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martedì 14 luglio 2020

IL DESTINO DELLE CITTA' MALEDETTE

COMMENTO AL VANGELO DEL GIORNO: Mt 11,20-24.
IL PECCATO DI SODOMA.
LA MEMORIA LITURGICA DI SAN CAMILLO DE LELLIS.
ATTUALIZZAZIONI
PREGHIERA FINALE: SOTTO LA TUA PROTEZIONE


lunedì 23 aprile 2018

La radice del male sta in Inghilterra

Sir Francis Galton

di Riccardo Cascioli (Lanuovabq)
«Che vantaggio trae l’umanità dalle migliaia di disgraziati che ogni anno vengono al mondo, dai sordi e dai muti, dagli idioti e dagli affetti da malattie ereditarie incurabili, tenuti in vita artificialmente fino a raggiungere l’età adulta? …Quale immenso grumo di sofferenza e dolore tale squallore comporta per gli stessi sfortunati malati, quale incalcolabile somma di preoccupazione e dolore per le loro famiglie, quale perdita in termini di risorse private e costi per lo Stato a scapito dei sani! Quante sofferenze e quante di queste perdite potrebbero venire evitate se si decidesse finalmente di liberare i totalmente incurabili dalle loro indescrivibili sofferenze con una dose di morfina».

Qualcuno potrebbe pensare che queste parole siano state pronunciate da qualche gerarca nazista. E invece no, risalgono a ben prima del nazismo: si trovano nel libro “L’enigma della vita”, scritto nel 1904 da Ernst Haeckel. Conosciuto come il fondatore dell’ecologia, Haeckel è soprattutto un entusiasta discepolo di Charles Darwin e delle sue teorie sulla selezione naturale. E quindi di Francis Galton (1822-1911), cugino di Darwin e padre della Eugenetica. Galton porta alle estreme conseguenze la teoria darwiniana sulla selezione naturale: poggiandosi anche sulla recente scoperta dell’ereditarietà dei geni si pone la domanda sul come “guidare” questa selezione in modo da migliorare la razza umana.
Nascono così le Società di Eugenetica nei primissimi anni del ‘900. All’inizio si parlava soprattutto di Eugenetica “positiva”, ovvero attraverso matrimoni selettivi privilegiando quelli tra i migliori elementi della società. Ma ben presto si passa a quella “negativa”, cioè il divieto ai deboli di riprodursi. Non per niente leggi eugenetiche (con sterilizzazioni forzate dei “non adatti”) tra il 1910 e il 1925 vengono approvate e applicate in diversi paesi nord-europei e in gran parte degli stati degli USA.
È un quadro che aiuta meglio a inquadrare quanto sta avvenendo all’ospedale Alder Hey Liverpool dove il piccolo Alfie Evans viene trattato come uno “scarto” da eliminare.

Molti in questi giorni, leggendo anche le agghiaccianti sentenze dei giudici britannici, hanno rievocato le leggi naziste sulla selezione della razza.
Se il regime tedesco ebbe certamente la possibilità di applicare certe idee, è riduttivo e alla fine fuorviante ridurre la mentalità eugenetica al nazismo. Al contrario, è proprio la Gran Bretagna di fine ‘800-inizio ‘900 all’origine di quel movimento razzista e di quella “cultura dello scarto” (come direbbe papa Francesco) che ebbe poi massimo fulgore nel Terzo Reich. E la Germania nazista forse non avrebbe avuto la possibilità di implementare certi programmi se non fosse stato per i generosi finanziamenti delle grandi fondazioni americane e britanniche e per il grande consenso che riscuotevano in Europa. Il professore Ernst Rudin, psichiatra nazista e teorico delle leggi razziali, potè aprire il suo Istituto Kaiser Guglielmo per l’Antropologia, l’Eugenetica e la Genetica Umana (Monaco, 1927) grazie ai fondi della famiglia Rockefeller. E del resto Hitler poteva contare sull’amicizia e sulla solidarietà di altri capi di governo, anch’essi appartenenti alle Società Eugenetiche, come ad esempio il premier britannico Arthur Neville Chamberlain e il primo ministro collaborazionista francese Henri-Philippe Pétain.
Dunque non è la Germania nazista l’origine del problema ma proprio quella Gran Bretagna liberale che oggi ci fa inorridire.
Non è corretto neanche parlare di un “ritorno”. In realtà il movimento eugenetico non se ne è mai andato; si è solo trasformato perché alla fine della Seconda Guerra Mondiale e a causa di quanto avvenuto in Germania, la parola “eugenetica” non godeva più di buona fama. Così pian piano le Società di Eugenetica si trasformano, anzitutto in società di ricerca genetica o di biologia, ma anche semplicemente cambiano nome per rendersi più presentabili.

È il caso della Società di Eugenetica britannica: non ha mai smesso la sua attività, semplicemente oggi si chiama Galton Institute e soprattutto attraverso la sua annuale “Galton Lecture” valorizza gli studi sulla genetica che vanno nella direzione della costruzione dell’uomo “su misura”. Tanto per fare un esempio, la Galton Lecture 2018 vedrà protagonista la professoressa Jennyfer Doudna, autrice di una ricerca – eticamente molto controversa – sull’editing del genoma. Scopo di tanti studi del Galton Institute è quello di arrivare alla “costruzione” di individui con le caratteristiche volute, fisiche e morali.
Quello che attribuiamo al nazismo, dunque, è in realtà una cultura ben radicata nel Regno Unito (e non solo), tuttora molto seguita. Anzi, come dimostra il caso di Alfie Evans, essa viene ormai apertamente praticata negli ospedali e proclamata nelle aule di tribunale senza che nessun settore della società muova un dito, faccia un sobbalzo o almeno trovi qualcosa di sinistro in tutto ciò.

***

Alfie Evans / Giornali e tv sperano che muoia per non rispondere alle sue domande 
Il Sussidiario 
(Monica Mondo) Alfie Evans non sa che c'è chi conta le ore e pregando spera ancora in un miracolo. Non sa di essere pietra d'inciampo, scandalo che separa la verità dalla menzogna, i giusti dagli ingiusti. Non sa di essere così prezioso e insieme così scomodo. La sua presenza infastidisce, perché obbliga a pensare, prendere posizione e c'è chi non vede l'ora che tutto finisca, che una pietra tombale aiuti a placare, dimenticare, andare avanti. (...)

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Il caso. Alfie, alle 14 si "stacca la spina"? Mariella Enoc a Liverpool 
Avvenire 
(Francesco Ognibene) Una manifestazione spontanea si sta radunando davanti all’Alder Hey Children’s Hospital di Liverpool, dov’è ricoverato Alfie Evans, il bambino di poco meno di due anni affetto da una malattia neurodegenerativa grave ma ancora non diagnosticata, che attende con i suoi genitori Tom e Kate che i medici attivino la procedura per il distacco del respiratore, sotto sedazione. (...)

giovedì 15 febbraio 2018

La verità è una sola: la morte.


Domani, venerdì 16 febbraio ore 19, al Centro Internazionale, via Malpighi 2 a Romaserata in favore  della Fondazione San Rafael di padre Aldo Trento. Saranno presenti don Paolo Buscaroli, missionario in Paraguay, Franca Giansoldativaticanista de Il Messaggero e Guido Tombari che presenterà  lo speciale di RAI3 “La lunga strada di padre Aldo” .

