lunedì 8 ottobre 2012

I cristiani troppo tiepidi non scaldano il mondo

L'apertura del Sinodo

 Questa mattina, alle ore 12.45, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, ha avuto luogo la Conferenza Stampa di presentazione della "Relazione prima della discussione" (Relatio ante disceptationem) della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (7-28 ottobre 2012) sul tema "La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana". Sono intervenuti: l’Em.mo Card. Donald William Wuerl, Arcivescovo di Washington (USA), Relatore Generale; S.E. Mons. Claudio Maria Celli, Arcivescovo titolare di Civitanova, Presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Presidente della Commissione per l’Informazione.


TESTO COMPLETO DELLA MEDITAZIONE DEL SANTO PADRE 


In apertura della Prima Congregazione Generale di lunedì 8 ottobre 2012, dopo la lettura breve dell’Ora Terza, il Santo Padre Benedetto XVI ha tenuto la seguente meditazione:

Cari Fratelli,
la mia meditazione si riferisce alla parola «evangelium» «euangelisasthai» (cfr Lc 4,18). In questo Sinodo vogliamo conoscere di più che cosa il Signore ci dice e che cosa possiamo o dobbiamo fare noi. E’ divisa in due parti: una prima riflessione sul significato di queste parole, e poi vorrei tentare di interpretare l’Inno dell’Ora Terza «Nunc, Sancte, nobis Spìritus», a pagina 5 del Libro delle Preghiere.
La parola «evangelium» «euangelisasthai» ha una lunga storia. Appare in Omero: è annuncio di una vittoria, e quindi annuncio di bene, di gioia, di felicità. Appare, poi, nel Secondo Isaia (cfr Is 40,9), come voce che annuncia gioia da Dio, come voce che fa capire che Dio non ha dimenticato il suo popolo, che Dio, il Quale si era apparentemente quasi ritirato dalla storia, c’è, è presente. E Dio ha potere, Dio dà gioia, apre le porte dell’esilio; dopo la lunga notte dell’esilio, la sua luce appare e dà la possibilità del ritorno al suo popolo, rinnova la storia del bene, la storia del suo amore. In questo contesto dell’evangelizzazione, appaiono soprattutto tre parole: dikaiosyne, eirene, soteria - giustizia, pace, salvezza. Gesù stesso ha ripreso le parole di Isaia a Nazaret, parlando di questo «Evangelo» che porta adesso proprio agli esclusi, ai carcerati, ai sofferenti e ai poveri. 
Ma per il significato della parola «evangelium» nel Nuovo Testamento, oltre a questo – il Deutero Isaia, che apre la porta -, è importante anche l’uso della parola fatto dall’Impero Romano, cominciando dall’imperatore Augusto. Qui il termine «evangelium» indica una parola, un messaggio che viene dall’Imperatore. Il messaggio, quindi, dell’Imperatore - come tale - porta bene: è rinnovamento del mondo, è salvezza. Messaggio imperiale e come tale un messaggio di potenza e di potere; è un messaggio di salvezza, di rinnovamento e di salute. Il Nuovo Testamento accetta questa situazione. San Luca confronta esplicitamente l’Imperatore Augusto con il Bambino nato a Betlemme: «evangelium» - dice - sì, è una parola dell’Imperatore, del vero Imperatore del mondo. Il vero Imperatore del mondo si è fatto sentire, parla con noi. E questo fatto, come tale, è redenzione, perché la grande sofferenza dell’uomo - in quel tempo, come oggi - è proprio questa: dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della storia c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? Questa domanda oggi è così attuale come lo era in quel tempo. Tanta gente si domanda: Dio è una ipotesi o no? E’ una realtà o no? Perché non si fa sentire? «Vangelo» vuol dire: Dio ha rotto il suo silenzio, Dio ha parlato, Dio c’è. Questo fatto come tale è salvezza: Dio ci conosce, Dio ci ama, è entrato nella storia. Gesù è la sua Parola, il Dio con noi, il Dio che ci mostra che ci ama, che soffre con noi fino alla morte e risorge. Questo è il Vangelo stesso. Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso e questa è la salvezza.
