MESSALE
Antifona d'Ingresso Est 13,9.10-11 Tutte le cose sono in tuo potere, Signore, e nessuno può resistere al tuo volere. Tu hai fatto tutte le cose, il cielo e la terra e tutte le meraviglie che vi sono racchiuse; tu sei il Signore di tutto l'universo.
Colletta O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare. Per il nostro Signore...
Oppure: Dio, che hai creato l'uomo e la donna, perché i due siano una vita sola, principio dell'armonia libera e necessaria che si realizza nell'amore; per opera del tuo Spirito riporta i figli di Adamo alla santità delle prime origini, e dona loro un cuore fedele perché nessun potere umano osi dividere ciò che tu stesso hai unito. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio...
LITURGIA DELLA PAROLA
Prima Lettura Gn 2, 18-24I due saranno un'unica carne.
Dal libro della GenesiIl Signore Dio disse: «Non è bene che l'uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l'uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo. Allora l'uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall'uomo è stata tolta». Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un'unica carne.
Salmo Responsoriale Sal 127Ci benedica il Signore tutti i giorni della nostra vita. Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie. Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene. La tua sposa come vite feconda nell'intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d'ulivo intorno alla tua mensa. Ecco com'è benedetto l'uomo che teme il Signore. Ti benedica il Signore da Sion. Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita! Possa tu vedere i figli dei tuoi figli! Pace su Israele!
Seconda Lettura Eb 2, 9-11Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine.
Dalla lettera agli EbreiFratelli, quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti. Conveniva infatti che Dio - per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria - rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza. Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli. Canto al Vangelo 1 Gv 4,12 Alleluia, alleluia.Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi. Alleluia.

Vangelo Mc 10, 2-16, forma breve 10, 2-12L'uomo non divida quello che Dio ha congiunto.
Dal vangelo secondo Marco[In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall'inizio della creazione (Dio) li fece maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l'uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».] Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s'indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro. Parola del Signore-
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COMMENTI
1. CONGREGAZIONE PER IL CLERO
La Provvidenza ha voluto, nel giorno in cui tradizionalmente si celebra la Beata Vergine Maria del Rosario, o Santa Maria delle Vittorie, chiamarci a fare memoria della Risurrezione di Cristo, offrendoci così, da subito, un’inequivocabile messaggio: la Vittoria di Maria e di tutti i Cristiani è la Risurrezione del Signore, celebrata in ogni Santa Messa e, specialmente, in quella Pasqua settimanale che è la Domenica.
Nell’odierna Liturgia della Parola, inoltre, sembrano alternarsi – e procedere verso una composizione ultima – l’annuncio inequivocabile di Cristo circa la Volontà di Dio sulla creazione e le resistenze dei Suoi interlocutori: i farisei e i discepoli. E nell’atteggiamento degli uni e degli altri, possiamo subito notare come la vera differenza tra i discepoli del Signore, cioè noi tutti qui riuniti, ed i nemici del Signore, non stia nell’immediata comprensione ed accoglienza delle parole del Maestro o nel loro ostinato rifiuto.
Abbiamo ascoltato infatti come, dopo la risposta inequivocabile del Signore ai farisei, i discepoli, una volta giunti a casa, lontano dalla folla, Lo interroghino ancora su quell’argomento, spinti certamente dal reale interesse verso un modo del tutto nuovo e affascinante di guardare la realtà, quale è lo sguardo di Cristo, ma, probabilmente, anche dalla fatica nell’accettare la novità che questo sguardo comporta, tanto che San Matteo, narrando lo stesso episodio, riferisce un’affermazione dei discepoli, quasi scandalosa per la nostra sensibilità: «Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi» (Mt 19,10).
Tanto i farisei quanto i discepoli, quindi, non comprendono le parole di Cristo; gli uni e gli altri, anzi, sembrano resistervi. Ma, a differenza dei discepoli, i farisei avvicinano il Signore «per metterLo alla prova» (Mc 10,2), indisponibili a prendere sul serio quanto Egli ha da dire loro, tanto che, alla domanda di Cristo – «Che cosa vi ha ordinato Mosè?» –, reagiscono rispondendo non a Lui, alla propria domanda: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla», totalmente sordi nel cuore e nella mente.
Il Signore, con una commovente pazienza, approfittando anche del male, pur di trarre il bene per coloro che ama, offre allora due preziosissimi criteri. Anzitutto Egli non si appella ad una Legge superiore, ma va all’origine stessa della Legge, cioè alla Volontà e all’Opera del Creatore: «All’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina» e, ancora: «Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». Il precetto di “non dividere” è solo la conseguenza dell’opera di Dio: congiungere.
La legge – divina e rivelata, anzitutto, e naturale, poi – non costituisce, per noi, appena un’incomprensibile norma da applicare, quasi come un argine per la nostra libertà e originalità, ma rappresenta, piuttosto, la corrispondenza della nostra ragione e volontà al reale, a quella intelligenza che è inscritta nella natura delle cose e che a noi è dato, per natura, di conoscere.
E il secondo preziosissimo criterio che il Signore indica è quello che evinciamo dall’ultimo dialogo del Vangelo odierno: «Chi non accoglie il Regno di Dio come Lo accoglie un bambino non entrerà in esso». Per accogliere il Regno di Dio, che è il senso ultimo della realtà e che coincide con la Persona stessa di Cristo, occorre diventare bambini, umili nel riconoscersi bisognosi di tutto ed attenti al proprio cuore, a quella bussola cioè, che Dio ha posto dentro di noi e che, se rettamente formata ed illuminata dalla grazia, diventa un parametro infallibile per riconoscere l’eccezionale Presenza del Signore Gesù e seguirLo fedelmente nella fedeltà alla Chiesa e al Magistero, nella corrispondenza ai doveri del proprio stato di vita e nel profittare di ogni occasione, opportuna e inopportuna, per annunciarLo e testimoniarLo.
Chiediamo alla Beata Vergine Maria di plasmare il nostro cuore, di renderlo umile e docile alle ispirazioni dello Spirito Santo, graniticamente fedele alla realtà e innamorato di Cristo, e di condurre al Porto sospirato tutti noi, che la invochiamo Madre della Chiesa e Regina del Santo Rosario! Amen.
2. Padre Raniero Cantalamessa ofmcapp
Il tema della Domenica XXVII è il matrimonio. La prima lettura comincia con le ben note parole: “Il Signore Dio disse: Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che sia simile a lui”. Ai nostri giorni il male del matrimonio è la separazione e il divorzio, al tempo di Gesù era il ripudio. In certo senso, questo era un male peggiore, perché implicava anche una ingiustizia nei confronti della donna che è ancora in atto, purtroppo, in certe culture. L’uomo infatti aveva il diritto di ripudiare la propria moglie, ma la moglie non aveva il diritto di ripudiare il proprio marito.
Due opinioni si scontravano, a riguardo del ripudio, nel giudaismo. Secondo una, era lecito ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo, ad arbitrio dunque del marito; secondo l’altra, invece occorreva un motivo grave, contemplato dalla Legge. Un giorno sottoposero questa questione a Gesù, aspettandosi che egli prendesse posizione in favore o dell’una o dell’altra tesi. Ma ricevettero una risposta che non si aspettavano: “Per la durezza del vostro cuore egli (Mosè) scrisse per voi questa norma. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina: per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto”.
La legge di Mosè circa il ripudio è vista da Cristo come una disposizione non voluta, ma tollerata da Dio (al pari della poligamia e di altri disordini), a causa della durezza di cuore e dell’immaturità umana. Gesú non critica Mosè per la concessione fatta; riconosce che in questa materia il legislatore umano non può fare a meno di tener conto della realtà di fatto. Ripropone però a tutti l’ideale originario dell’unione indissolubile tra l’uomo e la donna (“una sola carne”) che, almeno per i suoi discepoli, dovrà essere ormai l’unica forma possibile di matrimonio.
Gesú però non si limita a riaffermare la legge; aggiunge ad essa la grazia. Questo vuol dire che gli sposi cristiani non hanno solo il dovere di mantenersi fedeli fino alla morte; hanno anche gli aiuti necessari per farlo. Dalla morte redentrice di Cristo viene una forza –lo Spirito Santo – che permea ogni aspetto della vita del credente, compreso il matrimonio. Questo viene addirittura elevato alla dignità di sacramento e di immagine viva della sua unione sponsale con la Chiesa sulla croce (cf. Ef 5, 31-32).
Dire che il matrimonio è un sacramento non significa soltanto (come spesso si crede) che in esso è permessa, lecita e buona quella unione dei sessi che fuori di esso sarebbe disordine e peccato; significa, di più, dire che il matrimonio diventa un modo di unirsi a Cristo attraverso l’amore dell’altro, una vera via di santificazione.
