lunedì 9 luglio 2018

CANTA A IAHVEH JERUSALÉM




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CANTA A YAHVEH JERUSALÉN 
ALABA A TU DIOS SIÓN 
EL SANA EL CORAZÓN QUEBRANTADO
Y BENDA SUS HERIDAS A ISRAEL

ES BUENO BENDECIR A YAHVEH
LA ALABANZA ES PUENTE A NUESTRO DIOS 
DAD GRACIAS Y CANTAD A YAHVEH 
TOCAD LAS PALMAS AL SEÑOR 

ENVÍA A LA TIERRA SU PALABRA 
SU PALABRA CORRE VELOZ 
MANDA LA NIEVE COMO LANA 
ESPARCE LA ESCARCHA CUAL CENIZA 

EL A REFORZADO TUS PUERTAS 
A BENDECIDO EN TI A TUS HIJOS 
PONE EN TU TÉRMINO LA PAZ 
TE SACIA CON LA FLOR DEL TRIGO 

REVELA A JACOB SU PALABRA
 SUS PRECEPTOS Y JUICIOS A ISRAEL 
NO LO HIZO CON NINGUNA OTRA NACIÓN 
Y UNA SOLA SUS JUICIOS CONOCIÓ...

mercoledì 4 luglio 2018

Don Francesco Donega nuovo rettore del Redemptoris Mater di Roma


Risultati immagini per don francesco donega


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Succede a monsignor Strazzari, che ha guidato la struttura per 20 anni. L’annuncio dato dal vicario De Donatis, che ha presentato la nuova equipe: don Nazio vice rettore, don Lees e don Ficco co-prefetti degli studi

Sabato scorso, 30 giugno, il cardinale Angelo De Donatis, vicario del Papa per la diocesi di Roma, nel corso della Messa celebrata al Collegio Diocesano Redemptoris Mater nella ricorrenza dei Primi Martiti della Chiesa di Roma, ha annunciato la nuova equipe che da settembre assumerà la responsabilità della formazione dei seminaristi. Don Francesco Donega, sacerdote diocesano ordinato nel 1992 e formato al Redemptoris Mater di cui è stato vicerettore nell’ultimo anno, è il nuovo rettore. Succede a monsignor Claudiano Strazzari che ha guidato la struttura della Maglianella per vent’anni e che ora assumerà in pieno il suo compito di canonico a San Giovanni in Laterano. Don Massimiliano Nazio, attualmente parroco a San Giovanni Battista de la Salle, è stato nominato vicerettore mentre don Davide Lees, parroco di Santa Maria della Consolazione, si affiancherà a don Fabrizio Ficco come co-prefetto degli studi.
«Assumo questo incarico – chiosa Donega – nella consapevolezza che mi viene affidata la supervisione di un’opera del Signore che ha già dato molti frutti e che va portata avanti in completa docilità a Lui. Nel supplicarlo di volermi condurre secondo i suoi disegni e la sua volontà, confido nella preghiera di tanti». Per l’attuazione del suo ministero, Donega ha spiegato che avrà come punti di riferimento «le tre caratteristiche specifiche e originarie del Redemptoris Mater»: si tratta di un seminario diocesano, «il che implica filiale obbedienza al cardinale vicario e, attraverso di lui, al Santo Padre, nonché ricerca di reciproca conoscenza e comunione nella diocesi», e insieme missionario «nel senso indicato dal Concilio Vaticano II in Presbyterorum Ordinis, al numero 10, e ribadito in molte occasioni da Papa Francesco: non prepara a una missione limitata e ristretta bensì a una vastissima e universale missione di salvezza, fino agli ultimi confini della terra». In terzo luogo, «questo seminario – illustra ancora Donega – trova nella riscoperta dell’iniziazione cristiana, attraverso il Cammino neocatecumenale, sia il fondamento su cui basare la formazione al sacerdozio sia lo strumento pastorale privilegiato per l’evangelizzazione soprattutto dei “lontani” che ormai anche a Roma si trovano spesso letteralmente alla soglia di casa nostra».
Fondato nel 1988 dall’esigenza di sostenere la nuova evangelizzazione, il Redemptoris Mater guarda infatti all’esperienza del Cammino neocatecumenale iniziato da Kiko Arguello. Fu san Giovanni Paolo II ad appoggiare l’iniziativa di costituire un seminario diocesano e missionario a Roma, affidando l’incarico al cardinale Poletti, che nell’agosto 1987 così gli scriveva: «Padre Santo, ho molto riflettuto e pregato sul delicato incarico che lei mi ha affidato, di studiare un possibile inizio di un centro di preparazione di sacerdoti per l’evangelizzazione dei Paesi del Nord Europa: è da chiedersi se non convenga ispirarsi al modello delle primitive chiese apostoliche che nel mondo pagano inviavano piccole comunità di presbiteri e di fedeli a costituire un primo nucleo che si sviluppasse in comunità evangelizzanti».
In questi 30 anni al Redemptoris Mater sono stati ordinati 276 sacerdoti per la diocesi di Roma: 116 sono stati inviati a svolgere la loro missione in 58 Paesi dei 5 continenti e altri 57 sono stati ordinati per varie diocesi del mondo.