La questione per noi è: Dio ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato, ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza? Di per sé il fatto che abbia parlato è la salvezza, è la redenzione. Ma come può saperlo l’uomo? Questo punto mi sembra che sia un interrogativo, ma anche una domanda, un mandato per noi: possiamo trovare risposta meditando l’Inno dell’Ora Terza «Nunc, Sancte, nobis Spìritus». La prima strofa dice: «Dignàre promptus ingeri nostro refusus, péctori», e cioè preghiamo affinché venga lo Spirito Santo, sia in noi e con noi. Con altre parole: noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il «fare» nostro, ma con il «fare» e il «parlare» di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato. Pentecoste è la condizione della nascita della Chiesa: solo perché Dio prima ha agito, gli Apostoli possono agire con Lui e con la sua presenza e far presente quanto fa Lui. Dio ha parlato e questo «ha parlato» è il perfetto della fede, ma è sempre anche un presente: il perfetto di Dio non è solo un passato, perché è un passato vero che porta sempre in sé il presente e il futuro. Dio ha parlato vuol dire: «parla». E come in quel tempo solo con l’iniziativa di Dio poteva nascere la Chiesa, poteva essere conosciuto il Vangelo, il fatto che Dio ha parlato e parla, così anche oggi solo Dio può cominciare, noi possiamo solo cooperare, ma l’inizio deve venire da Dio. Perciò non è una mera formalità se cominciano ogni giorno la nostra Assise con la preghiera: questo risponde alla realtà stessa. Solo il precedere di Dio rende possibile il camminare nostro, il cooperare nostro, che è sempre un cooperare, non una nostra pura decisione. Perciò è importante sempre sapere che la prima parola, l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire - con Lui e in Lui - evangelizzatori. Dio è l’inizio sempre, e sempre solo Lui può fare Pentecoste, può creare la Chiesa, può mostrare la realtà del suo essere con noi. Ma dall’altra parte, però, questo Dio, che è sempre l’inizio, vuole anche il coinvolgimento nostro, vuole coinvolgere la nostra attività, così che le attività sono teandriche, per così dire, fatte da Dio, ma con il coinvolgimento nostro e implicando il nostro essere, tutta la nostra attività. 
Quindi quando facciamo noi la nuova evangelizzazione è sempre cooperazione con Dio, sta nell’insieme con Dio, è fondata sulla preghiera e sulla sua presenza reale. 
Ora, questo nostro agire, che segue dall’iniziativa di Dio, lo troviamo descritto nella seconda strofa di questo Inno: «Os, lingua, mens, sensus, vigor, confessionem personent, flammescat igne caritas, accendat ardor proximos». Qui abbiamo, in due righe, due sostantivi determinanti: «confessio» nelle prime righe, e «caritas» nelle seconde due righe. «Confessio» e «caritas», come i due modi in cui Dio ci coinvolge, ci fa agire con Lui, in Lui e per l’umanità, per la sua creatura: «confessio» e «caritas». E sono aggiunti i verbi: nel primo caso «personent» e nel secondo «caritas» interpretato con la parola fuoco, ardore, accendere, fiammeggiare. Vediamo il primo: «confessionem personent». La fede ha un contenuto: Dio si comunica, ma questo Io di Dio si mostra realmente nella figura di Gesù ed è interpretato nella «confessione» che ci parla della sua concezione verginale della Nascita, della Passione, della Croce, della Risurrezione. Questo mostrarsi di Dio è tutto una Persona: Gesù come il Verbo, con un contenuto molto concreto che si esprime nella «confessio». Quindi, il primo punto è che noi dobbiamo entrare in questa «confessione», farci penetrare, così che «personent» - come dice