venerdì 26 agosto 2016

Madre Dolorosa (Romano il Melode)

La bandiera di Lepanto non abita più qui



Per la Chiesa non c'è guerra di religione: La bandiera di Lepanto non abita più in Vaticano 
Sette - Andrea Riccardi 
(Andrea Riccardi) Un dossier del magazine "Sette" del Corriere della Sera sul rapporto tra la Chiesa di papa Francesco e l'Islam. Nel suo contributo, Andrea Riccardi spiega che quando dice che non c`è guerra di religione, il pontefice si rifà a una scelta ormai assodata della Chiesa, quella dello "spirito di Assisi"


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La questione degli imam in Europa. Musulmani nei principi 
L'Osservatore Romano 
Gli imam nati in Europa non danno una garanzia totale contro la crescita del radicalismo islamico nel vecchio continente: a sostenerlo è il ministro degli Affari islamici marocchino, Ahmed Tawfiq, che in un’intervista all’agenzia Efe ammette che ci sono imam nativi dei Paesi musulmani che si recano in Europa con una scarsa conoscenza della lingua della nazione che li ospita, anche se, a suo avviso, «il problema non sta solo nella consapevolezza di una realtà, ma nell’interpretazione dei principi».
Per il ministro, c’è ormai quasi una corsa in alcuni Paesi europei a che gli imam delle moschee vengano scelti fra coloro che sono nati o formati in Europa. Tuttavia ciò, nel caso succeda, «non garantirà nulla né cambierà nulla».
Il Marocco, come l’Algeria e la Turchia, ha sempre cercato di avere un certo controllo sulle moschee nei quartieri delle città europee dove è presente una nutrita comunità marocchina, ma molti analisti ritengono che ciò che manca è l’esatto opposto: ovvero un «islam europeo» in grado di rispondere ai problemi dei musulmani che vivono nel continente.
Per Tawfiq tuttavia «non esistono cose come un islam di Francia o un islam di Spagna», sottolineando che «l’imam deve rispettare sia le leggi sia le istituzioni di Spagna, Francia e Marocco, incluse le regole del gioco politico. La sua missione è quella di difendere i principi generali che definiscono l’islam». Il ministro ritiene inoltre che i dibattiti sul burqini o sull’hijab distolgano l’attenzione da cose più importanti. Sono «accessori», semplici espressioni di una polemica che, chiamando in causa la religione, in realtà la danneggia.
Tawfiq riconosce che l’islam è spesso sulla difensiva «a causa del ritardo economico e scientifico dei musulmani», ma questo non deve portare a un discorso offensivo nei loro confronti. L’islam deve essere presentato come qualcosa di «alternativo, attraente, convincente». Purtroppo molti giovani musulmani, soprattutto in Europa, «sono andati a cercarsi questo modello dal cosiddetto Stato islamico, che presenta il suo “califfato” come il luogo dove si possono incontrare le aspirazioni dei musulmani». Tuttavia — aggiunge — l’islam mette in guardia da tre grandi pericoli: l’ignoranza, l’inganno e l’estremismo, tre difetti attribuibili a coloro che oggi parlano a nome dell’islam radicale.
Per quanto riguarda invece la crescente islamofobia in Europa e nel nord America, il ministro marocchino ha ricordato che ci sono grandi conoscitori dell’islam antico e attuale nel mondo accademico occidentale che, purtroppo, non hanno voce in capitolo o influenza pubblica. Questi studiosi, se avessero una maggiore influenza, potrebbero «aiutare i mezzi di comunicazione, che spesso reagiscono troppo in fretta», a produrre «un discorso rassicurante e un’analisi critica» sull’islam.
Ahmed Tawfiq è considerato uno dei principali ideologi dell’islam marocchino e crede che questo modello abbia «una legittimità politica che il terrorismo cerca di usurpare», per cui è necessario insistere, dentro e fuori il Marocco, sull’importanza dell’istituzione del «Comandante dei credenti», riferendosi all’autorità religiosa del re. Le basi di questa istituzione, che il ministro non esita a definire un «modello», sono la garanzia per il cittadino di vari pilastri fondamentali: la sicurezza e l’ordine pubblico, la giustizia, il rispetto della proprietà privata, la dignità della persona.

