
Il 7 ottobre 2012 Benedetto XVI ha proclamato Giovanni d’Ávila dottore della Chiesa.
(Antonio Cañizares, Cardinale prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti) È trascorso un anno da quando Benedetto XVI ha proclamato san Giovanni di Ávila dottore della Chiesa universale. Facciamo grata memoria di questo santo sacerdote spagnolo del XVI secolo, vetta della più alta spiritualità cristiana, vero gigante dell’essere e dell’anima sacerdotale, maestro di sacerdoti, rinnovatore profondo della Chiesa, che tanto risplendette nella Spagna insieme a figure quali santa Teresa di Gesù, sant’Ignazio di Loyola, san Giovanni della Croce. Instancabile lavoratore nel campo del vangelo, predicatore che, alla sua epoca, portò a termine in modo singolare, unico e infaticabile quella che oggi chiameremmo “nuova evangelizzazione”. Per questo viene riconosciuto come apostolo dell’Andalusia: un vero pastore conforme al cuore di Dio, dono di Dio alla Chiesa di tutti i tempi.
San Giovanni di Ávila è un maestro; così veniva chiamato al suo tempo e così continua a essere chiamato da secoli: il “Maestro Ávila”, modello ed esempio da seguire e da imitare per quanto concerne l’essere e il vivere sacerdotale. Maestro e dottore, risplende in modo particolare come predicatore, come evangelizzatore. In tutte le città per le quali passava lo si trovava ad annunciare il Vangelo, a predicare. Non gli importava predicare in mezzo alla strada. Come a san Paolo, non gli piaceva un sermone in cui non si predicasse Cristo crocifisso, nel cui mistero «sapeva tutto ciò che per la nostra salvezza si può sapere, che è tutto quello che comprende e tratta la teologia cristiana». La sua predicazione era fatta con verità e nasceva dalla carità pastorale. Perciò nelle sue Advertencias al Sínodo de Toledo diceva: «conviene che quanti sono inviati a tale ministero di predicare siano persone che, oltre a una sufficiente formazione, abbiano carità e zelo per conquistare anime, attirandole a Dio con la loro dottrina e con il loro esempio di vita e di santità». Si tratta d’incentrarsi e di concentrarsi sull’essenziale.
In lui troviamo un vivo e luminoso esempio per predicare. Ci offre di lui un ammirevole ritratto, quale genuino predicatore valido per tutti i tempi, il suo discepolo frate Luigi di Granada nella sua Vida del padre Maestro Juan de Ávila y las partes que ha de tener un predicador del Evangelio, o anche san Francesco Borgia nel suo Tratado breve del modo de predicar el Santo Evangelio, sicuramente ispirato al Maestro Ávila. Entrambi gli scritti costituiscono un’autentica guida o “direttorio” per quanti, come indica il concilio Vaticano II, hanno come opera o missione principale l’annuncio del Vangelo, ossia i sacerdoti. Quanto bene farebbe loro leggere ora i suoi sermoni, i suoi consigli, i suoi memoriali.
Le sue parole, in effetti, erano volte a suscitare la conversione annunciando il mistero di Cristo, che è il mistero dell’amore e della misericordia. Non ebbe alcun timore a predicare la Parola di Dio senza mistificazioni né lusinghe. Non si creò alcun complesso. Il suo contenuto fu sempre gioioso e pieno di amore di Dio, profondo, biblico, con una teologia vitale e chiara, fortemente ecclesiale, fedele alla verità e agli insegnamenti della Chiesa.
Alla domanda su cosa bisognasse fare per predicare bene, rispondeva: «Amare molto Dio». Non dimentichiamo inoltre che il Signore, prima di affidare a san Pietro la sua missione, gli chiese per tre volte: «Mi ami tu più di costoro?». Lo interrogò sul suo amore. Ai sacerdoti, chiamati e scelti da Dio, il Signore continua a chiedere come a Pietro: «Mi ami?». Amare Gesù Cristo al di sopra di ogni cosa, costituisce la base della predicazione; essere innamorati di Gesù Cristo e amarlo con un amore indiviso e incrollabile è il requisito imprescindibile per essere pastori e predicatori sempre, e in particolare nei tempi in cui urge una nuova evangelizzazione.
