lunedì 8 ottobre 2012

Vicino al Fuoco


Il sinodo si è aperto con una grande concelebrazione in piazza San Pietro — prima della quale Benedetto XVI ha proclamato due nuovi dottori della Chiesa, tra cui la quarta donna in poco più di un quarantennio — e ha poi iniziato i suoi lavori con la preghiera che scandisce il tempo cristiano. Non è formalità, ma una scelta che vuole rispecchiare una realtà, ha detto il Papa nella meditazione svolta a braccio sui testi liturgici. Con la preoccupazione, che gli è caratteristica, di comprendere a fondo il senso delle parole della preghiera appena recitata con i vescovi venuti da tutto il mondo e di farlo capire.
Al cuore dell’assemblea sinodale è il termine greco euangèlion, già attestato in Omero e che al tempo di Gesù indica un messaggio imperiale, da parte del sovrano, e che per questo porta la salvezza. Un vocabolo che i primi scrittori cristiani mutuano dunque dal linguaggio profano e trasformano. Così l’evangelista Luca colloca la nascita del bambino nella storia del mondo collegandola con l’editto dell’imperatore Augusto, ha ricordato il Papa. Aggiungendo subito dopo che se Dio ha rotto il silenzio e ha parlato, bisogna interrogarsi su come trasmettere e testimoniare la sua Parola, che innanzi tutto è il lògos, il Verbo incarnato.
La ricerca di un modo nuovo di annuncio del Vangelo — la nuova evangelizzazione cara a Giovanni Paolo II, ricordato con significativo affetto dal suo successore — è appunto il tema centrale del sinodo e dell’Anno della fede che sta per aprirsi a mezzo secolo dal concilio Vaticano II, convocato da Giovanni XXIII e guidato da Paolo VI con la stessa preoccupazione. In coerenza con una storia quasi bimillenaria che, pur con i limiti umani, è segnata da un desiderio di fedeltà. Su questo sfondo Benedetto XVI ha presentato i due nuovi dottori della Chiesa: Giovanni d’Ávila, figura di prete riformatore colto e umile, e Ildegarda di Bingen, donna e monaca sapiente che indagando la creazione contemplò Dio e seppe sostenere la sua Chiesa.
Sinodo e Anno della fede si aprono dunque sotto il segno dei nuovi dottori, con un richiamo all’essenziale. Nella meditazione — vera e propria chiave di lettura per la riflessione e il dibattito sinodali — Benedetto XVI ha insistito sul contenuto della fede: nel Verbo incarnato Dio ha parlato e parla di continuo all’uomo, vuole entrare in lui e coinvolgerlo. Ecco allora il significato del termine confessio, diverso da professio. La fede che matura nel cuore e coinvolge tutti i sensi, al di là della dimensione intellettuale, deve infatti essere portata e testimoniata nel mondo.
Solo con questa disponibilità alla testimonianza e alla sofferenza per la verità si può essere credibili. Alla confessio farà allora seguito la caritas descritta spesso nella liturgia come ardore e come fiamma. Per questo il Papa ha richiamato un detto (lògion) di Gesù conservato da Origene: «Chi è vicino a me è vicino al fuoco». Il fuoco cioè della presenza di Dio che incendia e trasforma, il fuoco del Vangelo da propagare ogni giorno nel mondo. (G. M. Vian)

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Di seguito il testo della Lettere apostoliche con cui vengono proclamati i due nuovi Dottori.

Lettera apostolica per la proclamazione a dottore della Chiesa del prete riformatore vissuto nel Cinquecento

Giovanni d'Ávila
predicatore e maestro spirituale

Pubblichiamo, in una traduzione italiana, il testo della lettera apostolica di Benedetto XVI per la proclamazione di Giovanni d'Ávila a dottore della Chiesa, il cui originale latino è riportato sul nostro sito (www.osservatoreromano.va).
LETTERA APOSTOLICA San Giovanni d'Ávila, sacerdote diocesano,
è proclamato Dottore della Chiesa universale.
BENEDETTO PP. XVI

A perpetua memoria
   1. Caritas Christi urget nos (2 Cor 5, 14). L'amore di Dio, manifestato in Gesù Cristo, è la chiave dell'esperienza personale e della dottrina del Santo Maestro di Ávila, un "predicatore evangelico" sempre ancorato alla Sacra Scrittura, appassionato della verità e referente qualificato per la "Nuova Evangelizzazione".
Il primato della grazia che spinge a operare il bene, la promozione di una spiritualità della fiducia e la chiamata universale alla santità vissuta come risposta all'amore di Dio, sono punti centrali dell'insegnamento di questo presbitero diocesano che dedicò la sua vita all'esercizio del suo ministero sacerdotale. Il 4 marzo 1538, Papa Paolo III emise la Bolla Altitudo Divinae Providentiae, diretta a Giovanni d'Ávila, autorizzandolo a fondare l'Università di Baeza (Jaén), nella quale lo definì come "praedicatorem insignem Verbi Dei". Il 14 marzo 1565 Pio iv emetteva una Bolla confermatoria delle facoltà concesse a tale Università nel 1538, nella quale lo designava come "Magistrum in theologia et verbi Dei praedicatorem insignem" (cfr. Biatiensis Universitas, 1968). I suoi contemporanei non esitarono a chiamarlo "Maestro", titolo con cui figura fin dal 1538, e Papa Paolo VI, nell'omelia della sua canonizzazione, il 31 maggio 1970, esaltò la sua figura e la sua dottrina sacerdotale eccelsa, lo propose come modello di predicazione e di direzione delle anime, lo definì paladino della riforma ecclesiastica e sottolineò la sua costante influenza storica fino al momento presente.

