giovedì 22 giugno 2017

Sacratissimo Cuore di Gesù. Anno A



Ti supplico, 
che la mitezza della tua carità ridia coraggio al mio cuore. 
Per grazia, le viscere della tua misericordia 
si commuovano in mio favore, 
perché purtroppo, numerosi sono i miei demeriti, 
nulli i miei meriti.
E donami, o caro Gesù, di amare te solo, 
in ogni cosa e al di sopra di tutto, 
di attaccarmi a te con fervore, 
di sperare in te, 
e di non mettere alla mia speranza nessun limite.

Santa Geltrude di Elfta 

***
Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-30.

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». 
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». 

***

Cosa ti farebbe gioire così tanto da esultare? Pensaci un momento e rispondi. E il mondo? I colleghi, gli amici, i vip e gli opinionisti così "intelligenti"? E gli intellettuali così "sapienti"? C'è qualcosa che li farebbe scomodare dalla loro pura seriosità e farli gridare di gioia? Ora vediamo invece per chi si rallegra Dio: il Padre e il Figlio esultano per ciò che di sicuro neanche hai pensato; sì, la ragione della loro esultanza sono quelli che noi e il mondo non degniamo di nessuna attenzione, perché nulla fanno per attirarla: sono troppo "piccoli" per gli uomini che si credono molto grandi, che si aspettano grandi eventi, grandi cambiamenti, grandi consolazioni. Invece il Padre, infinitamente più grande della sua creatura più grande, si avventura in un testacoda incredibile e plana dove l'occhio superbo proprio non può cadere... "Sì, perché a Lui è piaciuto così", ha scelto cioè gli "infanti", i "piccoli" secondo la Vulgata, coloro che non hanno ancora l'uso della parola, i"fanciulli", i "lattanti", per "rivelare le sue cose". Capito? Il Padre rivela il suo cuore a chi ancora non sa parlare, e il Figlio "esulta nello Spirito Santo". Vallo a capire Dio... Impossibile per chi ha un altro padre a cui cerca di assomigliare e spera la gioia dal compimento dei suoi desideri, carnali, effimeri, indigesti, quasi sempre mortali. Ascolta le sue parole che lo adulano, e ne fa un idolo da adorare e imitare. E' così, vero? Ascoltiamo le parole avvelenate del serpente, le accogliamo nel cuore, e cominciamo a ripeterle declinandole in ogni situazione che viviamo. E chiacchieriamo, per giustificare, per legare, per sciogliere, per ingannare, per sedurre, per vincere, per vendicare, per uccidere. La Scrittura mette in guardia dal troppo e dal vano parlare: "Le parole della bocca dell'uomo sono acqua profonda... con la bocca l'uomo sazia il suo stomaco, egli si sazia con il prodotto delle sue labbra. Morte e vita sono in potere della lingua, e chi l'accarezza ne mangerà i frutti" (Pr. 18, 4. 20-21). Ecco, ci illudiamo di saziarci con le nostre parole perché abbiamo creduto che le parole del demonio ci avrebbero fatto diventare come Dio, e sai che esultanza. Per questo c'è come un'ingordigia nelle nostre parole, le accarezziamo credendo di trovarne beneficio, mentre, proprio come dopo aver accolto quelle del serpente, ne sperimentiamo i frutti avvelenati: divisioni, liti, invidie, passioni. Per questo siamo sempre più stanchi, "affaticati e oppressi". Come stai? Nove su dieci rispondono: stanchissimo guarda, non ti dico quante cose ho dovuto fare. E poi, sempre in tiro, guai ad abbassare la guardia, chi agnello si fa il lupo se lo mangia... E poi quella stanchezza per gli sforzi e i tentativi di obbedire alle leggi e ai moralismi che lo Stato e la società ci impongono per essere accettati, o quelli più subdoli della religione che ci siamo inventati, e i peggiori, quelli che noi stessi ci carichiamo sulle spalle. Fardelli insopportabili, che infatti ci schiacciano e ci fanno esplodere come quando buchi un palloncino: una deflagrazione di peccati che si abbatte su chi ci è intorno, dai quali esigiamo senza pietà ciò che noi non siamo stati capaci di compiere. E ancora più stanchi, perché ciò che "opprime e affatica" il cuore sono soprattutto i peccati. 