l’Inno - in noi e tramite noi. Qui è importante osservare anche una piccola realtà filologica: «confessio» nel latino precristiano si direbbe non «confessio» ma «professio» (profiteri): questo è il presentare positivamente una realtà. Invece la parola «confessio» si riferisce alla situazione in un tribunale, in un processo dove uno apre la sua mente e confessa. In altre parole, questa parola «confessione», che nel cristiano latino ha sostituito la parola «professio», porta in sé l’elemento martirologico, l’elemento di testimoniare davanti a istanze nemiche alla fede, testimoniare anche in situazioni di passione e di pericolo di morte. Alla confessione cristiana appartiene essenzialmente la disponibilità a soffrire: questo mi sembra molto importante. Sempre nell’essenza della «confessio» del nostro Credo, è implicata anche la disponibilità alla passione, alla sofferenza, anzi, al dono della vita. E proprio questo garantisce la credibilità: la «confessio» non è qualunque cosa che si possa anche lasciar cadere; la «confessio» implica la disponibilità di dare la mia vita, di accettare la passione. Questo è proprio anche la verifica della «confessio». Si vede che per noi la «confessio» non è una parola, è più che il dolore, è più che la morte. Per la «confessio» realmente vale la pena di soffrire, vale la pena di soffrire fino alla morte. Chi fa questa «confessio» dimostra così che veramente quanto confessa è più che vita: è la vita stessa, il tesoro, la perla preziosa e infinita. Proprio nella dimensione martirologica della parola «confessio» appare la verità: si verifica solo per una realtà per cui vale la pena di soffrire, che è più forte anche della morte, e dimostra che è verità che tengo in mano, che sono più sicuro, che «porto» la mia vita perché trovo la vita in questa confessione. 
Adesso vediamo dove dovrebbe penetrare questa «confessione»: «Os, lingua, mens, sensus, vigor». Da San Paolo, Lettera ai Romani 10, sappiamo che la collocazione della «confessione» è nel cuore e nella bocca: deve stare nel profondo del cuore, ma deve essere anche pubblica; deve essere annunciata la fede portata nel cuore: non è mai solo una realtà nel cuore, ma tende ad essere comunicata, ad essere confessata realmente davanti agli occhi del mondo. Così dobbiamo imparare, da una parte, ad essere realmente – diciamo - penetrati nel cuore dalla «confessione», così il nostro cuore è formato, e dal cuore trovare anche, insieme con la grande storia della Chiesa, la parola e il coraggio della parola, e la parola che indica il nostro presente, questa «confessione» che è sempre tuttavia una. «Mens»: la «confessione» non è solo cosa del cuore e della bocca, ma anche dell’intelligenza; deve essere pensata e così, come pensata e intelligentemente concepita, tocca l’altro e suppone sempre che il mio pensiero sia realmente collocato nella «confessione». «Sensus»: non è una cosa puramente astratta e intellettuale, la «confessio» deve penetrare anche i sensi della nostra vita. San Bernardo di Chiaravalle ci ha detto che Dio, nella sua rivelazione, nella storia di salvezza, ha dato ai nostri sensi la possibilità di vedere, di toccare, di gustare la rivelazione. Dio non è più una cosa solo spirituale: è entrato nel mondo dei sensi e i nostri sensi devono essere pieni di questo gusto, di questa bellezza della Parola di Dio, che è realtà. «Vigor»: è la forza vitale del nostro essere e anche il vigore giuridico di una realtà. Con tutta la nostra vitalità e forza, dobbiamo essere penetrati dalla «confessio», che deve realmente «personare»; la melodia di Dio deve intonare il nostro essere nella sua totalità. 