L'Osservatore Romano

La misericordia al tempo di papa Francesco



Osservatore Romano
26 agosto 2016
di ENZO BIANCHI
L’11 ottobre del 1962, aprendo il concilio da lui voluto, papa Giovanni pronunciò la prolusione che dal suo incipit tutti conosciamo come “Gaudet mater ecclesia ”, “La chiesa che è madre gioisce”. Si tratta di un discorso ispirato, profetico, che segna un prima e un dopo nella vita della chiesa; un discorso che indicava al concilio una via nuova da percorrere, una via che non esprimeva condanna, come era avvenuto nei ventuno concili universali celebrati nella storia, ma annunciava la fede con mitezza e misericordia. È sufficiente citare uno stralcio di quella famosa allocuzione:
Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo con più luminosità il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando … La chiesa … vuole mostrarsi madre piena di amore per tutti, tenera, paziente, mossa da misericordia e da bontà anche verso i figli da lei separati.
Il buon samaritano in un’icona romena (7,2.3)
Con queste parole papa Giovanni apriva un nuovo tempo e poneva fine a una lunga epoca caratterizzata da una forte intransigenza assunta nella difesa della dottrina cattolica, nella proposizione della morale e nel confronto polemico tra chiesa e società, tra cattolici e quanti non si dicevano cristiani. Intransigenza, rigorismo e ministero di condanna dovevano lasciare posto, secondo la volontà del papa, a una nuova situazione caratterizzata dall’impegno e dalla fatica del fare misericordia e dell’annunciarla. Il concilio percorse quella via indicata dal papa, non solo non emettendo condanne, ma cercando la riconciliazione con quanti avevano vissuto rotture, separazioni e conflitti con la chiesa.
Paolo VI confermò questo cammino intrapreso e, soprattutto attraverso l’enciclica Ecclesiam suam (6 agosto 1964), diede impulso al dialogo, abbattendo muri e bastioni, inaugurando coraggiosamente quell’ascolto dell’umanità non cristiana, quel dialogo e quello scambio che hanno permesso, pur tra molte contraddizioni, la corsa del Vangelo (cf. 2Ts 3,1) anche nell’epoca della modernità, nei nostri giorni.
Era comunque inevitabile che, in presenza della rivoluzione culturale a livello mondiale degli anni ’70 del secolo scorso, di fronte a inedite difficoltà della missione e dell’evangelizzazione, scoprendo l’emergenza dell’inattesa “indifferenza” da parte delle nostre società occidentali e constatando il misconoscimento in atto dei valori evangelici essenziali, la chiesa qualche volta reagisse mostrandosi nuovamente timida, paurosa e tentata dal rigore, con sguardi nostalgici verso i tempi passati, quelli della “cristianità”. Tuttavia, attraverso Giovanni Paolo II, in particolare grazie alla sua enciclica Dives in misericordia (30 novembre 1980), e poi attraverso Benedetto XVI, il cammino intrapreso con il Vaticano II non solo non fu contrastato, ma ricevette importanti impulsi teologici.
Ed ecco, poco più di tre anni fa, il successore di Pietro prende il nome di Francesco e subito fa risuonare con un tono nuovo e forte la parola “misericordia”. Queste le sue parole:
[Occorre] ascoltare la voce dello Spirito che parla a tutta la chiesa in questo nostro tempo, che è proprio il tempo della misericordia . Di questo sono sicuro … Noi stiamo vivendo in tempo di misericordia .
(Discorso ai parroci di Roma, Aula Paolo VI, 6 marzo 2014)
Nei discorsi, nelle omelie e nei documenti di Francesco appaiono con frequenza i termini “misericordia” e “tenerezza” (biblicamente sinonimi), che diventano le parole-chiave del suo servizio petrino. Proprio attorno alla misericordia di Dio papa Francesco vuole convocare la chiesa, per spingerla verso l’umanità, affinché si conosca e si sperimenti l’amore del Signore, per poterlo vivere quotidianamente tra uomini e donne, sulla terra. Il magistero dell’attuale papa è contrassegnato dal paradigma della misericordia che ispira il suo parlare e scrivere, ma soprattutto i suoi gesti, la sua postura quotidiana.
Ora, occorre riconoscere che l’annuncio della misericordia fatto da Francesco, misericordia da viversi come chiesa, scandalizza chi ribatte: “Così è troppo!”; è contestato da chi afferma: “La dottrina non è più rigorosa!”; è deriso da chi giudica il papa “un ingenuo bonario che non conosce l’arte del potere”. D’altra parte per molti, per noi, Francesco, che è venuto non solo dalla periferia della chiesa, ma dai profondi “ interiora ecclesiae”, fa risuonare semplicemente la buona notizia: notizia, per l’appunto, buona, affidabile, desiderabile, attesa e sentita come urgente per la consolazione e la speranza dei poveri. Ci eravamo abituati all’idea che la misericordia di Dio fosse un correttivo alla sua giustizia, una proclamazione necessaria per infondere un po’ di speranza in quanti erano colpiti dalla terribile giustizia e dal terribile giudizio del Signore, e invece ora ascoltiamo nuovamente la novità del Vangelo, come la sentivano dalla bocca di Gesù i peccatori, i malati, i poveri. Perché questo primato dato da papa Francesco alla misericordia rispetto alle altre virtù? Perché tale primato le è conferito dalle sante Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento e inoltre perché il papa afferma che lui stesso è stato raggiunto dalla misericordia di Dio, ha vissuto su di sé quell’esperienza riassunta nel motto che ha voluto imprimere sul suo stemma papale: “ Miserando atque eligendo ”, “avendo misericordia e scegliendomi” (Beda il Venerabile, Omelie 21), il Signore mi ha chiamato.
1.Riconciliati con Dio
Tutte le sante Scritture sono testimonianza di una ricerca dell’umanità da parte di Dio, che l’ha voluta e creata, dotandola di dignità e di estesa, intangibile libertà. A causa del male che seduce l’essere umano, lo tenta e lo fa cadere come sua preda, Dio da sempre non lo abbandona a questa alienazione mortifera, ma lo cerca, gli viene incontro e gli offre il dono del suo amore mai venuto meno e, soprattutto, mai da meritare. Resta emblematico il gesto che Dio compie verso l’umanità in Adamo ed Eva: quando essi prendono consapevolezza del loro peccato e, sentendosi nudi, fuggono da Dio nella paura, Dio stesso fa per loro dei vestiti e li ricopre (cf. Gen 3,21).
Questo è il primo atto di misericordia da parte di Dio verso ciascuno di noi, quando, nel nostro venire al mondo, scopriamo di essere abitati dal male e di acconsentire a esso. Avendo scelto la lontananza da Dio, meriteremmo di restare lontani da lui nella vergogna e nella colpa, e invece Dio ci offre un abito per coprire il nostro peccato, per perdonarci e riconciliarci con lui. Questa esperienza è fondamentale, e dovremmo domandarci se siamo impegnati a trasmetterla ai nostri figli, alle nuove generazioni, come esperienza passiva di essere amati proprio nel nostro peccato, nella nostra fragilità, da chi ci ama senza chiederci di meritare il suo amore. Sono convinto che questa esperienza possibile nella fede cristiana può davvero ri-strutturare un’intera vita, può essere sanante, redentiva, perché è l’esperienza che ci fa sentire “figli amati, voluti” da Dio, al di là delle della volontà di chi ci ha messi al mondo, al di là del caso o della necessità.
Oso dire, con audacia sì, ma un’audacia autorizzata dal Vangelo, che proprio a causa del nostro peccato Dio ci viene incontro e si fa conoscere a noi “ miserando”, con sguardo di misericordia, e ci dà la conoscenza della salvezza possibile qui sulla terra: “conoscenza della salvezza” – come cantiamo ogni mattina nel Benedictus – “nella remissione dei nostri peccati” (cf. Lc 1,77). Agostino ha cantato: “ O felix culpa!”, riferendosi al peccato di Adamo ed Eva, ma noi possiamo ripeterlo guardando al nostro peccato, grazie al quale Dio ci è venuto incontro, si è fatto conoscere rivelando il suo amore gratuito, il suo volto di misericordia. Chi non si sente peccatore, malato, cieco, non può conoscere la misericordia, non può sentirsi riconciliato con Dio, perché confida nel suo essere giusto, sano, vedente. Gesù, infatti, ha proclamato con forza: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: ‘Misericordia io voglio e non sacrifici’ (Os 6,6). Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,12-13). E ancora: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane” (Gv 9,41).
Queste parole, che hanno scandalizzato gli uomini religiosi, gli scribi e i farisei, cioè i legalisti e i devoti, se siamo sinceri scandalizzano anche noi, sempre tentati di annoverarci tra i sani, i giusti, gli osservanti, i fedeli; soprattutto se abbiamo ereditato un’immagine di Dio che, essendo giusto, deve fare giustizia punendo e castigando. Nel nostro cuore è innestata quella legge, quella dinamica ben espressa dal titolo del romanzo (molto cristiano!) di Fëdor Dostoevskij: “Delitto e castigo”. Ovvero, dove c’è il peccato ci vuole la pena, il castigo che Dio può mitigare con la misericordia, ma la giustizia va onorata ed esercitata! In verità, la giustizia di Dio così intesa è giustizia umana, come ha notato anche papa Francesco:
Davanti alla visione di una giustizia come mera osservanza della legge, che giudica dividendo le persone in giusti e peccatori, Gesù punta a mostrare il grande dono della misericordia che ricerca i peccatori per offrire loro il perdono e la salvezza … Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge. La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo a essa rischia di distruggerla.
(Bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia Misericordiae vultus 20.21, 11 aprile 2015).
Questa è la giustizia degli scribi e dei farisei, dei giusti incalliti che la proiettano su Dio, la giustizia di cui Gesù ha detto: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20). In Dio la giustizia è sovrana, ma non è la nostra giustizia: è una giustizia che ha la misericordia come lato esposto all’esterno, come dinamica quando si mette in movimento e si realizza, perché “Dio è” innanzitutto “amore” (1Gv 4,8.16), misericordia, grazia, tenerezza nella sua essenza. Al riguardo, mi basta qui ricordare la rivelazione del Nome di Dio consegnato a Mosè: “Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e compassionevole” (Es 34,6), nonché lo splendido soliloquio di Dio rivelato dal profeta Osea. Il popolo di Dio è diventato idolatra, ha rinnegato il suo Signore, ha rotto l’alleanza, e dunque Dio deve intervenire: anche lui romperà forse l’alleanza e abbandonerà il suo popolo ai castighi che si è meritato? Ma ecco il suo soliloquio:
Come potrei abbandonarti, Efraim,
come consegnarti ad altri, Israele? …
Il mio cuore “si rivolta” contro di me,
il mio intimo freme di compassione.
Non sfogherò l’ardore della mia ira,
non distruggerò Efraim,
perché sono Dio e non un umano;
sono il Santo nel tuo grembo
e non verrò a te nella mia collera.
(Os  11,8-9)
Ecco la grande rivelazione: nel cuore di Dio il sentimento della misericordia si rivolta contro quello della giustizia e lo vince, perché Dio non agisce secondo la giustizia umana, anzi la sua santità, quando viene a noi, si mostra come misericordia. Per questo sempre il profeta Osea predica queste parole da parte del Signore, già evocate perché ricorrono anche sulle labbra di Gesù (cf. Mt 9,13; 12,7):