Invece le parole di Dio sono preparate per chi non ha parole. E se fossero, oggi, per noi? Se accettassimo di essere davvero "affaticati e oppressi" perché peccatori, ci ritroveremo, finalmente, senza parole. "Infanti", cioè senza favella. Allora sì che questa Solennità ci verrebbe incontro come un unguento a lenire le nostra membra ferite e stanche per tanto "andare e venire" senza frutto. Il "Sacratissimo Cuore di Gesù" si schiuderebbe davanti al nostro "cuore corrottissimo", indurito nell'orgoglio e nell'incredulità, tempestato di aritmie perché incapace di battere per amare. Accetti di avere un cuore da buttare? Accetti di aver un'urgentissimo bisogno di trapianto? Sì? Fantastico! Significa che la storia ti ha fatto scoprire di essere "piccolo" mostrando inutili le tue parole; e "povero", "tapino", secondo l'originale greco del termine "umile". Significa che la Parola di Dio ti ha illuminato e le cure materne della Chiesa ti hanno condotto alla verità, aprendo i tuoi occhi sulla "terra" di cui sei fatto, secca e arida perché hai cacciato da tempo lo Spirito Santo che le dà la vita. Sei nell'humus, stai sfiorando l'umiltà, l'unica via per entrare nel "riposo" e nel "ristoro" autentici. Perché tu, esattamente come sei oggi, "affaticato e oppresso", sei la "terra" dove Cristo è disceso per farvisi seppellire. Per Lui, infatti, non c'è nessuno più importante di te. Tu sei il "tutto" che "il Padre ha dato al Figlio". E oggi viene a prenderselo, perché non c'è gioia più grande in Cielo che per un peccatore che si converte. "Un" peccatore, tu. Ma perché Gesù possa "esultare nello Spirito Santo" per te come il Buon Pastore dinanzi alla sua pecora che s'era perduta, come il "Padre" abbracciando il suo figlio che era morto, è necessario che anche tu "conosca il Padre": è questa infatti la sua gioia, che un "tapino" come te "conosca" suo Padre, perché, come diceva Filippo, "questo ci basta". Ma "nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare", cioè a te. Per esserti accanto oggi e "rivelarti" nel suo volto il tuo Padre, pur essendo Figlio, ha "imparato" l'obbedienza dalle cose che patì. "Mite" come un agnellino condotto al macello, si è "umiliato" per entrare nella tua "umiltà", nella tua realtà più dura e arida. Ascolta allora questa Parola, è Lui che nella Chiesa ti sta parlando dicendoti "vieni a me". Puoi uscire da te stesso, perché nella sua chiamata vi è il potere di compiere quello che dice. Vai a Lui che ti chiama per "insegnarti" il "riposo e il ristoro", immagini della vita celeste preparata per noi che il cuore che "ha imparato da Lui" può pregustare. Il termine "imparare" adottato da Gesù, infatti, rimanda al rapporto tra "Didaskalo" e "discepolo", tra il Maestro e l'allievo. "Imparare", dunque, è la coniugazione di un'intimità che si realizza pienamente solo dove il Signore ci "rivela" il Padre amandoci "sino alla fine", cioè sulla Croce, il "suo giogo" preparato per noi ogni giorno. Su di essa, infatti, "ha preso su di sé" ogni nostro peccato, angoscia e dolore, unendosi così a noi indissolubilmente; e con noi è sceso nella "terra" che ci ha sepolto, e da lì ci ha fatti risuscitare con Lui per portarci al "riposo" e al "ristoro" del Paradiso. Per questo la Croce è l'unico "giogo soave", l'unico "carico leggero", cioè l'unico adatto a noi, perché Gesù Cristo è l'unico che si è adeguato a noi, "facendosi peccato perché i peccati non ci allontanassero da Lui" (Ode VII di Salomone). "Imparare da Lui" significa dunque lasciarsi legare nella sua intimità "prendendo su di noi" la nostra Croce che Gesù ha fatto il "suo giogo". Il "carico" di ogni giorno, proprio quello che la carne rifiuta come l'assurdo più lontano dal "riposo" e dalla gioia, è sulle sue spalle; e oggi viene a chiamarci proprio nell'ostinazione con cui abbiamo sempre rifiutato di portare la Croce per dirci di non aver paura ad entrare con Lui nei fatti e nelle relazioni che ci spaventano. In essi "impareremo" la "mitezza", perché proprio la moglie o il marito, la malattia o qualunque sofferenza, ci "ammansiscono", "domano" il puledro selvaggio che è la nostra carne; "impareremo" da Gesù l'"umiltà" che ci fa riposare nella realtà, anche se dolorosa, e la "mitezza" di fronte ai fatti e alle persone, per accogliere la volontà di Dio senza esigere nulla. Benedetta la nostra storia, benedetta la Croce che Dio vi ha piantato: su di essa si schiude il "cuore" di Cristo per accoglierci nel suo amore e "rivelarci il Padre", l'unico "ristoro" a cui anela la nostra "anima".

Il Fuoco dentro





Appassionato, capace di discernere e di denunciare, soprattutto i mercenari: quelli cioè che, vedendo venire il lupo, abbandonano il gregge o che «per attirarsi l’ammirazione dei fedeli» lasciano fare con quel «buonismo dei compromessi che non va». È il ritratto del vero pastore tracciato dall’apostolo Paolo e riproposto da Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 22 giugno.
Una riflessione scaturita dall’ascolto delle parole della prima lettura — tratta dalla seconda lettera ai Corinzi (11, 1-11) — che al Pontefice hanno fatto tornare alla mente quanto «il Signore ha detto nel capitolo decimo del vangelo di Giovanni: “Il Buon Pastore dà la sua vita per le sue pecore. Il mercenario, invece, che non è pastore, vede venire il lupo e le abbandona”». Di conseguenza «Paolo è un pastore vero, non è mercenario. Un vero pastore». Ecco allora le «tre caratteristiche», i «tre tratti dello stile pastorale di Paolo, che è lo stile pastorale di un buon pastore», sottolineati dal Papa.

