del 2013, cinque anni fa, fu l'ultimo giorno del pontificato di Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI, che era cominciato il 19 aprile 2005, 17 giorni dopo la morte di s. Giovanni Paolo II. Allora, il cardinale Ratzinger aveva compiuto, due giorni prima, 78 anni. In quel momento il nuovo Papa aveva 54 anni di sacerdozio. Lui stesso, subito dopo la rinuncia al papato, l'11 febbraio 2005, aveva stabilito che il suo ultimo giorno come Vescovo di Roma e Successore di Pietro nonché Vicario di Cristo sarebbe stato il 28 febbraio. In concreto, stabilì che avrebbe smesso di essere il Papa alle ore 20, momento in cui la chiusura delle porte del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo indicò materialmente che era incominciata la Sede vacante, che come è ben noto si prolungò fino al pomeriggio del 13 marzo, giorno dell'elezione di Papa Francesco.
Tra l'altro Papa Francesco proprio oggi celebra il ventesimo anniversario del giorno in cui divenne Arcivescovo di Buenos Aires al momento del decesso del cardinale Antonio Quarracino avvenuta appunto il 28 febbraio  1998.
Una foto speciale. La foto qui riportata è una inquadratura molto speciale perhé si tratta dell'ultima di Joseh Ratzinger ancora Vescovo di Roma. Da qualche secondo aveva finito di salutare revemente i fedeli radunati sotto il balcone del palazzo apostolico di Gastelgandolfo e stava rientrando nella stanza.

Ecco il Saluto:
Cari amici, sono felice di essere con voi, circondato dalla bellezza del creato e dalla vostra simpatia che mi fa molto bene. Grazie per la vostra amicizia, il vostro affetto. Voi sapete che questo mio giorno è diverso da quelli precedenti; non sono più Sommo Pontefice della Chiesa cattolica: fino alle otto di sera lo sarò ancora, poi non più. Sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra. Ma vorrei ancora, con il mio cuore, con il mio amore, con la mia preghiera, con la mia riflessione, con tutte le mie forze interiori, lavorare per il bene comune e il bene della Chiesa e dell’umanità. E mi sento molto appoggiato dalla vostra simpatia. Andiamo avanti insieme con il Signore per il bene della Chiesa e del mondo. Grazie, vi imparto adesso con tutto il cuore la mia Benedizione.
Ci benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo. Grazie, buona notte! Grazie a voi tutti!


La Chiesa è una realtà vivente
Nella mattinata del 28 febbraio, nella Sala Clementina, rivolgendosi ai cardinali Papa Benedetto aveva detto: "Vorrei lasciarvi un pensiero semplice, che mi sta molto a cuore: un pensiero sulla Chiesa, sul suo mistero, che costituisce per tutti noi - possiamo dire - la ragione e la passione della vita. Mi lascio aiutare da un’espressione di Romano Guardini, scritta proprio nell’anno in cui i Padri del Concilio Vaticano II approvavano la Costituzione Lumen Gentium, nel suo ultimo libro, con una dedica personale anche per me; perciò le parole di questo libro mi sono particolarmente care. Dice Guardini: La Chiesa “non è un’istituzione escogitata e costruita a tavolino…, ma una realtà vivente… Essa vive lungo il corso del tempo, in divenire, come ogni essere vivente, trasformandosi… Eppure nella sua natura rimane sempre la stessa, e il suo cuore è Cristo”." Poi, il Papa si congedò visibilmente emozionato dicendo ai presenti: "Prima di salutarvi personalmente, desidero dirvi che continuerò ad esservi vicino con la preghiera, specialmente nei prossimi giorni, affinché siate pienamente docili all’azione dello Spirito Santo nell’elezione del nuovo Papa. Che il Signore vi mostri quello che è voluto da Lui. E tra voi, tra il Collegio Cardinalizio, c’è anche il futuro Papa al quale già oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza. Per questo, con affetto e riconoscenza, vi imparto di cuore la Benedizione Apostolica."

Il Sismografo

mercoledì 7 febbraio 2018

Urgente a mano...




Benedetto XVI ai lettori del Corriere della Sera ...
Corriere della Sera

Direzione
Caro Dott. Franco, mi ha commosso che tanti lettori del Suo giornale desiderino sapere come trascorro quest' ultimo periodo della mia vita. Posso solo dire a riguardo che, nel lento scemare delle forze fisiche, interiormente sono in pellegrinaggio verso Casa. È una grande grazia per me essere circondato, in quest' ultimo pezzo di strada a volte un po' faticoso, da un amore e una bontà tali che non avrei potuto immaginare. In questo senso, considero anche la domanda dei Suoi lettori come accompagnamento per un tratto. Per questo non posso far altro che ringraziare, nell' assicurare da parte mia a voi tutti la mia preghiera. Cordiali saluti.
Benedetto XVI

