martedì 15 gennaio 2019

La Bibbia dell’Amicizia.


Antropologia di Dio. Nello studio della Parola la visione esistenziale del presente

Cristiani ed ebreiEsce venerdì 18 gennaio il volume «La Bibbia dell’Amicizia. Brani della Torah/Pentateuco commentati da ebrei e cristiani», a cura di Marco Cassuto Morselli e Giulio Michelini (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2019, pagine 361, euro 30), progetto realizzato grazie al sostegno della Conferenza episcopale italiana. Pubblichiamo per intero la prefazione scritta da Papa Francesco e ampi stralci di quella scritta dal rabbino rettore del Seminario Rabinico Latinoamericano a Buenos Aires.

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(Papa Francesco)
La Bibbia dell’Amicizia è un progetto attraente ma assai impegnativo. Sono ben consapevole che abbiamo alle spalle diciannove secoli di antigiudaismo cristiano e che pochi decenni di dialogo sono ben poca cosa al confronto. 
Tuttavia in questi ultimi tempi molte cose sono mutate e altre ancora stanno cambiando. Occorre lavorare con maggiore intensità per chiedere perdono e per riparare i danni causati dall’incomprensione. I valori, le tradizioni, le grandi idee che identificano l’Ebraismo e il Cristianesimo devono essere messe al servizio dell’umanità senza mai dimenticare la sacralità e l’autenticità dell’amicizia. 
La Bibbia ci fa comprendere l’inviolabilità di questi valori, necessaria premessa per un dialogo costruttivo.
Il modo migliore per dialogare tuttavia non è solo parlare e discutere, ma fare progetti realizzandoli insieme a tutti coloro che hanno buona volontà e reciproco rispetto nell’amicizia. Esiste una ricca complementarietà che ci permette di leggere insieme i testi della Bibbia ebraica aiutandoci vicendevolmente a sviscerare le ricchezze della Parola di Dio. Obiettivo comune sarà quello di essere testimoni dell’amore del Padre in tutto il mondo. Per l’ebreo come per il cristiano non v’è dubbio che l’amore verso Dio e verso il prossimo riassume tutti i comandamenti. Ebrei e cristiani devono dunque sentirsi fratelli e sorelle, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio spirituale comune, sul quale fondarsi e continuare a costruire il futuro.
È di vitale importanza, per i cristiani, scoprire e promuovere la conoscenza della tradizione ebraica per riuscire a comprendere più autenticamente se stessi. Anche lo studio della Torah è parte di questo fondamentale impegno. Per questo voglio affidare il vostro cammino di ricerca alle parole dell’invocazione che ogni fedele ebreo recita quotidianamente al termine della preghiera dell’amidah: «Che ci siano aperte le porte della Torah, della sapienza, dell’intelligenza e della conoscenza, le porte del nutrimento e del sostentamento, le porte della vita, della grazia, dell’amore e della misericordia e del gradimento davanti a Te». Auguro di proseguire nel cammino con perseveranza e invoco su tutti la benedizione di Dio.

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(Abraham Skorka) Sebbene la Bibbia sia stata considerata come testo sacro da tre delle religioni più importanti nella storia dell’umanità, la sua interpretazione è stata causa di discordie, dispute e, infine, rancori e odi che portarono a ogni tipo di persecuzioni e uccisioni. L’arroganza e la cecità intellettuale e spirituale fecero credere a molti che la verità interpretativa unica e assoluta si trovasse nelle proprie mani e che dovessero imporla agli altri. [...] Dispute, [...] conflitti tra argomentazioni intellettuali dalle quali era stato espulso il Dio vivo che veniva sostituito — nel migliore dei casi — da un Dio come concetto, la cui essenza si supponeva fosse conosciuta in modo profondo dai polemisti. L’immagine che la Bibbia ci rivela riguardo a Dio è diametralmente opposta.
Ci sono molti versetti nella Bibbia ebraica nei quali appare l’espressione «Dio vivente», come caratteristica essenziale dell’Essere supremo nel quale l’uomo deposita la sua fede. Ma in Geremia, 10, 10 il profeta definisce Dio dicendo: «Il Signore Dio è verità, Egli è Dio vivente», dal che si deduce che il Dio della verità si rivela nella dinamica stessa dell’esistenza. La divinità, nella quale i pagani ripongono la loro fede, è un ente statico, che agisce in modo meccanico, indifferente alle vicissitudini di ogni essere umano. Il Dio della Bibbia può cambiare il suo parere a seconda del comportamento umano, non agisce come il programma di un computer, dialoga con gli uomini perché è sensibile alla loro condotta e alle loro vicissitudini. L’uomo non può mai arrogarsi il sapere sulla percezione di Dio, degli uomini e delle loro circostanze, perché non è statico, ma muta a seconda del dialogo che si va sviluppando con gli esseri umani, con le loro reazioni e i loro atteggiamenti. Il dialogo tra l’uomo e Dio, attraverso cui il primo intravede un riflesso del suo Creatore, può essere «pieno». Così è stato quando il popolo, che si trovava al monte Sinay, di fronte alla proposta di Dio di accettare un patto con le norme etiche che avrebbe rivelato, rispose: «Tutto quello che ha detto il Signore, faremo e ascolteremo» (Esodo, 24, 7). Il contrario accade quando Dio avverte il popolo d’Israele: «Nasconderò il mio volto [al popolo d’Israele] in quel giorno, per tutto il male che ha compiuto, rivolgendosi ad altri dèi» (Deuteronomio, 31, 18). Mediante questo dialogo tra il celeste e il terrestre fu rivelato all’uomo nel testo biblico ciò che Dio si attende dalla condotta degli individui, ma la verità ultima del suo operare con le sue creature e il senso dell’esistenza delle stesse è un ignoto mistero per ogni uomo. Il libro di Yov, o Giobbe, e molteplici passi biblici sono chiari a riguardo. La presenza del Creatore deve essere cercata dall’uomo giorno per giorno, momento per momento. È molto più di un concetto o un’idea.