La prima riguarda «il pastore appassionato. Appassionato fino al punto di dire alla sua gente, al suo popolo: “Io provo, infatti, per voi una specie di gelosia divina”». Un pastore dunque «geloso. Ma divinamente geloso». E dietro a questa definizione Francesco ha ritrovato un «passo del sesto capitolo del Deuteronomio, quando Mosé dice al popolo: “Il vostro Dio, che sta in mezzo a noi, è un Dio geloso”». «Allo stesso modo la gelosia divina di Paolo» porta l’apostolo delle Genti «a questa pazzia, a questa stoltezza. È un uomo appassionato», il quale «ha quell’atteggiamento che può sembrare una pazzia. Zelante pastore. E questo è quel tratto che noi chiamiamo “lo zelo apostolico”: non si può essere un vero pastore senza questo fuoco dentro. Anche arrivando a qualche pazzia, qualche stoltezza». Questo, dunque, «è il primo tratto di Paolo come pastore».
Facendo poi riferimento alla seconda caratteristica, il Pontefice ha definito l’apostolo «un uomo che sa discernere, perché continua: “Temo, però, che come il serpente con la sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo”». Dunque Paolo «sa che c’è nella vita la seduzione. Il padre della menzogna è un seduttore. Il pastore, no. Il pastore ama. Ama» ha ribadito con forza il Papa. «Invece il serpente, il padre della menzogna, l’invidioso è un seduttore, che cerca di allontanare dalla fedeltà, perché quella gelosia divina di Paolo era per portare il popolo a un unico sposo, per mantenere il popolo nella fedeltà al suo sposo». Del resto, ha commentato Francesco, «nella storia della salvezza, nella Scrittura tante volte troviamo l’allontanamento da Dio, le infedeltà al Signore, l’idolatria come se fossero un’infedeltà matrimoniale». Il riferimento è «a Ezechiele 16, per esempio, e tanti altri, ma lì c’è. E lui vuol portare all’unico sposo, che non vengano altri a sedurre il cuore del popolo. E con il discernimento lui aiuta: “State attenti a questo, state attenti, andate...”».
Dunque, riassumendo: «prima caratteristica del pastore, che sia appassionato, che abbia lo zelo, che sia zelante; seconda caratteristica, che sappia discernere: discernere dove ci sono i pericoli, dove ci sono le grazie... dove è la vera strada». E ciò vuol dire che il pastore vero «accompagna le pecore sempre: nei momenti belli e anche nei momenti brutti, anche nei momenti della seduzione», portandole «con la pazienza all’ovile».
Infine “la terza caratteristica” è «la capacità di denunciare. Un apostolo — ha avvertito il Papa — non può essere un ingenuo: “Ah, è tutto bello, andiamo avanti, eh?, è tutto bello... Facciamo una festa, tutti... tutto si può...”». Anche «perché c’è la fedeltà all’unico sposo, a Gesù Cristo, da difendere. E lui sa condannare» con «quella concretezza» che gli permette di «dire: “questo no”, come i genitori dicono al bambino quando incomincia a gattonare e va alla presa elettrica a mettere le dita: “Questo no! È pericoloso!”». E in proposito Francesco ha confidato che gli «viene in mente tante volte quel tuca nen» (non toccare nulla) che i suoi genitori e nonni gli «dicevano in quei momenti dove c’era un pericolo». Insomma, ha osservato il Papa, «il buon pastore sa condannare, con nome e cognome, e per questo Paolo parla dei giudaizzanti e denuncia i giudaizzanti; parla degli gnostici e denuncia gli gnostici; parla degli idolatri e denuncia gli idolatri; parla dei mercenari e denuncia i mercenari».
Per ricapitolare il senso dell’omelia, da ultimo il Pontefice ha ricordato la visita compiuta il 20 giugno a Bozzolo e a Barbiana, dove hanno svolto il loro ministero don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. «L’altro giorno, quando sono andato ai posti di quei due bravi pastori italiani — ha spiegato — a Barbiana ho visto che il parroco insegnava ai suoi ragazzi». E quel parroco, don Milani, «aveva un motto un po’ pericoloso, contrario a quello che si usava nel tempo: I care». 
«Cosa significa?» si è chiesto Francesco. La risposta è stata che il priore di Barbiana «voleva dire “mi importa”», ovvero «insegnava che le cose si dovevano prendere sul serio, contro il motto di moda in quel tempo che era “non mi importa”, ma detto in altro linguaggio, che io non oso qui» ripetere (il riferimento del Papa è al «me ne frego» che fu tra i motti del regime fascista). E in tal modo don Milani «insegnava ai ragazzi ad andare avanti. Prenditi cura della tua vita, e “Questo no!”: saper denunciare quello che va contro la tua vita». Mentre, ha ammonito il Pontefice, «tante volte perdiamo questa capacità di condanna e vogliamo portare avanti le pecore un po’ con quel buonismo che non solo è ingenuo: non va. E fa male. Quel buonismo dei compromessi, per attirarsi l’ammirazione o l’amore dei fedeli lasciando fare». 
Ecco allora la conclusione riassuntiva di Francesco: «Lo zelo apostolico di Paolo, appassionato, zelante: prima caratteristica. Uomo che sa discernere perché conosce la seduzione e sa che il diavolo seduce: seconda caratteristica. Un uomo con capacità di condanna delle cose che faranno male alle sue pecore: terza caratteristica». Con l’invito a pregare «per tutti i pastori della Chiesa, perché san Paolo interceda davanti al Signore», affinché «tutti noi pastori possiamo avere queste tre tracce» per servirlo.

L'Osservatore Romano

Salāh

"Io, preghiera"


In arabo la parola “preghiera” (alāh) è strettamente connessa con la parola “relazione” (ila). È per questo che parlare di preghiera è un compito arduo perché significa mettere a nudo una relazione. A maggior ragione se la preghiera di cui si vuole parlare riguarda un altro. Nel cristianesimo tutto è ancora più delicato perché si tratta di una relazione di amore. Non è possibile, infatti, fare un discorso sull’amore senza correre il rischio di annacquarne l’intensità e di svilirne la forza. Nel caso di padre Matta el Meskin la questione si complica ulteriormente. Non c’è, infatti, niente che ha impegnato la vita e la riflessione di padre Matta più della preghiera. Si può dire che Matta el Meskin e la preghiera sono stati una sola cosa: la preghiera ha talmente formato e trasformato l’uomo che egli stesso è diventato preghiera.
Se preghiera è relazione, e se è relazione d’amore, ciò significa anche che non se ne può parlare se non in termini di vita vissuta. Dall’opera di Matta el Meskin appare evidente che per lui preghiera è vita spirituale tout court. Talvolta, nei suoi scritti, si ha l’impressione che la preghiera sia talmente indispensabile e scontata per ogni azione o stato spirituale da non essere neppure esplicitamente menzionata. Allo stesso modo, quando parla esplicitamente di preghiera il discorso si sposta agilmente verso la vita spirituale. Se di relazione d’amore e di vita si tratta, la preghiera va innanzitutto vissuta. Scrive abba Matta nella prefazione alla terza edizione di La vita di preghiera ortodossa, primizia matura della sua vita spirituale: “Non importa quanto parliamo della preghiera, la preghiera continua ad aver un enorme bisogno di esperienza. Nella sua verità, la preghiera è esperienza dello stare alla presenza di Dio”.
Scrive padre Matta che “è per mezzo della preghiera che si dispiega l’efficacia della natura di Cristo in noi. È per mezzo della preghiera che la forza della sua morte e della sua vita penetra i nostri atti e i nostri comportamenti”. La meditazione del monaco copto sulla preghiera è il frutto di un’esperienza sincera: la sua. Padre Matta non ama parlare di cose di cui non ha fatto esperienza … Pur partendo, però, dal suo dato esistenziale, che mantiene un peso rilevante, il monaco egiziano non si lascia andare a un esistenzialismo estremista. Al contrario, dialoga con chi, nella chiesa, ha fatto esperienza come lui, testa la sua esperienza alla luce della vita della chiesa, restando, come egli stesso dice, “in totale armonia con l’esperienza collettiva della chiesa, nel quadro definito dalla sua fede” …
Abba Matta diceva: “Come iniziare? Dov’è la via? È un battito del cuore, che chi ama ben conosce, che annuncia la venuta dell’Amato. Comincia allora il cammino senza fine che conduce a Dio”. Così come la vita, l’amore e l’adozione a figli di Dio non possono esistere come concetti astratti, anche la rivelazione di questi misteri mediante la preghiera non può esistere al di fuori di una relazione interpersonale in cui c’è un “io” e c’è un “tu”. Svelando il proprio “io”, Dio rivela anche a noi il nostro, ci dice chi siamo, da dove veniamo, dove siamo diretti e ci permette una trasformazione interiore. In questo senso, dice il monaco copto, “il valore della preghiera consiste nell’acquisizione dello Spirito santo, senza il quale l’uomo non vale nulla”, perché è lui che guiderà l’orante a tutta la verità e gli annuncerà le cose future (cf. Gv 16,13). Nella preghiera, lo Spirito santo giunge come “guizzi di luce … latori di ispirazione, discernimento, conoscenza”.
La fede in Gesù Cristo non è una teoria, ma una forza che agisce capace di cambiare la vitaOgni uomo che vive in Cristo Gesù deve essere portatore di tale forza, deve essere cioè capace di cambiare la propria vita, di rinnovarla per la potenza di Cristo. Ma la nostra fede in Cristo resterà senza forza fino a quando non l’avremo incontrato personalmente, faccia a faccia, nel più profondo di noi stessi, con pazienza,
longanimità e coraggio, sopportando la grande vergogna che proveremo quando le nostre anime saranno scoperte e si troveranno nude davanti ai suoi occhi puri che ci scrutano.
http://www.monasterodibose.it