Questa visione positiva è quella che ha messo così felicemente in luce papa Benedetto XVI nella sua enciclica “Deus caritas est”, su amore e carità. Il papa non contrappone in essa l’unione indissolubile nel matrimonio a ogni altra forma di amore erotico; la presenta però come la forma più matura e perfetta dal punto di vista non solo cristiano, ma anche umano.
“Fa parte – dice – degli sviluppi dell’amore verso livelli più alti, verso le sue intime purificazioni, che esso cerchi ora la definitività, e ciò in un duplice senso: nel senso dell’esclusività – ‘solo quest’unica persona’ – e nel senso del ‘per sempre’. L’amore comprende la totalità dell’esistenza in ogni sua dimensione, anche in quella del tempo. Non potrebbe essere diversamente, perché la sua promessa mira al definitivo: l’amore mira all’eternità”
Questo ideale di fedeltà coniugale non è stato mai facile (adulterio è una parola che risuona sinistramente anche nella Bibbia!); oggi però la cultura permissiva ed edonistica in cui viviamo lo ha reso immensamente più difficile. La crisi allarmante che attraversa l’istituto del matrimonio nella nostra società è sotto gli occhi di tutti. Legislazioni civili, come quella del governo spagnolo, che permettono (e indirettamente, in tal modo, incoraggiano!) a iniziare le pratiche di divorzio dopo appena pochi mesi di vita insieme. Parole come: “sono stufo di questa vita”, “me ne vado”, “se è così, ognuno per conto suo!”, ormai vengono pronunciate tra i coniugi alla prima difficoltà. (Detto per inciso: io credo che un coniuge cristiano dovrebbe accusarsi in confessione del semplice fatto di aver pronunciato una di queste parole, perché il solo dirle è un’offesa all’unità e costituisce un pericoloso precedente psicologico).
Il matrimonio risente in ciò della mentalità corrente dell’“usa e getta”. Se un apparecchio o uno strumento subisce qualche danno o una piccola ammaccatura, non si pensa a ripararlo (sono scomparsi ormai quelli che facevano questi mestieri), si pensa solo a sostituirlo. Applicata al matrimonio, questa mentalità risulta micidiale.
Cosa si può fare per arginare questa deriva, causa di tanto male per la società e di tanta tristezza per i figli? Io un suggerimento ce l’avrei: riscoprire l’arte del rammendo! Alla mentalità dell’“usa e getta” sostituire quella dell’“usa e rammenda”. Ormai quasi nessuno pratica più il rammendo. Ma se non si pratica più sui vestiti, bisogna praticare quest’arte del rammendo sul matrimonio. Rammendare gli strappi. E rammendarli subito.
San Paolo dava ottimi consigli a questo riguardo: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira e non date occasioni al diavolo”, “sopportatevi a vicenda, perdonandovi se qualcuno abbia di che lamentarsi dell’altro”, “ portate i pesi gli uni degli altri” (cfr. Ef 4, 26-27; Col 3, 13; Gal 6, 2).
La cosa importante da capire è che in questo processo di strappi e di ricuciture, di crisi e di superamenti, il matrimonio, non si sciupa, ma si affina e migliora. Io vedo una analogia tra il processo che porta a un matrimonio riuscito e quello che porta alla santità. Nel loro cammino verso la perfezione, i santi attraversano spesso la cosiddetta “notte oscura dei sensi”, in cui non provano più alcun sentimento, nessuno slancio; sono aridi, vuoti, fanno tutto a forza di volontà e con fatica. Dopo questa, viene la “notte oscura dello spirito”, in cui non entra in crisi solo il sentimento, ma anche l’intelligenza e la volontà. Si arriva a dubitare se si è sulla strada giusta, se per caso non si è sbagliato tutto; buio completo, tentazioni a non finire. Si va avanti solo per fede.
Tutto finito, dunque? Al contrario! Tutto questo non era che purificazione. Dopo che hanno attraversato queste crisi, i santi si rendono conto di quanto più profondo e più disinteressato è ora il loro amore per Dio, rispetto a quello degli inizi.
Molte coppie non faranno fatica a riconoscere in ciò la propria esperienza. Anch’essi attraversano spesso, nel loro matrimonio, la notte dei sensi in cui viene a mancare ogni trasporto e l’estasi dei sensi, se mai c’è stata, è solo un ricordo del passato. Alcuni conoscono anche la notte oscura dello spirito, lo stato in cui entra in crisi perfino la scelta di fondo e sembra di non avere più nulla in comune.
Se con la buona volontà e l’aiuto di qualcuno, si riesce a superare queste crisi, ci si rende conto di quanto lo slancio, l’entusiasmo dei primi giorni fosse poca cosa, rispetto all’amore stabile e la comunione maturati negli anni. Se prima moglie e marito si amavano per la soddisfazione che ciò procurava loro, oggi forse si amano un po’ di più di un amore di tenerezza, libero da egoismo e capace di compassione; si amano per le cose che hanno realizzato e sofferto insieme.
3. Luciano Manicardi, monaco di Bose
Dio ha creato l’uomo e la donna affinché, unendosi, siano una sola carne: vi è infatti una solitudine mortale, negativa (cf. Gen 2,18) e l’uomo entra nella vita entrando nella relazione con l’altro. La vita è relazione e l’alterità uomo-donna è al cuore della vita e della sua trasmissione (I lettura). Gesù, interrogato sul problema del ripudio, si rifà ai testi di Genesi e ribadisce che la volontà originaria del Dio creatore sull’uomo è l’unione monogamica e indissolubile: “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” (vangelo).
Esemplare è il divergente approccio al delicato problema del matrimonio, dell’amore dell’uomo e della donna che diviene legame, storia, presentato dai farisei e da Gesù. I farisei interrogano Gesù su una questione diliceità: “È lecito?” (Mc 10,2). La mentalità religiosa e scrupolosa rischia di ridurre la relazione dell’uomo con Dio e con gli altri uomini a una questione di liceità o meno. Se le leggi sante, se le leggi della chiesa lo consentono, allora “sono a posto con Dio” e con la coscienza. Gesù pone invece il problema sul piano della relazione con Dio e con l’altra persona.
Ma diverso tra Gesù e i farisei è anche il modo di leggere le Scritture per trovarvi luce per la questione sollevata. Mosè, nel Deuteronomio, si riferisce al ripudio come a un fatto, non come a un diritto, e la lettera di ripudio è un documento che difende i diritti della donna ripudiata consentendole di risposarsi e di non essere costretta alla prostituzione o all’accattonaggio per vivere. È ovvio che in un contesto patriarcale, tale antecedente mosaico poteva fondare e giustificare una prassi profondamente ingiusta e oppressiva. La menzione, fattaen passant, del libretto di ripudio in Deuteronomio, diviene per i farisei fondamento di un diritto: unico problema sarà quello di discutere su quali siano i motivi per cui un marito può ripudiare sua moglie (cf. Mt 19,3). Gesù si oppone alla strumentalizzazione della disposizione mosaica, svelandone il carattere provvisorio, di concessione, e si pone in ascolto della volontà del Dio creatore riprendendo Gen 1,27 e 2,24. L’atteggiamento di Gesù si oppone al letteralismo e suppone un’ermeneutica del testo biblico. Ermeneutica che cercherà di cogliere il cuore di Dio, l’intenzione di Dio nel documento scritto: questo consente di valutare ciò che è fondamentale e ciò che è secondario.
Gesù prende sul serio Dio e risale alla volontà del legislatore, ma prende sul serio anche la coscienza dell’uomo ed eleva il discorso al piano della relazione e della responsabilità personali. Se i farisei fanno proprio il punto di vista dell’uomo che vuole ripudiare la moglie, Gesù risale all’origine dell’unione dell’uomo e della donna, al momento in cui i due si uniscono decidendo di fare una storia insieme (cf. Mc 10,7-8). Ciò che è essenziale allora è imparare l’amore come fatica, come lavoro, come storia. È importante passare dall’innamoramento al vivere insieme con un’altra persona. L’amore che ha scelto i due deve divenire l’amore che i due scelgono facendo divenire storia il loro incontro: allora l’amore diventerà pazienza, ascolto, perdono, attesa dei tempi dell’altro, sacrificio, attenzione, sopportazione, riconciliazione… Diventerà un amore più intelligente e fedele. Fedele perché intelligente. La fedeltà è infatti costitutiva del matrimonio cristiano che si fonda sulla fedeltà del Dio dell’alleanza e narra tale fedeltà.
Di fronte a una questione spinosa come quella del ripudio Gesù non emette sentenze né legifera, ma compie un annuncio, l’annuncio rigoroso ed esigente che emerge dalla volontà di Dio contenuta nelle Scritture. Un annuncio che la chiesa è chiamata a ripetere, ma in ginocchio e guardandosi dal cadere nella logica dei farisei del nostro testo. Logica che rischia di condurre a ergersi a giudice del mistero grande della situazione matrimoniale di due persone e di fare delle parole di Gesù un’occasione di condanna per chi ha fallito. Perché tante sono le declinazioni della biblica “durezza di cuore” (Mc 10,5).
