"Il Cortile dei gentili è il luogo del dialogo, della tolleranza, ma soprattutto dell'ascolto.La circostanza, del tutto eccezionale, nell'Anno della fede, che un incontro del Cortile si svolga qui ad Assisi, il luogo dello spirito e del messaggio francescano, la cattedra del dialogo interreligioso, conferisce a questa giornata un significato particolare, il segno di un evento che resterà nella memoria di molti". Con queste parole il direttore del "Corriere della Sera", Ferruccio de Bortoli, ha introdotto, nel pomeriggio di venerdì 5 ottobre ad Assisi, il dialogo tra il presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, e il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, il cardinale Gianfranco Ravasi, appuntamento principale della sessione del Cortile dei gentili che si è svolta nella città di san Francesco il 5 e il 6 ottobre. "L'Italia risorse, sulle rovine del fascismo, a libertà e democrazia in uno straordinario moto di avvicinamento tra ispirazioni ideali e politiche diverse e apparentemente inconciliabili, ma in effetti già incontratesi nel crogiuolo dell'antifascismo. Nel porre le basi di una nuova convivenza e crescita civile e sociale, nessun muro tra posizioni dei credenti e dei non credenti sbarrò la strada alle forze politiche rappresentative delle une e delle altre: come testimonia la storia dell'Assemblea Costituente. Ciò fu possibile perché si attinse - ha detto il presidente, citando un'espressione del cardinale Ravasi - a "un'antropologia di base", all'obbiettivo, del "pieno sviluppo della persona umana". Una tensione che ai nostri giorni, purtroppo, ha chiosato Ravasi, si è di molto allentata: si è persa, per esempio, la categoria di futuro, è quasi scomparsa, si guarda solo all'orizzonte immediato. La speranza non ha altri fondamenti solidi: è necessario anche per noi ritrovare le grandi domande, "le voci dei grandi, sono quasi sempre destinate a inquietare". Altrimenti continuerà a prevalere "il grigio della totale indifferenza, superficialità e banalità".
Di seguito le parole di Mons. Ravasi.
* * *
L’esperienza del Cortile dei gentili ha un simbolo che lei ha evocato, ed è paradossalmente quello del muro, non soltanto quello del cortile. Il cortile di sua natura suppone il passare delle parole e dei venti, quindi la possibilità di un confronto, la possibilità di uno sguardo. Infatti, come ricordava il dottor de Bortoli, nel Tempio di Gerusalemme gli ebrei guardavano negli occhi quel volto che poi era diverso ma sostanzialmente ancora lo stesso, cioè il volto umano. Ma c’era, e questo era l’elemento decisivo, un muro. Un muro che è stato persino ritrovato dal punto di vista archeologico, quando nell’Ottocento un archeologo francese, Dupont-Sommer, ha identificato il muro e le targhe, terribili. Una l’ho ancora davanti agli occhi avendola vista più di una volta al museo archeologico di Istanbul. Essa in greco — l’inglese di allora — comminava la pena di morte a tutti coloro che avessero osato, pagani, varcare il muro, entrare nello spazio sacro.
La divisione perciò tra il palazzo e il tempio era totale e assoluta. Sì, ci si guardava, ci si ascoltava nei suoni, ma alla fine le mani non potevano assolutamente incrociarsi. Cosa che invece avviene ora. E devo dire che questo — lo dobbiamo affermare in maniera netta — è frutto del cristianesimo. Paolo, all’interno del capitolo secondo della lettera che egli indirizza ai cristiani di Efeso, dice che Cristo è venuto ad abolire il muro di separazione che c’era tra i due popoli, l’ha abbattuto facendo dei due un solo popolo. E io credo che sia il compito principale che dobbiamo fare proprio riguardo quelle figure che lei signor presidente ha appena evocato. Figure che ininterrottamente ci ricordano come esista una base comune che è infinitamente superiore alle distinzioni pur necessarie. L’identità deve essere affermata, l’identità delle culture, delle prospettive, ma questa identità suppone anche che noi abbiamo una base che si chiama umanità. Questa componente è quella che permette di far sì che tutte quelle voci che abbiamo sentito possano alla fine interloquire nell’interno di un dialogo che è armonia.
Ecco appunto la parola che fa cadere il muro: dialogo. Parola che come ben sappiamo in greco e nella nostra lingua italiana ha due accezioni: da un lato il dialogo è l’incrocio tra due lògoi diversi, ma vuol dire anche scendere in profondità (dià-) nel lògos, nel discorso. C’è una battuta della tradizione giudaica, purtroppo tante volte declinata nell’esperienza che noi abbiamo della comunicazione, che dice: lo stolto dice quel che sa, il sapiente sa quel che dice. Ed è per questo motivo che quando il discorso è fatto con sapienza e non con l’eruzione esterna, quando il discorso è fatto di sapore, appunto, di sapientia (sàpere), allora diventa diverso anche lo stare insieme.
Ed è questo il compito che tutto il suo discorso di questa sera ha portato avanti. L’applauso che lei ha ricevuto aveva proprio il valore di dire che finalmente si ascolta un discorso che ha in sé una carica profonda, un messaggio, un lògos.