   2. Giovanni d'Ávila visse nella prima ampia metà del XVI secolo. Nacque il 6 gennaio 1499 o 1500, ad Almodóvar del Campo (Ciudad Real, diocesi di Toledo), figlio unico di Alonso Ávila e di Catalina Gijón, genitori molto cristiani e con un'alta posizione economica e sociale. A 14 anni lo portarono a studiare Legge nella prestigiosa Università di Salamanca; ma abbandonò questi studi al termine del quarto corso perché, in seguito di un'esperienza molto profonda di conversione, decise di ritornare nella dimora familiare per dedicarsi a riflettere e a pregare.
Con il proposito di diventare sacerdote, nel 1520 andò a studiare Arti e Teologia nell'Università di Alcalá de Henares, aperta alle grandi scuole teologiche del tempo e alla corrente dell'umanesimo rinascimentale. Nel 1526, ricevette l'ordinazione sacerdotale e celebrò la prima Messa solenne nella parrocchia del suo paese e, con il proposito di recarsi come missionario nelle Indie, decise di ripartire la sua consistente eredità tra i più bisognosi. Quindi, in accordo con colui che doveva essere primo Vescovo di Talxcala, in Nueva España (Messico), si recò a Siviglia in attesa d'imbarcarsi per il Nuovo Mondo.
Mentre preparava il viaggio, si dedicò a predicare nella città e nelle località vicine. Lì incontrò il venerabile Servo di Dio Fernando de Contreras, dottore ad Alcalá e prestigioso catechista. Questi, entusiasmato dalla testimonianza di vita e dall'oratoria del giovane sacerdote Giovanni, riuscì a far sì che l'arcivescovo sivigliano lo facesse desistere dalla sua idea di andare in America per restare in Andalusia; rimase a Siviglia condividendo casa, povertà e vita di preghiera con Contreras e, mentre si dedicava alla predicazione e alla direzione spirituale, continuò gli studi di Teologia nel Collegio di San Tommaso, dove forse ottenne il titolo di Maestro. Tuttavia nel 1531, a causa di una sua pre
dicazione mal interpretata, fu mandato in carcere. Nella prigione cominciò a scrivere la prima versione dell'Audi, filia. In quegli anni ricevette la grazia di penetrare con singolare profondità nel mistero dell'amore di Dio e del grande beneficio fatto all'umanità da Gesù Cristo, nostro Redentore. Da allora in poi sarà quello l'asse portante della sua vita spirituale e il tema centrale della sua predicazione.
Una volta emessa la sentenza assolutoria nel 1533, continuò a predicare con notevole successo tra il popolo e dinanzi alle autorità, ma preferì trasferirsi a Cordova, incardinandosi in questa diocesi. Poco dopo, nel 1536, lo chiamò per ricevere un suo consiglio l'arcivescovo di Granada dove, oltre a continuare la sua opera di evangelizzazione, completò gli studi in quella Università.
Buon conoscitore del suo tempo e con un'ottima formazione accademica, Giovanni d'Ávila fu un eminente teologo e un autentico umanista. Propose la creazione di un Tribunale Internazionale di arbitrato per evitare le guerre e fu persino capace d'inventare e di brevettare alcune opere d'ingegneria. Vivendo però molto poveramente, incentrò la sua attività sulla promozione della vita cristiana di quanti ascoltavano compiaciuti i suoi sermoni e lo seguivano ovunque. Particolarmente preoccupato dell'educazione e dell'istruzione dei bambini e dei giovani, soprattutto di quanti si preparavano al sacerdozio, fondò vari Collegi minori e maggiori che, dopo il concilio di Trento, sarebbero diventati Seminari conciliari. Fondò altresì l'Università di Baeza (Jaén), per secoli importante punto di riferimento per la qualificata formazione di chierici e secolari.
Dopo aver percorso l'Andalusia e altre regioni del centro e dell'ovest della Spagna predicando e pregando, ormai malato, nel 1554 si ritirò definitivamente in una semplice casa a Montilla (Cordova), dove esercitò il suo apostolato delineando alcune delle sue opere attraverso un'abbondante corrispondenza. L'Arcivescovo di Granada voleva portarlo come consultore teologo alle ultime due sessioni del concilio di Trento; non potendo viaggiare per problemi di salute, redasse i Memoriales che esercitarono grande influenza in quella assemblea ecclesiale.
Accompagnato dai suoi discepoli e amici e afflitto da fortissimi dolori, con un Crocifisso tra le mani, rese la sua anima al Signore nella sua umile casa di Montilla la mattina del 10 maggio 1569.

   3. Giovanni d'Ávila fu contemporaneo, amico e consigliere di grandi santi e uno dei maestri spirituali più prestigiosi e consultati del suo tempo.
Sant'Ignazio di Loyola, che lo stimava molto, desiderò vivamente che entrasse nella nascente Compagnia di Gesù; ciò non avvenne ma il Maestro orientò verso di essa una trentina dei suoi migliori alunni. Giovanni Ciudad, poi san Giovanni di Dio, fondatore dell'Ordine Ospedaliero, si convertì ascoltando il Santo Maestro e da allora si affidò alla sua guida spirituale. Il nobilissimo san Francesco Borgia, un altro grande convertito grazie alla mediazione di Padre Ávila, divenne addirittura preposito generale della Compagnia di Gesù. San Tommaso da Villanova, arcivescovo di Valencia, diffuse nelle sue diocesi e in tutto il Levante spagnolo il suo metodo catechetico. Suoi amici furono pure san Pietro de Alcántara, provinciale dei Francescani e riformatore dell'Ordine; san Giovanni de Ribera, vescovo di Badajoz, che gli chiese dei predicatori per rinnovare la sua diocesi, e poi arcivescovo di Valencia, aveva nella sua biblioteca un manoscritto con 82 suoi sermoni; Teresa di Gesù, oggi Dottore della Chiesa, che patì grandi travagli prima che potesse far arrivare al Maestro il manoscritto della sua Vida; San Giovanni della Croce, anch'egli Dottore della Chiesa, che si mise in contatto con i suoi discepoli di Baeza che lo aiutarono nella riforma del Carmelo; il Beato Bartolomeo dei Martiri, che, grazie ad amici comuni, venne a conoscenza della sua vita e della sua santità, e altri ancora che riconobbero l'autorità morale e spirituale del Maestro.

   4. Sebbene il "Padre Maestro Ávila" fu, prima di tutto, un predicatore, non trascurò di fare un uso magistrale della sua penna per esporre i suoi insegnamenti. Di fatto la sua influenza e la sua memoria postuma, fino ai nostri giorni, sono strettamente legate non solo alla testimonianza della sua persona e della sua vita, ma anche ai suoi scritti, tanto diversi tra di loro.
La sua opera principale, l'Audi, filia, un classico della spiritualità, è il suo trattato più sistematico, ampio e completo, la cui edizione definitiva fu preparata dal suo autore negli ultimi anni di vita. Il Catechismo o Dottrina cristiana, unica opera che fece stampare in vita (1554), è una sintesi pedagogica, per bambini e adulti, dei contenuti della fede. Il Trattato dell'amore di Dio, un tesoro letterario e per il contenuto, riflette con quale profondità gli fu concesso penetrare nel mistero di Cristo, il Verbo incarnato e redentore. Il Trattato sul sacerdozio è un breve compendio che si completa con le conversazioni, i sermoni e le lettere. Ci sono anche altri scritti minori, che consistono in orientamenti o Avvisi per la vita spirituale. I Trattati di Riforma sono legati al concilio di Trento e ai sinodi provinciali che lo applicarono e si riferiscono molto opportunamente al rinnovamento personale ed ecclesiale. I Sermoni e le Conversazioni, come l'Epistolario, sono scritti che abbracciano tutto l'arco liturgico e l'ampia cronologia del suo ministero sacerdotale. I commenti biblici - dalla Lettera ai Galati alla Prima Lettera di Giovanni e altri - sono esposizioni sistematiche di notevole profondità biblica e di grande valore pastorale. Tutte queste opere offrono contenuti molto profondi, presentano un'evidente impostazione pedagogica nell'uso di immagine e di esempi e lasciano intuire le circostanze sociologiche ed ecclesiali dell'epoca. Il tono è di somma fiducia nell'amore di Dio, invitando la persona alla perfezione della carità. Il suo linguaggio è il castigliano classico e sobrio della sua terra d'origine La Mancha, mescolato a volte con l'immaginazione e il calore del meridione, ambiente in cui trascorse la maggior parte della sua vita apostolica.
Attento a cogliere quello che lo Spirito ispirava alla Chiesa in un'epoca complessa e agitata da cambiamenti culturali, da varie correnti umanistiche, dalla ricerca di nuove vie di spiritualità, chiarì criteri e concetti.