“Non temete!”



25 giugno 2017
di ENZO BIANCHI

Mt  10,26-33

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli : «26 Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. 27 Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. 28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo. 29 Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. 30 Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31 Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! 32 Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33 chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.»

Con questa domenica riprendiamo la lettura cursiva del vangelo secondo Matteo, esattamente dal capitolo decimo, che contiene il discorso di Gesù sulla missione dei discepoli nel mondo. È un discorso che si indirizza, al di là del tempo in cui è stato pronunciato e messo per iscritto, a tutti coloro che sono chiamati al servizio di Gesù Cristo e del suo regno; un discorso che risente dell’esperienza dei dodici apostoli in missione tra i figli di Israele e dei missionari della chiesa di Matteo nei decenni precedenti l’80 d.C.
Gesù invia i discepoli “tra le pecore perdute della casa d’Israele” e consegna loro il messaggio da annunciare, l’azione da compiere e lo stile del comportamento (cf. Mt 10,5-15). Poi annuncia le persecuzioni che gli inviati dovranno sopportare nella missione (cf. Mt 10,16-23) e con autorevolezza e chiaroveggenza profetica dice loro: “Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!” (Mt 10,24-25). Ovvero, ciò che Gesù ha vissuto, sarà vissuto anche dai suoi inviati, che verranno chiamati diavoli, al servizio del capo dei demoni, Beelzebul, e verranno perseguitati fino a essere uccisi da chi crede di dare in questo modo gloria a Dio (cf. Gv 16,2).
Dunque? Occorre avere coraggio, lottare contro la paura, non temere mai. Questo è il messaggio della pericope di oggi, che Gesù consegna come comando per ben tre volte: “Non temete!” (vv. 26.28.31). Nelle sante Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento questo invito-comando è la parola indirizzata da Dio quando si manifesta e parla a quanti egli chiama: così ad Abramo, a Mosè, ai profeti, a Maria, la madre di Gesù… “Non temere!” cioè “non avere paura della presenza del Dio tre volte santo, ma abbi solo timore, ossia capacità di discernere la sua presenza, e quindi non avere mai paura degli uomini, anche quando sono nemici. Non avere mai paura, ma vinci la paura con la fiducia nel Signore fedele, sempre vicino, accanto al credente, e sempre fedele, anche quando sembra assente o inerte”. La paura è un sentimento umano grazie al quale impariamo a vivere nel mondo, facendo attenzione a dove vi sono il pericolo o la minaccia; ma per chi ha fede salda nel Signore, la paura deve essere vinta, non deve diventare determinante nel rapporto con il Signore e con la sua volontà.
Nel vivere il Vangelo e nell’annunciarlo alle genti, i discepoli di Gesù incontrano diffidenza, chiusura, ostilità e rifiuto. In queste situazioni la tentazione è tacere la speranza che abita il proprio cuore, restare silenti e nascondere la propria identità, magari fino a fuggire. Ma Gesù avverte: il tempo della missione è un tempo di apocalisse, non nel senso catastrofico solitamente attribuito a questo termine, ma nel senso etimologico di ri-velazione, di alzata del velo. L’annuncio del Vangelo, infatti, richiede che ciò che Gesù ha detto nell’intimità sia proclamato in pieno giorno, ciò che è stato detto nell’orecchio sia gridato sui tetti. C’è stato un nascondimento di “verità”, avvenuto non per dimenticare o seppellire ma per rivelare nel tempo opportuno ciò che era stato nascosto: “Nulla vi è di nascosto (verbo kalýpto) che non sarà ri-velato (verbo apokalýpto) né di segreto (kryptós) che non sarà conosciuto (verbo ghinósko)” (v. 26). Le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo (cf. Mt 13,35Sal 78,2) sono rivelate da Gesù e poi dai discepoli nella storia.
D’altronde, i veri nemici dei discepoli non sono quelli di fuori ma quelli di dentro, quelle tentazioni che nascono dal cuore, quegli atteggiamenti idolatrici ai quali la comunità cristiana cede. I nemici di fuori, in realtà, sono occasioni per mettere in pratica il Vangelo, per mostrare la propria fede e la propria fedeltà al regno di Dio. Annunciare la parola di Dio è un compito che trascende il discepolo, la discepola: chi assume tale compito sa che la sua vita è posta sotto una forza che viene da Dio, sa che non può sottrarsi alla vocazione affidatagli, ma deve lottare per farla risplendere, combattendo l’idolatria che lo seduce. E la parola che proclama è dýnamis (cf. Rm 1,16), è forza che attraversa la storia umana senza impedimenti, in una sorta di corsa (cf. 2Ts 3,1)…
Si tratta dunque di non temere quelli che uccidono il corpo, che interrompono la vita terrestre, ma in verità non possono togliere la vera vita. L’unico “timore” – nel senso che si diceva – da avere è quello verso il Signore, perché lui solo può decidere della vita terrestre e di quella vera. La vita, infatti, può essere vissuta come umanizzazione, conformemente alla volontà del Creatore, oppure essere segnata da scelte mortifere, che possono solo condurre alla rovina: per esprimere questo secondo esito Gesù si riferisce metaforicamente alla Gehenna, la valle che raccoglieva la spazzatura di Gerusalemme.
Di seguito Gesù eleva lo sguardo verso il suo Dio, il suo Abba, Padre, e testimonia tutta la potenza con cui egli si prende cura delle sue creature, le salva, non abbandonando mai chi ha fede in lui. Cosa sono due passeri? Queste creature piccole, che abitano a centinaia sui tetti, sembrano a noi creature insignificanti, che non meritano attenzione né cura, eppure non è così per Dio! E qui si faccia attenzione. Nella Bibbia italiana la traduzione delle parole di Gesù suona: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro”. E invece occorre rendere, alla lettera: “… senza il Padre vostro”. Ovvero, neppure un passero, cadendo a terra, è abbandonato da Dio: non cade a terra perché Dio l’ha voluto (fatalismo tipicamente pagano), ma anche quando cade a terra non è abbandonato dal Padre! Allo stesso modo, anche i capelli della nostra testa, che perdiamo ogni giorno senza accorgercene, sono tutti contati, tutti sotto lo sguardo di Dio. Da una tale contemplazione nasce la fiducia che scaccia il timore: Dio vede come ci vede un padre, che ci guarda sempre con amore e non ci abbandona mai, neanche quando cadiamo.
I discepoli di Gesù, ben più preziosi agli occhi di Dio dei passeri e dei capelli della testa, possono essere perseguitati e messi a morte, ma anche nella loro morte il Padre è là, nelle loro tentazioni il Signore è là, nelle loro sofferenze è Cristo a soffrire. La comunione con il Signore non può essere spezzata se non da noi stessi, mai dagli altri. Per questo occorre essere preparati a riconoscere Gesù Cristo, il Signore, davanti agli uomini: ciò deve essere fatto con mitezza, senza arroganza e senza vanto, ma anche a caro prezzo. Oggi nel mondo occidentale non corriamo il rischio della persecuzione, del dover scegliere la testimonianza a Cristo che provoca una morte violenta, ma non illudiamoci di essere esenti dalla prova. Ogni volta che semplicemente arrossiamo nel dirci discepoli o discepole di Gesù, ogni volta che manchiamo di coraggio nel testimoniare la verità cristiana, che è sempre a servizio dell’umanizzazione, della giustizia, della pace e della carità, allora noi scegliamo di non essere riconosciuti da Gesù, nel giorno del giudizio, davanti al Padre che è nei cieli. Per essere rinnegatori di Gesù, è sufficiente cedere al “così fan tutti”, al “così dicon tutti”, all’ignavia pigra di chi non vuole essere disturbato, di chi teme anche solo di non poter più godere del favore di qualche potente o di chi conta… Pietro ha rinnegato davanti a una povera serva, non davanti a un tribunale (cf. Mt 26,69-75 e par.)!
In ogni caso, ci siano oggi di esempio quei cristiani che in Egitto e in medio oriente scelgono di partecipare alla liturgia sapendo che rischiano la vita e diventando vittime, in grande numero, di una cieca violenza anticristiana. Il martirio è ricomparso e oggi ci sono più martiri cristiani che nei secoli dell’impero romano. È dunque l’ora del coraggio, del non temere, sapendo che Gesù è accanto a noi nella potenza dello Spirito santo e lo sarà, come “altro Paraclito” (cf. Gv 14,26), avvocato per noi davanti al Padre. Coraggio! La paura è la più grande minaccia alla fede cristiana: essa induce al dubbio e il dubbio al rinnegamento del Signore e del Vangelo. Se invece nel cristiano c’è un’umile fiducia, c’è una forza invincibile!