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La verità più concreta e più censurata: la morte

Cari amici,
il Santo Padre il primo di febbraio, durante l’omelia in Santa Marta, ha ricordato a ciascuno la verità più concreta e più censurata: la morte. Mi ha molto confortato, perché quasi più nessuno ne parla né della drammaticità del cammino che percorriamo, volenti o nolenti, ogni giorno fino a raggiungere la meta dove lei ci aspetta.
È un cammino ben presentato nel film di Bergman “Il settimo sigillo” e, per quanto mi riguarda, lo compio tutti i giorni con i miei figli e fratelli ricoverati nel mio ospedale

È dura morire, così come lo è per chi assiste all’ultimo duello fra la vita e la morte, accompagnando una persona a lasciare questo mondo. Parlo di duello perché è una vera lotta e la si vede nel progressivo crescere dell’affannoso respiro fino al lento spegnersi. È il duello dell’agonia. Ogni volta che assisto a questo, mi vengono i brividi. È un’impresa difficile morire! Spesso scendo nella camera mortuaria dove a volte ci sono anche tre cadaveri. Scendo prima di andare a dormire, nel silenzio più completo. Appoggio i gomiti alla sponda di una bara, tenendomi la testa fra le mani e guardando con la coda dell’occhio il capo del defunto, e penso al momento in cui al posto suo ci sarò io… domani, fra un mese, fra un anno…! Non lo so, però sono sicuro che verrà anche il mio turno.
Mi fa tanto bene passare del tempo così e per di più di notte. “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, scriveva il genio di Pavese. E nei tempi remoti i frati nei monasteri si salutavano con un sano “memento mori”, e l’altro rispondeva “memento”. Era il modo più vero, più umano per vivere intensamente il presente, da uomini liberi. Senza questa prospettiva, il presente diventa una schiavitù, una trappola e uno si attacca a qualunque cosa che, senza che se ne possa accorgere, gli dice “addio”. Tu pensi alla morte, alla tua morte? Tutti i giorni mi vedo nella bara, che poi scenderà un metro e mezzo sotto terra o dentro la prigione di un loculo… e vi confesso che mi fa ancora paura, dopo tanti anni. Sì, mi fa paura immaginarmi sotto terra, ridotto a un cadavere. L’altra sera, guardando l’ultimo morto, pensavo: “Ma che cos’è un cadavere?”. Si direbbe un corpo in cui non vibra più la coscienza dell’io, per cui tutto si dissolve apparentemente nel nulla. Ma non è così, perché l’”io” è già fra le braccia del Padre… e non solo. Perché, come recitiamo nella Professione di Fede, “Credo la resurrezione della carne (quel mio, o tuo, corpo freddo, putrefatto) e la vita eterna”. È tutto così misterioso, difficile da capire, eppure è il cuore, è la ragione a esigerlo; ma soprattutto, per noi cristiani, è Gesù risorto. Nella certezza che la morte ci aspetta dietro l’angolo e con gli occhi fissi su Gesù risorto, viviamo ogni istante.
E non dimentichiamo di recitare l’atto di dolore prima di dormire, perché non sappiamo se apriremo gli occhi, ed educhiamoci a confessarci frequentemente e, se siamo in peccato grave, subito, sempre che si trovi un prete disponibile; altrimenti dite l’atto di dolore, nella certezza che la Misericordia Divina, a differenza di noi preti, è sempre disponibile. E quando vi ammalate seriamente, chiedete l’Unzione degli Infermi. Scusate se ve lo ricordo, ma oggi, presi da tanti incontri, ritiri, cose da fare, corriamo il rischio di perdere di vista l’essenza della Fede.
P. Aldo

sabato 10 febbraio 2018

11 febbraio, XXVI Giornata mondiale del malato 2018. Messaggio di Papa Francesco



11 febbraio, XXVI Giornata mondiale del malato 2018. Messaggio di Papa Francesco: Mater Ecclesiae: «"Ecco tuo figlio ... Ecco tua madre". E da quell'ora il discepolo l'accolse con sé ...» (Gv 19, 26-27)
Vatycan.va


