giovedì 18 aprile 2019

VIA CRUCIS 2019. MEDITAZIONI.

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MEDITAZIONIdi
Suor Eugenia Bonetti

Missionaria della Consolata
Presidente dell’Associazione “Slaves no more”
[Arabo, FranceseIngleseItaliano, Polacco, PortogheseSpagnolo, Tedesco]

Con Cristo e con le donne
sulla via della croce


Introduzione
Sono ormai trascorsi quaranta giorni da quando, con l’imposizione delle ceneri, abbiamo iniziato il cammino quaresimale. Oggi abbiamo rivissuto le ultime ore della vita terrena del Signore Gesù fino a quando, sospeso sulla croce, gridò il suo ”consummatum est”, ”tutto è compiuto”. Raccolti in questo luogo, nel quale migliaia di persone hanno subito in passato il martirio per essere rimasti fedeli a Cristo, vogliamo ora percorrere questa “via dolorosa” insieme a tutti i poveri, agli esclusi dalla società e ai nuovi crocifissi della storia di oggi, vittime delle nostre chiusure, dei poteri e delle legislazioni, della cecità e dell’egoismo, ma soprattutto del nostro cuore indurito dall’indifferenza.Una malattia quest’ultima di cui anche noi cristiani soffriamo. Possa la Croce di Cristo, strumento di morte ma anche di vita nuova, che tiene uniti in un abbraccio terra e cielo, nord e sud, est e ovest, illuminare le coscienze dei cittadini, della Chiesa, dei legislatori e di tutti coloro che si professano seguaci di Cristo, affinché giunga a tutti la Buona Notizia della redenzione.

I Stazione
Gesù è condannato a morte
Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. (Mt 7, 21)
Signore, chi più di Maria tua Madre ha saputo essere tua discepola? Lei ha accettato la volontà del Padre anche nel momento più buio della sua vita, e con il cuore in pezzi ti è stata accanto. Colei che ti ha generato, portato in grembo, accolto tra le braccia, nutrito con amore e accompagnato durante la tua vita terrena non poteva non percorrere la stessa via del Calvario e condividere con te il momento più drammatico e sofferto della tua e della sua esistenza.
Signore, quante mamme ancora oggi vivono l’esperienza di tua Madre e piangono per la sorte delle loro figlie e dei loro figli? Quante, dopo averli generati e dati alla luce, li vedono soffrire e morire per malattie, per mancanza di cibo, di acqua, di cure mediche e di opportunità di vita e di futuro? Ti preghiamo per coloro che ricoprono ruoli di responsabilità, perché ascoltino il grido dei poveri che sale a te da ogni parte del globo. Grido di tutte quelle giovani vite, che in modi diversi, sono condannate a morte dall’indifferenza generata da politiche esclusive ed egoiste. Che a nessuno dei tuoi figli manchi il lavoro e il necessario per una vita onesta e dignitosa.
Preghiamo insieme dicendo: “Signore, aiutaci a fare la tua volontà”:
- nei momenti di difficoltà e di sconforto
- nei momenti di sofferenza fisica e morale
- nei momenti di buio e di solitudine

II Stazione
Gesù prende la croce
Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso,
prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. (Lc 9, 23)
Signore Gesù, è facile portare il crocifisso al collo o appenderlo come ornamento sulle pareti delle nostre belle cattedrali o delle nostre case, ma non è altrettanto facile incontrare e riconoscere i nuovi crocifissi di oggi: i senza fissa dimora, i giovani senza speranza, senza lavoro e senza prospettive, gli immigrati costretti a vivere nelle baracche ai margini della nostre società, dopo aver affrontato sofferenze inaudite. Purtroppo questi accampamenti, senza sicurezza, vengono bruciati e rasi al suolo insieme ai sogni e alle speranze di migliaia di donne e uomini emarginati, sfruttati, dimenticati. Quanti bambini, poi, sono discriminati a causa della loro provenienza, del colore della loro pelle o del loro ceto sociale! Quante mamme soffrono l’umiliazione nel vedere i loro figli derisi ed esclusi dalle opportunità dei loro coetanei e compagni di scuola!
Ti ringraziamo, Signore, perché ci hai dato l’esempio con la tua stessa vita di come si manifesta l’amore vero e disinteressato verso il prossimo, particolarmente verso i nemici o semplicemente verso chi non è come noi. Signore Gesù, quante volte, anche noi, come tuoi discepoli ci siamo dichiarati apertamente tuoi seguaci nei momenti in cui operavi guarigioni e prodigi, quando sfamavi la folla e perdonavi i peccati. Ma non è stato altrettanto facile capirti quando parlavi di servizio e di perdono, di rinuncia e sofferenza. Aiutaci a saper mettere sempre la nostra vita al servizio degli altri.
Preghiamo insieme dicendo: “Signore, aiutaci a sperare”:
- quando ci sentiamo abbandonati e soli
- quando è difficile seguire le tue orme
- quando il servizio per gli altri diventa difficile

III Stazione
Gesù cade la prima volta
Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori. (Is 53, 4)
Signore Gesù, sulla strada ripida che porta al Calvario, hai voluto sperimentare la fragilità e la debolezza umana. Che cosa sarebbe la Chiesa oggi senza la presenza e la generosità di tanti volontari, i nuovi samaritani del terzo millennio? In una notte gelida di gennaio, su una strada alla periferia di Roma, tre africane, poco più che bambine, accovacciate per terra scaldavano il loro giovane corpo seminudo attorno ad un braciere. Alcuni giovanotti, per divertirsi, passando in macchina hanno gettato del materiale infiammabile sul fuoco, ustionandole gravemente. In quello stesso momento, è passata una delle tante unità di strada di volontari che le ha soccorse, portandole in ospedale per poi accoglierle in una casa-famiglia. Quanto tempo è stato e sarà necessario perché quelle ragazze guariscano non solo dalle bruciature delle membra, ma anche dal dolore e dall’umiliazione di ritrovarsi con un corpo mutilato e sfigurato per sempre?
Signore, ti ringraziamo per la presenza di tanti nuovi samaritani del terzo millennio che ancora oggi vivono l’esperienza della strada, chinandosi con amore e compassione sulle tante ferite fisiche e morali di chi ogni notte vive la paura e il terrore del buio, della solitudine e dell’indifferenza. Signore, purtroppo molte volte oggi non sappiamo più scorgere chi è nel bisogno, vedere chi è ferito e umiliato. Spesso rivendichiamo i nostri diritti e interessi, ma dimentichiamo quelli dei poveri e degli ultimi della fila. Signore, facci la grazia di non rimanere insensibili al loro pianto, alle loro sofferenze, al loro grido di dolore perché attraverso di loro possiamo incontrarti.
Preghiamo insieme dicendo: “Signore, aiutaci ad amare”:
- quando è impegnativo essere samaritani
- quando facciamo fatica a perdonare
- quando non vogliamo vedere le sofferenze degli altri


IV Stazione
Gesù incontra Maria sua Madre 
Una spada ti trafiggerà l’anima, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori. (cfr Lc 2, 35)
Maria, il vecchio Simeone ti aveva predetto, quando hai presentato il piccolo Gesù al tempio per il rito della purificazione, che una spada avrebbe trafitto il tuo cuore. Ora è il momento di rinnovare il tuo fiat, la tua adesione al volere del Padre, anche se accompagnare un figlio al patibolo, trattato come un malfattore, provoca un dolore straziante. Signore, abbi pietà delle tante, troppe mamme che hanno lasciato partire le loro giovani figlie verso l’Europa nella speranza di aiutare le loro famiglie in povertà estrema, mentre hanno trovato umiliazioni, disprezzo e a volte anche la morte. Come la giovane Tina, uccisa barbaramente sulla strada a soli vent’anni, lasciando una bimba di pochi mesi.
Maria, in questo momento tu vivi lo stesso dramma di tante madri che soffrono per i loro figli che sono partiti verso altri Paesi nella speranza di trovare opportunità per un futuro migliore per loro e le loro famiglie, ma che, purtroppo, trovano umiliazione, disprezzo, violenza, indifferenza, solitudine e persino la morte. Dona loro forza e coraggio.
Preghiamo insieme dicendo: “Signore, fa’ che sappiamo dare sempre sostegno e conforto ed essere presenti per offrire aiuto”:
- per consolare le mamme che piangono la sorte dei loro figli
- per chi nella vita ha perso ogni speranza
- per chi ogni giorno subisce violenza e disprezzo


