
L’apertura della XIII assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi su «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana» avrà una cornice d’eccezione domenica 7 ottobre — in piazza San Pietro — con la proclamazione come «dottori della Chiesa» di san Giovanni d’Ávila — sacerdote diocesano spagnolo — e santa Ildegarda di Bingen — monaca benedettina tedesca — e con la celebrazione eucaristica presieduta da Benedetto XVI. (*)
In questo contesto, vengono proposti alla Chiesa universale due nuovi dottori, il cui significato, vicinanza e perenne attualità sottolinea il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in questa intervista concessa al nostro giornale.
In questo contesto, vengono proposti alla Chiesa universale due nuovi dottori, il cui significato, vicinanza e perenne attualità sottolinea il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in questa intervista concessa al nostro giornale.
Che cosa rappresenta oggi la proclamazione di un dottore della Chiesa? Dal punto di vista teologico e pastorale, quali aspetti risaltano con questo atto?
Diciamo subito che il titolo di dottore della Chiesa universale è conferito a quei santi e sante, come appunto santa Ildegarda di Bingen e san Giovanni d’Ávila, perchè, con la loro eminente dottrina, hanno contribuito all’approfondimento della conoscenza della divina Rivelazione, arricchendo il patrimonio teologico della Chiesa e procurando ai fedeli la crescita nella fede e nella carità. È questo, in estrema sintesi, il significato della proclamazione di un dottore della Chiesa. Da un punto di vista teologico, si evidenziano aspetti inediti della verità evangelica, e, da un punto di vista pastorale, si suscita nei fedeli un rinnovato appello alla coerenza di vita. Oltre alla santità di vita, quindi, i dottori della Chiesa si distinguono per una particolare eccellenza dottrinale e pastorale.
In che consiste l’eminens doctrina dei due dottori? Cosa dire, ad esempio, della badessa benedettina Ildegarda di Bingen?
La benedettina tedesca Ildegarda di Bingen (1098-1179), fondatrice e badessa di due monasteri, nelle sue opere enuncia una dottrina esimia per profondità, originalità e fedeltà al dato rivelato. Animata da un’autentica carità intellettuale, ella enuncia con densità di contenuto e freschezza di linguaggio il mistero di Dio Trinità, dell’Incarnazione, della Chiesa, dell’umanità.
Può fare qualche esempio?
Come esempio, diamo alcuni tratti della sua antropologia. Ildegarda parte dal racconto biblico dell’essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Genesi 1, 26). Ella vede l’immagine divina dell’uomo nella sua razionalità, fatta di intelletto e volontà. L’intelletto può distinguere il bene dal male e svolge la funzione di magister, che permette di capire ogni cosa, anche la divinità e l’umanità di Dio. La volontà spinge l’uomo a compiere ogni opera, sia buona che cattiva. La parola di Dio educa la volontà alla scelta del bene. Per Ildegarda, inoltre, l’essere umano è visto come unità corpo-anima con l’apprezzamento positivo della corporeità in ordine al merito. Che il corpo non sia stato concesso all’uomo solo come peso, lo dimostra il fatto che le anime dei santi desiderano ardentemente la riunificazione con il loro corpo mortale. Di conseguenza il compimento escatologico significa una trasformazione e una risurrezione del corpo per la vita eterna.
Cosa insegna Ildegarda nei confronti della relazione uomo-donna?
Nel rapporto uomo-donna Ildegarda riafferma la sostanziale uguaglianza creaturale delle due creature. Inoltre, la creazione di Eva dalla costola di Adamo viene vista in riferimento al fatto che la donna venne data all’uomo come socia: «in consortium dilectionis», «socia». Diversamente dagli autori del tempo, che vedevano nel peccato originale l’estrema fragilità femminile, per Ildegarda fu l’ardente amore di Adamo per Eva a dare occasione al demonio di tentare Eva per prima. La lettura della sua opera principale, Scivias, è istruttiva al riguardo.
Cosa dire di san Giovanni d’Ávila?
San Giovanni d’Ávila (1499/1500-1569) fu uno dei maestri spirituali più prestigiosi e consultati del suo tempo. Ricorsero alla sua sapienza per un retto orientamento di vita, fra gli altri, sant’Ignazio di Loyola, san Giovanni di Dio, san Francesco Borgia, san Tommaso di Villanova, san Pietro d’Álcantara, san Giovanni de Ribera, santa Teresa di Gesù, san Giovanni della Croce. San Giovanni d’Ávila era anche un eccellente catechista e predicatore e non tralasciò di fare un uso magistrale dello scritto per esporre i suoi insegnamenti. Una sua peculiarità è l’affermazione della chiamata universale alla santità per tutti i battezzati. Lungo i secoli i suoi scritti sono stati di grande ispirazione per la formazione sacerdotale e per l’educazione dei laici. Particolarmente attuale risulta la sua insistenza sulla santificazione dei sacerdoti, esperti della parola di Dio e della preghiera della Chiesa, come chiave della continua riforma della Chiesa.
Come è iniziato l’iter che ha portato al loro dottorato? Ovviamente non parliamo qui della procedura canonica, ma delle motivazioni ideali per promuovere e sostenere il loro dottorato.
Sono principalmente i pastori e i fedeli a sollecitare il Santo Padre a compiere questo passo. Per quanto riguarda Ildegarda di Bingen, ad esempio, in una delle ultime petizioni (1979), i vescovi tedeschi richiedevano con insistenza il dottorato per la santa badessa benedettina. Tra i firmatari, al terzo posto c’è la firma dell’allora cardinale Joseph Ratzinger. I vescovi evidenziavano sia l’eminens doctrina sia l’attualità del pensiero ildegardiano. In particolare: la sua capacità carismatica e speculativa, che può incentivare spiritualmente la teologia contemporanea; con Ildegarda si darebbero alle tante donne accademicamente formate in teologia un modello e uno stimolo per il loro impegno scientifico e pastorale; la comprensione della natura come creazione di Dio, molto presente negli scritti ildegardiani, è di particolare interesse oggi; il dottorato darebbe un forte impulso all’ideale femminile di consacrazione; infine, anche la sua opera musicale potrebbe avere una certa influenza positiva sull’odierna musica di chiesa.
E per quanto riguarda san Giovanni d’Ávila?
Per san Giovanni d’Ávila il movimento per la promozione del suo dottorato ebbe inizio fin dalla sua canonizzazione, avvenuta nel 1970. Il titolo di maestro, attribuito tradizionalmente al santo, motivava l’ipotesi di un dottorato, promosso soprattutto dalla Conferenza episcopale spagnola. Veniva evidenziato il carisma di sapienza a lui conferito dallo Spirito Santo per il bene della Chiesa e l’influenza benefica del suo insegnamento sul popolo di Dio e soprattutto sui sacerdoti.