Per questo, la forza della predicazione del santo dottore Giovanni di Ávila, che amava il Signore, e molto, si basava sulla familiarità con Gesù, che si acquisisce e si vive soprattutto nella preghiera, insieme all’incontro con Lui nell’Eucaristia e nella penitenza, nella meditazione e nello studio della Parola, nel sacrificio che ci unisce a Lui.
Secondo il Maestro Ávila, bisogna salire sul pulpito «temprati», vivendo quello che si sta per dire, il che comporta studio e preghiera. Come dice uno dei suoi biografi: «Non predicava un sermone senza che fosse preceduto da molte ore di preghiera». E ancora: «La sua libreria principale erano il Crocifisso e il Santissimo Sacramento».
L’evangelizzazione, la predicazione, soprattutto in tempi di secolarizzazione come i nostri, nei quali si vive come se Dio non esistesse, esige uomini di Dio, uomini che siano, in qualche modo, con le parole del santo, «reliquiari di Dio, casa di Dio». Per far conoscere Dio, per essere suoi testimoni dobbiamo vivere immersi nel suo mistero, essere uomini di fede e di preghiera. Il Vangelo di Marco ci ricorda che il Signore «ne costituì dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare».
Noi pastori, sacerdoti o vescovi, prima di predicare, dobbiamo stare con Lui, prima di essere apostoli, dobbiamo essere discepoli, prima di essere evangelizzatori, dobbiamo essere costantemente evangelizzati. Quanto insisteva su ciò san Giovanni di Ávila. Dobbiamo accogliere Dio nel silenzio e nella solitudine. Insegnare a scoprire Dio, donare Dio e far conoscere la sapienza nascosta di Dio è la nostra missione, come è stata quella di Gesù Cristo, come è stata quella del Maestro Ávila. Ma questa segreta sapienza di Dio, Dio stesso, si apprende solo nel «rapporto di amicizia con Lui», accogliendo Dio nella profondità del silenzio e della contemplazione, ponendoci all’ascolto della sua Parola, parlando con Lui, «come con Qualcuno che è presente», reale e personale. Vivere intensamente la verità della vita sacerdotale ci fa penetrare a fondo l’amore di Dio. Meditare amore, entrare nella sfera di Dio che è Amore, genera amore. E ci fa sentire l’amore di Dio che abbiamo conosciuto nel suo Figlio fatto carne, con le piaghe e sulla Croce, presente e vivo nella sua Chiesa, inviato affinché il suo amore raggiunga tutti gli uomini e questi assaporino la sua salvezza. Entrare, attraverso la preghiera e lo studio, in questa sfera, dentro questo amore di Dio, significa entrare nella corrente di amore e di misericordia che Dio prova per tutti gli uomini; Egli vuole che si salvino, entrino nella verità, conoscano Lui e il suo inviato Gesù Cristo, che s’identifica con i poveri, gli affamati, quanti sono privati della libertà, i malati, quelli che non hanno un tetto né un riparo, quanti soffrono. Entrare in questo ambito di amore ci renderà missionari, evangelizzatori, ci renderà come Paolo o Giovanni di Ávila, sensibili verso coloro che, come “macedoni” del nostro tempo, ancora oggi gridano: «Aiutateci!».
Queste sono alcune linee del “dottorato” di san Giovanni di Ávila, il cui primo anniversario celebriamo ora con gratitudine. Che il maestro Giovanni di Ávila sia per tutti, e in particolare per i sacerdoti, magistero vivo e perenne, luce, stimolo e incoraggiamento per imparare da lui in questo momento in cui urge una nuova evangelizzazione.