Io voglio l’amore ( chesed) e non il sacrificio,
la conoscenza di Dio e non gli olocausti.
(Os  6,6)
Cioè, decodificando per noi:
Voglio la misericordia vissuta tra voi,
non i sacrifici fatti a me;
voglio la conoscenza di Dio,
che è nient’altro che pratica della misericordia,
non offerte fatte a me!
Ecco come il Signore ci riconcilia con sé: una riconciliazione che ha come protagonista Dio, che Dio ci offre, che per noi è sempre immeritata, in quanto gratuita e preveniente. L’Apostolo Paolo, nella contemplazione e nella fede in “Gesù Cristo consegnato alla morte per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione” (cf. Rm 4,25), proclama:
Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini i loro peccati e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio!
(2Cor  5,19-20)
Dobbiamo solo predisporre tutto in noi stessi per accogliere questo dono gratuito della misericordia di Dio, un dono che in noi produce la conversione, il ritorno a lui, e quindi ci fa vivere nella comunione con il Signore. Papa Francesco ci dona un’immagine piena di consolazione in proposito, riflettendo sulla parabola della pecora smarrita (cf. Lc 15,4-7):
Il Signore non può rassegnarsi al fatto che anche una sola persona possa perdersi. L’agire di Dio è quello di chi va in cerca dei figli perduti per poi fare festa e gioire con tutti per il loro ritrovamento. Si tratta di un desiderio irrefrenabile: neppure novantanove pecore possono fermare il pastore e tenerlo chiuso nell’ovile. Lui potrebbe ragionare così: “Faccio il bilancio: ne ho novantanove, ne ho persa una, ma non è una grande perdita”. Lui invece va a cercare quella, perché ognuna è molto importante per lui, [e la più importante è] la più bisognosa, la più abbandonata, la più scartata; e lui va a cercarla. Siamo tutti avvisati: la misericordia verso i peccatori è lo stile con cui agisce Dio e a tale misericordia egli è assolutamente fedele: nulla e nessuno potrà distoglierlo dalla sua volontà di salvezza. Dio non conosce la nostra attuale cultura dello scarto … Dio non scarta nessuna persona; Dio ama tutti, cerca tutti: uno per uno! Lui non conosce questa parola, “scartare la gente”, perché è tutto amore e tutta misericordia … Nella visione di Gesù non ci sono pecore definitivamente perdute, ma solo pecore che vanno ritrovate. Questo dobbiamo capirlo bene: per Dio nessuno è definitivamente perduto. Mai! … Siamo tutti noi pecore ritrovate e raccolte dalla misericordia del Signore, chiamati a raccogliere insieme a lui tutto il gregge!
(Udienza generale del 4 maggio 2016)
2. Artefici di riconciliazione
Se la beatitudine proclamata da Gesù è: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5,7), vi è un’altra sua parola, anzi due, altrettanto decisive, che risuonano quale comando che invera e rinnova l’antico comando donato a Israele: “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo” (Lv 19,2; cf. 1Pt 1,16). In parallelo, Gesù comanda: “Siate téleioi, siate perfetti, compiuti, come è perfetto, compiuto il Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,48), e nel passo parallelo Luca precisa: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36). La santità, la perfezione è la misericordia! Chi ha ottenuto gratuitamente la misericordia da Dio deve fare misericordia agli altri, chi è stato riconciliato da Dio deve riconciliarsi con gli altri e riconciliarli: questo significa vivere in pienezza!
Per esprimere tale verità, tenterò qui di seguire papa Francesco, di echeggiare il suo insegnamento, anche se l’operazione risulta difficile a causa dell’abbondanza delle sue parole sulla misericordia. La mia vorrebbe dunque essere solo una traccia, una sintesi che evidenzia i concetti espressi più frequentemente da Francesco.
a. Siamo bisognosi di misericordia
Innanzitutto, per fare misericordia occorre essere consapevoli della misericordia che Dio ha fatto a noi. Solo se non ci crediamo giusti, conoscendo quindi la misericordia di Dio, saremo abilitati a fare misericordia agli altri, i quali sono solidali con noi nel cedere al male, nel peccare. Se invece, a causa di una nostra pretesa giustizia, giudichiamo gli altri o addirittura li disprezziamo, come il fariseo della parabola (cf. Lc 18,9-14), siamo da iscrivere tra quelli che il papa definisce i corrotti e gli ipocriti. Spesso il papa ha parole di fuoco per quelli che si pensano giusti e migliori degli altri, mentre è comprensivo e misericordioso verso quelli che, come il pubblicano della stessa parabola, osano soltanto dire, senza tenere la testa dritta con alterigia: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc 18,13).
Purtroppo molti tra gli uomini e le donne del nostro tempo sono tenuti lontano dal Signore proprio dalla pretesa giustizia dei credenti, dei “cristiani del campanile”, di quelli che vantano un’appartenenza alla chiesa sentendosi già salvati, e sovente allontanano i peccatori, emarginano quelli che hanno un comportamento che contraddice la legge e li pone “fuori del campo”. Ma Cristo ha voluto morire fuori dell’accampamento (cf. Eb 13,12), per questo l’autore della Lettera agli Ebrei significativamente esorta: “Usciamo dunque verso di lui fuori dell’accampamento, condividendo la sua vergogna” (Eb 13,13), a costo di essere annoverati come lui tra i peccatori. E invece dentro di noi, da sempre detti cristiani, abita il virus del giusto incallito, del religioso che si crede salvo. Per fare misericordia, per riconciliare è dunque assolutamente necessario abbassarsi, conoscere l’umiliazione e sentirsi solidali nel peccato con i nostri fratelli e sorelle in umanità.
b. Siamo chiamati a fare misericordia
Papa Francesco ci spinge a fare misericordia anche ammonendoci a vigilare affinché la misericordia non resti solo un’emozione, un sentimento viscerale che si prova nell’incontro con l’altro, con il bisognoso: “La misericordia … è un cammino che parte dal cuore per arrivare alle mani” (Udienza generale del 10 agosto 2016), ossia deve diventare azione, prassi, cura dell’altro, del suo bisogno, della sua sofferenza. Il dialogo tra Gesù e il dottore della legge dopo la parabola del samaritano è molto significativo al riguardo:
(Gesù chiese): “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”.
Quello rispose: “Chi ha fatto misericordia a lui”.
Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.
(Lc 10,36-38)
Fare misericordia è mettere in pratica le opere di misericordia, ma può e deve esprimersi anche in modo inatteso, risvegliando l’intelligenza e la creatività del discepolo e della discepola di Gesù. Ci sono bisogni sempre inediti, ci sono povertà spesso nascoste, ci sono miserie spesso non comprese! E i primi destinatari di questo fare misericordia devono essere i poveri, i quali ci chiedono quell’opzione preferenziale vissuta e predicata da Gesù stesso (cf. Lc 4,18-19Is 61,1-2), che non solo ha annunciato loro la buona notizia, ma ha assunto la loro condizione per vivere la comunione con loro: “Da ricco che era, si è fatto povero per noi” (cf. 2Cor 8,9).
Di più, noi cristiani oggi dovremmo tentare di dare alla misericordia e alla riconciliazione una valenza anche sociale, a volte politica. Lo chiedeva già Giovanni Paolo II nel suo profetico Messaggio per la XXXV Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2002: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”), quando scriveva: “Solo nella misura in cui si affermano un’etica e una cultura del perdono, si può anche sperare in una ‘politica del perdono’, espressa in atteggiamenti sociali e istituti giuridici, nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano” (§ 8). Francesco si muove su questo stesso solco, attuando con la sua azione a livello internazionale una vera politica di riconciliazione, per quanto gli è possibile.
c. Il volto misericordioso della chiesa
Infine, per papa Francesco misericordia significa dare alla chiesa tutta un volto di misericordia: la chiesa quale “ mater misericordiae ”, titolo che le spetta, come spetta a Maria, icona della chiesa. L’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia (19 marzo 2016) vuole essere un grande invito rivolto a tutti affinché la chiesa assuma un volto misericordioso. Sappiamo che questo documento crea ad alcuni difficoltà, soprattutto a quanti, presenti anche nella chiesa, sono maestri esperti nell’inoculare il sospetto, il dubbio, la paura. Costoro temono che la misericordia diventi un “lasciar fare”, varco verso una superficialità che toglie la responsabilità, che finisca per favorire un cristianesimo debole, dove non c’è più la grazia a caro prezzo.
Ma la grazia è stata conquistata a caro prezzo da Gesù Cristo nella sua passione e morte in croce (cf. 1Cor 6,20; 7,23; 1Pt 1,18) proprio perché fosse donata a noi con abbondanza, perché fosse possibile a Dio “rendere giusto il peccatore” (cf. Rm 4,5). Solo chi è raggiunto dall’incandescente perdono gratuito di Dio può sentire in sé il bisogno di conversione e lasciarsi riconciliare. Solo chi si sente amato gratuitamente, senza aver meritato l’amore, conosce veramente il volto di Dio, cioè Gesù Cristo che lo ha narrato ( exeghésato: Gv 1,18), passando tra di noi, facendo il bene e facendo arretrare il demonio, guarendo e liberando (cf. At 10,38).
Conclusione
Tra i libri profetici c’è una vera e propria perla, il libro di Giona. Da un lato è il più bel canto della misericordia di Dio, dall’altro è una denuncia di quei credenti che non sanno rallegrarsi
quando la salvezza è donata a quanti sono da loro ritenuti indegni,
quando torna a casa il figlio perduto e si fa festa per lui (cf. Lc 15,11-32),
quando il pastore trova la pecora perduta e fa festa per lei sola (cf. Lc 15,4-7),
quando gli ultimi ricevono la stessa ricompensa dei primi, perché il padrone è misericordioso (cf. Mt 20,1-15).
Conoscete l’avventura di Giona. Dio gli chiede di andare a Ninive, la grande città capitale dell’impero oppressore e nemico di Israele, per annunciarle che sarà distrutta per i peccati dei suoi abitanti. Giona non obbedisce e fugge, ma Dio lo riporta alla sua missione ed egli è costretto a predicare a Ninive. Allora gli abitanti (e persino gli animali!) di quella città hanno fede e mutano il loro comportamento: lasciano la strada cattiva e abbandonano la violenza e l’ingiustizia. Allora Dio cambia, muta il suo proposito e fa loro misericordia. Ma Giona, vedendo ciò, si arrabbia terribilmente, fino a voler morire. Eloquenti le sue parole, che mostrano il suo fastidio proprio per la misericordia del Signore: “Io sapevo che tu sei un Dio misericordioso e compassionevole, lento all’ira, grande nell’amore, che ti converti riguardo al male minacciato. Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché è meglio per me morire che vivere!” (Gn 4,2-3).
Sì, in Dio prevale la misericordia sulla giustizia, ma chi ha annunciato la giustizia non si rallegra, anzi si incattivisce… Nella chiesa odierna ci sono ancora tanti Giona, predicatori zelanti, ma papa Francesco ci ricorda continuamente che Gesù è stato il vero profeta fedele a Dio, non tentato di assumere i sentimenti e lo stile di Giona: Gesù ha annunciato la misericordia a tutti, a tutti, dando la vita per tutti, per tutti (cf. Mc 10,45Mt 20,28Is 53,11-12)!
Pubblicato su: Osservatore Romano