   5. Nei suoi insegnamenti il Maestro Giovanni d'Ávila alludeva costantemente al battesimo e alla redenzione per dare impulso alla santità, e spiegava che la vita spirituale cristiana, che è partecipazione alla vita trinitaria, parte dalla fede in Dio Amore, si basa sulla bontà e sulla misericordia divina espressa nei meriti di Cristo ed è interamente mossa dallo Spirito; cioè, dall'amore a Dio e ai fratelli. "Allarghi la vostra misericordia il suo piccolo cuore in quell'immensità di amore con cui il Padre ci ha dato suo Figlio, e con Lui ci ha dato se stesso, e lo Spirito Santo e tutte le cose" (Lettera 160), scrive. E ancora: "Il vostro prossimo è cosa che riguarda Gesù Cristo" (Ibidem 62), perciò "la prova del perfetto amor di nostro Signore è il perfetto amore del prossimo" (Ibidem 103). Dimostra anche grande apprezzamento per le cose create, ordinandole nella prospettiva dell'amore. Essendo templi della Trinità, incoraggia in noi la stessa vita di Dio e il cuore pian piano si unifica, come processo di unione con Dio e con i fratelli. Il cammino del cuore è cammino di semplicità, di bontà, di amore, di atteggiamento filiale. Questa vita secondo lo Spirito è fortemente ecclesiale, nel senso di esprimere l'amore sponsale tra Cristo e la sua Chiesa, tema centrale dell'Audi, filia. Ed è anche mariana: la configurazione con Cristo, sotto l'azione dello Spirito Santo, è un processo di virtù e doni che guarda a Maria come modello e come madre. La dimensione missionaria della spiritualità, come derivazione della dimensione ecclesiale e mariana, è evidente negli scritti del Maestro Ávila, che invita allo zelo apostolico a partire dalla contemplazione e da un maggiore impegno nella santità. Consiglia di nutrire devozione per i santi, perché mostrano a tutti noi "un grande Amico, che è Dio, il quale tiene i cuori prigionieri nel suo amore […] ed Egli ci ordina di avere molti altri amici, che sono i suoi santi" (Lettera 222).

   6. Se il Maestro Ávila è pioniere nell'affermare la chiamata universale alla santità, risulta anche un anello imprescindibile nel processo storico di sistematizzazione della dottrina sul sacerdozio. Nel corso dei secoli i suoi scritti sono stati fonte d'ispirazione per la spiritualità sacerdotale e può essere considerato come il promotore del movimento mistico tra i presbiteri secolari. La sua influenza è evidente in molti autori spirituali successivi.
L'affermazione centrale del Maestro Ávila è che i sacerdoti "nella messa ci poniamo sull'altare nella persona di Cristo a fare l'ufficio dello stesso Rendentore" (Lettera 157), e che agire in persona Christi comporta l'incarnare, con umiltà, l'amore paterno e materno di Dio. Tutto ciò richiede alcune condizioni di vita, come il frequentare la Parola e l'Eucaristia, l'avere spirito di povertà, l'andare sul pulpito "con misurazione", cioè, essendosi preparati con lo studio e con la preghiera, e l'amare la Chiesa, perché è la sposa di Gesù Cristo.
La ricerca e la creazione di mezzi per formare meglio gli aspiranti al sacerdozio, l'esigenza di maggiore santità del clero e la necessaria riforma nella vita ecclesiale costituiscono la preoccupazione più profonda e costante del Santo Maestro. La santità del clero è imprescindibile per riformare la Chiesa. S'imponevano quindi la selezione e l'adeguata formazione di quanti aspiravano al sacerdozio. Come soluzione propose di creare seminari e giunse a suggerire l'opportunità di un collegio speciale affinché si preparassero nello studio della Sacra Scrittura. Queste proposte raggiunsero tutta la Chiesa.
Da parte sua la fondazione dell'Università di Baeza, nella quale riversò tutto il suo interesse e il suo entusiasmo, costituì una delle sue aspirazioni più riuscite, perché riuscì a offrire un'ottima formazione iniziale e permanente ai chierici, tenendo particolarmente presente lo studio della cosiddetta "teologia positiva" con orientamento pastorale, e diede origine a una scuola sacerdotale che prosperò per secoli.