Cari fratelli e sorelle,
il servizio della Chiesa ai malati e a coloro che se ne prendono cura deve continuare con sempre rinnovato vigore, in fedeltà al mandato del Signore (cfr Lc 9,2-6; Mt 10,1-8; Mc 6,7-13) e seguendo l’esempio molto eloquente del suo Fondatore e Maestro. Quest’anno il tema della Giornata del malato ci è dato dalle parole che Gesù, innalzato sulla croce, rivolge a sua madre Maria e a Giovanni: «“Ecco tuo figlio ... Ecco tua madre”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,26-27).
1. Queste parole del Signore illuminano profondamente il mistero della Croce. Essa non rappresenta una tragedia senza speranza, ma il luogo in cui Gesù mostra la sua gloria, e lascia le sue estreme volontà d’amore, che diventano regole costitutive della comunità cristiana e della vita di ogni discepolo.
Innanzitutto, le parole di Gesù danno origine alla vocazione materna di Maria nei confronti di tutta l’umanità. Lei sarà in particolare la madre dei discepoli del suo Figlio e si prenderà cura di loro e del loro cammino. E noi sappiamo che la cura materna di un figlio o una figlia comprende sia gli aspetti materiali sia quelli spirituali della sua educazione.
Il dolore indicibile della croce trafigge l’anima di Maria (cfr Lc 2,35), ma non la paralizza. Al contrario, come Madre del Signore inizia per lei un nuovo cammino di donazione. Sulla croce Gesù si preoccupa della Chiesa e dell’umanità intera, e Maria è chiamata a condividere questa stessa preoccupazione. Gli Atti degli Apostoli, descrivendo la grande effusione dello Spirito Santo a Pentecoste, ci mostrano che Maria ha iniziato a svolgere il suo compito nella prima comunità della Chiesa. Un compito che non ha mai fine.
2. Il discepolo Giovanni, l’amato, raffigura la Chiesa, popolo messianico. Egli deve riconoscere Maria come propria madre. E in questo riconoscimento è chiamato ad accoglierla, a contemplare in lei il modello del discepolato e anche la vocazione materna che Gesù le ha affidato, con le preoccupazioni e i progetti che ciò comporta: la Madre che ama e genera figli capaci di amare secondo il comando di Gesù. Perciò la vocazione materna di Maria, la vocazione di cura per i suoi figli, passa a Giovanni e a tutta la Chiesa. La comunità tutta dei discepoli è coinvolta nella vocazione materna di Maria.
3. Giovanni, come discepolo che ha condiviso tutto con Gesù, sa che il Maestro vuole condurre tutti gli uomini all’incontro con il Padre. Egli può testimoniare che Gesù ha incontrato molte persone malate nello spirito, perché piene di orgoglio (cfr Gv 8,31-39) e malate nel corpo (cfr Gv 5,6). A tutti Egli ha donato misericordia e perdono, e ai malati anche guarigione fisica, segno della vita abbondante del Regno, dove ogni lacrima viene asciugata. Come Maria, i discepoli sono chiamati a prendersi cura gli uni degli altri, ma non solo. Essi sanno che il cuore di Gesù è aperto a tutti, senza esclusioni. A tutti dev’essere annunciato il Vangelo del Regno, e a tutti coloro che sono nel bisogno deve indirizzarsi la carità dei cristiani, semplicemente perché sono persone, figli di Dio.
4. Questa vocazione materna della Chiesa verso le persone bisognose e i malati si è concretizzata, nella sua storia bimillenaria, in una ricchissima serie di iniziative a favore dei malati. Tale storia di dedizione non va dimenticata. Essa continua ancora oggi, in tutto il mondo. Nei Paesi dove esistono sistemi di sanità pubblica sufficienti, il lavoro delle congregazioni cattoliche, delle diocesi e dei loro ospedali, oltre a fornire cure mediche di qualità, cerca di mettere la persona umana al centro del processo terapeutico e svolge ricerca scientifica nel rispetto della vita e dei valori morali cristiani. Nei Paesi dove i sistemi sanitari sono insufficienti o inesistenti, la Chiesa lavora per offrire alla gente quanto più è possibile per la cura della salute, per eliminare la mortalità infantile e debellare alcune malattie a larga diffusione. Ovunque essa cerca di curare, anche quando non è in grado di guarire. L’immagine della Chiesa come “ospedale da campo”, accogliente per tutti quanti sono feriti dalla vita, è una realtà molto concreta, perché in alcune parti del mondo sono solo gli ospedali dei missionari e delle diocesi a fornire le cure necessarie alla popolazione.
5. La memoria della lunga storia di servizio agli ammalati è motivo di gioia per la comunità cristiana e in particolare per coloro che svolgono tale servizio nel presente. Ma bisogna guardare al passato soprattutto per lasciarsene arricchire. Da esso dobbiamo imparare: la generosità fino al sacrificio totale di molti fondatori di istituti a servizio degli infermi; la creatività, suggerita dalla carità, di molte iniziative intraprese nel corso dei secoli; l’impegno nella ricerca scientifica, per offrire ai malati cure innovative e affidabili. Questa eredità del passato aiuta a progettare bene il futuro. Ad esempio, a preservare gli ospedali cattolici dal rischio dell’aziendalismo, che in tutto il mondo cerca di far entrare la cura della salute nell’ambito del mercato, finendo per scartare i poveri. L’intelligenza organizzativa e la carità esigono piuttosto che la persona del malato venga rispettata nella sua dignità e mantenuta sempre al centro del processo di cura. Questi orientamenti devono essere propri anche dei cristiani che operano nelle strutture pubbliche e che con il loro servizio sono chiamati a dare buona testimonianza del Vangelo.
6. Gesù ha lasciato in dono alla Chiesa la sua potenza guaritrice:
«Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: [...] imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc 16,17-18). Negli Atti degli Apostoli leggiamo la descrizione delle guarigioni operate da Pietro (cfr At 3,4-8) e da Paolo (cfr At 14,8-11). Al dono di Gesù corrisponde il compito della Chiesa, la quale sa che deve portare sui malati lo stesso sguardo ricco di tenerezza e compassione del suo Signore. La pastorale della salute resta e resterà sempre un compito necessario ed essenziale, da vivere con rinnovato slancio a partire dalle comunità parrocchiali fino ai più eccellenti centri di cura. Non possiamo qui dimenticare la tenerezza e la perseveranza con cui molte famiglie seguono i propri figli, genitori e parenti, malati cronici o gravemente disabili. Le cure che sono prestate in famiglia sono una testimonianza straordinaria di amore per la persona umana e vanno sostenute con adeguato riconoscimento e con politiche adeguate. Pertanto, medici e infermieri, sacerdoti, consacrati e volontari, familiari e tutti coloro che si impegnano nella cura dei malati, partecipano a questa missione ecclesiale. E’ una responsabilità condivisa che arricchisce il valore del servizio quotidiano di ciascuno.
7. A Maria, Madre della tenerezza, vogliamo affidare tutti i malati nel corpo e nello spirito, perché li sostenga nella speranza. A lei chiediamo pure di aiutarci ad essere accoglienti verso i fratelli infermi. La Chiesa sa di avere bisogno di una grazia speciale per poter essere all’altezza del suo servizio evangelico di cura per i malati. Perciò la preghiera alla Madre del Signore ci veda tutti uniti in una insistente supplica, perché ogni membro della Chiesa viva con amore la vocazione al servizio della vita e della salute. La Vergine Maria interceda per questa XXVI Giornata Mondiale del Malato; aiuti le persone ammalate a vivere la propria sofferenza in comunione con il Signore Gesù, e sostenga coloro che di essi si prendono cura. A tutti, malati, operatori sanitari e volontari, imparto di cuore la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 26 novembre 2017
Solennità di N.S. Gesù Cristo Re dell’universo
Francesco

giovedì 16 novembre 2017

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO SULLE QUESTIONI DEL "FINE-VITA"

Risultati immagini per "WORLD MEDICAL ASSOCIATION"


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI AL MEETING REGIONALE EUROPEO
DELLA "WORLD MEDICAL ASSOCIATION"
SULLE QUESTIONI DEL "FINE-VITA"
[Vaticano, Aula Vecchia del Sinodo, 16-17 novembre 2017]