4. Enzo Bianchi, Priore di Bose
Di ritorno da Cafarnao, Gesù si reca in Giudea e là “ammaestra la folla, come suo solito” (Mc 10,1). È in questo contesto che alcuni farisei si avvicinano a lui “per metterlo alla prova”, chiedendogli: “È lecito a un marito ripudiare la propria moglie?”. Scopo della domanda non è quindi conoscere l’opinione di Gesù, bensì tentarlo, metterlo in difficoltà. Gesù, non si lascia irretire nella polemica, ma fa della sua risposta un annuncio del matrimonio secondo il volere di Dio.
Come sovente avviene nelle diatribe con i farisei, Gesù risponde a sua volta con una domanda, che rinvia i farisei alla Torah, alla Legge data da Dio a Israele attraverso Mosè: “Cosa vi ha ordinato Mosè?”. La pronta replica allude a un brano del Deuteronomio: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di mandare via la moglie” (cf. Dt 24,1-4). A questo punto Gesù invita i suoi interlocutori a compiere un passo ulteriore: non accontentarsi di un’interpretazione letterale della Legge, ma risalire alla volontà di Dio, il Legislatore. Ecco perché afferma: “Per la durezza del vostro cuore Mosè scrisse per voi questa norma”. La clausola sul divorzio trasmessa da Mosè ai figli di Israele era solo un gesto di pazienza verso la “durezza di cuore”, l’incredulità e la riluttanza dell’uomo a obbedire alla volontà profonda di Dio…
Ma l’intenzione originaria di Dio era ben altra. “Nell’in-principio della creazione”, infatti, “‘Dio li creò maschio e femmina’ (Gen 1,27); per questo ‘l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola’ (Gen 2,24). Sicché non sono più due, ma una sola carne”. Ponendosi in ascolto della Parola di Dio contenuta nella Scrittura, Gesù cita e attualizza due passi della Genesi per affermare che la volontà di Dio sull’uomo è l’unione monogamica e indissolubile. Poi conclude: “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito”.
Le parole di Gesù ci aiutano a leggere ancora oggi la verità del matrimonio cristiano: esso è una vicenda, una storia, e come tale suppone la faticosa capacità di perseveranza e di perdono reciproco. La relazione nuziale va misurata sui tempi lunghi di una storia d’amore, nella quale possono avvenire cadute e crisi, ma in cui deve sempre permanere la volontà dell’unione rinnovata, la tensione verso la fedeltà a ogni costo. Solo così è possibile per i coniugi divenire segni del Dio che è fedele alla sua alleanza nonostante i tradimenti del suo popolo adultero: Dio non divorzia da Israele e dalla chiesa nonostante le loro infedeltà (cf. Ez 16; 2Tm 2,13)! Sì, l’unione coniugale è indissolubile in quanto segno di una realtà che trascende il matrimonio: le nozze, l’alleanza irrevocabile tra Dio e il suo popolo (cf. Dt 7,9), tra Cristo e la chiesa (cf. Ef 5,31-33).
Ma c’è di più. Gesù rivela che l’uomo e la donna che si sposano devono assumere il rischio di un distacco netto dalla propria famiglia di origine; in caso contrario la loro unione è minacciata da pericolose ricadute nel passato… Unendosi in matrimonio i due si impegnano in una relazione interpersonale più profonda di quella filiale: una relazione che non è solo unione carnale, ma coniugale in tutta la sua ampiezza, ossia fino a tendere ad essere una sola persona, un solo corpo, fino a formare con Cristo un solo spirito (cf. 1Cor 6,16-17)! Solo da una vera separazione rispetto ai legami carnali del passato può nascere un’unione stabile e definitiva, capace di narrare la fedeltà di Dio, in Cristo, a ogni essere umano e a tutta l’umanità.
Una volta rientrati in casa, i Dodici interrogano di nuovo Gesù sull’argomento. Essi sono forse stupiti dalle sue parole, tanto che, secondo il passo parallelo di Matteo, affermano: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi!” (Mt 19,10). Ma Gesù ribadisce con lo stesso radicalismo quanto già detto alla folla: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio”. Eppure, quando si troverà faccia a faccia con una donna adultera, gesù non la condannerà, ma la inviterà alla conversione, al cambiamento di vita (cf. Gv 8, 1-11). Questo ci ricorda che anche in una questione delicata come quella del divorzio, Gesù non emette sentenze né condanne ma compie un annuncio, l’annuncio esigente che emerge dalla volontà di Dio contenuta nella Scrittura. La chiesa, dal canto suo, è chiamata a ripetere tale annuncio con grande franchezza e discrezione e ad accompagnarlo con la misericordia usata dal suo Signore: l’unione tra l’uomo e la donna resta infatti “un grande mistero” (cf. Ef 5,32), di fronte al quale i cristiani sono più che mai chiamati ad “assumere lo stesso sentire di Cristo” (cf. Fil 2,5).
APPROFONDIMENTI
I rapporti e i valori familiari secondo la Bibbia
Intervento di padre Cantalamessa al VI Incontro Mondiale delle Famiglie
Divido la mia relazione in tre parti. Nella prima parte illustrerò il progetto iniziale di Dio su matrimonio e famiglia e come esso si attuò nella storia d’Israele; nella seconda parte parlerò della ricapitolazione operata da Cristo e di come essa fu interpretata e vissuta nella comunità cristiana del Nuovo Testamento; nella terza parte cercherò di vedere cosa la rivelazione biblica può apportare alla soluzione dei problemi attuali del matrimonio e della famiglia.
I Parte
Matrimonio e famiglia: progetto divino e realizzazioni umane nell’Antico Testamento
1. Il progetto divino
Si sa che il libro della Genesi ha due racconti distinti della creazione della prima coppia umana, risalenti a due tradizioni diverse: quella jahwista (X secolo a.C.) e quella più recente (VI sec. a.C.) detta “sacerdotale”.
Nella tradizione sacerdotale (Gen 1, 26-28) l’uomo e la donna sono creati simultaneamente, non uno dall’altro; si pone in rapporto l’essere maschio e femmina con l’essere a immagine di Dio: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”. Il fine primario dell’unione tra l’uomo e la donna è visto nell’essere fecondi e riempire la terra.
Nella tradizione jahwista (Gen 2, 18-25), la donna è tratta dall’uomo; la creazione dei due sessi è vista come rimedio alla solitudine (“Non è bene che l’uomo sia solo; gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”); più che il fattore procreativo, si accentua il fattore unitivo (“l’uomo si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”); ognuno è libero di fronte alla propria sessualità e a quella dell’altro: “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna”.
In nessuna delle due redazioni si accenna a una subordinazione della donna all’uomo, prima del peccato: i due sono su un piano di assoluta parità, anche se l’iniziativa, almeno nel racconto jahwista, è dell’uomo.
La spiegazione più convincente del perché di questa “invenzione” divina della distinzione dei sessi l’ho trovata in un poeta, Paul Claudel, non in un esegeta:
“L’uomo è un essere orgoglioso non c’era altro modo di fargli comprendere il prossimo che quello di farglielo entrare nella carne; non c’era altro mezzo per fargli capire la dipendenza, la necessità e il bisogno se non mediante la legge su di lui di questo essere differente [la donna], dovuta al semplice fatto che esso esiste”1.
Aprirsi all’altro sesso è il primo passo per aprirsi all’altro che è il prossimo, fino all’Altro con la lettera maiuscola che è Dio. Il matrimonio nasce nel segno dell’umiltà; è riconoscimento di dipendenza e quindi della propria condizione di creatura. Innamorarsi di una donna o di un uomo è fare il più radicale atto di umiltà. È un farsi mendicante e dire all’altro: “Io non basto a me stesso, ho bisogno del tuo essere”. Se, come pensava Schleiermacher, l’essenza della religione consiste nel “sentimento di dipendenza” (Abhaengigheitsgefuehl) di fronte a Dio, allora la sessualità umana è la prima scuola di religione.
Fin qui il progetto di Dio. Non si spiega però il seguito della Bibbia se, insieme con il racconto della creazione, non si tiene conto anche di quello della caduta, soprattutto di quello che viene detto alla donna: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Gen 3,16). Il predominio dell’uomo sulla donna fa parte del peccato dell’uomo, non del progetto di Dio; con quelle parole Dio lo preannuncia, non lo approva.
2. Le realizzazioni storiche
La Bibbia è un libro divino-umano non solo perché ha per autori Dio e l’uomo, ma anche perché descrive, frammiste insieme, la fedeltà di Dio e l’infedeltà dell’uomo; non solo per il soggetto che scrive, ma anche per l’oggetto della Scrittura. Questo appare particolarmente evidente quando si confronta il progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia con la sua attuazione pratica nella storia del popolo eletto.
