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domenica 10 febbraio 2019

Le sette parole di Gesù in croce



Il libro. Anticipiamo uno stralcio dell’introduzione al libro Le sette parole di Gesù in croce (Brescia, Queriniana, 2019, pagine 288, euro 20). «Sono sette frasi brevissime — si legge nella quarta di copertina — simili a un soffio che esce dalle labbra aride di Gesù (...) Eppure, la loro densità è tale da aver sollecitato nei secoli un’imponente riflessione teologica e spirituale e da aver conquistato anche la cultura occidentale che in esse ha condensato il mistero universale dell’esistere, del soffrire, del morire e dello sperare».
(Gianfranco Ravasi) Ho iniziato a scrivere le pagine di questo libro il venerdì santo 30 marzo 2018, che, per una suggestiva coincidenza di calendari, era il 14 di Nisan e quindi a sera l’entrata nella Pasqua ebraica che aveva i suoi due giorni solenni il 31 marzo e domenica 1° aprile, incrociandosi così con la Pasqua cristiana.
Come in ogni anno, la liturgia cattolica ripropone la sequenza degli eventi che si svolsero a Gerusalemme in un arco cronologico compreso fra il 30 e il 33 del I secolo e che avevano come protagonista Gesù di Nazaret. È una forbice temporale che è stata modulata variamente dagli esegeti attraverso complesse e complicate analisi e calcoli cronologici. Se vogliamo optare, a titolo esemplificativo, per una di tali ipotesi, evochiamo quella che il neotestamentarista americano John P. Meier ha elaborato nel primo tomo del suo sterminato studio in più volumi sul Gesù storico, Un ebreo marginale, pubblicato nel 1991 (Queriniana 2001). Egli collocava il banchetto d’addio e la cena eucaristica di Gesù il giovedì sera 6 aprile dell’anno 30, il 14 di Nisan, «preparazione (parasceve)» della Pasqua ebraica.
Nella notte tra il 6 e il 7 aprile, dopo l’arresto, un processo preliminare veniva celebrato durante una riunione informale del Sinedrio; la sentenza ufficiale veniva, invece, emessa in un’altra seduta all’alba del venerdì 7 aprile. In quella stessa mattinata avveniva la consegna dell’imputato a Pilato che rendeva esecutiva la condanna a morte con la sua autorità di governatore imperiale. Torturato dal corpo di guardia, Gesù veniva condotto alla pena capitale per crocifissione sul colle del Golgota-Calvario.
Era il primo pomeriggio del 7 aprile 30. Dopo qualche ora l’uomo crocifisso si spegneva. Aveva circa 36 anni. Al di là di questa ricostruzione cronologica ipotetica, l’atto che si stava compiendo avrebbe assunto una portata fondamentale e universale nella storia. Certo, la documentazione decisiva è quella offerta dai quattro Vangeli; tuttavia una traccia è rimasta anche sulle carte «profane» di quello stesso periodo storico. È, infatti, d’obbligo citare un passo dell’opera Antichità giudaiche composta in greco dallo storico giudaico filoromano Giuseppe Flavio, nato a Gerusalemme attorno al 37/38 e morto a Roma dopo il 103. Ecco il suo testo così come è giunto a noi con evidenti interpolazioni cristiane, ma importante per la sostanza del nostro discorso. «Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio, se pur conviene chiamarlo uomo; infatti egli compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con gioia accolgono la verità, e convinse molti giudei e greci. Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo, lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. Infatti apparve loro il terzo giorno di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancora fino ad oggi non è scomparsa la tribù dei cristiani che da lui prende nome» (18, 63-64).
È abbastanza agevole individuare — in questo che è stato denominato il Testimonium Flavianum — tre eventuali glosse di mano cristiana nelle frasi: «se pur conviene chiamarlo uomo», «egli era il Cristo», «apparve loro il terzo giorno di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie». Sta di fatto che a pochi anni di distanza la morte di Gesù, sulla base della testimonianza della «tribù dei cristiani», costituiva un evento storico rilevante da registrare.
Ma c’è di più. Anche la storiografia romana ha accolto lo stesso dato riguardante la fine di Gesù attraverso uno dei suoi maggiori autori, Cornelio Tacito, vissuto tra il 55 e il 120 circa. Nei suoi Annali egli descrive l’incendio di Roma, che sospetta appiccato dallo stesso Nerone (come faranno anche gli altri storici Plinio il Vecchio e Svetonio), ma attribuito dall’imperatore ai cristiani romani. Nell’ampia descrizione di quell’evento tragico e della relativa crudele persecuzione cristiana, c’è un paragrafo che presenta i dati essenziali sulla fine di Gesù.
«Nerone dichiarò colpevoli e condannò ai tormenti più raffinati colora che il volgo chiamava crestiani, odiosi per le loro nefandezze. Essi prendevano nome da Cresto, che era stato condannato al supplizio ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio» (15, 44,2-3).
Pur in forma stringata, anche in questo passo il dato della morte di Gesù è confermato in modo puntuale a livello storico-politico con la menzione dell’imperatore e del governatore della provincia di Giudea (subito dopo, si cita appunto la Giudea come sede della «funesta superstizione» dei «crestiani»), mentre il termine supplicium designa una condanna a morte con tortura. All’interno della realtà della morte di Cristo narrata ampiamente dagli evangelisti e che è, quindi, annotata anche negli annali della storia romana classica, noi sceglieremo solo una serie di piccoli momenti drammatici, affidati a una manciata di parole del Crocifisso, le ultime che egli pronuncia mentre è inchiodato sulla croce e lentamente l’asfissia lo sta strangolando in un’agonia atroce. Si tratta, nella redazione greca dei Vangeli, di sole sette frasi composte di 41 parole, compresi gli articoli e le particelle. Esse hanno ricevuto una titolatura codificata: Le sette parole di Cristo in croce e sono state messe in sequenza secondo diverse enumerazioni (...) Curiosa è, poi, la disposizione concentrica e più libera secondo la quale sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (1548), al n. 297 — all’insegna dei «misteri compiuti sulla croce» — distribuisce le sette parole ultime di Gesù ponendo al centro di questo ideale «candelabro a sette bracci» la sete di Cristo, assunta nel suo valore metaforico di sete di salvezza dell’intera umanità. Ecco lo schema proposto da sant’Ignazio: «Disse in croce sette parole: pregò per quelli che lo crocifiggevano; perdonò il ladrone; affidò Giovanni a sua Madre e la Madre a Giovanni; disse ad alta voce “Ho sete”; e gli diedero fiele e aceto; disse che era abbandonato; disse: “È compiuto”; disse: “Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito”».

L'Osservatore romano, 9-10 febbraio 2019.

martedì 29 gennaio 2019

Lettere della tribolazione




Fonte di lucida speranza. La prefazione del Pontefice
Il libro. È in libreria, da martedì 29 gennaio, il libro di Jorge Mario Bergoglio - Francesco Lettere della tribolazione (Milano, Editrice Àncora, La Civiltà Cattolica, 2019, pagine 142, euro 16). In queste pagine pubblichiamo la prefazione del Papa, l’introduzione di padre Antonio Spadaro e stralci del contributo di padre Diego Fares, curatori del volume, e una riflessione del cardinale Gianfranco Ravasi.
Papa Francesco
Ricordo che quando sottoposi a padre Miguel Ángel Fiorito S.I. la bozza della prefazione che avevo scritto per la prima edizione delle Lettere della tribolazione, il Maestro — lo chiamavamo così perché lo era, e oggi resta tale, per come ha saputo formare una scuola di discernimento — mi chiese di sviluppare meglio l’ultimo paragrafo nel quale parlavo dell’importanza del fare ricorso all’accusa di se stessi (cf Esodo 48).
In quel punto si trattava del discernimento e di come affrontare bene la vergogna e la confusione che si fanno spazio quando il Maligno scatena una feroce persecuzione contro i figli della Chiesa. La risposta era quella di opporgli la sana vergogna e la confusione che l’infinita Misericordia del Signore e la sua Lealtà fanno provare a chi chiede perdono per i propri peccati. «Là c’è una grazia», mi disse. «La sviluppi!».
Trent’anni dopo siamo in un altro contesto, ma la Guerra è la stessa e appartiene soltanto al Signore. Queste Lettere sono «un trattato di discernimento in epoca di confusione e tribolazione», e la loro riedizione mi richiama con forza, insieme alle riflessioni degli altri compagni che sono incluse nel libro, a continuare ad assolvere quell’incarico che mi è stato dato dal Maestro — che adesso ha per me il sapore della profezia dell’anziano — di «sviluppare una grazia».
Sento che il Signore mi chiede di condividere di nuovo le Lettere della tribolazione. Di condividerle con tutti coloro che — in mezzo alla confusione che il padre della menzogna sa seminare nelle sue persecuzioni — si sentono decisi a combattere bene, liberi da quel vittimismo a cui siamo tentati di arrenderci. Esso, come sappiamo, nasconde in seno la molla della vendetta, e non fa altro se non alimentare quel male che vorrebbe eliminare.
Contro qualsiasi tentazione di confusione e di disfattismo fa bene tornare a sentire lo spirito paterno di coloro che ci hanno preceduto e che anima queste Lettere. Loro ci insegnano a scegliere la consolazione nei momenti di maggiore desolazione.
Raccomando di leggerle e di pregare con esse. Queste Lettere sono — lo sono state per molti in alcuni momenti particolari — vera fonte di mitezza, coraggio e lucida speranza.
8 novembre 2018