Papa Luciani e Francesco, la via della misericordia




di Andrea Tornielli (Vatican Insider)

Nel pomeriggio del 26 agosto 1978 il cardinale patriarca di Venezia Albino Luciani veniva eletto Papa dopo un conclave lampo. Trentotto anni dopo il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin inaugura il Museo Papa Luciani a Canale d'Agordo, donando gli occhiali che Giovanni Paolo I indossava nel momento della morte, che suor Vincenza, la religiosa che accudiva il Pontefice veneto, aveva donato all'ex segretario di  Luciani a Vittorio Veneto, don Francesco Taffarel e da quest'ultimo erano stati affidati alla postulazione della causa di beatificazione.

Per comprendere l'attualità del magistero di Papa Luciani, in questo Giubileo della misericordia, può valer la pena rileggere le pagine che Francesco dedica al suo predecessore nel libro «Il nome di Dio è misericordia», citandolo più volte. La prima in riferimento alla misericordia in confessionale, a proposito della figura di san Leopoldo Mandi?.

«Ho letto un’omelia dell’allora cardinale Albino Luciani su padre Leopoldo Mandi?, appena proclamato beato da Paolo VI - afferma Papa Bergoglio - Aveva descritto qualcosa che si avvicina molto a quanto ho appena raccontato: "Ecco, peccatori siamo tutti – diceva Luciani in quella occasione – lo sapeva benissimo il padre Leopoldo. Bisogna prendere atto di questa nostra triste realtà. Nessuno può a lungo evitare le mancanze piccole o grandi. 'Però', come diceva san Francesco di Sales, 'se tu hai l’asinello, e per strada ti casca sul selciato, cosa devi fare? Mica vai là col bastone a spianargli le costole, poveretto, è già abbastanza sfortunato. Bisogna che tu lo prenda per la cavezza e dica: Su, riprendiamo la strada. Adesso riprendiamo il cammino, farai più attenzione un’altra volta'. Questo è il sistema e padre Leopoldo questo sistema l’ha applicato in pieno. Un sacerdote, mio amico, che andava a confessarsi da lui, ha detto: Padre, lei è troppo largo. Io mi confesso volentieri da lei, ma mi pare che sia troppo largo. E padre Leopoldo: Ma chi è stato largo, figlio mio? È stato il Signore a essere largo; mica io sono morto per i peccati, è il Signore che è morto per i peccati. Più largo di così con il ladrone, con gli altri come poteva essere!". Questa l’omelia dell’allora cardinal Luciani su Leopoldo Mandi?, poi proclamato santo da Giovanni Paolo II».