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La Lettera di Benedetto al Corriere: "Urgente a mano"
Corriere della Sera 
(Massimo Franco)  Benedetto, il pellegrino e quel gesto semplice. Segno di forza e umiltà. Il messaggio «urgente a mano» recapitato al Corriere - La lettera. «Urgente a mano», è arrivata ieri mattina alla sede romana del Corriere dal «Monastero Mater Ecclesiae, V-120 Città del Vaticano»: l' eremo dentro le Sacre Mura dove il Papa emerito Benedetto XVI si è ritirato da quando si dimise, esattamente cinque anni fa. Ma sembrava arrivata da un altro mondo, molto più distante dei pochi chilometri che segnano la distanza fisica da quel luogo. Forse perché la busta conteneva un cartoncino ripiegato, e dentro un' altra busta sigillata, con un messaggio di nove righe. Ma soprattutto perché trasmetteva parole forti, vere, non formali: un gesto di squisita attenzione nei confronti di quanti, ultimamente, chiedevano sempre più spesso come stesse «Papa Benedetto»; come vivesse quello che lui stesso chiama, nel testo, «quest' ultimo periodo della mia vita». Qualche giorno fa, attraverso un canale riservato, avevamo rivolto la domanda a lui, confidando di ricevere una risposta. Dopo cinque anni in cui era praticamente scomparso dall' orizzonte pubblico, incontrando pochi amici, e diradando perfino le sue passeggiate nei giardini vaticani, aiutandosi con un deambulatore, forse pensava di essere stato dimenticato. Non sapeva che la sua figura rimane molto presente, con la suggestione epocale di un periodo in cui convivono «due Papi», espressione non proprio ortodossa ma abituale. Anzi, il mistero dei suoi giorni senza eco pubblica, con immagini sfuocate e apparizioni sempre più rare in qualche cerimonia alla quale era invitato da Francesco, ne hanno affilato e insieme ingigantito il profilo. Benedetto «c' è», aleggia senza volerlo. Anzi, forse è radicato nella memoria dell' opinione pubblica proprio perché ha cercato di dissolversi in un limbo esistenziale per lasciare l' intera scena al successore: quel cardinale Jorge Mario Bergoglio «che ha la calligrafia più piccola della mia», ha notato una volta Joseph Ratzinger. Ma la sua, a penna, in calce alla lettera, ormai è minuscola: quasi si rimpicciolisse insieme alle sue energie fisiche, evidenziando la difficoltà perfino a scrivere. Raccontano che in privato lo dica con una punta di tristezza: non riesce più a dedicare abbastanza tempo per costruire quei testi di grande finezza teologica che hanno tracciato per anni il percorso della Chiesa cattolica. Eppure accetta la propria fragilità. Nelle sue parole, che sono un ringraziamento e al tempo stesso quasi un commiato, se ne coglie più di un accenno. Quel riferimento al «lento scemare delle forze fisiche», la confessione di essere «interiormente in pellegrinaggio verso Casa», con la c maiuscola, e il «grazie» ai «tanti lettori» del Corriere che continuano a chiedere di lui: sono poche parole misurate, che però trasmettono una grande profondità. Forse, nell' ammirazione e in una punta di nostalgia per Benedetto XVI che qui e là si avverte in alcuni settori del mondo cattolico, si indovina il trauma non del tutto digerito delle sue dimissioni, l' 11 febbraio del 2013: una svolta epocale. Ma c' è anche il riconoscimento di una condotta esemplare tra lui e papa Francesco in questi cinque anni. Una convivenza non regolata da nessuna legge; affidata soltanto al carattere di questi due personaggi così diversi, nonostante una sottolineatura, a tratti un po' d' ufficio, della continuità tra i loro pontificati. Non era scontato che «due Papi» in Vaticano riuscissero a mantenere una personalità così distinta, senza per questo sovrapporsi o, peggio, trasmettere messaggi di divisione. Se per caso esistessero delle differenze, sono rimaste un segreto custodito tra di loro: come se entrambi sapessero che la cosa importante è cercare di tenere unita una Chiesa percorsa da mille tensioni. È un segno di forza spirituale e di umiltà, che sublima quando, rivolto a quanti continuano a interessarsi a lui, saluta con un tono quasi familiare: «Non posso fare altro che ringraziare».

domenica 15 ottobre 2017

L’orientamento cristologico in Joseph Ratzinger



Tradotta in russo «Teologia della liturgia». Il 25 settembre il metropolita di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del patriarcato di Mosca, presente a Roma per un incontro ecumenico, ha donato a Papa Francesco e al Papa emerito Benedetto XVI copia del volume xi dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger Teologia della liturgia. La fondazione sacramentale dell’esistenza cristiana, tradotto e pubblicato in russo per le edizioni del patriarcato di Mosca. L’iniziativa è frutto di una formale cooperazione scientifica ed editoriale tra la casa editrice del patriarcato di Mosca, l’associazione internazionale «Sofia: idea russa, idea d’Europa», l’Accademia internazionale «Sapientia et Scientia», la Libreria editrice vaticana e la Fondazione Ratzinger. D’accordo con il metropolita, in primavera a Mosca sarà organizzata una solenne presentazione del volume presso la Scuola teologica del patriarcato, in concomitanza con la sessione estiva dei lavori dell’accademia. L’iniziativa proseguirà con la pubblicazione in russo della trilogia su Gesù di Nazaret. Pubblichiamo la prefazione della versione russa di Teologia della liturgia scritta dallo stesso metropolita, curatore del libro.

