Giubileo e confessione. Meglio abbondare
(Mario Grech, Vescovo di Gozo) Quando l’uomo decide di avvicinarsi al confessionale per “vuotare il sacco” ed è lacerato dal mistero del male e probabilmente avrà subito un travaglio interiore per aprirsi al sacerdote, noi dobbiamo stare molto attenti a non allontanare e cacciare nessuno. Noi sacerdoti non siamo “proprietari del sacramento” ma fedeli servitori del perdono di Dio. Siamo chiamati a essere nel confessionale un segno concreto della continuità dell’amore divino che perdona e salva. Uno scrittore italiano, Sandro Veronesi, racconta come nell’anno 2000, nel giorno del giubileo della gioventù, era presente lì al Circo Massimo dove si svolgevano le confessioni.
In quell’occasione, diceva, gli è venuta la voglia di andare a confessarsi. Era da trent’anni che non andava in chiesa, da quando aveva fatto la cresima. Dopo un po’ di tentennamento, alla fine ha deciso di avvicinarsi. Ha saltato il recinto e si è messo in cammino verso uno dei confessori. Un tale, che era responsabile dell’organizzazione sul posto, gli si avvicinò e lo fermò perché non aveva il pass. «Così — ricorda Veronesi — sfumò il mio rientro nel cattolicesimo». Mi auguro che non ci siano troppi Veronesi oggi. Di recente sono rimasto male quando un parroco mi ha raccontato che una persona era andata da lui piangendo perché precedentemente era andata da un altro sacerdote, il quale con la sua rigidità, le aveva rifiutato l’assoluzione. Per favore, mi raccomando, perché lì dove sta un cuore pentito, assetato dell’abbraccio di Dio misericordioso, non bisogna rifiutare a nessuno il perdono. Per quanto riguarda la misericordia, melius abundare quam deficere. È proprio il Papa Francesco che nella bolla di indizione per l’anno santo indica che è urgente ridare la priorità a questo sacramento. «Tante persone si stanno riavvicinando al sacramento della Riconciliazione e tra questi molti giovani, che in tale esperienza ritrovano spesso il cammino per ritornare al Signore, per vivere un momento di intensa preghiera e riscoprire il senso della propria vita. Poniamo di nuovo al centro con convinzione il sacramento della Riconciliazione, perché permette di toccare con mano la grandezza della misericordia. Sarà per ogni penitente fonte di vera pace interiore» (Misericordiae vultus, 17). Ha molto da dirci il fatto che, per desiderio del Papa, in questi giorni vengano esposte le spoglie di due grandi confessori: san Pio da Pietrelcina e san Leopoldo Mandić, che sono i patroni di quest’anno giubilare. Padre Leopoldo viene chiamato «icona della misericordia divina», invece padre Pio diceva che «se i confessori confessano come si dovrebbe, i cristiani sarebbero propriamente come dovrebbero essere». Si capisce il perché il Papa ci dice: «Poniamo di nuovo al centro con convinzione il sacramento della Riconciliazione». Questo è un invito ai cristiani che per vari motivi hanno trascurato questo sacramento; ma è anche un appello a noi sacerdoti che potremmo essere causa di allontanamento dei penitenti da questo sacramento. Come osservò una volta Papa Benedetto XVI, molte persone non cercano più il confessionale perché, quando lo hanno fatto, non hanno trovato chi li ascoltasse. Se non abbiamo tempo per restare al confessionale; se neppure ci impegniamo ad avere un luogo adatto e decente per la celebrazione di questo sacramento nelle nostre chiese, o manca la pazienza di confessare in confessionale; se non prestiamo attenzione ai segni liturgici che ci aiutano a capire meglio la grazia che viene conferita (la stola da indossare); se confessiamo sempre di fretta, in modo, direi, meccanico e abitudinario; se siamo troppo formali, legalisti e impersonali; se abbiamo fatto della confessione un interrogatorio giudiziale e «una sala di tortura» (Evangelii gaudium, 44): se abbiamo ridotto la confessione a una sessione di consultorio psicologico e lo abbiamo svuotato da tutta la sua sacralità; se usiamo della confessione per altri motivi fuori del sacramento, per non dire in odore di simonia; se abbiamo usato la confessione in quanto mezzo di potere e di più — tutti questi fattori fanno venire meno la fiducia del penitente nel sacerdote e anche nello stesso sacramento. Se vogliamo che questo sacramento dia i frutti desiderati, è nostro dovere come presbiteri vedere che la coscienza dell’uomo di oggi è imperniata non su un contenuto moralistico ma sulla persona di Gesù Cristo. È un dato di fatto che dal concilio di Trento fino a oggi, la Chiesa ha continuato a celebrare questo sacramento nello stesso modo. Il teologo Giovanni Del Missier dice che se un cristiano cattolico del XVII secolo fosse qui da noi oggi, troverebbe grosse difficoltà per riconoscere e celebrare gli altri sei sacramenti, incluso quello dell’Eucaristia, ma non il sacramento della penitenza. Più di cinquanta anni fa (1963), il concilio Vaticano II aveva già espresso la necessità che «si rivedano il rito e le formule della penitenza in modo che esprimano più chiaramente la natura e l’effetto del sacramento» (Sacrosanctum concilium, 72). Questo vuol dire che quella volta i padri conciliari già avevano riconosciuto che la prassi del quarto sacramento non rispondeva più ai bisogni del popolo di Dio. È interessante notare che la richiesta era per una