
Nel cuore dei poveri
Anticipiamo, in una nostra traduzione, parte del Templeton Talk che il fondatore dell’Arca terrà il 18 maggio a St Martin in the Fields a Londra.
(Jean Vanier) Nel suo libro A Nazareth Manifesto (New Jersey, Wiley Blackwell, 2015, pagine 336, euro 25) Samuel Wells rivela che Gesù è venuto per insegnarci non soltanto a fare qualcosa per le persone senza una casa, ma anche a stare con loro. È questo il vero segreto della Chiesa, come anche delle nostre comunità, e si spera che un giorno possa essere il segreto dell’intera umanità: stare con.
Stare con significa vivere fianco a fianco, significa entrare in relazioni reciproche di amicizia e di sollecitudine. Significa ridere e piangere insieme, significa trasformarsi reciprocamente. Ogni persona diventa un dono per l’altra, rivelando all’altro che facciamo tutti parte di un’immensa e meravigliosa famiglia, la famiglia di Dio. Siamo tutti profondamente uguali come esseri umani, ma anche profondamente diversi; tutti abbiamo i nostri doni speciali e la nostra missione unica nella vita. Questa straordinaria famiglia, sin dalle sue lontane origini, e da allora con tutti coloro che generazione dopo generazione sono stati sparpagliati su questo pianeta, è composta da persone di cultura e capacità diverse, ognuna con le sue forze e debolezze, e tutte preziose.
L’evoluzione di questa famiglia, dagli inizi a oggi, certamente ha comportato guerre, violenza e la ricerca infinita di dominazione e di maggiori possedimenti. È anche un’evoluzione nella quale profeti di pace hanno continuato a chiedere “pace, pace”, chiamando le persone a incontrarsi e a vedersi belle e preziose. Molti di noi, nel mondo attuale, continuano ad anelare la pace e l’unità. Tuttavia, in tanti restiamo impigliati nella nostra cultura, dove ci ritroviamo coinvolti nella lotta per vincere e avere di più. Come possiamo liberarci dalla cultura che incita le persone non alla responsabilità verso la famiglia umana e il bene comune, ma al successo individuale e al predominio sugli altri? Come possiamo svincolarci dai tentacoli e dalle catene di questa cultura, così da essere liberi per noi stessi, liberi dal nostro ego sovradimensionato e dalle nostre compulsioni, liberi di amare gli altri così come sono, diversi e tuttavia uguali?
Stare con significa anche mangiare insieme, così come ci ha invitati a fare Gesù: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare la tua famiglia, i tuoi amici, o i tuoi vicini ricchi, bensì poveri, storpi, zoppi e ciechi e sarai beato». Essere beati, dice Gesù, significa invitare i poveri alla nostra mensa (cfr. Luca 14). È bene specificare che non sono gli ospiti a essere beati perché possono gustare il cibo al banchetto, bensì il padrone di casa attraverso il suo incontro con i poveri. Perché il padrone di casa è detto beato? Non è forse perché il suo cuore è trasformato quando viene toccato dagli straordinari doni dello spirito nascosti nel cuore dei poveri?
È stato questo il dono del mio percorso personale e anche di quello di molti altri. Siamo stati guidati da quanti sono deboli sul cammino della beatitudine dell’amore, dell’umiltà e della pacificazione.
Per essere trasformati, dobbiamo anzitutto incontrare persone che sono diverse, non soltanto i nostri familiari, amici e vicini, che sono come noi. Incontriamoci al di là delle differenze, siano esse intellettuali, culturali, nazionali, razziali, religiose o di altro genere. Poi, a partire da questo incontro iniziale, possiamo cominciare a costruire insieme comunità e luoghi di appartenenza.
La comunità non è mai chiamata a essere un gruppo chiuso, nel quale le persone si nascondono dietro le barriere dell’identità di gruppo, interessate solo al proprio benessere o alla propria visione, come se fosse l’unica o la migliore. Non può essere una prigione o una fortezza. Purtroppo, per molto tempo è stata questa la visione piuttosto ristretta di diverse Chiese e religioni. Ognuna si riteneva la migliore, detentrice di ogni conoscenza e verità. Pertanto, tra loro non c’erano comunicazione o dialogo. Non c’è forse in questo il pericolo che ci rinchiudiamo nel nostro gruppo professionale, religioso o familiare, dove non incontriamo mai chi è diverso?
La comunità, d’altro canto, è un luogo dello stare insieme nonostante le differenze, di persone unite nell’amore e aperte a tutte le altre persone. La comunità, dunque, è come una fonte o una luce splendente, dove si vive e si rivela uno stile di vita, aperta agli altri e attraente. È un luogo di pace, che svela una via verso la pace e l’unità per la famiglia umana.
La comunità è un luogo di appartenenza, dove ogni persona può crescere per divenire pienamente se stessa. È appartenere per divenire. Apparteniamo gli uni agli altri, di modo che ogni membro possa divenire più umano, più amorevole, più libero, più aperto agli altri, specialmente a quanti sono diversi. Quando ogni membro può sviluppare i suoi doni unici e aiutare gli altri a sviluppare i propri, i membri non sono più in una situazione di competizione, bensì di collaborazione, di cooperazione e di sostegno reciproco. Divenire non significa dimostrare di essere migliore rispetto all’altro, ma piuttosto sostenersi insieme gli uni gli altri nell’aprire i propri cuori. Pertanto, la comunità è un luogo di trasformazione. La comunità è un luogo di appartenenza dove ognuno può essere trasformato e trovare la propria realizzazione umana.
Quali alternative abbiamo per la crescita umana? Un’appartenenza troppo rigida soffoca il divenire; d’altra parte, troppa crescita o troppo divenire individuale senza appartenenza possono portare a una lotta per arrivare al vertice, oppure trasformarsi in solitudine e angoscia. Vincere significa sempre essere soli, e ovviamente nessuno vince a lungo.
La comunità, dunque, non è un gruppo chiuso, bensì un modo di vivere che aiuta ogni persona a crescere fino alla propria realizzazione umana. I due elementi chiave della comunità sono la missione e la mutua sollecitudine. Ci riuniamo per un fine, che è la missione, e anche per essere segno di amore, o piuttosto per crescere nell’amore reciproco. È la missione a definire il motivo per cui stiamo insieme, e stando insieme impariamo ad amarci gli uni gli altri.
La comunità è un luogo dove levighiamo i punti dolenti dell’altro. È auspicabile che in tal modo riusciamo a levigare alcuni dei tratti fastidiosi e aspri del nostro carattere, così da poter diventare veramente noi stessi. Amare, dunque, significa guardare dentro l’altro, vedere il cuore della persona, nascosto dietro a tutto ciò che ci infastidisce. Per questo, amare significa, con le parole di san Paolo, essere pazienti, ovvero aspettare e tener duro. Significa credere e confidare che sotto tutta la confusione nell’altra persona ci sia la sua natura segreta, il suo cuore.
L'Osservatore Romano