Una seconda citazione Francesco l'ha dedicata nelle pagine in cui parla del suo sentirsi peccatore. «E che dire dell’omelia con cui Albino Luciani iniziava il suo episcopato a Vittorio Veneto, dicendo che la scelta era ricaduta su di lui perché certe cose, invece di scriverle sul bronzo o sul marmo, il Signore preferiva scriverle sulla polvere: così, se la scrittura fosse restata, sarebbe stato chiaro che il merito era tutto e solo di Dio. Lui, il vescovo, il futuro Papa Giovanni Paolo I, si definiva "la polvere". Devo dire che quando parlo di questo - aggiungeva Francesco - penso sempre a ciò che Pietro ha detto a Gesù la domenica della sua resurrezione, quando lo ha incontrato da solo. Un incontro a cui accenna l’evangelista Luca (24, 34). Che cosa avrà detto Simone al Messia appena risorto dal sepolcro? Gli avrà detto che si sentiva un peccatore? Avrà pensato al rinnegamento, a quanto accaduto pochi giorni prima, quando per tre volte aveva finto di non conoscerlo, nel cortile della casa del Sommo Sacerdote. Avrà pensato al suo pianto amaro e pubblico. Se Pietro ha fatto questo, e se i Vangeli ci descrivono il suo peccato, il suo rinnegamento, e se nonostante tutto ciò Gesù gli ha detto "Pasci le mie pecorelle" (Vangelo di Giovanni 21, 16), non credo che ci si debba meravigliare se anche i suoi successori descrivono se stessi come "peccatori". Non è una novità. Il Papa è un uomo che ha bisogno della misericordia di Dio».

Una terza citazione di Luciani, Papa Francesco l'ha fatta commentando la parabola del Figliol Prodigo (oggi chiamata del Padre Misericordioso). «Dio è un padre premuroso, attento, pronto ad accogliere qualsiasi persona che muova un passo o che abbia il desiderio di muovere un passo verso casa - ha detto Francesco - Lui è lì a scrutare l’orizzonte, ci attende, ci sta già aspettando. Nessun peccato umano per quanto grave può prevalere sulla misericordia o limitarla. Vescovo di Vittorio Veneto da qualche anno, Albino Luciani tenne degli esercizi ai sacerdoti e commentando la Parabola del "figliol prodigo" disse a proposito del Padre: "Lui aspetta. Sempre. E non è mai troppo tardi. È così, è fatto così... è Padre. Un padre che aspetta sulla porta. Che ci scorge quando ancora siamo lontano, e s’intenerisce, e correndo viene a gettarsi al nostro collo e a baciarci teneramente... Il nostro peccato allora diventa quasi un gioiello che gli possiamo regalare per procurargli la consolazione di perdonare... Si fa i signori, quando si regalano gioielli, e non è sconfitta, ma gioiosa vittoria lasciar vincere Dio!"».

Infine, Francesco ha ricordato una quarta e una quinta volta le parole del predecessore. «Quando uno si sente un po’ più sicuro, inizia a impossessarsi di facoltà che non sono sue, ma del Signore. Lo stupore comincia a degradarsi, e questo è alla base del clericalismo o dell’atteggiamento di coloro che si sentono puri. L’adesione formale alle regole, ai nostri schemi mentali - ha detto Papa Bergoglio - prevale. Lo stupore degrada, crediamo di poter fare da soli, di essere noi i protagonisti. E se uno è un ministro di Dio, finisce per credersi separato dal popolo, padrone della dottrina, titolare di un potere, chiuso alle sorprese di Dio. La "degradazione dello stupore" è un’espressione che a me dice tanto. A volte mi sono sorpreso a pensare che ad alcune persone tanto rigide farebbe bene una scivolata, perché così, riconoscendosi peccatori, incontrerebbero Gesù. Mi tornano alla mente le parole del servo di Dio Giovanni Paolo I, che durante un’udienza del mercoledì disse: "Il Signore ama tanto l’umiltà che, a volte, permette dei peccati gravi. Perché? Perché quelli che li hanno commessi, questi peccati, dopo che si sono pentiti, restino umili. Non vien voglia di credersi dei mezzi angeli, quando si sa di aver commesso delle mancanze gravi". E pochi giorni dopo, in un’altra occasione, lo stesso Papa Luciani aveva ricordato che san Francesco di Sales parlava delle "nostre care imperfezioni": "Dio detesta le mancanze, perché sono mancanze. D’altra parte, però, in un certo senso, ama le mancanze in quanto danno l’occasione a Lui di mostrare la sua misericordia e a noi di restare umili e di capire e di compatire le mancanze del prossimo".