È utile registrare le deficienze e le aberrazioni umane per non stupirci troppo di quello che avviene intorno a noi e anche perché dimostra che matrimonio e famiglia sono istituzioni che, almeno nella pratica, evolvono nel tempo, come ogni altro aspetto della vita sociale e religiosa. Per rimanere nel libro della Genesi, già il figlio di Caino Lamech viola la legge della monogamia prendendo due mogli. Noè con la sua famiglia appare un’eccezione in mezzo alla generale corruzione del suo tempo. Gli stessi patriarchi Abramo e Giacobbe hanno figli da più donne. Mosè sancisce la pratica del divorzio; David e Salomone mantengono un vero harem di donne.
Le deviazioni però sembrano, come sempre, più presenti ai vertici della società, tra i capi, che non a livello di popolo, dove l’ideale iniziale del matrimonio monogamico doveva essere la norma e non l’eccezione. La letteratura sapienziale –Salmi, Proverbi, Siracide – più che i libri storici (che si occupano appunto dei capi) ci permettono di farci un’idea dei rapporti e dei valori familiari tenuti in considerazione e vissuti in Israele: la fedeltà coniugale, l’educazione della prole, il rispetto dei genitori. Quest’ultimo costituisce uno dei dieci comandamenti: “Onora il padre e la madre”.
Più che nelle singole trasgressioni pratiche, il distacco dall’ideale iniziale è visibile nella concezione di fondo che si ha del matrimonio in Israele. L’oscuramento principale riguarda due punti cardini. Il primo è che il matrimonio, da fine, diventa mezzo. L’Antico Testamento, nel suo insieme, considera il matrimonio come “una struttura d’autorità di tipo patriarcale, destinata principalmente alla perpetuazione del clan. In questo senso vanno comprese le istituzioni del levirato (Dt 25, 5-10), del concubinaggio (Gen 16) e della poligamia provvisoria”2. L’ideale di una comunione di vita tra l’uomo e la donna, fondata su un rapporto personale e reciproco, non è dimenticata, ma passa in secondo ordine rispetto al bene della prole.
Il secondo grave oscuramento riguarda la condizione della donna: da compagna dell’uomo, dotata di pari dignità, essa appare sempre più subordinata all’uomo e in funzione dell’uomo. Lo si vede perfino nel tanto celebrato elogio della donna del libro dei Proverbi: “Una donna perfetta chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore…” (Prov 31, 10 ss). Questo è un elogio della donna fatto interamente in funzione dell’uomo. La sua conclusione è: Beato l’uomo che possiede una tale donna! Essa gli tesse bei vestiti, fa onore alla sua casa, gli permette di camminare a testa alta tra gli amici. Non credo che le donne sarebbero oggi entusiaste di questo elogio.
Un ruolo importante nel riportare alla luce il progetto iniziale di Dio sul matrimonio lo svolsero i profeti, in particolare Osea, Isaia, Geremia. Assumendo l’unione dell’uomo e della donna come simbolo dell’alleanza tra Dio e il suo popolo, di riflesso, essi rimettevano in primo piano i valori dell’amore mutuo, della fedeltà e dell’indissolubilità che caratterizzano l’atteggiamento di Dio verso Israele. Tutte le fasi e le vicissitudini dell’amore sponsale sono evocate e utilizzate a questo scopo: l’incanto dell’amore allo stato nascente nel fidanzamento (cf Ger 2, 2); la pienezza della gioia del giorno delle nozze (cf Is 62, 5); il dramma della rottura (cf Os 2, 4 ss) e infine la rinascita, piena di speranza, dell’antico vincolo (cf Os 2, 16; Is 54, 8).
Malachia mostra la ricaduta benefica che il messaggio profetico poteva avere sul matrimonio umano e in particolare sulla condizione della donna. Scrive:
“Il Signore è testimone fra te e la donna della tua giovinezza, che ora perfidamente tradisci, mentr’essa è la tua consorte, la donna legata a te da un patto. Non fece egli un essere solo dotato di carne e soffio vitale? Che cosa cerca quest’unico essere, se non prole da parte di Dio? Custodite dunque il vostro soffio vitale e nessuno tradisca la donna della sua giovinezza” (Ml 2,14-15).
Alla luce di questa tradizione profetica va letto il Cantico dei cantici. Esso rappresenta un ritorno di fiamma alla visione del matrimonio come attrazione reciproca, come eros, come incanto dell’uomo di fronte alla donna (in questo caso, anche della donna di fronte all’uomo), presente nel racconto più antico della creazione.
Ha torto, tuttavia, una certa esegesi moderna che interpreta il Cantico esclusivamente in chiave di amore umano tra un uomo e una donna. L’autore del Cantico si colloca dentro la storia religiosa del suo popolo dove l’amore umano era stato assunto dai profeti come metafora dell’alleanza tra Dio e il popolo. Osea aveva già fatto della propria vicenda matrimoniale una metafora dei rapporti tra Dio e Israele. Come pensare che l’autore del Cantico prescinda da tutto ciò? La lettura mistica del Cantico, cara alla tradizione d’Israele e della Chiesa, non è dunque una sovrastruttura posteriore, ma in qualche modo implicita nel testo. Lungi dal togliere qualcosa all’esaltazione dell’amore umano, essa le conferisce uno splendore e una bellezza nuova.
II Parte
Matrimonio e famiglia nel Nuovo Testamento
1. La ricapitolazione del matrimonio da parte di Cristo
Sant’Ireneo spiega la “ricapitolazione (anakephalaiosis) di tutte le cose” operata da Cristo (Ef 1,10) come un “riprendere le cose dal principio per condurle al loro compimento”. Il concetto implica insieme continuità e novità e in questo senso si realizza in modo esemplare nell’opera di Cristo riguardo al matrimonio.
a. La continuità
Il capitolo 19 del vangelo di Matteo è sufficiente, da solo, per illustrare i due aspetti della ricapitolazione. Vediamo anzitutto come Gesú riprende le cose dal principio.
“Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo? Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina (Gen 1, 27) e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? (Gen 2, 24). Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19,3-6).
Gli avversari si muovono nell’ambito ristretto della casistica di scuola (se è lecito ripudiare la moglie per qualsiasi motivo, o se occorre un motivo specifico e serio), Gesú risponde riprendendo il problema alla radice, dall’inizio. Nella sua citazione, Gesú si riferisce a entrambi i racconti dell’istituzione del matrimonio, prende elementi dall’uno e dall’altro, ma di essi mette in luce, come si vede, soprattutto l’aspetto di comunione delle persone.
Quello che segue nel testo, sul problema del divorzio, va anch’esso in questa direzione; riafferma infatti la fedeltà e indissolubilità del vincolo matrimoniale al di sopra del bene stesso della prole, con il quale si erano giustificati in passato poligamia, levirato e divorzio:
“Gli obiettarono: Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via? Rispose loro Gesù: Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio” (Mt 19, 7-9).
Il testo parallelo di Marco mostra come, anche in caso di divorzio, uomo e donna si collocano, secondo Gesú, su un piano di assoluta parità: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio” (Mc 10, 11-12).
Non mi soffermo sulla clausola “eccetto il caso di concubinato” (porneia) che, come si sa, le Chiese ortodosse e protestanti interpretano in maniera diversa dalla Chiesa cattolica. Piuttosto si deve sottolineare “l’implicita fondazione sacramentale del matrimonio” presente nella risposta di Gesú 3. Le parole “ciò che Dio ha congiunto” dicono che il matrimonio non è una realtà puramente secolare, frutto soltanto di volontà umana; vi è in esso una dimensione sacra che risale alla volontà divina.
L’elevazione del matrimonio a “sacramento” non riposa dunque soltanto sul debole argomento della presenza di Gesú alle nozze di Cana e sul testo di Efesini 5; comincia, in qualche modo, con il Gesú terreno e fa parte anch’essa del suo riportare le cose all’inizio. Giovanni Paolo II ha ragione quando definisce il matrimonio “il sacramento più antico”4.
b. La novità
Fin qui la continuità. In che consiste allora la novità? Paradossalmente, essa consiste nella relativizzazione del matrimonio. Ascoltiamo il seguito del testo di Matteo:
“Gli dissero i discepoli: Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi. Egli rispose loro: Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca” (Mt 19, 10-12).
Gesú istituisce con queste parole un secondo stato di vita, giustificandolo con la venuta in terra del regno dei cieli. Questa non annulla l’altra possibilità, il matrimonio, ma la relativizza. Avviene come per l’idea di stato nell’ambito politico: esso non è abolito, ma radicalmente relativizzato dalla rivelazione della contemporanea presenza, nella storia, di un Regno di Dio.
La continenza volontaria non ha bisogno dunque che sia rinnegato o deprezzato il matrimonio, per essere riconosciuta nella sua validità. (Alcuni autori antichi, nei loro trattati sulla verginità, sono caduti in questo errore). Essa, anzi, non prende senso che dalla contemporanea affermazione della bontà del matrimonio. L’istituzione del celibato e della verginità per il regno nobilita il matrimonio nel senso che fa di esso una scelta, una vocazione, e non più un semplice dovere morale, al quale non era lecito sottrarsi in Israele, senza esporsi all’accusa di trasgredire il comando di Dio.