L’orientamento cristologico in Joseph Ratzinger

Al centro l’eucarestia

di Ilarione di Volokolamsk
Il volume del Papa emerito Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) Teologia della liturgia esce in russo per il novantesimo compleanno di questo eminente gerarca e teologo della Chiesa cattolica romana. Joseph Ratzinger ha ricevuto il riconoscimento dell’Europa quando ancora era professore di dogmatica, prima nell’università di Bonn e poi in quelle di Münster, Tubinga e Ratisbona; è stato poi uno dei più attivi periti al concilio Vaticano II (1962-1965). Il suo libro Introduzione al cristianesimo, che con un linguaggio adeguato alla modernità tratta delle fondamenta della fede cristiana, ha acquistato larga fama.
Gli interessi scientifici di Joseph Ratzinger vanno dalla teologia dogmatica alla teologia della liturgia, estendendosi alla patristica, al pensiero medievale, all’apologetica e alle scienze bibliche. L’ultima, importante opera di Benedetto XVI è uscita quando ancora ricopriva l’incarico di capo supremo della Chiesa cattolica: è il suo fondamentale Gesù di Nazaret, tradotto e pubblicato anche in lingua russa. Al nome di Papa Benedetto XVI è legata la battaglia per la difesa dei valori cristiani tradizionali e, a un tempo, quella per la riscoperta e la riaffermazione della loro attualità nella moderna società secolarizzata. Tappe importanti del servizio alla Chiesa di Joseph Ratzinger sono stati il compito di arcivescovo di Monaco e Frisinga (1977-1981) e poi quello di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (1981-2005). Nel 2005, il cardinale Ratzinger fu eletto romano Pontefice e assunse il nome di Benedetto XVI. Nel 2013, per la prima volta dopo seicento anni di storia del papato, egli ha volontariamente lasciato la cattedra di san Pietro.
Papa Benedetto ha spesso espresso la sua profonda simpatia per l’ortodossia e da sempre ritiene che, a livello teologico, gli ortodossi siano i più prossimi ai cattolici. Non è un caso che proprio lui sia stato uno dei primi membri della  Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra  la  Chiesa cattolica e  la  Chiesa ortodossa, a seguito della sua fondazione nel 1979. Da teologo, Ratzinger ha fatto sforzi enormi per chiarire la questione del primato del vescovo di Roma, spostando l’accento da una visione giuridica del primato a una sua comprensione primariamente come testimonianza cristiana di tipo particolare e come servizio all’unità nell’amore. Egli è stato sempre fermo oppositore di qualsiasi compromesso nel campo della dottrina della fede, indicando, giustamente, che l’unità — per principio possibile tra Oriente e Occidente — deve essere preparata con cura, deve maturare sia spiritualmente sia a livello pratico, grazie anche a profondi studi di carattere teologico e storico.
Vorrei che la pubblicazione in Russia del volume Teologia della liturgia rappresentasse non solo un attestato di grande stima per l’autore ma anche che attirasse l’attenzione dei nostri lettori alla lettura del volume. E questo non solo perché, più in generale, non esiste ancora in traduzione russa un numero sufficiente di opere di Joseph Ratzinger. Più in particolare, questo specifico volume è infatti dedicato alla liturgia, cioè a uno dei temi in assoluto più importanti sia rispetto alla produzione scientifica dell’autore, sia, a un tempo, riguardo alla sua cura pastorale (accanto al tema dell’ecclesiologia); e insieme il tema della liturgia è anche proprio un tema particolarmente importante e significativo per i credenti ortodossi.
Al centro della Teologia della liturgia di Joseph Ratzinger sta l’eucarestia, l’interpretazione del suo carattere sacrificale, la presenza reale di Gesù Cristo nei santi doni del suo corpo e del suo sangue. L’autore presta l’attenzione dovuta alla questione del simbolismo della liturgia, a quella della validità e della non validità della terminologia scolastica per la descrizione del mistero eucaristico e al tema della liceità delle innovazioni concettuali nella teologia dei sacramenti moderna. Il teologo Ratzinger mira a portare alla luce il legame profondo tra l’essere spirituale-corporale dell’uomo, le costanti del suo essere storico e i sacramenti della Chiesa che Dio le ha donato per la santificazione del mondo. Egli tenta di mostrare la falsità delle concezioni sia spiritualistiche e nominalistiche che magiche e materialistiche.
Le riflessioni di Ratzinger si distinguono per l’orientamento cristologico che determina l’autore. La pietra angolare di tutta l’argomentazione di Joseph Ratzinger è l’incarnazione. Allo stesso tempo, egli dedica scarsa attenzione allo Spirito santo, alla pneumatologia, fatto questo che, tra l’altro, a me sembra caratterizzare l’approccio metodologico della teologia cattolica in quanto tale. Joseph Ratzinger riesce a collegare organicamente l’analisi dei problemi a una moderna impostazione delle varie questioni poste e al metodo storico-sistematico, l’insieme solidamente ancorato alla sacra Scrittura, alla tradizione della Chiesa e alla ricchezza della tradizione patristica, non solo quella occidentale ma anche a quella orientale. È importante sottolineare come al centro dell’attenzione restino sempre la prospettiva soteriologica, la pratica religiosa, la preghiera comune dei fedeli e quella privata, cioè tutto quello che serve immediatamente alla salvezza dell’uomo. Ratzinger sottolinea anche la dimensione cosmica e il significato sociale del culto divino.
Joseph Ratzinger si oppone alla tendenza alla “creatività” superficiale che talvolta mostra oggi il cristianesimo in Occidente, ovvero alla tendenza allo svuotamento del contenuto autentico della liturgia e della sua finalità di essere incontro e legame vitale con Dio e con il suo creato. In tal senso alcune questioni trattate nel libro — come a esempio le innovazioni nel rito e gli “esperimenti liturgici” quali la “liturgia domenicale” senza sacerdote — riguardano soprattutto una sfera di problemi del cattolicesimo. Perciò è importante che il lettore russo — che ha molto sentito parlare delle tendenze modernistiche nel cattolicesimo contemporaneo — possa conoscere lo sguardo critico di uno dei più grandi teologi cattolici dell’epoca moderna sul tema della rottura dolorosa con la tradizione avvenuta nel periodo successivo al concilio Vaticano II e sulle difficoltà di cui è irta la strada dell’aggiornamento.
Joseph Ratzinger, che è un estimatore e profondo conoscitore della cultura europea classica, offre un’analisi accurata della musica nella liturgia, dei principi ispiratori dello spazio sacro e del tempo sacro e analizza con precisione le varie ricerche — fortunate o meno fortunate — svolte in questo campo. Numerosi testi di Ratzinger contengono una polemica contro il protestantesimo e contro la filosofia europea moderna la cui influenza sul pensiero cattolico si è evidenziata con determinate aperture e dialoghi.
La mia speranza è che questo libro non solo contribuisca ad aumentare la comprensione del cattolicesimo dei nostri lettori ma sia anche di stimolo ai nostri autori per approfondire quei temi relativi alla liturgia che per ora nella teologia ortodossa non hanno ricevuto un’interpretazione adeguata; mi riferisco, per esempio, agli aspetti antropologici della liturgia e alla questione delle fondamenta teologiche della musica sacra. Ma non solo: il libro che ho il piacere di presentare è capace e potrà suscitare anche una comune riflessione sulla questione dell’esistenza della Chiesa nel mondo di oggi e sul suo complesso dialogo con la società e con la cultura secolarizzata.

L'Osservatore Romano

mercoledì 4 ottobre 2017

BENEDETTO XVI: "Nulla si anteponga al culto divino!".