Per vincere la desolazione. L’introduzione di padre Antonio Spadaro
Nel Natale 1987 p. Jorge Mario Bergoglio firma una breve prefazione a una raccolta di otto lettere di due Prepositi generali della Compagnia di Gesù. Sette sono del padre Generale Lorenzo Ricci, scritte tra il 1758 e il 1773, e una del padre Generale Jan Roothaan, del 1831. Esse ci parlano di una grande tribolazione: la soppressione della Compagnia di Gesù. Infatti, con il breve apostolico Dominus ac Redemptor (21 luglio 1773) papa Clemente XIV aveva deciso di sopprimere l’Ordine come risultato di una serie di mosse politiche. Successivamente, nell’agosto 1814, nella cappella della congregazione dei nobili a Roma, papa Pio VII fece leggere la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum, con la quale la Compagnia di Gesù veniva ricostituita a tutti gli effetti.
L’allora p. Bergoglio nel 1986 — concluso il periodo da provinciale e poi rettore del collegio Massimo e parroco a San Miguel — si trasferì in Germania per un anno di studio. Tornato quindi a Buenos Aires, continuò i suoi studi e insegnò Teologia pastorale. Intanto la Compagnia di Gesù preparava la LXVI Congregazione dei Procuratori, che si tenne dal 27 settembre al 5 ottobre 1987. La Provincia argentina elesse Bergoglio «procuratore», inviandolo a Roma con il compito di riferire sullo stato della Provincia, di discutere con gli altri procuratori eletti dalle varie Province sulle condizioni della Compagnia e di votare sull’opportunità di indire una Congregazione Generale dell’Ordine.
Proprio in questo contesto Bergoglio decise di meditare e riproporre quelle lettere dei padri Ricci e Roothaan, perché, a suo giudizio, rilevanti e di attualità per la Compagnia. E per questo scrisse un testo di prefazione, firmato tre mesi dopo, poco più di tremila parole, metà delle quali in nota.
Prima di pubblicare il tutto aveva parlato e discusso il suo stesso testo con p. Miguel Ángel Fiorito, padre spirituale, e di fatto maestro e guida di una generazione di gesuiti.
Riproponiamo oggi questo testo, divenuto di fatto introvabile e pubblicato per la prima volta in italiano da La Civiltà Cattolica. Presentiamo pure le lettere dei Prepositi generali alle quali il testo di Bergoglio fa riferimento, traducendole dal latino perla prima volta.
Francesco non ha mancato in questi anni di fare riferimento a queste lettere e alle sue stesse riflessioni di allora. Esse, ad esempio, pur senza riferimenti espliciti, hanno chiaramente costituito la spina dorsale della sua importante omelia alla celebrazione dei Vespri nella chiesa del Gesù, nel 2014, in occasione del 200° anniversario della ricostituzione della Compagnia di Gesù.
L’occasione più recente è stata la conversazione privata avuta con i gesuiti durante il suo viaggio in Perú. In questa occasione Francesco ha affermato che le lettere dei padri Ricci e Roothaan «sono una meraviglia di criteri di discernimento, di criteri di azione per non lasciarsi risucchiare dalla desolazione istituzionale».
Ha fatto riferimento esplicito a esse anche quando ha parlato a sacerdoti, religiosi, religiose, consacrati e seminaristi a Santiago del Cile, il 16 gennaio 2018. In quell’occasione ha invitato a trovare la strada da seguire «nei momenti in cui il polverone delle persecuzioni, delle tribolazioni, dei dubbi e così via, si alza per avvenimenti culturali e storici» e la tentazione è quella di «fermarsi a ruminare la desolazione».
Chiaramente Francesco voleva dire alla Chiesa del Cile una parola in tempo di smarrimento e di «vortice di conflitti». Così come — sempre facendo riferimento a tali lettere — in quell'occasione ha parlato proprio di Pietro. Con la domanda: «Mi ami tu?», Gesù intendeva liberare Pietro dal «non accettare con serenità le contraddizioni o le critiche. Voleva liberarlo dalla tristezza e specialmente dal malumore. Con quella domanda, Gesù invita Pietro ad ascoltare il proprio cuore e imparare a discernere». Insomma, Gesù vuole evitare che Pietro diventi un distruttore, un caritatevole menzognero o un perplesso paralizzato. Gesù insiste, finché Pietro non gli dà una risposta realistica: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Giovanni 21, 17). Così Gesù lo conferma nella missione. E in questo modo Io fa diventare definitivamente suo apostolo.
Queste lettere e le riflessioni che le accompagnano sono rilevanti per capire come lo stesso Bergoglio senta di dover agire come successore di Pietro, cioè come Francesco.
Sono parole che egli dice oggi alla Chiesa, ripetendole innanzitutto a se stesso. E soprattutto sono parole che il Pontefice considera fondamentali oggi perché la Chiesa sia in grado di affrontare tempi di desolazione, di turbamento, di polemiche pretestuose e antievangeliche.
Quale il contesto delle «lettere della tribolazione» di oggi, proposte nella seconda parte di questo libro? Francesco, dopo il suo viaggio in Cile e Perú (15-22 gennaio 2018), rigettando la logica del «capro espiatorio», si è assunto in prima persona la responsabilità e la «vergogna» dello scandalo degli abusi su minori commessi da prelati in Cile, e della sua gestione. Con questo spirito, il Papa di ritorno a Roma ha costituito una commissione speciale, guidata da S.E. mons. Charles J. Scicluna, per ascoltare direttamente le testimonianze delle vittime e raccogliere documentazione.
A seguito della visita in Cile e della relazione di tale «missione speciale», papa Francesco, con una lettera datata 8 aprile 2018, ha convocato a Roma tutti i vescovi cileni «per dialogare sulle conclusioni della suddetta visita e sulle mie conclusioni». È proprio il breve scritto di trentun anni fa che ha generato questa nuova «lettera della tribolazione».
All’inizio dell’incontro, avvenuto effettivamente dal 15 al 17 maggio 2018, il Papa ha consegnato ai vescovi una nuova lettera di dieci pagine, di per sé non destinata alla divulgazione, ma resa poi nota dalla emittente cilena Tv 13. Noi ne offriamo qui una traduzione italiana curata da La Civiltà Cattolica.
Al termine dell’incontro Francesco ha consegnato ai vescovi un breve messaggio pubblico e ha loro affidato una lettera al «popolo di Dio pellegrino in Cile», qui presente in una traduzione italiana sempre a cura de La Civiltà Cattolica.
Chiude la seconda parte di questo libro la Lettera al popolo di Dio del 20 agosto 2018, pubblicata dopo la diffusione del rapporto sui casi di pedofilia nelle diocesi della Pennsylvania, negli Stati Uniti.
Lettere della tribolazione rappresenta un volume epistolare che si è formato nel tempo, generato nel confronto con situazioni difficili. Esso rivela molto di Francesco e del suo modo di affrontare il tempo della desolazione.
La lettura dei testi di Francesco è accompagnata da una solida guida alla lettura di due gesuiti: p. Diego Fares, de La Civiltà Cattolica, che conosce il Pontefice da molto tempo e che gli è stato accanto anche nei tempi di desolazione; e p. James Hanvey, dell’Università di Oxford, che ha scritto una acuta riflessione sulla Lettera al popolo di Dio circa gli abusi.
Ma lo stesso papa Francesco ha deciso di scrivere una sua prefazione a questo libro, per sottolineare il significato nel momento presente dei testi da lui proposti nell’ormai lontano 1987. «Sento che il Signore mi chiede di condividere di nuovo le Lettere», scrive. Conferma che le lettere dei padri Generali costituiscono un trattato di discernimento nei momenti di confusione e di angoscia ed esprime «lo spirito paterno di coloro che ci hanno preceduto e che [le] anima», invitandoci a cercare la consolazione.
Esse costituiscono così un tutt’uno con le altre cinque lettere scritte da Francesco oggi.
La prima idea di questa raccolta — sotto forma di ripubblicazione del libretto originale del 1987 — mi è venuta durante il volo di ritorno dal viaggio in Cile e Perú. Essa poi si è confermata alla luce delle «lettere della tribolazione» che il Pontefice ha scritto ai vescovi del Cile e al popolo di Dio. Essa ha preso corpo nel dialogo con p. Diego Fares, che ha composto gli apparati di commento, e ha infine ricevuto la sua approvazione finale dallo stesso Francesco l’8 novembre 2018, accompagnata dalla sua prefazione con la quale la offre non solo alla lettura, ma soprattutto alla preghiera.