V Stazione
Il Cireneo aiuta Gesù a portare la croce
Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo. (Gal 6, 2) 
Signore Gesù, sulla via del Calvario hai sentito forte il peso e la fatica di portare quella ruvida croce di legno. Invano hai sperato nel gesto di aiuto da parte di un amico, di uno dei tuoi discepoli, di una delle tante persone di cui hai alleviato le sofferenze. Purtroppo solo uno sconosciuto, Simone di Cirene, per obbligo, ti ha dato una mano. Dove sono oggi i nuovi cirenei del terzo millennio? Dove li troviamo? Vorrei ricordare l’esperienza di un gruppo di religiose di diverse nazionalità, provenienze e appartenenze con le quali, da oltre diciassette anni, ogni sabato visitiamo a Roma un centro per donne immigrate prive di documenti, donne spesso giovani, in attesa di conoscere il loro destino, in bilico fra espulsione e possibilità di rimanere. Quanta sofferenza incontriamo, ma anche quanta gioia in queste donne nel trovarsi di fronte religiose provenienti dai loro Paesi, che parlano le loro lingue, che asciugano le loro lacrime, che condividono momenti di preghiera e di festa, che rendono meno duri i lunghi mesi trascorsi tra sbarre di ferro e asfalti di cemento!
Per tutti i cirenei della nostra storia. Perché non venga mai meno in loro il desiderio di accoglierti sotto le sembianze degli ultimi della terra, coscienti che accogliendo gli ultimi della nostra società accogliamo te. Siano questi samaritani portavoce di chi non ha voce.
Preghiamo insieme dicendo: “Signore, aiutaci a portare la nostra croce”:
- quando siamo stanchi e sfiduciati
- quando sentiamo il peso delle nostre debolezze
- quando ci chiedi di condividere le sofferenze degli altri

VI Stazione
La Veronica asciuga il volto di Gesù
Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. (Mt 25, 40)
Pensiamo ai bambini, in varie parti del mondo, che non possono andare a scuola e che sono, invece, sfruttati nelle miniere, nei campi, nella pesca, venduti e comperati da trafficanti di carne umana, per trapianti di organi, nonché usati e sfruttati sulle nostre strade da molti, cristiani compresi, che hanno perso il senso della propria e altrui sacralità. Come una minorenne dal corpicino gracile, incontrata una notte a Roma, che uomini a bordo di auto lussuose facevano la fila per sfruttare. Eppure poteva avere l’età delle loro figlie… Quale squilibrio può creare questa violenza nella vita di tante giovani che sperimentano solo il sopruso, l’arroganza e l’indifferenza di chi, di notte e di giorno, le cerca, le usa, le sfrutta per poi buttarle nuovamente sulla strada in preda al prossimo mercante di vite!
Signore Gesù, rendi limpidi i nostri occhi perché sappiamo scoprire il tuo volto nei nostri fratelli e sorelle, in particolare in tutti quei bambini che, in molte parti del mondo, vivono nell’indigenza e nel degrado. Bimbi privati del diritto a un’infanzia felice, a un’educazione scolastica, all’innocenza. Creature usate come merce di poco valore, vendute e comperate a piacimento. Signore, ti preghiamo di avere pietà e compassione di questo mondo malato e di aiutarci a riscoprire la bellezza della nostra e altrui dignità come esseri umani, creati a tua immagine e somiglianza.
Preghiamo insieme dicendo: “Signore, aiutaci a vedere”:
- il volto dei bimbi innocenti che chiedono aiuto
- le ingiustizie sociali
- la dignità che ogni persona porta in sé e viene calpestata

VII Stazione
Gesù cade la seconda volta
Insultato, non rispondeva con insulti, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. (1Pt 2, 23)
Quante vendette in questo nostro tempo! La società attuale ha perso il grande valore del perdono, dono per eccellenza, cura per le ferite, fondamento della pace e della convivenza umana. In una società dove il perdono è vissuto come debolezza, tu, Signore, ci chiedi di non fermarci all’apparenza. E non lo fai con le parole, bensì con l’esempio. A chi ti tormenta, tu rispondi: “Perché mi perseguiti?”, ben sapendo che la giustizia vera non può mai basarsi sull’odio e sulla vendetta. Rendici capaci di chiedere e donare perdono.
“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). Signore, anche tu hai sentito il peso della condanna, del rifiuto, dell’abbandono, della sofferenza inflitta da persone che ti avevano incontrato, accolto e seguito. Nella certezza che il Padre non ti aveva abbandonato, hai trovato la forza di accettare la sua volontà perdonando, amando e offrendo speranza a chi come te oggi cammina sulla stessa strada dello scherno, del disprezzo, della derisione, dell’abbandono, del tradimento e della solitudine.
Preghiamo insieme dicendo: “Signore, aiutaci a dare conforto”:
- a chi si sente offeso e insultato
- a chi si sente tradito e umiliato
- a chi si sente giudicato e condannato

VIII Stazione
Gesù incontra le donne
Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. (Lc 23, 28)
La situazione sociale, economica e politica dei migranti e delle vittime di tratta di esseri umani ci interroga e ci scuote. Dobbiamo avere il coraggio, come afferma con forza Papa Francesco, di denunciare la tratta di esseri umani quale crimine contro l’umanità. Tutti noi, specialmente i cristiani, dobbiamo crescere nella consapevolezza che tutti siamo responsabili del problema e tutti possiamo e dobbiamo essere parte della soluzione. A tutti, ma soprattutto a noi donne, è richiesta la sfida del coraggio. Il coraggio di saper vedere e agire, singolarmente e come comunità. Soltanto mettendo insieme le nostre povertà, esse potranno diventare una grande ricchezza, capace di cambiare la mentalità e di alleviare le sofferenze dell’umanità. Il povero, lo straniero, il diverso non deve essere visto come un nemico da respingere o da combattere ma, piuttosto, come un fratello o una sorella da accogliere e da aiutare. Essi non sono un problema, bensì una preziosa risorsa per le nostre cittadelle blindate dove il benessere e il consumo non alleviano la crescente stanchezza e fatica.
Signore, insegnaci ad avere il tuo sguardo. Quello sguardo di accoglienza e misericordia con cui vedi i nostri limiti e le nostre paure. Aiutaci a guardare così alle divergenze di idee, abitudini, vedute. Aiutaci a riconoscerci parte della stessa umanità e a farci promotori di cammini arditi e nuovi di accoglienza del diverso, per creare insieme comunità, famiglia, parrocchie e società civile.
Preghiamo insieme dicendo: “Aiutaci a condividere la sofferenza altrui”:
- con chi soffre per la morte di persone care
- con chi fa più fatica a chiedere aiuto e conforto
- con chi ha condiviso soprusi e violenze

IX Stazione
Gesù cade la terza volta
Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca, era come agnello condotto al macello. (Is 53, 7)
Signore, per la terza volta sei caduto, sfinito e umiliato, sotto il peso della croce. Proprio come tante ragazze, costrette sulle strade da gruppi di trafficanti di schiavi, che non reggono alla fatica e all’umiliazione di vedere il proprio giovane corpo manipolato, abusato, distrutto, insieme ai loro sogni. Quelle giovani donne si sentono come sdoppiate: da una parte cercate e usate, dall’altra respinte e condannate da una società che rifiuta di vedere questo tipo di sfruttamento, causato dall’affermazione della cultura dell’usa-e-getta. Una delle tante notti passate sulle strade a Roma, cercavo una giovane giunta da poco in Italia. Non vedendola nel suo gruppo, la chiamavo insistentemente per nome: “Mercy!”. Nel buio, l’ho scorta accovacciata e addormentata sul ciglio della strada. Al mio richiamo s’è svegliata e m’ha detto che non ne poteva più. “Sono sfinita”, ripeteva… Ho pensato a sua madre: se sapesse che cosa è accaduto alla figlia, piangerebbe tutte le sue lacrime.
Signore, quante volte ci hai rivolto questa domanda scomoda: “Dov’è tuo fratello? Dov’è tua sorella?”. Quante volte ci hai ricordato che il loro grido straziante era giunto fino a te? Aiutaci a condividere la sofferenza e l’umiliazione di tante persone trattate come scarto. È troppo facile condannare esseri umani e situazioni di disagio che umiliano il nostro falso pudore, ma non è altrettanto facile assumerci le nostre responsabilità come singoli, come governi e anche come comunità cristiane.
Preghiamo insieme dicendo: “Signore, donaci forza e coraggio per denunciare”:
- di fronte allo sfruttamento e all’umiliazione vissuta da tanti giovani
- di fronte all’indifferenza e al silenzio di molti cristiani
- di fronte a leggi ingiuste e prive di umanità e solidarietà