La seconda e più breve evocazione che vorrei fare è collegata invece all’introduzione molto raffinata del dottor De Bortoli. Vorrei richiamare quelle immagini degli “svegliatori”, figura tipica del mondo biblico, della preghiera, anche dei salmi: svegliatore è «chi sta nella notte, per vegliare e svegliare». Questo termine si trova anche nelle parole di Gesù e di Paolo: Cristo stesso invita a vegliare e a essere svegli. Lo dice, ad esempio, nel capitolo tredicesimo di Marco: «Perché non sapete quando sarà il momento».
C’è quindi questa sorta di tensione interiore. Una tensione che ai nostri giorni, purtroppo, si è di molto allentata: si è persa, per esempio, la categoria di futuro, è quasi scomparsa, si guarda solo all’orizzonte immediato.
Ma quella tensione in fondo è il principio della speranza. Gesù conclude la sua lezione con questa frase: «Quello che dico a voi lo dico a tutti: vegliate, letteralmente state svegli». Io penso che questa parola debba risuonare qui. Anche Paolo la usa nell’interno della lettera ai Romani, al capitolo tredicesimo, parlando di un’alba che sta per sorgere e per cui non si può dormire.
Tutto questo rientra in quanto ha detto il presidente, attraverso quelle evocazioni che egli ha fatto della moralità, del bene comune, dei fondamenti. È necessario anche per noi ritrovare le grandi domande, avere una tensione interiore. Io cito spesso una battuta di un personaggio inglese, nato a Dublino, ma inglese, che aveva una figura forse anche discutibile, ma anche una capacità di essere incisivo, soprattutto con i suoi motti: è Oscar Wilde. Diceva: «Le risposte sono capaci di darvele tutti. È a fare le vere domande che ci vuole un genio». Ecco, la domanda sul senso della vita, la domanda sulla vita e sulla morte, la domanda sulla verità, la domanda sull’amore, la domanda sul male, la domanda sul dolore. Queste sono le domande che devono emergere e che svegliano inesorabilmente la coscienza.
I grandi scrittori, le voci dei grandi, sono quasi sempre destinate a inquietare. Ed è la cosa che invece non avviene più ai nostri giorni. Io direi che i nostri giorni non sono più immorali del passato. Quando sono nato io — il presidente aveva già iniziato, giovane, la sua attività — eravamo sotto un cielo plumbeo, con l’Europa tutta striata di sangue, con due pazzi, in un certo senso che dominavano il mondo, dall’una e dall’altra parte. Avevamo questa guerra così dilagante, vero e proprio fiume di miseria e di dolore. Quindi l’immoralità era potente.
Noi ai nostri giorni a quel livello non siamo, però abbiamo una malattia peggiore che è quella della amoralità, della totale indifferenza, superficialità e banalità, per cui il colore è il grigio, che domina. Non esiste più bianco e nero, bene e male, giusto e ingiusto, vero e falso ed è per questo che allora con l’amoralità, si ha persino l’orgoglio, l’arroganza nel mostrarsi immorali.
Vorrei concludere questo discorso — che nasce tutto ed esclusivamente proprio dal dialogo, dall’ascolto dell’altra voce, ben più autorevole e così importante — con una rappresentazione del nostro tempo che noi vogliamo superare per arrivare a un orizzonte diverso. Lo faccio ancora grazie alla testimonianza di una grande figura, in questo caso uno scrittore cattolico francese, Georges Bernanos, il quale in uno dei suoi primi romanzi, L’Imposture del 1926, rappresenta la storia di un prete che perde totalmente la fede, che diventa totalmente ateo. Non vive cioè solo l’esperienza del silenzio di Dio, dell’assenza di Dio. Totalmente ateo. Ebbene Bernanos dà un’indicazione che è straordinaria: in quest’uomo ormai non c’era più l’assenza. L’assenza può essere nostalgia. Può essere il desiderio che si ritorni. C’era soltanto il vuoto, cioè il nulla. Ecco questo vuoto noi vogliamo colmarlo.
L'Osservatore Romano, 7 ottobre 2012
La divisione perciò tra il palazzo e il tempio era totale e assoluta. Sì, ci si guardava, ci si ascoltava nei suoni, ma alla fine le mani non potevano assolutamente incrociarsi. Cosa che invece avviene ora. E devo dire che questo — lo dobbiamo affermare in maniera netta — è frutto del cristianesimo. Paolo, all’interno del capitolo secondo della lettera che egli indirizza ai cristiani di Efeso, dice che Cristo è venuto ad abolire il muro di separazione che c’era tra i due popoli, l’ha abbattuto facendo dei due un solo popolo. E io credo che sia il compito principale che dobbiamo fare proprio riguardo quelle figure che lei signor presidente ha appena evocato. Figure che ininterrottamente ci ricordano come esista una base comune che è infinitamente superiore alle distinzioni pur necessarie. L’identità deve essere affermata, l’identità delle culture, delle prospettive, ma questa identità suppone anche che noi abbiamo una base che si chiama umanità. Questa componente è quella che permette di far sì che tutte quelle voci che abbiamo sentito possano alla fine interloquire nell’interno di un dialogo che è armonia.