sabato 16 giugno 2018

Nazisti con i guanti bianchi.



Udienza di Papa Francesco alla Delegazione del Forum delle Associazioni Familiari. "Lo dico con dolore. Nel secolo scorso tutto il mondo era scandalizzato per quello che facevano i nazisti per curare la purezza della razza. Oggi facciamo lo stesso, ma con guanti bianchi"
Sala stampa della Santa Sede

Alle ore 12 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza una Delegazione del Forum delle Associazioni Familiari in occasione del 25° anniversario della nascita dell’attività associativa. Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha rivolto a braccio ai presenti all’Udienza:
Discorso del Santo Padre
Buongiorno a tutti,
io pensavo che sarebbe stato un discorso di benvenuto… Ma sentendo parlare Gianluigi ho visto che lì c’era fuoco, c’era mistica. È una cosa grande: da tempo non sentivo parlare della famiglia con tanta passione. E ci vuole coraggio per farlo oggi! Ci vuole coraggio. E per questo, grazie! Io ho preparato un discorso, ma dopo il calore con il quale ha parlato lui, questo lo trovo freddo. Lo consegno, perché lui dopo lo distribuisca, e poi lo pubblicherò.
Mentre lui parlava, mi venivano alla mente e al cuore tante cose, tante cose sulla famiglia, cose che non si dicono, non si dicono normalmente, o, se si dicono, si dicono in modo bene educato, come fosse una scuola sulla famiglia... Lui ha parlato col cuore, e tutti voi volete parlare così. Prenderò qualcosa che lui ha detto, e anch’io vorrei parlare col cuore, e dire a braccio quello che mi è venuto nel cuore quando lui parlava.
Lui ha usato un’espressione: “guardarsi negli occhi”. L’uomo e la donna, il marito e la sposa, si guardano negli occhi. Racconto un aneddoto. A me piace salutare nelle udienze le coppie che fanno il cinquantesimo, il venticinquesimo…; anche quando vengono a Messa a Santa Marta. Una volta, c’era una coppia che faceva il sessantesimo. Ma erano giovani, perché si erano sposati a diciotto anni, come a quei tempi. A quei tempi si sposavano giovani. Oggi, perché si sposi un figlio… povere mamme! Ma la ricetta è chiara: non stirare più le camicie, e così si sposerà presto, o no? Mi trovo davanti questa coppia, e mi guardavano... Ho detto: “Sessant’anni! Ma ancora avete lo stesso amore?”. E loro, che mi guardavano, si sono guardati fra loro, poi sono tornati a guardarmi, e io ho visto che avevano gli occhi bagnati. E tutti e due mi hanno detto: “Siamo innamorati”. Non lo dimentico mai. “Dopo sessant’anni siamo innamorati”. Il calore della famiglia che cresce, l’amore
che non è un amore di romanzo. È un vero amore. Essere innamorati tutta la vita, con tanti problemi che ci sono… Ma essere innamorati.
Poi, un’altra cosa che domando ai coniugi, che fanno cinquanta o sessant’anni: “Chi di voi ha avuto più pazienza?” È matematico, la risposta è: “Tutt’e due”. E’ bello! Questo indica una vita insieme, una vita a due. Quella pazienza di sopportarsi a vicenda.
E poi, ai giovani sposi che mi dicono: “Noi siamo sposati da un mese, due mesi…”, la domanda che faccio è: “Avete litigato?” Di solito dicono: “Sì”. “Ah va bene, questo è importante. Ma è anche importante non finire la giornata senza fare la pace”. Per favore, insegnate questo: è normale che si litighi, perché siamo persone libere, e c’è qualche problema, e dobbiamo chiarirlo. Ma non finire la giornata senza fare la pace. Perché? Perché la “guerra fredda” del giorno dopo è molto pericolosa.