X Stazione
Gesù è spogliato delle sue vesti
Rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità. (Col 3, 12)
Denaro, benessere, potere. Sono gli idoli di ogni tempo. Anche e soprattutto del nostro, che si vanta degli enormi passi avanti fatti nel riconoscimento dei diritti della persona. Tutto è acquistabile, compreso il corpo dei minorenni, derubati dalla loro dignità e dal loro futuro. Abbiamo dimenticato la centralità dell’essere umano, la sua dignità, bellezza, forza. Mentre nel mondo si vanno alzando muri e barriere, vogliamo ricordare e ringraziare coloro che con ruoli diversi, in questi ultimi mesi, hanno rischiato la loro stessa vita, particolarmente nel Mar Mediterraneo, per salvare quella di tante famiglie in cerca di sicurezza e di opportunità. Esseri umani in fuga da povertà, dittature, corruzione, schiavitù.
Aiutaci, Signore, a riscoprire la bellezza e la ricchezza che ogni persona e ogni popolo racchiudono in sé come tuo dono unico e irripetibile, da mettere a servizio della società intera e non per raggiungere interessi personali. Ti preghiamo, Gesù, affinché il tuo esempio e il tuo insegnamento di misericordia e di perdono, di umiltà e di pazienza ci renda un po’ più umani e, dunque, più cristiani.
Preghiamo insieme dicendo: “Signore, donaci un cuore pieno di misericordia”:
- di fronte all’avidità del piacere, del potere e del denaro
- di fronte alle ingiustizie inflitte ai poveri e ai più deboli
- di fronte al miraggio di interessi personali

XI Stazione
Gesù è inchiodato sulla croce
Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno. (Lc 23, 34)
La nostra società proclama l’uguaglianza in diritti e dignità di tutti gli esseri umani. Ma pratica e tollera la disuguaglianza. Ne accetta perfino le forme più estreme. Uomini, donne e bambini sono comprati e venduti come schiavi dai nuovi mercanti di esseri umani. Le vittime della tratta sono poi sfruttate da altri individui. E infine gettate via, come merce senza valore. Quanti si fanno ricchi divorando la carne e il sangue dei poveri!
Signore, quante persone ancora oggi sono state inchiodate su una croce, vittime di uno sfruttamento disumano, private della dignità, della libertà, del futuro. Il loro grido di aiuto ci interpella come uomini e donne, come governi, come società e come Chiesa. Come è possibile che continuiamo a crocifiggerti, rendendoci complici della tratta di esseri umani? Donaci occhi per vedere e un cuore per sentire le sofferenze di tante persone che ancora oggi sono inchiodate sulla croce dai nostri sistemi di vita e di consumo.
Preghiamo insieme dicendo: “Signore, pietà”:
- per i nuovi crocifissi di oggi sparsi su tutta la terra
- per i potenti e i legislatori della nostra società
- per chi non sa perdonare e non sa amare

XII Stazione
Gesù muore sulla croce
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mc 15, 34)
Anche tu, Signore, hai sentito, sulla croce, il peso dello scherno, della derisione, degli insulti, delle violenze, dell’abbandono, dell’indifferenza. Solo Maria tua madre e altre poche discepole sono rimaste là, testimoni della tua sofferenza e della tua morte. Il loro esempio ci ispiri a impegnarci a non far sentire la solitudine a quanti agonizzano oggi nei troppi calvari sparsi per il mondo, tra cui i campi di raccolta simili a lager nei Paesi di transito, le navi a cui viene rifiutato un porto sicuro, le lunghe trattative burocratiche per la destinazione finale, i centri di permanenza, gli hot spot, i campi per lavoratori stagionali.
Signore, ti preghiamo: aiutaci a farci prossimi ai nuovi crocifissi e disperati del nostro tempo. Insegnaci ad asciugare le loro lacrime, a confortarli come hanno saputo fare Maria e le altre donne sotto la tua croce.
Preghiamo insieme dicendo: “Signore, aiutaci a donare la nostra vita”:
- a quanti hanno subito ingiustizie, odio e vendetta
- a quanti sono stati ingiustamente calunniati e condannati
- a quanti si sentono soli, abbandonati e umiliati

XIII Stazione
Gesù è deposto dalla croce
Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo;
se invece muore, produce molto frutto. (Gv 12, 24)
Chi ricorda, in quest’era di notizie bruciate alla svelta, quelle ventisei giovani nigeriane inghiottite dalle onde, i cui funerali sono stati celebrati a Salerno? È stato duro e lungo il loro calvario. Prima la traversata del deserto del Sahara, ammassate su bus di fortuna. Poi la sosta forzata negli spaventosi centri di raccolta in Libia. Infine il salto nel mare, dove hanno trovato la morte alle porte della “terra promessa”. Due di loro portavano in grembo il dono di una nuova vita, bimbi che non vedranno mai la luce del sole. Ma la loro morte, come quella di Gesù deposto dalla croce non è stata vana. Tutte queste vite affidiamo alla misericordia del Padre nostro e di tutti, ma soprattutto Padre dei poveri, dei disperati e degli umiliati.
Signore, in quest’ora, sentiamo risuonare ancora una volta il grido che Papa Francesco levò da Lampedusa, meta del suo primo viaggio apostolico: «Chi ha pianto?». E ora dopo infiniti naufragi, continuiamo a gridare: «Chi ha pianto?». Chi ha pianto?, ci domandiamo di fronte a quelle 26 bare allineate e sovrastate da una rosa bianca? Solo cinque di loro sono state identificate. Con o senza nome, tutte, però, sono nostre figlie e sorelle. Tutte meritano rispetto e ricordo. Tutte ci chiedono di sentirci responsabili: istituzioni, autorità e noi pure, con il nostro silenzio e la nostra indifferenza.
Preghiamo insieme: “Signore, aiutaci a condividere il pianto”:
- di fronte alle sofferenze altrui
- di fronte a tutte le bare senza nome
- di fronte al pianto di tante madri

XIV Stazione
Gesù viene posto nel sepolcro
È compiuto. (Gv 19, 30)
Il deserto e i mari sono diventati i nuovi cimiteri di oggi. Di fronte a queste morti non ci sono risposte. Ci sono, però, responsabilità. Fratelli che lasciano morire altri fratelli. Uomini, donne, bambini che non abbiamo potuto o voluto salvare. Mentre i governi discutono, chiusi nei palazzi del potere, il Sahara si riempie di scheletri di persone che non hanno resistito alla fatica, alla fame, alla sete. Quanto dolore costano i nuovi esodi! Quanta crudeltà si accanisce su chi fugge: i viaggi della disperazione, i ricatti e le torture, il mare trasformato in tomba d’acqua.
Signore, facci comprendere che siamo tutti figli dello stesso Padre. Possa la morte del tuo figlio Gesù donare ai Capi delle Nazioni e ai responsabili delle legislazioni la consapevolezza del loro ruolo a difesa di ogni persona creata a tua immagine e somiglianza.

Conclusione
Vorremmo ricordare la storia della piccola Favour, di 9 mesi, partita dalla Nigeria insieme ai suoi giovani genitori in cerca di un futuro migliore in Europa. Durante il lungo e pericoloso viaggio nel Mediterraneo, mamma e papà sono morti insieme ad altre centinaia di persone che si erano affidate a trafficanti senza scrupoli per poter giungere nella “terra promessa”. Solo Favour è sopravvissuta: anche lei, come Mosè, è stata salvata dalle acque. La sua vita diventi luce di speranza nel cammino verso un’umanità più fraterna.
Al termine della tua Via Crucis ti preghiamo, Signore, affinché ci insegni a vegliare, insieme a tua Madre e alle donne che ti hanno accompagnato sul Calvario, nell’attesa della tua resurrezione. Essa sia faro di speranza, di gioia, di vita nuova, di fratellanza, di accoglienza e di comunione tra i popoli, le religioni e le leggi. Perché ogni figlio e figlia dell’uomo sia riconosciuto davvero nella sua dignità di figlio e figlia di Dio e mai più trattati da schiavi.

mercoledì 17 aprile 2019

Kiko Arguello: Anuncio de Pascua 2019


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En la parroquia Santa Catalina Labouré, Madrid
Martes, 9 de abril de 2019
KIKO:
Saludamos al P. Mario que cumple 50 años de sacerdocio.
Después de Pascua haremos una convivencia de obispos, y tenemos ya más de 100, porque es una ocasión que tienen los obispos de conocer el Camino desde la fuente, que somos nosotros.
El 11 de mayo tenemos un encuentro en Ucrania, con todos los países de la ex Unión soviética: Rusia, Siberia, Bielorrusia, Lituania, Letonia, Estonia,  Ucrania, Polonia, etc.
El 2 de junio haremos la Sinfonía en Matera (Italia), declarada capital de la cultura europea, y nos han pedido si podíamos hacer la Sinfonía allí. Es un pueblo muy bonito, precioso, que fue usado para hacer la película “La Pasión de Cristo”.
El 16 de junio tendremos un encuentro en Génova con todas las comunidades del Norte de Italia.
Convivencia de itinerantes en Porto San Giorgio del 19 al 23 de junio.