   7. Data la sua indubbia e crescente fama di santità, la Causa di beatificazione e canonizzazione del Maestro Giovanni d'Ávila fu avviata nell'arcidiocesi di Toledo, nel 1623. S'interrogarono subito i testimoni di Almodóvar del Campo e Montilla, luoghi di nascita e di morte del Servo di Dio e a Cordova, Granada, Jaén, Baeza e Andújar. Ma, per diversi problemi, la Causa rimase interrotta fino al 1731, anno in cui l'arcivescovo di Toledo inviò a Roma i processi informativi già realizzati. Con decreto del 3 aprile 1742 Papa Benedetto XIV approvò gli scritti ed elogiò la dottrina del Maestro Ávila, e l'8 febbraio 1759 Clemente XIII dichiarò che aveva esercitato le virtù in grado eroico. La beatificazione ebbe luogo, per opera di Papa Leone XIII, il 6 aprile 1894 e la canonizzazione, per opera di Papa Paolo VI, il 31 maggio 1970. Data l'importanza della sua figura sacerdotale, nel 1946 Pio XII lo nominò Patrono del clero secolare in Spagna.
Il titolo di "Maestro" con il quale per tutta la sua vita e nel corso dei secoli, è stato conosciuto Giovanni d'Ávila ha motivato la eventualità, dopo la sua canonizzazione, la possibilità di nominarlo Dottore. Così, su richiesta del cardinale Don Benjamín de Arriba y Castro, arcivescovo di Tarragona, la XII Assemblea Plenaria della Conferenza Episcopale Spagnola (luglio 1970) decise di chiedere alla Santa Sede di dichiararlo Dottore della Chiesa Universale. Seguirono numerose istanze, particolarmente in occasione del XXV anniversario della sua Canonizzazione (1995) e del v centenario della sua nascita (1999).
La dichiarazione di Dottore della Chiesa Universale di un santo presuppone il riconoscimento di un carisma di sapienza conferito dallo Spirito Santo per il bene della Chiesa e dimostrato dall'influenza benefica del suo insegnamento sul popolo di Dio, fatti ben evidenti nella persona e nell'opera di Giovanni d'Ávila. Questi fu richiesto molto spesso dai suoi contemporanei come Maestro di teologia, discernitore di spiriti e direttore spirituale. A lui si rivolsero alla ricerca di aiuto e di orientamento grandi santi e riconosciuti peccatori, sapienti e ignoranti, poveri e ricchi, e alla sua fama di consigliere si unì sia il suo attivo intervento in importanti conversioni sia la sua quotidiana azione per migliorare la vita di fede e la comprensione del messaggio cristiano di quanti si recavano solleciti ad ascoltare i suoi insegnamenti. Anche i vescovi e i religiosi dotti e ben preparati si rivolgevano a lui come consigliere, predicatore e teologo, esercitando una notevole influenza su quanti entravano in contatto con lui e sugli ambienti che frequentava.

   8. Il Maestro Ávila non esercitò come professore nelle Università, anche se fu organizzatore e primo Rettore dell'Università di Baeza. Non spiegò la teologia da una cattedra, ma impartì lezioni di Sacra Scrittura a laici, religiosi e chierici.
Non elaborò mai una sintesi sistematica del suo insegnamento teologico, ma la sua teologia è orante e sapienziale. Nel Memoriale ii al concilio di Trento dà due motivi per vincolare la teologia e la preghiera: la santità della scienza teologica e il bene e l'edificazione della Chiesa. Come autentico umanista e buon conoscitore della realtà, la sua è anche una teologia vicina alla vita, che risponde alle questioni poste in quel momento e lo fa in modo didattico e comprensibile.
L'insegnamento di Giovanni d'Ávila si evidenzia per la sua eccellenza e precisione e per la sua estensione e profondità, frutto di uno studio metodico, di contemplazione e per mezzo di una profonda esperienza delle realtà soprannaturali. Inoltre il suo ricco epistolario poté ben presto contare su traduzioni italiane, francesi e inglesi.
Spicca la sua profonda conoscenza della Bibbia, che lui desiderava vedere nelle mani di tutti, per cui non dubitò a spiegarla tanto nella sua predicazione quotidiana come offrendo lezioni su determinati Libri sacri. Era solito confrontare le versioni e analizzare i sensi letterari e spirituali; conosceva i commenti patristici più importanti ed era convinto che per ricevere adeguatamente la rivelazione erano necessario lo studio e la preghiera, e che si poteva penetrarne il suo senso con l'aiuto della tradizione e del magistero. Dell'Antico Testamento cita soprattutto i Salmi, Isaia e il Cantico dei cantici. Del Nuovo l'apostolo Giovanni e San Paolo che è, indubbiamente, il più citato. "Copia fedele di San Paolo", lo chiamò Papa Paolo VI nella bolla della sua canonizzazione.

   9. La dottrina del Maestro Giovanni d'Ávila possiede, senza dubbio, un messaggio sicuro e duraturo, ed è capace di contribuire a confermare e ad approfondire il deposito della fede, mettendo persino in luce nuove prospettive dottrinali e di vita. Attenendosi al magistero pontificio, risulta evidente la sua attualità, il che prova che la sua eminens doctrina costituisce un autentico carisma, dono dello Spirito Santo alla Chiesa di ieri e di oggi.
Il primato di Cristo e della grazia che, in termini di amore di Dio, attraversa tutto l'insegnamento del Maestro Ávila, è una delle dimensioni sottolineate tanto dalla teologia come dalla spiritualità attuale, da cui derivano conseguenze anche per la pastorale, come Noi abbiamo sottolineato nell'enciclica Deus caritas est. La fiducia, basata sull'affermazione e sull'esperienza dell'amore di Dio e della bontà e misericordia divine, è stata proposta anche nel recente magistero pontificio, come nell'enciclica Dives in misericordia e nell'esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa, che è una vera proclamazione del Vangelo della speranza, come abbiamo anche voluto fosse nell'enciclica Spe salvi. E quando nella lettera apostolica Ubicumque et semper con la quale abbiamo istituito il Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, abbiamo detto: "Per proclamare in modo fecondo la Parola del Vangelo, è richiesto anzitutto di fare una profonda esperienza di Dio", emerge la figura serena e umile di questo "predicatore evangelico", la cui eminente dottrina è di grande attualità.