Protome ferina, Cattedrale di Sessa Aurunca (CE), facciata.

Le architetture delle cattedrali nel medioevo rappresentano una vera e propria enciclopedia del vissuto degli uomini e delle donne di quel periodo. Ogni sentimento, credenza e tutta la fiducia riposta in Dio si trasformano in pietra da costruzione, scultura o dipinto. Un racconto della vita che è anche un percorso in uno spazio e ancor di più una storia da consegnare nelle mani del signore. Di questo vissuto fanno parte le paure e i timori. Gli uomini e le donne medioevo, attraverso i sapienti architetti che hanno ideato le splendide cattedrali di quell’epoca, vedevano le loro paure rappresentate attraverso animali mostruosi sulle facciate.
Addossate alle pareti spuntano musi di felini, buoi, cinghiali, animali fantastici e pericolosi come le sirene.
Come mai? La facciata racconta come uno specchio la realtà di paura e di timore che la società dell’epoca aveva (questi animali rappresentano i pericoli che possono sorgere nella vita soprattutto quella delle campagne, le paure che bloccano il cammino, il peccato e nei bestiari medievali i bassi istinti detti anche “anima animale”). Attraverso il corpo il fedele entrando in chiesa si lascia letteralmente alle spalle queste paure per andare incontro a colui che proprio nel vangelo di questa domenica gli dice “Non temere”. Andare verso la navata è già un passaggio che il corpo del credente fa per affrontare queste paure, presagio del cammino che farà tutto il suo essere nelle mani del signore verso la libertà.
Porto ad esempio di questa presenza di animali feroci e inquietanti alcune immagini delle protomi animali della cattedrale di Sessa Aurunca in provincia di Caserta. La facciata è disseminata di animali feroci, due leoni ai lati del portale d’ingresso ghermiscono una preda a ricordo delle parole di Pietro “come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1Pt 5,8), e della Genesi “il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo”. Quel peccato resta alle nostre spalle, lo abbandoniamo andando incontro al Signore verso l’abside senza paura confidando nel suo aiuto.
Un ulteriore elemento simbolico si trova all’interno della cattedrale: l’ambone, luogo della Parola, appoggia le proprie colonne su sei leoni inferociti a dimostrazione della vittoria che la Parola con la sua luce riporta sui nostri timori, sulle nostre ombre.
Questa architettura è la rappresentazione di quello spazio di libertà che il Signore ha preparato per noi chiedendoci di lasciare dietro le nostre spalle i timori per andare incontro a Lui con piena fiducia.