revisione non di qualche aspetto accidentale ma dell’essenza del sacramento. È vero che nell’Ordo pænitentiæ del 1974 sono state proposte tre forme di celebrazione per questo sacramento, ma di fatto noi sacerdoti abbiamo scelto di rimanere nella prima forma a scapito delle altre due. Il liturgista Rinaldo Falsini osserva che chi ignora la visione triplice del sacramento, sciupa una ricchezza autentica di fede e di vita spirituale e rimane fuori dalla riforma che ha portato il concilio. Per questo raccomando l’uso anche della seconda forma o meglio del secondo rito (cosiddetto celebrazione penitenziale), dove ci sono la liturgia della Parola, l’omelia, l’esame di coscienza e l’accusa generale in forma litanica, il Padre Nostro, la confessione e l’assoluzione individuale. Quanto è importante riconoscere che l’aspetto comunitario di questa celebrazione penitenziale non è qualcosa di estetico, ma è stato pensato per recuperare di nuovo ciò che era prima e che abbiamo perso: l’assemblea ecclesiale è l’ambiente adatto dove il peccatore può riacquistare il perdono divino attraverso la mediazione, non solo del sacerdote ordinato, ma anche per mezzo del sacerdozio comune esercitato dall’assemblea nella carità, nella testimonianza e nella preghiera (cfr. Lumen gentium, 11). Con la privatizzazione della confessione auricolare abbiamo perso la dimensione sociale ed ecclesiale del peccato e della dimensione comunitaria del sacramento della Penitenza. Siamo chiamati a superare la mentalità di chi pensa «mi confesso per comunicarmi», perché questo sacramento è un’esperienza superiore di un semplice “passaporto” per ricevere l’Eucaristia. Trovo ancora molto interessante la proposta che alcuni decenni fa fece il cardinale Carlo Maria Martini, il quale spiegava che la celebrazione della penitenza deve avere tre momenti: confessio laudis, confessio peccati e confessio fidei. Il cardinale Martini spiegava che solo quando il penitente è conscio delle benedizioni che ha ricevuto da Dio (confessio laudis) si renderà conto della misura dei suoi limiti che lo hanno distaccato da Dio, fonte di ogni bene (confessio peccati). Non sarà a lui possibile venire fuori da questo limite (il peccato) se non fa un atto di fiducia in Dio (confessio fidei). Solo quando si trova faccia a faccia con la misericordia di Dio, che ama l’uomo da cui non è amato, il peccatore può rendersi conto del vuoto creato e di quanto è brutta l’assenza di Dio, allontanato da sé. Così intendo le parole di Papa Francesco: «La salvezza che Dio ci offre è opera della sua misericordia. Non esiste azione umana, per buona che possa essere, che ci faccia meritare un dono così grande. Dio, per pura grazia, ci attrae per unirci a Sé. Egli invia il suo Spirito nei nostri cuori per farci suoi figli, per trasformarci e per renderci capaci di rispondere con la nostra vita al suo amore. La Chiesa è inviata da Gesù Cristo come sacramento della salvezza offerta da Dio» (Evangelii gaudium, 112). Sono convinto che questa visione può confondere più di qualcuno — e non hanno torto. Il torto è nostro perché è nostro dovere formare a tutto ciò. E la celebrazione del sacramento della confessione, quando viene celebrato con calma e in un ambiente decoroso, può diventare anche opportunità di formazione. Sono convinto che la riforma della celebrazione del sacramento della confessione potrebbe suscitare con sé un cambiamento nelle persone e nelle comunità ecclesiali. In questo ambito, il confessore, più che la scienza morale (scientia moralis), ha bisogno di acquisire l’ars confessandi insieme all’ars medica e all’ars consulendi. Più che giudice, il confessore è medico, cioè deve avere quella capacità di far assaggiare la misericordia di Dio fasciando le ferite interiori del penitente e ponendolo nelle braccia di Cristo, perché solo lui lo fa crescere nell’amore. Nel Catechismo della Chiesa cattolica si legge che il confessore svolge il ministero «del buon Samaritano che medica le ferite, del padre che attende il figlio prodigo e lo accoglie al suo ritorno, del giusto giudice che non fa distinzione di persone e il cui giudizio è a un tempo giusto e misericordioso. Insomma, il sacerdote è il segno e lo strumento dell’amore misericordioso di Dio verso il peccatore» (n. 1465). E Papa Francesco ci ricorda costantemente che in quanto confessori siamo «ministri della misericordia». La preparazione migliore per essere buoni confessori l’avremo al momento in cui saremo tra coloro che chiedono misericordia, mettendoci in ginocchio davanti a un confessore e chiedendo il perdono dei nostri peccati. Qualche volta mi viene il sospetto che noi sappiamo essere duri con i penitenti perché siamo bravi a nascondere a noi stessi e non ammettiamo di essere peccatori come tutti. Se noi ci confessiamo in modo leggero, in fretta, in modo infantile direi e in forma abitudinaria, come possiamo offrire un servizio di qualità come confessori? Quando io non sperimento personalmente la consolazione e la tenerezza di Dio nel momento in cui mi confesso, mi sarà più difficile capire ciò che ci si aspetta da me confessore, quando accompagno il penitente a fare quest’esperienza. Se un sacerdote perde il senso del peccato nella sua vita, come può apprezzare le lacrime del peccatore pentito?
L'Osservatore Romano