   10. Nel 2002 la Conferenza Episcopale Spagnola è venuta a conoscenza del fatto che lo Studio riassuntivo sull'eminente dottrina ravvisata nelle opere di San Giovanni d'Ávila, della Congregazione per la Dottrina della Fede, si concludeva in modo nettamente affermativo, e nel 2003 un consistente numero di Signori Cardinali, Arcivescovi e Vescovi, Presidenti di Conferenze Episcopali, Superiori Generali d'Istituti di vita consacrata, Responsabili di Associazioni e Movimenti ecclesiali, Università e altre istituzioni, e singoli personaggi di spicco, si unirono alla supplica della Conferenza Episcopale Spagnola attraverso Lettere Postulatorie che esprimevano a Papa Giovanni Paolo II l'interesse e l'opportunità del Dottorato di San Giovanni d'Ávila.
Ritornato il dossier alla Congregazione delle cause dei Santi e nominato un Relatore per questa Causa, è stato necessario elaborare la corrispondente Positio. Fatto ciò, il Presidente e il Segretario della Conferenza Episcopale Spagnola, insieme al Presidente della Giunta Pro Dottorato e alla Postulatrice della Causa hanno firmato, il 10 dicembre 2009, la definitiva Supplica (Supplex libellus) del Dottorato per il Maestro Giovanni d'Ávila. Il 18 dicembre 2010 si è tenuto il Congresso Peculiare dei Consultori Teologici di detta Congregazione, relativo al Dottorato del Santo Maestro. I voti sono stati affermativi. Il 3 maggio 2011, la Sessione Plenaria di Cardinali e Vescovi membri della Congregazione ha deciso, con voto ancora una volta all'unanimità affermativo, di proporrci la dichiarazione di San Giovanni d'Ávila, se così lo desideriamo, come Dottore della Chiesa universale. Il 20 agosto 2011, a Madrid, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, abbiamo annunciato al Popolo di Dio: "dichiarerò prossimamente San Giovanni d'Ávila, presbitero, Dottore della Chiesa universale". Il 27 maggio 2012, domenica di Pentecoste, abbiamo avuto la gioia di dire a Piazza san Pietro, alla moltitudine di pellegrini di tutto il mondo lì riuniti: "Lo Spirito, che ha parlato per mezzo dei profeti, con i doni della sapienza e della scienza continua a ispirare donne e uomini che si impegnano nella ricerca della verità, proponendo vie originali di conoscenza e di approfondimento del mistero di Dio, dell'uomo e del mondo. In questo contesto, sono lieto di annunciare che il prossimo 7 ottobre, all'inizio dell'Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, proclamerò san Giovanni d'Ávila e santa Ildegarda di Bingen dottori della Chiesa universale […] La santità della vita e la profondità della dottrina li rendono perennemente attuali: la grazia dello Spirito Santo, infatti, li proiettò in quell'esperienza di penetrante comprensione della rivelazione divina e di intelligente dialogo con il mondo che costituiscono l'orizzonte permanente della vita e dell'azione della Chiesa. Soprattutto alla luce del progetto di una nuova evangelizzazione alla quale sarà dedicata la menzionata Assemblea del Sinodo dei Vescovi, e alla vigilia dell'Anno della Fede, queste due figure di santi e dottori saranno di grande importanza e attualità". Oggi, dunque, con l'aiuto di Dio e il plauso di tutta la Chiesa, ciò è fatto. In Piazza San Pietro, alla presenza di molti Cardinali e Presuli della Curia Romana e della Chiesa cattolica, confermando ciò che è stato fatto e soddisfacendo con grande piacere i desideri dei supplicanti, durante il sacrificio Eucaristico abbiamo pronunziato queste parole:
"Noi accogliendo il desiderio di molti Fratelli nell'Episcopato e di molti fedeli del mondo intero, dopo aver avuto il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, dopo aver lungamente riflettuto e avendo raggiunto un pieno e sicuro convincimento, con la pienezza dell'autorità apostolica dichiariamo San Giovanni d'Avila, sacerdote diocesano, e Santa Ildegarda di Bingen, monaca professa dell'Ordine di San Benedetto, Dottori della Chiesa universale, Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".
Dato a Roma, presso San Pietro,
col sigillo del Pescatore,
il 7 ottobre 2012, anno ottavo
del Nostro Pontificato.

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Lettera apostolica per la proclamazione a dottore della Chiesa della monaca benedettina vissuta nel XII secolo

Ildegarda di Bingen
donna e sapiente nella Chiesa

Pubblichiamo, in una traduzione italiana, il testo della lettera apostolica di Benedetto XVI per la proclamazione di Ildegarda di Bingen a dottore della Chiesa, il cui originale latino è riportato sul nostro sito (www.osservatoreromano.va).

LETTERA APOSTOLICA Santa Ildegarda di Bingen,
Monaca Professa dell'ordine di San Benedetto,
è proclamata Dottore della Chiesa universale
BENEDETTO PP. XVI

A perpetua memoria.
   1. "Luce del suo popolo e del suo tempo": con queste parole il Beato Giovanni Paolo II, Nostro venerato Predecessore, definì Santa Ildegarda di Bingen nel 1979, in occasione dell'800° anniversario della morte della Mistica tedesca. E veramente, sull'orizzonte della storia, questa grande figura di donna si staglia con limpida chiarezza per santità di vita e originalità di dottrina. Anzi, come per ogni autentica esperienza umana e teologale, la sua autorevolezza supera decisamente i confini di un'epoca e di una società e, nonostante la distanza cronologica e culturale, il suo pensiero si manifesta di perenne attualità. In Santa Ildegarda di Bingen si rileva una straordinaria armonia tra la dottrina e la vita quotidiana. In lei la ricerca della volontà di Dio nell'imitazione di Cristo si esprime come un costante esercizio delle virtù, che ella esercita con somma generosità e che alimenta alle radici bibliche, liturgiche e patristiche alla luce della Regola di San Benedetto: rifulge in lei in modo particolare la pratica perseverante dell'obbedienza, della semplicità, della carità e dell'ospitalità. In questa volontà di totale appartenenza al Signore, la badessa benedettina sa coinvolgere le sue non comuni doti umane, la sua acuta intelligenza e la sua capacità di penetrazione delle realtà celesti.