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http://www.lastampa.it/…/ratzinger-il-rinnovame…/pagina.html

Nulla si anteponga al Culto divino. Con queste parole San Benedetto, nella sua Regola (43,3), ha stabilito la priorità assoluta del Culto divino rispetto a ogni altro compito della vita monastica. Questo, anche nella vita monastica, non risultava immediatamente scontato perché per i monaci era compito essenziale anche il lavoro nell’agricoltura e nella scienza. Sia nell’agricoltura come anche nell’artigianato e nel lavoro di formazione potevano certo esserci delle urgenze temporali che potevano apparire più importanti della liturgia. Di fronte a tutto questo Benedetto, con la priorità assegnata alla liturgia, mette inequivocabilmente in rilievo la priorità di Dio stesso nella nostra vita: «All’ora dell’Ufficio divino, appena si sente il segnale, lasciato tutto quello che si ha tra le mani, si accorra con la massima sollecitudine» (43,1).  

Nella coscienza degli uomini di oggi le cose di Dio e con ciò la liturgia non appaiono affatto urgenti. C’è urgenza per ogni cosa possibile. La cosa di Dio non sembra mai essere urgente. Ora, si potrebbe affermare che la vita monastica è in ogni caso qualcosa di diverso dalla vita degli uomini nel mondo, e questo è senz’altro giusto. E tuttavia la priorità di Dio che abbiamo dimenticato vale per tutti. Se Dio non è più importante, si spostano i criteri per stabilire quel che è importante. L’uomo, nell’accantonare Dio, sottomette se stesso a delle costrizioni che lo rendono schiavo di forze materiali e che così sono opposte alla sua dignità.  

Negli anni successivi al Concilio Vaticano II sono nuovamente divenuto consapevole della priorità di Dio e della liturgia divina. Il malinteso della riforma liturgica che si è ampiamente diffuso nella Chiesa cattolica portò al mettere sempre più in primo piano l’aspetto dell’istruzione e della propria attività e creatività. Il fare degli uomini fece quasi dimenticare la presenza di Dio. In una tale situazione divenne sempre più chiaro che l’esistenza della Chiesa vive della giusta celebrazione della liturgia e che la Chiesa è in pericolo quando il primato di Dio non appare più nella liturgia e così nella vita. 

La causa più profonda della crisi che ha sconvolto la Chiesa risiede nell’oscuramento della priorità di Dio nella liturgia. Tutto questo mi portò a dedicarmi al tema della liturgia più ampiamente che in passato perché sapevo che il vero rinnovamento della liturgia è una condizione fondamentale per il rinnovamento della Chiesa. Sulla base di questa convinzione sono nati gli studi che sono raccolti nel presente volume 11 della Opera omnia. Ma al fondo, pur con tutte le differenze, l’essenza della liturgia in Oriente e Occidente è unica e la medesima. E così spero che questo libro possa aiutare anche i cristiani di Russia a comprendere in modo nuovo e meglio il grande regalo che ci è donato nella Santa Liturgia.  

Città del Vaticano, nella Festa di San Benedetto, 11 luglio 2015 (traduzione di Pierluca Azzaro, copyright Libreria Editrice Vaticana)

venerdì 29 settembre 2017

"I pensieri di Dio rivolti a ciascuno di noi.."