Al Venerato Fratello
Mons. Vincenzo Paglia
Presidente della Pontificia Accademia per la Vita
Invio il mio cordiale saluto a Lei e a tutti i partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato in Vaticano unitamente alla Pontificia Accademia per la Vita.
Il vostro incontro si concentrerà sulle domande che riguardano la fine della vita terrena. Sono domande che hanno sempre interpellato l’umanità, ma oggi assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita. Essa ha dunque svolto un ruolo molto positivo. D’altra parte, oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare. Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona.
Il Papa Pio XII, in un memorabile discorso rivolto 60 anni fa ad anestesisti e rianimatori, affermò che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene (cfr Acta Apostolicae Sedis XLIX [1957],1027-1033). È dunque moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure” (cfr Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’eutanasia, 5 maggio 1980, IV: Acta Apostolicae Sedis LXXII [1980], 542-552). L’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali» (ibid.). Consente quindi di giungere a una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”.
È una scelta che assume responsabilmente il limite della condizione umana mortale, nel momento in cui prende atto di non poterlo più contrastare. «Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2278). Questa differenza di prospettiva restituisce umanità all’accompagnamento del morire, senza aprire giustificazioni alla soppressione del vivere. Vediamo bene, infatti, che non attivare mezzi sproporzionati o sospenderne l’uso, equivale a evitare l’accanimento terapeutico, cioè compiere un’azione che ha un significato etico completamente diverso dall’eutanasia, che rimane sempre illecita, in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte.
Certo, quando ci immergiamo nella concretezza delle congiunture drammatiche e nella pratica clinica, i fattori che entrano in gioco sono spesso difficili da valutare. Per stabilire se un intervento medico clinicamente appropriato sia effettivamente proporzionato non è sufficiente applicare in modo meccanico una regola generale. Occorre un attento discernimento, che consideri l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. La dimensione personale e relazionale della vita – e del morire stesso, che è pur sempre un momento estremo del vivere – deve avere, nella cura e nell’accompagnamento del malato, uno spazio adeguato alla dignità dell’essere umano. In questo percorso la persona malata riveste il ruolo principale. Lo dice con chiarezza il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità» (ibid.). È anzitutto lui che ha titolo, ovviamente in dialogo con i medici, di valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante. È una valutazione non facile nell’odierna attività medica, in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo.
Va poi notato il fatto che questi processi valutativi sono sottoposti al condizionamento del crescente divario di opportunità, favorito dall’azione combinata della potenza tecnoscientifica e degli interessi economici. Trattamenti progressivamente più sofisticati e costosi sono accessibili a fasce sempre più ristrette e privilegiate di persone e di popolazioni, ponendo serie domande sulla sostenibilità dei servizi sanitari. Una tendenza per così dire sistemica all’incremento dell’ineguaglianza terapeutica. Essa è ben visibile a livello globale, soprattutto comparando i diversi continenti. Ma è presente anche all’interno dei Paesi più ricchi, dove l’accesso alle cure rischia di dipendere più dalla disponibilità economica delle persone che dalle effettive esigenze di cura.
Nella complessità determinata dall’incidenza di questi diversi fattori sulla pratica clinica, ma anche sulla cultura della medicina in generale, occorre dunque tenere in assoluta evidenza il comandamento supremo della prossimità responsabile, come chiaramente appare nella pagina evangelica del Samaritano (cfr Luca 10, 25-37). Si potrebbe dire che l’imperativo categorico è quello di non abbandonare mai il malato. L’angoscia della condizione che ci porta sulla soglia del limite umano supremo, e le scelte difficili che occorre assumere, ci espongono alla tentazione di sottrarci alla relazione. Ma questo è il luogo in cui ci vengono chiesti amore e vicinanza, più di ogni altra cosa, riconoscendo il limite che tutti ci accumuna e proprio lì rendendoci solidali. Ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere. Ma lo dia! E se sappiamo che della malattia non possiamo sempre garantire la guarigione, della persona vivente possiamo e dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte. In questa linea si muove la medicina palliativa. Essa riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine.
In seno alle società democratiche, argomenti delicati come questi vanno affrontati con pacatezza: in modo serio e riflessivo, e ben disposti a trovare soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Da una parte, infatti, occorre tenere conto della diversità delle visioni del mondo, delle convinzioni etiche e delle appartenenze religiose, in un clima di reciproco ascolto e accoglienza. D’altra parte lo Stato non può rinunciare a tutelare tutti i soggetti coinvolti, difendendo la fondamentale uguaglianza per cui ciascuno è riconosciuto dal diritto come essere umano che vive insieme agli altri in società. Una particolare attenzione va riservata ai più deboli, che non possono far valere da soli i propri interessi. Se questo nucleo di valori essenziali alla convivenza viene meno, cade anche la possibilità di intendersi su quel riconoscimento dell’altro che è presupposto di ogni dialogo e della stessa vita associata. Anche la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete.
Nella speranza che queste riflessioni possano esservi di aiuto, vi auguro di cuore che il vostro incontro si svolga in un clima sereno e costruttivo; che possiate individuare le vie più adeguate per affrontare queste delicate questioni, in vista del bene di tutti coloro che incontrate e con cui collaborate nella vostra esigente professione.
Il Signore vi benedica e la Madonna vi protegga.
Dal Vaticano, 7 novembre 2017

Francesco

lunedì 9 ottobre 2017

La mia più grande paura è...



di Silvia Lucchetti (aleteia)

***
...quella di morire lontana da Cristo.

La storia della malattia e della morte di una ragazza di 25 anni che non ha maledetto la sua storia ma ha testimoniato nella sofferenza l’amore di Dio, accompagnata dalla famiglia e dalla sua comunità

È domenica sera e ho appena finito di leggere “Credere per Vedere” di Massimiliano Giglio (Araba Fenice libri). Ho trattenuto a fatica l’emozione nello scorrere queste pagine che raccontano la storia della malattia e della morte della giovane Chiara Maria, salita al cielo all’età di 25 anni a causa di un tumore della pelle. Arrivata alla fine del libro ho pensato che davvero si può vivere la grazia di una morte santa, accettando la volontà di Dio, soffrendo ma senza cadere nella disperazione, amando e conservando la fede con forza. Questo è ciò che ha fatto la giovane e coraggiosa Chiara Maria, testimoniando che proprio nella sofferenza l’uomo è più vicino a Gesù, e che anche se non comprendiamo il perché di una croce – nel suo caso la malattia – c’è un senso profondo e misterioso nel quale il Signore opera.
«Dio non vuole fregarmi, ma ha un piano “molto particolare” per me»
Scriveva infatti così Chiara a padre Dominik – il sacerdote che accompagna la comunità neocatecumenale dove Chiara Maria, fin dalla adolescenza, camminava insieme ad altri cinquanta fratelli nella parrocchia romana di Santa Francesca Cabrini – che le aveva dato il compito di annotare delle ammonizioni, piccole riflessioni, sulle letture della Veglia di Pasqua a cui non avrebbe potuto partecipare per il suo precario stato di salute:
Di questa lettura mi colpisce la misericordia con la quale il Signore decide di purificare, benedire, donare un cuore di carne, donare il Suo Spirito, al popolo d’Israele, nonostante esso sia un popolo di peccatori. In fondo, il popolo d’Israele siamo noi, che non riusciamo mai a vedere tutti i doni che Dio ci manda, e dubitiamo costantemente del Suo immenso amore. In realtà, in questo momento specifico, ammetto di aver dubitato fortemente dell’amore di Dio per me, perché pensavo di non meritare questa malattia, di non meritare questa famiglia così disastrata, e tante altre cose. Poi, però, mi torna alla mente che “le vostre vie non sono le mie vie”, e perciò penso che il perché di tutto questo lo capirò, e sicuramente Dio non vuole fregarmi, ma ha un piano “molto particolare” per me.
“Chiara è stata per me veramente una testimone dell’amore di Dio”
Il libro è scritto da Massimiliano, fratello di comunità di Chiara e cugino del suo fidanzato Stefano. Dopo il bellissimo funerale (sembra paradossale dirlo ma questo è ciò che si vive quando si sperimenta che Cristo ha vinto la morte), Massimiliano ha sentito l’urgenza di condividere questa testimonianza, di metterla su carta, pur non essendo un letterato né uno scrittore. Ma a lui non è importato il bello stile, si è dedicato con passione e fede a raccontare per non dimenticare, perché quello che gli preme è ciò che Chiara Maria ha rappresentato per la sua vita, per la sua conversione, e non solo per la sua, ma per quella di tutta la loro comunità, per la famiglia di Chiara non più unita per cui lei soffriva.
In questo emozionante video di Tv2000 Massimiliano esordisce dicendo: “Chiara è stata per me veramente una testimone dell’amore di Dio”.