«Confessio» è la prima colonna - per così dire - dell’evangelizzazione e la seconda è «caritas». La «confessio» non è una cosa astratta, è «caritas», è amore. Solo così è realmente il riflesso della verità divina, che come verità è inseparabilmente anche amore. Il testo descrive, con parole molto forti, questo amore: è ardore, è fiamma, accende gli altri. C’è una passione nostra che deve crescere dalla fede, che deve trasformarsi in fuoco della carità. Gesù ci ha detto: Sono venuto per gettare fuoco alla terra e come desidererei che fosse già acceso. Origene ci ha trasmesso una parola del Signore: «Chi è vicino a me è vicino al fuoco». Il cristiano non deve essere tiepido. L’Apocalisse ci dice che questo è il più grande pericolo del cristiano: che non dica di no, ma un sì molto tiepido. Questa tiepidezza proprio discredita il cristianesimo. La fede deve divenire in noi fiamma dell’amore, fiamma che realmente accende il mio essere, diventa grande passione del mio essere, e così accende il prossimo. Questo è il modo dell’evangelizzazione: «Accéndat ardor proximos», che la verità diventi in me carità e la carità accenda come fuoco anche l’altro. Solo in questo accendere l’altro attraverso la fiamma della nostra carità, cresce realmente l’evangelizzazione, la presenza del Vangelo, che non è più solo parola, ma realtà vissuta. 
San Luca ci racconta che nella Pentecoste, in questa fondazione della Chiesa da Dio, lo Spirito Santo era fuoco che ha trasformato il mondo, ma fuoco in forma di lingua, cioè fuoco che è tuttavia anche ragionevole, che è spirito, che è anche comprensione; fuoco che è unito al pensiero, alla «mens». E proprio questo fuoco intelligente, questa «sobria ebrietas», è caratteristico per il cristianesimo. Sappiamo che il fuoco è all’inizio della cultura umana; il fuoco è luce, è calore, è forza di trasformazione. La cultura umana comincia nel momento in cui l’uomo ha il potere di creare fuoco: con il fuoco può distruggere, ma con il fuoco può trasformare, rinnovare. Il fuoco di Dio è fuoco trasformante, fuoco di passione - certamente - che distrugge anche tanto in noi, che porta a Dio, ma fuoco soprattutto che trasforma, rinnova e crea una novità dell’uomo, che diventa luce in Dio. 
Così, alla fine, possiamo solo pregare il Signore che la «confessio» sia in noi fondata profondamente e che diventi fuoco che accende gli altri; così il fuoco della sua presenza, la novità del suo essere con noi, diventa realmente visibile e forza del presente e del futuro. 


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 Il commento che segue è di Massimo Introvigne.
 L’8 ottobre 2012, nel corso della prima Congregazione generale del Sinodo dei Vescovi, Benedetto XVI ha proposto ai padri sinodali una meditazione divisa in due parti. La prima ha approfondito il significato della parola «evangelium» «euangelisasthai» (cfr. Lc 4,18). La seconda ha commentato l’Inno dell’Ora Terza Nunc, Sancte, nobis Spìritus, che i padri avevano recitato.
La parola «evangelium» «euangelisasthai», ha ricordato il Papa, «ha una lunga storia. Appare in Omero [IX-VIII sec. A.C.]: è annuncio di una vittoria, e quindi annuncio di bene, di gioia, di felicità. Appare, poi, nel Secondo Isaia (cfr Is 40,9), come voce che annuncia gioia da Dio, come voce che fa capire che Dio non ha dimenticato il suo popolo, che Dio, il Quale si era apparentemente quasi ritirato dalla storia, c’è, è presente». Gesù stesso riprenderà a Nazaret questo brano di Isaia. La parola «euangelisasthai» è poi collegata a tre altre: «dikaiosyne, eirene, soteria – giustizia, pace, salvezza».
Per comprendere il significato di «evangelium» nel Nuovo Testamento, oltre ai precedenti greci e biblici, «è importante anche l’uso della parola fatto dall’Impero Romano, cominciando dall’imperatore Augusto [63 a.C.-14 d.C.]. Qui il termine “evangelium” indica una parola, un messaggio che viene dall’Imperatore». Nella mistica imperiale romana un messaggio dell’Imperatore «è rinnovamento del mondo, è salvezza»; è «un messaggio di potenza e di potere; è un messaggio di salvezza, di rinnovamento e di salute». Il Nuovo Testamento «accetta questa situazione. San Luca confronta esplicitamente l’Imperatore Augusto con il Bambino nato a Betlemme: “evangelium” – dice – sì, è una parola dell’Imperatore, del vero Imperatore del mondo».