La capacità di resistere al male. Di p. Diego Fares
Nelle Lettere della tribolazione Bergoglio trova alcuni rimedi per resistere a questo cattivo spirito senza restarne contagiati. In esse è contenuta la dottrina sulla tribolazione. «[Le lettere] costituiscono un trattato sulla tribolazione e sul modo di sopportarla».
Celebrando i Vespri nella chiesa del Gesù, il 27 settembre 2014, Francesco aveva detto: «Leggendo le lettere del p. Ricci, una cosa mi ha molto colpito: la sua capacità di non farsi imbrigliare da queste tentazioni e di proporre ai gesuiti, in tempo di tribolazione, una visione delle cose che li radicava ancora di più nella spiritualità della Compagnia».
Per contestualizzare tale scritto, aggiungiamo che la dottrina sul modo di sopportare le tentazioni e resistervi che Bergoglio espone nel breve prologo delle Lettere viene completata da altri due testi, formando così una trilogia: un testo antecedente, La acusación de si mismo, pubblicato per la prima volta nel 1984; e un altro, scritto nei primi mesi dopo il trasferimento alla Residenza di Córdoba, intitolato Silencio y palabra.
Anzitutto va detto che le Cartas non sono un’elaborazione astratta di criteri spirituali, ma piuttosto la fonte e il frutto di un atteggiamento che ha condotto un’intera istituzione — la Compagnia di Gesù — ad accettare la propria soppressione (che causò la morte di molti gesuiti) in obbedienza alla Chiesa, senza rendere male per male ad alcuno.
Questo atteggiamento paradigmatico di una «grande persecuzione» fornisce una cornice spirituale per affrontarne qualsiasi altra. Esso segue lo spirito della Prima lettera di Pietro di non meravigliarsi dell'incendio che si scatena (cfr. 1 Pietro 4, 12) quando c’è una persecuzione. L’atteggiamento è quello della Lettera agli Ebrei, che ricorda che non abbiamo «ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato» (Lettera agli Ebrei 12, 4).
Nell’atteggiamento di paternità spirituale di quei Prepositi generali della Compagnia di Gesù Bergoglio vede il rimedio più efficace al rischio che si cada nel vittimismo di esagerare le persecuzioni. La paternità che si impegna ad aver cura del grano e non strappa prematuramente la zizzania è rimedio che «protegge il corpo dalla disperazione e dallo sradicamento spirituale». Tuttavia, non lo fa frapponendosi a difesa dai colpi esterni, ma come il padre che aiuta i suoi figli ad «assumere un atteggiamento di discernimento» che permetta loro di difendersi da sé.
L’effetto più devastante dello «spirito di accanimento», che se la prende con la carne del più debole, si produce nel popolo fedele di Dio: ricade sui semplici e sui piccoli che, nel vedere questa ferocia scatenata contro i figli più deboli, e spesso contro i migliori, sperimentano l’abbandono, lo sconforto e il senso di sradicamento. Pertanto, l'atteggiamento paterno consiste nel prodigarsi affinché i piccoli non vengano scandalizzati. È stata questa la principale preoccupazione del Signore quando è giunta l’ora della sua Passione: pregare il Padre e far sì che i suoi non restassero scandalizzati.
I rimedi contro lo spirito di accanimento non cercano di «vincere il male con il male»: ciò significherebbe restare contagiati dalla sua dinamica. Puntano invece a rafforzare la nostra capacità di «resistere al male», trovando modi per sopportare la tribolazione senza venir meno. Questa resistenza al male è del tutto diversa da quell’altro tipo di resistenza, nei confronti dello Spirito, che il demonio pratica e provoca istigando all'accanimento. Vediamone le caratteristiche.
In alcuni casi la resistenza alla persecuzione consisterà nel «fuggire in Egitto», come fece san Giuseppe per salvare il Bambino e sua Madre: «Dobbiamo tenere sempre un “Egitto” a portata di mano — anche nel nostro cuore —, per umiliarci e autoesiliarci di fronte all'eccesso di un diffidente» che ci perseguita. Dunque, la prima resistenza consiste nel ritrarsi, nel non reagire attaccando o seguendo l’istinto di un’opposizione diretta. Il ricorso a questo luogo del cuore in cui ci si può sempre esiliare, quando ci insegue un qualche Erode, è fonte della pace che il Signore ha dato a Bergoglio quando questi ha capito che sarebbe stato eletto Papa. È stato lo stesso Pontefice a raccontarlo più di una volta, chiedendo preghiere affinché questa pace non gli venga mai tolta.
Tuttavia, in altri casi la resistenza consisterà nell’affrontare il cattivo spirito a viso aperto, dando testimonianza pubblica della verità con dolcezza e fermezza. Su questo punto Bergoglio-Francesco manifesta una grazia speciale, che è — per dirlo in modo semplice — quella di «far venir fuori il cattivo spirito», che così si rivela. Quando la tentazione si basa su una mezza verità, è molto difficile riuscire a fare luce e chiarire le cose per via intellettuale. «Come essere di aiuto in tali circostanze?», si domandava Bergoglio in Silenzio e parola. «Bisogna fare in modo che si manifesti lo spirito malvagio», e l’unico modo perché ciò avvenga è «fare posto» a Dio, perché Gesù è l’unico che può indurre il demonio a scoprirsi: «Esiste un solo modo per “fare posto” a Dio, e questo modo ce l’ha insegnato Lui stesso: l’umiliazione, la kenosis (Filippesi 2,5-11). Tacere, pregare, umiliarsi».
«Più che sulla “luce” — afferma Bergoglio —, bisogna puntare sul “tempo”. Mi spiego: la luce del Demonio è forte, però dura poco (come il flash di una macchina fotografica), mentre la luce di Dio è mite, umile, non si impone ma si offre, e dura molto. Bisogna saper aspettare, pregando e chiedendo l’intervento dello Spirito Santo, affinché passi il tempo di quella luce così forte».
Didascalia: Jacob Symonz Pynas, «Paolo e Barnaba a Listra» (XVII secolo)
nnLa paradossale beatitudine e l’esaltante itinerario di salvezza di coloro che sono tribolati
Dall’abisso all’aurora di una nuova era. Card. Gianfraco Ravasi
Per eleggere papa il figlio del medico di Sant’Angelo di Romagna, Giovan Vincenzo Antonio Ganganelli, ci vollero ben 185 scrutini. Alla fine questo francescano conventuale, primo pontefice di origine borghese e non popolare o aristocratica, saliva sulla cattedra di Pietro a 64 anni col nome di Clemente XIV. Era il 1769 e di lì a poco sarebbe stato l’artefice di un’opera che sarà continuata dal suo successore Pio IV, l’allestimento dell’imponente raccolta artistica greco-romana del Museo Vaticano Pio-Clementino. Quattro anni dopo, il 21 luglio 1773, malvolentieri e sotto forti pressioni politiche esterne soprattutto del re di Spagna, emetteva il “breve” Dominus ac Redemptor che lo rende una figura un po’ imbarazzante ai nostri giorni segnati da un papa gesuita: aboliva la Compagnia di Gesù. L’anno successivo, il 1774, moriva forse di cancro, e subito attorno alla sua salma aleggiava una leggenda nera double face: avvelenato dai gesuiti oppure punito da Dio per aver soppresso quell’Ordine? Egli ora incombe possente col braccio elevato e puntato verso un orizzonte lontano nel monumento funebre che Antonio Canova gli dedicò nella basilica dei Ss. Apostoli a Roma.
Vorremmo ora idealmente far risuonare la sua voce, considerandola un po’ come l’ideale vertice tematico dell’importante e per certi versi sorprendente sequenza delle Lettere della tribolazione. Evochiamo, infatti, le parole centrali di quel breve papale che cancellava un’istituzione ecclesiale così decisiva nella storia degli ultimi secoli: «Con ben maturo consiglio, di certa scienza, e con la pienezza dell’Apostolica Potestà, estinguiamo e sopprimiamo la più volte citata Società, e annulliamo ed aboliamo tutti e singoli gli uffici di essa, i ministeri e le amministrazioni, le case, le scuole, i collegi, gli ospizi, e qualunque altro luogo esistente in qualsivoglia provincia, regno, e signoria, e in qualunque modo appartenente alla medesima; i suoi statuti, costumi, consuetudini, decreti, costituzioni, quantunque corroborate da giuramento, da apostolica approvazione, o in altra guisa, e tutti e singoli i privilegi e gl’indulti generali o speciali […]».
«Quindi Noi dichiariamo che rimanga annullata in perpetuo ed assolutamente estinta tutta e qualunque autorità del Preposito generale, dei provinciali, dei visitatori e degli altri superiori di detta Società, tanto nelle cose spirituali che nelle temporali […] Con la presente proibiamo, che nessuno in avvenire sia ricevuto nella suddetta Società, ed ammesso alla vestizione e al noviziato [..] Vogliamo, comandiamo, ordiniamo che coloro che attualmente sono nel noviziato, subito, prontamente, immediatamente e di fatto siano licenziati; e in egual modo proibiamo che coloro che fecero la professione dei voti semplici, e che fin qui non sono stati promossi ad alcun ordine sacro, possano essere promossi agli stessi ordini maggiori» (Dominus ac Redemptor n. 25).