“Chiedo tutti i giorni che Lui mi dica cosa vuole da me”
A Chiara Maria viene diagnosticato il tumore dopo cinque anni di ricerche e visite a causa di alcune macchie che le comparivano sul corpo. Lei combatte la malattia chiedendo la forza a Dio e soprattutto la grazia di andare avanti senza ribellarsi, accettando i suoi piani.Scrive in un altro commento ad una lettura della veglia pasquale:
Questa lettura è quella che mi colpisce di più di tutte, specialmente quando dice “ Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri ”. Esattamente su questa frase feci l’esperienza alla scorsa Veglia di Pasqua. Tuttavia, non direi le stesse cose, ma direi che io i piani di Dio non li ho proprio capiti, e chiedo tutti i giorni che Lui mi dica cosa vuole da me. In fondo, ho capito che non vuole che io mi fermi alla superficie delle cose, ma che viva delle esperienze profonde, probabilmente per rafforzare la mia scarsissima fede, oppure che in qualche modo questa malattia possa sanare le ferite della mia famiglia, o chissà cos’altro. Mai come in questo momento mi sono sentita nelle mani di Dio.
L’amore della famiglia e la presenza costante (e orante) della sua comunità
Lei non è sola, ha l’amore della sua famiglia, la costante presenza dei suoi fratelli di comunità che invadono la cappella del Policlinico di Tor Vergata dove è ricoverata per starle vicino. Recitano il rosario, le lodi, i vespri, si ritrovano tutti lì in tantissimi, per sostenerla, per sostenersi in questa prova, per non cadere nell’inganno del demonio che vuol farci pensare male di nostro Padre. Cantano, pregano per non entrare in tentazione. È così che scoprono una bellezza nel dolore, sperimentano una comunione fortissima, la comunione dei santi, tutti riuniti sotto la croce di Chiara Maria, intorno al suo capezzale che si trasforma da luogo della sofferenza in fonte di vita eterna. Massimiliano racconta questo e tanto altro: l’amore di Stefano e Chiara, i loro sogni per il futuro, lui che le rasa i capelli per non farle vivere il trauma di perderli, l’aggressività della chemioterapia, i fratelli di comunità sparsi per i corridoi, i turni per entrare nella sua stanza a salutarla, le attese nella saletta fuori il reparto tutti ammucchiati sui divanetti, per terra, a chiacchierare, pregare, sperare. Cosa c’è di più grande?
Ecco la preghiera spontanea più ricorrente che faceva Massimiliano in quei mesi:
“Signore Dio della vita io ti prego che in un modo o nell’altro tu la salvi questa sorella, che in un modo o nell’altro la liberi dal male”. Questa era la mia preghiera, e Dio mi ha ascoltato. Pregavamo per lo spirito che non ci abbandonasse, pregavamo che il demonio non avesse la meglio su di noi che non avesse l’occasione di iniziare a leggere questa storia con i sottotitoli della morte e dell’ingiustizia. Pregavamo incessantemente e Dio ci ascoltava, puntualmente.
“Una delle mie più grandi paure è quella di morire lontana da Cristo”
La paura più grande di Chiara non era quella di morire, ma di farlolontana da Gesù, fuori dalla Sua grazia, lo scrive commentando un’altra lettura di Pasqua:
Mi colpisce questa lettura perché parla della morte. Quando ti ammali di una malattia seria, è inevitabile che il pensiero vada anche alla morte. Una delle mie più grandi paure, non è tanto quella di morire, ma è quella di morire lontana da Cristo, lontana dalla grazia e dalla volontà di Dio. In questa lettera, San Paolo invece, ci ricorda che se siamo battezzati in Cristo, e se crediamo vero che Egli è salito sulla croce per i nostri peccati, è morto ed è risorto per noi, allora anche non dobbiamo avere paura di morire in Cristo, perché “chi è morto è liberato dal peccato”.
Il funerale di Chiara Maria è stato un matrimonio, come racconta l’autore nel libro, una festa. La chiesa affollatissima, i canti dei fratelli di comunità, la strada piena di persone accorse a darle l’ultimo saluto con la certezza nel cuore che Cristo ha vinto la morte, è risorto, ci ha donato la vita eterna. Anche il calvario della malattia, nonostante il dolore e la tristezza, ha fatto vivere tutti in un clima di gioia piena, vicinanza, unione profonda. Chiara non ha mai pronunciato parole di rabbia, di bestemmia contro la sua storia, non ha mai rifiutato la croce, lo afferma Massimiliano nel libro, e anche il papà, molto emozionato negli studi di TV2000 insieme a Stefano, il fidanzato, e padre Dominik. La cosa che mi ha colpito di più è sentirlo ripetere: “voleva che pregassimo insieme a lei”.

Chiara aveva davvero capito che la vera felicità era mettere la vita nelle mani di Dio, dare gloria a Lui, compiere la Sua volontà. Nonostante la sua giovane età, come afferma ancora suo padre nel filmato, la sua esistenza è stata piena, compiuta, proprio perché lei aveva scelto la parte migliore, aveva compreso che viviamo l’inganno di poter succhiare vita da cose e circostanze fasulle che invece ce la tolgono, mentre Dio ci ama per quello che siamo:
Questo Vangelo mi mette profondamente di fronte alla mia umanità, alla mia pochezza. Mi viene a interrogare sul perché perdiamo tanto tempo dietro a cose che non ci danno la vita, anzi, forse ce la tolgono anche, e non ci rendiamo conto di cosa conta davvero. Infatti, mi colpisce tantissimo il versetto che dice “Perché cercate fra i morti colui che è vivo? Non è qui, È RISORTO”. Perché ci affanniamo a cercare di fare più soldi, di avere per forza un bell’aspetto, di avere la salute, di essere intelligenti, e non capiamo che Dio ci ama per quello che siamo? La malattia mi ha aperto gli occhi sulle priorità della vita, su ciò che è importante per davvero, su cosa significa davvero che la tua vita è nelle mani di Dio, ed ho capito che se non si chiede la Fede ogni giorno, ci si allontana facilmente. Perciò prego Dio che mi doni la costanza nella preghiera quotidiana, che mi doni la Fede ogni giorno, e che mi doni la forza di combattere la malattia sempre rispettando la Sua volontà.
Chiediamo anche noi al Signore di donarci, quando verrà la nostra ora, la grazia di una morte santa, di non bestemmiarlo nella prova, di non maledire la croce, di aver un cuore mansueto ed umile, pronto ad amare e a lasciarsi amare senza riserve.

giovedì 21 settembre 2017

La malattia delle quattro A.

Risultati immagini per La Giornata Mondiale della Malattia di Alzheimer si celebra oggi