   2. Ildegarda nacque nel 1089 a Bermersheim, presso Alzey, da genitori di nobile lignaggio e ricchi possidenti terrieri. All'età di otto anni fu accettata come oblata presso la badia benedettina di Disibodenberg, ove nel 1115 emise la professione religiosa. Alla morte di Jutta di Sponheim, intorno al 1136, Ildegarda fu chiamata a succederle in qualità di magistra. Malferma nella salute fisica, ma vigorosa nello spirito, si impegnò a fondo per un adeguato rinnovamento della vita religiosa. Fondamento della sua spiritualità fu la regola benedettina, che pone l'equilibrio spirituale e la moderazione ascetica come vie alla santità. In seguito all'aumento numerico delle monache, dovuto soprattutto alla grande considerazione della sua persona, intorno al 1150 fondò un monastero sul colle chiamato Rupertsberg, nei pressi di Bingen, dove si trasferì insieme a venti consorelle. Nel 1165, ne istituì un altro a Eibingen, sulla riva opposta del Reno. Fu badessa di entrambi. All'interno delle mura claustrali curò il bene spirituale e materiale delle Consorelle, favorendo in modo particolare la vita comunitaria, la cultura e la liturgia. All'esterno s'impegnò attivamente a rinvigorire la fede cristiana e a rafforzare la pratica religiosa, contrastando le tendenze ereticali dei catari, promuovendo la riforma della Chiesa con gli scritti e la predicazione, contribuendo a migliorare la disciplina e la vita del clero. Su invito prima di Adriano IV e poi di Alessandro III, Ildegarda esercitò un fecondo apostolato - allora non molto frequent per una donna - effettuando alcuni viaggi non privi di disagi e difficoltà, per predicare perfino nelle pubbliche piazze e in varie chiese cattedrali, come avvenne tra l'altro a Colonia, Treviri, Liegi, Magonza, Metz, Bamberga e Würzburg. La profonda spiritualità presente nei suoi scritti esercita un rilevante influsso sia sui fedeli, sia su grandi personalità del suo tempo, coinvolgendo in un incisivo rinnovamento la teologia, la liturgia, le scienze naturali e la musica.
Colpita da malattia nell'estate del 1179, Ildegarda, circondata dalle consorelle, si spense in fama di santità nel monastero del Rupertsberg, presso Bingen, il 17 settembre 1179.
   3. Nei suoi numerosi scritti Ildegarda si dedicò esclusivamente a esporre la divina rivelazione e far conoscere Dio nella limpidezza del suo amore. La dottrina ildegardiana è ritenuta eminente sia per la profondità e la correttezza delle sue interpretazioni, sia per l'originalità delle sue visioni. I testi da lei composti appaiono animati da un'autentica "carità intellettuale" ed evidenziano densità e freschezza nella contemplazione del mistero della Santissima Trinità, dell'Incarnazione, della Chiesa, dell'umanità, della natura come creatura di Dio da apprezzare e rispettare.
Queste opere nascono da un'intima esperienza mistica e propongono una incisiva riflessione sul mistero di Dio. Il Signore l'aveva resa partecipe, fin da bambina, di una serie di visioni, il cui contenuto ella dettò al monaco Volmar, suo segretario e consigliere spirituale, e a Richardis di Strade, una consorella monaca. Ma è particolarmente illuminante il giudizio dato da San Bernardo di Chiaravalle, che la incoraggiò, e soprattutto da papa Eugenio III, che nel 1147 la autorizzò a scrivere e a parlare in pubblico. La riflessione teologica consente ad Ildegarda di tematizzare e comprendere, almeno in parte, il contenuto delle sue visioni. Ella, oltre a libri di teologia e di mistica, compose anche opere di medicina e di scienze naturali. Numerose sono anche le lettere - circa quattrocento - che indirizzò a persone semplici, a comunità religiose, a papi, vescovi e autorità civili del suo tempo. Fu anche compositrice di musica sacra. Il corpus dei suoi scritti, per quantità, qualità e varietà di interessi, non ha paragoni con alcun'altra autrice del medioevo.
Le opere principali sono lo Scivias, il Liber vitae meritorum e il Liber divinorum operum. Tutte narrano le sue visioni e l'incarico ricevuto dal Signore di trascriverle. Le Lettere, nella consapevolezza delle stessa autrice, non rivestono una minore importanza e testimoniano l'attenzione di Ildegarda alle vicende del suo tempo, che ella interpreta alla luce del mistero di Dio. A queste vanno aggiunti 58 sermoni, diretti esclusivamente alle sue Consorelle. Si tratta delle Expositiones evangeliorum, contenenti un commento letterale e morale a brani evangelici legati alle principali celebrazioni dell'anno liturgico. I lavori a carattere artistico e scientifico si concentrano in modo specifico sulla musica con la Symphonia armoniae caelestium revelationum; sulla medicina con il Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum e il Causae et curae; sulle scienze naturali con la Physica. Infine si notano anche scritti di carattere linguistico, come la Lingua ignota e le Litterae ignotae, nei quali compaiono parole in una lingua sconosciuta di sua invenzione, ma composta prevalentemente di fonemi presenti nella lingua tedesca. Il linguaggio di Ildegarda, caratterizzato da uno stile originale ed efficace, ricorre volentieri ad espressioni poetiche dalla forte carica simbolica, con folgoranti intuizioni, incisive analogie e suggestive metafore.

   4. Con acuta sensibilità sapienziale e profetica, Ildegarda fissa lo guardo sull'evento della rivelazione. La sua indagine si sviluppa a partire dalla pagina biblica, alla quale, nelle successive fasi, resta saldamente ancorata. Lo sguardo della mistica di Bingen non si limita ad affrontare singole questioni, ma vuole offrire una sintesi di tutta la fede cristiana. Nelle sue visioni e nella successiva riflessione, pertanto, ella compendia la storia della salvezza, dall'inizio dell'universo alla consumazione escatologica. La decisione di Dio di compiere l'opera della creazione è la prima tappa di questo immenso percorso, che, alla luce della Sacra Scrittura, si snoda dalla costituzione della gerarchia celeste fino alla caduta degli angeli ribelli e al peccato dei progenitori. A questo quadro iniziale fa seguito l'incarnazione redentrice del Figlio di Dio, l'azione della Chiesa che continua nel tempo il mistero dell'incarnazione e la lotta contro satana. L'avvento definitivo del regno di Dio e il giudizio universale saranno il coronamento di questa opera.
Ildegarda pone a se stessa e a noi la questione fondamentale se sia possibile conoscere Dio: è questo il compito fondamentale della teologia. La sua risposta è pienamente positiva: mediante la fede, come attraverso una porta, l'uomo è in grado di avvicinarsi a questa conoscenza. Tuttavia Dio conserva sempre il suo alone di mistero e di incomprensibilità. Egli si rende intelligibile nel creato, ma questo, a sua volta, non viene compreso pienamente se viene distaccato da Dio. Infatti, la natura considerata in sé fornisce solo delle informazioni parziali, che non di rado diventano occasioni di errori e di abusi. Perciò anche nella dinamica conoscitiva naturale occorre la fede, altrimenti la conoscenza resta limitata, insoddisfacente e fuorviante. La creazione è un atto di amore, grazie al quale il mondo può emergere dal nulla: dunque tutta la scala delle creature è attraversata, come la corrente di un fiume, dalla carità divina. Fra tutte le creature, Dio ama in modo particolare l'uomo e gli conferisce una straordinaria dignità, donandogli quella gloria che gli angeli ribelli hanno perduto. L'umanità, così, può essere considerata come il decimo coro della gerarchia angelica. Ebbene, l'uomo è in grado di conoscere Dio in se stesso, cioè la sua individua natura nella trinità delle persone. Ildegarda si accosta al mistero della Santissima Trinità nella linea già proposta da Sant'Agostino: per analogia con la propria struttura di essere razionale, l'uomo è in grado di avere almeno un'immagine della intima realtà di Dio. Ma è solo nell'economia dell'incarnazione e della vicenda umana del Figlio di Dio che questo mistero diventa accessibile alla fede e alla consapevolezza dell'uomo. La santa ed ineffabile Trinità nella somma unità era nascosta ai servitori della legge antica. Ma nella nuova grazia veniva rivelata ai liberati dalla servitù. La Trinità si è rivelata in modo particolare nella croce del Figlio.
Un secondo "luogo" in cui Dio si rende conoscibile è la sua parola contenuta nei libri dell'Antico e del Nuovo Testamento. Proprio perché Dio "parla", l'uomo è chiamato all'ascolto. Questo concetto offre a Ildegarda l'occasione di esporre la sua dottrina sul canto, in modo particolare quello liturgico. Il suono della parola di Dio crea vita e si manifesta nelle creature. Anche gli esseri privi di razionalità, grazie alla parola creatrice vengono coinvolti nel dinamismo creaturale. Ma, naturalmente, è l'uomo quella creatura che, con la sua voce, può rispondere alla voce del Creatore. E può farlo in due modi principali: in voce oris, cioè nella celebrazione della liturgia, e in voce cordis, cioè con una vita virtuosa e santa. L'intera vita umana, pertanto, può essere interpretata come un'armonia e una sinfonia: mentre l'armonia significa la restaurazione della relazione e la piena esperienza della redenzione, l'attuale esistenza umana con i suoi pericoli, contraddizioni e peccati, corrisponde a una sinfonia, a un insieme di suoni e di accordi allo stesso modo armoniosi e dissonanti. In questa sinfonia Dio fa ascoltare soprattutto la sua misericordia.

