sabato 6 febbraio 2016

Il ritratto del confessore



Avvenire
(Stefania Falasca) «È Dio che opera nelle anime. Nel confessionale non dobbiamo rovinare quello che il Signore va operando». Così raccomandava Leopoldo Mandic, noto come il santo frate confessore della miseri-cordia di Dio. Padre Leopoldo, elevato vox populi agli onori degli altari nel 1983, era un frate all’”antica” essendo stato, con cuore di padre, fedele servitore e mite strumento del perdono di Dio sull’esempio di Cristo. Papa Francesco lo ha indicato perciò come modello per i confessori perché «è precisamente un cuore di padre che noi vogliamo incontrare quando andiamo nel confessionale» come ha ricordato nell’udienza di mercoledì scorso. Ma già nell’udienza generale del 20 novembre 2013, il Papa, sottolineando l’importanza del sacramento della Riconciliazione, aveva rimarcato come deve essere svolto il servizio del sacerdote confessore e come questi dev’essere «mite, bene-volo e misericordioso»: «Il servizio che il sacerdote presta come ministro, da parte di Dio, per per-donare i peccati è molto delicato ed esige che il suo cuore sia in pace, che il sacerdote abbia il cuore in pace; che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso; che sappia seminare speranza nei cuori e, soprattutto, sia consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacra-mento della Riconciliazione cerca il perdono e lo fa come si accostavano tante persone a Gesù per-ché le guarisse».
Confessarsi dal padre Leopoldo era cosa breve. Non si dilungava mai in parole, spiegazioni, discorsi. Aveva imparato dal Catechismo di san Pio X che la brevità è una delle caratteristiche di una buona confessione. Eppure il suo confessionale è stato per più di quarant'anni una specie di porto di mare per le anime. Tanti erano quelli che andavano, che assiduamente lo frequentavano. Padre Leopoldo ha passato tutta la sua vita nella sua celletta confessionale, rimasta «a monumento della Sua bontà», nel convento dei frati Cappuccini a Padova. Confessava dodici, tredici, quindici ore al giorno e assolveva oves et boves, cioè tutti. E di quella sua delicatezza e umiltà, fiduciosa nell’infinita misericordia di Dio e nell'azione della grazia che opera attraverso i sacramenti, sono testimoni quanti lo conobbero. «Egli ascoltava, perdonava, non molte parole, spesso anche in dialetto quando si rivolgeva a persone non istruite, qualche motto, uno sguardo al crocifisso, talvolta un sospiro. Sa-peva che in via ordinaria le confessioni lunghe sono a scapito del dolore, e sono, il più delle volte, accontentamento di amor proprio, pertanto sulla modalità della confessione si atteneva a quanto in-dicato nel catechismo della dottrina cristiana». In una lettera indirizzata a un sacerdote, padre Leo-poldo scrive: «Mi perdoni padre, mi perdoni se mi permetto... ma vede, noi, nel confessionale, non dobbiamo fare sfoggio di cultura, non dobbiamo parlare di cose superiori alla capacità delle singole anime, né dobbiamo dilungarci in spiegazioni, altrimenti, con la nostra imprudenza, roviniamo quello che il Signore va in esse operando. È Dio, Dio solo che opera nelle anime! Noi dobbiamo scomparire, limitarci ad aiutare questo divino intervento nelle misteriose vie della loro salvezza e santificazione». Sempre esortava i suoi penitenti ad avere fede, a pregare, ad accostarsi frequente-mente ai sacramenti. Ma il frate, nelle penitenze era magnanimo e diceva a chi gli obiettava di darle facili: «Oh è vero... e bisogna che dopo soddisfi io... ma è sempre meglio il purgatorio che l’inferno. Se chi viene da noi a confessarsi, col dargli poca penitenza deve poi andare in purgatorio, dandogliela grave non c’è pericolo che si disgusti e vada a finire all'inferno?». E così ordinariamente poco dava ai laici lontani dalla vita della Chiesa e poco dava anche alle anime che per loro vocazione hanno tante preghiere da dire ogni giorno. Magnanimo, padre Leopoldo, lo era anche nell’assoluzione: non la negava a nessuno. E di quelle rarissime volte che l’ebbe fatto si pentì sem-pre. Alcuni giorni prima di morire un sacerdote gli chiese: «Padre, c’è stata qualche cosa che vi ha procurato tanto dispiacere?». Egli rispose: «Oh! Sì... purtroppo sì. Quando ero giovane, nei primi anni di sacerdozio, ho negato tre o quattro volte l’assoluzione». 
Non gli mancarono le critiche per la larghezza con cui trattava i penitenti, anche i più recidivi nella colpa, tanto da tacciarlo di lassismo di principi morali. «Padre, ma lei è troppo buono... ne renderà conto al Signore!... Non teme che Iddio le chieda ragione di eccessiva larghezza?». Ma padre Leo-poldo indicando il crocifisso rispose: «Ci ha dato l’esempio Lui! Non siamo stati noi a morire per le anime, ma ha sparso Lui il Suo sangue divino. Dobbiamo quindi trattare le anime come ci ha inse-gnato Lui col Suo esempio. Perché dovremmo noi umiliare maggiormente le anime che vengono a prostrarsi ai nostri piedi? Non sono già abbastanza umiliate? Ha forse Gesù umiliato il pubblicano, l’adultera, la Maddalena?». E allargando le braccia aggiunse: «E se il Signore mi rimproverasse di troppa larghezza potrei dirgli: “Paron benedeto, questo cattivo esempio me l’avete dato voi, moren-do sulla croce per le anime, mosso dalla vostra divina carità”». «Il sacerdote che non abbia questa disposizione di spirito – ha detto papa Francesco nell’udienza del 20 novembre 2013 – è meglio che, finché non si corregga, non amministri questo Sacramento. I fedeli penitenti hanno il diritto, tutti i fedeli hanno il diritto di trovare nei sacerdoti dei servitori del perdono di Dio».