L' Alzheimer non cancella la persona 
Avvenire 

(Emanuela Genovese) La definiscono la malattia delle quattro A: amnesia, afasia, agnosia, aprassia. L' Alzheimer, di cui oggi ricorre la XXIV Giornata mondiale, continua a suscitare progetti e interessi, e a coinvolgere ricercatori, e soprattutto familiari e operatori. Certamente inquietano i numeri commentati nella giornata di studi organizzata martedì a Milano dalla Federazione Alzheimer Italia: nel 2015 l' Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha evidenziato che nel mondo sono 46,8 milioni le persone affette da demenza e che ogni tre secondi si registra un nuovo caso di malattia. In Italia si stima che i malati siano circa un milione e 241mila e i costi ammontino a 37,6 miliardi di euro.
Il vero problema per Gabriella Salvini Porro, presidente della Federazione, è la disinformazione: «La non comprensione del fenomeno non aiuta a sensibilizzare sulla malattia. I non addetti al settore, o chi non ha avuto un' esperienza diretta con una persona affetta da demenza, etichettano a volte il paziente colpito da Alzheimer come malato di mente. Non si deve dimenticare invece l' immensa dignità della persona malata e quanto sia importante tutelarla». 
Nel corso del 2017 ci sono state scoperte significative sulla malattia grazie a una ricerca italiana pubblicata da un' équipe di medici dell' Università Campus Bio-Medico, della Fondazione Santa Lucia e del Cnr di Roma. Si è compreso, infatti, che la malattia ha origine in seguito alla morte della parte del cervello che produce la dopamina con il conseguente mancato funzionamento dei neuroni. Se cure risolutive ancora non esistono, il luogo principale del sostegno al malato dell' Alzheimer però non è l' ospedale ma la residenza sociosanitaria, come ha ricordato Antonio Guaita, direttore della Fondazione Golci Cenci per la ricerca sull' invecchiamento cerebrale. La creazione di «Dementia Friendly Community», ovvero di luoghi dove le persone con demenza possono essere accolte e ascoltate, è la base per affrontare la malattia senza violare la sacralità della persona. Ne è convinto il cofondatore di «Dementia Alliance International», John Sandblom, cui dieci anni fa è stata diagnosticata la demenza. 
Secondo un rapporto dell' Ocse (l' Organizzazione per la copperazione e lo sviluppo economico) le persone affette da demenza ricevono proprio nei Paesi sviluppati cure peggiori rispetto ad altri malati. «A fine 2014 - dice la presidente Salvini Porro - è stato adotatto anche in Italia un piano di azione e ricerca sulle demenze, ma attualmente senza stanziamento di fondi. Occorre che l' Oms convinca il Ministero della Salute a destinare finanziamenti mirati alle sette aree di intervento previste, tra le quali la focalizzazione della demenza come priorità di salute pubblica, la riduzione del rischio, il sostegno ai familiari. Come federazione tra 47 associazioni su tutto il territorio nazionale, negli ultimi due anni abbiamo aumentato le azioni di sensibilizzazione e avviato il progetto di 'Comunità Amiche delle Persone con Demenza', partito da Abbiategrasso e a oggi diffuso in otto città». 
Sono numerosi i progetti che stanno crescendo in Italia su iniziativa delle associazioni e dei familiari. Come quello del comune di Conegliano, in provincia di Treviso, che ha dato vita a «Il Quartiere Amico». Dal giugno 2016, dopo un primo incontro di sensibilizzare sulla malattia rivolto ai cittadini, il quartiere 'amico' è diventato quello in cui gli ospiti dell'«Opera Immacolata di Lourdes », residenza per anziani affetti da demenza, fruiscono di una rete di protezione, sostegno e inclusione grazie alla partecipazione di forze dell' ordine e commercianti. 
Tra i molti progetti significativi si segnala Casa Wanda, che a Roma opera in collaborazione con le parrocchie della diocesi. Sul modello della gestione integrata il centro, dotato anche di spazi esterni progettati per una stimolazione mentale e fisica del malato, sostiene le famiglie che vivono la perdita di memoria del parente tramite azioni concrete per diminuire gli oneri assistenziali, burocratici, economici e affettivi. In Puglia va segnalata l' iniziativa «Nei volti dei familiari la miglior risposta» realizzata presso i centri Korian: alcuni ritrattisti hanno raffigurato i momenti più belli dei malati over 65 in compagnia dei loro familiari, affinché siano visibili gli effetti positivi delle emozioni e della serenità familiare. «Nell' abbraccio di chi li ama - spiega Aladar Bruno Ianes, direttore medico di Korian Italia - i malati possono trovare uno dei più potenti antidoti emotivi per rallentare il declino cognitivo e la perdita di sé causati dalla malattia »

mercoledì 13 settembre 2017

Psicologia e cattolicesimo...



 ..la soluzione è antropologica!



Quando ho letto lo slogan rimbalzare da una testata all'altra mi è venuto da ridere.
«Il papa sdogana la psicoanalisi» (in tempi cristiani si sarebbe scritto «battezza», o «benedice»).
Ovviamente Francesco non ha fatto nulla di simile. Ha semplicemente dichiarato: «Per sei mesi sono andato a casa sua [di una psicoanalista ebrea] una volta alla settimana per chiarire alcune cose». Tutto qui. Una breve consultazione, non sappiamo né il perché né con quale esito.
Tanto per dire: papa Benedetto suonava il pianofortestrumento bandito dalle chiese; eppure nessuno si è mai sognato di scrivere «Il papa sdogana il pianoforte». Sarebbe stata una solenne sciocchezza.
Invece accade anche questo, durante questo pontificato. I commenti, poi non sono da meno: la Chiesa avrebbe «sempre osteggiato con tutti i mezzi, anche “illegali”, la psicoanalisi, avvertita come pericolosa concorrente, come “colpevole” di aver infranto il monopolio cattolico nel confessionale e nella introspezione delle anime».
Finalmente «Francesco non soltanto ha “sdoganato” la psicoanalisi ma l’ha elevata a “compagna” dell’anima umana». Niente di meno.
Ma vediamolo, l'atteggiamento della Chiesa nei confronti della psicoanalisi. Cosa hanno detto i predecessori di Francesco a proposito  della psicoanalisi?
Parlando il 14 settembre 1952 ai partecipanti al Primo Congresso Internazionale di Istopatologia del Sistema Nervoso, Pio XII aveva affermato:
«Per liberarsi da pulsioni, inibizioni, e complessi psichici, l'uomo non è libero di eccitare in se stesso, per scopi terapeutici, tutti e singoli quegli appetiti della sfera sessuale che s'agitano o si son agitati nel suo essere, e sommuovono i loro impuri flutti nel suo inconscio o nel suo subconscio. Non può farne l'oggetto delle sue rappresentazioni o dei suoi desideri pienamente consci, con tutte le scosse e le ripercussioni che sono conseguenza di un tale modo di procedere. Per l'uomo e per il cristiano esiste una legge d'integrità e di purità, di stima personale, la quale proibisce d'immergersi così completamente nel mondo delle rappresentazioni e delle tendenze sessuali. L'interesse medico e psicoterapeutico del paziente trova qui un limite morale. Non è provato, anzi è inesatto, che il metodo pansessuale di una certa scuola di psicoanalisi sia parte integrante indispensabile di ogni psicoterapia seria e degna di tal nome; che l'aver trascurato nei tempi passati questo metodo abbia causato gravi danni psichici, errori nella dottrina e nella pratica dell'educazione, nella psicoterapia e anche e non meno nella pastorale; che sia urgente riempire questa lacuna e iniziare tutti coloro che si occupano di questioni psichiche alle idee direttrici e perfino, se occorre, all'applicazione pratica di questa tecnica della sessualità».
Nell’aprile dello stesso anno sul Bollettino del Clero romano fu pubblicata una dichiarazione che qualificava come «peccato mortale » ogni pratica della psicoanalisi.
In occasione del Sinodo Romano del 1960, Giovanni XXIII fece inserire un articolo (n. 239) che metteva in guardia nei confronti di un abbandono incondizionato del paziente nelle mani dello psicoanalista; e nel 1961 volle che il Sant’Uffizio emettesse un Monitum per condannare l’opinione secondo la quale la psicoanalisi sarebbe necessaria per ricevere gli ordini sacri, o per lo meno come esame attitudinale per i candidati al sacerdozio; questo documento, inoltre, esprimeva il divieto a chierici e religiosi di praticare la psicoanalisi, e ai seminaristi di ricorrervi (se non con il permesso dell’Ordinario e per gravi motivi).
Anche Paolo VI criticò la psicoanalisi diverse volte; in particolare rimproverava a questa dottrina di essere una «psicologia dal basso». Questo pontefice ha indicato più volte le sublimi vette che l’animo umano può raggiungere mediante l’ascesi, contrapponendole al «torbido fondo» che, secondo la psicoanalisi, costituirebbe la vera natura umana, da assecondare e liberare.
Giovanni Paolo II ha toccato in più occasioni il tema dell’incompatibilità tra antropologia cattolica e psicoanalisi. In particolare, nell’udienza generale del 29 ottobre 1980, il Santo Padre si riferisce a Freud come ad un «maestro del sospetto», che accusa implacabilmente il cuore dell’uomo di «concupiscenza della carne».
Questa chiarissima posizione può essere dettata solo dal desiderio di conservare «il monopolio cattolico nel confessionale e nella introspezione delle anime»? O c'è un motivo più profondo e serio?
Rudolf Allers, l'unico cattolico ammesso alla presenza di Freud, l'ha scritto con chiarezza: ciò che differenza una psicologia dall'altra è l'antropologia sulla quale essa di fonda.
L'antropologia cattolica è nota: è quella aristotelico-tomista.
L'uomo è un essere razionale, fatto ad immagine e somiglianza di Dio. La sua facoltà più elevata, quella che lo rende simile al Creatore, è la ragione. Essa ha il compito di discernere il bene e il male. Le passioni sono al servizio della ragione, come nel mito platonico della biga alata: hanno il compito di condurre l'uomo verso il bene e lontano dal male.
E la psicoanalisi?
Per questa disciplina il nucleo fondante l'uomo non è la ragione, bensì l'inconscio, ossia le passioni (che Freud chiama «pulsioni» perché convinto che il loro fondamento sia biologico).
L'istanza morale (cioè la ragione) nella psicoanalisi è il Super-io: «il veicolo della tradizione, di tutti i giudizi di valore imperituri che per questa via si sono trasmessi di generazione in generazione» (Sigmund Freud, Introduzione alla psicoanalisi, in Opere vol XI, Boringhieri, Torino 1979, pag. 179). Bene. Anzi no, perché il Super-io è considerato da Freud un «tiranno» «crudele».
Abbiamo quindi, nella psicoanalisi, un perfetto rovesciamento dell'antropologia cattolica.
Non solo. Quali sono le passioni originarie che costituiscono il fondamento antropologico freudiano? Le pulsioni sessuali (eros) e omicide (thanatos). Le stesse passioni originarie che, secondo Nietzsche, potremmo liberare se eliminassimo la metafisica (cioè la ragione di Tommaso, il Super-io di Freud): stupro e omicidio.
Dunque la diffidenza della Chiesa nei confronti della psicoanalisi qualche fondato motivo (a parte la conservazione di immaginari monopoli) ce l'ha. E pure con ragione, se consideriamo cosa accadde quando i chierici avvicinarono la psicoanalisi (mi riferisco all'abate Lamercier e a don Eugen Drewermann, dei quali non possiamo occuparci per ragioni di spazio).
Certo, non è mancato chi abbia tentato di «sdoganare» davvero la psicoanalisi cercando «ciò che unisce e non ciò che divide».
Penso a Leonardo Ancona; penso a chi ha tentato di «battezzare» Jung perché «rispetto a Freud è aperto alla spiritualità» (peccato che sia una spiritualità gnostica e demoniaca); penso a chi va a recuperare pseudo-sconosciuti psicoanalisti «ostili alle religioni organizzate ma non alla fede».
Siamo ben lungi da una sintonia tra cattolicesimo e psicoanalisi, nonostante tutti gli sforzi.
Non mancano nemmeno i cattolici psicoanalisti; ne conosco e stimo diversi. Ottimi professionisti, ma costretti a scindersi tra le due appartenenze.
La soluzione è quella di costruire una psicologia partendo dal fondamento antropologico artistotelico-tomista. Gli esempi – autorevoli, anche se sconosciuti ai più – non mancano: Rudolf Allers sopra a tutti; e poi Terruwe e Baars, Magda Arnold... Autori ai quali, coraggiosamente quanto meritoriamente, l'editore D'Ettoris sta cercando di dare una voce con una apposita collana.
Niente sdoganamenti, dunque, niente scorciatoie; studio e duro lavoro. Solo in questo modo si avrà una piena e fruttuosa collaborazione tra psicologia e cattolicesimo.
Lanuovabq