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La testimonianza. «Vi racconto il mio Luciani»
Avvenire
(Beniamino Stella, cardinale e postulatore della causa di canonizzazione) Erano gli anni del mio liceo e la mia conoscenza di monsignor Luciani fu allora quella di un giovane liceale che incontrava il vescovo per le celebrazioni in Seminario e in Cattedrale. Ricordo come sapeva comunicare e trasmettere con efficacia la dottrina ai seminaristi e sempre con esempi tratti dalla vita quotidiana, ma colto e ben formato negli studi classici e accademici.
Lasciai poi la diocesi di Vittorio Veneto per Roma nel 1960 per i successivi sei anni e gli incontri con lui furono occasionali ma, quando mi riceveva nel castello vescovile di Vittorio Veneto, era sempre con affetto paterno e semplicità. Mi sentivo bene con lui per il tratto umano, fatto di cordialità e di calore, che dimostrava nelle conversazioni personali. Entrai poi nella Pontificia Accademia Ecclesiastica a Roma e, del resto, fu lui ad avviarmi agli studi diplomatici. Ricordo come fosse ieri quando e come lo chiese. Era durante l' ultima sessione del Concilio ecumenico Vaticano II: mi chiamò, presso il Pontificio Seminario Romano minore dove alloggiava, per dirmi che mi avevano chiesto per entrare in questa Accademia e che egli aveva già risposto di sì. Così, secondo il modus procedendi di quei tempi ormai passati, si rivolse senza tanti preamboli a me: 'Lei è d' accordo, non è vero?'. In seguito lo incontravo durante le vacanze estive per un saluto e per metterlo al corrente della mia vita di sacerdote e dei miei studi. Lo rividi poi una volta, all' inizio degli Anni Settanta, quando andai a visitarlo a Venezia. Purtroppo non ebbi occasione di incontrarlo da Papa nell' agosto- settembre del 1978, trovandomi come incaricato d' affari della nunziatura a Malta. Per me Luciani è sempre stato il 'mio vescovo'. Un uomo di preghiera assidua e profonda, di attento ascolto e capace di sostegno umano e spirituale nei confronti dei fratelli sacerdoti e del popolo di Dio, in particolare vicino ai poveri, alla gente umile e agli ammalati. Dotto maestro della fede e avvincente comunicatore della Parola di Dio, catechista impareggiabile. Queste le caratteristiche che considero esemplari in lui. Mia madre spesso citava monsignor Luciani, per dire che il sacerdote non doveva avere conti in banca e libretto di assegni. Penso che lo avesse sentito da lui stesso nelle periodiche visite ed incontri dei genitori in Seminario. Partecipava agli incontri dei suoi preti vittoriesi per prendere il polso della vita diocesana e del loro ministero. Conosceva personalmente i suoi sacerdoti, li visitava nelle canoniche nell' ora della malattia e della vecchiaia, li riceveva nel castello vescovile durante mattinate intere, paziente e suadente. I preti li voleva preparati e formati. Il Concilio aveva fortemente alzato l' asticella delle attese e delle esigenze del popolo cristiano e si erano moltiplicati gli ambiti di attenzione e di cura pastorale. Aprendo la diocesi al servizio missionario, qualche viaggio in terre lontane lo fece sì, in Africa e in America latina, soprattutto per visitare i suoi preti vittoriesi, mandati in missione nel Burundi e in Brasile, o tra le comunità italiane emigrate oltralpe. Era pastore che cercava di convincere con pazienza il suo interlocutore, seppure non incapace di decisioni impegnative, che gli costavano sofferenza, soprattutto nelle due dolorose crisi della diocesi di Vittorio Veneto, quella economica, con il disastro che ne causò la bancarotta finanziaria, dovuta alla mala amministrazione dell' economato diocesano, e quella del penoso conflitto con la comunità di Montaner. I malesseri del post-Concilio li visse soprattutto a Venezia; gli impegni episcopali si erano allora già ampliati e moltiplicati, tanto per la rappresentanza personale che gli comportava l' investitura cardinalizia come patriarca di Venezia, come anche per la responsabilità istituzionale della vicepresidenza della Conferenza episcopale italiana. Ma fu e volle essere sempre un prete e un vescovo fedele alle sue radici, in mezzo al suo popolo e ai suoi sacerdoti. Talvolta ho detto a papa Francesco che a monsignor Luciani - forse proprio come a lui arcivescovo di Buenos Aires - in Roma bruciavano sotto i piedi i 'sanpietrini' di Piazza San Pietro... Appena assolti i suoi impegni istituzionali in Curia e alla Cei ben volentieri ritornava in fretta a casa, a servire da pastore buono che fu, la sua gente. Credo nella santità di vita cristiana di Giovanni Paolo I, quella che si vive nell' umiltà e nella dedizione quotidiana alla Chiesa e al prossimo in necessità, ispirate dalle virtù teologali e praticate con fervore interiore.


La mia amica Madre Teresa



di Cristina Uguccioni per Vatican Insider

Domenica 4 settembre, a Roma, sarà canonizzata madre Teresa, fondatrice della congregazione delle Missionarie della Carità, nata a Skopje, in Albania, il 27 agosto 1910 e morta a Calcutta, in India, il 5 settembre 1997.  
La sua vita racconta di una dedizione operosa, paziente e tenace ai poveri: uomini, donne, bambini che sono stati curati, protetti, riscattati dalla miseria, dalla solitudine, dagli avvilimenti, dalle umiliazioni e restituiti a una vita buona, nel nome di Gesù. Madre Teresa sapeva che nelle molte forme della custodia, dell’accudimento, della dedizione affidabile si accende qualcosa di immenso che trasmette il calore della presenza di Dio. Sapeva che le cose dell’amore rammendano il mondo, lo migliorano, lo abbelliscono rendendolo una casa in cui è bello per tutti abitare.  

Nell’imminenza della canonizzazione abbiamo rivolto alcune domande al cardinale Angelo Comastri, vicario generale di Sua Santità per la città del Vaticano e arciprete della basilica di san Pietro, che fu legato a madre Teresa da grande amicizia, e che di recente ha pubblicato il volume “Ho conosciuto una santa” (Edizioni San Paolo). 

Eminenza, quale ricordo personale di madre Teresa conserva come più caro?  
«Il ricordo più caro e più commovente è l’ultimo incontro: risale al 22 maggio 1997. La mia mamma era morta alcuni giorni prima, il 5 maggio, e io confidai alla madre il mio dolore. Lei mi prese le mani e, quasi per trasmettermi la sua pace, disse: “La tua mamma ora ti è sempre vicina, perché il Paradiso non allontana ma avvicina. Anch’io andrò presto in Paradiso e ti sarò sempre vicina insieme alla tua mamma”. Queste parole sono per me come un forte abbraccio che mi fa superare ogni difficoltà».  

Quale spazio e quale significato aveva la preghiera per madre Teresa?  
«La Provvidenza volle che madre Teresa arrivasse a parlare all’Assemblea Generale dell’ONU. Il segretario generale Javier Pérez de Cuéllar volle invitarla a un atto pubblico che ebbe luogo il 26 ottobre 1985. Egli presentò madre Teresa a tutti i partecipanti alla cerimonia con queste parole: “Ci troviamo in un’aula di discorsi. Nel corso degli anni sono sfilati su questo podio gli uomini ritenuti più potenti. Oggi ci è offerta l’opportunità di dare il benvenuto alla donna realmente più potente della terra. Non credo che ci sia bisogno di presentarla, perché lei non ha bisogno di parole. Madre Teresa chiede fatti. Sono convinto che il meglio che si possa fare è renderle omaggio e dirle che lei è molto più importante di me e di tutti noi. Lei è le Nazioni Unite! Lei è la pace del mondo!”. 
Madre Teresa, di fronte a queste parole altisonanti, si fece ancora più piccola, ma la sua fede era grande e il suo coraggio era altrettanto grande. Mostrò l’immancabile corona del Rosario e disse: “Io sono soltanto una povera suora che prega. Pregando, Gesù mi mette nel cuore il suo amore e io vado a donarlo a tutti i poveri che incontro sul mio cammino”.  
Fece un momento di silenzio, poi aggiunse: “Pregate anche voi! Pregate e vi accorgerete dei poveri che avete accanto. Forse nello stesso pianerottolo della vostra abitazione. Forse anche nelle vostre case c’è chi aspetta il vostro amore. Pregate e gli occhi si apriranno e il cuore si riempirà di amore”. La preghiera era il fondamento della vita di madre Teresa». 

Nella notte del 10 settembre 1946 madre Teresa, mentre era in treno, sentì «la chiamata a rinunciare a tutto e seguire Gesù negli slum per servirlo tra i più poveri dei poveri». Nel corso dei decenni successivi, insieme alle sue Missionarie della Carità, aprì decine case in tutto il mondo: quali erano per lei le più gravi forme di povertà delle ricche società occidentali?  
«Madre Teresa affermava spesso che l’egoismo è la più grande sventura di una persona. E aggiungeva: “Sfido chiunque: non potrete mai trovare un egoista felice”. Nelle società del benessere l’egoismo è molto diffuso e per questa ragione, purtroppo, sono diffuse scontentezza, inquietudine, violenza. La radice dell’egoismo, così come di tutti i mali che ci affliggono, è la mancanza di preghiera. La dedizione ai poveri, fondata sulla preghiera, è l’unica medicina per vincere l’egoismo e trovare la gioia». 