È importante notare una cosa spesso dimenticata. Celibato e verginità significano rinuncia al matrimonio, non alla sessualità che rimane con tutta la sua ricchezza di significato, anche se vissuta in forme diverse. Il celibe e la vergine sperimentano anch’essi l’attrazione, e quindi la dipendenza, verso l’altro sesso ed è proprio questo che da senso e preziosità alla loro scelta di castità.
c. Gesú, nemico della famiglia?
Tra le tante tesi avanzate in anni recenti nell’ambito della cosiddetta “terza ricerca storica su Gesú”, vi è anche quella di un Gesù che avrebbe ripudiato la famiglia naturale e tutti i vincoli parentali, in nome dell’appartenenza a una comunità diversa, in cui Dio è il padre e i discepoli sono tutti fratelli e sorelle, proponendo ai suoi discepoli una vita errante, come facevano a quel tempo, fuori di Israele, i filosofi cinici5.
Effettivamente ci sono nei vangeli parole di Cristo che a prima vista destano sconcerto. Gesú dice: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo” (Lc 14, 26). Parole dure, certamente, ma già l’evangelista Matteo si premura di spiegare il senso della parola odiare in questo caso: “Chi ama il padre e la madre…il figlio o la figlia più di me non è degno di me” (Mt 10, 37). Gesú non chiede dunque di odiare i genitori o i figli, ma di non amarli fino al punto da rinunciare per essi a seguirlo.
Altro episodio che suscita sconcerto. Un giorno Gesú disse a uno: “Seguimi. E costui rispose: Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. Gesù replicò: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio” (Lc 9, 59 s.). Per certi critici, tra cui il rabbino americano Jacob Neusner con cui dialoga Benedetto XVI nel suo libro su Gesú di Nazaret6, questa è una richiesta scandalosa, una disobbedienza a Dio che ordina di prendersi cura dei genitori, una violazione lampante dei doveri filiali.
Una cosa si deve concedere al rabbino Neusner: parole di Cristo, come queste, non si spiegano finché lo si considera un semplice uomo, per quanto eccezionale. Solo Dio può chiedere che lo si ami più del padre e che per seguirlo si rinunci anche ad assistere alla sua sepoltura. Per i credenti questa è una prova ulteriore che Gesú è Dio; per Neusner è la ragione per cui non lo si può seguire.
Lo sconcerto di fronte a queste richieste di Gesú nasce anche dal non tener conto della differenza tra ciò che egli chiedeva a tutti indistintamente e ciò che chiedeva soltanto ad alcuni chiamati a condividere la sua vita interamente dedicata al regno, come avviene anche oggi nella Chiesa. Lo stesso si deve dire della rinuncia al matrimonio: egli non la impone né propone a tutti indistintamente, ma solo a quelli che accettano di mettersi come lui a totale servizio del regno (cf. Mt 19, 10-12).
Tutti i dubbi sull’atteggiamento di Gesú verso la famiglia e il matrimonio cadono se teniamo conto di altri passi del vangelo. Gesú è più rigoroso di tutti circa l’indissolubilità del matrimonio, ribadisce con forza il comandamento di onorare il padre e la madre, fino a condannare la pratica di sottrarsi, con pretesti religiosi, al dovere di assisterli (cf. Mc 7, 11-13). Quanti miracoli Gesú compie proprio per venire incontro al dolore di padri (Giairo, il padre dell’epilettico), di madri (la Cananea, la vedova di Nain!), o di congiunti (le sorelle di Lazzaro), quindi per onorare i vincoli di parentela. In più d’una occasione egli condivide il dolore di parenti fino a piangere con loro.
In un momento come l’attuale in cui tutto sembra congiurare per indebolire i vincoli e i valori della famiglia, ci mancherebbe solo che mettessimo contro di essa anche Gesú e il vangelo! Gesú è venuto riportare il matrimonio alla sua bellezza originaria, per rafforzarlo, non per indebolirlo.
2. Matrimonio e famiglia nella Chiesa apostolica
Come abbiamo fatto per il progetto originario di Dio, anche a proposito della ricapitolazione operata da Cristo cerchiamo ora di vedere come essa è stata recepita e vissuta nella vita e nella catechesi della Chiesa, rimanendo per il momento nell’ambito della Chiesa apostolica. Paolo è in ciò la nostra fonte principale d’informazione avendo dovuto occuparsi del problema in alcune delle sue lettere, soprattutto nella Prima Lettera ai Corinzi.
L’Apostolo distingue quello che viene direttamente dal Signore, dalle applicazioni particolari che ne fai lui, richieste dal contesto nuovo in cui è predicato il vangelo. Al primo caso appartiene la riaffermazione dell’indissolubilità del matrimonio: “Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito – e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito – e il marito non ripudi la moglie” (1 Cor 7,10-11); al secondo caso appartengono le indicazioni che egli da circa i matrimoni tra credenti e non credenti e le disposizioni sui celibi e le vergini: “Agli altri dico io, non il Signore…” (1 Cor 7,10; 1 Cor 7, 25).
Da Gesú, la Chiesa apostolica ha raccolto anche l’elemento di novità che consiste, abbiamo visto, nella istituzione di un secondo stato di vita: il celibato e la verginità per il regno. Ad essi Paolo – lui stesso non sposato – dedica la parte finale del capitolo 7 della sua lettera. Basandosi sul versetto: ” Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono (charisma) da Dio, chi in un modo, chi in un altro” (1 Cor 7,7), alcuni pensano che l’Apostolo consideri matrimonio e verginità due carismi. Ma non è esatto; i vergini hanno ricevuto il carisma della verginità, gli sposati hanno altri carismi (sottinteso, non quello della verginità). È significativo che la teologia della Chiesa abbia sempre considerato la verginità un carisma e non un sacramento, e il matrimonio un sacramento e non un carisma.
Nel processo che porterà (molto più tardi) al riconoscimento della sacramentalità del matrimonio ha avuto un peso notevole il testo della lettera agli Efesini: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero (in latino, sacramentum!) è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!” (Ef 5, 31-32). Non si tratta di un’affermazione isolata e occasionale, dovuta all’ambigua traduzione del termine “mistero” (mysterion) con il latino sacramentum. Il matrimonio come simbolo del rapporto tra Cristo e la Chiesa si fonda su tutta una serie di detti e di parabole, in cui Gesú aveva applicato a sé il titolo di sposo, attribuito a Dio dai profeti.
A mano a mano che la comunità apostolica si accresce e si consolida si vede fiorire tutta una pastorale e una spiritualità familiare. I testi più significativi al riguardo sono quelli delle lettere ai Colossesi e agli Efesini. In essi vengono messi in luce i due rapporti fondamentali che costituiscono la famiglia: il rapporto marito-moglie e il rapporto genitori-figli. A proposito del primo l’Apostolo scrive:
“Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo. Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore… Come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”
Paolo raccomanda al marito di “amare” la propria moglie (e questo ci pare normale), ma poi raccomanda alla moglie di essere “sottomessa” al marito e questo, in una società fortemente (e giustamente) consapevole della parità dei sessi, sembra inaccettabile. Su questo punto san Paolo è, in parte almeno, condizionato dai costumi del suo tempo. La difficoltà, tuttavia, si ridimensiona, se si tiene conto della frase iniziale del testo: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”, che stabilisce una reciprocità nella sottomissione come nell’amore.
A proposito del rapporto tra genitori e figli Paolo ribadisce i consigli tradizionali della letteratura sapienziale:
“Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre (Prov 6, 20): è questo il primo comandamento associato a una promessa: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra (Es 20, 12). E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell’educazione e nella disciplina del Signore” (Ef 6, 1-4).
Le Lettere Pastorali, e specialmente la Lettera a Tito, offrirà regole dettagliate per ogni categoria di persone: le mogli, i mariti, vescovi e presbiteri, gli anziani, i giovani, le vedove, i padroni, gli schiavi (cf Tit 2, 1-9). Anche gli schiavi infatti facevano parte della famiglia, nella concezione allargata che si aveva di essa.
Anche nella Chiesa delle origini, l’ideale del matrimonio riproposto da Gesú non si realizzerà senza ombre e resistenze. A parte il caso di incesto di Corinto (1 Cor 8, 1 ss), lo testimonia il bisogno che sentono gli apostoli di insistere su questo aspetto della vita cristiana. Nell’insieme però i cristiani presentarono al mondo un modello familiare nuovo che si rivelò uno dei fattori principali di evangelizzazione.