Dio cerca l’uomo con le religioni.




Il Regno

(Giorgio Bernardelli) A ormai oltre dodici anni dalla sua morte torna a far parlare di sé padre Jacques Dupuis, il teologo gesuita che, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, con il libro Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso (Queriniana, Brescia 1997) finì al centro di un’indagine molto discussa della Congregazione per la dottrina della fede. Negli Stati Uniti esce in questi giorni un libro-intervista postumo che non a torto è stato definito «l’ultimo testamento» di padre Dupuis, gesuita di origine belga, per 35 anni missionario in India e poi chiamato a Roma come docente alla Pontificia università gregoriana e consultore del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso.
Do no stifle the Spirit (Non soffocare lo Spirito) è il titolo tratto dalla prima Lettera ai Tessalonicesi che padre Dupuis stesso aveva scelto personalmente per questo volume, pubblicato da Orbis Books, la casa editrice dei Missionari di Maryknoll. Si tratta di una lunga intervista al teologo, condotta a più riprese – tra il 2002 e il 2004 – dal giornalista irlandese Gerard O’Connell, oggi corrispondente da Roma per la rivista America e all’epoca dell’indagine su Dupuis vaticanista di The Tablet e dell’agenzia cattolica asiatica Ucan.
Un lungo dialogo a 360 gradi in cui padre Dupuis parla della sua vita, degli anni trascorsi in India, del suo pensiero, ma anche di tutti i retroscena e le amarezze personali vissute durante il procedimento condotto dalla Congregazione.
Padre Dupuis aveva rivisto personalmente il testo dell’intervista e lo aveva riconsegnato all’amico giornalista pochi giorni prima della caduta che lo portò a una morte improvvisa, il 28 dicembre 2004, all’età di 81 anni (cf. l’ampio profilo bio-bibliografico in Regno-att. 2,2005,63). Perché, dunque, il libro è stato pubblicato solo adesso?
Nessuno ha veramente letto il mio libro
È lo stesso O’Connell a spiegarlo nell’Introduzione: padre Dupuis aveva chiesto di non diffonderlo finché Giovanni Paolo II era papa e il card. Josef Ratzinger prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. La ragione è facilmente intuibile: voleva evitare che il libro portasse a nuove polemiche e alla riapertura del suo caso personale; tanto più che – anche dopo l’epilogo della vicenda, avvenuto con la Notificazione a proposito del libro del p. Jacques Dupuis si, Verso una teologia del pluralismo religioso del 2001 che riconosceva «il tentativo» dell’autore di rimanere nei «limiti dell’ortodossia» ma nello stesso tempo metteva in guardia su una serie di «notevoli ambiguità e difficoltà su punti dottrinali di rilevante portata» contenuti nel libro (Regno-doc. 5,2001,143) – padre Dupuis continuava a denunciare un clima di sospetto nei suoi confronti, anche all’interno della stessa Compagnia di Gesù. 
Allora, però, nessuno immaginava che alla morte di Wojtyla proprio il cardinale Ratzinger sarebbe stato eletto come successore di Pietro. Una circostanza che portò O’Connell a decidere di tenere ulteriormente nel cassetto l’intervista, per non tradire il senso dell’istruzione ricevuta dall’amico gesuita.
Va aggiunto che negli ultimi anni sono stati comunque pubblicati due articoli che il teologo aveva scritto come propria autodifesa sulle osservazioni avanzate nella Notificazione (cf. anche l’articolo pubblicato da Dupuis in Regno-att. 16,2003,560) e – più in generale – sul contenuto della dichiarazione Dominus Iesus, il documento cristologico della Congregazione per la dottrina della fede la cui elaborazione andò a intrecciarsi con la sua vicenda. Due testi per i quali padre Dupuis si era visto negare l’autorizzazione alla pubblicazione dai superiori della Gregoriana e raccolti infine nel 2012 da William Barrows nel volume Jacques Dupuis faces the Inquisition (trad. it. Perché non sono eretico, EMI, Bologna 2014).
Ora però, nel clima di riforme voluto per la Chiesa da papa Francesco, Gerard O’Connell ha ritenuto maturi i tempi per rendere pubblica anche l’altra parte della riflessione di padre Dupuis. Quella che – oltre a riaprire la riflessione sul significato teologico del rapporto tra la figura di Gesù e le altre tradizioni religiose – chiama in causa le modalità concrete attraverso cui la Congregazione per la dottrina della fede agisce nei suoi giudizi sull’ortodossia delle posizioni dei singoli teologi.
Dall’inizio alla fine dell’intervista a O’Connell emerge, infatti, tutta l’amarezza di padre Dupuis per essersi trovato al centro di un’indagine che metteva in dubbio la sua fedeltà al magistero. Il suo è un atto d’accusa nei confronti di un ambiente e di un modo di procedere nel quale non sarebbe possibile un vero confronto. Questione non da poco, se si considera che il gesuita belga riteneva che il suo libro Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso fosse stato essenzialmente letto in maniera distorta da chi l’aveva denunciato.