Luego necesitamos que nos ayudéis con una colecta, comunidad por comunidad, porque vienen todos los obispos y no tenemos dinero para pagar todos esos viajes. Quiero que nos echéis una mano.
Hemos recibido una carta de Venezuela, que están sufriendo.
ASCENSIÓN:
Hemos pensado leeros esta carta como una ayuda para todos nosotros, en medio de las dificultades de la Pascua que pueden tener algunos, pues hay unos hermanos que ahora están sufriendo mucho más, que son los hermanos de Venezuela. 



Nos ha escrito el equipo itinerante y nos dice:
Queridos Kiko, P. Mario y M. Ascensión:
Nos ha impresionado la heroicidad, en el Señor, de nuestros hermanos entrando en los acontecimientos tan duros que vivimos en este país.
Hablamos con los hermanos cuando podemos porque fallan muchísimo las comunicaciones por falta de energía. Todos coinciden que dentro del caos ven al Señor cercano en sus vidas. Intentan sobrevivir, como todos, porque se hace muy difícil el abastecimiento y sobre todo la dificultad de no tener agua…, pero continúan celebrando la Eucaristía en horas diurnas porque una vez que se va el Sol todo se entenebrece y la violencia en las calles se agudiza.  
Para la Palabra algunas veces celebran por las casas, celebraciones domésticas con varios hermanos que viven cerca unos de otros, por la falta de transporte y por lo peligroso de las horas sin luz, muchas veces no pueden ir a los salones de las parroquias.
Estos días atrás ha ido subiendo la violencia en las calles: tiroteos, manifestaciones, etc. Nos cuentan Juan Carlos y Toñi, de Almería, que llevan en misión en los cerros de Caracas desde el año ’95, que ayer aquella zona era como un campo de batalla porque los colectivos (grupos armados) se dedican a disparar a todos los que ven protestando en las calles. Algunos hermanos nos decían que se escondieron debajo de las camas con sus hijos para rezar el rosario hasta que terminaran los disparos.
También Jesús y Victoria, de Alcobendas (Madrid), que están en Cumaná desde el ’96, nos han dicho lo mismo de esa ciudad, que ayer estuvo bajo fuego cruzado casi toda la noche. En Cumaná tienen que dormir en el patio porque dentro de la casa hace muchísimo calor, también llevan muchos días sin luz como todo el país. Mons. Jaime Villarroel, a quien conocéis, obispo de Carúpano, se ha ido a vivir unas semanas con los indígenas del oriente venezolano, como uno más de ellos, quienes llevan cerca de treinta días sin electricidad e intentando sobrevivir como pueden…
¡Cuánto nos acordamos la cantidad de veces que os hemos escuchado a vosotros que el comunismo quita el alma a las personas! ¡qué gran verdad y realidad! Todos aquí con estos padecimientos se activan en modo supervivencia y no tienen tiempo nada más que para estar todo el día dedicados a conseguir un poco de agua para poder subsistir…, es terrible. ¡Qué necesario es llevar a Jesucristo al corazón de los hermanos para que todos estos acontecimientos no los destruyan y los deje sin alma!
Nosotros estamos consolados por el Señor, animando a los hermanos a que se unan en un solo espíritu con Él. Hemos tenido tres encuentros con mil y pico jóvenes cada uno que han sido a cuál mejor, un gran paso del Señor mostrándonos su amor y su ternura. Se han levantado muchas familias, jóvenes y hermanas para la vida religiosa. Hemos dado a los hermanos el verdadero alimento, Jesucristo y la verdadera medicina, su Espíritu Santo que nos consuela y anima.
No queremos ser más largos… Ya sabéis que os queremos y rezamos por vosotros todos los días. Gracias por las ayudas que nos enviáis. Un abrazo, la paz.
P. Guti, Ricardo y May y Jesús. Equipo itinerante de Venezuela.
Es heroico que las familias en misión que podían escapar, porque muchos venezolanos, estáis viendo por la televisión intentan escapar, se han quedado allí sosteniendo, dado fe y esperanza en esta situación de injusticia en que están viviendo.

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Hay alguna familia de Madrid que están allí [en Venezuela] y pudiendo escapar, no escapan, porque todo el mundo está saliendo de allí porque no hay comida, no hay luz, no hay agua, porque la situación es gravísima en algunos casos. Esos hermanos, heroicamente están allí manteniendo a los hermanos. Tenemos que participar, rezar por ellos y ayudarles, enviarles algún dinero, que no tienen, ya les hemos mandado algo y dan gracias por la ayuda.

 Pediremos que hagáis una colecta para ayudar no solamente a Venezuela, sino también ayudar al encuentro de obispos de todo el mundo, la convivencia después de Pascua, que es importantísima.
Es para mí una alegría poder reunirnos con motivo de la Pascua del 2019 que viene. Esperemos que en este año venga el Señor, porque lo que nos reúne aquí es para ayudarnos a esperar al Señor. Cada año la Iglesia espera que ese año venga el Señor. ¿Qué diferencia hay si viene ahora o si viene dentro de 15 años? Ninguna. ¿Y si viene dentro de 200 años? Ninguna, pero ¿por qué no se acaba ahora? La Iglesia espera siempre cada año al Señor.
La Pascua está, como sabéis, llena de contenido escatológico, porque el Señor vendrá en la Vigilia Pascual. ¿Quién ha dicho que este año no viene? ¿y si viene?

Para nosotros sería la felicidad mayor, no pasaríamos por la muerte, según está revelado como Palabra de Dios en S. Pablo: cuando venga el Señor, la generación que esté presente no pasará por la muerte, sino que, de pronto, será todo inundado de luz, se abrirán los muros, se iluminará todo y aparecerá el Señor con los santos. Y los que estemos aquí reunidos, seremos arrebatados en los aires al encuentro con el Señor, y según subimos, como está revelado, seremos transformados. Nuestro cuerpo será transformado; el cuerpo que tenemos actualmente está sometido a la corrupción, no sirve para vivir eternamente, tiene que ser transformado y será transformado y no pasaremos ya por la muerte.
Hemos sido creados por el Señor para participar de su gloria y de su felicidad.
Porque la felicidad de Cristo es difusiva en sí misma y está deseando manifestarnos su felicidad y su amor. O sea, que tenemos que consolarnos mutuamente con la fe y ayudarnos a vivir en el Señor conjuntamente. No hay otro momento más precioso de nuestra vida que éste, que estar reunidos en el nombre del Señor. No hay nada mejor y prepararnos para su venida y para el encuentro con Él.
A parte de eso ¿qué tenemos? Pues envejecer, enfermedades, problemas. No es eso lo que el Señor está esperando de nosotros. El Señor quiere que estemos con Él y que estemos contentos de su Pascua. Nos reunimos aquí, fundamentalmente, para una cosa: ¿cuál es el centro de este encuentro, un punto? Que en la historia que Dios ha decidido que vivamos, necesitamos ser santos. Y ¿qué es lo que nos hace santos? la Pascua. No hay otra cosa más grande que la liturgia pascual, porque en la liturgia de la Pascua, lo sabéis, según han anunciado vuestros catequistas, pasa el Señor destruyendo al faraón que hay en todos nosotros, en todos nosotros hay un principio de pecado original, el faraón que quiere ser él el que dirija la historia. Así que los que estén bajo el poder del faraón quieren vivir la vida según les parece a ellos, no obedecen, no se humillan a la historia, destruyendo la obra del faraón.

Pero esto, que es una obra en nosotros terrible, una batalla ¿tú de verdad te humillas antes Dios y aceptas la historia que está haciendo contigo, con humildad? La historia que está haciendo contigo: a lo mejor estás enfermo, a lo mejor tu mujer está enferma o tu marido, o tienes problemas, la historia que está haciendo contigo. Os hemos repetido mil veces que la historia es santa, los acontecimientos de nuestra historia son sagrados. Pero lo que más nos ayuda, en esta dimensión de santificación que es nuestra historia, es la Vigilia Pascual.