L’autore della Lettera a Diogneto, nel II secolo, dice che i cristiani “si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati; hanno in comune la mensa, ma non il letto” (V, 6-7). Nelle sue Apologie, Giustino fa un ragionamento che noi cristiani di oggi dovremmo poter fare nostro nel dialogo con le autorità politiche. Dice in sostanza questo: Voi, imperatori romani, moltiplicate le leggi sulla famiglia, ma esse si rivelano inefficaci per arrestarne la dissoluzione; venite a vedere le nostre famiglie e vi convincerete che i cristiani sono i vostri migliori alleati nella riforma della società e non i vostri nemici. Alla fine, dopo tre secoli di persecuzione, l’impero, si sa, accolse, nella propria legislazione, il modello cristiano di famiglia.
III Parte
Cosa l’insegnamento biblico dice a noi oggi
La rilettura della Bibbia in un convegno come questo, che non è di esegeti ma di operatori pastorali nell’ambito della famiglia, non si può limitare a una semplice riproposizione del dato rivelato, ma deve poter gettare luce sui problemi di oggi. “La Scrittura, diceva san Gregorio Magno, cresce con chi la legge” (cum legentibus crescit); rivela implicazioni nuove a mano a mano che le vengono poste domande nuove. E oggi di domande, o provocazioni, nuove ce ne sono tante.
1. L’ideale biblico contestato
Ci troviamo di fronte a una contestazione apparentemente globale del progetto biblico su sessualità, matrimonio e famiglia. Lo studio di Mons. Tony Anatrella, distribuito ai relatori in vista di questo convegno, ce ne da un riassunto ragionato e utilissimo7. Come comportarsi di fronte al fenomeno?
Il primo errore da evitare a mio parere è quello di passare tutto il tempo a controbattere le teorie contrarie, finendo per dare loro più importanza di quello che meritano. Già lo Pseudo Dionigi Areopagita notava come la proposizione della propria verità è sempre più efficace della confutazione degli errori altrui. Un altro errore sarebbe quello di puntare tutto su leggi dello stato per difendere i valori cristiani. I primi cristiani, abbiamo visto, con i loro costumi cambiarono le leggi dello stato; non possiamo aspettarci oggi di cambiare i costumi con le leggi dello stato.
Il concilio ha inaugurato un metodo nuovo che è di dialogo, non di scontro con il mondo; un metodo che non esclude neppure l’autocritica. In un suo testo, ha detto che la Chiesa è in grado di trarre profitto anche dalle critiche di chi la combatte. Dobbiamo, credo, applicare questo metodo anche nella discussione dei problemi del matrimonio e della famiglia, come fece già a suo tempo la Gaudium et spes.
Applicare questo metodo di dialogo significa cercare di vedere se al fondo anche delle contestazioni più radicali non c’è una istanza positiva da accogliere. È l’antico metodo paolino dell’esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cf. 1 Ts 5,21). Questo è avvenuto con il marxismo che ha spinto la Chiesa a sviluppare una propria dottrina sociale e potrebbe avvenire anche per la “gender” rivoluzione che, come fa notare Mons. Anatrella nel suo studio, presenta non poche analogie con il marxismo ed è probabilmente destinata alla stessa fine.
La critica al modello tradizionale di matrimonio e di famiglia che ha portato alle odierne, inaccettabili, proposte del decostruzionismo, è iniziata con l’illuminismo e il romanticismo. Con intenti diversi, questi due movimenti si sono espressi contro il matrimonio tradizionale in quanto visto esclusivamente nei suoi “fini” oggettivi: la prole, la società, la Chiesa e troppo poco in se stesso, nel suo valore soggettivo e interpersonale. Tutto si richiedeva ai futuri sposi eccetto che si amassero e si scegliessero liberamente tra di loro. A tale modello venne opposto il matrimonio come patto (Illuminismo) e come comunione d’amore (Romanticismo) tra gli sposi.
Ma questa critica va nel senso originario della Bibbia, non contro di essa! Il concilio Vaticano II ha recepito questa istanza quando ha riconosciuto come bene ugualmente primario del matrimonio il mutuo amore e aiuto tra i coniugi. Giovanni Paolo II, in una sua catechesi del Mercoledì, diceva:
“Il corpo umano, con il suo sesso, e la sua mascolinità e femminilità,…è non soltanto sorgente di fecondità e di procreazione, come in tutto l’ordine naturale, ma racchiude fin dal principio l’attributo sponsale, cioè di esprimere l’amore: quell’amore appunto nel quale l’uomo-persona diventa dono e, mediante questo dono, attua il senso stesso del suo essere ed esistere” 8.
Nella sua enciclica “Deus caritas est”, il papa Benedetto XVI è andato anche oltre, scrivendo cose profonde e nuove a proposito dell’eros nel matrimonio e negli stessi rapporti tra Dio e l’uomo. “Questo stretto nesso tra eros e matrimonio nella Bibbia quasi non trova paralleli nella letteratura al di fuori di essa”9.
La reazione insolitamente positiva a questa enciclica del papa dimostra quanto una presentazione irenica della verità cristiana sia più produttiva della confutazione dell’errore contrario, anche se questa pure dovrà trovare posto, a suo tempo e a suo luogo. Noi siamo lontani dall’accettare le conseguenze che alcuni traggono oggi da queste premesse: per esempio che basti qualsiasi tipo di eros a costituire un matrimonio, compreso quello tra persone dello stesso sesso, ma questo rifiuto acquista un’altra forza e credibilità se unito al riconoscimento della bontà di fondo dell’istanza e anche a una sana autocritica.
Non possiamo infatti tacere il contributo che i cristiani avevano dato al formarsi di quella visione puramente oggettivista del matrimonio. L’autorità di Agostino, rinforzata su questo punto da Tommaso d’Aquino, aveva finito per gettare una luce negativa sull’unione carnale dei coniugi, considerata il tramite di trasmissione del peccato originale e non priva, essa stessa, di peccato “almeno veniale”. Secondo il dottore di Ippona, i coniugi dovevano venire all’atto coniugale con dispiacere e solo perché non c’era altro modo di dare cittadini allo stato e membri alla Chiesa.
Un’altra istanza che possiamo fare nostra è quella della pari dignità della donna nel matrimonio. Essa, abbiamo visto, è nel cuore stesso del progetto originario di Dio e del pensiero di Cristo, ma è stata quasi sempre disattesa. La parola di Dio a Eva: “Verso l’uomo sarà la tua brama ed egli ti dominerà”, ha avuto un tragico avveramento nella storia.
Nei rappresentanti della cosiddetta “Gender revolution” questa istanza ha portato a proposte folli, come quella di abolire la distinzione dei sessi e sostituirla con la più elastica e soggettiva distinzione dei “generi” (maschile, femminile, variabile), o quella di liberare la donna dalla “schiavitù della maternità” provvedendo in altri modi, inventati dall’uomo, alla produzione dei figli. (Non si capisce chi avrebbe più interesse o desiderio, a questo punto, di avere figli!).
Proprio la scelta del dialogo e dell’autocritica ci da il diritto di denunciare questi progetti come “disumani”, contrari cioè non solo alla volontà di Dio, ma anche al bene dell’umanità. Tradotti in pratica su larga scala, essi porterebbero a guasti imprevedibili. L’unica nostra speranza è che il buon senso della gente, unito al “desiderio” dell’altro sesso, al bisogno di maternità e di paternità che Dio ha inscritto nella natura umana resistano a questi tentativi di sostituirsi a Dio, dettati più da tardivi sensi di colpa dell’uomo, che da genuino rispetto e amore per la donna. (A proporre queste teorie sono quasi esclusivamente degli uomini!).
2. Un ideale da riscoprire
Non meno importante del compito di difendere l’ideale biblico del matrimonio e della famiglia è il compito di riscoprirlo e viverlo in pienezza da parte dei cristiani, in modo da riproporlo al mondo con i fatti, più che con le parole.
Noi leggiamo oggi il racconto della creazione dell’uomo e della donna alla luce della rivelazione della Trinità. In questa luce, la frase: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” rivela finalmente il suo significato rimasto fino enigmatico e incerto prima di Cristo. Che rapporto ci può essere tra l’essere “a immagine di Dio” e l’essere “maschio e femmina”? Il Dio biblico non ha connotati sessuali, non è né maschio né femmina.
La somiglianza consiste in questo. Dio è amore e l’amore esige comunione, scambio interpersonale; richiede che ci siano un “io” e un “tu”. Non c’è amore che non sia amore di qualcuno; dove non c’è che un solo soggetto, non ci può essere amore, ma solo egoismo o narcisismo. Là dove Dio è concepito come Legge o come Potenza assoluta non c’è bisogno di una pluralità di persone (il potere si può esercitare anche da soli!). Il Dio rivelato da Gesú Cristo, essendo amore, è unico e solo, ma non è solitario; è uno e trino. In lui coesistono unità e distinzione: unità di natura, di volere, di intenti, e distinzione di caratteristiche e di persone.
Due persone che si amano – e quello dell’uomo e la donna nel matrimonio ne è il caso più forte – riproducono qualcosa di ciò che avviene nella Trinità. Lì due persone –il Padre e il Figlio – amandosi, producono (“spirano”) lo Spirito che è l’amore che li fonde. Qualcuno ha definito lo Spirito Santo il “Noi” divino, cioè non la “terza persona della Trinità”, ma la prima persona plurale 10.