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

“...guardiamo le figure dei tre Arcangeli la cui festa la Chiesa celebra oggi. C’è innanzitutto Michele. Lo incontriamo nella Sacra Scrittura soprattutto nel Libro di Daniele, nella Lettera dell’Apostolo san Giuda Taddeo e nell’Apocalisse. Di questo Arcangelo si rendono evidenti in questi testi due funzioni. Egli difende la causa dell’unicità di Dio contro la presunzione del drago, del "serpente antico", come dice Giovanni. È il continuo tentativo del serpente di far credere agli uomini che Dio deve scomparire, affinché essi possano diventare grandi; che Dio ci ostacola nella nostra libertà e che perciò noi dobbiamo sbarazzarci di Lui. Ma il drago non accusa solo Dio. L’Apocalisse lo chiama anche "l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusa davanti a Dio giorno e notte" (12, 10). Chi accantona Dio, non rende grande l’uomo, ma gli toglie la sua dignità. Allora l’uomo diventa un prodotto mal riuscito dell’evoluzione. Chi accusa Dio, accusa anche l’uomo. La fede in Dio difende l’uomo in tutte le sue debolezze ed insufficienze: il fulgore di Dio risplende su ogni singolo. È compito del Vescovo, in quanto uomo di Dio, di far spazio a Dio nel mondo contro le negazioni e di difendere così la grandezza dell’uomo. E che cosa si potrebbe dire e pensare di più grande sull’uomo del fatto che Dio stesso si è fatto uomo? L’altra funzione di Michele, secondo la Scrittura, è quella di protettore del Popolo di Dio (cfr Dn 10, 21; 12, 1). Cari amici, siate veramente "angeli custodi" delle Chiese che vi saranno affidate! Aiutate il Popolo di Dio, che dovete precedere nel suo pellegrinaggio, a trovare la gioia nella fede e ad imparare il discernimento degli spiriti: ad accogliere il bene e rifiutare il male, a rimanere e diventare sempre di più, in virtù della speranza della fede, persone che amano in comunione col Dio-Amore.
Incontriamo l’Arcangelo Gabriele soprattutto nel prezioso racconto dell’annuncio a Maria dell’incarnazione di Dio, come ce lo riferisce san Luca (1, 26 – 38). Gabriele è il messaggero dell’incarnazione di Dio. Egli bussa alla porta di Maria e, per suo tramite, Dio stesso chiede a Maria il suo "sì" alla proposta di diventare la Madre del Redentore: di dare la sua carne umana al Verbo eterno di Dio, al Figlio di Dio. Ripetutamente il Signore bussa alle porte del cuore umano. Nell’Apocalisse dice all’"angelo" della Chiesa di Laodicea e, attraverso di lui, agli uomini di tutti i tempi: "Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me" (3, 20). Il Signore sta alla porta – alla porta del mondo e alla porta di ogni singolo cuore. Egli bussa per essere fatto entrare: l’incarnazione di Dio, il suo farsi carne deve continuare sino alla fine dei tempi. Tutti devono essere riuniti in Cristo in un solo corpo: questo ci dicono i grandi inni su Cristo nella Lettera agli Efesini e in quella ai Colossesi. Cristo bussa. Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, che gli donano la materia del mondo e della loro vita, servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, alla riconciliazione dell’universo. Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. Entrando voi stessi in unione con Cristo, potrete anche assumere la funzione di Gabriele: portare la chiamata di Cristo agli uomini.
San Raffaele ci viene presentato soprattutto nel Libro di Tobia come l’Angelo a cui è affidata la mansione di guarire. Quando Gesù invia i suoi discepoli in missione, al compito dell’annuncio del Vangelo vien sempre collegato anche quello di guarire. Il buon Samaritano, accogliendo e guarendo la persona ferita giacente al margine della strada, diventa senza parole un testimone dell’amore di Dio. Quest’uomo ferito, bisognoso di essere guarito, siamo tutti noi. Annunciare il Vangelo, significa già di per sé guarire, perché l’uomo necessita soprattutto della verità e dell’amore. Dell’Arcangelo Raffaele si riferiscono nel Libro di Tobia due compiti emblematici di guarigione. Egli guarisce la comunione disturbata tra uomo e donna. Guarisce il loro amore. Scaccia i demoni che, sempre di nuovo, stracciano e distruggono il loro amore. Purifica l’atmosfera tra i due e dona loro la capacità di accogliersi a vicenda per sempre. Nel racconto di Tobia questa guarigione viene riferita con immagini leggendarie. Nel Nuovo Testamento, l’ordine del matrimonio, stabilito nella creazione e minacciato in modo molteplice dal peccato, viene guarito dal fatto che Cristo lo accoglie nel suo amore redentore. Egli fa del matrimonio un sacramento: il suo amore, salito per noi sulla croce, è la forza risanatrice che, in tutte le confusioni, dona la capacità della riconciliazione, purifica l’atmosfera e guarisce le ferite. di condurre gli uomini sempre di nuovo incontro alla forza riconciliatrice dell’amore di Cristo. Deve essere "l’angelo" risanatore che li aiuta ad ancorare il loro amore al sacramento e a viverlo con impegno sempre rinnovato a partire da esso. In secondo luogo, il Libro di Tobia parla della guarigione degli occhi ciechi. Sappiamo tutti quanto oggi siamo minacciati dalla cecità per Dio. Quanto grande è il pericolo che, di fronte a tutto ciò che sulle cose materiali sappiamo e con esse siamo in grado di fare, diventiamo ciechi per la luce di Dio. Guarire questa cecità mediante il messaggio della fede e la testimonianza dell’amore, è il servizio di Raffaele affidato giorno per giorno al sacerdote e in modo speciale al Vescovo. Così, spontaneamente siamo portati a pensare anche al sacramento della Riconciliazione, al sacramento della Penitenza che, nel senso più profondo della parola, è un sacramento di guarigione. La vera ferita dell’anima, infatti, il motivo di tutte le altre nostre ferite, è il peccato. E solo se esiste un perdono in virtù della potenza di Dio, in virtù della potenza dell’amore di Cristo, possiamo essere guariti, possiamo essere redenti.
(Benedetto XVI, dall’Omelia del 29- Settembre-2007, in occasione di alcune ordinazioni episcopali)

martedì 26 settembre 2017

Conferenza stampa per la presentazione delle prossime iniziative della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI. Intervento di P. Federico Lombardi

Conferenza stampa per la presentazione delle prossime iniziative della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI. Intervento di P. Federico Lombardi 
Sala stampa della Santa Sede 

Alle ore 11 di questa mattina, presso la Sala Stampa della Santa Sede, ha luogo una Conferenza Stampa per presentare le prossime iniziative della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI:
a) La Prima edizione del Premio “Ragione Aperta”, in collaborazione con la Universidad Francisco de Vitoria (Madrid), il 27 settembre 2017, presso la sede dell’Accademia delle Scienze, in Vaticano.
b) La Settima edizione del “Premio Ratzinger” (con l’annuncio dei Premiati), il 18 novembre 2017, in Vaticano.
c) Il Settimo Convegno internazionale, sul tema: “Laudato si’. Per la ‘cura della Casa comune’, una conversione necessaria alla ‘Ecologia dell’uomo’”, in collaborazione con la Universidad Católica de Costa Rica, 29 novembre - 1° dicembre 2017, a San José de Costa Rica.

Intervengono alla Conferenza stampa l’Em.mo Card. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e membro del Comitato scientifico della Fondazione; P. Federico Lombardi, S.I., Presidente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione, il Prof. Daniel Sada, Rettore magnifico della Universidad Francisco de Vitoria (Madrid) e il Dr. Fernando F. Sánchez Campos, Rettore magnifico della Universidad Católica de Costa Rica.
Riportiamo di seguito l’intervento di P. Federico Lombardi:
Intervento di P. Federico Lombardi. S.I.
Lo scopo di questa Conferenza Stampa è di presentare le tre principali attività della Fondazione vaticana Joseph Ratzinger - Benedetto XVI nel corso di questo autunno 2017. Ringrazio il Card. Ravasi, che presiede questa conferenza nella duplice qualità di Presidente del Consiglio della Cultura e di membro del Comitato scientifico della Fondazione Ratzinger. 