Por eso todos tenemos que prepararnos. ¿Para qué? para que la Vigilia Pascual no sea agua que no sirve para nada, sino que sea de verdad en nosotros una acción de Dios, porque va a pasar el Señor, va a pasar. Y todos nosotros necesitamos conversión. Y ¿cuál es el momento más alto de la conversión? La participación en la muerte y resurrección de nuestro Señor Jesucristo y esto se realiza en cada Eucaristía. Pues aunque todas la Eucaristías son iguales, hay una Eucaristía que es superior a todas, que es la Eucaristía de la Pascua. Por eso la Iglesia nos invita a prepararnos durante toda la Cuaresma, 40 días.

Como es muy importante el hecho de que el Señor viene en esta Pascua, viene para destruir en nosotros el pecado, para convertirnos a Él y hacernos santos, es importante que esto no sea una tontería, sino que realmente sea eficaz en cada uno de nosotros. Por eso nosotros, como buenos catequistas, estamos aquí para prepararos para esta noche Santa. Es la noche de las noches, la noche de la Pascua.
Por eso ahora comenzaremos haciendo un trocito del Pregón Pascual para ayudarnos a prepararnos. “Esta es la noche en que Cristo ha vencido la muerte y del infierno retorna victorioso”. La liturgia de los cristianos es lo más grande porque es un encuentro, dice Cristo: donde estén dos o tres reunidos en mi nombre allí estoy yo en medio de ellos. O sea que en este encuentro está el Señor en medio de nosotros. No hay cosa mayor que la presencia del Señor en nuestra vida. Y la vida no es solamente una cosa estúpida. El Señor ha decidido ayudarnos y para ellos tenemos la liturgia de los domingos, pero lo más importante de todo es la Noche Santa, en la que se hace presente el misterio pascual, donde el Señor viene para destruir en nosotros la obra del demonio, la obra del mal.
Porque todos necesitamos constantemente vivir en un proceso de conversión.
Y Dios ha establecido para nuestra conversión la liturgia, el tiempo pascual, sobre todo, la Cuaresma como preparación al momento de la Pascua, en la que el Señor se hace presente destruyendo en nosotros el faraón, el enemigo de Cristo, que existe, el demonio que actúa en la Tierra, en la historia. Está todo lleno de obras del demonio: asesinatos, bandas, hay de todo, familias que se destruyen en cada momento. Pero nosotros hemos sido elegidos por Dios para ayudar al Señor.
Bien, pues vamos a ver si es posible, hermanos, que este encuentro nos ayude aprepararnos a “la mejor participación a lo que los sacramentos significan y realizan” como ha dicho el Concilio.

Bien, hermanos, vengo a deciros de parte del Señor que está muy contento de vosotros, que después de tantos años, cuarenta casi cincuenta, juntos aquí en una gran batalla.
El Señor os está esperando para salvar a tanta gente y para ayudar a que la Iglesia cumpla su misión en este tiempo.
Es una gran alegría el que os haya elegido y que os mantenga, que nos mantenga a todos en este tiempo, porque ahora este encuentro es fundamental porque el Señor os dice, que en esta misión que os otorga, que os da y que es importantísima para la ciudad de Madrid, necesita que seáis santos. Y la única cosa que nos hace santos es la Pascua.
Entonces, tenemos que prepararnos para nuestra santificación, para la participación fructuosa y profunda en la Vigilia Pascual. Y ¿cómo podemos prepararnos para que realmente, en esa Noche Santa, nuestra vida se transforme, pase el Señor y destruya en nosotros los restos del hombre viejo que hay en todos nosotros, porque todos somos pecadores, todos. Y todos tenemos un combate. No somos santos, no somos suficientemente santos. Para que se realice de verdad nuestra misión necesitamos ser santos y el Señor nos recuerda que para hacernos santos Él ha instituido los sacramentos y entre ellos el sacramento más importante la Santa Vigilia, la Vigilia Pascual.
Todas las Eucaristías hacen presente la Vigilia Pascual: la muerte y la resurrección de Cristo. Pero hay una noche importantísima que es la noche de la Vigilia Pascual, la Noche que celebra la Iglesia la muerte de Cristo en una cruz para salvar a la humanidad, a ti y a mí, a todos los hombres de la esclavitud al pecado, la soberbia, la codicia, la lujuria, etc., y restaurarnos interiormente.
El Señor nos necesita santos a todos, a mí y a vosotros. Y a mí me dice que viene esta Vigilia, que me tengo que preparar, que no soy santo, además que no sabemos lo que nos prepara este año y cuál es la voluntad de Dios para mí y para ti. A lo mejor es una enfermedad, es un cáncer, es un conflicto, es una persecución, es una calumnia, no sabemos que es lo que Dios tiene destinado para nuestra santificación y para el buen nombre de Cristo y para la salvación de la Iglesia. No sabemos lo que esperamos.
El Señor solamente nos dice que tenemos que prepararnos a esta Vigilia, a la Vigilia Pascual de 2019. Santa Vigilia, paso del Señor en medio de su Iglesia, en medio de nosotros. El Señor quiere pasar para destruir en nosotros el hombre viejo, el autor del pecado, de la envidia, de la soberbia, de la avaricia, del afán de dinero, para que seamos sobrios. Hay tanta gente que está bajo el alcoholismo, bajo la droga, y no solamente eso, sino que está en conflicto y odio con los familiares, se detestan.
Nosotros no podemos odiar a nadie, tenemos que ser como corderos, corderitos, todos corderitos, pequeños, blancos y dispuestos al sacrificio. No somos lobos, Cristo no es pastor de lobos, es pastor de corderos.
Pues esta Pascua el Señor quisiera que tú fueras un cordero y que yo también, que nos convirtiéramos. ¿Dónde están los cristianos en España, en Madrid?, ¿dónde están? Quisiéramos verlos, son los discípulos de Jesucristo. Y ¿quién fue Cristo? El Hijo de Dios que vino a este mundo, vino a destruir en los hombres la obra del pecado y de la muerte. Y quisiera darnos su victoria sobre la muerte, nos da a participar de su resurrección, y sobre el pecado. Y para hacernos humildes. Sin humildad no hay nada en el cristianismo. Tenemos que salir de aquí esta noche dispuestos a ser humildes.
Para ser humildes necesitamos pedirle al Señor que nos ayude: Señor ¿qué tengo que hacer yo para ser humilde como tú quieres? Lo que tú quieras de mí ¿qué tengo que hacer? Humíllate. ¿En qué consiste?
La humildad consiste en que el hombre se humille ante la historia, porque es Dios el que lleva nuestra historia, aceptando la historia que lleva con nosotros. Y ¿qué historia tiene conmigo? La edad, la enfermedad, el trabajo, las comunidades…, no sé.
Tengo que ser humilde y sometido a la historia, esto es, sometido a la voluntad de Dios cada día, en lo que Él quiere para mí, para hacerme santo. Si yo soy santo, mucho bien recibiría la Iglesia y todos vosotros, si yo fuera santo. Desgraciadamente yo soy un pecador, soy un pobre hombre que, a veces, no puedo más, y no puedo dejar esto, aunque quisiera marcharme. No, no puedo. El Señor me ha unido a vosotros en tanto que tengo un poco de salud tengo que ayudaros en vuestra fe.
Detrás de vosotros tenéis a vuestros hijos, a vuestros nietos, a vuestros cuñados a vuestros parientes, a tanta gente que nos mira y nos ve.

...en actualización...

venerdì 12 aprile 2019

KIKO ARGUELLO: ANNUNCIO DI PASQUA 2019. ESTRATTI E INFO


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ROMA, SEMINARIO REDEMPTORIS MATER, 3 APRILE 2019

- PREGHIERA INIZIALE

- AVVISI SULLA APPROVAZIONE DELLA CELEBRAZIONE DELLA VEGLIA PASQUALE, SULLA ESECUZIONE DELLA SINFONIA SULLA "SOFFERENZA DEGLI INNOCENTI" A MATERA E SUI PROSSIMI INCONTRI DI KIKO A KIEV (UCRAINA) E A GENOVA.