All’allora cardinale prefetto Ratzinger, oggi Benedetto XVI, nel colloquio con O’Connell padre Dupuis contestava il fatto di averlo incontrato una volta sola – in occasione della convocazione davanti alla Congregazione, avvenuta il 4 settembre 2000 – a due anni di distanza dall’apertura del procedimento sul suo libro, comunicata dallo stesso Ratzinger al superiore generale dei gesuiti Hans Kolvenbach (una delle poche figure che il gesuita belga raccontava d’avere sempre avuto al suo fianco).
Ho completato le intuizioni di Giovanni Paolo II
Dupuis sosteneva di aver capito che il prefetto del dicastero dottrinale non aveva personalmente approfondito la questione, ma si era fidato dell’istruttoria fortemente critica nei suoi confronti compiuta dai suoi collaboratori. 
«Ratzinger – racconta O’Connell nell’intervista – quel giorno mi disse chiaramente che le mie 188 pagine di risposte alle obiezioni erano troppe e che non potevo aspettarmi che la Congregazione studiasse tutto quel materiale».
Al di là dei nomi e delle situazioni ampiamente citate nella ricostruzione di padre Dupuis, a rendere oggi ancora attuale questa vicenda è soprattutto il riferimento al tema della riforma della Curia romana, proposto espressamente dal gesuita belga.
«Il mio caso è una goccia nell’oceano, ma l’oceano è fatto di gocce d’acqua», commenta a un certo punto. Nell’intervista sono citati precedenti come i casi di Congar e Schillebeeck per sostenere che anche l’esercizio dell’autorità nei confronti del pensiero teologico dovrebbe essere un tema da affrontare nella riforma.
In particolare padre Dupuis criticava il fatto che l’autorità del papa venga messa in gioco in ogni singolo passaggio del procedimento dalla Congregazione della dottrina della fede; l’intento chiaro – sosteneva – è escludere ogni possibilità di un’istanza di ricorso a un’autorità superiore. 
A una domanda di O’Connell su che cosa avrebbe detto a Giovanni Paolo II nel caso avesse potuto incontrarlo, padre Dupuis rispondeva che difficilmente una possibilità del genere è riservata a chi finisce sotto accusa alla Congregazione. «Ma se dovesse succedere e potessi parlare liberamente – aggiungeva – professerei la mia lealtà alla Chiesa e alla persona del papa in ragione del ministero universale di unità che esercita. Ma non esiterei anche ad aggiungere che, se non mi sbaglio, molte delle cose che ho detto e scritto confermano la linea da lui seguita in molti suoi pronunciamenti. Perché lui ha parlato con forza della presenza universale dello Spirito di Dio, sottolineando che ogni preghiera autentica, anche quando indirizzata a un Dio ignoto, procede in tutti gli esseri umani dall’azione dello Spirito in loro».
«Io ho voluto portare questo ragionamento alle sue conclusioni teologiche e organizzarle in un discorso esplicito – concludeva il gesuita belga –. Ed è vero che nel mio procedimento ho trovato congeniali alcune ipotesi che a qualcuno sono sembrate contraddire la fede o la dottrina tradizionale della Chiesa; ma la loro incompatibilità con la fede non è stata dimostrata in maniera convincente. Sembra esserci stata piuttosto una corsa a denunciare e anche una tendenza a condannare, anziché uno sforzo di comprendere e una volontà di discutere; un’assenza totale di vero dialogo spinta dall’urgente bisogno di riaffermare l’“identità cristiana” di fronte a pericolosi errori».
Alla fine il nodo posto dal caso Dupuis resta questo, insieme al tema tuttora ampiamente irrisolto del rapporto tra cristologia e inculturazione. A questo proposito particolarmente interessante nel libro è il primo capitolo, quello in cui l’anziano gesuita ripercorre i suoi trentacinque anni in India.
Tra gli aneddoti sul postconcilio molto bello e simbolico è il racconto di come all’indomani dell’approvazione della costituzione Sacrosanctum concilium nella facoltà teologica di Kurseong, ai piedi dell’Himalaya, docenti e studenti si fossero messi fisicamente al lavoro con le proprie mani per far entrare elementi della tradizione religiosa indiana nella ristrutturazione della cappella. Uno sforzo che avrebbe avuto maggior successo rispetto alla «preghiera eucaristica per l’India», scritta con la stessa logica, ma mai approvata da Roma.
Padre Dupuis considerava una grazia personale aver vissuto come teologo in India; una terra che aveva voluto percorrere anche per 2.000 chilometri su una motocicletta, quando la sua facoltà si era trasferita a New Delhi. Attraverso quel viaggio e mille altri incontri spiegava d’aver capito che «le tradizioni religiose del mondo non hanno rappresentato lo sforzo dei popoli per cercare Dio attraverso la propria storia, ma il modo in cui Dio ha cercato loro».
Da qui il bisogno profondo di cercare un incontro tra la fede piena in Gesù Cristo salvatore del mondo e il riconoscimento nel disegno divino di salvezza di un valore non solo di facciata per le altre tradizioni religiose. Una sfida che le pagine raccolte da Gerard O’Connell rilanciano in tutta la sua profondità e urgenza.