Ricordo che la Fondazione è stata istituita nel 2010 con la finalità di promuovere studi e pubblicazioni sull’opera e sul pensiero di J. Ratzinger-Benedetto XVI, e più in generale di promuovere studi teologici e nelle discipline connesse. 
Le iniziative concrete indicate dallo Statuto sono principalmente in tre direzioni: 1. premi per studiosi e lavori meritevoli; 2. convegni e incontri di studio e pubblicazioni; 3. borse di studio per dottorandi. 
Nel corso dell’anno passato, ricordo in particolare il Convegno sul tema dell’escatologia in collaborazione con l’Università della Santa Croce (novembre 2016) e le attività in occasione del 90° genetliaco del Papa emerito (aprile 2017), con la pubblicazione e presentazione di un volume in suo onore composto con i contributi dei vincitori delle diverse edizioni del Premio Ratzinger e molte altre pubblicazioni di articoli, prefazioni di libri, interviste. 
Ora abbiamo davanti a noi un autunno denso di iniziative che presentiamo appunto quest’oggi, insieme ad alcuni protagonisti delle due iniziative svolte in collaborazione, cioè i Rettori magnifici della Università Francisco de Vitoria (Madrid), prof. Daniel Sada, e della Università Cattolica di Costa Rica, dr. Fernando Sánchez Campos. La prima è una vera novità, nata dalla collaborazione con la Università spagnola Francisco de Vitoria, insieme alla quale la Fondazione aveva già organizzato uno dei suoi importanti Convegni annuali, quello svoltosi a Madrid nel 2015 sul tema “La preghiera, forza che trasforma il mondo”, in occasione del V Centenario della nascita di Santa Teresa d’Avila. 
Si tratta di un nuovo Premio, intitolato “Ragione aperta”, ispirato a un’idea centrale nel pensiero di Ratzinger. Egli insiste sulla necessità di avere una visione ampia e aperta della ragione e del suo esercizio nella ricerca della verità e della risposta alle domande fondamentali sull’umanità e sul suo destino. Questa idea è fondamentale per il dialogo fra la Chiesa e la cultura moderna, e fra le scienze e la filosofia e la teologia e quindi anche un’idea fondamentale per il modo di pensare l’università e la sua funzione. L’iniziativa per questo nuovo Premio è venuta appunto dall’Università Francisco de Vitoria e la nostra Fondazione vi ha aderito volentieri, partecipando al lancio dell’iniziativa un anno fa, partecipando alla giuria per la scelta dei lavori vincitori e ora organizzando la cerimonia di premiazione qui a Roma, che avverrà domani pomeriggio presso l’Accademia delle Scienze. 
I lavori pervenuti entro il mese di aprile 2017 all’attenzione della Giuria internazionale – redatti in inglese o in spagnolo – sono stati 367, provenienti da 170 università di oltre 30 differenti Paesi. Vari e molto diversi gli argomenti dei lavori: scienze giuridiche, economiche e sociali; scienze della comunicazione; scienze fisiche, biologiche, ambientali, biomediche e della salute; ingegneria e architettura; scienze umanistiche, filosofia e teologia. Quattro i lavori vincitori scelti dalla Giuria, riunitasi a Madrid il 12 e il 13 luglio 2017 – due nella sezione “Ricerca” e due nella sezione “Docenza” – e due le menzioni onorifiche assegnate. 
I vincitori per la ricerca sono: Darcia Narvaez, dell’Università di Notre Dame (USA), con un lavoro su “Neurobiologia e sviluppo della moralità umana”, e Claudia Vanney – Juan Franck, dell’Universidad Austral di Buenos Aires, con un lavoro collettivo su “Determinismo o indeterminismo? Grandi domande dalla scienza alla filosofia”. I vincitori per la docenza sono: Michael Schuck – Nancy Tuchman – Michael Garanzini, della Loyola University di Chicago, per un testo online di formazione ecologica intitolato “Guarire la Terra” (Healing Earth); e Sarolta Laura Baritz, una suora domenicana di Budapest, per un programma di insegnamento sui “Principi sociali cristiani per l’economia” attuato presso il Sapientia College e l’Università Corvinus. Le menzioni speciali sono andate al Rev. Christopher Cook, anglicano, della Università di Durham per il “Master in Spiritualità, Teologia e Salute”, e ai due giovani professori di comunicazione dell’Università Francisco de Vitoria, Arturo Encinas Cantalapiedra e Alberto Oliván Tentorio, per il corso “Insegnare la narrativa dei videogiochi, o come narriamo le nostre vite attraverso i videogiochi”. 
Lascerò la parola per una presentazione un poco più ampia al Rettore magnifico dell’Università Francisco de Vitoria, Prof. Daniel Sada. 