Bisognerà attendere il 7 agosto 1814 quando Papa Pio VII — il cesenate Barnaba Chiaramonti, eletto il 14 marzo 1800 dopo un conclave durato ben 104 giorni a Venezia — con la bolla Sollicitudo omnium porrà il suggello a questo lungo inverno della Compagnia di Gesù, durato 41 anni, per ricostituirla nella sua piena dignità e operosità. Il corpus centrale dell’opera che ora viene proposta accoglie otto lettere dei Prepositi generali che, in quell’arco storico travagliato e in quello immediatamente successivo, rivelano l’amarezza e le speranze della loro anima sotto il cielo cupo della “tribolazione”.
Sotto questo stesso cielo spesso ci ritroviamo, per ragioni diverse, anche nel presente. Si aggiungono, così, altre cinque lettere: a scriverle è Papa Francesco, che da semplice gesuita nel 1986 aveva curato l’edizione delle otto testimonianze del passato, per cui questo libro può essere considerato in un certo senso tutto suo nella forma più personale e diretta. Ora le nubi s’addensano sull’orizzonte stesso della Chiesa e vorticano attorno alla «ferita aperta, dolorosa e complessa della pedofilia» e alla lugubre «cultura dell’abuso». Permane, perciò, ancora viva e intatta quella parola riassuntiva ed emblematica, tribolazione. Ed è su di essa che noi desideriamo sostare perché appartiene alla stessa sorgente della nostra fede, la Parola di Dio, così come si è espressa nel Nuovo Testamento.
«Dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (Atti 14, 22). È questa, infatti, la confessione che già pronunciano Paolo e Barnaba dopo un loro tour missionario in una regione centrale dell’attuale Turchia ove l’Apostolo aveva subito anche un tentativo di lapidazione. Nel cuore di quella frase c’è appunto la parola che regge il titolo e sintetizza l’epistolario raccolto nel volume: è il termine greco thlípsis che nel Nuovo Testamento risuona ben 45 volte e che è di solito tradotto col nostro vocabolo “tribolazione”. Quest’ultimo curiosamente ha alla base il verbo “trebbiare”, usato in senso metaforico, perché è come essere straziati nel corpo e nello spirito da un erpice. Anche il parallelo greco rimanda al verbo thlíbô che significa “pigiare, calcare, premere”, proprio come accade agli acini d’uva pestati nel tino, così che coli come sangue il vino.
Possiamo, perciò, idealmente sovrapporre la “tribolazione” biblica a quella vissuta dai tanti testimoni-martiri dei secoli cristiani, tra i quali appunto i gesuiti di quelle lettere. Anzi, si potrebbe persino elaborare una teologia della tribolazione che ha in Cristo sia il modello, sia la meta da raggiungere, come si afferma in un celebre (e non sempre correttamente inteso) passo della Lettera ai Colossesi: «Sono lieto nelle tribolazioni che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (1, 24). Non è un completare la passione redentrice di Cristo che in sé è perfetta e piena, ma è un riprodurla nella propria vita attraverso un itinerario di sofferenze e di testimonianze che durerà per l’intera esistenza.
Infatti, ribadisce l’Apostolo ai cristiani di Roma, «se siamo figli, eredi di Dio e coeredi di Cristo, dobbiamo davvero prendere parte alle sue tribolazioni per partecipare alla sua gloria» (8, 17). È una «comunione con Cristo nelle tribolazioni», come ripeterà Paolo ai Filippesi (3, 10), con la certezza che «egli ci consola in ogni nostra tribolazione» (2 Corinzi 1, 4). Questa affermazione è una sorta di leit-motiv che echeggia in molti passi paolini e che è ricalcato nelle lettere qui raccolte. È per questo che si esalta la paradossale beatitudine del tribolato, perché «il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria» (2 Corinzi 4, 17). Infatti, «le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura», per cui «noi ci vantiamo nelle tribolazioni» (Romani 8, 18; 5, 3).
È noto che tutta la trama dell’esperienza dell’Apostolo e dei primi cristiani è costellata di sofferenze e persecuzioni, è persino striata di sangue. È ciò che già Gesù annunciava — sia pure in negativo — nella parabola del seme che cade nel terreno accidentato della storia: esso è il simbolo di coloro che sono «incostanti e che, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno» (Marco 4, 17). San Paolo, evocando il suo rapporto pastorale tormentato coi cristiani di Corinto (non ci sono solo le tribolazioni delle persecuzioni esterne ma anche i travagli interni), non esita a elencare un flusso ininterrotto, quasi litanico, di prove di ogni genere da lui subite nel suo impegno missionario (2 Corinzi 11). È convinto, infatti, che «siamo tribolati da ogni parte: battaglie all’esterno, timori all’interno» (7, 6).
E la tribolazione patita per il Vangelo è una sorta di vessillo di amore, come ancora dichiara ai Corinzi: «Vi ho scritto in un momento di grande tribolazione e col cuore angosciato, tra molte lacrime, perché conosciate l’amore che nutro particolarmente per voi» (2, 4). Tuttavia rimane insediata sempre nel cuore quella promessa che Gesù aveva fatto ai suoi discepoli nell’ultima sera della sua vita terrena nel Cenacolo: «Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Giovanni 16, 33). Lo sguardo che il discepolo rivolge quando è attanagliato dalle prove è, perciò, proteso in avanti verso un orizzonte più alto, quello che i teologi definiscono come escatologico.
Cristo stesso l’aveva anticipato in un suo discorso, detto appunto “escatologico”, nel quale faceva balenare l’idea che nelle ultime battute della storia umana ci sarebbe stata una sorta di epifania ultima del Maligno, un estremo dibattersi del mostro del male. È la «grande tribolazione», la suprema prova finale che separerà giusti e ingiusti nei confronti del regno di Dio: «Vi sarà allora una tribolazione grande, quale non vi è mai stata dall’inizio del mondo fino ad ora, né mai più vi sarà… Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno  dal cielo e le potenze dei cieli  saranno sconvolte» (Matteo 24, 21.29). Si tratta di un segno, espresso col linguaggio della letteratura apocalittica di allora, che presenta la meta ultima della storia non come un abisso oscuro ma come il sorgere dell’aurora di una nuova era trascendente, che comprende il giudizio e la vittoria sul male.
In questa luce è emblematico il libro dell’Apocalisse. L’autore è consapevole che la Chiesa sta vivendo un tempo di “tribolazione” con la crisi interna delle varie comunità e con la persecuzione esterna dell’imperatore Domiziano. Eppure egli è altrettanto sicuro che essa durerà simbolicamente solo «dieci giorni» (2, 10), cioè sarà nel perimetro di un tempo storico limitato, in attesa di approdare all’eterno della Gerusalemme nuova e perfetta. Certo, quest’ultimo libro della Bibbia è legato alla concretezza di una Chiesa in crisi, ma la sua parola di speranza varca i confini delle difficoltà presenti per cercare il senso definitivo degli eventi umani e dell’intero essere. Il Cristo, raffigurato sotto il simbolo biblico dell’Agnello, vuole aprire e rendere leggibile, attraverso la sua «apocalisse-rivelazione», il rotolo sigillato della storia nel suo significato ultimo: più che rivolgersi alla fine del mondo, l’Apocalisse s’interroga sul fine del mondo e della storia.
Essa è, quindi, il libro del presente e del futuro, della tribolazione e della speranza, della paura e della gioia, del giudizio e della gloria, della Gerusalemme storica, che ospita anche la sanguinaria Babilonia, e della Gerusalemme nuova e santa. In un suo discorso-saggio sull’Apocalisse (1984) il regista russo Andrej Tarkovski, che sognava di poter realizzare un film su quest’opera biblica, dichiarava: «L’Apocalisse è forse la più grande creazione poetica che sia mai esistita sulla terra… Essa è, in ultima analisi, un racconto del nostro destino. Ma sarebbe sbagliato pensare che l’Apocalisse contenga soltanto l’idea della punizione. Forse la cosa più importante in essa contenuta è la speranza». Proprio per questo, come scriveva Victor Hugo, «ogni uomo ha in sé la sua Patmos. È libero di andare su questo spaventoso promontorio del pensiero da dove si percepiscono le tenebre», ma da dove si vede sorgere il sole dell’alba in un giorno che non conoscerà più la notte, in cui non ci sarà più bisogno di lucerne «perché il Signore Dio ci illuminerà e regneremo nei secoli dei secoli» (22, 5).
L'Osservatore Romano