Nel confinare Dio nei limiti di una creazione intellettuale, stiamo trasgredendo sottilmente al comandamento del Decalogo che ci proibisce di fare immagine alcuna, ispirata a cose materiali, che rappresenti Dio. La sua presenza, pertanto, va cercata nell’esistenza stessa: nei sottili messaggi che ci offre la natura (Salmi, 19), e nella ricerca di se stessi e del prossimo.
Papa Francesco nella sua vita ha sviluppato questa visione nel suo particolare e specifico dialogo con Dio e con il popolo. Dalla sua posizione, fondata sulla fede in Cristo, ritiene che l’interpretazione dei testi biblici da parte degli studiosi ebrei più che portare a una contrapposizione serva a chiarire e comprendere con più profondità i testi stessi. Il paragrafo di Nostra aetate nel quale si chiarisce che Dio mantiene il suo patto con il popolo ebraico, che mai è stato abolito, è stato indubbiamente per Bergoglio la base teologica per cercare nel dialogo con gli ebrei una complementarietà che gli permette di raggiungere una visione integra della propria fede, come egli stesso scrive nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium.
La teologia di Francesco è fortemente pragmatica. La religiosità, nella sua visione che condivido, non può essere confinata essenzialmente alle accademie, alla meditazione e alla elevazione spirituale. Queste servono per la formazione del “carburante” con il quale deve essere illuminata la vita del semplice individuo nel suo quotidiano lottare per vivere con dignità.
Ciò si deduce dal quadro biblico che si ripete di generazione in generazione, quando Dio affida una missione specifica a ognuno dei profeti. Questi erano individui con un alto grado di spiritualità, e Dio poteva dirsi soddisfatto della loro sola presenza in seno all’umanità; ma l’ideale biblico è che tutta la società abbia un livello di spiritualità elevato. L’imperativo è al plurale: «Sarete santi» (Levitico, 19, 2).
Il primum vivere deinde philosophari è l’antitesi della proposta biblica, perché questa consegna un insegnamento circa il saper vivere con dignità. Si studia la Bibbia per sapere come operare nella vita. L’atto riflessivo si trova unito indissolubilmente all’azione e all’esistenza stessa. Lo studio della Bibbia è unito all’impegno che il suo lettore assume con le azioni che realizza, con le miswot, i precetti. Le dispute, come quelle che ebbero luogo nel passato, emergono quando l’azione si trova dissociata dall’insegnamento che porta al dialogo e al mutuo rispetto.
Deve essere stato un dialogo fortemente empatico quello che ha spianato la strada per raggiungere questo tempo, nel quale si stampa una Bibbia dell’Amicizia. Un dialogo che ha permesso a ognuna delle parti di condividere un riflesso di se stesso nell’altro. Le incomprensioni generalmente emergono a causa delle barriere che gli uni erigono per non vedere la condizione umana dell’altro.
La Bibbia deve essere letta per ispirare i suoi lettori a delineare il proprio presente e a progettare il futuro. Le esegesi che ci legano alle generazioni passate permettono una sua comprensione profonda, ma allo stesso tempo sono testimonianze di letture dei tempi passati. La nuova esegesi, insieme a quella accademica, deve presentare la visione esistenziale del presente e dare modelli proiettivi per il futuro. Rav Abraham Yoshua Heschel nel suo libro L’uomo non è solo ha coniato una frase molto significativa che sintetizza magistralmente quanto sopra abbozzato: «La Bibbia non è una teologia dell’uomo ma una antropologia di Dio». È il Santuario indistruttibile i cui precetti sono, come si esprime nelle preghiere quotidiane, «la nostra vita e la lunghezza delle nostre vite».
Nei tempi della grande rivolta contro Roma, durante il regno di Adriano, fu proibito ai maestri di insegnare la Torah. Gli oppressori pretendevano di distruggere l’identità giudaica proibendo la sua trasmissione e formazione. Rav Hananyah ben Teradion sfidava l’oppressore insegnando la Torah in pubblico. I romani lo catturarono, lo posero su una pira, circondarono il suo corpo con il rotolo della Torah con la quale insegnava. E accesero il fuoco. Nel momento del massimo dolore i suoi alunni gli chiesero: «Maestro, che cosa vedi?». Il Rav rispose loro: «Vedo i rotoli che bruciano e lettere che salgono volando nell’aria» (Avodah Zarah, 18a). Molti rotoli di Torah ebbero lo stesso destino durante i quasi due millenni seguenti, come altri scritti sacri: le loro lettere salirono, volando in cielo, insieme alle grida di coloro che furono immolati con esse, ma giunsero nelle nostre mani. Questa Bibbia dell’Amicizia pretende di raccoglierle e plasmarle in un testo che possa essere letto e analizzato in un dialogo franco, nel quale ciascuno si sforza per comprendere l’altro.
L'Osservatore Romano

