giovedì 18 ottobre 2012

Peggio di noi.

http://www.linkiesta.it/sites/default/files/imagecache/immagine_620_fixed/uploads/articolo/immagine-singola/same_sex.jpg



Ma proprio tanto. Parlo dei nostri cuginetti d'oltralpe, che incredibilmente si preparano a compiere un altro passo verso l'abisso.
 Riporto dal "Corriere della Sera" di oggi, 18 ottobre, festa di san Luca evangelista, a firma di Stefano Montefiori.

Il progetto di legge «Matrimonio e adozione per tutti» sarà presentato in Consiglio dei ministri il 31 ottobre, e adesso che quella data si avvicina le voci contrarie prendono forza in Francia. È il titolo III della bozza a fare più discutere, quello che fa venire i nodi al pettine: si intitola «Disposizioni che mirano a rendere coerente il vocabolario del codice civile», e riguarda naturalmente tutti i cittadini, senza fare distinzione tra coppie eterosessuali e omosessuali. Oltre all’articolo V che stabilisce «Marito e moglie sono sostituiti dal termine sposi», l’articolo VII precisa che «Padre e madre sono sostituiti dal termine genitori»; nel libretto di famiglia di ogni cittadino francese, al posto di padre e madre, saranno indicati genitore 1 e genitore 2.
In base a quale criterio? Forse l’ordine alfabetico.

«Non si tratta solo di aprire il matrimonio esistente a persone dello stesso sesso, ma di trasformarlo affinché queste persone possano entrarvi — ha osservato su Rtl monsignor André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi —. Non è vero che per le coppie eterosessuali resta tutto come prima. Quando marito e moglie vedranno che sul loro libretto di famiglia non sono più padre e madre ma genitore 1 e genitore 2, si accorgeranno che qualcosa è cambiato. Quando a un bambino il primo giorno di scuola verrà chiesto non più “come si chiama tuo padre” ma “qual è il nome del tuo genitore 1″, ci renderemo conto che abbiamo trasformato la famiglia allo scopo di conformarla a un’altra pratica. Che può avere una sua legittimità, ma questo è un altro discorso».
L’opposizione della Chiesa francese al matrimonio gay e all’adozione degli omosessuali arriva dopo la condanna di Benedetto XVI ed era scontata; altri cardinali, come l’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin, si sono distinti per la violenza delle proteste arrivando a parlare di «via aperta alla poligamia e all’incesto». L’arcivescovo di Parigi invece ha suscitato interesse anche tra i non credenti perché coglie un punto di solito trascurato: al di là dell’accesso dei gay al matrimonio, la nuova legge coinvolge — e forse cambia — tutte le famiglie.
François Hollande ha presentato il progetto di matrimonio omosessuale in campagna elettorale, quando ancora non era presidente, ed è stato eletto anche in base a quella proposta: oggi, in momenti di depressione economica, di tagli alla spesa pubblica e aumenti delle tasse, le nozze gay sono una delle poche promesse che ancora può mantenere. La legge sarà sicuramente approvata, ma anche a sinistra si riflette sulla trasformazione in corso.
La filosofa Sylviane Agacinski, moglie dell’ex premier socialista Lionel Jospin, contraria alla legge, ricorda che «esiste una identità di struttura tra la coppia genitoriale uomo-donna, sessuata, e la bilateralità della filiazione (cioè il fatto che i figli abbiano due genitori). L’alterità sessuale dà il suo modello formale alla bilateralità genitoriale: è per questo, e solo per questo, che i genitori sono due, e non tre o quattro». Per Agacinski ruoli ancestrali, culturali ma anche biologici, vengono messi in discussione.
Passare da padre e madre a genitore 1 e  genitore 2 potrebbe non essere solo una questione di modulistica (la tipografia Berger-Levrault è peraltro già pronta a stampare milioni di nuovi documenti), anche se le associazioni a favore delle nozze gay tagliano corto:
«Chi se ne importa di sapere chi sarà il genitore 1 e 2, a meno di non essere attaccati a una forma di gerarchia come quella tra padre e madre — dice Nicolas Gougain di Inter-Lgbt —. È solo una necessità di buon senso amministrativo, farne uno scontro ideologico non ha senso».
Il presidente dell’Associazione delle famiglie monoparentali è d’accordo: «Nel momento in cui il genitore 1 ha gli stessi diritti giuridici del genitore 2 il problema non esiste», ha detto a Slate.fr Alexandre Urwicz. Ma è su questo aspetto che, tra poche settimane, sarà più forte lo scontro in Parlamento.

* * *
Il commento che segue è di Gilles Bernheim, grande rabbino di Francia.