mercoledì 14 marzo 2018

Dodî lî wa’anî lô ’anî ledodî wedodî lî.... E ho detto tutto!


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Salvador Dalì, Cantico dei Cantici

Il mio amato è mio e io sono sua.
Dodî lî wa’anî lô ’anî ledodî wedodî lî.

«Non c’è nulla di più bello del Cantico dei cantici»: queste parole sono pronunziate da uno dei personaggi de L’uomo senza qualità, il capolavoro di Robert Musil, lo scrittore austriaco morto nel 1942, grande testimone della crisi europea del Novecento. Esse esprimono l’ammirazione incondizionata che ha goduto questo libretto biblico di sole 1250 parole ebraiche. Un poemetto che ha meritato appunto il titolo di Shir hasshirimCantico dei cantici, un modo semitico per esprimere il superlativo: il “cantico” per eccellenza, il “canto sublime” dell’amore e della vita.
Il massimo teologo protestante del Novecento, Karl Barth, non aveva esitato a definire questo scritto «la magna charta dell’umanità». Eppure questa «charta» del nostro essere uomini capaci di amare, di godere ma anche di soffrire, non è sempre stata letta in modo uniforme perché le sue sfaccettature sono molteplici e variegate come quelle di una pietra preziosa. Sembra aver ragione un antico rabbino, Saadia ben Joseph (882-942), il quale comparava il Cantico a una serratura di cui si è persa la chiave: per aprirla si devono moltiplicare i tentativi.
La chiave indispensabile per schiudere questo scrigno è, però, come spesso accade, la più immediata. Per comprendere il senso fondamentale di questo libro in cui Dio parla il linguaggio degli innamorati, è necessario usare la chiave delle sue parole poetiche, cioè di quello che un tempo si era soliti definire il senso letterale. Infatti l’opera raccoglie il gioioso dialogo di due persone che si amano, che si chiamano per 31 volte dodî, “amato mio”, un vezzeggiativo molto simile a quei nomignoli che gli innamorati si coniano segretamente per interpellarsi.
Nel Cantico la donna e l’uomo trovano tutta la freschezza e l’intensità di una relazione che essi stessi vivono e sperimentano attraverso l’eterno miracolo dell’amore. È una relazione intima e personale, costruita sui pronomi personali e sui possessivi di prima e seconda persona: «mio/tuo», «io/tu». La sigla spirituale e “musicale” del Cantico è in quella folgorante esclamazione della donna: dodî lî wa’anî lô, «il mio amato è mio e io sono sua» (2, 16). Esclamazione reiterata e variata in 6, 3: ’anî ledodî wedodî lî, «io sono del mio amato e il mio amato è mio». È la formula della pura reciprocità, della mutua appartenenza, della donazione vicendevole e senza riserve.
Questa perfetta intimità passa attraverso tre gradi. Conosce la bipolarità sessuale che è vista come “immagine” di Dio e realtà «molto buona/bella», secondo la Genesi (1, 27 e 31), cioè rappresentazione viva del Creatore attraverso la capacità generativa e di amore della coppia. Ma la sessualità da sola è meramente fisica. L’uomo può salire a un grado superiore intuendo nel sesso l’eros, cioè il fascino della bellezza, l’estetica del corpo, l’armonia della creatura, la tenerezza dei sentimenti. Con l’eros, però, i due esseri restano ancora un po’ “oggetto”, esterni l’uno all’altro.
È solo con la terza tappa, quella dell’amore, che scatta la comunione umana piena che illumina e trasfigura sessualità ed eros. E sono soltanto la donna e l’uomo fra tutti gli esseri viventi che possono percorrere tutte queste tappe giungendo alla perfezione dell’intimità, del dialogo, della donazione d’amore totale.
Il primo piano di lettura che dobbiamo adottare per percorrere questo incantevole spartito poetico è, dunque, quello nuziale, naturalmente con tutti i colori e i simboli dell’oriente. Nel 1873 il console di Prussia a Damasco, Johann Gottfried Wetzstein, aveva tentato di confrontare le cerimonie nuziali dei beduini e dei contadini siriani con quelle che sono citate nel Cantico: feste di sette giorni, incoronazione dello sposo e della sposa col titolo di re e di regina (nel Cantico l’amato è talora identificato col re Salomone); il tavolo nuziale detto “trono”, la danza dei “due campi” (vedi 7, 1), inni descrittivi della bellezza fisica della sposa e della potenza dello sposo.
Nel Cantico è in scena, quindi, l’amore tenero, “primaverile”, presente non solo nella coppia bella di due giovani innamorati ma, potremmo dire, anche nell’immutata tenerezza di una coppia anziana ancora innamorata. Un primato è assegnato soprattutto alla femminilità perché nel Cantico la donna è più protagonista dell’uomo, nonostante il sedimentato maschilismo dell’oriente da cui l’opera proviene.
Significativa per il nostro tema è l’attenzione riservata al volto dei due innamorati. Certo, tutto il corpo — inteso come segno di comunicazione — è coinvolto nel poema: ci sono le braccia, la mano e le dita, il cuore, il seno, il ventre, i fianchi, l’ombelico, le gambe, i piedi, le carezze, la pelle scura. Ma centrale è il volto, descritto in tutti i suoi tratti: dal capo al collo, dalle guance agli occhi, dalla bocca alle labbra, dal palato ai denti, dai capelli fino ai riccioli. È il volto il segno più vivo e autentico del dialogo, dell’incontro, della comunione di vita, pensiero e sentimento.
Il Cantico è, poi, un inno continuo alla gioia di vivere: quando il cielo è spento dalle nuvole — scriveva Paul Claudel — la superficie di un lago è piatta e metallica; quando brilla il sole essa si trasforma in uno specchio mirabile delle tinte del cielo e della terra. Così, infatti, è della vita dell’uomo quando si accende l’amore: il panorama è sempre lo stesso, il lavoro è sempre monotono e alienante, le città anonime e fredde, i giorni identici l’un l’altro; eppure l’amore tutto trasfigura e allora si ama e si vede tutto con occhi diversi perché l’uomo sa che alla sera incontrerà la sua donna.
L’amore umano, però, conosce anche la crisi, l’assenza, la paura, il silenzio, la solitudine. Ci sono nel Cantico due scene notturne (3, 1-5 e 5, 2 - 6, 3) piene di tensione in cui l’uomo e la sua donna sono lontani e si cercano disperatamente senza ritrovarsi. L’apice del poema biblico è in 8, 6 ove si mette in tensione dialettica amore e morte: «Potente come la morte è amore, / inesorabile come gli inferi la passione: / le sue scintille sono scintille ardenti, / una fiamma del Signore» (curiosamente è l’unico verso del Cantico in cui risuoni il nome divino Jah/Jhwh). In quel duello estremo il poeta sacro è certo che l’amore debba prevalere, come Dio è vincitore della morte e del male.
Il Cantico è, quindi, prima di tutto la celebrazione dell’amore umano e del matrimonio. Tuttavia, in questo amore il poeta biblico intravede quasi un seme dell’amore eterno e perfetto con cui Dio ama la sua creatura. Non dimentichiamo, infatti, che già il profeta Osea nell’viii secolo prima dell’era cristiana, aveva usato la sua drammatica esperienza matrimoniale e familiare trasformandola in una parabola dell’amore di Dio per il suo popolo Israele (Osea, 1-3). Questa trasmutazione tematico-simbolica appare implicitamente anche nel Cantico.
All’interno dell’amore umano — e non prescindendo da esso, come si è fatto invece nella cosiddetta lettura “allegorica” che ha ridotto il Cantico a una larva spiritualeggiante — dobbiamo cogliere un segno ulteriore, quello dell’amore trascendente di Dio per la sua creatura. È il secondo livello interpretativo attraverso il quale il Cantico è diventato anche il testo della mistica cristiana: citiamo solo i Pensieri sull’amore di Dio di santa Teresa d’Avila e quel capolavoro letterario e mistico che è il Cantico spirituale di san Giovanni della Croce, che si alimentano al Cantico dei cantici.
La rappresentazione plastica più famosa di questo intreccio spirituale potrebbe essere l’Estasi di santa Teresa del Bernini nella chiesa romana di Santa Maria della Vittoria: un angelo lancia la freccia dell’amore divino verso la santa che è immersa in un’estasi fisica e interiore di altissima intensità, spirituale e sensuale. La vergine amante si abbandona a Dio attraverso un amore incandescente che pervade tutto l’essere, anche fisico.
È, questo, tra l’altro un filo tematico che corre nella stessa Bibbia: oltre ai già citati capitoli 1-3 del profeta Osea, si leggano il capitolo 16 del profeta Ezechiele, certe tenerissime pagine di Isaia (54, 1-8 e 61, 10-62, 5), e anche l’appello che Paolo ha indirizzato agli Efesini: «I mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, perché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!» (5, 28-32).
Ma nella Bibbia il testo che maggiormente fa risplendere la meraviglia dell’amore umano e il suo valore di segno teologico è proprio il Cantico. Dio, infatti, come insegna la prima lettera di san Giovanni, «è amore». Un antico testo giudaico commentava così il viaggio di Israele nel deserto del Sinai: «Il Signore venne dal Sinai per accogliere Israele come un fidanzato va incontro alla sua fidanzata, come uno sposo abbraccia la sua sposa».
Il Cantico, quindi, deve accompagnare gli innamorati nelle tappe oscure e serene, nel riso e nelle lacrime di quella stupenda vicenda che è il loro amore. Ma il Cantico è nella sua meta terminale la figura suprema dell’amore tra Dio e la sua creatura, per cui esso diventa un testo capitale soprattutto per tutti i credenti. Perciò, aveva ragione il grande scrittore cristiano del iii secolo Origene di Alessandria quando scriveva: «Beato chi comprende e canta i cantici delle Sacre Scritture! Ma ben più beato chi canta e comprende il Cantico dei cantici
Gianfranco Ravasi