- LETTURA DELLA LETTERA DELLA EQUIPE ITINERANTE DEL VENEZUELA

- LETTURA DELLA LETTERA DI MIGUEL SUAREZ S.J. DAL GIAPPONE

- LETTURA DELLA LETTERA DI GREGORIO, RESPONSABILE DEL GIAPPONE

- PRESENTAZIONI

- PROVA DEL CANTO "INNO A CRISTO LUCE"

- CANTO DEL PRECONIO PASQUALE (UNA PARTE)

- LETTURA: 1PT. 3, 8-22; 4, 1-6.


Fratelli,  finalmente siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili; 

 non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione. 

 Infatti: 
Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici, 
trattenga la sua lingua dal male 
e le sue labbra da parole d'inganno; 

 eviti il male e faccia il bene, 
cerchi la pace e la segua, 

 perché gli occhi del Signore sono sopra i giusti 
e le sue orecchie sono attente alle loro preghiere; 
ma il volto del Signore è contro coloro che fanno il 
male. 

 E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? 

 E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, 

 ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, 

 con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. 

 È meglio infatti, se così vuole Dio, soffrire operando il bene che facendo il male. 

 Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito. 

E in spirito andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; 

essi avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l'arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell'acqua. 

Figura, questa, del battesimo, che ora salva voi; esso non è rimozione di sporcizia del corpo, ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo, 

 il quale è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze. 


 Poiché dunque Cristo soffrì nella carne, anche voi armatevi degli stessi sentimenti; chi ha sofferto nel suo corpo ha rotto definitivamente col peccato, 

per non servire più alle passioni umane ma alla volontà di Dio, nel tempo che gli rimane in questa vita mortale. 


 Basta col tempo trascorso nel soddisfare le passioni del paganesimo, vivendo nelle dissolutezze, nelle passioni, nelle crapule, nei bagordi, nelle ubriachezze e nel culto illecito degli idoli. 

 Per questo trovano strano che voi non corriate insieme con loro verso questo torrente di perdizione e vi oltraggiano. 

Ma renderanno conto a colui che è pronto a giudicare i vivi e i morti; 

 infatti è stata annunziata la buona novella anche ai morti, perché pur avendo subìto, perdendo la vita del corpo, la condanna comune a tutti gli uomini, vivano secondo Dio nello spirito. 


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ANNUNCIO DEL KERYGMA

- PREGHIERE SPONTANEE

-PADRE NOSTRO

- SALUTO DEL PADRE MARIO PEZZI, NEL 50 ANNO DELLA ORDINAZIONE PRESBITERALE

- BENEDIZIONE


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SULLA APPROVAZIONE PER CELEBRARE LA VEGLIA PASQUALE:

Diocesi di Roma

Documento sul Triduo Pasquale


Riscoprire la centralità della parrocchia in quanto «casa di famiglia» e «comunità di fede», e far convergere nelle chiese parrocchiali le celebrazioni per il Triduo Pasquale. Evitare che la «la Veglia Pasquale sia riservata a gruppi particolari». Valorizzare il sacramento della Riconciliazione. Sono solo alcune delle disposizioni sintetizzate dal Consiglio episcopale della diocesi di Roma nel documento che raccoglie alcuni criteri teologici e pastorali che guidano le celebrazioni per il Triduo Pasquale, formulate in vari testi dal Concilio Vaticano II a oggi.
Si tratta di disposizioni, sottolinea il cardinale vicario Angelo De Donatis, «che nella diocesi hanno già trovato generalmente piena applicazione. Tuttavia – prosegue il porporato – per garantire a tutti i fedeli affidati alla nostra cura pastorale un’esperienza viva di incontro con il Signore Crocifisso e risorto, è sembrato opportuno richiamarli all’attenzione offrendo alcune chiarificazioni pastorali, che conferiscano uniformità alla vita della diocesi».
5 marzo 2019
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LA SOFFERENZA DEGLI INNOCENTI
CELEBRAZIONE SINFONICO-CATECHETICA
MATERA, CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA 2019  - CAVA DEL SOLE
DOMENICA 2 GIUGNO 2019
Per iscrizioni consultare il sito:
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PROSSIMI INCONTRI CON KIKO.
11 MAGGIO, KIEV (UCRAINA)
16 GIUGNO, GENOVA

"The Suffering of the Innocents", Berliner Philharmonie

DIO HA SCELTO QUELLO CHE NEL MONDO E' STOLTO PER CONFONDERE I SAPIENTI - QUINTA PREDICA DI QUARESIMA 2019

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DI PADRE RANIERO CANTALAMESSA