Come risponderebbe madre Teresa a chi fosse tentato di scoraggiarsi sino a pensare che non serve a nulla spendere generosamente le proprie qualità migliori per gli altri perché comunque il mondo non cambia?  
«Ricordo che nel 1979, tornando da Oslo dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace, madre Teresa fece tappa a Roma. Diversi giornalisti si accalcarono nel cortile esterno della povera dimora delle Missionarie della Carità, sul monte Celio. Madre Teresa non si sottrasse ai giornalisti, li accolse come figli mettendo nella mano di ciascuno una piccola medaglia dell’Immacolata. Uno di loro le disse: “Madre, lei ha settant’anni! Quando lei morirà il mondo sarà come prima. Che cosa è cambiato dopo tanta fatica? Madre Teresa, si riposi! Non vale la pena fare tanta fatica”. Lei sorrise e rispose: “Vede, io non ho mai pensato di poter cambiare il mondo! Ho cercato soltanto di essere una goccia di acqua pulita nella quale potesse riflettersi l’amore di Dio. Le pare poco?”. Il giornalista non riuscì a rispondere, mentre intorno alla madre scese il silenzio. Madre Teresa riprese la parola e, rivolgendosi al giornalista, affermò: “Cerchi di essere anche lei una goccia di acqua pulita e così saremo in due. È sposato?”. “Sì, madre”. “Lo dica anche a sua moglie e così saremo in tre. Ha dei figli?”. “Tre figli, madre”. “Lo dica anche ai suoi figli e così saremo in sei”.  
Madre Teresa disse chiaramente che ognuno di noi ha in mano un piccolo, ma indispensabile capitale d’amore; è questo personale capitale d’amore che dobbiamo preoccuparci d’investire. Cerchiamo dunque di riempire l’unica valigia che porteremo con noi oltre la morte: la valigia della carità. Madre Teresa non si stancava di ripetere: “Riempitela, finché siete in tempo. Tutto il resto è fumo che svanisce velocemente”.» 

Qual era per madre Teresa il ruolo dell’uomo e della donna nel piano di Dio? E quale ritiene sia stato il contributo più significativo da lei offerto alla riflessione sulla donna?  
«Vorrei richiamare un episodio: nel 1995 si svolse a Pechino la quarta conferenza convocata dall’Onu sulla condizione della donna. Vi presero parte, insieme ai paesi membri dell’Unione Europea, altri 174 paesi. Obiettivo dell’incontro era quello di riaffermare l’uguaglianza tra l’uomo e la donna. La Santa Sede, per esporre il suo punto di vista, ricorse a madre Teresa.  
Il timore che le proprie riflessioni non coincidessero con quelle della maggioranza non trattenne la piccola suora dall’esprimere con umile coraggio il suo pensiero. Lei non aveva paura di dire la verità: il conformismo le era totalmente sconosciuto. Il messaggio fu il seguente: “Spero che questa conferenza possa aiutare ciascuna di noi a riconoscere, apprezzare e rispettare il posto speciale della donna nel piano di Dio, in modo che tutte le donne riescano a realizzare questo disegno nella loro vita. Non riesco a capire perché alcuni affermino che donne e uomini sono perfettamente uguali, negando la bella diversità tra uomini e donne. Tutti i doni di Dio sono buoni, ma non sono tutti uguali. Rispondo spesso alle persone che dicono che piacerebbe loro servire i poveri come li servo io: «Quello che faccio io non lo puoi fare tu e io non posso fare quello che fai tu. Ma insieme possiamo fare qualcosa di bello per Dio». La diversità tra uomini e donne si colloca in questa linea. Dio ha creato ciascuno di noi, ogni essere umano, per qualcosa di molto importante: per amare ed essere amati. Però, perché Dio ci ha creati uomini e donne? Perché l’amore della donna è un’immagine dell’amore di Dio e l’amore dell’uomo è un’altra immagine dell’amore di Dio. Entrambi sono stati creati per amare, ma ciascuno ama in modo diverso. Donna e uomo si completano reciprocamente e, insieme, costituiscono una prova dell’amore di Dio in modo più completo di come potrebbe farlo ciascuno separatamente. Questa speciale capacità propria della donna si manifesta in maniera più completa quando diventa madre. La maternità è il dono di Dio alla donna”. Queste limpide parole non hanno bisogno di commento». 
Che cosa insegna il tenace perseverare di madre Teresa nella preghiera e della dedizione ai poveri durante i lunghi anni da lei trascorsi in quella esperienza nota come “notte della fede”?  
«Ritengo – è il mio umile parere – che la “notte della fede” sia stato un dono di Dio per difendere madre Teresa dalla tentazione dell’orgoglio. Mi spiego. Madre Teresa raggiunse una celebrità forse superiore a quella dello stesso Papa: e il Papa era Giovanni Paolo II! Madre Teresa era cercata da tutti. Ricevette il Nobel per la pace: fatto unico e quasi impossibile per una suora cattolica. Venne invitata a parlare all’assemblea generale dell’ONU: anche questo fatto rasenta l’inimmaginabile. E potrei continuare. Per lei poteva essere facile cadere nel laccio dell’orgoglio e dell’autocompiacimento. Ma Dio l’ha impedito mettendo nell’anima di madre Teresa la “notte della fede”, che è una forma di povertà radicale, una situazione in cui si sperimenta dolorosamente la lontananza da Dio e la propria costituiva pochezza. Come ha reagito madre Teresa? Ha reagito intensificando la preghiera e moltiplicando le opere di carità. Pregando, lottava contro il buio; e moltiplicando la carità si trovava tra le braccia di Dio, che è amore. Questa è la risposta dei santi: l’obbedienza fiduciosa alla volontà del Signore».

La non violenza: stile di una politica per la pace

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Tema della 50ª Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2017): «La non violenza: stile di una politica per la pace» 
Sala stampa della Santa Sede 

[Text: Italiano, Français, English, Español]
Papa Francesco annuncia il tema del Messaggio per la
50a Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio 2017)
«La non violenza: stile di una politica per la pace». Questo il titolo delMessaggio per la 50a Giornata Mondiale della Pace, la quarta di Papa Francesco.
La violenza e la pace sono all'origine di due opposti modi di costruire la società.
Il moltiplicarsi di focolai di violenza genera gravissime e negative conseguenze sociali: il Santo Padre coglie questa situazione nell'espressione "terza guerra mondiale a pezzi". La pace, al contrario, ha conseguenze sociali positive e consente di realizzare un vero progresso; dobbiamo, pertanto, muoverci negli spazi del possibile negoziando strade di pace, anche là dove tali strade appaiono tortuose e persino impraticabili. In questo modo, la non violenza potrà assumere un significato più ampio e nuovo: non solo aspirazione, afflato, rifiuto morale della violenza, delle barriere, degli impulsi distruttivi, ma anche metodo politico realistico, aperto alla speranza

Come siamo caduti in basso!