giovedì 19 ottobre 2017

Lasciare le chat e riscoprire le relazioni



"Il cambio di cultura deve avvenire tra i giovani Devono lasciare le chat e riscoprire le relazioni"
La Stampa

(Andrea Tornielli) Il cardinale Ravasi: il mondo maschile non è ancora sensibile al problema. «Contro i femminicidi non serve l' educazione sessuale, perché i ragazzi di oggi sanno già tutto. Serve un' educazione culturale». Il cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, parla avendo ancora davanti agli occhi le domande emerse dagli studenti delle scuole romane nei due incontri del Cortile dei Gentili dedicato al tema della violenza sulle donne. Perché in un' epoca sempre più attenta alla parità fra uomo e donna assistiamo a questi sfoghi di violenza? 
«Il livello di omicidi in Italia è tra i più bassi del mondo, ma è tra i più alti, invece, il livello dei femminicidi. Significa che all' origine c' è un elemento culturale, legato al maschilismo e a una società che considerava la donna come un essere inferiore. Ricordiamoci poi che solo negli Anni 80 in Italia è stato abolito il delitto d' onore». Quali sono le origini del fenomeno? «Già Martin Buber osservava che esistono due tipi di relazioni: quella "io-tu" e quella "io-esso". Nella prima, l' altra persona è un "tu". Nella seconda, l' altro è un oggetto. Nel femminicidio il maschio considera la donna, il suo "esso", non vuole che qualcuno gli strappi ciò che considera un suo possesso. È la "cosificazione" della persona, ridotta a oggetto. Ciò è favorito da una perversione della categoria sesso. Nella nostra natura umana sono insiti tre livelli di rapporto: il primo è quello sessuale, fondamentale e istintivo. Poi c' è quello dell' eros, che comincia a essere una realtà non più solo istintuale e animale: la scoperta della bellezza, della tenerezza, della fantasia. Il terzo, che chiamiamo amore, è squisitamente umano ed è al livello più alto. È ancora così per le giovani generazioni? «La cultura contemporanea ha semplificato questi livelli. I ragazzi hanno rapporti sessuali a 14-15 anni. Magari c' è un barlume di affetto, ma inserito in una serie di esperienze di possesso. L' idea di possesso ce l' hanno nel cervello. Quando sono innamorati, la relazione normale avviene attraverso i messaggi con lo smartphone, con relazioni fredde. Bisogna insegnare ai ragazzi la tenerezza, che fa parte dell' eros, e i sentimenti, perché non vivano solo il possesso. Fino a qualche anno fa, nella relazione interpersonale tradizionale c' era contatto di sguardi, di colori, di odori. Oggi la relazione avviene nelle chat. È il problema del transumanesimo. Non serve l' educazione sessuale perché i ragazzi sanno già tutto. Serve un' educazione culturale, non solo psicologica. Uno dei prodromi del femminicidio è il non essere mai capace di considerare l' altro come un pianeta a sé, che ha una sua autonomia, e non una cosa da possedere». Quando accadono questi fatti di cronaca si discute molto. E poi? «Ci sono le analisi e i dati dei sociologici. Manca il punto di vista antropologico. Fa paura la domanda sul perché, sulle cause profonde. Qui c' entra il discorso del peccato e della libertà della persona. Come leggiamo nel romanzo "Sonata a Kreutzer" di Tolstoj: quando non custodisci il sentimento, puoi trapassare dall' amore all' odio. E ci sono casi in cui il mistero del male è evidentissimo: pensiamo alla perversione di uccidere la figlia della propria ex compagna per provocarle un dolore indicibile, com nel recente assassinio di Nicolina». Come si può cercare di invertire questa tendenza? Qual è il ruolo della cultura? «È mutato l' ambiente, l' atmosfera che respiriamo. Anche se ci sono agenzie educative come la scuola o la Chiesa, è difficile creare un' atmosfera diversa: come fai a insegnare ai ragazzi ad avere una relazione vera? La cultura contemporanea non dà questo aiuto, e il web va in tutt' altra direzione, veicolando violenza. Ma non ci si deve rassegnare: cultura e comunicazione non dovrebbero limitarsi a registrare i fatti di cronaca, ma riflettere in profondità. La cultura qualcosa di più potrebbe fare». Papa Francesco insiste sulla valorizzazione della donna nella Chiesa: a che punto siamo? «In passato non è stato fatto molto. È interessante ribadire la funzione di Maria. Il Papa ha detto una cosa rilevante superando la logica "clericale" che sta alla base anche della richiesta del sacerdozio femminile: ha ricordato che nella Pentecoste ci sono gli apostoli - i vescovi - ma al centro c' è Maria, che non è sacerdote, ma conta più di tutti loro. Bisogna scoprire la funzione "gerarchica" di Maria e, per analogia, anche quella della presenza femminile nella Chiesa. C' è poi la Maddalena, una santa calunniata perché considerata una prostituta (mentre il Vangelo in realtà non dice che lo fosse): nella Chiesa dovrebbe esserci uno spazio alto, rilevante, per riconoscere tutte le vittime in campo femminile, le donne che hanno vissuto un' esperienza negativa».