Giovanni e Paolo: due sguardi diversi sul mistero
Nel Nuovo Testamento e nella storia della teologia ci sono cose che non si capiscono se non si tiene conto di un dato fondamentale, e cioè dell’esistenza di due approcci diversi, anche se complementari, al mistero di Cristo: quello di Paolo e quello di Giovanni.
Giovanni vede il mistero di Cristo a partire dall’incarnazione. Gesú, Verbo fatto carne, è per lui il supremo rivelatore del Dio vivente, colui fuori del quale nessuno “va al Padre”. La salvezza consiste nel riconoscere che Gesù “è venuto nella carne” (2 Gv 7) e nel credere che egli “è il Figlio di Dio” (1 Gv 5,5); “Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio, non ha la vita” (1 Gv 5,12). Al centro di tutto, come si vede, sta “la persona” di Gesù uomo-Dio.
La peculiarità di questa visione giovannea salta agli occhi se la confrontiamo con quella di Paolo. Per Paolo, al centro dell’attenzione non c’è tanto la persona di Cristo, intesa come realtà ontologica, c’è piuttosto l’operato di Cristo, e cioè il suo mistero pasquale di morte e risurrezione. La salvezza non sta tanto nel credere che Gesú è il Figlio di Dio venuto nella carne, quanto nel credere in Gesú “morto per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione” (cf. Rom 4, 25). L’evento centrale non è l’incarnazione, ma il mistero pasquale.
Sarebbe un errore fatale vedere in ciò una dicotomia nell’origine stessa del cristianesimo. Chiunque legge senza pregiudizi il Nuovo Testamento capisce che in Giovanni l’incarnazione è in vista del mistero pasquale, quando Gesù finalmente effonderà il suo Spirito sull’umanità (Gv 7, 39), e capisce che per Paolo il mistero pasquale suppone e si fonda sull’incarnazione. Colui che si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce, è uno che ”era nella forma di Dio”, uguale a Dio (cf. Fil 2, 5 ss). Le formule trinitarie in cui Gesú Cristo è menzionato insieme al Padre e allo Spirito Santo, sono una conferma che per Paolo l’operato di Cristo prende senso dalla sua persona.
La diversa accentuazione dei due poli del mistero riflette il cammino storico che la fede in Cristo ha fatto dopo la Pasqua. Giovanni riflette la fase più avanzata della fede in Cristo, quella che si ha alla fine, non all’inizio, della redazione degli scritti neotestamentari. Egli è al termine di un processo di risalita alle sorgenti del mistero di Cristo. Lo si nota osservando da dove iniziano i quattro vangeli. Marco inizia il suo vangelo dal battesimo di Gesú nel Giordano; Matteo e Luca, venuti dopo, fanno un passo indietro e fanno iniziare la storia di Gesú dalla sua nascita da Maria; Giovanni, che scrive per ultimo, fa un salto decisivo all’indietro e colloca l’inizio della vicenda di Cristo non più nel tempo ma nell’eternità: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il verbo era Dio” (Gv 1, 1).
Il motivo di questo spostamento di interesse è ben noto. La fede nel frattempo è entrata in contatto con la cultura greca e questa è più interessata alla dimensione ontologica che a quella storica. Quello che conta per essa non è tanto lo svolgimento dei fatti, quanto il loro fondamento (la archè). A questo fattore ambientale si aggiungevano le prime avvisaglie dell’eresia docetista che metteva in questione la realtà dell’incarnazione. Il dogma cristologico delle due nature e dell’unità della persona di Cristo sarà quasi interamente fondato sulla prospettiva giovannea del Logos fatto carne.
È importante tener conto di ciò per capire la differenza e la complementarietà tra teologia orientale e la teologia occidentale. Le due prospettive, la paolina e la giovannea, pur fondendosi insieme (come avviene nel Credo Niceno-Costantinopolitano), conservano la loro diversa accentuazione, come due fiumi che, confluendo uno nell’altro, conservano per lungo tratto il diverso colore delle loro acque. La teologia e la spiritualità ortodossa si fonda prevalentemente su Giovanni; quella occidentale (la protestante più ancora di quella cattolica) si fonda prevalentemente su Paolo. All’interno della stessa tradizione greca, la scuola alessandrina è più giovannea, quella antiochena più paolina. L’una fa consistere la salvezza nella divinizzazione, l’altra nell’imitazione di Cristo.
La croce, sapienza di Dio e potenza di Dio
Ora vorrei mostrare cosa tutto questo comporta per la nostra ricerca del volto del Dio vivente. Al termine delle meditazioni di Avvento ho parlato del Cristo di Giovanni che, nel momento stesso in cui si fa carne, introduce nel mondo la vita eterna. Al termine di queste meditazioni di Quaresima, vorrei parlare del Cristo di Paolo che sulla croce cambia il destino dell’umanità. Ascoltiamo subito il testo dove appare più chiara la prospettiva paolina sulla quale vogliamo riflettere:
“Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1 Cor 1, 21-25).
L’Apostolo parla di una novità nell’agire di Dio, quasi un cambio di passo e di metodo. Il mondo non ha saputo riconoscere Dio nello splendore e nella sapienza del creato; allora egli decide di rivelarsi in modo opposto, attraverso l’impotenza e la stoltezza della croce. Non si può leggere questa affermazione di Paolo senza ricordare il detto di Gesú: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11, 25).
Come interpretare questo rovesciamento di valori? Lutero parlava di un rivelarsi di Dio “sub contraria specie”, cioè attraverso il contrario di quello che ci si aspetterebbe da lui. Egli è potenza e si rivela nell’impotenza, è sapienza è si rivela nella stoltezza, è gloria e si rivela nell’ignominia, è ricchezza e si rivela nella povertà.
La teologia dialettica della prima metà del secolo scorso ha portato questa visione alle sue estreme conseguenze. Tra il primo e il secondo modo di manifestarsi di Dio non c’è, secondo Karl Barth, continuità, ma rottura. Non si tratta di una successione soltanto temporale, come tra Antico e Nuovo Testamento, ma di una opposizione ontologica. In altre parole, la grazia non costruisce sulla natura, ma contro di essa; tocca il mondo “come la tangente il cerchio”, cioè lo sfiora, ma senza penetrarvi dentro come invece fa il lievito con la massa. È l’unica differenza che, a detta dello stesso Barth, lo tratteneva dal dirsi cattolico; tutte le altre gli parevano, al confronto, di poco conto. Alla analogia entis, egli opponeva l’analogia fidei, cioè alla collaborazione tra natura e grazia, l’opposizione tra la parola di Dio e tutto ciò che appartiene al mondo.
Benedetto XVI, nella sua enciclica “Deus caritas est”, mostra le conseguenze che questa diversa visione ha a proposito dell’amore. Karl Barth aveva scritto: “Dove entra in scena l’amore cristiano, ha inizio immediatamente il conflitto con l’altro amore [l’amore umano] e questo conflitto non ha più fine” . Benedetto XVI scrive al contrario:
“Eros e agape, – amore ascendente e amore discendente – non si lasciano mai separare completamente l’uno dall’altro […]. La fede biblica non costruisce un mondo parallelo o un mondo contrapposto rispetto a quell’originario fenomeno umano che è l’amore, ma accetta tutto l’uomo intervenendo nella sua ricerca di amore per purificarla, dischiudendogli al contempo nuove dimensioni” .
L’opposizione radicale tra natura e grazia, tra creazione e redenzione, venne attenuandosi negli scritti posteriori dello stesso Barth e ora non trova quasi più sostenitori. Possiamo perciò accostarci con più serenità alla pagina dell’Apostolo per capire in che consiste veramente la novità della croce di Cristo.
Sulla croce Dio si è manifestato, sì, “sotto il suo contrario”, ma sotto il contrario di quello che gli uomini hanno sempre pensato di Dio, non di quello che Dio è veramente. Dio è amore e sulla croce si è avuta la suprema manifestazione dell’amore di Dio per gli uomini. In un certo senso, solo ora, sulla croce, Dio si rivela “nella propria specie”, in ciò che gli è proprio. Il testo di Prima Corinzi sul significato della croce di Cristo va letto alla luce di un altro testo di Paolo nella Lettera ai Romani:
“Quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rom 5, 6-8).
Il teologo medievale bizantino Nicola Cabasilas (1322-1392) ci fornisce la chiave migliore per capire in che consiste la novità della croce di Cristo. Scrive:
“Due caratteristiche rivelano l’amante e lo fanno trionfare: la prima consiste nel fare del bene all’amato in tutto ciò che è possibile, la seconda nello scegliere di soffrire per lui e di patire cose terribili, se necessario. Quest’ultima prova di amore di gran lunga superiore alla prima, non poteva però convenire a Dio che è impassibile ad ogni male […]. Quindi per darci l’esperienza del suo grande amore e mostrare che ci ama di un amore senza limiti, Dio inventa il suo annientamento, lo realizza e fa in modo di divenire capace di soffrire e di patire cose terribili. Così, con tutto quello che sopporta, Dio convince gli uomini del suo straordinario amore per loro e li attira nuovamente a sé” .
Nella creazione Dio ci ha riempito di doni, nella redenzione ha sofferto per noi. Il rapporto tra le due cose è quello di un amore di beneficenza che si fa amore di sofferenza.
Ma che cosa è avvenuto di tanto importante nella croce di Cristo da farne il momento culminante della rivelazione del Dio vivente della Bibbia? La creatura umana cerca istintivamente Dio nella linea della potenza. Il titolo che segue il nome di Dio è quasi sempre “onnipotente”. Ed ecco che, aprendo il Vangelo, siamo invitati a contemplare l’impotenza assoluta di Dio sulla croce. Il Vangelo rivela che la vera onnipotenza è la totale impotenza del Calvario. Ci vuole poca potenza per mettersi in mostra, ce ne vuole molta invece per mettersi da parte, per cancellarsi. Il Dio cristiano è questa illimitata potenza di nascondimento di sé!