Proprio in questo la coppia umana è immagine di Dio. Marito e moglie sono infatti una carne sola, un cuore solo, un’anima sola, pur nella diversità di sesso e di personalità. Nella coppia si riconciliano tra loro unità e diversità. Gli sposi stanno di fronte, l’uno all’altro, come un “io” e un “tu” e stanno di fronte a tutto il resto del mondo, cominciando dai propri figli, come un “noi”, quasi si trattasse di una sola persona, non più però singolare ma plurale. “Noi”, cioè “tua madre ed io”, “tuo padre ed io”.
In questa luce si scopre il senso profondo del messaggio dei profeti circa il matrimonio umano, che cioè esso è simbolo e riflesso di un altro amore, quello di Dio per il suo popolo. Questo non significava sovraccaricare di un significato mistico una realtà puramente mondana. Non era fare solo del simbolismo; era piuttosto rivelare il vero volto e lo scopo ultimo della creazione dell’uomo maschio e femmina: quello di uscire dal proprio isolamento ed “egoismo”, di aprirsi all’altro e, attraverso la temporanea estasi dell’unione carnale, elevarsi al desiderio dell’amore e della gioia senza fine.
Qual è la causa della incompiutezza e dell’inappagamento che lascia l’unione sessuale, dentro e fuori del matrimonio? Perché questo slancio ricade sempre su se stesso e perché questa promessa di infinito e di eterno rimane sempre delusa? Gli antichi hanno coniato un detto che fotografa questa realtà: “Post coitum animal triste”: come ogni altro animale, l’uomo dopo l’unione carnale è triste.
Il poeta pagano Lucrezio ha lasciato, della frustrazione che accompagna ogni accoppiamento, una descrizione spietata che in un congresso per sposi e per famiglie non dovrebbe suonare scandaloso riascoltare:
“S’avvinghiano avidamente al corpo e mischiano le salive bocca a bocca, e ansano, premendo coi denti le labbra; ma invano; perché non possono strapparne nulla, né penetrare e perdersi nell’altro corpo con tutto il corpo” 11.
A questa frustrazione si cerca un rimedio che però non fa che accrescerla. Anziché cambiare la qualità dell’atto, se ne aumenta la quantità, passando da un partner all’altro. Si arriva così allo scempio del dono di Dio della sessualità, in atto nella cultura e nella società di oggi.
Vogliamo una buona volta, come cristiani, cercare una spiegazione a questa devastante disfunzione? La spiegazione è che l’unione sessuale non è vissuta nel modo e con l’intenzione intesa da Dio. Questo scopo era che, attraverso questa estasi e fusione d’amore, l’uomo e la donna si elevassero al desiderio e avessero una certa pregustazione dell’amore infinito; si ricordassero da dove venivano e dove erano diretti.
Il peccato, a cominciare da quello dell’Adamo ed Eva biblici, ha attraversato questo progetto; ha “profanato” quel gesto, cioè lo ha spogliato della sua valenza religiosa. Ne ha fatto un gesto fine a se stesso, concluso in se stesso, e perciò “insoddisfacente”. Il simbolo è stato staccato dalla realtà simboleggiata, privato del suo dinamismo intrinseco e quindi mutilato. Mai come in questo caso si sperimenta la verità del detto di Agostino: “Tu ci hai fatti per te, o Dio, e il nostro cuore è insoddisfatto finché non riposa in te”.
Anche le coppie credenti –talvolta esse più delle altre – non riescono a ritrovare quella ricchezza di significato iniziale dell’unione sessuale a causa dell’idea di concupiscenza e di peccato originale per secoli associata a quell’atto. Solo nella testimonianza di alcune coppie che hanno fatto l’esperienza rinnovatrice dello Spirito Santo e vivono la vita cristiana carismaticamente si ritrova qualcosa di quel significato originale dell’atto coniugale. Esse hanno confidato con stupore a coppie di amici o al sacerdote di unirsi lodando Dio ad alta voce, o addirittura cantando in lingue. Era una reale esperienza di presenza di Dio.
Si comprende perché solo nello Spirito Santo è possibile ritrovare questa pienezza della vocazione matrimoniale. L’atto costitutivo del matrimonio è il donarsi reciproco, il fare dono del proprio corpo (cioè, nel linguaggio biblico, di tutto se stessi) al coniuge. Essendo il sacramento del dono, il matrimonio è, per sua natura, un sacramento aperto all’azione dello Spirito Santo che è per eccellenza il Dono, o meglio il Donarsi reciproco del Padre e del Figlio. È la presenza santificante dello Spirito che fa, del matrimonio, un sacramento non solo celebrato, ma vissuto.
Fare spazio a Cristo nella vita di coppia è il segreto per accedere a questi splendori del matrimonio cristiano. È da lui infatti che viene lo Spirito Santo che fa nuove tutte le cose. Un libro del vescovo Fulton Sheen, popolare negli anni Cinquanta, inculcava tutto ciò nel titolo stesso che recava: “Tre per sposarsi”12.
Non bisogna aver paura di proporre ad alcune coppie di futuri sposi cristiani, particolarmente preparate, un traguardo altissimo: quello di pregare un po’ insieme la sera delle nozze, come Tobia e Sara, e poi dare a Dio Padre la gioia di vedere di nuovo realizzato, grazie a Cristo, il suo progetto iniziale, quando Adamo ed Eva stavano nudi uno di fronte all’altra e tutti e due davanti a Dio, e non ne provavano vergogna.
Termino con alcune parole tratte, ancora una volta, da La scarpetta di raso di Claudel. Si tratta di un dialogo tra la protagonista femminile del dramma, combattuta tra la paura e il desiderio di arrendersi all’amore, e il suo angelo custode:
-È dunque permesso questo amore delle creature l’una per l’altra? Davvero, Dio non è geloso?
- Come potrebbe essere geloso di ciò che ha fatto lui stesso?
-Ma l’uomo nelle braccia della donna dimentica Dio…
-È forse dimenticarlo essere con lui ed essere associati al mistero della sua creazione?13
———— 1) P. Claudel, Le soulier de satin, a.III. sc.8 (éd. La Pléiade, II, Parigi 1956, p. 804) : « Cet orgueilleux, il n’y avait pas d’autre moyen de lui faire comprendre le prochain, de le lui entres dans la chair. Il n’y avait pas d’autre moyen de lui faire comprendre la dépendance, la nécessité et le besoin, un autre sur lui, La loi sur lui de cet être différent pour aucune autre raison si ce n’est qu’il existe » 2) B. Wannenwetsch, Mariage, in Dictionnaire Critique de Théologie, a cura di J.-Y. Lacoste, Parigi 1998, p. 700. 3) Cf. G. Campanini, Matrimonio, in Dizionario di Teologia, Ed. San Paolo 2002, pp. 964 s. 4) Giovanni Paolo II, Uomo e donna lo creò. Catechesi sull’amore umano, Roma 1985, p. 365. 5) Cf. B. Griffin, Was Jesus a Philosophical Cynic? [http://www-oxford.op.org/allen/html/acts.htm]; C. Augias e M. Pesce, Inchiesta su Gesú, Mondadori, 2006, pp. 121 ss. 6) E.P. Sanders, Gesù e il giudaismo, Marietti, 1992, pp.324 ss.; J. Neusner, A Rabbi Talks with Jesus, McGill-Queen’s University Press, 2000, pp. 53-72. 7) T. Anatrella, Définitions des termes du Néo-langage de la philosophie du Constructivisme et du genre, a cura del Pontificium Consilium pro Familia, Città del Vaticano Novembre 2008. 8) Giovanni Paolo II, Discorso all’udienza del 16 gennaio 1980 (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, Libreria Editrice Vaticana 1980, p. 148). 9) Benedetto XVI, Enc. Deus caritas est, 11. 10) Cf. Cf. H. Mühlen, Der Heilige Geist als Person. Ich –Du –Wir, Muenster, in W. 1966. 11) Lucrezio, De rerum natura, IV,2 vv. 1104-1107. 12) F. Sheen, Three to Get Married, Appleton-Century-Crofts 1951. 13) P. Claudel, Le soulier de satin, a.III. sc.8 (éd. La Pléiade, II, Parigi 1956, pp. 804): - Dona Prouhèze. – -Eh quoi! Ainsi c’était permis? cet amour des créatures l’une pour l’autre, il est donc vrai que Dieu n’est pas jaloux ? - L’Ange Gardien.- Comment serait-il jaloux de ce qu’il a fait ?… - Dona Prouhèze. – L’homme entre les bras de la femme oublie Dieu. - L’Ange Gardien.- Est-ce l’oublier que d’être avec lui ? est-ce ailleurs qu’avec lui d’être associé au mystère da sa création ?