   5. L'antropologia di Ildegarda prende inizio dalla pagina biblica della creazione dell'uomo (Gen 1, 26), fatto a immagine e somiglianza di Dio. L'uomo, secondo la cosmologia ildegardiana fondata sulla Bibbia, racchiude tutti gli elementi del mondo, perché l'universo intero si riassume in lui, che è formato della materia stessa della creazione. Perciò egli può in modo consapevole entrare in rapporto con Dio. Ciò accade non per una visione diretta, ma, seguendo la celebre espressione paolina, "come in uno specchio" (1 Cor 13, 12). L'immagine divina nell'uomo consiste nella sua razionalità, strutturata in intelletto e volontà. Grazie all'intelletto l'uomo è capace di distinguere il bene e il male, grazie alla volontà egli è spinto all'azione. L'uomo è visto come unità di corpo e di anima. Si nota nella mistica tedesca un apprezzamento positivo della corporeità e, anche negli aspetti di fragilità che il corpo manifesta, ella è capace di cogliere un valore provvidenziale: il corpo non è un peso di cui liberarsi e, perfino quando è debole e fragile, "educa" l'uomo al senso della creaturalità e dell'umiltà, proteggendolo dalla superbia e dall'arroganza. In una visione Ildegarda contempla le anime dei beati del paradiso, che sono in attesa di ricongiungersi ai loro corpi. Infatti, come per il corpo di Cristo, anche i nostri corpi sono orientati verso la risurrezione gloriosa, per una profonda trasformazione per la vita eterna. La stessa visione di Dio, nella quale consiste la vita eterna, non si può conseguire in modo definitivo senza il corpo.
L'uomo esiste nella forma maschile e femminile. Ildegarda riconosce che in questa struttura ontologica della condizione umana si radica una relazione di reciprocità e una sostanziale uguaglianza tra uomo e donna. Nell'umanità, però, abita anche il mistero del peccato ed esso si manifesta per la prima volta nella storia proprio in questo rapporto tra Adamo ed Eva. A differenza di altri autori medievali, che vedevano la causa della caduta nella debolezza di Eva, Ildegarda la coglie soprattutto nella smodata passione di Adamo verso di lei.
Anche nella sua condizione di peccatore, l'uomo continua ad essere destinatario dell'amore di Dio, perché questo amore è incondizionato e, dopo la caduta, assume il volto della misericordia. Perfino la punizione che Dio infligge all'uomo e alla donna fa emergere l'amore misericordioso del Creatore. In tal senso, la più precisa descrizione della creatura umana è quella di un essere in cammino, homo viator. In questo pellegrinaggio verso la patria, l'uomo è chiamato ad una lotta per poter scegliere costantemente il bene ed evitare il male.
La scelta costante del bene produce un'esistenza virtuosa. Il Figlio di Dio fatto uomo è il soggetto di tutte le virtù, perciò l'imitazione di Cristo consiste proprio in un'esistenza virtuosa nella comunione con Cristo. La forza delle virtù deriva dallo Spirito Santo, infuso nei cuori dei credenti, che rende possibile un comportamento costantemente virtuoso: questo è lo scopo dell'umana esistenza. L'uomo, in tal modo, sperimenta la sua perfezione cristiforme.

   6. Per poter raggiungere questo scopo, il Signore ha donato i sacramenti alla sua Chiesa. La salvezza e la perfezione dell'uomo, infatti, non si compiono solo mediante uno sforzo della volontà, bensì attraverso i doni della grazia che Dio concede nella Chiesa.
La Chiesa stessa è il primo sacramento che Dio pone nel mondo perché comunichi agli uomini la salvezza. Essa, che è la "costruzione delle anime viventi", può essere giustamente considerata come vergine, sposa e madre e, dunque, è strettamente assimilata alla figura storica e mistica della Madre di Dio. La Chiesa comunica la salvezza anzitutto custodendo e annunziando i due grandi misteri della Trinità e dell'Incarnazione, che sono come i due "sacramenti primari", poi mediante l'amministrazione degli altri sacramenti. Il vertice della sacramentalità della Chiesa è l'eucaristia. I sacramenti producono la santificazione dei credenti, la salvezza e la purificazione dei peccati, la redenzione, la carità e tutte le altre virtù. Ma, ancora una volta, la Chiesa vive perché Dio in essa manifesta il suo amore intratrinitario, che si è rivelato in Cristo. Il Signore Gesù è il mediatore per eccellenza. Dal grembo trinitario egli viene incontro all'uomo e dal grembo di Maria egli va incontro a Dio: come Figlio di Dio è l'amore incarnato, come Figlio di Maria è il rappresentante dell'umanità davanti al trono di Dio.
L'uomo può giungere perfino a sperimentare Dio. Il rapporto con lui, infatti, non si consuma nella sola sfera della razionalità, ma coinvolge in modo totale la persona. Tutti i sensi esterni e interni dell'uomo sono interessati nell'esperienza di Dio: "Homo autem ad imaginem et similitudinem Dei factus est, ut quinque sensibus corporis sui operetur; per quos etiam divisus non est, sed per eos est sapiens et sciens et intellegens opera sua adimplere. [...] Sed et per hoc, quod homo sapiens, sciens et intellegens est, creaturas conosci; itaque per creaturas et per magna opera sua, quae etiam quinque sensibus suis vix comprehendit, Deum cognoscit, quem nisi in fide videre non valet" ["L'uomo infatti è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, affinché agisca tramite i cinque sensi del suo corpo; grazie ad essi non è separato ed è in grado di conoscere, capire e compiere quello che deve fare (...) e proprio per questo, per il fatto che l'uomo è intelligente, conosce le creature, e così attraverso le creature e le grandi opere, che a stento riesce a capire con i suoi cinque sensi, conosce Dio, quel Dio che non può essere visto se non con gli occhi della fede"] (Explanatio Symboli Sancti Athanasii: PL 197, 1066). Questa via esperienziale, ancora una volta, trova la sua pienezza nella partecipazione ai sacramenti.
Ildegarda vede anche le contraddizioni presenti nella vita dei singoli fedeli e denunzia le situazioni più deplorevoli. In modo particolare, ella sottolinea come l'individualismo nella dottrina e nella prassi da parte tanto dei laici quanto dei ministri ordinati sia un'espressione di superbia e costituisca il principale ostacolo alla missione evangelizzatrice della Chiesa verso i non cristiani. Una delle vette del magistero di Ildegarda è l'accorata esortazione a una vita virtuosa che ella rivolge a chi si impegna in uno stato di consacrazione. La sua comprensione della vita consacrata è una vera "metafisica teologica", perché fermamente radicata nella virtù teologale della fede, che è la fonte e la costante motivazione per impegnarsi a fondo nell'obbedienza, nella povertà e nella castità. Nel realizzare i consigli evangelici la persona consacrata condivide l'esperienza di Cristo povero, casto e obbediente e ne segue le orme nell'esistenza quotidiana. Questo è l'essenziale della vita consacrata.