lunedì 14 gennaio 2019

Misericordia non sacrificio...



L’amore che Dio dà all’uomo per salvarlo 

È un «piccolo trattato sulla divina e sulla umana misericordia» il volume Il volto della misericordia (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2018, pagine 187, euro 9,90) scritto dal predicatore della Casa pontificia. Il libro è dedicato a Papa Francesco «che ha messo la misericordia al centro della vita e della riflessione della Chiesa». Pubblichiamo il capitolo dedicato alla conversione di Matteo.

(Raniero Cantalamessa) C’è qualcosa di commovente nella chiamata di Matteo il pubblicano (Matteo, 9, 9-13). È una pagina autobiografica, la storia dell’incontro con Cristo che cambiò la sua vita.
«Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì». Il Caravaggio ci ha lasciato una tela famosa su questa scena. Il futuro apostolo è seduto a un tavolo. Sopra di esso, oltre alle monete, ci sono penna e calamaio (gli serviranno un giorno per un altro scopo). Una luce parte dal volto di Cristo, segue il movimento della sua mano e cade, illuminandoli, sui volti di Matteo e degli altri che sono seduti con lui al tavolo delle imposte. Un modo suggestivo per dire che la chiamata esteriore è accompagnata da una luce interiore. Senza questa, del resto, non si spiegherebbe la prontezza con cui Matteo “si alza”, lascia tutto e segue Cristo, senza bisogno di spiegazione alcuna.
Il dialogo invisibile tra Cristo e il futuro apostolo è tutto affidato al gesto delle rispettive mani. Quella di Cristo, in piedi, si protende in direzione di Matteo, in segno però più di elezione che di comando (nessun indice puntato verso Matteo, ma solo una mano tesa). A questo gesto corrisponde quello di Matteo che si porta la mano al petto, come chi si stupisce della scelta e dice: «Io? Sei sicuro che vuoi proprio me?».
Di fronte al rifiuto del giovane ricco di seguirlo, Gesù aveva osservato con tristezza che «è più facile che un cammello entri per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli». Agli apostoli che gli chiedono: «E chi potrà salvarsi allora?», egli rispose: «Impossibile agli uomini, non a Dio» (Matteo, 19, 24-26). La chiamata di Matteo è la riprova che a Dio è possibile salvare anche un ricco. Il confronto con l’invito rivolto al giovane ricco ci dice qualcosa anche di Matteo, della sua apertura a Dio. Non era affatto scontato che Matteo rispondesse con tanta prontezza alla proposta di Gesù. All’invito di Gesù: «Vieni e seguimi», il giovane ricco «se ne andò triste»; Matteo «si alzò e lo seguì».
Il comportamento di Matteo ha dell’inverosimile. Possiamo immaginarcelo seduto, intento a riscuotere i dazi, a contemplare rapito le monete che i commercianti depongono sul tavolo. È al massimo dell’euforia, quando tutto ciò che fino a quel momento ha dato senso alla sua vita perde valore. Matteo si alza, abbandona ogni cosa e segue Gesù. Non ha assistito ad alcun miracolo; siamo quasi agli inizi del ministero pubblico di Gesù ed egli non è ancora famoso: come si spiega tanta prontezza? Caravaggio ha colto nel segno: lo sguardo di Gesù. Le traduzioni dicono: «lo vide», ma forse meglio sarebbe tradurre «lo guardò». Il Venerabile Beda dice che lo guardò «con sguardo di misericordia e di elezione», miserando et eligendo: le parole che Papa Francesco ha scelto come motto del suo stemma papale.
L’episodio della chiamata di Matteo non è ricordato principalmente per l’importanza personale che rivestiva per l’autore del Vangelo, tanto è vero che anche Marco e Luca lo riferiscono, chiamando Matteo con il suo secondo nome di Levi (cfr. Marco, 2, 14; Luca, 5, 27). L’interesse è dovuto alla frase che Gesù pronunciò nel corso del «grande banchetto» che Matteo offrì «nella sua casa», prima di congedarsi dai suoi ex colleghi di lavoro, «pubblicani e peccatori». Come spesso, un episodio evangelico è tramandato grazie a un logion di Gesù legato a esso. Il fatto serve da cornice al detto. Alla reazione scandalizzata dei farisei per essere entrato in casa di un pubblicano e aver mangiato con i peccatori, Gesù risponde: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Noi siamo talmente assuefatti alle parole del Vangelo che le troviamo scontate e naturali, anche quando esse sono obbiettivamente “scandalose” e dovrebbero almeno suscitarci degli interrogativi. Dio preferirebbe i peccatori ai giusti? Allora a che scopo la Legge e i comandamenti? Sono proprio le domande inquietanti che ci conducono a scoprire, a volte, le risposte liberanti del Vangelo. La spiegazione della frase di Cristo è semplice. Gesù non è venuto a chiamare i giusti (come se esistessero giusti prima di lui e senza di lui), ma è venuto a fare i giusti. Scrive l’apostolo nella lettera ai Romani: «Non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue» (Romani, 3, 22-25).
Gesù non nega che esistesse prima di lui una certa giustizia, «la giustizia che deriva dall’osservanza della legge» (cfr. Filippesi, 3, 6); riconosce volentieri tale giustizia nei farisei, che continua, perciò, a chiamare, senza ironia, “i giusti”. Solo cerca di spiegare loro che questa giustizia non basta a salvare perché non può dare la vita. Doveva servire solo a fare «desiderare la grazia» e riconoscerla al momento della sua venuta. Fallito questo scopo, si trasforma in pseudo-giustizia, in giustizia che perde, anziché salvare. Fu il dramma degli oppositori di Cristo; di essi l’apostolo dice mestamente che «ignorando la giustizia di Dio, cercano di stabilire la propria» (Romani, 10, 3). Tutto questo lo vediamo già nella vita di Matteo. L’incontro con Cristo, da «pubblicano e peccatore» lo ha reso «giusto» e rendendolo giusto ha fatto di lui una persona nuova, un apostolo di Cristo. Se fosse rimasto un esattore delle tasse, Caravaggio (per nominare la più piccola delle sue glorie) non si sarebbe interessato di lui, il mondo non saprebbe neppure che è esistito un certo Matteo detto anche Levi.
Ci resta da chiarire un punto oscuro. Alla luce di quello che abbiamo detto, che significa la frase di Osea, ripresa da Cristo: «Voglio l’amore e non il sacrificio»? Forse che è inutile ogni sacrificio e mortificazione e che basta amare perché tutto sia a posto? Non manca chi interpreta proprio così e lo insegna agli altri. Di questo passo si può arrivare a rigettare tutto l’aspetto ascetico del cristianesimo, come residuo di una mentalità afflittiva o manichea, oggi superata.
Di nuovo, una domanda inquietante diventa occasione di una scoperta illuminante. Anzitutto c’è da notare un profondo cambiamento di prospettiva nel passaggio da Osea a Cristo. In Osea, il detto si riferisce all’uomo e a ciò che Dio vuole da lui. Dio vuole dall’uomo amore e conoscenza, non sacrifici esteriori e olocausti di animali. Sulla bocca di Gesù, il detto si riferisce invece a Dio. L’amore di cui si parla non è quello che Dio esige dall’uomo, ma quello che dà all’uomo. «Misericordia io voglio e non sacrificio», vuol dire: voglio usare misericordia, non condannare. Il suo equivalente biblico è la parola che si legge in Ezechiele: «Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva» (33, 11). Dio non vuole “sacrificare” la sua creatura, ma salvarla.
Con questa precisazione, si capisce meglio anche il detto di Osea. Dio non vuole il sacrificio “a tutti i costi”, come se si dilettasse nel vederci soffrire; non vuole neppure il sacrificio fatto per accampare diritti e meriti davanti a lui, o per malinteso senso del dovere. Vuole però il sacrificio che è richiesto dal suo amore e dall’osservanza dei comandamenti. «Non si vive in amore senza dolore», dice la Imitazione di Cristo (III, 5) e la stessa esperienza quotidiana lo conferma. Non c’è amore senza sacrificio. In questo senso, Paolo ci esorta a fare dell’intera nostra vita «un sacrificio vivente, santo e gradito a Dio» (Romani, 12, 1).
Sacrificio e misericordia sono entrambi cose buone, ma possono diventare l’uno e l’altra cose cattive, se mal ripartite. Sono cose buone, se (come ha fatto Cristo) si sceglie il sacrificio per sé e la misericordia per gli altri; diventano tutte e due cose cattive se si fa il contrario e si sceglie la misericordia per sé e il sacrificio per gli altri. Se si è indulgenti con se stessi e rigorosi con gli altri, pronti sempre a scusare noi stessi e spietati nel giudicare gli altri. Non abbiamo proprio nulla da rivedere, a questo riguardo, della nostra condotta?
Non possiamo concludere il commento della chiamata di Matteo senza dedicare un pensiero affettuoso riconoscente a questo evangelista che ci accompagna così spesso, con il suo Vangelo, nel corso dell’anno liturgico. Lo facciamo con alcuni versi a lui dedicati da Paul Claudel (il poeta dice di preferire per Matteo il simbolo del bue, anziché quello più tradizionale dell’uomo o dell’angelo): «È Matteo, il pubblicano, che ebbe per primo l’idea, conoscendo la forza di uno scritto, di fissare in nero sulla carta Gesù, ciò che esattamente aveva detto e i loro occhi avevano contemplato. Per questo, riprendendo lo strumento che serviva un tempo ai suoi calcoli, coscienzioso, sereno, imperturbabile come un bue, comincia ad arare il suo gran campo di carta bianca. Traccia un solco, torna a capo, ne inizia un altro, così che nulla sia omesso di quello che la memoria gli offre e il santo Spirito gli detta. Non per il suo tempo solamente, ma per tutta la Chiesa che verrà».
L'Osservatore Romano, 14-15 gennaio 2019 

Sacerdote para Tierra Santa... o para Arabia!