Con un pugnale conficcato in cuore



La Stampa

(Abraham B. Yehoshua) Un’interpretazione laica del sacrificio di Isacco da parte di Abramo. L’intervento dello scrittore  israeliano al festival Taobuk di Taormina.
In quanto scrittore israeliano la Bibbia è uno dei cardini della mia identità (nel bene e nel male) e  pertanto ho deciso di proporre una mia interpretazione personale e trasgressiva di uno dei miti  fondanti dell’identità ebraica: il sacrificio di Isacco, che fu di ispirazione al racconto della  crocifissione di Cristo. Tale mito non ha solo un significato religioso ma anche nazionale per gli  ebrei. Religione e nazionalità sono infatti strettamente intrecciate nella nostra identità.  [...] Una delle prime frasi che salta all’occhio nel leggere il brano biblico è la promessa fatta da Dio  ad Abramo: «Io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le  stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare». Questa profezia non si è avverata. La fede  ingenua e ubbidiente di Abramo in Dio, che lo aveva portato ad assecondare la richiesta di  sacrificare il figlio senza alcuna spiegazione ragionevole, avrebbe dovuto, secondo il racconto,  garantire a lui e ai suoi discendenti una progenie numerosa. Ma il numero degli ebrei è rimasto  limitato e, considerata la loro antica origine, la profezia si è forse avverata non tanto in termini di  incremento demografico quanto piuttosto di capacità di sopravvivenza.
Le domande
È questo un piccolo dettaglio non strettamente connesso all’essenza della storia ma che tuttavia dà  un’indicazione del tipo di dialogo fra Abramo e Dio, della sua forza e della sua concreta efficacia.  Se infatti i criteri di prolificità e di entità numerica di un popolo rappresentano un valore in sé –  almeno per il narratore del racconto biblico – ecco che la positiva riuscita della prova di Abramo  non ha portato l’auspicata ricompensa, forse persino il contrario. Prenderò ora in esame la vicenda  in sé, una vicenda che solleva gravi questioni morali. E, dicendo questo, non dico nulla di nuovo. Se io fossi un uomo di fede e credessi nell’esistenza di Dio che parlò ad Abramo e nella provvidenza  divina individuale, l’episodio del sacrificio di Isacco potrebbe sostanzialmente compromettere la  mia fede da un punto di vista etico, posto che l’assunto di ogni credo religioso è che Dio non è solo  fonte di vita, ma anche di moralità e di giustizia. È anche noto che la fede religiosa non dipende  unicamente da valori etici e, laddove esiste, è di solito in grado di superare qualunque tipo di  inibizione morale. [...]
Bene, torniamo all’episodio del sacrificio di Isacco. A mio parere chiunque crede in Dio ed è  convinto che Dio è anche fonte di moralità e di giustizia, si trova a dover affrontare un grave  problema dinanzi a questa vicenda. Il comportamento di Abramo è infatti moralmente orribile. È  vero che la prima frase: Dio mise alla prova Abramo addolcisce la brutalità di Dio, lasciando  intendere che il Signore non aveva intenzione di sacrificare Isacco senza una ragione ma solo di  verificare la devozione di suo padre. In ogni caso, però, Dio sarebbe da biasimare per aver condotto  questo tipo di esperimento. [...] Dio dimostra chiaramente di potere essere ingiusto. E senza tenere  conto per ora della reazione di Abramo, ecco che l’intenzione divina di sottoporlo a una prova  simile è moralmente distorta. Infatti anche dopo che si chiarisce che si trattava solo di una prova, il  fatto che ci sia stata una simile richiesta indica che potrebbero essercene altre, di tipo concreto. 
Modello immorale
La teoria secondo la quale la richiesta di Dio di sacrificare Isacco è stata fatta per insegnare ad  Abramo che nel giudaismo non ci sono sacrifici umani non è a mio parere corretta. Innanzi tutto la  questione del divieto di sacrifici umani non è menzionata in questo episodio e, in secondo luogo,  Abramo non riceve nessun rimprovero ma solo parole di elogio per la sua disponibilità a immolare  il figlio e a eseguire l’ordine divino. La pecca morale di Abramo è quindi più grave di quella di Dio. Senza discutere, senza fare domande e senza recriminare è pronto a eseguire un ordine insensato e  ingiusto, ad abbandonare ogni logica e ogni naturale senso di giustizia, ad ammazzare un innocente  per dimostrare la propria devozione e fiducia in Dio.
Questa disponibilità e assoluta obbedienza sono di ispirazione a molte atrocità commesse in nome  di un ordine divino. Abramo, da un punto di vista religioso, rappresenta un modello assolutamente  immorale per le generazioni future e il suo comportamento getta un’ombra sulla sua personalità di  difensore della giustizia, rivelatasi, per esempio, durante il colloquio con Dio sulla distruzione di  Sodoma e Gomorra, quando lui giustamente domanda: «Davvero sterminerai il giusto con  l’empio?» (Genesi, 18, 23) E: «Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?» (Genesi, 18, 25).[...]
Il mito del sacrificio di Isacco va dunque fermamente respinto da un punto di vista morale? Forse lo si può parzialmente salvare partendo da una posizione secolare che sostiene che Dio non esiste e  Abramo ha agito in piena autonomia, per propria decisione e volontà.
La deterrenza
Abramo ha lasciato la casa di suo padre Terach quando era ormai uomo fatto per seguire una nuova  fede. Ha reciso i suoi legami familiari, tribali, ha abbandonato la sua patria, ha voltato le spalle alla  fede dei suoi avi ed è partito per un paese straniero per fondare una nuova religione. A un’età ormai  avanzata, e dopo aver finalmente avuto un figlio dalla moglie Sara, poteva certamente ipotizzare  che suo figlio Isacco si sarebbe comportato con lui come lui aveva fatto con suo padre Terach. Vale  a dire avrebbe potuto abbandonare la fede in un unico Dio a favore di altri dei e forse se ne sarebbe  andato altrove.
Come poteva allora Abramo scongiurare una simile eventualità? Anziché rivolgersi agli abitanti  della terra di Canaan e convincerli della bontà e della verità della sua nuova fede ha optato per una  strada più facile, scegliendo di garantire la continuità del suo nuovo credo per mezzo della sua  discendenza. E per ottenere questo obiettivo ha organizzato la messinscena del sacrificio del figlio:  ha condotto il ragazzo su un monte, ha costruito un altare, ha legato Isacco e ha brandito il coltello  come a dire: «Io sono pronto a ucciderti. Nonostante ti ami potrei ammazzarti se tu cambiassi fede.  Potrei fare a te quello che mio padre, Terach, non fece a me per tenermi stretto al suo credo».  All’ultimo momento, però, finge un ripensamento, come se Dio gli avesse parlato tramite un angelo  e gli avesse detto: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente» (Genesi, 22, 12). Il  messaggio a Isacco è quindi chiaro: «Io, da parte mia, avrei potuto ucciderti ma il Dio in cui credo  ha avuto pietà di te e non me lo ha permesso. Da oggi in poi sappi, Isacco, che non a me, che ti ho  messo al mondo, devi la vita, ma al Dio che ti ha salvato». [...] La paura
Secondo questa interpretazione laica Abramo, che non ha nessuna intenzione di uccidere il figlio ma vuole solo minacciarlo e intimidirlo, non può essere quindi accusato di tentato omicidio o di cieca  obbedienza a una richiesta «divina» di un omicidio. Non è invece esente dall’accusa di avere  terrorizzato Isacco. E in ebraico l’espressione «la paura di Isacco», nata da questo episodio, è  presente in numerose preghiere e salmi liturgici. Il poeta Haim Gori ha ben espresso il terrore  provato da Isacco in una sua famosa poesia intitolata Eredità. E così scrive nell’ultima strofa:
«Isacco, come narrato, non fu offerto in sacrificio.
Visse per lunghi anni.
Vide il bene, finché gli occhi non gli si oscurarono.
Ma lasciò il ricordo di quell’attimo in eredità ai suoi discendenti.
Che nascono
Con un pugnale conficcato in cuore»
.

(Traduzione dall’ebraico di Alessandra Shomroni)

Giovedì della XI settimana del Tempo Ordinario