   7. L'eminente dottrina di Ildegarda riecheggia l'insegnamento degli apostoli, la letteratura patristica e gli autori contemporanei, mentre trova nella Regola di san Benedetto da Norcia un costante punto di riferimento. La liturgia monastica e l'interiorizzazione della Sacra Scrittura costituiscono le linee-guida del suo pensiero, che, concentrandosi nel mistero dell'Incarnazione, si esprime in una profonda unità stilistica e contenutistica che percorre intimamente tutti i suoi scritti.
L'insegnamento della santa monaca benedettina si pone come una guida per l'homo viator. Il suo messaggio appare straordinariamente attuale nel mondo contemporaneo, particolarmente sensibile all'insieme dei valori proposti e vissuti da lei. Pensiamo, ad esempio, alla capacità carismatica e speculativa di Ildegarda, che si presenta come un vivace incentivo alla ricerca teologica; alla sua riflessione sul mistero di Cristo, considerato nella sua bellezza; al dialogo della Chiesa e della teologia con la cultura, la scienza e l'arte contemporanea; all'ideale di vita consacrata, come possibilità di umana realizzazione; alla valorizzazione della liturgia, come celebrazione della vita; all'idea di riforma della Chiesa, non come sterile cambiamento delle strutture, ma come conversione del cuore; alla sua sensibilità per la natura, le cui leggi sono da tutelare non da violare.
Perciò l'attribuzione del titolo di Dottore della Chiesa universale a Ildegarda di Bingen ha un grande significato per il mondo di oggi e una straordinaria importanza per le donne. In Ildegarda risultano espressi i più nobili valori della femminilità: perciò anche la presenza della donna nella Chiesa e nella società viene illuminata dalla sua figura, sia nell'ottica della ricerca scientifica sia in quella dell'azione pastorale. La sua capacità di parlare a coloro che sono lontani dalla fede e dalla Chiesa rendono Ildegarda una testimone credibile della nuova evangelizzazione.
In virtù della fama di santità e della sua eminente dottrina, il 6 marzo 1979 il signor cardinale Joseph Höffner, arcivescovo di Colonia e presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, insieme con i cardinali, arcivescovi e vescovi della medesima Conferenza, tra i quali eravamo anche Noi quale cardinale arcivescovo di Monaco e Frisinga, sottopose al beato Giovanni Paolo II la supplica, affinché Ildegarda di Bingen fosse dichiarata Dottore della Chiesa universale. Nella supplica, l'eminentissimo porporato metteva in evidenza l'ortodossia della dottrina di Ildegarda, riconosciuta nel XII secolo da Papa Eugenio III, la sua santità costantemente avvertita e celebrata dal popolo, l'autorevolezza dei suoi trattati. A tale supplica della Conferenza Episcopale Tedesca, negli anni se ne sono aggiunte altre, prima fra tutte quella delle monache del monastero di Eibingen, a lei intitolato. Al desiderio comune del Popolo di Dio che Ildegarda fosse ufficialmente proclamata santa, dunque, si è aggiunta la richiesta che sia anche dichiarata "Dottore della Chiesa universale".
Con il nostro consenso, pertanto, la Congregazione delle Cause dei Santi diligentemente preparò una Positio super canonizatione et concessione tituli Doctoris Ecclesiae universalis per la Mistica di Bingen. Trattandosi di una rinomata maestra di teologia, che è stata oggetto di molti e autorevoli studi, abbiamo concesso la dispensa da quanto disposto dall'art. 73 della Costituzione Apostolica Pastor bonus. Il caso fu quindi esaminato con esito unanimemente positivo dai Padri Cardinali e Vescovi radunati nella Sessione Plenaria del 20 marzo 2012, essendo ponente della causa l'eminentissimo cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Nell'udienza del 10 maggio 2012 lo stesso cardinale Amato Ci ha dettagliatamente informati sullo status quaestionis e sui voti concordi dei Padri della menzionata Sessione plenaria della Congregazione delle Cause dei Santi. Il 27 maggio 2012, Domenica di Pentecoste, avemmo la gioia di comunicare in Piazza San Pietro alla moltitudine dei pellegrini convenuti da tutto il mondo la notizia del conferimento del titolo di Dottore della Chiesa universale a Santa Ildegarda di Bingen e san Giovanni d'Ávila all'inizio dell'Assemblea del Sinodo dei Vescovi e alla vigilia dell'Anno della Fede.
Oggi, dunque, con l'aiuto di Dio e il plauso di tutta la Chiesa, ciò è fatto. In piazza San Pietro, alla presenza di molti cardinali e presuli della Curia Romana e della Chiesa cattolica, confermando ciò che è stato fatto e soddisfacendo con grande piacere i desideri dei supplicanti, durante il sacrificio Eucaristico abbiamo pronunziato queste parole:
"Noi accogliendo il desiderio di molti Fratelli nell'Episcopato e di molti fedeli del mondo intero, dopo aver avuto il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, dopo aver lungamente riflettuto e avendo raggiunto un pieno e sicuro convincimento, con la pienezza dell'autorità apostolica dichiariamo San Giovanni d'Avila, sacerdote diocesano, e Santa Ildegarda di Bingen, monaca professa dell'Ordine di San Benedetto, Dottori della Chiesa universale, Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".
Queste cose decretiamo e ordiniamo, stabilendo che questa lettera sia e rimanga sempre certa, valida ed efficace, e che sortisca e ottenga i suoi effetti pieni e integri; e così convenientemente si giudichi e si definisca; e sia vano e senza fondamento quanto diversamente intorno a ciò possa essere tentato da chiunque con qualsivoglia autorità, scientemente o per ignoranza.
Dato a Roma, presso San Pietro,
col sigillo del Pescatore,
il 7 ottobre 2012, anno ottavo
del Nostro Pontificato.