Faccio precedere l'articolo di Vito Mancuso dal:

Testamento spirituale del Padre Christian de Chergé

Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese.
Che essi accettassero che l’unico Padrone di ogni vita non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale. Che pregassero per me : come potrei essere trovato degno di tale offerta ? Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso, non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.
Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la "grazia del martirio", il doverla a un algerino chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam.
So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti.
L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa; sono un corpo e un’anima. L’ho proclamato abbastanza, credo, in base a quanto ne ho concretamente ricevuto, ritrovandovi così spesso il filo conduttore del Vangelo imparato sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa, proprio in Algeria e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo o da idealista: "Dica adesso quel che ne pensa!". Ma costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità.
Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia, et totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per quella gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, accanto a mia madre e a mio padre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e ai loro, centuplo accordato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio profilatosi con te. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen!
Insc’Allah

Algeri, 1º dicembre 1993
Tibhirine, 1º gennaio 1994
Christian

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L'Islam, il cristianesimo e la polemica sul burkini
La Repubblica

(Vito Mancuso) La querelle sul divieto del burkini e la polemica sulle suore in spiaggia ha avuto di certo il merito di richiamare la comune radice di cristianesimo e islam in ordine alla questione dell' abbigliamento cui devono essere tenuti i corpi delle donne. Ha avuto quindi una felice intuizione l' imam di Firenze, Izzedin Elzir, nel pubblicare sulla sua pagina facebook, come commento, una foto di alcune religiose al mare? Per giudicare basta leggere ciò che al riguardo ordinava san Paolo (in questo articolo mi si scuseranno le lunghe citazioni, ma credo sia importante): «Voglio che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l' uomo, e capo di Cristo è Dio.
Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. Ma ogni donna che prega o profetizza a capo scoperto, manca di riguardo al proprio capo, perché è come se fosse rasata. Se dunque una donna non vuole coprirsi, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. L' uomo non deve coprirsi il capo, perché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell' uomo. E infatti non è l' uomo che deriva dalla donna, ma la donna dall' uomo; né l' uomo fu creato per la donna, ma la donna per l' uomo. Per questo la donna deve avere sul capo un segno di autorità a motivo degli angeli» (Prima lettera ai Corinzi 11,3-10, versione ufficiale Cei). Qui san Paolo dice tre cose precise: 1) che la donna è sottoposta all' uomo, così come l' uomo è sottoposto a Cristo, e Cristo è sottoposto a Dio, secondo una netta gerarchia ascendente; 2) che la donna non solo è sottoposta ma è addirittura finalizzata all' uomo, nel senso che è stata creata per l' uomo, di cui è chiamata a essere la "gloria"; 3) che la donna deve coprire la sua testa in segno di accettazione dell' autorità cui è sottoposta. L' islam ripresenta la medesima impostazione. La superiorità dell' uomo rispetto alla donna è affermata chiaramente dal Corano: «Gli uomini sono un gradino più in alto» (sura 2,228, trad. di Ida Zilio-Grandi). Nella stessa prospettiva la sura 4 intitolata Le donne afferma: «Gli uomini sono preposti alle donne perché Dio ha prescelto alcuni di voi sugli altri e perché essi donano parte dei loro beni per mantenerle. Le donne buone sono devote a Dio e sollecite della propria castità così come Dio è stato sollecito di loro, e quanto a quelle di cui temete atti di disobbedienza, ammonitele, poi lasciatele sole nei loro letti e poi battetele, ma se vi ubbidiranno non cercherete pretesti per maltrattarle, Dio è grande e sublime » (4,34). Quanto alla finalizzazione della donna rispetto all' uomo, così scrive il Corano: «Agli occhi degli uomini è stato abbellito l' amore dei piaceri, come le donne, i figli e le misure ricolme d' oro e d' argento, e i cavalli di razza, e il bestiame e i campi» (3,14). Ed è sufficiente pensare alla concezione islamica del paradiso in cui donne giovani e belle saranno sempre a disposizione dei credenti maschi, per ritrovare confermata tale innegabile centralità maschile. Da qui, come già per san Paolo, per il Corano discende il tipo di abbigliamento cui deve conformarsi il corpo femminile: «Profeta, di' alle tue moglie e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si coprano con i loro mantelli; questo sarà meglio per distinguerle dalle altre donne affinché non vengano offese, ma Dio è indulgente e compassionevole » (33,59). Appare quindi chiaro che, sia per il cristianesimo sia per l' islam, l' abbigliamento femminile comandato non è una semplice questione di tradizione né tanto meno di gusto, ma suppone una precisa concezione del rapporto uomo-donna all' insegna della subordinazione di quest' ultima. Non è certo un caso che in Occidente l' affermazione della piena parità giuridica uomo-donna abbia avuto come conseguenza la mutazione dell' abbigliamento femminile da cui è scomparso ogni segno di subordinazione, compreso il velo in testa a cui, stando alle severe disposizioni di san Paolo, erano tenute tutte le donne in chiesa fino a solo qualche decennio fa. Dietro il burkini quindi, e in genere dietro ogni tipo di velatura più o meno ampia (con fascia, scialle, foulard, velo semplice, velo totale incluso il viso), c' è l' idea che la donna sia inferiore all' uomo e a lui sottomessa. Per questo a mio avviso non ha torto il premier francese Manuel Valls ad affermare che il burkini «è la traduzione di un progetto politico, di contro-società, fondato notoriamente sulla sottomissione della donna » e che quindi «non è compatibile con i valori della Francia e della Repubblica». E dato che la parità uomo-donna è anche un nostro valore, io penso che quel costume, e in genere l' abbigliamento che esso traduce, non sia compatibile neppure con il nostro paese. È semplicistico dire che alla libertà di andare in spiaggia con il bikini deve corrispondere quella di andarvi con il burkini: nel primo caso infatti si assiste a un movimento di liberazione del corpo, mentre nel secondo di asservimento. E la libertà, se la si intende seriamente, non è mai solo astratta, cioè fare quello che si vuole, ma sempre concreta, cioè fare quello che è giusto e fa bene, e non ci sono dubbi che la liberazione del corpo sia un bene, anche per la liberazione della mente che ne consegue. Il cristianesimo e l' islam, così come l' ebraismo e le altre religioni, sono quindi uno strumento di oppressione? Lo possono essere, non ci sono dubbi, c' è la storia a dimostrarlo, come del resto la storia mostra che possono diventare anche strumento di liberazione se vissuti correttamente: una liberazione dall' oppressione sociale (si pensi alla teologia della liberazione in America Latina) e una liberazione dal proprio egocentrismo e dalle proprie cattiverie, si pensi alla storia della santità e della mistica. Il punto essenziale è comprendere che siamo inseriti tutti in un processo di cui nessuno, neppure ovviamente la laicità francese, detiene il punto di vista assoluto e alla cui evoluzione tutti sono chiamati a contribuire. Diceva il grande teologo Raimon Panikkar che «le religioni si devono convertire ». È vero: le religioni si devono convertire all' idea di non rappresentare il punto di arrivo dell' umanità, ma di essere uno strumento a servizio del bene e della giustizia, i quali sono i veri punti di arrivo cui continuamente tendere. L' imam di Firenze ha accostato le suore cristiane alle donne musulmane, ma ha dimenticato che le suore rappresentano un gruppo particolare di donne che ha liberamente scelto di vivere in povertà, castità e obbedienza, e il cui abbigliamento richiama il loro stile di vita alternativo. Sono ben lontane però dal rappresentare tutte le donne occidentali, le quali hanno altrettanto liberamente orientato se stesse secondo ben altri stili di vita e di abbigliamento. L' islam, che non ha suore, in un certo senso tende a rendere un po' suore tutte le donne che vi aderiscono. Il che però non è compatibile con l' idea di donna cui l' Occidente è giunto. E di questo i musulmani e le musulmane che vogliono vivervi dovrebbero, a mio avviso, prendere atto.