L’ultima proclamazione di un dottore della Chiesa ebbe luogo nel 1997 con Teresa di Lisieux, una nostra quasi contemporanea. Quale attualità, allora, possono avere questi due nuovi dottori, vissuti rispettivamente nel XII e nel XVI secolo?
Credo che la loro attualità emerga da quanto detto prima. Non bisogna mai dimenticare che una dottrina originale ed eminente nel secolo XII o nel secolo XVI può esserlo ancora oggi. L’eminens doctrina — al pari della santità — non tramonta mai. I Padri della Chiesa ne sono una convincente testimonianza cogente.
Santa Ildegarda è una monaca benedettina e san Giovanni d’Ávila un sacerdote. Cosa possono dire ai fedeli laici?
Ai laici, come del resto a tutti, essi possono ispirare pensieri di santità, ma anche illuminarli con le loro riflessioni teologiche, spirituali, catechetiche, formative. Essi insegnano che l’unione con Dio e il compimento della volontà divina sono beni da desiderare grandemente. I cristiani si sentiranno incoraggiati a tradurre nella pratica della vita l’annuncio evangelico in questa nostra epoca. Inoltre questi dottori ammoniscono che il mondo può essere retto e amministrato con giustizia solo se lo si considera creatura del Padre amoroso e provvido che è nei cieli.
C’è una qualche ragione per proclamarli insieme Dottori della Chiesa?
Si tratta di coincidenza fortuita o, se vogliamo, di una eleganza della divina Provvidenza, il cui significato è tutto da scoprire. Da parte nostra, ringraziamo il Santo Padre per questo dono prezioso alla Chiesa di Cristo.
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La profetessa teutonica
di Karl Lehmann
Cardinale vescovo di Magonza
Per quasi 2000 anni i dottori della Chiesa sono stati esclusivamente uomini. Fino al 1970, questo titolo è stato conferito a trenta teologi. Soltanto nel novecento sono stati proclamati ben sette nuovi dottori della Chiesa. Il periodo successivo al concilio Vaticano II, però, ha segnato una svolta inaspettata: dal 1970 il destino di essere proclamate dottore della Chiesa è spettato a tre donne: il 27 settembre 1970 è la volta di santa Teresa d'Avila e, il 4 ottobre 1970, di santa Caterina da Siena - entrambe proclamate da Paolo VI. Santa Teresa di Lisieux invece è stata proclamata il 19 ottobre 1997 da Giovanni Paolo II.
Bisogna tenere presente il rango e l'importanza di queste donne sante. Teresa d'Avila e Caterina da Siena sono senza dubbio figure di spicco del mondo letterario spagnolo e italiano. Caterina da Siena, per esempio, riveste un ruolo centrale, pari a Dante e al Petrarca. Mentre Caterina è la patrona principale d'Italia, Teresa è la patrona della Spagna. La "piccola" Teresina, invece, percorrendo la sua via di fede, disseminata di prove durissime, nella grande oscurità della pura fede nell'amore di Dio diventa l'esempio di un'autentica "piccola via" della perfezione: è la patrona secondaria di Francia e la patrona principale di tutte le missioni della Chiesa. Soprattutto la "grande" Teresa (d'Avila) e Caterina da Siena, grazie al loro vasto impegno per un profondo rinnovamento della Chiesa, si sono dimostrate ciò che possiamo chiamare "donne forti". Esse hanno mostrato grande coraggio nel relazionarsi con i principi secolari e con quelli della Chiesa del loro tempo: nelle loro lettere e visite personali a chierici e principi, furono convincenti al punto tale da fargli cambiare opinione, e non hanno mai esitato a usare parole forti.
Il 7 ottobre, a questo elenco verrà aggiunta anche santa Ildegarda di Bingen (1098 - 1179). Anche lei tenne una fitta corrispondenza con papi, re, principi, vescovi, religiosi e laici, e intraprese diversi viaggi missionari soprattutto lungo le rive del Reno e nella Germania del sud. Lì predicò la conversione al popolo e al clero. Anche lei ebbe delle straordinarie doti poetiche. Mentre le altre tre sante venivano dall'Italia, dalla Spagna e dalla Francia, santa Ildegarda di Bingen è la prima santa proveniente dall'Europa centrale, e per di più dall'ambito di lingua tedesca, a avere questo onore.
Credo che il significato della proclamazione di queste quattro sante, avvenuto nell'arco di ben quarant'anni e per volontà di tre papi, finora non sia stato abbastanza riconosciuto - nonostante le molteplici richieste di una valorizzazione più adeguata della donna nella Chiesa, avanzate dagli ambienti femministi e di emancipazione. Anche se ciò che di queste sante colpisce di più è la loro grande spiritualità, non bisogna dimenticare che erano anche molto colte e dotate di grande talento organizzativo. La loro sensibilità tipicamente femminile, però, ha anche fatto sì che, alla luce delle loro testimonianze spirituali, noi dobbiamo rivedere e concepire in maniera più ampia il termine di "teologia" che, soprattutto a partire dall`alto medioevo fino a oggi, è stato ristretto e accentuato in modo unilateralmente razionale. Sarà nostro compito fare luce su come queste donne abbiano saputo dare il loro particolare contributo alla teologia, e come "con la loro intelligenza e sensibilità" siano state "capaci di parlare di Dio e dei misteri della fede" (Benedetto XVI, Heilige und Selige. Große Frauengestalten des Mittelalters).
Vorrei delineare brevemente le tappe più importanti della vita di santa Ildegarda. Nacque nel 1098 a Bermersheim vicino ad Alzey nell'Assia-Renana da una numerosa famiglia nobile. Fin dalla nascita venne votata dai suoi genitori al servizio di Dio. Crebbe in un eremo, e poi (probabilmente a partire dal 1106) in un piccolo convento femminile di clausura sul Disibodenberg presso Bingen. Quando ebbe sedici anni, Ildegarda prese i voti perpetui, scegliendo cosi la vita monastica (circa 1115). Alla morte della sua insegnante, Giuditta di Sponheim, nel 1136 fu chiamata a succederle e divenne maestra ("magistra"). Per oltre trent'anni Ildegarda visse e operò nella solitudine del piccolo monastero. Da lì riuscì, nonostante le difficoltà, a fondare altri due monasteri: uno sul Rupertsberg (circa 1150) - monastero che durante la Guerra dei trent'anni fu quasi completamente distrutto dagli Svedesi (1632) - e l'altro a Eibingen (circa 1165) considerato ancora oggi il monastero che rappresenta - seppure non in modo diretto - la continuità ideale con santa Ildegarda. Nonostante le sofferenze e i dolori che caratterizzarono soprattutto l'ultima fase della sua vita, santa Ildegarda intraprese quattro viaggi (1158-1170) in numerose città della Renania e nel sud-ovest tedesco, dove, nei conventi dei monasteri, come anche nelle grandi piazze delle città, predicava contro la decadenza, soprattutto del clero. Dura era anche la critica rivolta al suo tempo, da lei definito "epoca effeminata" (tempus muliebre). Della lotta contro la setta dei catari parleremo dopo.