Con questi tre aneddoti ho voluto introdurre quello che vorrei dirvi. La vita di famiglia: è un sacrificio, ma un bel sacrificio. L’amore è come fare la pasta: tutti i giorni. L’amore nel matrimonio è una sfida, per l’uomo e per la donna. Qual è la più grande sfida dell’uomo? Fare più donna sua moglie. Più donna. Che cresca come donna. E qual è la sfida della donna? Fare più uomo suo marito. E così vanno avanti tutti e due. Vanno avanti.
Un’altra cosa che nella vita matrimoniale aiuta tanto è la pazienza: saper aspettare. Aspettare. Ci sono nella vita situazioni di crisi – crisi forti, crisi brutte – dove forse arrivano anche tempi di infedeltà. Quando non si può risolvere il problema in quel momento, ci vuole quella pazienza dell’amore che aspetta, che aspetta. Tante donne – perché questo è più della donna che dell’uomo, ma anche l’uomo a volte lo fa – tante donne nel silenzio hanno aspettato guardando da un’altra parte, aspettando che il marito tornasse alla fedeltà. E questa è santità. La santità che perdona tutto, perché ama. Pazienza. Molta pazienza, l’uno dell’altro. Se uno è nervoso e grida, non rispondere con un altro grido… Stare zitti, lasciar passare la tempesta, e poi, al momento opportuno, parlarne.
Ci sono tre parole che sono parole magiche, ma parole importanti nel matrimonio. Prima di tutto, “permesso”: non essere invadente con l’altro. “Posso?” Quel rispetto dell’uno per l’altro. Seconda parola: “Scusa”. Chiedere scusa è qualcosa che è tanto importante, è tanto importante! Tutti sbagliamo nella vita, tutti. “Scusami, ho fatto questo…”, “Scusa, mi sono dimenticato…” E questo aiuta ad andare avanti. Aiuta a portare avanti la famiglia, la capacità di chiedere scusa. È vero, chiedere scusa comporta sempre un po’ di vergogna, ma è una santa vergogna! “Scusami, mi sono dimenticato…” È una cosa che aiuta tanto ad andare avanti. E la terza parola: “Grazie”. Avere la grandezza di cuore di ringraziare sempre.
Poi tu hai parlato di Amoris laetitia, e hai detto: “Qui l’Amoris laetitia è fatta carne”. Mi piace sentire questo: leggete, leggete il quarto capitolo. Il quarto capitolo è il nocciolo proprio di Amoris laetitia. È proprio la spiritualità di ogni giorno della famiglia. Alcuni hanno ridotto Amoris laetitia a una sterile casistica del “si può, non si può”. Non hanno capito nulla! Poi, in Amoris laetitia non si nascondono i problemi, i problemi della preparazione al matrimonio. Voi aiutate i fidanzati a prepararsi: bisogna dire le cose chiare, non è vero? Chiare. Una volta una donna mi ha detto, a Buenos Aires: “Ma voi preti siete furbi…” – “Perché?” – “Per diventare prete, studiate otto anni, vi preparate per otto anni. E poi, se dopo qualche anno la cosa non va, fate una bella lettera a Roma; e a Roma ti danno il permesso, e tu puoi sposarti. Invece a noi, che ci danno un Sacramento per tutta la vita, ci accontentate con tre o quattro conferenze di preparazione. Questo non è giusto”. E aveva ragione quella donna. Preparare al matrimonio: sì, ci vogliono delle conferenze, delle cose che spiegano, ma ci vogliono uomini e donne, amici, che parlino a loro e li aiutino a maturare, a maturare nel cammino. E possiamo dire che oggi c’è bisogno di un catecumenato per il matrimonio, come c’è un catecumenato per il Battesimo. Preparare, aiutare a prepararsi al matrimonio.
Poi, un altro problema che vediamo in Amoris laetitia è l’educazione dei figli. Non è facile educare i figli. Oggi i figli sono più svelti di noi! Nel mondo virtuale, loro ne sanno più di noi. Ma bisogna educarli alla comunità, educarli alla vita familiare. Educarli al sacrificio gli uni per gli altri. Non è facile educare i figli. Sono problemi grossi. E voi, che amate la famiglia, potete aiutare tanto in questo le altre famiglie. La famiglia è un’avventura, un’avventura bella! E oggi – con dolore lo dico – vediamo che tante volte si pensa a incominciare una famiglia e a fare un matrimonio come fosse una lotteria: “Andiamo. Se va, va. Se non va, cancelliamo la cosa e incomincio un’altra volta”. Questa superficialità sul dono più grande che ha dato Dio all’umanità: la famiglia. Perché, dopo il racconto della creazione dell’uomo, Dio fa vedere che creò l’uomo e la donna a sua immagine e somiglianza. E Gesù stesso, quando parla del matrimonio, dice: “L’uomo lascerà il padre e la madre e con sua moglie diventeranno una sola carne”. Perché sono immagine e somiglianza di Dio. Voi siete icona di Dio: la famiglia è icona di Dio. L’uomo e la donna: è proprio l’immagine di Dio. Lui lo ha detto, non lo dico io. E questo è grande, è sacro.
Poi oggi – fa male dirlo – si parla di famiglie “diversificate”: diversi tipi di famiglia. Sì, è vero che la parola “famiglia” è una parola analogica, perché si parla della “famiglia” delle stelle, delle “famiglie” degli alberi, delle “famiglie” degli animali… è una parola analogica. Ma la famiglia umana come immagine di Dio, uomo e donna, è una sola. È una sola. Può darsi che un uomo e una donna non siano credenti: ma se si amano e si uniscono in matrimonio, sono immagine e somiglianza di Dio, benché non credano. È un mistero: San Paolo lo chiama “mistero grande”, “sacramento grande” (cfr Ef 5,32). Un vero mistero. A me piace tutto quello che tu hai detto e la passione con cui lo hai detto. E così si deve parlare della famiglia, con passione.
Una volta, penso un anno fa, ho chiamato un mio parente che si sposava. Quarantenne. Alla fine ho detto: “Dimmi un po’: in quale chiesa ti sposi?” – “Ancora non sappiamo bene perché stiamo cercando una chiesa che sia intonata al vestito che porterà… – e ha detto il nome della fidanzata – e poi abbiamo il problema del ristorante…”. Ma pensa… L’importante era quello. Quando ciò che è secondario prende il posto di ciò che è importante. L’importante è amarsi, ricevere il Sacramento, andare avanti…; e poi fare tutte le feste che volete, tutte.
Una volta ho incontrato due sposi da dieci anni, senza figli. È molto delicato parlare di questo, perché tante volte i figli si vogliono ma non vengono, non è vero? Io non sapevo come gestire l’argomento. Poi ho saputo che loro non volevano figli. Ma queste persone a casa avevano tre cani, due gatti… E’ bello avere un cane, un gatto, è bello... Oppure quando a volte senti che ti dicono: “Sì, sì, ma noi i figli ancora no perché dobbiamo comprare una casa in campagna, poi fare viaggi…”. I figli sono il dono più grande. I figli che si accolgono come vengono, come Dio li manda, come Dio permette – anche se a volte sono malati. Ho sentito dire che è di moda – o almeno è abituale – nei primi mesi di gravidanza fare certi esami, per vedere se il bambino non sta bene, o viene con qualche problema… La prima proposta in quel caso è: “Lo mandiamo via?”. L’omicidio dei bambini. E per avere una vita tranquilla, si fa fuori un innocente.
Quando ero ragazzo, la maestra ci insegnava storia e ci diceva cosa facevano gli spartani quando nasceva un bambino con malformazioni: lo portavano sulla montagna e lo buttavano giù, per curare “la purezza della razza”. E noi rimanevamo sbalorditi: “Ma come, come si può fare questo, poveri bambini!”. Era un’atrocità. Oggi facciamo lo stesso. Voi vi siete domandati perché non si vedono tanti nani per la strada? Perché il protocollo di tanti medici – tanti, non tutti – è fare la domanda: “Viene male?” Lo dico con dolore. Nel secolo scorso tutto il mondo era scandalizzato per quello che facevano i nazisti per curare la purezza della razza. Oggi facciamo lo stesso, ma con guanti bianchi.
Famiglia, amore, pazienza, gioia, e perdere tempo nella famiglia. Tu hai parlato di una cosa brutta: che non c’è possibilità di “perdere tempo”, perché per guadagnare oggi si devono avere due lavori, perché la famiglia non è considerata. Hai parlato anche dei giovani che non possono sposarsi perché non c’è lavoro. La famiglia è minacciata per la mancanza di lavoro.
E vorrei finire con un consiglio che una volta mi ha dato un professore – ce lo ha dato a scuola –, professore di filosofia, il decano. Io ero in seminario, alla tappa di filosofia. C’era il tema della maturità umana, nella filosofia studiamo quello. E lui ha detto: “Qual è un criterio di tutti i giorni per sapere se un uomo, se un sacerdote è maturo?”. Noi rispondevamo delle cose… E lui: “No, uno più semplice: una persona adulta, un sacerdote, è maturo se è capace di giocare con i bambini”. Questo è il test. E a voi dico: perdete tempo con i bambini, perdete tempo con i vostri figli, giocate con i vostri figli. Non dite loro: “Non disturbare!” Ho sentito una volta un giovane padre di famiglia dire: “Padre, quando io vado al lavoro, loro dormono. Quando torno, dormono”. È la croce di questa schiavitù di un modo ingiusto di lavorare che la società oggi ci porta.
Ho detto che questa era l’ultima cosa. No, la penultima. L’ultima è quella che dico adesso, perché non voglio dimenticarla. Ho parlato dei bambini come tesoro di promessa. Ma c’è un altro tesoro nella famiglia: sono i nonni. Per favore, abbiate cura dei nonni! Fate parlare i nonni, che i bambini parlino con i nonni. Accarezzate i nonni, non allontanateli dalla famiglia perché sono fastidiosi, perché ripetono le stesse cose. Amate i nonni, e che loro parlino con i bambini.
Grazie a tutti voi. Grazie per la passione, grazie per l’amore che avete per la famiglia. Grazie di tutto! E avanti con coraggio. Grazie!
Adesso prima di darvi la benedizione, preghiamo la Madonna: “Ave Maria…”

martedì 12 giugno 2018

LA VOCE DEL MIO AMATO (in arabo!)

MARIA PICCOLA MARIA (in arabo!)

Combate espiritual y discernimiento



Mon, 11 Jun 2018 15:42:00

En una ocasión visité la abadía de Melk, en Austria. Me llamó la atención, en el retablo de la iglesia, una enorme corona dorada sostenida por ángeles con esta inscripción: “Nadie puede conocerse a sí mismo si no es tentado, ni puede ser coronado si no ha vencido, ni puede vencer si no ha luchado, ni puede luchar si carece de enemigo y de tentaciones” (San Agustín, Comentario sobre el salmo 60).

A la vez, los cristianos, para calibrar la realidad de su situación ante Dios y en cada momento de la vida, necesitamos del discernimiento, tanto desde el punto de vista personal como familiar, social y eclesial

El último capítulo de la exhortación 
Gaudete et exsultate plantea estos dos medios imprescindibles para todo cristiano que desea seguir seriamente la llamada a la santidad: el combate espiritual y el discernimiento.
El combate espiritual o la ascesis cristiana

¿Qué sentido tiene ese “combate espiritual”? Dos objetivos apunta el Papa: la lucha contra las tentaciones y mantener viva la disposición por anunciar el Evangelio. “Esta lucha –observa de modo animante– es muy bella, porque nos permite celebrar cada vez que el Señor vence en nuestra vida” (n. 158). La tradición cristiana utiliza para esto el término griego ascesis, del griego askesis: “ejercicio o entrenamiento” para liberar el espíritu y conseguir la virtud.

Desde un punto de vista antropológico escribe Romano Guardini que el ascetismo significa que “el hombre se decida a vivir como hombre”, es decir, a orientar correctamente los distintos aspectos de su vida. Se decide a esforzarse e incluso sacrificarse en algunas cosas, para lograr otras que se propone como más valiosas en cualquier campo: en el ámbito profesional o deportivo, la amistad o el matrimonio. Esto requiere sentido de responsabilidad, dominio de sí mismo, educación de los valores (que no son lo mismo que los gustos), afán de superación. Precisa ejercitarse en la vida justa y en la búsqueda de la verdad. Y así el espíritu humano puede llevarnos a una vida más libre, más plena (cf. La esencia del cristianismo- Una ética para nuestro tiempo, ed. Cristiandad, Madrid 2007, pp. 213 ss.).

Sobre esa base, la ascesis cristiana se sitúa en el marco de una respuesta de amor al Amor con mayúsculas: el cristiano “combate” espiritualmente para dejar que Dios escriba su historia. Es el Señor el que “vence” en nuestra vida. Por eso escribe Francisco: “No tengas miedo de apuntar más alto, de dejarte amar y liberar por Dios. No tengas miedo de dejarte guiar por el Espíritu Santo” (n. 34).

Las tentaciones 

La misma tradición cristiana considera que los enemigos principales en el combate espiritual son las tentaciones. Tientan al hombre las seducciones que proceden del mundo, la carne y el demonio. Para afrontar las dos primeras hay que tener en cuenta que no se trata de huir del mundo creado, bueno en sí mismo. Ni tampoco hay que rechazar las realidades materiales o corporales, que son también buenas en sí mismas. Se trata más bien de luchar contra una mentalidad mundana “que nos atonta y nos vuelve mediocres” (n. 159) y contra la propia fragilidad y las malas inclinaciones. Pero además está la tercera, el demonio: avisa el Papa de que no es un mito, sino un ser real y personal. Y prueba de ello es que cuando Jesús nos enseñó a rezar, nos invitó a pedir al Padre “líbranos del mal” en el sentido del Maligno.

El camino hacia la santidad, observa Francisco, es una lucha constante: “Quien no quiera reconocerlo se verá expuesto al fracaso o a la mediocridad. Para el combate tenemos las armas poderosas que el Señor nos da: la fe que se expresa en la oración, la meditación de la Palabra de Dios, la celebración de la Misa, la adoración eucarística, la reconciliación sacramental, las obras de caridad, la vida comunitaria, el empeño misionero” (n. 162).

En ese combate el Papa señala tres horizontes: “el desarrollo de lo bueno, la maduración espiritual y el crecimiento del amor” (Ibid.). El camino se tuerce cuando el que lo ha emprendido se conforma o se duerme en la mediocridad (tibieza). Aunque, por gracia de Dios, no comete pecados graves, se acostumbra a volar bajo, y esto es origen de “corrupción espiritual”. Y de esta escribe Francisco: “La corrupción espiritual es peor que la caída de un pecador, porque se trata de una ceguera cómoda y autosuficiente donde todo termina pareciendo lícito” (n. 165): el engaño, la calumnia, el egoísmo.

Discernimiento 

Respecto al discernimiento (del griego diákrisis, distinguir bajo las apariencias), tiene que ver con el marco general de la virtud de la 
prudencia (o sabiduría práctica) y el más concreto juicio de la conciencia. En la espiritualidad cristiana el término discernimiento se usa para expresar la distinción entre lo bueno y lo malo. Cuando se habla de discernimiento “de espíritus” se trata de saber si algo viene del Espíritu Santo o, por el contrario, del demonio. En el día a día de la vida cristiana, se trata de saber hacia dónde nos conduce la voluntad de Dios. Y para averiguarlo hay que mirar lo que hay dentro de nosotros y también fuera. Y siempre, un cristiano debe mirar a la realidad con ojos de fe.

El discernimiento puede ser personal o comunitario (familiar, social, eclesial). En el primer caso se trata de una persona particular (a la que ayuda un consejero espiritual u otra persona que la conoce bien y es prudente y madura en sus actuaciones y juicios). En el segundo, de un grupo de personas (una familia, un centro educativo, una empresa y, en el marco eclesial, una parroquia, una comunidad religiosa, etc.) que tienen la responsabilidad de decidir acerca de determinadas cuestiones o acciones.

Discernimiento personal y discernimiento eclesial se sostienen mutuamente y necesitan de algunos criterios fundamentales para concluir con acierto, como son: si lo que percibimos está en conformidad con la Palabra de Dios y la enseñanza de la Iglesia, si con ello prestamos un servicio a la Iglesia y a la sociedad. El discernimiento eclesial necesita además una serie de actitudes (humildad, desprendimiento de sí mismo, capacidad para observar y escuchar, etc.) y se sirve sobre todo de la oración, del estudio y del diálogo. 

Un camino de santidad y de misión 

Acerca del discernimiento, el Papa Francisco destaca cinco puntos que considera de importancia en la actualidad:

1) Una necesidad imperiosa, especialmente para los jóvenes: “Sin la sabiduría del discernimiento podemos convertirnos fácilmente en marionetas a merced de las tendencias del momento” (n 167). Somos libres –les dice– pero hemos de reconocer los caminos de la libertad plena.

2) Siempre a la luz del Señor. Esto nos permite reconocer sus tiempos y su gracia, para no dejar pasar sus inspiraciones y las ocasiones de crecer. El “examen de conciencia” (que puede verse como un discernimiento diario y breve: bastan dos o tres minutos al final de la jornada) sirve para que los horizontes grandes se traduzcan en pasos pequeños y medios concretos.

3) Un don sobrenatural. Sobre la base de la sabiduría humana (la razón y la prudencia) y de las sabias normas de la Iglesia, el discernimiento cristiano es un don del Espíritu Santo para acertar en el obrar, aquí y ahora. Por tanto, ha de ir más allá de la búsqueda del bienestar, de lo útil o de lo que tranquiliza la conciencia (finalidades que no alcanzarían siquiera una sabiduría verdaderamente humana). Lo que está en juego es el sentido de nuestra vida, la de cada uno, ante Dios. Por eso es imprescindible la oración.

4) Requiere una disposición a escuchar: “Habla, Señor”. Escuchar a Dios, al magisterio de la Iglesia, y también a los demás y a la realidad, hace posible superar nuestra visión parcial e insuficiente, nuestros esquemas tal vez cómodos y rígidos ante la novedad que viene con la vida del Resucitado.

5) Ha de seguir la lógica del don y de la cruz. Por eso pide generosidad, no dejarse anestesiar la conciencia y vencer el miedo (porque El que lo pide todo también lo da todo).

En suma, concluye Francisco, “el discernimiento no es un autoanálisis ensimismado, una introspección egoísta, sino una verdadera salida de nosotros mismos hacia el misterio de Dios, que nos ayuda a vivir la misión a la cual nos ha llamado para el bien de los hermanos” (n. 175).
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