sabato 6 febbraio 2016

ENZO BIANCHI: «L'ECUMENISMO CONCRETO DEL PAPA»



Il priore della comunità monastica di Bose fa il punto sul cammino ecumenico delle Chiese cristiane in vista dell'incontro tra il Santo Padre e il Patriarca di Mosca, il primo nella storia.


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di Enzo Bianchi
E' importante innanzitutto perché è storico. E' la prima volta che accade dopo secoli di incomprensioni, di lotte, di sangue. E' importante, poi,  perché avviene in obbedienza all'Evangelo di Cristo, in un contesto in cui Roma e Mosca sollecitano preghiere al Signore che ha supplicato i suoi discepoli di cercare, vivere, custodire l'unità, che solo in Dio trova compimento e sigillo.Ed è importante infine perché diventa modello da seguire: è frutto di un dialogo perseguito con santa testardaggine ed accettato con evangelica umiltà. 

Già Roncalli e Montini sognavano in cuor loro di poter arrivare a un abbraccio fraterno con il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie. Con Giovanni XXIII e Paolo VI, però, i tempi non erano maturi. C'era la Guerra fredda. Il mondo era diviso in due. Un Muro attraversava l'Europa.  Montini abbracciò il Patriarca Atenagora: Roma e Costantinopoli tornarono a parlarsi. Ma Mosca rimaneva ancora fredda. E distante. Giovanni Paolo II andò a un passo dal grande evento: attorno al 2000 sembrava possibile un incontro in terreno neutro, nel monastero benedettino ungherese di Pannonhalma. Prevalsero i timori e le remore. Un Papa polacco non era particolarmente amato in Russia. E poi c'era l'irrisolto problema dei cattolici di rito bizantino, presenti in particolar modo in Ucraina, ovvero dei cristiani che dalla separazione conseguente allo scisma d’Oriente erano tornati a unirsi a Roma.


Con Joseph Ratzinger è come se si fosse trattenuto il respiro. Bergoglio ci ha messo del suo. Una convinzione testarda, in primo luogo. Non ha dato tregua a Kirill. Pochi mesi fa è tornato a bussare alla sua porta: ci vediamo quando vuoi, dove vuoi, come vuoi. Così sarà. L'incontro è  frutto dell'ecumenismo concreto di  Francesco che si nutre, sì, di profondità evangelica, ma che non usa l'affidamento allo Spirito come alibi per non muovere un passo , qui, sulla terra. 

Il fatto che l'incontro tra il Papa e il Patriarca avvenga ben prima dell'annunciato Concilio panortodosso non legittima l'ipotesi che Mosca voglia ipotecare la leadership  del cammino delle chiese d'Oriente.  Temi e modalità d'incontro sono stati concordati. All'abbraccio tra il Papa di Roma e il Patriarca di Costantinopoli si aggiungerà quello tra il Papa e il Patriarca di Mosca. Non può che far del bene all'intera cristianità. Un passo avanti. Per tutti.