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El arzobispo Pizzaballa ordenó diácono a un joven español que ejercerá su ministerio en Israel y países cercanos


Fundación Tierra Santa
Sun, 16 Dec 2018 17:02:00

La histórica y estrecha relación que España tiene con Tierra Santa lo será si cabe un poco más a partir de ahora. Javier Martínez Alcalá, un joven de Zaragoza, el lugar en el que la Virgen María se apareció al Apóstol Santiago, dedicará su vida precisamente a servir a la tierra en la que nació Jesús y el propio hijo de Zebedeo.
El pasado fin de semana, en la víspera de la fiesta de la Inmaculada, este español fue ordenado diácono en la iglesia de los Doce Apóstoles de la Domus Galileae, la casa que el Camino Neocatecumenal tiene junto al Mar de Galilea, en Tierra Santa.
Sacerdote para Tierra Santa... o para Arabia
A partir de ahora Javier Martínez ejercerá como diácono antes de ser ordenado sacerdote para el Patriarcado Latino de Jerusalén, y llevará el Evangelio no sólo por Israel, sino también por los países vecinos como Jordania, donde ya ha pasado un año realizando una experiencia misionera.
La celebración fue presidida por el arzobispo Pierbattista Pizzaballa, administrador apostólico del Patriarcado Latino de Jerusalén, y junto a él estuvieron los distintos líderes de las comunidades religiosas de Galilea y Jaffa, Tarshiha y Kufar Yasif, donde este nuevo diácono completa su itinerario de formación en la fe.
Según informa el Patriarcado en una nota, el evento también se vio enriquecido por la celebración de la solemnidad de la Inmaculada Concepción de María, de particular importancia para el Camino Neocatecumenal, ya que ese mismo día su iniciador, Kiko Arguello, recibió hace más de medio siglo de parte de la Virgen la inspiración realizar comunidades cristianas como “la Sagrada Familia de Nazaret, que vivan en humildad, sencillez y alabanza, y donde el otro es Cristo". Este fue el germen de lo que hoy es una de las realidades eclesiales más pujantes de la Iglesia.
"El que te trajo aquí no te abandonará"
Pizzaballa se dirigió al nuevo diácono español: "En el día de tu ordenación diaconal, la liturgia te dice que estás aquí por la gracia de Dios, por su intervención (…). Seguramente hoy en tu corazón tendrás temores sobre tu futuro, pero esta Palabra te invita a confiar porque el que te trajo aquí no te abandonará”.
"¡Que seas un servidor de la Iglesia, que toda tu vida sea un servicio confiado a la Palabra de Dios, y puedas ser testigo de quién eres y de a quién perteneces!", le dijo el arzobispo a Javier.
"Estoy dispuesto a ir donde sea"
En una reciente entrevista con Religión en Libertad, Javier Martínez hablaba sobre la vocación que le acabó llevando a Tierra Santa. En el Seminario Redemptoris Mater de Galilea hay 34 seminaristas de 14 países, y candidatos no sólo de rito latino sino también maronitas y greco-melquitas.
Tras más de 8 años en Galilea su vida está ya aquí. “Quizás hubiera sido más fácil y más lógico estar en España pero los pensamientos de Dios no son los míos. Yo estoy dispuesto a ir donde sea”, aseguraba.
Además, es literalmente así. Javier ha convivido y convivirá con árabes cristianos, musulmanes y judíos, y explicaba que “me siento llamado a amar a todos, conociéndolos. Hacemos cursos del Corán para conocerlos mejor y estudiamos el hebreo, el judaísmo y sus fiestas, también. Pero sobre todo estamos con los árabes cristianos anunciando que la salvación para todo hombre sea cristiano, judío o musulmán es Cristo".
La alegría está en evangelizar
Esta misión de diaconado de momento le llevará por Israel, pero su misión futura puede estar en tierras del Islam. También en este seminario del Camino Neocatecumenal le han preparado para eso. Ya ha vivido una experiencia misionera en Jordania, pero también podría llegar un día, como otros compañeros suyos, que le toque ser misionero en Siria, Bahrein, Emiratos Arabes y quién sabe si algún día en Arabia Saudí.
“Me veo toda la vida aquí porque lo lleva Dios, no yo. Esto es lo que me da alegría, evangelizar, encomendando mi vida a Él”, explicaba Javier.
Publicado originariamente en Fundación Tierra Santa

venerdì 11 gennaio 2019

Text of the talks delivered by Fr. Raniero Cantalamessa to U.S. bishops.



Pope's preacher goes back to basics in talks to bishops 
NC Reporter 

Capuchin Fr. Raniero Cantalamessa, the official preacher of the papal household, delivers the homily to U.S. bishops during Mass Jan. 3 in the Chapel of the Immaculate Conception at Mundelein Seminary during the bishops' Jan. 2-8 retreat at the University of St. Mary of the Lake in Illinois, near Chicago. (CNS/Bob Roller)
Editor's note: The texts of the talks delivered by Capuchin Fr. Raniero Cantalamessa, preacher of the papal household, to the U.S. bishops during their Jan. 2-8 retreat at Mundelein Seminary, outside of Chicago, are available at this link.
Texts of the 11 talks delivered to the U.S. bishops who gathered for a week's retreat at Mundelein Seminary outside of Chicago show a heavy emphasis on traditional themes, a robust defense of celibacy, a severe criticism of attachment to money and an endorsement of new lay movements as a replacement for declining numbers of clerics.

Cantalamessa mentions the scandal for the first time in the second talk and says that while the clergy sex abuse scandals "rightly" overwhelm the church "we fail to see how much more gospel-like and humble the Church of Christ has become, how more free from worldly power." Indeed, the preacher would term this period the "'golden age' compared to past centuries when many bishops were more concerned about governing their territory than caring for the flock. In the past, to be a bishop was an honor; today it is a burden."
NCR obtained the texts, 84 single-spaced pages, and they can be seen in their entirety here. They were delivered during the Jan. 2-8 retreat by Capuchin Fr. Raniero Cantalamessa, preacher of the papal household.
The talks contain only passing reference to the sex abuse scandal that was the reason behind the unusual retreat, suggested by Pope Francis, and the omission was intentional.
"I am not going to talk about pedophilia or give advice about eventual solutions," Cantalamessa said at the outset. "That is not my task and I would not have the competence to do it. This is a time for taking a break, as the psalmist says 'away from the strife of tongues' (Ps 31:21), and to listen to the voice of the Lord of the Church. I am convinced that this approach is the only way to get to the root issues that the Church is facing, which are both different and deeper than the issues that usually come to mind." In fact, in one brief mention of the scandal, the preacher sees a positive result in the humbling of the church.
Cantalamessa begins with a fairly basic presentation on the need for a personal relationship with Jesus and prayer "as the indispensable means for cultivating a relationship with Jesus." In the talk he draws a distinction between the "'public Jesus who casts out demons, preaches the kingdom, works miracles, and is involved in controversies; and on the other hand, there's the 'private' Jesus who is almost hidden between the lines of the gospel. This latter Jesus is the praying Jesus."
He urged the bishops to "rethink … the relationship between prayer and action" moving "beyond juxtaposition to  subordination [italics in original]. Juxtaposition is when we pray first, and then we act. Subordination, on the other hand, is when we pray first and then do what emerges from our prayer!" He said the apostles and saints "prayed in order to know what to do," not just before doing something.
In the same talk he emphasized the importance of the relationship between bishops and priests, urging bishops to spend time with priests "even at the expense of other engagements."
In a later talk, he said he believed he was inspired to do a reflection on the agony of Jesus in the Garden of Gethsemane "because, due to the scandals of pedophilia, many bishops in the Catholic church, starting with the Bishop of Rome, are experiencing right now exactly what Jesus experienced in Gethsemane. As we have seen, the ultimate cause of his suffering in the Garden of Olives consisted in taking upon himself sins that he had not committed himself and in bearing responsibility for them in front of the Father. There is a redemptive and expiatory power in doing this."
In the third talk, "To Be With Christ Means to Share His Celibacy for the Kingdom," Cantalamessa equates celibacy with "a more radical way of sharing in his mission" that Jesus revealed to his disciples. "For Catholic clergy," he said, "this is no longer an option but an integral part of our vocation." At the same time, he said, "Whether because of all the fuss surrounding it, or the thought that perhaps one day — who knows? — church law might change, celibacy today is not experienced with a sense of serenity."

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U.S. bishops receive Communion during Mass in the Chapel of the Immaculate Conception at Mundelein Seminary Jan. 3 at the University of St. Mary of the Lake in Illinois, near Chicago. (CNS/Bob Roller)
Celibacy, he said, will always "be part of Christ's design." Even if mandatory celibacy is abolished, he said, "celibacy itself, that is, the possibility of choosing to follow Jesus in this radical and beautiful way, can never be eradicated." He labeled as false "the claim that celibacy as a state of life is contrary to nature and hinders people from fully being themselves. He claims that such a view, expounded by "founders of modern psychology, was based on a materialistic and atheistic view of the human being."
He revisited debates of the past about whether virginity-celibacy constituted a "more 'perfect' state than marriage. I believe that celibacy is not ontologically more perfect: each state of life is perfect for the person who is called to it. Virginity-celibacy is, however, eschatologically more advanced in the sense that it more clearly approximates the definitive state toward which we are all journeying. Saint Cyprian, a married bishop, wrote to the first Christian virgins, 'What we shall be, already you have begun to be.' " [Italics in the original.]
Throughout history, he writes, "the proclamation of the gospel and the church's mission have in large part rested on the shoulders" of men and women who have renounced marriage.
And yet he also states: "Since it is not of divine origin, mandatory celibacy for priests can, of course, be changed by the Church, if at a certain point she thought it necessary."
The discussion of celibacy led to discussion of love, carnal and otherwise, and the acknowledgment that priests were attracted "to the other sex" as well as "to someone of the same sex," a "delicate matter" he said he would "completely avoid" because it "requires a pastoral discernment far beyond my competence and the scope of a retreat."
He offered, however, that while some clerics attracted to the same sex believed "they are permitted or at least excused to act out accordingly," the law of celibacy also applied to them.
Sharing the poverty of Jesus, he said in talk four, doesn't mean giving up all earthy goods. "The Gospel never condemns earthly goods and riches in themselves," he said. "What Christ condemns is attachment to money and goods, trusting in them as if 'one's life depended on them.' "
For several pages, Cantalamessa uses severe language in condemning such attachment and he has especially harsh words for "the so called 'Prosperity gospel,' " which he termed a "total contradiction to the Gospel of Christ," a gospel that "far from being 'good news to the poor' becomes good news for the rich."
In one of his final talks, Cantalamessa said a contemporary challenge for the church is figuring out how to incorporate the ministry of lay people. "In various parts of the Christian world," he said, "the Parable of the Lost Sheep is being lived out in reverse: ninety-nine sheep have gone away and only one has remained in the sheepfold. The danger is that we spend all of our time nourishing the one remaining sheep and, due to the scarcity of clergy, don't have time to go out in search of the sheep who are lost."
His focus was not on incorporation of ordinary lay people but on "ecclesial movements" which, he said, have been the locus of many conversions "both of nonbelievers and of nominal Christians returning to the practice of the faith."
Ending with a reflection on the Resurrection, he said, "The Church is born of hope. If we intend to give new momentum to faith to empower it to conquer the world again in our age, we will need to rekindle hope. Nothing is possible without hope."
[Tom Roberts is NCR executive editor. His email address is troberts@ncronline.org.]

martedì 8 gennaio 2019

KIKO ARGUELLO COMPIE 80 ANNI!

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80 ANNI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
TANTISSIMI AUGURI KIKO ARGUELLO!!!
"Ti benedica il Signore
e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto
e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto
e ti conceda pace”.
Num. 6, 24s
*
The LORD bless you and keep you!
The LORD let his face shine upon you, and be gracious to you!
The LORD look upon you kindly and give you peace!
*
Que le Seigneur te bénisse et te protège.
Que le Seigneur illumine ton visage et montre sa grâce.
Que le Seigneur découvre son visage et t' accorde la paix.
*
Que el Señor te bendiga y te proteja.
Que el Señor haga brillar su rostro sobre ti y muestre su gracia.
Que el Señor te descubra su rostro y te conceda la paz.
*
Que o Senhor te abençoe e te proteja.
Que o Senhor brilhe em você e mostre sua graça.
Que o Senhor descubra seu rosto e lhe conceda a paz.
*
ليبارك الرب فيك ويحميك.
ليكن الرب يلمع وجهه عليك ويظهر نعمته.
نرجو أن يكتشف الرب وجهك وأن يمنحك السلام.

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Francisco José Gómez Argüello Wirtz, más conocido como Kiko Argüello, nació el 09 de Enero de 1939. 

Mensaje del Papa Francisco a Kiko Arguello a las vísperas de su cumpleaños: "Kiko, Dios te conceda la gracia de su Espíritu, para que te inspire siempre una palabra para la nueva evangelización. Pero sobre todo te de siempre la humildad en su servicio y la obediencia en su Espíritu. Nuestro Señor Jesucristo y su Amadísima Madre, Nuestra María Santísima te acompañen siempre en todo momento en esta tarea evangelizadora para anunciar el amor de Dios a todas las naciones". 

Kiko Arguello, en nombre de todos los hermanos y hermanas de las Comunidades Neocatecumenales de todo el mundo te deseamos desde ya un Feliz Cumpleaños, que Dios te bendiga siempre. Gracias Kiko porque Dios hace de ti un instrumento para darnos a conocer su amor a cada uno de nosotros. ¡Muchas Felicidades!

🎻Mirad que estupendo, gustad que alegría, el amor entre los hermanos🎸

🎉8️⃣0️⃣ Años Kiko, Ánimo🎊

venerdì 21 dicembre 2018

DIO NESSUNO LO HA MAI VISTO - TERZA PREDICA DI AVVENTO 2018

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di p. Raniero Cantalamessa ofmcapp.
21 DICEMBRE 2018
Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, il Dio vivente è la vivente Trinità, abbiamo detto l’ultima volta. Ma noi siamo nel tempo e Dio è nell’eternità. Come superare questa “infinita distanza qualitativa”? Come gettare un ponte su un tale abisso infinito? La risposta è nella solennità del Natale che ci apprestiamo a celebrare: “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”.
Tra noi e Dio – ha scritto il grande teologo bizantino Nicola Cabasilas- si ergevano tre muri di separazione: quello della natura perché Dio è spirito e noi siamo carne, quello del peccato, quello della morte. Il primo di questi muri è stato abbattuto nell’incarnazione, quando natura umana e natura divina si sono unite nella persona di Cristo; il muro del peccato è stato abbattuto sulla croce, e il muro della morte nella risurrezione . Gesù Cristo è ormai il luogo definitivo dell’ incontro tra il Dio vivente e l’uomo vivente. In lui, il Dio lontano si è fatto vicino, è divenuto l’Emmanuele, il Dio-con-noi.
Il cammino di ricerca del Dio vivente che abbiamo intrapreso in questo Avvento ha avuto un precedente illustre: “L’itinerario della mente a Dio” (Itinerarium mentis in Deum) di san Bonaventura. Dopo aver passato in rassegna i vari mezzi che abbiamo per elevarci alla conoscenza del Dio vivente e i “luoghi” dove possiamo incontrarlo, san Bonaventura giunge alla conclusione che il mezzo definitivo, infallibile e sufficiente è la persona di Gesú Cristo. Così termina infatti il suo trattato:
Orbene: all’anima non rimane che andare al di là di tutto questo con la contemplazione, e passar oltre il mondo sensibile, non solo, ma persino oltre se stessa. In questo passaggio Cristo è via e porta; Cristo è scala e veicolo come propiziatorio posto sopra l’arca di Dio e sacramento nascosto nei secoli.
Il filosofo Blaise Pascal, nel suo famoso Memoriale, giunge alla stessa conclusione: il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe “lo si trova soltanto per le vie insegnate dal Vangelo”. Il motivo di ciò è semplice: Gesú Cristo è “il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16). La Lettera agli Ebrei fonda su questo la novità del Nuovo Testamento:
“Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo” (Ebr 1, 1-2).
Il Dio vivente non ci parla più per interposta persona, ma di persona perché il Figlio “è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Ebr 1,3). La grande novità è che ora non è più l’uomo che, “a tentoni” (Atti 17, 27), va alla ricerca del Dio vivente; è il Dio vivente che scende alla ricerca dell’uomo, fino a dimorare nel suo stesso cuore. È lì che d’ora in poi lo si può incontrare e adorare in spirito e verità: “Se uno mi ama, dice Gesú, osserva la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).
“Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”
Chi ha fatto di questa verità –cioè che Gesú Cristo è il supremo rivelatore del Dio vivente e il “luogo” dove si entra in contatto con lui – il cuore del suo vangelo è Giovanni. Ci affidiamo a lui perché ci aiuti a fare della ricerca del Dio vivente qualcosa di più che una semplice “ricerca”, ma una “esperienza” di lui, ad averne non solo la conoscenza, ma un vivo “sentimento”.
Per non perdere la forza e immediatezza della sua testimonianza ispirata, evitiamo di imporre ai testi qualsiasi cornice interpretativa. Passiamo semplicemente in rassegna le parole più esplicite nelle quali è Gesú stesso che si presenta come il definitivo rivelatore di Dio. Ognuna di queste parole è capace, da sola, di portarci sull’orlo del mistero e farci affacciare su un orizzonte infinito.
Partiamo da Giovanni 1, 18: “Dio, nessuno lo ha mai visto:il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre,è lui che lo ha rivelato”. Per comprendere il senso di queste parole, bisogna rifarsi a tutta la tradizione biblica sul Dio che non si può vedere senza morire. Basta leggere Esodo 33, 18-20: “Gli disse (Mosè): «Mostrami la tua gloria!». Rispose: «Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia». Soggiunse: «Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo».
C’è un tale abisso tra la santità di Dio e l’indegnità dell’uomo che questi dovrebbe morire vedendo Dio o soltanto udendo la sua voce. Perciò Mosè (Es 3,69) e anche i serafini (Is. 6, 2) si velano la faccia davanti a Dio. Restando in vita, dopo aver visto Dio, si prova una sorpresa riconoscente (Gen 32, 31). E’ un raro favore che Dio concede a Mosè (Es 33,11) ed Elia (1 Re 19,11 s.), i due personaggi che saranno significativamente ammessi a contemplare la gloria di Cristo sul Tabor.
In Giovanni 10,30 leggiamo l’affermazione forse più carica di mistero di tutto il Nuovo Testamento: “Io e il Padre siamo una cosa sola”. Gesú Cristo non è solo il rivelatore del Dio vivente: è lui stesso il Dio vivente! Il rivelatore e rivelazione sono la stessa persona. Da questa affermazione la riflessione della Chiesa partirà per arrivare alla piena ed esplicita fede nel dogma trinitario. Quello che noi traduciano con l’espressione “una cosa sola” è un sostantivo neutro (hen in greco, unum in latino): “Ego et Pater unum sumus”. Se Gesú avesse usato il maschile eis, unus si sarebbe dovuto pensare che Padre e Figlio sono una sola persona e la dottrina della Trinità sarebbe esclusa alla radice. Dicendo “unum”, una cosa sola, i Padri ne dedurranno giustamente che Padre e Figlio (e, come si affermerà più tardi, lo Spirito Santo) sono una stessa natura, ma non una sola persona.
Passiamo a un altro testo. Siamo nel cenacolo. Gesù ha appena detto: “Del luogo dove io vado, voi conoscete la via”; Tommaso obbietta: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. Gesù risponde: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Gv 14, 4-6). Qui dobbiamo soffermarci un po’ più a lungo. “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”: lette nel contesto attuale del dialogo interreligioso, queste parole pongono un interrogativo che non possiamo passare sotto silenzio. Che pensare di tutta quella parte dell’umanità che non conosce Cristo e il suo Vangelo? Nessuno di essi va al Padre? Sono essi esclusi dalla mediazione di Cristo e quindi dalla salvezza?
Una cosa è certa e da essa deve partire ogni teologia cristiana delle religioni: Cristo ha dato la sua vita “in riscatto” e per amore di tutti gli uomini, perché tutti sono creature del Padre suo e suoi fratelli. Non ha fatto distinzioni. La sua offerta di salvezza è universale. “Quando sarò innalzato da terra (sulla croce!), attirerò tutti a me” (Gv 12, 32); “Non c’è altro nome dato agli uomini in cui è stabilito che siano salvati”, proclama Pietro davanti al Sinedrio (Atti 4, 12).
Cristo è il Salvatore del mondo” (Gv 4,42). Salvatore del mondo, non di una parte di esso! L’anno scorso, è stato venduto all’asta a New York per la cifra record di oltre 400 milioni dollari un ritratto di Cristo attribuito a Leonardo da Vinci che porta il titolo di “Salvator mundi”. Non si è certi che il dipinto sia proprio di Leonardo, ma non si può dubitare della verità del titolo.
Alcuni, pur professandosi credenti cristiani, non riescono anche oggi ad ammettere che un fatto storico particolare, come è la morte e risurrezione di Cristo, possa aver cambiato la situazione dell’intera umanità di fronte a Dio. Sostituiscono perciò l’evento storico con una principio universale “impersonale”, riproponendo l’antico cammino della gnosi. Essi dovrebbero porsi, credo, un’altra domanda, e cioè se credono davvero nel mistero con cui l’intero cristianesimo sta o cade: l’incarnazione del Verbo e la divinità di Cristo. Una volta ammessa questa, non appare più assurdo per la ragione che un atto particolare possa avere una portata universale. Sarebbe strano piuttosto pensare il contrario.
Il torto più grande, nel sottrargli tanta parte dell’umanità, non lo si fa a Cristo o alla Chiesa, ma a quell’umanità stessa. Non è possibile partire dall’affermazione che “Cristo è la suprema, definitiva e normativa proposta di salvezza fatta da Dio al mondo”, senza con ciò stesso riconoscere a tutti gli uomini il diritto di beneficiare di questa salvezza?
“Ma è realistico –ci si chiede – continuare a credere in una misteriosa presenza e influenza di Cristo in religioni che esistono da prima di lui e che non sentono alcun bisogno, dopo venti secoli, di accogliere il suo vangelo ?” C’è, nella Bibbia, un dato che può aiutarci a dare una risposta a questa obbiezione: l’umiltà di Dio, il nascondimento di Dio. “Tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele salvatore”: Vere tu es Deus absconditus (Is 45,15, Volgata). Dio è umile nel creare. Non mette la sua etichetta su tutto, come fanno gli uomini. Nelle creature non sta scritto che sono fatte da Dio. È lasciato ad esse di scoprirlo.
Quanto tempo ci è voluto perché l’uomo riconoscesse a chi doveva l’essere, chi aveva creato per lui il cielo e la terra? Quanto ce ne vorrà ancora prima che tutti arrivino a riconoscerlo? Cessa, per questo, Dio di essere lui il creatore di tutto? Cessa di riscaldare con il suo sole chi lo conosce e chi non lo conosce? Avviene lo stesso nella redenzione. Dio è umile nel creare ed è umile nel salvare. Cristo è più preoccupato che tutti gli uomini siano salvi, che non che sappiano chi è il loro Salvatore. Questo lo scopriranno appena varcheranno la soglia dell’eternità.
Più che della salvezza di coloro che non hanno conosciuto Cristo, ci sarebbe da preoccuparsi, credo, della salvezza di quelli che l’hanno conosciuto, se vivono come se non fosse mai esistito, dimentichi del tutto del loro battesimo, estranei alla Chiesa e a ogni pratica religiosa. Quanto alla salvezza dei primi, la Scrittura ci assicura che “Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (At 10,34-35).
Il Paraclito guiderà alla verità tutt’intera
Parlando del ruolo di Cristo nei confronti delle persone che vivono fuori della Chiesa, il concilio Vaticano II afferma che “lo Spirito Santo, in un modo conosciuto solo da Dio, dà a ogni persona la possibilità di entrare in contatto con il mistero pasquale di Cristo”, cioè con la sua opera redentrice (Gaudium et spes, 22.). Siamo giunti così all’ultima tappa del nostro cammino, lo Spirito Santo. Al termine della sua vita terrena Gesú diceva:
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. (Gv 16, 12-15).
Nello Spirito Santo è ancora Gesù che continua a rivelarci il Padre, perché lo Spirito Santo è ormai lo Spirito del Risorto, lo Spirito che continua e applica l’opera del Gesù terreno.
San Gregorio Nisseno ha scritto: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il Dio vivente, ma il suo cadavere” . E’ Gesù stesso che spiega la ragione di ciò. “E’ lo Spirito -dice- che dà la vita, la carne non giova a nulla” (Gv 6, 63). Applicato al nostro caso, ciò significa: è lo Spirito che dà la vita all’idea di Dio e alla ricerca su di lui. La ragione umana, segnata com’è dal peccato, da sola, non basta. L’uomo che si accinge a parlare di Dio, a qualsiasi titolo, se è un credente, deve ricordare che “i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere, se non lo Spirito di Dio (1 Cor 2,11). E’ significativo il modo con cui san Bonaventura conclude il suo Itinerario della mente a Dio.
“Questo dono, scrive, è un fatto mistico e segreto che non conosce se non chi lo riceve in dono; non lo riceve se non chi lo desidera, e non lo desidera se non colui che nell’intimo del suo cuore è infiammato dal fuoco dello Spirito Santo, mandato da Cristo sulla terra”.
Lo Spirito Santo è il vero “ambiente vitale”, il Sitzt im Leben, in cui nasce e si sviluppa ogni autentica teologia cristiana; è quello spazio invisibile in cui è possibile avvertire il passaggio di Dio. Questo è vero anche nei confronti di Cristo. L’espressione paolina “nello Spirito Santo” indica quell’ambito misterioso in cui, dopo la sua risurrezione, si può entrare in contatto con Cristo e sperimentarne l’azione santificatrice. Gesù, concepito da Maria “per opera dello Spirito Santo”, continua a essere concepito dall’anima credente allo stesso modo, cioè per opera dello stesso Spirito Santo
Il grande arco voltaico tra Dio e l’uomo non si chiude, dunque, e l’improvviso lampo di luce non si produce se non dentro questo speciale “campo magnetico” che è costituito dallo Spirito del Dio vivente. E’ lui che crea nell’intimo dell’uomo quello stato di grazia per cui un giorno si ha la grande “illuminazione”: si scopre che Dio esiste, è reale, fino ad averne “il fiato mozzo”.
A chi cercasse Dio altrove, solo tra le pagine dei libri o tra i ragionamenti umani, bisognerebbe ripetere ciò che l’angelo disse alle donne: “Perché cercate tra i morti colui che è vivente?” (Lc 24, 5). Dallo Spirito Santo -scrive san Basilio – dipende “la familiarità con Dio” . Dipende, cioè, se Dio ci è familiare o invece estraneo, se siamo sensibili, o invece allergici alla sua realtà.
Il rimedio è dunque ritrovare un contatto sempre più pieno con la realtà, anzi con la persona, dello Spirito Santo. Non contentarci neppure di una rinnovata Pneumatologia, cioè di una teologia dello Spirito, ma aspirare a fare di lui anche una esperienza personale. Milioni di cristiani del nostro tempo hanno fatto una esperienza forte della novella Pentecoste auspicata da san Giovanni XXIII. Ecco come uno di quelli che per primi, nella Chiesa cattolica, fecero questa esperienza, ne descriveva a caldo gli effetti a un amico:
“La nostra fede è diventata viva; il nostro credere è diventato una sorta di conoscere. Improvvisamente, il soprannaturale è diventato più reale del naturale. Gesù è una persona viva per noi. La preghiera e i sacramenti sono diventati veramente il nostro pane quotidiano, e non delle generiche pie pratiche. Un amore per le Scritture che io non avrei mai creduto possibile, una trasformazione delle nostre relazioni con gli altri, un bisogno e una forza di testimoniare al di là di ogni aspettativa: tutto ciò è diventato parte della nostra vita. L’esperienza iniziale del battesimo dello Spirito non ci ha dato particolare emozione esteriore, ma la vita è diventata soffusa di calma, di fiducia, gioia e pace” .
“E il Verbo si è fatto carne”
Siamo giunti così al termine del nostro piccolo “itinerario della mente a Dio”.Un meditazione sul ruolo di Cristo rivelatore unico del Dio vivente non può concludersi in modo più degno che con il Prologo dello stesso evangelista Giovanni che ci ha accompagnato fin qui. Non come un brano di vangelo da commentare – questo lo faremo il giorno di Natale -, ma come un inno di lode che sgorga ora dal nostro cuore a gloria della Santissima Trinità. Che una porzione così rappresentativa della Chiesa, in un luogo come questo, proclami la sua assoluta fede in Cristo Figlio di Dio e luce del mondo riveste un valore salvifico. Su un atto di fede come questo Cristo ha fondato la sua Chiesa e ha promesso che “ le potenze degli inferi non prevarranno contro di essa”. Lo recitiamo insieme in piedi e lentamente con il cuore colmo di stupore e gratitudine:
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta […].
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità […].
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.
Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, grazie dell’ascolto e Buon Natale!
1.Nicholas Cabasilas, Vita in Cristo, III, 3.
2.S. Gregorio Nisseno, De eo qui sit ad imaginem Dei (PG 44, 1340).
3.S. Basilio, De Spiritu Sancto, 19,49 (PG 32, 157).
4.Testimonianza riportata in Patti Gallagher Mansfield, As by a New Pentecost, Amor Deus Publishing, Phoenix. AZ, 2016, p. 55.

mercoledì 19 dicembre 2018

Kiko Arguello: Catechesi su Sansone

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Rubens, "Sansone e Dalila"

La prima lettura di oggi, 19 novembre, ci parla di Sansone...

Sansone era un nazireo, consacrato a Dio fin dal seno materno. Sua madre è sterile e riceve la visita di un angelo che le profetizza: 

«Ecco, tu sei sterile e non hai avuto figli, ma concepirai e partorirai un figlio. Ora guardati dal bere vino o bevanda inebriante e non mangiare nulla d’impuro. Poiché, ecco, tu concepirai e partorirai un figlio sulla cui testa non passerà rasoio, perché il fanciullo sarà un nazireo di Dio fin dal seno materno; egli comincerà a salvare Israele dalle mani dei Filistei». 

Sansone nasce ed ha una forza sovrumana, che gli viene dalla sua unione con Dio, dalla sua consacrazione a Dio. Tale unione è rappresentata dai lunghi capelli, il voto di nazireato comportava il non tagliarsi i capelli. Sansone portava i capelli lunghi; la sua testa non aveva mai conosciuto il rasoio; portava i capelli legati in sette grosse trecce. I Padri della Chiesa dicono che quelle sette trecce sono immagine dei 7 sacramenti attraverso i quali viene al cristiano la consacrazione divina.


Sansone distrugge i nemici di Israele, i filistei; ma ha un grosso difetto: gli piacciono le donne e si lascia trascinare dalla lussuria. Frequenta le prostitute, poi si innamora di una donna filistea chiamata Dalila. Questa è usata dai filistei per scoprire da dove viene a Sansone quella forza che nessuno può contenere. Sansone confessa a Dalila che la sua forza gli viene dalla sua consacrazione a Dio, della quale sono segno le sue trecce; e che basterebbe tagliargli i capelli e resterebbe senza forza, cioè che basterebbe staccarlo da Dio, tagliare il suo rapporto con Dio e resterebbe un uomo qualunque. Questo è un'immagine del peccato.

Allora vengono i filistei e tagliano i capelli a Sansone, che resta senza forza. E la prima cosa che fanno i filistei (immagine dei demoni) con Sansone è cavargli gli occhi. Dicono i Padri: "Perchè i due occhi? Perchè non uno soltanto? Perchè un occhio è per vedere l'amore di Dio e l'altro è per vedere l'amore agli uomini". Quando l'uomo uccide la comunione con Dio, la vita divina in sè, il peccato di morte lo lascia cieco dei due occhi: quello per vedere l'amore di Dio e quello per vedere l'amore agli uomini. Chi è in peccato di morte, è in crisi e non vede più da nessuna parte nella sua vita nè l'amore di Dio nè l'amore degli uomini.

Questa è la conseguenza del peccato, secondo la catechesi dei Padri della Chiesa. Sansone, dopo essere stato accecato, viene incatenato con catene di rame ed è obbligato a girare la macina del mulino della prigione. Colui che pecca mortalmente, che si separa da Dio, che uccide la vita divina in sè, non solo resta cieco, ma è incatenato al peccato e resta viziato, resta come condannato a peccare ancora, a girare e girare nel peccato, a peccare e tornare a peccare. Non può uscire da questa situazione da se stesso.

Mentre Sansone si trova in quella situazione di miseria terribile, cieco e condannato a far girare la macina (simbolo del vizio), cominciano a crescergli di nuovo i capelli (simbolo della conversione) e comincia a tornargli di nuovo la forza del Signore. DIO INFATTI NON ABBANDONA NESSUNO IN QUESTA CONDIZIONE DI MISERIA, DI PECCATO, DI SCHIAVITU' E DI CECITA'. I filistei si radunano per celebrare una festa in onore di Dagon, il loro dio, e portano Sansone in mezzo a tutti per farli divertire. Sansone viene condotto da un bambino nel luogo pieno di filistei. Dicono i Padri: "Perchè Sansone  è condotto da un bambino?". Perchè i bambini sono immagine dell'umiltà, e soltanto l'umiltà ci può salvare dal peccato!".

Allora Sansone dice al bambino che lo conduce: "Fammi solo toccare le colonne sulle quali posa la casa, così che possa appoggiarmi ad esse". Sansone si appoggia alle due colonne, si curva con tutta la forza e la casa rovina addosso ai filistei e a tutto il popolo che vi è dentro. Così furono piu' i morti che Sansone causò con la sua morte di quanti ne aveva uccisi in vita. Di che cosa sono immagine le due colonne, appoggiato alle quali Sansone uccide tutti i nemici? Dei due bracci della Croce! Gesù Cristo, con la sua morte in croce, estendendo le braccia sulla croce, ha distrutto tutti i nostri nemici. Questa è la teologia semplice della Scrittura.

Chi ha conosciuto il peccato di morte, ha conosciuto la cecità e non vede piu', nei fatti, nella sua storia, nè l'amore di Dio nè l'amore ai suoi figli, nè l'amore al marito, nè alla moglie, nè a nessuno! La sua vita è condannata a girare e rigirare nel peccato, nel vizio, nella routine!

(Testo tratto da: Kiko Arguello, "Direttorio Catechetico del Cammino Neocatecumenale", vol. 12, Elezione, prima parte)