mercoledì 5 aprile 2017

Una legge inaccettabile

Giampaolo Crepaldi

di Giampaolo Crepaldi*

Il nostro Osservatorio segue l’evoluzione del disegno di legge cosiddetto sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT) e, quindi, sul “fine vita”.
Nella sua prolusione del 20 marzo scorso, il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei Vescovi italiani, ha avuto parole chiare sul problema etico dell’eutanasia in generale e sulla legge in discussione in particolare: «La legge sul fine vita, di cui è in atto l’iter parlamentare, è lontana da un’impostazione personalistica; è, piuttosto, radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato. In realtà, la vita è un bene originario: se non fosse indisponibile tutti saremmo esposti all’arbitrio di chi volesse farsene padrone. Questa visione antropologica, oltre ad essere corrispondente all’esperienza, ha ispirato leggi, costituzioni e carte internazionali, ha reso le società più vivibili, giuste e solidali.
È acquisito che l’accanimento terapeutico – di cui non si parla nel testo – è una situazione precisa da escludere, ma è evidente che la categoria di “terapie proporzionate o sproporzionate” si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva, distinguendo tra intervento terapeutico e sostegno alle funzioni vitali. Si rimane sconcertati anche vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza; così pure, sul versante del paziente, suscita forti perplessità il valore praticamente definitivo delle dichiarazioni, senza tener conto delle età della vita, della situazione, del momento di chi le redige: l’esperienza insegna che questi sono elementi che incidono non poco sul giudizio. La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento, ma neppure anticipata con l’eutanasia: il malato deve essere accompagnato con le cure, la costante vicinanza e l’amore. Ne è parte integrante la qualità delle relazioni tra paziente, medico e familiari».
Dal punto di vista strettamente giuridico, merita grande attenzione la Dichiarazione del Centro Studi Rosario Livatino, firmata da 250 giuristi, che ha denunciato, con precisione incontestabile, che il testo di legge è a contenuto eutanasico.
La legge in discussione in Parlamento trasforma le “Dichiarazioni” anticipate di trattamento in “Disposizioni” cui il medico non potrà sottrarsi; non tiene conto che nelle diverse situazioni di vita il giudizio che il paziente dà del suo stato di salute cambia, né considera che spesso i pazienti si dimenticano, nel tempo, di ritirare o variare le dichiarazioni da loro fatte molto tempo prima. Il testo di legge pone dei vincoli alla somministrazione attiva di farmaci, ma non ne pone alla sospensione dei trattamenti, prevede che il tutore possa decidere a suo talento nei confronti della persona interdetta e, nel caso in cui anche il medico sia d’accordo, niente può trattenere anche la sospensione di alimentazione e idratazione. Infine non prevede l’obiezione di coscienza per il medico.
Davanti a questa oggettiva visione delle cose è da considerarsi fuori luogo una diversità di vedute su questo grave argomento all’interno delle associazione cattoliche che più da vicino si occupano di queste problematiche etiche e giuridiche. La Chiesa si è sempre attenuta ai principi della legge morale naturale e degli insegnamenti del Signore e, su queste tematiche decisive per una società che voglia dirsi umana, ha espresso un insegnamento coerente e preciso. Ad esso bisogna attenersi anche nel momento attuale e in occasione delle nuove sfide legislative. Si tratta di evitare, in particolare, che entrino nel pensare cattolico i principi individualistici dell’autodeterminazione assoluta, in modo che la verità della persona umana e il suo autentico bene possano guidare anche in futuro l’agire nei confronti dei sofferenti, degli anziani, dei disabili e delle persone giunte al termine della loro vita terrena.