Già molto giovane, Ildegarda mostrò di avere la dote di una visione estremamente originale. "Queste cose - scrisse - non le ascolto con le orecchie del corpo e neppure nei pensieri del mio cuore, ma unicamente all'interno della mia anima, con gli occhi carnali aperti, per cui nelle visioni non subisco il venir meno dell'estasi: le vedo in stato di veglia, di giorno e di notte". Molto di ciò fa pensare ai profeti dell'Antico Testamento: "La luce che vedo non è legata a uno spazio. È molto più splendente di una nube compenetrata dal sole. Non posso misurarne l'altezza, la lunghezza, l'ampiezza; la definisco "ombra della luce vivente". In questa luce talvolta, ma non spesso, vedo un'altra luce che chiamo "luce vivente", ma non so dire quando e in che modo io la veda, però quando la vedo si allontanano da me tristezza e angoscia, e allora mi comporto come una semplice fanciulla e non più come una donna vecchia". Dopo aver superato i quarant'anni (1141), le visioni si materializzano in modo fragoroso e veemente. La silenziosa visionaria si trasforma così in profetessa religiosa. Nel suo intimo avverte sempre più forte qualcosa che è quasi come un ordine: "Parla e scrivi ciò che vedi e senti". San Bernardo di Chiaravalle, uno degli uomini più autorevoli della Chiesa del suo tempo, il suo "Signore senza corona", conferma la sua dote profetica. E non solo: al sinodo di Treviri (1147/48) Papa Eugenio III legge dei passi dagli scritti di Ildegarda. Li aveva fatti esaminare da una commissione, e ora chiede a Ildegarda di condividere le sue visioni con tutto il mondo. Da lì nacque il suo primo grande scritto Conosci le vie (Scivias, 1141-1151).
La sapienza e la capacità espressiva di Ildegarda fanno di lei un enigma. Poco si sa della sua formazione accademica. Pur essendo molto giovane, conosceva già il testo della Regola di san Benedetto. Nella liturgia delle ore entrò in confidenza con i salmi e con le Sacre Scritture, e imparò a conoscere bene i padri della Chiesa. Le 390 lettere sono la testimonianza di una fitta corrispondenza con i grandi della sua epoca. Lei stessa, però, si è sempre reputata un'"indocta", una "donna semplice". Non si considerava affatto un'erudita. Sicuramente le ricerche svolte negli ultimi decenni hanno evidenziato che soprattutto le donne nei monasteri, e particolarmente quelle di origini nobili, come le appartenenti alle comunità di santa Ildegarda, avevano molto più accesso agli strumenti di formazione della cultura classica e contemporanea, di quanto non si sia pensato finora. Alla luce della sapienza di santa Ildegarda però, la sua auto-definizione come "indocta" non può che farci sorridere. Ildegarda, infatti, non conosce soltanto la teologia e la filosofia della sua epoca, ma è anche esperta di Antico Testamento, di scienze naturali e di medicina. Sa parlare della bellezza delle pietre preziose, è medico e badessa, compone inni e altre composizioni musicali. È autrice di uno studio fondamentale sull'etica, di una vasta opera sul mondo, ed elabora altresì una cosmologia con orientamento spirituale, contenente una dottrina sull'uomo e la sua salvezza.
Questo però non significa che la "prophetissa teutonica", come fu già chiamata quando era ancora in vita, non fosse cosciente delle faccende del mondo e della Chiesa, e che li accettasse senza fare obiezioni. Ella scrive non solo ai papi Eugenio III, Anastasio IV, Adriano IV e Alessandro III, ma anche agli arcivescovi di Magonza, Treviri, Colonia e Salisburgo. In una missiva indirizzata all'imperatore Barbarossa, Ildegarda si scaglia duramente contro la politica papale dell'imperatore. Tra i suoi interlocutori spiccano imperatori e re, vescovi e abati, sacerdoti e laici.
Ella è la "tromba di Dio", la "luce fiammeggiante nella casa di Dio", la "confidente di Dio". "Nessuna voce si eleva contro l'audacia di questo fare. Tutti sono commossi, entusiasti - oppure colpiti alla radice della loro peccaminosità, scossi al punto da trovare una nuova e santa energia vitale; i peccatori si pentono, i miscredenti diventano credenti, coloro che erano divisi si riabbracciano" (Maura Böckeler, Wisse die Wege). Ella viene apprezzata sempre di più, cosicché l'abate Ruperto di Königstal, dopo aver letto i suoi scritti, può affermare: "I professori più eruditi del Regno di Franconia non sapranno mai fare altrettanto. Loro, con un cuore arido e le guance turgide, si perdono in inutili diatribe dialettiche e sofisticazioni retoriche. Questa devota donna invece si limita a sottolineare l'unica cosa che conta, l'unica cosa necessaria. Ella attinge dalla propria pienezza interiore, e la riversa sul mondo". In sintesi Maura Böckeler scrive: "È così che si svolse la missione d'Ildegarda nella Chiesa del suo tempo. Alla fine ella non è altro che l'eco vivente della riforma di Gregorio VII, già monaco di Cluny; e questo eco irrompe da un cuore ardente e da un'anima toccata dallo Spirito. In tempi in cui l'amore si raffredda, lo Spirito di Dio riesce sempre a risvegliare uomini e donne, che come il vento di Pentecoste, soffiano il fuoco caduto dal cielo dentro di loro su tutta la terra".
Tanti aspetti della sua sapienza e spiritualità sono difficilmente spiegabili. Nonostante l'ufficio delle ore le avesse fatto conoscere i termini fondamentali e le parole chiave della lingua latina, il suo latino rimase comunque molto scarso. Nella sua "monaca preferita" e segretaria Richadis von Stade, nonché nei suoi segretari Volmar, poi Gottfried e Gilberto di Gembloux, Ildegarda trova dei collaboratori validi che si distinguono soprattutto per aver dato corpo alle sue visioni.
Per alcuni decenni, soprattutto dell'ultimo secolo, il rinnovato interesse per Ildegarda era fortemente concentrato sugli aspetti marginali della sua vita e del suo operato: ciò che interessava era la medicina naturale di santa Ildegarda e la sua applicazione diretta, l'esoterica, la sua affinità con il femminismo moderno, e, in parte, pure la magia. Ma nonostante tutte queste cose siano indubbiamente irradiazioni delle idee chiave e delle esperienze basilari della profetessa del Reno, senza un riferimento critico alle testimonianze e agli scritti fondamentali, non sono altro che deviazioni, che, in ultima analisi, non fanno che ostacolare l'accesso all'Ildegarda autentica. Per poter comprendere questo dobbiamo rifarci ai tre scritti che contengono le visioni di Ildegarda: la Scivias, Conosci le vie (1141-1151) già menzionata, il Liber Vitae Meritorum (1158-1163), il libro dei meriti della vita, nonché il Liber Divinorum Operum (1165-1174), il libro delle opere divine. Quest'ultimo libro con le visioni cosmologiche è considerato il capolavoro della sua mente creativa. Tra il 1150 e il 1160 presero corpo i suoi scritti sulle scienze naturali e sulla medicina; opere che rappresentano, allo stato attuale, una raccolta di esperienze popolari, eredità classica e tradizione cristiana. Già nel Duecento l'opera originaria non più esistente, il Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum, fu suddivisa in Physica e Causae et curae. A questo vanno aggiunte anche le 390 lettere di cui abbiamo già parlato.
Esistono anche degli scritti minori, come le spiegazioni della Regola di san Benedetto, dei Vangeli e del Credo, nonché delle risposte a pressanti questioni teologiche, vite di santi, ma soprattutto una complessa opera lirica-musicale (Ordo virtutum, inni, sequenze). Queste poesie, canti e canzoni sono spesso stati tradotti e, in parte, pubblicati con il titolo di "sinfonia". L'Ensemble für mittelalterliche Musik di Colonia, Sequentia, ha inciso l'opera omnia di Ildegarda presso la Deutsche Harmonia Mundi (5 cd). Ildegarda è ritenuta una delle figure più straordinarie della scienza umana europea. Fu anche definita la donna più intelligente del Medioevo. Di nessuna donna medievale ci sono state tramandate così tante testimonianze letterarie. A questo riguardo si può constatare un forte cambiamento nella valutazione dell'importanza di santa Ildegarda, per esempio in rapporto alla filosofia e alla storia della filosofia. Nelle meritorie opere meno recenti di E. Gilson, B. Geyer, M. de Wulf per esempio, santa Ildegarda, in questo contesto, non viene neanche menzionata. Significativa è la posizione che assume K. Flasch; mentre nella prima edizione del suo famoso libro Das philosophische Denken im Mittelalter (Il pensiero filosofico nel Medioevo) non la cita neppure, nella seconda tratta dettagliatamente di lei, anche se rimangono dei giudizi stereotipati. Nelle sintesi e nei libri ufficiali adottati per l'insegnamento, le viene data un' importanza considerevole, motivata da ragioni filosofiche. Seguendo questa logica, però, il pensiero di Ildegarda verrebbe ridotto a un "simbolismo" del XII secolo e sostenuto da una riflessione razionale promettente per il futuro.
In un tempo che ha scoperto l'importanza che l'immagine, la metafora, il simbolo e la narrativa hanno per la filosofia, ampliando così anche il senso del termine "ragione", questa è una riduzione inaccettabile. E non rispecchia affatto la condizione dell'ermeneutica odierna.
Come abbiamo già visto, nel corso dei secoli l'apprezzamento e la ricezione della "prophetissa teutonica" hanno conosciuto alti e bassi. E se oggi abbiamo raggiunto una comprensione molto più dettagliata di santa Ildegarda, lo dobbiamo anche agli studi scientifici svolti in maniera così assidua nel corso del novecento. Per questo bisogna ringraziare non solo lo storico della medicina, Heinrich Schipperges di Heidelberg, al quale dobbiamo tante pubblicazioni, ma soprattutto l'abbazia di Eibingen per averci regalato tanti studi illuminanti, edizioni critiche e traduzioni. Mi limito a menzionare le religiose Maura Böckeler, Angela Carlevaris, Adelgundis Führkötter, Marianne Schrader, Walburga Storch, Cäcilia Bonn - e poi naturalmente suor Maura Zátonyi e le sue valide collaboratrici, le badesse suor Edeltraud Forster e suor Clementia Killewald. Un importante contributo è stato dato anche da numerosi ricercatori e ricercatrici nazionali e internazionali, come anche da tanti traduttori e traduttrici. Desidero ringraziare in modo particolare il padre gesuita Rainer Berndt, docente dell'Istituto Ugo di San Vittore a Francoforte/Sankt Georgen non solo per il congresso tenutosi nel 1997 e per il congresso che si svolgerà a febbraio-marzo del 2013, ma per molto altro ancora.
Se oggi esistono tante buone ragioni per concedere a santa Ildegarda l'onore di essere proclamata dottore della Chiesa, lo dobbiamo senz'altro anche a questi recenti studi. Ma questo onore comporta anche un onere. Infatti, non dobbiamo limitarci a guardare indietro con ammirazione ed elogio per la sua figura storica. E se adesso, grazie alla sua vita in santità, alla sua profonda conoscenza delle cose divine e alla sua vasta spiritualità, viene definita una donna esemplare, abbiamo il compito di tradurre il suo significato anche nel nostro presente. Questo, a mio parere, è il mandato più difficile che questa celebrazione ci assegna. Gli sviluppi degli ultimi decenni, in cui la popolarità di santa Ildegarda è andata sempre crescendo, ci servono da monito: non dobbiamo fare l'errore di adattare santa Ildegarda a delle necessita odierne definite frettolosamente.
Abbiamo sperimentato a sufficienza come singoli fenomeni, quali la medicina di Ildegarda e molte pratiche esoteriche, spesso non sono rimasti fenomeni marginali tali da essere valorizzati nel loro significato limitato, ma sono stati posti essi stessi al centro dell'interesse. È di grande aiuto sapere che, negli ultimi decenni, abbiamo acquisito una più profonda comprensione della grande importanza dei tre scritti fondamentali contenenti le visioni, come anche delle illustrazioni. Così possiamo vedere che nel caso di santa Ildegarda è particolarmente difficile isolare i singoli dettagli - per quanto istruttivi possano essere - dall'insieme. Ma proprio perché il nesso universale tra tutte le cose è radicato nel nucleo teologico e spirituale, la trasposizione del loro significato nel nostro tempo non è compito facile. Oggi, nell'ambito della teologia siamo abituati a pensare e a parlare per categorie relativamente astratte e razionali. Naturalmente questa razionalità la troviamo anche in Ildegarda, seppure impregnata da una vicinanza interiore, un'affinità con la causa ("connaturalitas"). Qui emerge il filo agostiniano-platonico della comprensione della conoscenza umana: nell'incontro personale e nei rapporti di fede è particolarmente importante nutrire un certo affetto, una certa simpatia per una determinata cosa - e ancora di più per una determinata persona - se la si vuole comprendere veramente. È ciò che oggi chiamiamo empatia. Ildegarda lo chiamava amore.
Al centro del pensiero teologico e spirituale di santa Ildegarda c'è la creazione. La creazione, però, non è soltanto natura intesa nel senso moderno, poiché rimanda sempre al suo autore, Dio il Creatore, che, per il Suo amore incomparabile per l'esistenza creatrice, ha voluto porre l'uomo al centro della creazione. Questo è evidente soprattutto nella razionalità ("rationalitas") dell'uomo, che lo rende capace di riconoscere Dio, e in Lui tutte le cose, di lodarLo e di soddisfare l'intenzione di Dio nel mondo. In questo modo, l'uomo viene onorato da Dio, e questi lo rende partecipe del Suo amore per il creato. Ma questo comporta anche il rischio che l'uomo possa fallire e finire con lo strumentalizzare la creazione. Ildegarda ci ha fornito un vero e proprio "lamento degli elementi". Ma ciò non significa affermare che Dio tolga la grandezza della sua creazione all'uomo. L'uomo deve esplorare questo suo mondo in tutta serenità, anzi, lo deve compenetrare completamente. Deve realizzarsi al centro della creazione attingendo dal suo essere creato al cospetto di Dio. Ma non deve porre se stesso al centro del mondo. Tutta la creazione è orientata verso Dio. Non gira semplicemente attorno all'uomo. Questa visione dell'uomo ci mette in una posizione particolare, insolita. Ma non possiamo intenderla nel senso moderno antropocentrico che considera tutto subordinato agli scopi e alle esigenze dell'uomo. L'approccio antropologico invece stabilisce un rapporto allo stesso tempo complesso ed equilibrato tra Dio, l'uomo e il mondo.
Questo, però, ha notevoli conseguenze anche per la comprensione della realtà creata. Ildegarda non vede mai l'uomo e il mondo, il corpo e l'anima, la natura e la grazia, come fenomeni isolati. L'antropologia è fortemente legata alla cosmologia e, di conseguenza, anche all'ecologia. L'intera creazione traspare ripetutamente dal nesso vivo tra tutti i fenomeni. Per descrivere questo nesso intrinseco di tutto il creato, e soprattutto "l'armonia" con la quale le creature si relazionano l'una con l'altra fino a completarsi, Ildegarda usa spesso il termine "sinfonia", soprattutto nelle sue poesie e nei suoi canti. "E cosi ogni elemento ha un suono proprio, un suono primordiale che proviene dall'ordinamento di Dio. Ma poi tutti questi suoni si fondono in un armonioso concerto di arpe e cetre". E questa sinfonia abbraccia tutto il mondo: "Dalle più piccole cose quotidiane fino all'infinità dei mondi stellari, e ora, al centro di tutto: l'uomo, colui che è il cuore del mondo. E forse la spiritualità ineguagliabile di questa visione del mondo, da interpretare sempre e soltanto a partire della storia della salvezza, sta proprio in questo: che tutto il corpo diventa pura luce e musica e che l'intero cosmo diventa suono e armonia". In questo contesto i colori hanno un ruolo fondamentale, soprattutto la "viriditas", la verdeggiante energia vitale, una delle espressioni più care alla profetessa. E qui la dimensione fisica e la realtà dell'anima diventano una cosa sola. Si tratta della vita della creazione, ma anche del rinnovamento adoperato dallo Spirito Santo. A causa della violenza dell'uomo questa energia verdeggiante della creazione è andata indebolendosi; e così rischia di inaridirsi e necessita di constanti cure. Ma rimane comunque una forza che scaturisce dalla bontà di Dio che è in grado di rinnovare tutto. "Dalla mortalità non viene alcuna vita, e la vita consiste soltanto nel vivere. Nessun albero germoglia senza la forza verdeggiante, nessuna pietra fa a meno della verde umidità, nessuna creatura è priva di questa particolare forza, anzi, la stessa eternità vivente è permeata dalla forza verdeggiante". L'uomo deve essere pronto, ogni volta, a uscire fuori dalla limitatezza del suo "io" racchiuso in se stesso, e a farsi condurre al largo: farsi condurre cioè dalla siccità verso una forza verdeggiante che è anche una forza propria dello Spirito di Dio.
A questo punto bisognerebbe dimostrare come la creazione sia strettamente legata a Gesù Cristo. In fondo, la creazione tende all'incarnazione di Dio in Gesù Cristo. Soltanto partendo da Lui si avvererà tutto ciò che abbiamo detto sulla creazione. Ma questo richiede anche la convinzione, che la creazione di per sé è volatile, ma viene salvata dalla risurrezione di Gesù Cristo e degli uomini. Questo compimento è qualcosa che Ildegarda non perde mai di vista. "A colui che coltiva il campo del suo corpo con discrezione ("discrete"), l'avvicinarsi della fine non potrà nuocere: esso verrà accolto dalla sinfonia dello Spirito Santo (symphonia Spiritus Sancti) e ciò che lo aspetterà sarà una vita di letizia (vita laeta)". Anche qui abbiamo dunque una "sinfonia" dei misteri della fede strettamente collegati tra di loro. In questo contesto, santa Ildegarda usa spesso l'immagine del cerchio.
Da queste basi profonde emergono delle conseguenze di alto valore pratico ed etico. Santa Ildegarda non ha dubbi quando afferma che Dio ha creato il nostro mondo come un mondo buono. Ella non chiude gli occhi davanti al male e al peccato che portarono tanta distruzione e disarmonia nel creato. Perciò tutto dipende dalla conversione dell'uomo. Con questa teologia della creazione ottimista, però, Ildegarda lotta contro certe tendenze dell'influenza del neoplatonismo nella teologia contemporanea, e soprattutto contro tutte le tendenze dualiste-manicheiste che vogliono abbassare l'importanza della materia, sminuendola. Questo emerge forse in modo più chiaro nell'atteggiamento positivo che Ildegarda ebbe nei confronti del corpo e nel suo approccio sorprendentemente disinvolto alla sessualità umana. E questo si ripercuote anche su come Ildegarda vede il rapporto tra uomo e donna. È vero che considera tale rapporto in modo conservatore, nel senso della subordinazione della donna all'uomo, ma all'interno di questa compagine permette comunque forti accenti correttivi. In questo modo, per esempio, Ildegarda ritiene - cosa tutt'altro che scontata - che non solo l'uomo sia fatto a immagine e somiglianza di Dio, ma anche la donna. E questa valutazione include anche il corpo umano. Verginità e maternità non sono più in contrapposizione, ma vengono rappresentate nella loro relazione reciproca. Incurante dell'influsso di Agostino, il matrimonio viene visto in modo positivo. Per Ildegarda la donna non è semplicemente debole, ma essa è "mollioris roboris", cioè "di una forza più mite"; e allo stesso modo la forza maschile deve essere attenuata con "mansuetudo", cioè con la mansuetudine. Questa è anche la ragione per la quale santa Ildegarda, soprattutto nei suoi anni maturi, lotta così decisamente contro i cosiddetti catari, un movimento di tipo settario che, pur avendo radici nella motivazione ascetica, alla fine giunse a una valutazione del tutto negativa del corpo creato. I viaggi di cui abbiamo già parlato, che portarono Ildegarda lungo le rive del Reno e nel sud-ovest della Germania, sono motivati dal rifiuto di questo movimento a impronta dualistica. I catari si distinguono per un'aspra critica del matrimonio e dello stato della donna. È molto probabile che gran parte delle donne di questo movimento abbiano subito violenze sessuali e domestiche: "Il matrimonio non ha alcun valore"; "Le donne sono demoni". Forte della sua spiritualità e teologia, santa Ildegarda divenne un'instancabile combattente contro questo movimento eretico; e nella sua difesa del corpo umano e della realtà creata, è proprio il suo stato di donna religiosa che le conferisce una credibilità particolare.
Sono certo che oggi questo significato che Ildegarda ha per noi, possa essere compreso e maggiormente approfondito sotto tanti aspetti. Raramente, però, questo approccio può essere diretto. Nonostante infatti, la sua attualità, alcuni pensieri d'Ildegarda ci risultano ancora inaccessibili e necessitano di un'interpretazione accurata. Solo così sarà dato un contributo che costituisce un autentico arricchimento. Ora, dopo tutto il minuzioso lavoro svolto a livello storico ed editoriale, è questo il compito al quale dovremmo dedicarci. E qui, in particolar modo, è chiamata in causa la teologia sistematica. Ma dovremo munirci di santa pazienza.
Possiamo forse concludere con ciò che il cronista ci racconta degli ultimi anni di vita di santa Ildegarda: "Nel suo seno brama un amore così buono, che non negò a nessuno il suo abbraccio. Ma siccome "la fornace prova gli oggetti del vasaio" (Siracide, 27, 5) e "la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza" (2 Corinzi, 12, 9), fin dalla sua infanzia fu colpita da frequenti, quasi continue malattie dolorose, cosicché solo raramente si servì dei suoi piedi per camminare, e siccome l'intera costituzione della sua carne era instabile, la sua vita era come l'immagine di una morte preziosa. Ma ciò che mancava di forza all'essere esteriore, attraverso lo spirito della sapienza e della forza, venne aggiunto all'essere interiore, e mentre il suo corpo decadeva, si fece sentire il meraviglioso soffio della fiamma del suo spirito". La conclusione di questa "Vita" sottolinea come Ildegarda, dopo "aver prestato fedele servizio al Signore in tante dure battaglie [si trovò afflitta dal tedio della vita] e pregava ogni giorno di essere "sciolta dal corpo per essere con Cristo" (Filippesi, 1, 23). Dio esaudì questo suo desiderio e, proprio come ella aveva pregato, le rivela, nello spirito profetico, la sua fine, che ella annuncia anche alle sue sorelle. E così, dopo aver lottato per qualche tempo contro la sua malattia, il 17 settembre, nell'ottantaduesimo anno della sua vita, fa felice ritorno nella casa del suo Sposo celeste".
Sarebbe doveroso ringraziare molte persone. Il ringraziamento più grande, però, lo dobbiamo a Papa Benedetto XVI per il coraggio che ha dimostrato nel proclamare santa Ildegarda di Bingen dottore della Chiesa. Forse il suo pensiero traspare meglio da un breve indirizzo ai partecipanti a un simposio internazionale su Ildegarda, al quale fu invitato nel 1994, e in cui disse: "Avrei volentieri accettato l'invito al vostro convegno su Ildegarda di Bingen, in quanto questa figura mi ha affascinato fin dalla mia gioventù. Il mio interesse per lei è nato all'inizio degli anni quaranta dalla lettura di un romanzo di Hünermann, allora molto popolare: Das lebendige Licht (La luce vivente). Questo primo incontro mi incoraggiò poi a inseguire la fonte di questa luce più da vicino, anche se purtroppo non ho mai trovato il tempo di dedicarmi a studi veri e propri su Ildegarda. Oggi Ildegarda si presenta a noi in tutta la sua universalità audace. Ci sentiamo attratti dall'affettuosa attenzione che ella presta alle forze risanatrici della creazione, e dalle sue molteplici doti artistiche, ma soprattutto dalla sua intensa predicazione della fede; la sentiamo dunque vicina come donna che ha amato Cristo nella Sua Chiesa senza alcuna ingenuità e senza timore. Anzi, proprio grazie al suo contatto con il mistero di Dio fu in grado di dire la parola giusta alla sua epoca, in tutta libertà e senza alcun timore. Nella crisi dell'uomo d'oggi che stiamo affrontando, Ildegarda ha ancora molte cose importanti da dirci. In questo senso vi auguro che le vostre conversazioni siano feconde, affinché il messaggio di Ildegarda nella sua immutata attualità possa essere ascoltato e compreso di nuovo".
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Una voce per riformare la Chiesa
di Antonio María Rouco Varela
Arcivescovo di Madrid, presidente della Conferenza Episcopale spagnola
«San Giovanni d’Ávila, un dottore per la nuova evangelizzazione», così abbiamo intitolato l’Istruzione della XCIX assemblea plenaria della Conferenza episcopale spagnola, del 26 aprile 2012, e la reiterata frase del santo maestro, «Sappiano tutti che Dio nostro è amore», apriva il messaggio che, poco prima, avevamo rivolto a tutto il popolo di Dio. Evangelizzazione e centralità dell’amore del Padre manifestato in Cristo Gesù: due chiavi essenziali per avvicinarci alla persona e all’insegnamento di questo «predicatore evangelico», così come lo definiva il suo discepolo principale e primo biografo, fra Luis de Granada.
Questo dottore, alle porte dell’Anno della fede e all’inizio dell’assemblea del Sinodo dei vescovi su «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede», pone dinanzi ai nostri occhi la figura colta e umile, importante e discreta, del santo maestro Giovanni d’Ávila (1499 o 1500-1569), il quale dedicò la propria vita alla preghiera e allo studio, a predicare a piccoli e grandi, chierici e laici, che tutti siamo chiamati alla santità, a rendere la Parola di Dio comprensibile ai sapienti e agli ignoranti, e a lasciarci una serie di trattati di spiritualità, sermoni, conversazioni e lettere in quel delizioso castigliano «d’oro» che armonizza il parlare bene con la solidità, la grazia e la densità del suo contenuto.
Le prestigiose università di Salamanca e di Alcalá lasciarono un’impronta profonda nel giovane studente Giovanni d’Ávila. Dopo aver tentato per quattro corsi di studiare giurisprudenza a Salamanca, e dopo una grande esperienza di conversione, s’iscrisse alla facoltà di Arti e Teologia dell’università Complutense, fondata poco prima dal cardinale Cisneros, dove l’armoniosa sintesi tra la più solida tradizione teologica ecclesiale e le nuove correnti dell’umanesimo rinascimentale segnò per sempre la sua definita personalità.
Dalla pubblicazione della famosa Bibbia Poliglotta Complutense, e da quando era studente ad Alcalá, la Parola di Dio non abbandonò mai la sua mente e il suo cuore ed egli riempì i suoi scritti e la sua predicazione d’innumerevoli riferimenti all’Antico e al Nuovo Testamento, in modo particolare al Vangelo e agli scritti paolini. «Siate amici della Parola di Dio leggendola, parlandola, operandola» (Lettera, 86) era una delle sue raccomandazioni preferite. «La Sacra Scrittura — dice — è casa di Dio, è seggio di Dio, di modo che la Bibbia è trasferimento del cuore di Dio» (Giovanni I, Lec. 6º).
Suggerì anche l’idea di creare una sorta d’Istituto biblico, «poiché è essa (la Bibbia) che consente a uno di chiamarsi teologo» (Memoriale, I, 52). Questa era la sua proposta: «Sarebbe cosa utilissima alla Chiesa disporre che nelle università ci siano collegi deputati e dotati affinché la suddetta Sacra Scrittura abbia allievi e discepoli che con quelle disposizioni la possano studiare; e con esercizi di lettura e di predicazione tra gli stessi allievi e con la gente di fuori, divengano abili per dare frutto alla Chiesa di Dio con l’esercizio e il ministero della sua parola. In tal modo ci sarebbero lettori a sufficienza per leggere la Sacra Scrittura nelle università, in quanto vediamo per esperienza che ce ne sono pochi. Poiché tale lezione richiede modi differenti e uno spirito diverso, e perizia come quella chiesta dalla teologia scolastica, nella quale si esercita solo la maggior parte di quelli che leggono la Sacra Scrittura» (Memoriale II, numero 67).
Secondo alcune dichiarazioni dei suoi contemporanei, Ignazio di Loyola giunse a chiamarlo «arca del Testamento, essendo l’archivio della Sacra Scrittura, che se si perdesse, solo lui restituirebbe alla Chiesa».
Dal 1538 figura con il titolo di maestro e Papa Paolo VI, nell’omelia della sua canonizzazione, il 31 maggio 1970, esaltò la sua persona e la sua dottrina eccelsa, lo propose come modello di predicazione e di guida delle anime, lo definì paladino della riforma ecclesiastica e sottolineò la sua costante influenza storica, ancora attuale. Al rinnovamento ecclesiale del concilio Vaticano II, all’inizio del terzo millennio del cristianesimo, contribuirà in grande misura la voce di questo maestro, che si potrebbe giustamente chiamare dottore dell’amore di Dio o della nuova evangelizzazione.
Giovanni d’Ávila è un classico della spiritualità cristiana accanto ad altri grandi santi e mistici del XVI secolo, conosciuto e apprezzato universalmente soprattutto in ambito teologico e accademico. Non elaborò mai una sintesi sistematica del suo insegnamento teologico, ma ci ha lasciato tesori così preziosi come il Trattato dell’Amore di Dio, il Trattato sul sacerdozio, il Catechismo o Dottrina cristiana, i Commenti alla Lettera ai Galati o alla Prima Lettera di Giovanni e, soprattutto, il noto Audi, filia, frutto della sua esperienza come guida spirituale di una giovane. Il cardinale Astorga, arcivescovo di Toledo, disse: «Questo libro ha convertito più anime delle lettere che contiene», e i cattolici perseguitati in Inghilterra trassero grande sollievo dalla sua lettura.
In quanto vero umanista e buon conoscitore della realtà, la sua era una teologia vicina alla vita, che rispondeva alle questioni poste in quel momento e lo faceva in modo didattico e comprensibile.
L’ingegno e la buona preparazione accademica di Giovanni d’Ávila lo portarono persino a inventare macchine per sollevare l’acqua; i proventi economici che derivavano dai brevetti li utilizzava nella fondazione di collegi per l’educazione e l’istruzione di bambini e giovani.
Fu anche promotore d’interessanti iniziative che, in qualche modo, fecero di lui un pioniere del diritto internazionale, in quanto propose la creazione di un tribunale di arbitrato per evitare conflitti armati: «Che nessun re, signore, o signoria che non riconosce alcun superiore possa dichiarare guerra a un altro senza che prima eruditi delle università, indicati dal concilio, esaminino la giustizia delle cause. E se colui che non avesse giustizia non volesse soddisfare colui che l’ha, si ricorra a rimedi opportuni contro di lui; rimedi tali che egli resti ben scottato dal castigo e altri siano avvisati» (Memoriale I al Concilio di Trento, Riforma dello Stato Ecclesiastico, numero 63).
Sono proposte di ampio respiro, unite a uno sguardo contemplativo agli eventi quotidiani e alla natura che a sua volta ci parla del Creatore: «Dite, non avete mai visto sorgere il sole la mattina? È una cosa che vale la pena vedere. Sembra un miracolo di Dio vedere come viene l’alba, come cantano tutti gli uccellini, alcuni bene, altri male; è un miracolo vederla; sembra che tutte le cose chiamino Dio, ognuna a suo modo, che tutte benedicano Dio» (Sermone, 62).
Scrive ancora: «Guarda tutti i benefici che Dio ti ha fatto, perché tutti sono pegni e testimonianze di amore. Tutto quanto c’è in cielo e in terra, e tutte le ossa e i sensi che sono nel tuo corpo» (Trattato dell’Amore di Dio, I, 952). «Guardi l’uomo se stesso, guardi il cielo e guardi la terra, e veda che tutto è legna di beneficio per accendere nell’essere umano il fuoco dell’amore divino» (Sermone, 70).
Attento a cogliere quello che lo Spirito ispirava alla Chiesa, in un’epoca così complessa e agitata da cambiamenti culturali, da varie correnti umanistiche, dalla ricerca di nuovi cammini di spiritualità, chiarì criteri e concetti, incentrando il suo insegnamento su temi tanto scottanti come la giustificazione e la grazia, che spiegò alla luce di quello che chiamava il «beneficio di Cristo», ossia l’espressione dell’amore di Dio in Cristo Gesù, Verbo fatto uomo e nostro Redentore.
La sua teologia è orante e sapienziale: lo esigevano la santità della scienza teologica e il bene e l’edificazione della Chiesa. Il suo insegnamento è una teologia pregata e predicata, applicata alla realtà e ai bisogni degli ascoltatori, e accompagnata sempre dalla Parola di Dio e dei santi Padri, atta a edificare le persone e a spingere i cuori alla santità.
La predicazione del Maestro d’Ávila, incentrata sempre sull’amore di Dio, comportava per tutti un pressante invito alla santità. Perché tutti, clerici, religiosi e laici, siamo chiamati alla santità. Era pienamente convinto che la vocazione cristiana, in qualsiasi condizione di vita, è vocazione alla santità e all’apostolato. Così, nel breve trattato Meditazione del beneficio che ci ha fatto il Signore nel sacramento dell’Eucaristia, tema ricorrente in gran parte della sua opera, esprime come la grazia divina rende «l’uomo simile a Dio nella purezza della vita», e come la chiamata alla sanità si deve al fatto che l’uomo è «partecipe di Dio stesso».
I suoi biografi parlano diffusamente della grande esigenza di vita cristiana che implicava per ogni persona l’ascoltare le sue parole, del tutto coerenti con la sua testimonianza di vita. Da parte sua, favorì tutte le vocazioni e, com’è noto, furono molto numerose le conversioni e le adesioni alla vita consacrata e clericale che i suoi scritti e i suoi sermoni suscitarono. Ricordiamo Giovanni di Dio, che cambiò radicalmente la sua vita dopo aver ascoltato a Granada la predicazione di padre d’Ávila al punto da diventare il fondatore dell’ordine ospedaliero, o a san Francesco Borgia, che aiutò nel cammino della sua conversione e nel suo ingresso nella compagnia di Gesù, della quale fu il terzo preposito generale.
Giovanni d’Ávila è quindi maestro della vita santa e, in concreto, della santità sacerdotale: «Oh ecclesiastici, se vi guardaste nel fuoco del vostro pastore principale, Cristo; in quelli che vi hanno preceduti, apostoli e discepoli, vescovi martiri e pontefici santi!» (Conversazione, 7). L’identificazione e la configurazione con Gesù Cristo, e la pratica della preghiera e delle virtù cristiane, come per i grandi santi, sono alla base della santità.
Riferendosi alla predicazione come responsabilità propria dei sacerdoti, alla quale dedicò gran parte della sua vita, accanto alla preghiera e allo studio, il santo maestro diceva: «Grande dignità è avere l’ufficio nel quale si esercitò Dio stesso, essere vicario di un tale Predicatore, che è giusto imitare nella vita come nella parola» (Lettera, 4).
«L’altezza dell’ufficio sacerdotale esige altezza di santità» affermava spesso, perché «come può un sacerdote offendere Dio tenendo Dio nelle sue mani?» (Sermone, 64). «Oh, come deve essere grande la nostra santità e purezza per toccare Gesù Cristo, che vuole essere accolto con braccia e cuore puro, e per questo si mise nelle braccia della Vergine!» (Ibidem, 4).
San Giovanni d’Ávila è quindi un noto maestro di spiritualità sacerdotale come dimostrano i suoi Sermoni e le Conversazioni e il sopracitato Trattato sul Sacerdozio. Il suo insegnamento, che ha come riferimento Cristo, il Buon Pastore, contiene tutti gli elementi fondamentali del sacerdozio cristiano, con formulazioni basate sulla Sacra Scrittura, sui Padri della Chiesa, sul magistero, sui santi e sui più stimati teologi, e in esso si percepiscono in modo particolare contenuti evangelici e paolini e una chiara radice agostiniana e tomista.
Concentrò la sua attenzione anche su una migliore formazione per i bambini e i giovani, in particolare per gli aspiranti al sacerdozio. Per loro, e per la formazione permanente dei clerici, fondò una quindicina di collegi minori e maggiori, e una prestigiosa università, quella di Baeza (Jaén), che è stato un importante punto di riferimento per secoli.
L’arcivescovo di Granada, don Pedro Guerrero, voleva portare il maestro d’Ávila come consigliere teologo alla seconda sessione del concilio di Trento. Avanti negli anni e malato, il suo stato fisico non gli permise di partecipare, ma scrisse per l’occasione due famosi Memoriali, il Memoriale I, Riforma dello Stato Ecclesiastico (1551) e il Memoriale II, Cause e rimedi delle eresie (1561). In essi disse in modo molto preciso e chiaro che la santità del clero è indispensabile per riformare la Chiesa. Senza di essa, una vera riforma diverrebbe impossibile. Seguendo la dottrina paolina della legge e della grazia, cercava di far rinascere una vita vigorosa dalle stesse viscere soprannaturali della Chiesa, e perciò era necessario creare una legione di uomini di spirito. Disse: «Consta già che ciò che questo santo concilio vuole è il bene e la riforma della Chiesa. A tal fine, consta anche che il rimedio è una nuova formazione dei suoi ministri» (Memoriale, I, 9).
Le sue proposte, riferite soprattutto alla creazione di seminari per la formazione di quanti si preparavano al sacerdozio, raggiunsero tutta la Chiesa, come si può percepire nel decreto tridentino De seminariis clericorum (1563) e in altri documenti sulla riforma e sui sacramenti.
Punto importante della spiritualità del maestro d’Ávila è il suo marcato marianesimo, che relaziona con il sacerdozio. La dimensione mariana è una conseguenza della dimensione cristologica, eucaristica ed ecclesiale. Maria è associata a Cristo, come lo è il sacerdote. L’azione sacerdotale è simile a quella di Maria per «l’essere sacramentale che il sacerdote dà a Dio fatto uomo» e non una sola volta, ma frequentemente (Trattato sul sacerdozio, numero 2). «Guardiamoci, Padri — scrive — dalla testa ai piedi, anima e corpo, e ci vedremo fatti a somiglianza della Santissima Vergine Maria, che con le sue parole portò Dio nel proprio grembo. E il sacerdote lo porta con le parole della consacrazione» (Conversazione, 1º, 111). Sono molto noti i suoi sermoni nelle principali feste mariane, come quelli dell’Annunciazione, della Visitazione o dell’Assunzione di Maria in cielo.
Giovanni d’Ávila morì povero, come aveva sempre vissuto. «Coloro che non sono conosciuti come poveri, si congedino dalla novella che porta Gesù Cristo povero» (Sermone, 3).
Il suo grande servizio alla Chiesa non si concluse con la sua morte. I suoi scritti più importanti apparvero presto in diverse edizioni e ottennero una notevole diffusione. I suoi sermoni furono molto apprezzati e circolarono in copie manoscritte, finché nel 1596 iniziarono a essere pubblicati; sono numerose le loro edizioni e traduzioni. Lo stesso vale per il suo ricco epistolario, che fu molto presto tradotto in diverse lingue.
L’influenza del maestro d’Ávila è stata pertanto costante attraverso i suoi scritti, pubblicati diverse volte nel corso dei secoli, e che continuano a essere pubblicati e letti, a ritmo crescente, ancora oggi. Associazioni clericali e laicali, sacerdoti e lo stesso popolo di Dio continuano ad assimilare e a diffondere la sua dottrina. I suoi insegnamenti hanno un’autentica e profonda presenza ecclesiale, sufficientemente universale, e continuano a fecondare, in maniera discreta ma efficace, la vita della Chiesa.
Giovanni d’Ávila ha influenzato in modo diretto molti santi, maestri di spiritualità e fondatori che si sono ispirati a lui o si sono abbeverati alla sua dottrina, a partire dagli uomini del suo tempo, e non solo spagnoli, ma anche europei e soprattutto latinoamericani. Non minore è stata però l’influenza indiretta che ha esercitato e che continua a esercitare attraverso la dottrina e la spiritualità diffusa da quei fondatori, che sono giunti fino in America, in Asia, e persino nel cuore dell’Africa.
(*): Qui trovate il Libretto della Celebrazione