Permettetemi però di osservare due cose importanti: 1) Il successo inaspettato incontrato dalla proposta: sono stati presentati oltre 300 lavori da oltre 30 paesi diversi. 2) La possibilità che si è venuta a costituire per sviluppare un collegamento e una rete fra i numerosissimi ricercatori che si sono manifestati interessati all’idea proposta dal Premio, e quindi il progetto di continuare, non solo con nuove edizioni del Premio, ma anche con lo sviluppo di piattaforme di dialogo fra i partecipanti, su cui sta già lavorando la Francisco de Vitoria e in cui certamente anche la Fondazione continuerà a collaborare. 
Quindi siete invitati domani pomeriggio all’Accademia delle Scienze, dove potrete conoscere personalmente i vincitori e comprendere anche più profondamente lo spirito e il senso di questo nuovo Premio. 
La seconda importante iniziativa è il già noto Premio Ratzinger, che giunge alla sua VII edizione. I premiati vengono proposti a Papa Francesco dal Comitato scientifico (costituito da 5 membri: i Cardd. Amato, Koch, Ravasi, S.E. Mons. Ladaria e da quest’anno il Vescovo di Regensburg, Mons. Voderholzer – che garantisce così il collegamento con l’Istituto Benedetto XVI di Regensburg). 
Quest’anno i premiati sono tre, come nel 2011, mentre negli anni seguenti erano stati due: 
Theodor Dieter (nato nel 1951). Teologo luterano tedesco. Professore (dal 1994) e Direttore (dal 1997) dell’Istituto per la Ricerca Ecumenica di Strasburgo. Fortemente impegnato nel dialogo ecumenico, ha svolto un ruolo di grande rilievo nella redazione e approvazione della “Dichiarazione congiunta sulla dottrina delle giustificazione” del 31.10.1999. Nel 2012 è stato Relatore sul dialogo cattolico-luterano nel corso dell’incontro a Castelgandolfo del Ratzinger-Schülerkreis, alla presenza di Benedetto XVI. 
Karl-Heinz Menke (nato nel 1950). Teologo e sacerdote cattolico tedesco. Professore emerito di Dogmatica e Propedeutica teologica alla Facoltà Teologica Cattolica dell’Università di Bonn. Membro di commissioni della Conferenza episcopale tedesca, ha al suo attivo numerose pubblicazioni teologiche. Profondo conoscitore del pensiero di Joseph Ratzinger, a cui ha dedicato vari studi. Dal settembre 2014 è stato nominato dal Papa Francesco membro per cinque anni della Commissione Teologica Internazionale. 
Arvo Pärt (nato nel 1935 a Paide, Estonia). Cristiano ortodosso, compositore musicale, dedito principalmente alla musica sacra, riconosciuto a livello internazionale. Insignito del dottorato honoris causa dal Pontificio Istituto di Musica Sacra ha partecipato alla Mostra su “Lo splendore della verità, bellezza della carità”, organizzata per il 60° di sacerdozio di Benedetto XVI eseguendo il “Padre Nostro” alla presenza del Pontefice. Nominato da Benedetto XVI membro del Pontificio Consiglio della Cultura nel dicembre del 2011. 
Faccio osservare due caratteristiche della scelta di quest’anno. A riprova dell’apertura ecumenica degli orizzonti del Premio, abbiamo un cattolico (il Prof. Menke), un luterano (il Prof. Dieter, nell’anno anniversario della Riforma), un ortodosso (il maestro Arvo Pärt). Abbiamo poi anche un allargamento dell’ambito delle attività dei premiati, che vengono a comprendere anche le arti: nel caso la musica di profonda ispirazione religiosa. L’apprezzamento di J. Ratzinger / Benedetto XVI per l’arte della musica e l’ispirazione altamente religiosa dell’arte musicale di Pärt, hanno fatto apparire giustificata l’attribuzione del Premio anche al di fuori dell’ambito più strettamente teologico. 
Per una presentazione più approfondita lascio la parola al Cardinale Ravasi. 
Il conferimento del Premio è previsto per il 18 novembre, giorno successivo alla conclusione di un grande Congresso presso la Università Gregoriana su San Bonaventura, in cui naturalmente si ricorderà anche la famosa dissertazione del giovane professore Ratzinger appunto su San Bonaventura, ora ripubblicata nell’Opera Omnia. Speriamo che, come nello scorso anno, possa essere lo stesso Papa Francesco a consegnare i Premi. 
La terza importante iniziativa è il VII Congresso internazionale di studio, che quest’anno viene organizzato insieme alla Università Cattolica di Costa Rica a San José di Costa Rica, a cavallo fra la fine di novembre e l’inizio di dicembre. E’ dedicato al tema attualissimo trattato dalla Enciclica Laudato sì, tenendo presente la continuità del magistero di Papa Francesco con quello di Benedetto XVI anche in questo campo specifico. Il tema è di grandissimo interesse nell’area latinoamericana e verrà trattato non solo dal punto di vista teorico, ma anche con il contributo di relatori esperti sul campo e con l’impegno per sviluppare un ampio progetto di indicatori che rendano misurabile la situazione ambientale e il suo evolversi, e così anche una fattiva collaborazione fra università – e in particolare Università cattoliche - in questo campo. Vedendo il programma e i relatori ci si può rendere conto del livello molto elevato dal punto di vista scientifico ed ecclesiale di questo Congresso, su cui lascio la parola all’animatore dell’iniziativa, il Rettore magnifico Dr Fernando Sánchez Campos, già ambasciatore di Costa Rica presso la Santa Sede. 
Come il Rettore fa notare, l’evento del Congresso suscita grande interesse in Costa Rica, dove la tematica ambientale è molto sentita: il Congresso è stato dichiarato evento di rilevanza nazionale. 
Faccio osservare che è prevista la partecipazione di ben tre cardinali: Ouellet, Hummes e Versaldi e delle autorità della Federazione delle Università cattoliche della regione e anche di quella Internazionale. Riteniamo di poter dare con questo Congresso un impulso nuovo e molto significativo alla collaborazione fra le università cattoliche della regione. Inoltre la proposta di un indice integrato per la misurazione della situazione ecologica in base ai criteri indicati nell’Enciclica e la costituzione di un Osservatorio che ne segua l’evoluzione utilizzando tale indice sono un’ipotesi di lavoro nuova, con cui il Congresso conta di dare un contributo originale in risposta all’appello di mobilitazione teorica e pratica lanciato dal Papa Francesco con la pubblicazione della sua Enciclica.

venerdì 21 luglio 2017

Opzione Benedetto



DI GIOVANNI MARCOTULLIO (ALETEIA)

In Italia non se ne parla se non in alcuni circoli, tanto esigui numericamente quanto dotati di attenzione e capacità di elaborazione, ma negli Stati Uniti sembra essere diventato un tormentone ecclesiale globale: sulla “Benedict Option” si scrivono saggi, si dibatte alla radio, in televisione, sui blog…
Praticamente ogni amico e contatto che ho mi ha mandato qualcosa sul libro – ha scritto il vescovo statunitense Robert Barron – e mi ha sollecitato a commentare.
Dunque al cuore del tema c’è un libro ben noto tra i cattolici a stelle e strisce: il suo autore è il saggista Rod Dreher e s’intitola “L’opzione Benedetto: una strategia per cristiani in una nazione post-cristiana”. Il titolo ha il pregio della chiarezza: si tratta della sopravvivenza del cristianesimo in quanto tale in seno a una società che sembra aver ripudiato il conio cristiano da cui pure è venuta fuori. Il cenno a “una nazione post-cristiana” non si riferisce genericamente a “cultura” [culture], “società” [society] o “civiltà” [civilization]: si parla degli Stati Uniti. Nulla di più naturale, quindi, che il dibattito sia centrale oltreoceano e marginale qui da noi.