Ecco appunto la parola che fa cadere il muro: dialogo. Parola che come ben sappiamo in greco e nella nostra lingua italiana ha due accezioni: da un lato il dialogo è l’incrocio tra due lògoi diversi, ma vuol dire anche scendere in profondità (dià-) nel lògos, nel discorso. C’è una battuta della tradizione giudaica, purtroppo tante volte declinata nell’esperienza che noi abbiamo della comunicazione, che dice: lo stolto dice quel che sa, il sapiente sa quel che dice. Ed è per questo motivo che quando il discorso è fatto con sapienza e non con l’eruzione esterna, quando il discorso è fatto di sapore, appunto, di sapientia (sàpere), allora diventa diverso anche lo stare insieme.
Ed è questo il compito che tutto il suo discorso di questa sera ha portato avanti. L’applauso che lei ha ricevuto aveva proprio il valore di dire che finalmente si ascolta un discorso che ha in sé una carica profonda, un messaggio, un lògos.
La seconda e più breve evocazione che vorrei fare è collegata invece all’introduzione molto raffinata del dottor De Bortoli. Vorrei richiamare quelle immagini degli “svegliatori”, figura tipica del mondo biblico, della preghiera, anche dei salmi: svegliatore è «chi sta nella notte, per vegliare e svegliare». Questo termine si trova anche nelle parole di Gesù e di Paolo: Cristo stesso invita a vegliare e a essere svegli. Lo dice, ad esempio, nel capitolo tredicesimo di Marco: «Perché non sapete quando sarà il momento».
C’è quindi questa sorta di tensione interiore. Una tensione che ai nostri giorni, purtroppo, si è di molto allentata: si è persa, per esempio, la categoria di futuro, è quasi scomparsa, si guarda solo all’orizzonte immediato.
Ma quella tensione in fondo è il principio della speranza. Gesù conclude la sua lezione con questa frase: «Quello che dico a voi lo dico a tutti: vegliate, letteralmente state svegli». Io penso che questa parola debba risuonare qui. Anche Paolo la usa nell’interno della lettera ai Romani, al capitolo tredicesimo, parlando di un’alba che sta per sorgere e per cui non si può dormire.
Tutto questo rientra in quanto ha detto il presidente, attraverso quelle evocazioni che egli ha fatto della moralità, del bene comune, dei fondamenti. È necessario anche per noi ritrovare le grandi domande, avere una tensione interiore. Io cito spesso una battuta di un personaggio inglese, nato a Dublino, ma inglese, che aveva una figura forse anche discutibile, ma anche una capacità di essere incisivo, soprattutto con i suoi motti: è Oscar Wilde. Diceva: «Le risposte sono capaci di darvele tutti. È a fare le vere domande che ci vuole un genio». Ecco, la domanda sul senso della vita, la domanda sulla vita e sulla morte, la domanda sulla verità, la domanda sull’amore, la domanda sul male, la domanda sul dolore. Queste sono le domande che devono emergere e che svegliano inesorabilmente la coscienza.
I grandi scrittori, le voci dei grandi, sono quasi sempre destinate a inquietare. Ed è la cosa che invece non avviene più ai nostri giorni. Io direi che i nostri giorni non sono più immorali del passato. Quando sono nato io — il presidente aveva già iniziato, giovane, la sua attività — eravamo sotto un cielo plumbeo, con l’Europa tutta striata di sangue, con due pazzi, in un certo senso che dominavano il mondo, dall’una e dall’altra parte. Avevamo questa guerra così dilagante, vero e proprio fiume di miseria e di dolore. Quindi l’immoralità era potente.
Noi ai nostri giorni a quel livello non siamo, però abbiamo una malattia peggiore che è quella della amoralità, della totale indifferenza, superficialità e banalità, per cui il colore è il grigio, che domina. Non esiste più bianco e nero, bene e male, giusto e ingiusto, vero e falso ed è per questo che allora con l’amoralità, si ha persino l’orgoglio, l’arroganza nel mostrarsi immorali.
Vorrei concludere questo discorso — che nasce tutto ed esclusivamente proprio dal dialogo, dall’ascolto dell’altra voce, ben più autorevole e così importante — con una rappresentazione del nostro tempo che noi vogliamo superare per arrivare a un orizzonte diverso. Lo faccio ancora grazie alla testimonianza di una grande figura, in questo caso uno scrittore cattolico francese, Georges Bernanos, il quale in uno dei suoi primi romanzi, L’Imposture del 1926, rappresenta la storia di un prete che perde totalmente la fede, che diventa totalmente ateo. Non vive cioè solo l’esperienza del silenzio di Dio, dell’assenza di Dio. Totalmente ateo. Ebbene Bernanos dà un’indicazione che è straordinaria: in quest’uomo ormai non c’era più l’assenza. L’assenza può essere nostalgia. Può essere il desiderio che si ritorni. C’era soltanto il vuoto, cioè il nulla. Ecco questo vuoto noi vogliamo colmarlo.