Vescovo di Trieste

venerdì 31 marzo 2017

Perché un corpo malato può dare salute all'anima

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di Mario Melazzini*

Ancora una volta le storie umane, di grande sofferenza e dolore, ci pongono di fronte a riflessioni importanti sul valore della vita e sul suo significato, sul perché si decida di intraprendere determinati percorsi. Quando si è colpiti da una malattia, una grave disabilità, qualunque essa sia, a prima vista pare impossibile se non insensato coniugarla con il concetto di salute. Ancora di più se si tratta di malattie rare, poco conosciute e di cui, allo stato attuale, non si conoscono terapie efficaci per guarirle, oppure di una patologia oncologica né chemio sensibile, né radio sensibile e neppure proponibile per un approccio chirurgico.
A volte, però, può succedere che una malattia o una grave disabilità che mortifica e limita il corpo, anche in maniera molto evidente, possa rappresentare una vera e propria medicina per chi deve forzatamente convivere con essa senza la possibilità di alternative. Perché la malattia può davvero disegnare, nel bene e nel male, una linea incancellabile nel percorso di vita di una persona. O, ancora meglio, edificare una serie di Colonne d’Ercole superate le quali ci è impossibile tornare indietro, ma se lo si vuole, ci è ancora consentito di guardare avanti. Ed è proprio questo il nocciolo della questione. Quando si ha la fortuna di conservare intatte e inalterate le proprie capacità cognitive, è comunque possibile pensare a ciò che è possibile fare piuttosto che a quello a cui non si è più in grado di ottemperare. Se si ragiona in questi termini, la malattia può davvero diventare una forma di salute. È salutare perché permette di sentirsi ancora utili per se stessi e per gli altri, incominciando dai propri famigliari per proseguire con gli amici ed i colleghi di lavoro.
Ed è salutare perché aiuta a rendersi conto che nella vita non bisogna dare nulla per scontato, neppure bere un bicchiere d’acqua senza soffocare. A volte siamo così concentrati su noi stessi che non ci accorgiamo della bellezza delle persone e della cose che abbiamo intorno da anni, magari da sempre. Così, quando è la malattia a fermarti bruscamente, può accadere che la propria scala di valori cambi. E che ci si renda conto che quelli che noi, fino a quel momento, consideravamo i più importanti invece non erano proprio così meritevoli dei primi posti. In questi tempi in cui si parla sempre più, con scarsa chiarezza, di 'diritto alla morte', del principio di autodeterminazione, di autonomia del paziente, si deve lavorare concretamente sul riconoscimento della dignità dell’esistenza di ogni essere umano che deve essere il punto di partenza e di riferimento di una società che difende il valore dell’uguaglianza e si impegna affinché la malattia e la disabilità non siano o non diventino criteri di discriminazione sociale e di emarginazione. Il dolore e la sofferenza (fisica, psicologica), in quanto tali, non sono né buoni né desiderabili, ma non per questo sono senza significato: ed è qui che l’impegno della medicina e della scienza deve concretamente intervenire per eliminare o alleviare il dolore delle persone malate o con disabilità, e per migliorare la loro qualità di vita, evitando ogni forma di accanimento terapeutico.
Questo è un compito prezioso che conferma il senso della nostra professione medica, non esaurito dall'eliminazione del danno biologico. La medicina, i servizi sociosanitari e, più in generale, la società, forniscono quotidianamente delle risposte ai differenti problemi posti dal dolore e dalla sofferenza: risposte che vanno e devono essere implementate e potenziate e che sono l’esplicita negazione dell’eutanasia, del suicidio assistito e di ogni forma di abbandono terapeutico. Noi medici, gli operatori sanitari in generale, le Istituzioni stesse, abbiamo questa grandissima fortuna: quella di poterci rapportare e relazionarci con l’essere umano che soffre, ma che può e riesce a trasmetterci e a insegnare molto. Non si possono o si devono creare le condizioni per l’abbandono di tanti malati e delle loro famiglie. È inaccettabile avallare l’idea che alcune condizioni di salute rendano indegna la vita e trasformino il malato o la persona con disabilità in un peso sociale. Si tratta di un’offesa per tutti, ma in particolar modo per chi vive una condizione di malattia, questa idea, infatti, aumenta la solitudine dei malati e delle loro famiglie, introduce nelle persone più fragili il dubbio di poter essere vittima di un programmato disinteresse da parte della società, e favorisce decisioni rinunciatarie. Ciò che manca è una reale presa in carico del malato, la corretta informazione sulla malattia e sulle sue problematiche, la comunicazione personalizzata con la condivisione familiare per poter 'spianare' il percorso della consapevolezza per poter facilitare e applicare concretamente le decisioni condivise durante la progressione della malattia. Non si può chiedere a nessuno di uccidere. Una civiltà non si può costruire su un simile falso presupposto.
Perché l’amore vero non uccide e non chiede di morire. È necessario aprire una concreta discussione su che cosa si stia facendo per evitare l’emarginazione delle persone con gravi patologie invalidanti e su quanto realmente, al momento attuale, si sta investendo nel percorso medico, di continuità assistenziale domiciliare e di cultura della salute e delle problematiche legate alle patologie disabilitanti e alla disabilità in senso lato, chiedendosi con molta sincerità se proprio dalla mancanza sempre più evidente di assistenza domiciliare qualificata, supporto adeguato alla famiglia, reti di servizi sociali e sanitari organizzati, solidarietà, coinvolgimento e sensibilità da parte dell’opinione pubblica scaturiscano quelle condizioni di sofferenza e di abbandono a causa delle quali alcuni malati chiedono di porre fine alla propria vita.
Dovremmo essere anche noi medici a contribuire, insieme alle Istituzioni, a rinsaldare nel nostro Paese la certezza che ognuno riceverà trattamenti, cure e sostegni adeguati. Si deve garantire al malato, alla persona con disabilità e alla sua famiglia ogni possibile, proporzionata e adeguata forma di trattamento, cura e sostegno. La Costituzione italiana, tutte le leggi vigenti in Italia, il nostro Codice di deontologia medica, oltre alla Convenzioni sui diritti dell’uomo e la Convenzione sui diritti e la dignità delle persone con disabilità, affermano la dignità di tutti e il diritto all’accesso alle cure. Ecco perché penso che un corpo malato può portare salute all’anima, rendendola più forte più tenace, più determinata, più disponibile a buttarsi con tutta sé stessa in quello che si vuole. L’urgenza dettata da uno stato patologico può diventare uno stimolo enorme per raggiungere traguardi considerati impensabili e apparentemente preclusi nella 'vita precedente'. E faccio tesoro di quanto scritto da Stephen Hawking: «Ricordatevi di guardare le stelle e non i vostri piedi... Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare, e in cui si può riuscire». La malattia non porta via le emozioni, i sentimenti, la possibilità di comprendere che l’«essere» conta di più del «fare». Può sembrare paradossale, ma un corpo nudo, spogliato della sua esuberanza, mortificato nella sua esteriorità fa brillare maggiormente l’anima, ovvero il luogo in cui sono presenti le chiavi che possono aprire, in qualunque momento, la via per completare nel modo migliore il proprio percorso di vita. In tutto questo la speranza che definisco come quel sentimento confortante che provo quando vedo con l’occhio della mia mente quel percorso che mi può condurre a una condizione migliore, diventa il mio strumento di vita quotidiana.
*Medico, malato di Sla e direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa)