lunedì 26 settembre 2016

“Bridget Jones’s baby” e le solitudini contemporanee

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di Giacomo Bertoni
Lo ammetto, non ho resistito: sono andato al cinema a vedere “Bridget Jones’s baby”. Parliamoci chiaro, in questi tempi di incertezza e spaesamento, l’immagine di noi soli su un divano, con la musica alta e una confezione di gelato (personalmente preferisco la pizza surgelata), è molto reale. Sì, siamo divisi fra scuola o università, lavoro, volontariato, sport… Ma il momento “chi sono?” “dove vado?” “cosa sto combinando?” è spesso presente, e il gelato è una compagnia ottima. Il terzo capitolo delle disavventure di Bridget Jones si apre con questa immagine storica, nella quale è facile identificarsi. Ma l’evoluzione (che, prometto, farò di tutto per non spoilerare) è un limpido specchio dei nostri tempi.
Tutto parte da un profondo senso di solitudine, misto al rimpianto di non aver avuto figli. Nonostante una carriera brillante, Bridget Jones sente che le manca qualcosa. E si sente profondamente sola. I suoi grandi amori sono irraggiungibili: uno si è sposato, l’altro è morto. Alcune amiche care hanno formato le loro famiglie (delle quali emerge un’immagine decisamente poco accattivante), mentre altre rincorrono il tempo che passa lanciandosi in divertimenti sfrenati (e non è retorica). Per un attimo, ci casca anche la nostra Bridget, ma basta una notte per cambiare definitivamente la sua vita.
Ho qui accanto un bigliettino con scritto “non spoilerare!”, quindi non entrerò nei dettagli della trama. Ma vorrei segnalarvi alcune cose, come l’idea di fondo: il desiderio di un figlio. Non visto come dono giunto al culmine di un progetto di vita, una vita costruita e adattata pensando ai diritti inalienabili del bambino, primo fra tutti quello di nascere e crescere in una famiglia che lo ha atteso, con un padre e una madre amorevoli. Ma raccontato come un desiderio da realizzare, quasi come fosse un obiettivo lavorativo o un nuovo acquisto importante per la casa. Ritorna spesso la frase “posso farcela anche da sola”: non ci sono dubbi che una donna possa cavarsela da sola. Ma il bambino non può farcela da solo. Attorno a questi desideri appaiono numerosi richiami alla maternità surrogata (ovviamente il termine “utero in affitto” è proibito), che mostrano tutta la loro ideologica persuasione.
“Magari potranno fare qualcosa i genitori di Bridget”, si augura a un certo punto lo spettatore confuso. Ma la speranza è la prima a morire. Il padre è totalmente privo di riferimenti morali, una banderuola sorridente che dovrebbe essere rassicurante ma in realtà è raggelante. La madre invece, candidata alle elezioni del consiglio parrocchiale, difende i diritti della famiglia, e per questo è presentata come una bigotta ignorante, anche parecchio kitsch. “Se non cambi idea perderai le elezioni”, le dirà a un certo punto Bridget, perché oggi difendere la famiglia è un ostacolo per raggiungere il potere. Tutto cambia insomma.
Cambia Bridget Jones, cambia Renée Zellweger (perché, perché?), cambia il mondo dell’informazione (questa sì, una vera analisi da salvare). Dopo questo film siamo ancora sul divano, con l’immancabile gelato. Forse non sappiamo ancora chi siamo, dove andiamo. Ma di sicuro non vogliamo andare dove porta il vento del pensiero unico.

Ho un solo Sposo sulla terra

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Durante l’estate del 1949, Chiara Lubich, con i suoi 29 anni, vive un’esperienza di luce e di vita.Lasciare quel “paradiso” in montagna non è facile, ma avverte che Dio la vuole immersa nei dolori dell’umanità, “prosciugando l’acqua della tribolazione” in quelli che più soffrono. È con quello spirito che scrive di getto:
«Ho un solo Sposo sulla terra: Gesù Abbandonato: non ho altro Dio fuori di Lui.
In Lui è tutto il Paradiso con la Trinità e tutta la terra con l’Umanità.
Perciò il suo è mio e null’altro.
E suo è il Dolore universale e quindi mio.
Andrò per il mondo cercandolo in ogni attimo della mia vita.
Ciò che mi fa male è mio.
Mio il dolore che mi sfiora nel presente. Mio il dolore delle anime accanto (è quello il mio Gesù). Mio tutto ciò che non è pace, gaudio, bello, amabile, sereno…, in una parola: ciò che non è Paradiso. Poiché anch’io ho il mio Paradiso ma è quello nel cuore dello Sposo mio.
Non ne conosco altri.
Così per gli anni che mi rimangono: assetata di dolori, di angosce, di disperazioni, di malinconie, di distacchi, di esilio, di abbandoni, di strazi, di… tutto ciò che è lui e lui è il Peccato, l’Inferno.
Così prosciugherò l’acqua della tribolazione in molti cuori vicini e – per la comunione con lo Sposo mio onnipotente – lontani.
Passerò come Fuoco che consuma ciò che ha da cadere e lascia in piedi solo la Verità.
Ma occorre esser come Lui: esser Lui nel momento presente della vita».
Da: Chiara Lubich, Il gridoEd. Città Nuova (Pag. 56 – 57)

Con la fantasia della carità



La prolusione del Card. Bagnasco. 
Chiesa Cattolica Italiana 

“Sui volti delle popolazioni colpite brilla la fierezza umile e discreta della fede”. Partendo dal dramma del terremoto e dai grandi eventi ecclesiali di quest’estate, la prolusione delCard. Angelo Bagnasco ha aperto i lavori del Consiglio Permanente della Cei (Roma, 26-28 settembre). Tra i temi toccati dal Presidente la necessità di “un di più di Europa” di fronte all’esodo “di tanti disperati che bussano alle porte del continente” e il tribolato cammino del nostro Paese, tra disuguaglianze sociali e grandi questioni etiche. In allegato il testo integrale della prolusione.

Lunedì della XXVI settimana del Tempo Ordinario


E sono rimasta li’, sul marciapiede del quartiere povero di Calcutta, 
e ho visto che quella non era l’unica donna che vi giaceva, 
e che veniva mangiata dai topi. 
Ho visto anche che era Cristo stesso a soffrire su quel marciapiede.
Mi sono voltata e sono tornata indietro da quella donna, 
ho cacciato via i topi, l’ho sollevata e, 
siccome non volevano accoglierla in nessun luogo,
io stessa l’ho curata. 
Da quel giorno la mia vita e’ cambiata. 
Da quel giorno il mio progetto e’ stato chiaro: 
avrei dovuto vivere per e con il piu’ povero dei poveri su questa terra, 
dovunque lo avessi trovato.

Madre Teresa di Calcutta

domenica 25 settembre 2016

Le ragioni del bianconiglio

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di Costanza Miriano
E dire che non era certo una roba da cattolici, anzi. Tra i relatori chiamati per le quattro tavole rotonde che  giovedì hanno fatto parlare di fertilità tutta Italia, in prima fila i grandi esperti di procreazione medicalmente assistita, cioè conservazione in congelatore di piccole vite, e pezzi di vita, che non è esattamente quello che raccomanda Santa Madre Chiesa (e per come la vedo io, neanche la coscienza di un essere umano, e basta: non ci vuole il catechismo per sentirsi stringere il cuore a pensare a tutte le vite manipolate ed eliminate pur di produrne una).
Si è parlato di contraccezione, non è mancata la solita foto coi preservativi colorati, un revival anni ’80. Insomma, ci sarebbe tantissimo da dire, sulla campagna del fertility day, sulla comunicazione brutta e piatta, e non serve inventare una pretestuosa accusa di razzismo. Per esempio, non ho visto nel programma relatori esperti di metodi naturali, che invece insegnano alla donna a conoscere il proprio corpo e a trovare indizi della propria fertilità, individuando i giorni, le ore addirittura, in cui c’è più possibilità di concepimento. Sono metodi naturali, ecologici, biologici al massimo, dovrebbero andare di gran moda anche fra i vegani estremi, invece non ne parla nessuno, per una serie di motivi, non ultimo quello che essendo naturali non costano niente e non fanno guadagnare nessuno, a differenza della costosissima Fivet. Ci sarebbe tanto da dire, per esempio che la via tracciata dall’Organizzazione Mondiale della sanità le cui direttive ci stiamo affrettando a osservare invita i bambini a esplorare il proprio corpo e la propria sessualità – leggi masturbazione et similia – mentre nelle scuole non si va mai a parlare di metodi naturali (scoppierebbe un putiferio), di castità (quella sì che previene le malattie sessualmente trasmissibili e aiuta la fertilità, perché se fai sesso solo dentro al matrimonio ti sposi giovane, quando la fertilità è al massimo).
Comunque. Ci sarebbe molto da obiettare, ma anche così è un bene che il tema fertilità sia stato almeno sollevato. Perché ha provato a ricordare un semplice, incontrovertibile, disarmante dato di natura. Il corpo della donna è fertile per un periodo di tempo limitato. Quando quel tempo è passato, non si può fare più niente. O meglio, per qualche anno ancora si può cercare di aggirare il problema con tecniche, sempre più sofisticate, ma costosissime in termini di soldi e di vite umane sacrificate nel tentativo. Dopo, neanche quello. C’era bisogno di ricordarlo? Sì, c’era bisogno, perché invece noi donne post ’68 siamo cresciute con l’idea che avremmo deciso noi quando avere dei figli, che ci saremmo liberate di questa schiavitù, che nessuno ci avrebbe messo limiti. Abbiamo pianificato le nostre vite pensando che prima avremmo costruito la vita professionale, poi avremmo pensato come incastrarci quella personale, credendo che tutto sarebbe andato magicamente a posto. Risultato: sono sempre più numerose quelle di noi che si trovano dolorosamente a fare i conti col fatto che il tempo è passato, e adesso è troppo tardi (dal punto di vista medico l’età migliore per avere bambini è tra i 20 e i 25 anni).
Per quelle che sono ancora in tempo, per quelle che stanno ancora programmando chi vogliono essere domani, è prezioso ricordare che ogni scelta ha dei costi. Non state solo rimandando, state dicendo di no alla vita. Buttatevi, un master è niente in confronto a un figlio, niente. Buttatevi, se il posto fisso non c’è fatevi aiutare, dai genitori, dai parenti, dagli amici; vedrete che rete incredibile di solidarietà si crea intorno a una giovane coppia con bambini. Buttatevi perché le energie che si riescono a trovare quando si devono far crescere dei figli sono inimmaginabili. Per chi sceglie diversamente, nessun giudizio, davvero. È così complicato capire qualcosa della nostra vita, figuriamoci di quella delle altre. Solo, sarebbe bene che fosse una scelta, che non si credesse alle balle dell’autodeterminazione. La natura ci mette dei limiti, e se ne frega altamente dei nostri desideri. È un dato di realtà, e con la realtà è bene fare i conti, se non si vuole soffrire troppo.

Santa Messa per il Giubileo dei Catechisti. Omelia del Santo Padre



Santa Messa per il Giubileo dei Catechisti. Omelia del Santo Padre: "Gesù ci ama personalmente! Ci doni la forza di vivere e annunciare il comandamento dell’amore, superando la cecità dell’apparenza e le tristezze mondane. Ci renda sensibili ai poveri, che non sono un’appendice del Vangelo, ma una pagina centrale, sempre aperta davanti a noi"

Sala stampa della Santa Sede
"Dio si annuncia incontrando le persone, con attenzione alla loro storia e al loro cammino. Perché il Signore non è un’idea, ma una Persona viva: il suo messaggio passa con la testimonianza semplice e vera, con l’ascolto e l’accoglienza, con la gioia che si irradia."
Testo dell'allocuzione del Papa - Il segno (...) indica frasi aggiunte dal Santo Padre e pronunciate a braccio.
Alle ore 10.30 di oggi, XXVI Domenica del Tempo Ordinario, in occasione del Giubileo dei Catechisti, il Santo Padre Francesco celebra la Santa Messa sul sagrato della Basilica Vaticana. Dopo la proclamazione del Santo Vangelo, il Papa ha letto l’omelia. Ne riportiamo di seguito il testo:
Omelia del Santo Padre
L’Apostolo Paolo nella seconda lettura rivolge a Timoteo, ma anche a noi, alcune raccomandazioni che gli stanno a cuore. Tra queste, chiede di «conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento» (1 Tm 6,14). Parla semplicemente di un comandamento.
Sembra che voglia farci tenere fisso lo sguardo su ciò che è essenziale per la fede. San Paolo, infatti, non raccomanda tanti punti e aspetti, ma sottolinea il centro della fede. Questo centro attorno al quale tutto ruota, questo cuore pulsante che dà vita a tutto è l’annuncio pasquale, il primo annuncio: il Signore Gesù è risorto, il Signore Gesù ti ama, per te ha dato la sua vita; risorto e vivo, ti sta accanto e ti attende ogni giorno. Non dobbiamo mai dimenticarlo. In questo Giubileo dei catechisti, ci è chiesto di non stancarci di mettere al primo posto l’annuncio principale della fede: il Signore è risorto. Non ci sono contenuti più importanti, nulla è più solido e attuale. Ogni contenuto della fede diventa bello se resta collegato a questo centro, se è attraversato dall’annuncio pasquale. Invece se si isola, perde senso e forza. Siamo chiamati sempre a vivere e annunciare la novità dell’amore del Signore: “Gesù ti ama veramente, così come sei. Fagli posto: nonostante le delusioni e le ferite della vita, lasciagli la possibilità di amarti. Non ti deluderà”.
Il comandamento di cui parla San Paolo ci fa pensare anche al comandamento nuovo di Gesù: «che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). È amando che si annuncia Dio-Amore: non a forza di convincere, mai imponendo la verità, nemmeno irrigidendosi attorno a qualche obbligo religioso o morale. Dio si annuncia incontrando le persone, con attenzione alla loro storia e al loro cammino. Perché il Signore non è un’idea, ma una Persona viva: il suo messaggio passa con la testimonianza semplice e vera, con l’ascolto e l’accoglienza, con la gioia che si irradia. Non si parla bene di Gesù quando si è tristi; nemmeno si trasmette la bellezza di Dio solo facendo belle prediche. Il Dio della speranza si annuncia vivendo nell’oggi il Vangelo della carità, senza paura di testimoniarlo anche con forme nuove di annuncio.
Il Vangelo di questa Domenica ci aiuta a capire che cosa vuol dire amare, soprattutto ad evitare alcuni rischi. Nella parabola c’è un uomo ricco, che non si accorge di Lazzaro, un povero che «stava alla sua porta» (Lc 16,20). Questo ricco, in realtà, non fa del male a nessuno, non si dice che è cattivo. Ha però un’infermità più grande di quella di Lazzaro, che pure era «coperto di piaghe» (ibid.): questo ricco soffre di una forte cecità, perché non riesce a guardare al di là del suo mondo, fatto di banchetti e bei vestiti. Non vede oltre la porta di casa sua, dove giace Lazzaro, perché non gli interessa quello che succede fuori. Non vede con gli occhi perché non sente col cuore. Nel suo cuore è entrata la mondanità che anestetizza l’anima. La mondanità è come un “buco nero” che ingoia il bene, che spegne l’amore, perché fagocita tutto nel proprio io. Allora si vedono solo le apparenze e non ci si accorge degli altri, perché si diventa indifferenti a tutto. Chi soffre questa grave cecità assume spesso comportamenti “strabici”: guarda con riverenza le persone famose, di alto rango, ammirate dal mondo, e distoglie lo sguardo dai tanti Lazzaro di oggi, dai poveri e dai sofferenti che sono i prediletti del Signore.
Ma il Signore guarda a chi è trascurato e scartato dal mondo. Lazzaro è l’unico personaggio, in tutte le parabole di Gesù, ad essere chiamato per nome. Il suo nome vuol dire: “Dio aiuta”. Dio non lo dimentica, lo accoglierà nel banchetto del suo Regno, insieme ad Abramo, in una ricca comunione di affetti. L’uomo ricco, invece, nella parabola non ha neppure un nome; la sua vita cade dimenticata, perché chi vive per sé non fa la storia. E' un cristiano deve fare la storia. Il cristiano fa la storia di ese da sé stesso. (...) L’insensibilità di oggi scava abissi invalicabili per sempre. Siamo caduti oggi nella malattia dell'indifferenza. (...)
C’è un altro particolare nella parabola, un contrasto. La vita opulenta di quest’uomo senza nome è descritta in maniera ostentata: tutto in lui reclama bisogni e diritti. Anche da morto insiste per essere aiutato e pretende i suoi interessi. La povertà di Lazzaro, invece, si esprime con grande dignità: dalla sua bocca non escono lamenti, proteste o parole di disprezzo. È un insegnamento valido: come servitori della parola di Gesù siamo chiamati a non ostentare apparenza e a non ricercare gloria; nemmeno possiamo essere tristi e lamentosi. Non siamo profeti di sventura che si compiacciono di scovare pericoli o deviazioni; non gente che si trincera nei propri ambienti, emettendo giudizi amari sulla società, sulla Chiesa, su tutto e tutti, inquinando il mondo di negatività. Lo scetticismo lamentevole non appartiene a chi è familiare con la Parola di Dio.
Chi annuncia la speranza di Gesù è portatore di gioia e vede lontano, ha orizzonti davanti  sè e non muri, perché sa guardare al di là del male e dei problemi. Al tempo stesso vede bene da vicino, perché è attento al prossimo e alle sue necessità. Il Signore oggi ce lo chiede: dinanzi ai tanti Lazzaro che vediamo, siamo chiamati a inquietarci, a trovare vie per incontrare e aiutare, senza delegare sempre ad altri o dire: “ti aiuterò domani”. Oggi non ho tempo ...(...) Il tempo per soccorrere è tempo donato a Gesù, è amore che rimane: è il nostro tesoro in cielo, che ci procuriamo qui sulla terra.
In conclusione, cari catechisti, fratelli e sorelle, il Signore ci dia la grazia di essere rinnovati ogni giorno dalla gioia del primo annuncio: Gesù, morto e risorto, ci ama personalmente! Ci doni la forza di vivere e annunciare il comandamento dell’amore, superando la cecità dell’apparenza e le tristezze mondane. Ci renda sensibili ai poveri, che non sono un’appendice del Vangelo, ma una pagina centrale, sempre aperta davanti a tutti.

sabato 24 settembre 2016

Chi crede saprà aspettare



La morte è per noi, nello stesso tempo, un’esperienza-limite e un’esperienza del limite: un evento straordinario, che, proprio per la sua eccezionalità, ci pone di fronte alla nostra radicale finitezza. (...) La situazione del sopravvivere è la situazione centrale del potere.Elias Canetti, Potere e sopravvivenza

La promessa della Bibbia è stata sempre difficile da capire e da accogliere perché troppo diversa da quelle dei falsi profeti, diversissima dalle promesse degli idoli e delle ideologie. È stata tradita mille volte dal popolo, dai suoi re, dal tempio. Ma è stata tenuta viva e alimentata dai profeti, custodita da un "resto" che in certi momenti storici è diventato minuscolo, un piccolo virgulto sbocciato e risbocciato da un tronco tagliato che sembrava morto per sempre.

Solo questo "resto", fatto di poveri e umili, capisce i profeti perché non ha smesso di credere in quella difficile antica promessa. E tutte le volte che qualcuno continua a sperare quando gli imperi stranieri conquistano distruggono deportano, che non dimentica le antiche preghiere quando il tempio si popola di nuovi idoli alla moda, che non smette di gridare per invocare la causa del povero, che inchiodato su una croce non maledice i suoi carnefici né Dio, diventa parte di quel "resto", inconsapevole cittadino di quel regno, sale e lievito. Della terra, di un paese, di una impresa, di una comunità – ogni gruppo umano ha il suo "resto" fedele che può salvarlo, e spesso lo salva.

Questo piccolo regno invisibile è sempre insidiato e minacciato di estinzione. Quando continua a vivere lo deve molto ai profeti, che nutrono il "resto" raccontandogli mille volte l’antica promessa, e nel raccontarla la rigenerano ogni volta nella propria carne. Pronunciando parole di futuro, offrendo se stessi come caparra visibile e concreta della terra promessa che non c’è ancora. Lo proteggono, come una leonessa con i suoi cuccioli, dalle seduzioni sempre nuove dei falsi profeti.
I segni di riconoscimento delle false promesse dei falsi profeti sono sempre gli stessi da tre millenni: i loro colori sono troppo luccicanti, la loro terra senza ombre, la distanza dai poveri che cresce sempre, il "tempio" trasformato in luogo di sacrifici e culti di consumo emotivo e misticheggiante, racconti di visioni come quelle degli ubriachi. Isaia lo sa molto bene: «Barcollano per il vino, vacillano a causa della birra. Preti e profeti gorgogliano per le bevande inebrianti» Isaia 28, 7).

Le prime bevande inebrianti della falsa profezia e dei falsi culti sono le loro liturgie, strapiene di parole e di gesti al punto da non lasciare allo spirito nessun pertugio dove tentare di entrare. Che quindi allontanano i fedeli dalla umile fatica del vivere, e li fanno girare per le strade ebbri delle loro sbornie. Forse è dopo aver assistito a uno di questi riti orgiastici che Isaia esclama: «Tutti i tavoli colano vomito, traboccano di escrementi» (28,8).

Le religioni e le civiltà hanno sempre vissuto, e continuano a vivere, in un perenne conflitto tra chi vuole stordirci distraendoci dalle sofferenze del presente con facili droghe pseudo-spirituali e ideologiche, e i profeti-non-falsi che spendono la vita per tenerci ben svegli e vigili, ancorati alle speranze non vane e quindi difficili – senza quasi mai riuscirci.

Questo tipo di conflitto prende non di rado la forma della derisione e dello scherno: «A chi la conoscenza rivelerà? A chi il mistero discoprirà? Ai lattanti slattati, ai poppanti?» (28,9). Gli oppositori di Isaia affermano di non avere bisogno della sua rivelazione, una conoscenza utile solo ai bambini non ancora svezzati. E così lo prendono in giro, lo sbeffeggiano con una filastrocca (forse) usata dalle mamme di Gerusalemme per insegnare ai bambini a parlare e/o a camminare: «Tzau-latzau, Tzau-latzau, Qua-Laqàu, Qua-Laqàu, Zeer-shàm Zeer-shàm» (28,10).

Ai falsi profeti, ai capi del popolo sempre sedotti dalle false-profezie spettacolari e dalle molte forme che assumono le orge e i riti misterici, le parole oneste del profeta appaiono troppo semplici ed elementari, roba da marmocchi; e quindi invece di provare a «tornare come i bambini» accusano Isaia di infantilismo. Una sorte che i profeti hanno in comune con i veri innovatori nell’arte, nella scienza, nella cultura, e nella spiritualità, dove il primo strumento per screditarli è il sarcasmo, la banalizzazione delle loro tesi e delle loro esperienze, presentate e ridicolizzate come faccende troppo elementari, come cose da bambini – come se, tra l’altro, fosse facile imitare da adulti i bambini: ci proviamo tutta la vita, per riuscirci, qualche volta e sempre in modo imperfetto, solo alla fine.

Mentre siamo ancora con Isaia alle prese con il sarcasmo dei suoi (e nostri) contemporanei, ecco raggiungerci un altro mirabile colpo profetico. Ci ritroviamo gettati nel bel mezzo di una delle più acute descrizioni del potere: «Ehi voi, cialtroni, voi padroni del popolo di Gerusalemme. Voi che dite: "Abbiamo stretto un patto con la morte, c’è un’alleanza tra noi e l’Inferno! Il grande flagello passerà ma da noi non verrà. La menzogna è il nostro riparo, l’impostura nostra corazza"» (28-14-15).

Isaia si rivela fine conoscitore e disvelatore di uno degli spiriti più potenti della terra: lo spirito del potere – uno spirito che il nostro tempo ha cancellato, dichiarandolo d’ufficio argomento non più attuale né utile per capire il nuovo capitalismo e le nuove democrazie.
Isaia ci sta dicendo che alla base del potere dei "padroni" del popolo c’è un atto religioso-idolatrico, un vero e proprio "patto con la morte", dove il cercatore di potere "vende l’anima" in cambio di una specie di immortalità. Non è necessario ricordare quei dittatori che sono stati veri praticanti di riti pagani e di negromanzie per capire che ogni potere ha una tendenza naturale a cercare di superare la condizione di mortalità di tutti, a volere sconfiggere la morte.

Questo delirio è intrinseco al potere. Il potere – politico, religioso, carismatico... – genera la sensazione, che presto diventa certezza, di non essere come gli altri viventi («...da noi non verrà»), di avere finalmente conquistato-acquistato la grande immunità dai mali del vivere, e quindi dalla morte, il male più grande. Di essere come Dio. Ritorna l’antica promessa del serpente, che ci seduce sempre tutte le volte che torna – il grande mito del capitolo 3 della Genesi è anche un discorso antropologico sul potere, che è sempre e immediatamente discorso religioso.

Quando entra nei luoghi del potere il potente lascia la condizione ordinaria dell’animale e si pone in quella del mandriano nei confronti delle sue mucche o del cacciatore verso le sue prede: esseri superiori e invulnerabili, con una infinita capacità-potere di generare vulnerabilità negli altri.

Niente più del potere separa e immunizza da chi il potere non ce l’ha – ecco perché ogni potere tende per sua natura a diventare potere assoluto: un "solo uomo al comando", e ogni potere condiviso è potere imperfetto e instabile. L’immortalità conquistata dal potente è rimozione dell’orizzonte della morte dalla vita concreta, e quindi di qualsiasi orizzonte più grande dove potrebbe trovarsi un tribunale nel quale un giorno qualcuno ci chiederà conto delle nostre azioni. Quando si è padroni degli altri ci si sente veramente dei, anche quando il nostro paradiso è soltanto una città, un ufficio, un convento.
Il potere non promette l’immortalità soltanto vendendo l’illusione di ridurre l’esposizione alla vulnerabilità, alla malattia, né soltanto offrendoci la speranza-illusione di poter fare gesta eroiche che ci guadagneranno il ricordo imperituro. Promette molto di più: nella sua terra promessa c’è un miele molto più dolce. Il raggiungimento del potere ci promette di prolungare la sensazione di immortalità tipica della gioventù, quando la morte non c’è o riguarda solo gli altri. Ecco perché esiste un’affinità tra potere e giovinezza. Che viene cercata, celebrata, consumata, idolatrata dai potenti.

Gli uomini non più giovani cercano di restare al potere soprattutto, e forse soltanto, per restare giovani e quindi per illudersi di non morire, senza riconoscerne l’illusorietà: quasi tutta la forza e la fragilità del potere sta in questa grande illusione che non si presenta come tale.
È interessante e molto eloquente che molte culture abbiamo usato la metafora economica per esprimere questo commercio scellerato tra potere e morte. Ci si svela di più la natura del denaro, la sua pretesa-promessa di poter comprare tutto, anche l’impossibile. Sta qui il fascino infinito del denaro, che invece di ridursi aumenta con la sua accumulazione.

Ma perché un simile contratto possa promettere un premio infinito, la controparte può e deve chiedere tutto: l’anima, la vita intera. Ecco allora che gli uomini, ieri oggi sempre, offrono sull’altare del potere tutti i loro affetti, tutti gli amori, tutte le speranze, la dignità. Perché non cerchiamo tanto o soltanto i privilegi e i contenuti diretti del potere: cerchiamo l’immortalità, vogliamo sopravvivere alla morte.
A questo punto, come spesso ci è accaduto nei capitoli che abbiamo fin qui commentato, dopo una grande pagina di denuncia e di critica, Isaia riesce a compiere i suoi capolavori teologici, a generare le sue parole più belle. Alla illusione del potere immortale dei padroni del popolo, Isaia risponde donandoci la grande parola della pietra angolare: «A voi così replica Iah, il mio Signore: "Io porrò in Sion una pietra, una pietra dura che regge tutto, angolare preziosa, fondamento fermissimo"». E termina con una frase misteriosa che nel suo mistero ci fa fremere di bellezza: «Chi crede saprà aspettare» (28,16). Questa frase è l’iscrizione che Isaia ha apposto sulla pietra angolare del suo edificio spirituale e ideale. La pietra angolare, fondamento fermissimo, dura e che regge tutto, non può che essere il resto": quella piccola cosa che crede, che spera, che tiene in piedi il mondo.

Ciò che non muore non è il potere con le sue illusioni mortifere. Ciò che veramente non muore è chi è capace di credere nella promessa vera e umile, che è grande perché è piccolo. Non moriamo finché siamo capaci di restare dentro l’attesa del compimento della promessa, che sopravvive veramente nei figli, nei nipoti, nei bambini del "resto" di domani. Per non morire possiamo fare solo questo. Non c’è altra immortalità buona sotto il sole. Chi crede saprà aspettare.

l.bruni@lumsa.it