lunedì 3 aprile 2017

Le 95 Tesi, mai appese



Il Sole 24 ore

(Gianfranco Ravasi) Scandalizzato dalla vendita delle indulgenze, Lutero scrisse ma non affisse le sue idee: i nuovi libri  sul tema Alcuni lettori – prendendo spunto dal fatto che in quest’anno dedicato al quinto centenario della  Riforma luterana abbiamo già proposto qualche nota bibliografica sul tema – ci hanno chiesto di  indicare un’edizione delle famose  95 Tesi  affisse il 31 ottobre 1517 sul portale della chiesa del  castello di Wittenberg. In verità, come ha sostenuto il gesuita Giancarlo Pani in un articolo apparso  sulla rivista «La Civiltà Cattolica» lo scorso anno (pagg. 213-226), questa sfida pubblica è da  archiviare come leggendaria: Lutero, in realtà, turbato dallo scandalo del mercimonio delle  indulgenze ai fini dell’edificazione della nuova basilica di San Pietro, avrebbe solo scritto una  missiva articolata in 95 commi al vescovo locale Hieronymus Schulze e all’arcivescovo Alberto di  Brandeburgo, responsabile per la predicazione delle indulgenze in Germania.
L’indulgenza è così definita dall’attuale Codice di Diritto Canonico: «La remissione dinanzi a Dio  della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele debitamente disposto  e a determinate condizioni acquista per intervento della Chiesa» la quale attinge al tesoro dei meriti  di Cristo e dei santi (canone 992). Cerchiamo di rendere più chiaro il dato: una volta perdonata la  colpa attraverso il pentimento e la confessione del peccato, rimane la riparazione del male che si è  fatto (ad esempio, se si è rubato qualcosa, si impone la restituzione). È questa riparazione espiatoria  che può essere condonata attraverso l’indulgenza amministrata dalla Chiesa. Tali indulgenze  venivano allora erogate in cambio di una donazione destinata all’imponente opera di costruzione  della basilica di San Pietro che ancor oggi ammiriamo. Ora, Lutero nelle sue  Tesi  parte dall’appello generale di Cristo alla penitenza (Matteo 4,17) che si  attua attraverso la conversione, il sacramento della confessione e un’esistenza giusta. La riparazione penale, pur legittima (ma solo per i vivi, non anche in favore dei defunti, come allora si proponeva), dovrebbe essere orientata soltanto a fini di giustizia o di carità nei confronti dei poveri e non certo  per manovre speculative economico-finanziarie. Il vero tesoro della Chiesa è il vangelo della grazia  divina offerta da Cristo. Il testo luterano è stato ora di nuovo reso disponibile sia nella versione dal  latino del noto storico della Chiesa Giuseppe Alberigo (1926-2007), sia in quella di Italo Pin, e la  lettura di quelle “tesi” rivela nel frate agostiniano ancora cattolico un’ansia evangelica genuina,  anche se si intuiscono alcuni fermenti significativi della Riforma successiva. Più che contestare  Chiesa e papato alla radice, le asserzioni di Lutero sono animate in filigrana da un sincero anelito  alla purezza della fede e della vita ecclesiale. Le cose, come è noto, andarono diversamente e il confronto acquistò presto il profilo di uno  scontro. A questo proposito potremmo suggerire la sintesi che dell’evento ha delineato il citato p.  Pani in un altro suo articolo, Il processo a Lutero e la scomunica, pubblicato quest’anno nel n. 4000  della stessa Civiltà Cattolica (pagg. 364-376). Noi segnaliamo che nell’edizione delle  95 Tesi  offerta dall’editore Castelvecchi, a cura di Pin, si allegano anche due altri saggi del Lutero ormai  “protestante”,  Della libertà del cristiano  (1520) e  Sulla prigionia babilonese della Chiesa  (1520).  Del primo citiamo solo le due affermazioni capitali, apparentemente ossimoriche, approfondite  nelle pagine del libello: «Il cristiano è completamente libero, signore di tutte le cose, non sottoposto a nessuno. Il cristiano è il più sollecito servo di tutti, sottoposto a tutti». Il trattatello fu allegato alla  lettera che Lutero indirizzò a papa Leone X in relazione alla sua bolla di scomunica  Exsurge  Domine .  L’altro scritto – in latino il titolo è potente e provocatorio,  De captivitate Babylonica Ecclesiae  –  attacca il cuore della dottrina medievale dei sacramenti, la relativa impalcatura teologica e  l’ordinamento giuridico ad essi imposto e riconosce come sacramenti istituiti da Cristo solo il  battesimo, la cena eucaristica e, in forma circoscritta, la penitenza, concepita come ritorno al  battesimo. Interessante è l’analisi della struttura del sacramento ove si compie un incontro tra il  primato della grazia divina ( promissio ), che precede ed eccede la risposta umana, pur necessaria, e  la  fides  della persona. Questo incontro è reso efficace ed esplicito attraverso il  signum  esteriore. La  sequenza di queste tre dimensioni è gerarchica ed esige un’integrazione di tutte le componenti, pena la riduzione dell’atto a magia o a mera ritualità. Si riesce a comprendere perché il Concilio di Trento (1545-1563), in reazione a questa dottrina che escludeva gli altri sacramenti, dedicò alla questione  un terzo delle sue sessioni e oltre la metà delle sue dichiarazioni dogmatiche e pastorali. Dato che ci siamo mossi nell’orizzonte protestante, vorremmo allegare anche un altro volumetto  ove è raccolta una ventina di  Preghiere  del maggior teologo protestante del secolo scorso, Karl  Barth (un’analoga silloge orante era già stata segnalata da noi per Lutero, sempre a cura dell’editore Claudiana). Queste invocazioni intense e capaci di intrecciare mente e cuore, cioè teologia e  spiritualità, si distribuiscono sia sulla trama dell’anno liturgico, dall’Avvento alla Trinità, passando  attraverso Natale, Pasqua e Pentecoste, sia sulla scansione della giornata (alba, lavoro, prove, sera)  e della stessa vita, fino alla tomba. È interessante notare che queste preghiere sono sbocciate  all’interno del carcere penitenziario di Basilea dove Barth, che era anche pastore, predicava  cercando di seminare fiducia e speranza nei detenuti. Ora, una delle opere più famose di questo teologo svizzero è stato il commento alla  Lettera ai  Romani  (1919 e rielaborata nel 1922), proposto in italiano da Feltrinelli l’ultima volta nel 2002. È  noto quanto sia fondamentale questa epistola paolina anche per Lutero che tenne su di essa una serie di lezioni nel 1515-16, proprio alle soglie della svolta che egli stava per imprimere alla cristianità  (l’autografo fu scoperto a Berlino nel 1908, ma una copia era già venuta alla luce nel 1899  nientemeno che nella Biblioteca Vaticana). Ebbene, per concludere in chiave ecumenica questo  nuovo approccio all’evento della Riforma, evochiamo un recente e imponente commento a tutti gli  scritti di Paolo di Tarso e la sua scuola elaborato da un francescano, p. Nello Casalini. A parte forse  un paio che sono andate perdute, le  Lettere paoline  nel  Canone  neotestamentario sono 13 delle  quali, secondo gli esegeti, sette sono da riferire direttamente all’Apostolo e sei ai discepoli che  rimandano a lui e alla sua dottrina con una loro originalità. Certo, in questi scritti è entrato pure un biglietto di 335 parole, indirizzato all’amico Filemone; ma  si erge anche un monumento teologico come lo è la  Lettera ai Romani  con le sue 7094 parole, ora  distribuite in 16 capitoli e 432 versetti. Per questo, una guida alla lettura come quella di p. Casalini  è uno strumento prezioso, consapevoli come si deve essere della complessità, densità e genialità del  dettato e del pensiero di Paolo di Tarso, un orizzonte che Lutero comparava all’aprirsi delle porte  del paradiso!

venerdì 3 marzo 2017

Dalla metropoli alla cattedrale.



(Gianfranco Ravasi) Pubblichiamo parte della prefazione del prefetto del Pontificio consiglio della cultura a Un cardinale si confessa (Città del Vaticano, Libreria editrice vaticana, 2017, pagine 244, euro 15), che raccoglie le conversazioni tra il cardinale Martínez Sistach e il giornalista Jordi Piquer Quintina. 