 C’è qualcosa «che si dimentica di dire». Il grande rabbino di Francia, Gilles Bernheim, scende in campo contro il controverso progetto di legge che punta all’introduzione del matrimonio e dell’adozione da parte di coppie omosessuali. Lo ha fatto con un corposo documento di venticinque pagine inviato al presidente, François Hollande, al primo ministro, Jean-Marc Ayrault, e con lui a tutti i ministri, con il quale vengono illustrati i motivi della sua netta contrarietà al progetto di legge, che verrà esaminato dal Governo a fine mese. «Non c’è coraggio né gloria a votare questa legge», scrive Bernheim nella sua lunga riflessione, intitolata «Matrimonio omosessuale, omogenitorialità e adozione: ciò che si dimentica di dire». Per la massima autorità ebraica d’oltralpe quello sulle nozze gay è un progetto di legge basato più sugli «slogan che sugli argomenti e che si conforma al dominio dei benpensanti per paura degli anatemi».
Nel documento si sottolinea che la presa di posizione non si è avuta sull’onda dell’emozione, bensì soppesando e analizzando attentamente i contenuti della proposta di legge. Proposta che dallo stesso mondo omosessuale viene ritenuta come una sorta di «cavallo di Troia». Infatti, «il loro progetto è più ambizioso: la negazione di qualsiasi differenza sessuale». In questa senso, nella lettera vengono analizzati tutti i fattori di una legge che oltre a snaturare il senso del matrimonio arriva a ledere i diritti del bambino. Sfatando anche alcuni luoghi comuni, secondo i quali il matrimonio omosessuale risponderebbe a delle norme di giustizia e di eguaglianza. «Un gran numero di nostri concittadini intende la rivendicazione del matrimonio omosessuale come un ulteriore passo nella lotta democratica contro l’ingiustizia e la discriminazione, in continuità con quella condotta contro il razzismo». Così, «in nome dell’uguaglianza, dell’apertura della mente, della modernità, del ben pensare dominante ci viene chiesto di mettere in discussione uno dei fondamenti della nostra società».
Per Bernheim, «dopo l’analisi degli argomenti, dopo il chiarimento delle teorie che li sottendono, occorre trovare un soluzione al dibattito in corso». Come altri, osserva il rabbino, «sono stato rispettosamente ascoltato, ma solo il progetto di legge e le posizioni che assumerà il Governo consentiranno di dire se la concertazione è stata vera o di facciata». A oggi, però, «risulta che gli argomenti addotti di uguaglianza, di amore, di protezione o di diritto al bambino si smontano e non possono da soli giustificare una legge». Anzi, il vero obiettivo dei militanti omosessuali sarebbe quello di «negare» e di «cancellare le differenze sessuali e di sostituirle con orientamenti che permettano alla stesso tempo di uscire dalla “costrizione naturale” e di rendere più dinamici i fondamenti eterosessuali della nostra società». In questa prospettiva, quello che più «disturba» è «il rifiuto di porsi domande, il rifiuto di uscire dalle proprie convinzioni». Quello che veramente costituisce un problema nella legge prospettata è «il danno che si provocherebbe all’insieme della nostra società a solo profitto di un’infima minoranza, una volta che verranno confusi in modo irreversibile tre concetti: le genealogie, sostituendo la parentalità alla paternità e alla maternità; lo statuto del bambino; le identità, dove la sessuazione come dato naturale sarebbe costretta a scomparire di fronte all’orientamento espresso da ognuno, in nome di una lotta contro le disuguaglianze, snaturata in uno sradicamento delle differenze».
Insomma, il gran rabbino di Francia chiede che tutte queste «poste in gioco» siano «chiaramente esaminate nel dibattito sul matrimonio omossessuale e sull’omoparentalità», poiché «esse si ricollegano ai fondamenti della società nella quale ognuno di noi vuole vivere». In proposito, Bernheim afferma di essere tra quelli che «pensano che l’essere umano non si costruisca senza struttura, senza ordine, senza statuto, senza regole; che l’affermazione della libertà non implichi la negazione dei limiti; che l’affermazione dell’uguaglianza non comporti il livellamento delle differenze; che la potenza della tecnica e dell’immaginazione esige di non dimenticare mai che l’essere è dono, che la vita ci precede sempre e che ha le sue leggi». In questa ottica, il leader ebraico dice di aver voglia «di una società in cui la modernità occupi tutto il suo posto, senza che però vengano negati i principi elementari dell’ecologia umana e familiare. Di una società in cui la diversità dei modi d’essere, di vivere e di desiderare sia accettata come una possibilità, senza che tale diversità venga però diluita riducendola a un denominatore più piccolo che cancelli ogni differenziazione. Di una società in cui, nonostante i progressi del virtuale e dell’intelligenza critica, le parole più semplici — padre, madre, coniugi, genitori — conservino il loro significato, allo stesso tempo simbolico e incarnato. Di una società in cui i bambini siano accolti e occupino il loro posto, tutto il loro posto, senza però diventare oggetto di possesso a ogni costo o posto in gioco del potere». Infine, «ho voglia di una società in cui ciò che accade di straordinario nell’incontro tra un uomo e una donna continui a essere istituito, con un nome preciso».

 * * *

Il commento che segue è di Isabella Bossi Fedrigotti.
Genitore 1 e genitore 2.
  Così Hollande ha stabilito che sarà per secolarizzare al massimo l’istituzione matrimoniale e per perfezionare la condizione di parità tra uomini e donne. Non vuol dire che d’ora in poi i bambini francesi non dovranno più dire mamma e papà e sostituire la dolcezza dell’antico appellativo con la freddezza di un numero.
Ma chi sarà poi il numero uno e chi il numero due che, si sa, automaticamente, e non soltanto nel linguaggio, implica un’inevitabile secondarietà?
La Chiesa sostiene la necessità, in una famiglia, di due ruoli ben distinti. E viene da chiedersi se sono proprio indispensabili certe corse in avanti, certe forzature volute in nome del sempre più esigente e tirannico politically correct.
Non si potrebbe semplicemente lasciar fare al tempo prendendo decisioni così controverse quando la società, almeno una buona parte della società, lo chiedesse in modo preciso? E ci si domanda anche se, nei tempi difficili in cui viviamo, di una vera priorità si tratta, di quelle che semplificano l’esistenza rendendo i giorni un po’ meno faticosi, e non invece di un diversivo che catalizza l’attenzione al fine di togliere per un po’ la crisi dalle prime pagine dei giornali.
Sarà davvero così il mondo migliore, quello che tutti ci ostiniamo a sognare, magari con bambini e bambine che, come si sta sperimentando, in nome dell’assoluta indifferenziazione tra i sessi, in qualche paese del nord, non porteranno più nomi maschili e femminili, ma perfettamente neutri?