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Il Papa e Kirill La prima volta nella storia
di Massimo Introvigne
Il 5 febbraio 2016 la Santa Sede ha annunciato che, per la prima volta nella storia, il 12 febbraio un Pontefice incontrerà un Patriarca di Mosca. Papa Francesco incontrerà il Patriarca Kirill a Cuba. Al termine del colloquio ai due si unirà il presidente cubano Raul Castro. La Santa Sede ha pure annunciato che è prevista la firma di una dichiarazione comune e che «il patriarca ecumenico Bartolomeo I, informato del prossimo incontro tra il Papa e il patriarca di Mosca Kirill, ha manifestato la sua soddisfazione e gioia per questo abbraccio tra il capo della Chiesa cattolica e quello della comunità ortodossa più numerosa del mondo». 
L'annuncio dell'incontro segue di pochi giorni l'altro secondo cui il Concilio Panortodosso, cioè la riunione di tutti i patriarchi delle Chiese Ortodosse, atteso da mille anni, si terrà effettivamente nel prossimo mese di giugno, non a Istanbul, dov'era stato originariamente previsto, ma a Creta. La sede di Istanbul era, infatti, diventata sgradita alla Chiesa Ortodossa Russa a causa delle tensioni politiche fra Russia e Turchia. I due avvenimenti - l'incontro fra Francesco e Kirill e il Concilio panortodosso - hanno entrambi una portata storica. Sembra che processi in corso da decenni, se non da secoli, abbiano subito un'improvvisa accelerazione. In realtà, come ha rivelato in diverse interviste e colloqui, Francesco pensa a un'accelerazione dell'ecumenismo verso gli ortodossi fin dai primi minuti del suo pontificato: quando, nel primo saluto ai fedeli, decise di presentarsi come «vescovo di Roma» piuttosto che come “Papa”. 
Certo, per i cattolici il vescovo di Roma è il Papa della Chiesa universale, ma la scelta della formula a loro più gradita non sfuggì agli ortodossi. Così come non sono sfuggiti gli accenni alla sinodalità e la ripresa della formula di San Giovanni Paolo II secondo cui la dottrina del primato del Vescovo di Roma rimane ferma, ma la Chiesa Cattolica è disponibile a studiare nuove forme di esercizio di tale primato. Come ebbe a rilevare Benedetto XVI, dal punto di vista teologico le divergenze fra cattolici e ortodossi non sono difficili da appianare. I problemi sono culturali e politici. Secoli di separazione hanno ingenerato un persistente anti-cattolicesimo in alcuni ambienti ortodossi, e le Chiese ortodosse sono spesso legate a filo doppio al potere politico locale, che diffida della libertà che esse potrebbero acquisire avvicinandosi a Roma.
La battuta di alcuni specialisti dell'ortodossia secondo cui la riunificazione della Chiesa di Mosca con Roma dipende meno da Kirill che da Putin è paradossale, ma non priva di una sua base nella realtà. E Francesco ha dovuto verosimilmente fare appello a tutte le risorse della diplomazia vaticana per non urtare, incontrando Kirill, la sensibilità del Patriarca Ecumenico Bartolomeo I, che ha meno seguaci nel mondo del suo collega di Mosca ma ha titoli storici non meno autorevoli di lui per presentarsi come la voce principale dell'Ortodossia. Le Chiese Ortodosse litigano spesso fra loro, e il Concilio di Creta sarà un altro passaggio delicatissimo.
Non è un caso che Francesco incontri Kirill a Cuba. La scelta della sede contiene due messaggi. Ilprimo è una rassicurazione a Putin. Benché la Russia non sia più comunista, i legami con Cuba non si sono interrotti. Raul Castro resta un alleato dei russi, e la sua presenza è un segnale al Cremlino. Il secondo messaggio, più delicato e forse discutibile, è che è in corso una nuova ostpolitik. Pur di riavvicinarsi al Patriarcato di Mosca e coltivare il sogno di una riunificazione con gli Ortodossi, Papa Francesco è disposto a tacere sulle questioni che riguardano i diritti umani non solo nella Cuba alleata di Putin, ma anche in Russia, in Crimea e nell'Est dell'Ucraina, pur lasciando che i vescovi cattolici locali protestino a gran voce.
La scelta non riguarda solo l'ecumenismo. Francesco pensa che con gli ortodossi russi la Chiesa cattolica abbia in comune due grandi battaglie, da privilegiare su altri elementi: quella per la difesa dei cristiani perseguitati, in particolare contro l'ultra-fondamentalismo islamico, è quella contro il relativismo e le «colonizzazioni ideologiche» del gender. Su questi fronti, otto anni di presidenza Obama - e la prospettiva di una presidenza Hillary Clinton, che sarebbe perfino peggiore - hanno convinto molti nella Santa Sede che conviene guardare alla Russia piuttosto che agli Stati Uniti. Certo, è un rovesciamento spettacolare di priorità e di prospettive. Francesco non guarda solo alla Russia, ma anche alla Cina. Ha scelto come segretario di Stato un grande esperto di cose cinesi come il cardinale Parolin. Nel recente messaggio al popolo cinese non ha menzionato direttamente i diritti umani, mentre filtrano voci secondo cui un accordo tra la Santa Sede e la Cina starebbe diventando una possibilità concreta e il governo di Pechino, mentre deve fronteggiare la crisi economica, starebbe pensando a sedare un'altra ragione di malcontento popolare concedendo più libertà religiosa. 

La formula “vescovo di Roma” piace anche alla Cina, la cui legge per ora non ammette l'esistenza legale di organizzazioni religiose che dipendano direttamente da autorità non cinesi. Ogni ostpolitik, la storia lo insegna, è pericolosa. Solleva questioni morali quanto alle violazioni dei diritti umani non denunciate, e l'esito non è mai garantito. Ma sui cristiani perseguitati dall'islam radicale e sul gender molti in Vaticano pensano di trovare più facilmente sponde in Russia e perfino in Cina che negli Stati Uniti o nell'Unione Europea. Nello stesso tempo, Francesco vuole che il suo pontificato sia ricordato per passi concreti verso il ritorno all'ovile dei fratelli separati. È difficile che questo riguardi i protestanti, anche se l'annunciata visita agli evangelici svedesi per il centenario di Lutero manda un segnale ai meno lontani fra tutti loro, i luterani più conservatori. Ma è possibile che qualche cosa si muova con gli ortodossi e con la Chiesa patriottica cinese, quella con i vescovi nominati dal regime che la Santa Sede ha sempre considerato scismatica. E - anche se il problema riguarda un numero minore di fedeli - recenti dichiarazioni del superiore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, monsignor Bernard Fellay, parlano di un «sorprendente» e costante interesse di Papa Francesco per chiudere, se possibile, anche questa partita.