La trama si apre con un atto capitale della cattolicità e della stessa storia mondiale, il Conclave del 2013 che ci vide accanto, nella mirabile cornice della Cappella Sistina, per l’elezione di Papa Francesco, sotto lo sguardo non solo dell’umanità intera ma soprattutto di quel Cristo michelangiolesco che incombeva su di noi elettori quando deponevamo le nostre schede sull’altare posto sotto il «Giudizio universale». Il cardinale traccia in modo limpido la spiritualità e la personalità del predecessore Benedetto xvi, che era stato in visita come pellegrino all’interno della basilica della Sagrada Familia e che aveva «aperto un nuovo modo di porre fine all’esercizio del ministero del Papa». Ma la sua analisi vuole dipingere soprattutto un ritratto suggestivo del successore, e del suo magistero.
La “confessione” del cardinale, perciò, si svolge quasi come in un flashback ricco di scene intense e vivaci e, quindi, si muove dal suo attuale presente, quello di un “pensionato attivo” che si impegna ancora su alcuni nodi tematici attorno ai quali si era svolta la sua precedente missione pastorale. Uno di questi nuclei fondamentali è costituito dalla realtà della metropoli, divenuta ai nostri giorni la meta di addensamento della popolazione di intere nazioni (questo accade già ora per oltre la metà degli abitanti del nostro pianeta, collocati in centri urbani spesso imponenti). «I credenti devono guardare la città con uno sguardo contemplativo, uno sguardo di fede in questa presenza di Dio», senza per questo ignorare che nelle grandi città operano oltre agli angeli anche i demoni. Questi ultimi sono più visibili nella loro opera (disintegrazione del tessuto sociale, violenza urbana, cultura della paura, speculazione e corruzione, consumismo e caduta dei valori etici comuni). Ma non si deve dimenticare che questo “segno dei tempi” è popolato anche di straordinarie occasioni “angeliche” di fede, di carità, di annuncio cristiano. Non per nulla nel 2012 Barcellona fu una delle dodici grandi città europee scelte per la “Missione Metropoli”. Entra, così, in scena un altro soggetto caro al cardinale fin dagli esordi dei suoi studi teologici, la presenza viva e operosa del laicato nella Chiesa: il suo testo più noto al riguardo, riedito più volte, Le associazioni di fedeli, centra proprio questo tema, che verrà spesso ripreso in molti altri scritti, anche di natura giuridica, tenendo conto delle competenze accademiche del cardinale. Il principio è netto: per i laici è necessario «passare dalla collaborazione alla corresponsabilità», anche perché in una società secolarizzata la loro è una voce efficace. Ma per attuare questa prospettiva di fondo bisogna rivedere certe dinamiche cristallizzate per cui — usando l’immagine della “piramide rovesciata” di Papa Francesco — si deve riconoscere che «il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio comune di tutti i battezzati». In questo contesto ecclesiale un ampio spazio è riservato alla famiglia. Ricordo gli interventi appassionati del cardinale Martínez Sistach agli ultimi due sinodi ai quali abbiamo insieme partecipato.
Le pagine che in questo volume vengono dedicate al tema in tutte le sue complesse articolazioni — comprese quelle giuridico-canoniche — e l’attenzione riservata a un documento importante come l’esortazione Amoris laetitia possono costituire una preziosa testimonianza sia dell’esperienza sinodale, sia dell’impegno pastorale dell’arcivescovo di Barcellona in questo ambito. Non si dimentichi, infatti, che nella sua ampia bibliografia si incontra un titolo emblematico: Requisitos para que el matrimonio sea una “íntima” comunidad de vida y amor (2008). Da questo nucleo germinale della società il discorso s’allarga spontaneamente a un orizzonte più vasto, quello dell’intera comunità civile. Calorosa è la sua professione di amore per la città di Barcellona «“cap i casal” di Catalunya, la capitale politica, culturale, religiosa ed economica del Principato». Egli, orgoglioso della «Medaglia d’Oro della Generalitat de Catalunya» di cui è stato insignito, affronta con discrezione anche la dialettica politica molto accesa che pervade la società catalana riguardo al tema della nazionalità, consapevole però sempre della distinzione evangelica tra fede e politica. Il dibattito aperto è evidentemente complesso perché «la questione di fondo è se si accetta o meno che la Catalunya sia una nazione, dato che una nazione, alla luce della dottrina sociale della Chiesa, ha dei diritti e dei doveri che deve poter esercitare». Certo è che, al di là dei termini specifici politici della questione, dai quali l’arcivescovo si astiene, «c’è il desiderio di assicurare che siano rispettati in modo efficace la propria lingua, la cultura, l’istruzione e il benessere sociale». Il progetto generale che anima la mente dell’arcivescovo è comunque quello, più culturale e pastorale, di «una Catalunya dove si rispettano le differenti opzioni religiose e che, senza pregiudizi ideologici, si riconosca il bene che offrono le religioni alla realizzazione delle persone e del bene comune, rispettando pienamente il diritto civile e la libertà religiosa». Si entra, così, nel tema più generale della secolarità, una qualità che ha la sua matrice nel cristianesimo stesso con la celebre affermazione di Gesù riguardo al duplice rispetto per Dio e per Cesare (Matteo 22,15-22). La storia nazionale, con l’esperienza del franchismo e la successiva secolarizzazione (ben diversa dalla “secolarità” legittima perché esclude dimensioni religiose al vivere sociale), ha reso la Spagna «un paese di contrasti drammatici», come ha affermato Benedetto xvi nell’intervista a Peter Seewald. Proprio per questo è indispensabile ribadire che “laicità” non è uguale a “laicismo”, come appunto la “secolarità” non lo è rispetto al “secolarismo”. L’aconfessionalità dello Stato non esclude, perciò, la presenza della Chiesa e delle religioni nella società con un proprio contributo allo sviluppo civile in un dialogo fecondo interculturale.
Il simbolo di questo intreccio armonico tra comunità civica e religiosa è per Barcellona la Sagrada Familia, il “gran tempio” non solo della Catalunya ma cattedrale dell’intera Europa, monumento ideale della nuova evangelizzazione e dell’incontro tra fede e cultura, come recita appunto il titolo di un saggio del cardinale pubblicato nel 2012 (La Sagrada Familia, un dialogo tra fede e cultura). Era, per altro, questo il progetto ideale del suo grande artefice, Antonio Gaudí che aveva voluto comporre in armonia le tre vie della Rivelazione divina: il «Libro della Natura», il «Libro della Sacra Scrittura» e il «Libro della Liturgia». La visita a questo straordinario monumento, simile a una creatura vivente ancora in crescita, è per tutti emozionante e lo è stata anche per me durante una memorabile conclusione del Cortile dei Gentili con un imponente concerto vocale in cui quattro cori distribuiti nei punti cardinali della basilica si accordavano in un unico inno di fede e di bellezza. Giustamente Sistach dichiara che «la Sagrada Familia è per molti dei suoi visitatori non credenti un autentico “cortile dei Gentili” per il dialogo tra la fede e la cultura, tra la credenza e la non credenza».
Da questo spazio simbolico, che è contemporaneamente sacrale, civile e artistico, deve procedere la Chiesa nella sua uscita missionaria, un altro soggetto tematico che appassiona l’arcivescovo.

L'Osservatore Romano

mercoledì 8 febbraio 2017

Il cardinal Ravasi, il festival di Sanremo e... padre Livio!

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Il cardinal Ravasi ha visto Sanremo!
Per quanto assurda e complessa ci sembri... la vita è perfetta!

Così il suo tweet di commento alla canzone di Fiorella Mannoia.  E dunque? Significa che anche i cattolici possono vedere il Festival. Nonostante padre Livio. Non è una bella notizia? Sì. Perchè sono canzoni, solamente. Ma c'è poco da stare allegri. Eh sì... Perchè... tre giorni e Sanremo passerà. Il direttore di Radio Maria, invece, rimarrà incollato alla poltrona fino a quando il Papa lo sopporta. E Papa Francesco di pazienza ne ha tanta. Ahimè.

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Anche i Clean Bandits, bravissimi, bella e profonda la canzone di Ermal Meta... E poi un grande Tiziano Ferro. Che ha cantato, senza fare pubblicità fuori luogo...
"C'è una strada per sempre, dove con te voglio andare". Sono meravigliose parole d'amore della bella canzone di Ron, un dolcissimo e romantico capolavoro. E poi ancora Elodie intensissima... Parole di speranza nella canzone di Clementino, brava e simpatica Paola Cortellesi etc.....

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"Non sono mai venuta qui per vincere". Ma "Che sia benedetta" è stata la canzone più bella della prima serata, ribadendo i pronostici della vigilia. Il ritornello…
AVVENIRE.IT

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Alla prima serata del festival di Sanremo le note di "Mi sono innamorato di te". Crozza imita Renzi e bacchetta Salvini. Fiorella Mannoia regala emozioni con la…
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"Fatti bella per te" è la sua canzone al Festival. "Siamo in balia degli altri, siamo sempre più fragili Dobbiamo tornare ad avere fiducia. Questo brano mi fa sentire…
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Il rapper di Avellino partecipa per la prima volta come artista al Festival di Sanremo
AVVENIRE.IT

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Fiorella Mannoia
Che sia benedetta
di Amara - S. Mineo - Amara
Ed. Edizioni Avarello/Edizioni Curci/Gianni Rodo/Iansà Ed. Mus. - Roma - Milano - Latina - Roma
Ho sbagliato tante volte nella vita
Chissà quante volte ancora sbaglierò
In questa piccola parentesi infinita quante volte ho chiesto scusa e quante no.
È una corsa che decide la sua meta quanti ricordi che si lasciano per strada
Quante volte ho rovesciato la clessidra
Questo tempo non è sabbia ma è la vita che passa che passa.
Che sia benedetta
Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta
Per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta
Siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta
Tenersela stretta
Siamo eterno siamo passi siamo storie
Siamo figli della nostra verità
E se è vero che c’è un Dio e non ci abbandona
Che sia fatta adesso la sua volontà
In questo traffico di sguardi senza meta
In quei sorrisi spenti per la strada
Quante volte condanniamo questa vita
Illudendoci d’averla già capita
Non basta non basta
Che sia benedetta
Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta
Per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta
Siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta a tenersela stretta
A chi trova se stesso nel proprio coraggio
A chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio
A chi lotta da sempre e sopporta il dolore
Qui nessuno è diverso nessuno è migliore.
A chi ha perso tutto e riparte da zero perché niente finisce quando vivi davvero
A chi resta da solo abbracciato al silenzio
A chi dona l’amore che ha dentro
Che sia benedetta
Per quanto assurda e complessa ci sembri la vita è perfetta
Per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta
E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta
A tenersela stretta
Che sia benedetta