La spiegazione ultima sta dunque nel nesso inscindibile che esiste tra amore e umiltà. “Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Fil 2, 8). Si umiliò facendosi dipendente dall’oggetto del suo amore. L’amore è umile perché, per sua natura, crea dipendenza. Lo vediamo, nel piccolo, da ciò che succede quando due persone umane si innamorano. Il giovane che, secondo il rituale tradizionale, si inginocchia davanti a una ragazza per chiedere la sua mano fa l’atto più radicale di umiltà della sua vita, si fa mendicante. È come se dicesse: “Io non basto a me stesso, ho bisogno di te per vivere”. La differenza essenziale è che la dipendenza di Dio dalle sue creature nasce unicamente dall’amore che ha per esse, quella delle creature fra di loro nasce dal bisogno che hanno una dell’altra.
“La rivelazione di Dio come amore, ha scritto Henri de Lubac, obbliga il mondo a rivedere tutte le sue idee su Dio” . La teologia e l’esegesi sono ancora lontane, credo, dall’aver tratto da ciò tutte le conseguenze. Una di tali conseguenze è questa. Se Gesù soffre in maniera atroce sulla croce non lo fa principalmente per pagare al posto degli uomini il loro insolvibile debito. (Con la parabola dei due servitori, in Luca 7, 41 ss., egli ha spiegato in anticipo che il debito di diecimila talenti viene condonato dal re gratuitamente!). No, Gesú muore crocifisso perché l’amore di Dio potesse raggiungere l’uomo nel punto più remoto nel quale si era cacciato ribellandosi a lui, e cioè nella morte. Anche la morte è ormai abitata dall’amore di Dio. Nel suo libro su Gesù di Nazaret, Benedetto XVI, ha scritto:
“L’ingiustizia, il male come realtà non può semplicemente essere ignorato, lasciato stare. Deve essere smaltito, vinto. Questa è la vera misericordia. E che ora, poiché gli uomini non ne sono in grado, lo faccia Dio stesso – questa è la bontà incondizionata di Dio” .
Il motivo tradizionale dell’espiazione dei peccati mantiene, come si vede, tutta la sua validità, ma non è il motivo ultimo. Il motivo ultimo è “la bontà incondizionata di Dio”, il suo amore.
Possiamo individuare tre tappe nel cammino della fede pasquale della Chiesa.
- All’inizio ci sono soltanto due nudi fatti: “È morto, è risorto”. “Voi l’avete crocifisso, Dio l’ha risuscitato”, grida alle folle Pietro il giorno di Pentecoste (cf. Atti 2, 23-24).
- In una seconda fase, ci si pone la domanda: “Perché è morto e perché è risorto?”, e la risposta è il kerygma: “È morto per i nostri peccati; è risorto per la nostra giustificazione” (cf. Rom 4, 25).
- Restava ancora una domanda: “E perché è morto per i nostri peccati? Che cosa l’ha spinto a farlo?” La risposta (unanime, su questo punto, di Paolo e di Giovanni) è: “Perché ci ha amato”. “Mi ha amato e ha dato se stesso per me”, scrive Paolo (Gal 2,20); “Avendo amato i suoi che erano nel mondo li amò sino alla fine”, scrive Giovanni (Gv 13,1).
La nostra risposta
Quale sarà la nostra risposta di fronte al mistero che abbiamo contemplato e che la liturgia ci farà rivivere nella settimana santa? La prima e fondamentale risposta è quella della fede. Non una fede qualsiasi, ma la fede mediante la quale ci appropriamo di ciò che Cristo ha acquistato per noi. La fede che “rapisce” il regno di Dio (Mt 11,12). L’Apostolo conclude il testo da cui siamo partiti con queste parole:
“Cristo Gesú […] per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore” (1 Cor 1, 30-31).
Quello che Cristo è diventato “per noi” – giustizia, santità e redenzione – ci appartiene; è più nostro che se lo avessimo fatto noi! Io non mi stanco di ripetere, a questo riguardo, ciò che ha scritto san Bernardo:
“Io, in verità, prendo con fiducia per me (usurpo!) ciò che mi manca dalle viscere del Signore, perché esse traboccano di misericordia. […] Il mio merito, pertanto, è la misericordia del Signore. Non sarò sicuramente privo di merito fino a quando il Signore non sarà privo di misericordia. Se le misericordie del Signore sono molte, anch’io sono molto grande per quanto riguarda i meriti […] Canterò forse anche la mia giustizia? “Signore, mi ricorderò solo della tua giustizia” (cf. Sal 71, 16). Essa, in verità, è anche mia; perché tu ti sei fatto per me giustizia che viene da Dio (cf. 1 Cor 1, 30)” .
Non lasciamo passare la Pasqua senza aver fatto, o rinnovato, il colpo di audacia della vita cristiana suggeritoci da san Bernardo. San Paolo esorta spesso i cristiani a “spogliarsi dell’uomo vecchio” e “rivestirsi di Cristo” . L’immagine dello svestirsi e rivestirsi non indica una operazione soltanto ascetica, consistente nell’abbandonare certi “abiti” e sostituirli con altri, cioè nell’abbandonare i vizi e acquistare le virtù. È anzitutto un’operazione da fare mediante la fede. Uno si mette davanti al crocifisso e, con un atto di fede, consegna a lui tutti i propri peccati, la propria miseria passata e presente, come chi si spoglia e getta nel fuoco i propri stracci sporchi. Poi si riveste della giustizia che Cristo ha acquistato per noi; dice, come il pubblicano nel tempio: “O Dio abbia pietà di me peccatore!, e se ne torna a casa come lui “giustificato” (cf. Lc 18, 13-14). Questo sarebbe davvero un “fare la Pasqua”, realizzare il santo “passaggio”!
Naturalmente non tutto finisce qui. Dalla appropriazione dobbiamo passare alla imitazione. Cristo –faceva notare il filosofo Kierkegaard ai suoi amici luterani – non è soltanto “il dono di Dio da accettare mediante la fede”; è anche “il modello da imitare nella vita” . Vorrei sottolineare un punto concreto su cui cercare di imitare l’agire di Dio: quello che il Cabasilas ha messo in luce con la distinzione tra l’amore di beneficenza e l’amore di sofferenza.
Nella creazione Dio ha dimostrato il suo amore per noi riempiendoci di doni: la natura con la sua magnificenza fuori di noi, l’intelligenza, la memoria, la libertà e tutti gli altri doni dentro di noi. Ma non gli è bastato. In Cristo ha voluto soffrire con noi e per noi. Succede così anche nei rapporti delle creature tra di loro. Quando sboccia un amore, si sente subito il bisogno di manifestarlo facendo regali alla persona amata. È quello che fanno tra di loro i fidanzati. Sappiamo però come vanno le cose: una volta sposati, emergono i limiti, le difficoltà, le differenze di carattere. Non basta più fare regali; per andare avanti e mantenere vivo il proprio matrimonio, occorre imparare a “portare i pesi l’uno dell’altro” (cf. Gal 6,2), a soffrire l’uno per l’altro e l’uno con l’altro. È così che l’eros, senza venir meno a se stesso, diventa anche agape, amore di donazione e non solo di ricerca. Benedetto XVI, nell’enciclica citata, si esprime così:
Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, ascendente — fascinazione per la grande promessa di felicità — nell’avvicinarsi poi all’altro si porrà sempre meno domande su di sé, cercherà sempre di più la felicità dell’altro, si preoccuperà sempre di più di lui, si donerà e desidererà « esserci per » l’altro. Così il momento dell’agape si inserisce in esso; altrimenti l’eros decade e perde anche la sua stessa natura. D’altra parte, l’uomo non può neanche vivere esclusivamente nell’amore oblativo, discendente. Non può sempre soltanto donare, deve anche ricevere. Chi vuol donare amore, deve egli stesso riceverlo in dono.
L’imitazione dell’agire di Dio non riguarda soltanto il matrimonio e gli sposati; in un senso diverso, riguarda tutti noi, i consacrati prima di ogni altro. Il progresso, nel caso nostro, consiste nel passare dal fare tante cose per Cristo e per la Chiesa, al soffrire per Cristo e per la Chiesa. Succede nella vita religiosa quello che succede nel matrimonio e non c’è da stupirsi di ciò, dal momento che è anch’essa un matrimonio, uno sposalizio con Cristo.
Una volta Madre Teresa di Calcutta parlava a un gruppo di donne e le esortava a sorridere al proprio marito. Una di loro le obbiettò: “Madre, lei parla così perché non è sposata e non conosce mio marito”. Lei le rispose: “Ti sbagli. Sono sposata anch’io e ti assicuro che a volte non è facile neppure per me sorridere al mio Sposo”. Dopo la sua morte si è scoperto a cosa alludeva la santa con quelle parole. In seguito alla chiamata a mettersi a servizio dei più poveri dei poveri, lei aveva intrapreso a lavorare con entusiasmo per il suo Sposo divino, mettendo in piedi opere che stupirono il mondo intero.
Ben presto però la gioia e l’entusiasmo vennero meno, lei piombò in una notte oscura che l’accompagnò per tutto il resto della vita. Arrivò a dubitare se avesse ancora la fede, tanto che quando, dopo la sua morte, furono pubblicati i suoi diari intimi qualcuno, del tutto ignaro delle cose dello spirito, parlò addirittura di un “ateismo di Madre Teresa”. La santità straordinaria di Madre Teresa sta nel fatto che visse tutto ciò nel più assoluto silenzio con tutti, nascondendo la sua desolazione interiore sotto un sorriso costante del volto. In lei si vede cosa significa passare dal fare le cose per Dio, al soffrire per Dio e per la Chiesa.
È un traguardo assai difficile, ma per fortuna Gesú sulla croce non ci ha dato solo l’esempio di questo genere nuovo di amore; ci ha meritato anche la grazia di farlo nostro, di appropriarcene mediante la fede e i sacramenti. Erompa perciò dal nostro cuore, durante la Settimana Santa, il grido della Chiesa: “Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi, quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum”. Ti adoriamo e ti benediciamo, o Cristo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo.
Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle: Buona e santa Pasqua!

1.Cf. Martin Lutero, De servo arbitrio, in WA, 18, 633; cf. anche WA, 56, pp. 392. 446-447.
2.Karl Barth, Dommatica ecclesiale, IV, 2, 832-852. L’incompatibilità tra amore umano e amore divino è la tesi di Anders Nygren, Eros e agape. La nozione cristiana dell’amore e le sue trasformazioni, Bologna, Il Mulino, 1971(Edizione originale svedese, Stoccolma 1930).
3.Benedetto XVI, Deus caritas est, nr. 7-8.
4.Nicola Cabasilas, Vita in Cristo, VI, 2 (PG 150, 645)
5. H. de Lubac, Histoire et esprit, Paris 1950, ch.5.
6.Cf. J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II Parte, Libreria Editrice Vaticana 2011, pp. 151.
7.S. Bernardo di Chiaravalle, Sermoni sul Cantico, 61, 4-5 (PL 183, 1072).
8.Cf. Col 3,9; Rom 13,14; Gal 3,27; Ef 4,24.
9.Cf. Søren Kierkegaard, Diario, X1, A, 154 (Anno 1849).