* * *
DALLA TRADIZIONE PATRISTICA
1. Tertulliano
Donde mi sarà dato di esporre la felicità di quel matrimonio che viene contratto davanti alla Chiesa,
rafforzato dall'offerta eucaristica, segnato dalla benedizione, che gli angeli annunziano e che il Padre
ratifica? Neppure su questa terra, infatti, i figli si
sposano rettamente e giustamente senza il consenso
del padre. Quale giogo quello di due fedeli in un'unica speranza, in un'unica osservanza, in un'unica
servitù!
Sono fratelli e sono collaboratori; non vi è distinzione fra carne e spirito. Anzi, sono veramente due in
una sola carne e dove la carne è unica, unico è lo
spirito. Insieme pregano, insieme si prostrano e insieme digiunano; l'uno ammaestra l'altro, l'uno onora l'altro, l'uno sostiene l'altro. Sono uniti nella
Chiesa di Dio, sono uniti al convivio di Dio, uniti
nelle angustie, nelle persecuzioni, nelle consolazioni. Nessuno ha segreti per l'altro, nessuno evita l'altro, nessuno è gravoso all'altro: visitano liberamente
i bisognosi, sostengono gli indigenti: le elemosine
non hanno biasimo, i sacrifici non hanno riprensione, la diligenza di ogni giorno non ha impedimento. Il segno di croce non è furtivo, la congratulazione non è trepida, la benedizione non è muta: i salmi
e gli inni risuonano a due voci e i due fanno a gara
nel cantar meglio al loro Dio. Cristo gode vedendo
ciò e udendo ciò, e manda ad essi la sua pace.
(Dal Trattato Alla moglie, 9)
* * *
2. S. Ambrogio
E giusto quanto ci ricorda l'Apostolo, quando dice
che questo è un grande mistero riguardo a Cristo e
alla Chiesa (cfr. Ef 5, 32). Trovi allora un vincolo coniugale che nessuno deve dubitare sia stato unito da
Dio stesso, perché è Lui ancora che dice: Nessuno
viene a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato
(Gv 6, 44): solo il Padre ha potuto congiungere insieme queste nozze. E perciò Salomone dice in senso
mistico: La moglie sarà preparata all'uomo da Dio
stesso (Pr 19, 14). L'uomo è Cristo, la moglie è la
Chiesa, sposa per l'amore, vergine per l'intatta purezza. Perciò, colui che Dio ha attirato verso il Figlio,
non lo divida la persecuzione, non lo allontani la
lussuria, non ne faccia sua preda la filosofia, non lo
insozzi il Manicheo, non lo perverta l'Ariano, non lo
guasti il Sabelliano. Dio ha congiunto, il Giudeo
non divida. Sono tutti adulteri coloro che bramano
di adulterare la verità della fede e della speranza.
Dov'è la scritta di ripudio, dice, della vostra madre,
con la quale l'ho cacciata? (Is 50, 1). Hai sentito il ripudio, credi perciò che vi è stato il matrimonio. Hai
ascoltato che cosa dice quest'uomo al popolo dei
Giudei: Ecco per le vostre iniquità siete stati venduti,
per le vostre scelleratezze ho cacciato la vostra madre.
Resta dunque nella casa di tuo padre, rimani con lo
sposo, cerca di piacere al marito. Anima che hai creduto a Dio, sii la donna perfetta, com'è colei - sia
essa un'anima che ama la Chiesa o la Chiesa stessa -,
della quale dice Salomone: Una donna perfetta, chi
potrà trovarla? Il suo pregio è assai superiore a quello
delle perle: il marito confida in lei (Pr 3 1 , 10). Consideriamo che cosa fa costei per suo marito, qual è la
sua opera, quale il suo rispetto, per quale ragione
Cristo confidi in lei.
Quella moglie eccellente veste suo marito. La nostra
fede rivesta Gesù del suo corpo, rivesta la sua carne
della gloria della sua divinità, come anche colei ha
fatto due abiti per suo marito, per dargli onore nel
secolo presente e in quello futuro. Non è di poco
conto questa donna, che possiede una tale officina
per tessere; il marito non la trova intenta a scegliere
i morbidi fili della lana, ma ad eseguire sollecita la
propria parte di virtù preziosa; essa solleva le mani
al cielo durante la notte, dispone il suo lavoro con
perfetta misura, e pesa accuratamente la gravità della propria condotta; sa mantenere la proporzione
dei propri atti, mentre intesse la trama di una fatica
che le darà la gloria; essa non pensa ad altro che al
momento in cui il marito ritornerà, è in ansia e sospira, ormai desiderosa di stare col proprio marito, e
dice: Mio marito indugia a venire, io stessa correrò
da lui; gli andrò incontro a faccia a faccia, quando
comincerà a venire nella sua gloria.
Vieni, Signore Gesù, e trova la tua sposa, non contaminata, non disonorata; essa non ha violato la tua
casa, non ha trascurato la tua volontà. Essa ti possa
dire: Ho trovato colui che il mio cuore ha amato (Ct 3,
4), ti faccia entrare nella casa del vino - infatti il vino
rallegra il cuore dell'uomo (Sal 103, 15) - si inebrii in
spirito, riconosca il mistero, parli parole divine.
(Dall'Esposizione del vangelo secondo Luca VIII, 9-12)
* * *
3. S. Ambrogio
Lasciate che i bambini vengano a me e non impediteli;
perché a chi è come loro va il Regno di Dio. Eppure
quella è un'età dall'energia debole, dall'intelligenza
inetta, dal giudizio immaturo. Perciò non viene anteposta un'età all'altra; diversamente il crescere negli anni sarebbe un guaio. Che motivo c'è per desiderare che sopraggiunga la maturità degli anni, se è
destinata a togliermi il merito del Regno celeste?
Dunque Dio ci ha dato di avanzar negli anni per
peccare, non per crescere nella virtù? Perché allora
Egli scelse come suoi apostoli chi non aveva più
un'età da bambini, ma era avanti negli anni? Allora
perché afferma che i bambini sono fatti per il Regno dei cieli? Forse perché non conoscono la malvagità, non sanno ingannare, non osano restituire colpo con colpo, ignorano la ricerca ansiosa delle ricchezze, non desiderano l'onore, l'ambizione. Ma la
virtù non consiste nell'ignorare tutte queste cose,
bensì nel disprezzarle, e la padronanza di sé stessi
non è un pregio là dove l'onestà non è che fiacchezza. Quindi qui viene designata non l'età puerile,
bensì questa rettitudine che va a gara con la semplicità dei fanciulli. In realtà, la virtù non consiste nel
non potere, ma nel non voler peccare, e nel mantenere una tale perseveranza della volontà far sì che
l'intenzione imiti l'infanzia, ne segua la natura. E
del resto lo stesso Salvatore ha indicato che è così,
dicendo: Se non vi convertirete e diverrete come questo
fanciullo, non entrerete nel Regno dei cieli (Mt 18, 3).
Chi è dunque il fanciullo che gli apostoli di Cristo
debbono imitare? Forse un ragazzino? Sarebbe questa la virtù degli apostoli? Chi è dunque questo fanciullo? Non forse Colui del quale dice Isaia: Un fanciullo è nato per noi, ci è stato donato un figlio? (Is 9,
6 ). Proprio questo fanciullo ti ha detto: prendi la
tua croce e seguimi. E perché riconosca che è un
fanciullo: Oltraggiato non rispondeva con oltraggi;
percosso non restituiva il colpo (1 Pt 2, 23): ecco la
virtù perfetta. Perciò tanto nella fanciullezza vi è come una veneranda anzianità di carattere, tanto nella
vecchiezza vi è un'innocente fanciullezza; infatti,
vecchiaia veneranda non è la longevità, né si calcola
dal numero degli anni; la canizie per gli uomini sta
nella sapienza, età senile una vita intemerata (Sap 4,
8 s.). E per tale motivo è anche stato scritto: Lodate,
fanciulli, il Signore, lodate il nome del Signore (Sal
112, 1), perché nessuno loda il Signore, se non è
perfetto; di fatto, nessuno può dire Gesù Signore se
non in virtù dello Spirito Santo (1 Cor 12, 1).
Questa profezia sembra riguardare il popolo della
Chiesa, il quale, benché più giovane, col suo impegno nella virtù ha preceduto il popolo più anziano
dei Giudei. Anche per questo si dice: Ecco, io e i
miei fanciulli che mi hai dato (Eb 2, 13). Questi sono i fanciulli, i quali, accompagnando con esclamazioni profetiche il Signore portato in groppa all'asinelio, gridavano ch'era giunto il riscatto delle Genti;
questi sono i fanciulli o anche gli infanti, i quali con
più ricca abbondanza attinsero al petto di Cristo,
più dolce del vino; e dalla bocca dei bimbi e degli infanti hai tratto la lode (Mt 2 1 , 16; Sal 8, 3).
(Dall'Esposizione del vangelo secondo Luca VIII, 57-59)
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