Ma qual è dunque la tesi? Che strategia è quella della “Benedict Option”? Significa applicare all’esistenza storica dei cristiani un metodo di resilienza quanto alla dimensione pubblica (e dunque etica e politica) della fede. In poche parole: fanno leggi contrarie alla fede cristiana? La scuola viene impostata ideologicamente e non ti piace come rischiano di essere indottrinati i tuoi figli? Disapprovi in toto vel in parte il piano di destinazione delle risorse pubbliche approvato dal tuo governo e vedi che tutto questo non dipende da questo o da quel partito, perché ormai veramente tutti nutrono un’ostentata indifferenza (quando non un’acre ostilità) nei confronti delle religioni in genere e del cristianesimo in specie? Quello che devi fare è comportarti come si comportò san Benedetto (da Norcia) quando le invasioni barbariche devastarono quel poco che della civiltà classica era stato risparmiato dalla sua autonoma decadenza. Anzi, a dire il vero mi pare che la tesi di Dreher possa in generale sostanziarsi meglio riflettendo adeguatamente sulla decadenza di Roma che già aveva preceduto le migrazioni dei popoli. Sì, l’autore parla anche di un “declino di Roma” che andava gestito, ma fin dalle prime pagine traccia delle coordinate leggermente idealizzate dell’antichità classica anteriore al V-VI secolo d.C.:
Conosciamo pochi particolari della vita sociale di Roma sotto il dominio barbarico, ma la storia mostra che una generale perdita di morale segue lo scuotimento di un ordine sociale di lunga durata.
(p. 14)
Gli esempi che seguono riguardano Parigi nel primo dopoguerra del Novecento e la Russia post-sovietica, dunque non vanno a sostanziare il presente storico dell’asserto qui sopra riportato con delle considerazioni afferenti alla tardo-antichità. Ed è un peccato, perché nella sua esistenza millenaria Roma aveva sopportato e respinto più di una volta delle ondate migratorie, anche feroci: quelle che la colpirono tra il V e il VI secolo non la lasciarono in piedi, e sembra strano che le ragioni debbano ricercarsi tutte nella straordinaria “barbarie” degli invasori.
Ma si troveranno forse altri momenti per parlare del libro di Dreher in sé: una volta che ne abbiamo espressa la tesi fondamentale, per quanto in soldoni, trovo più interessante confrontarla con la ricezione qualificata che se ne dà nell’ambito cattolico nazionale. Così ho trovato interessante il commento offerto da Robert Barron, che oltre a essere un quotato comunicatore è pure vescovo ausiliare di Los Angeles, e dunque quando parla di secolarizzazione sa pure cosa dice.
La maggior parte della gente sotto i cinquant’anni – scrive dunque Barron su www.wordonfire.org – afferma attualmente che le proprie convinzioni morali non vengono dalla Bibbia, e gli interdetti tradizionali, specialmente riguardo al sesso e al matrimonio, vengono respinti con aggressività. […] Per Dreher, la decisione della Corte Suprema riguardo al matrimonio gay, la sentenza sul caso Obergefell v. Hodges, che ha sostanzialmente sganciato il matrimonio dalle sue fondamenta scritturistiche e morali, è la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Monsignor Barron afferma quindi che l’accentuazione di Dreher sul “gay marriage” non va intesa come un’ossessione dello studioso nei confronti delle persone omosessuali, ma è importante perché esprime la «convinzione, ormai comunissima, che la moralità sia fondamentalmente una faccenda di decisione personale e autorealizzazione». Il segnale in effetti è importante (ma vi si potrebbe riconoscere un punto di frattura con tutta la tradizione occidentale, anche precristiana, e non unicamente una manifestazione di ostilità al cristianesimo). L’ausiliare di Los Angeles ripercorre l’elenco delle proposte di Dreher per ravvivare la coscienza cristiana pur nel contesto dell’Occidente secolarizzato. I cristiani dovrebbero quindi creare strutture parallele per la resilienza culturale, come:
  • praticare la scuola domestica per i figli;
  • aprire “scuole di classicità cristiana”;
  • curare una più bella e più riverente arte della celebrazione liturgica;
  • ravvivare una più fervorosa pratica ascetica;
  • promuovere un più profondo studio biblico;
  • combattere la pornografia;
  • sfidare la tirannia dei nuovi media
e diverse altre cose. Tutte giuste e buone, a ben vedere. Anzi, qualcuno potrebbe comprensibilmente trovarle perfino ovvie, se non fosse che tanta confusione dilaga a più livelli degli stessi ambienti ecclesiali. Ma il problema è un altro, e Barron lo evidenzia col già collaudato nome di “dilemma tra identità e rilevanza”:
Più enfatizziamo l’unicità della cristianità, meno sembra che la fede parli alla cultura mainstream; e più enfatizziamo la connessione tra fede e cultura, meno incisiva la cristianità pare diventare.
Un paradosso niente male che però, avverte mons. Barron, riguarda l’essenza del cristianesimo nella storia (e dunque non è un riflesso accidentale di un’epoca, per quanto inedita sotto diversi aspetti).
La proposta del prelato è quella di ispirarsi a figure come quella di Giovanni Paolo II, che hanno saputo coniugare identità e dialogo con un’attività apostolica e una produzione culturale di primo rilievo. Dunque Barron non esclude la Benedict Option, e si capisce anche che sarebbe avventato farlo, da parte sua, laddove molti cattolici sembrano attualmente trovare in quella proposta uno strumento di elaborazione che, per quanto limitato, non può essere condannato senza arrecare danno (o anche scandalo) ad alcuni fedeli.
Altrettanto interessanti, però, sono pure le reazioni dei lettori del blog, che pur apprezzando la sintesi pastorale di Barron (del resto corroborata da un giudizio teologico equilibrato e prudente) non smettono di muovere in vario modo un’obiezione che sostanzialmente è questa: «Siate nel mondo ma non del mondo» è un precetto di Cristo, e dunque una formula che declini questo comando nel nostro contesto non deve essere condannata ma non può spacciarsi per una novità; d’altro canto il cristianesimo non è mai vissuto nelle catacombe neanche ai tempi delle catacombe, e resta non meno vero che anche quello di essere «sale della terra e luce del mondo» è un comando di Cristo.