Non si tratta di curiosità storiche relative al passato, «perché la grande sofferenza dell’uomo – in quel tempo, come oggi – è proprio questa: dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della storia c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? Questa domanda oggi è così attuale come lo era in quel tempo. Tanta gente si domanda: Dio è una ipotesi o no? E’ una realtà o no? Perché non si fa sentire?». E a questa domanda risponde un «Vangelo», un messaggio dell’Imperatore del mondo: «Dio ha rotto il suo silenzio, Dio ha parlato, Dio c’è. Questo fatto come tale è salvezza: Dio ci conosce, Dio ci ama, è entrato nella storia» tramite la sua Parola, Gesù. Dunque ora «Dio ha parlato, non è più il grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso e questa è la salvezza».
Sì, Dio «ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato»: ma noi ora «come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi, affinché diventi salvezza?». A questa domanda il Pontefice ha risposto nella seconda parte della sua meditazione, dedicata all’Inno dell’Ora Terza Nunc, Sancte, nobis Spìritus. A partire dalla prima strofa: «Dignàre promptus ingeri nostro refusus, péctori», «preghiamo affinché venga lo Spirito Santo, sia in noi e con noi». Capita bene, questa prima strofa dell’inno ci dice qualcosa di decisivo e perfino ci ammonisce con severità: «noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il “fare” nostro, ma con il “fare” e il “parlare” di Dio».
Alludendo alle voci, anche illustri – come non pensare a certe dichiarazioni del cardinale appena scomparso Carlo Maria Martini (1927-2012), e alle interpretazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II da parte degli esponenti della cosiddetta scuola di Bologna? –, che in nome della collegialità vorrebbero trasformare il Sinodo in un’assemblea costituente, il Papa ha osservato che «gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti». La base di tutto è che «Dio ha parlato e questo “ha parlato” è il perfetto della fede, ma è sempre anche un presente: il perfetto di Dio non è solo un passato, perché è un passato vero che porta sempre in sé il presente e il futuro». Dio non solo ha parlato, ma parla oggi: «noi possiamo solo cooperare, ma l’inizio deve venire da Dio». La Chiesa non può essere una nostra iniziativa: «l’iniziativa vera, l’attività vera viene da Dio e solo inserendoci in questa iniziativa divina, solo implorando questa iniziativa divina, possiamo anche noi divenire – con Lui e in Lui – evangelizzatori».
Come in concreto proceda questa cooperazione «teandrica» della Chiesa con Dio è descritto nella seconda strofa dell’Inno: «Os, lingua, mens, sensus, vigor, confessionem personent, flammescat igne caritas, accendat ardor proximos». «Qui – nota il Papa – abbiamo, in due righe, due sostantivi determinanti: “confessio” nelle prime righe, e “caritas” nelle seconde due righe». Inoltre, «sono aggiunti i verbi: nel primo caso “personent” e nel secondo “caritas” interpretato con la parola fuoco, ardore, accendere, fiammeggiare».
Anzitutto, dunque: «confessionem personent». Questo ci indica che «la fede ha un contenuto» che si tratta di confessare, non è solo un sentimento o un’emozione: «Dio si comunica, ma questo Io di Dio si mostra realmente nella figura di Gesù ed è interpretato nella “confessione” che ci parla della sua concezione verginale della Nascita, della Passione, della Croce, della Risurrezione». Noi non possiamo e non dobbiamo reinventare il contenuto della fede: «dobbiamo entrare in questa “confessione”, farci penetrare, così che “personent” – come dice l’Inno – in noi e tramite noi». Ci aiuta anche una notazione che il Pontefice chiama «filologica» ma nello stesso tempo «importante»: «“confessio” nel latino precristiano si direbbe non “confessio” ma “professio” (profiteri): questo è il presentare positivamente una realtà. Invece la parola “confessio” si riferisce alla situazione in un tribunale, in un processo dove uno apre la sua mente e confessa». La piccola mutazione di una parola è indizio di una realtà drammatica: «questa parola “confessione», che nel cristiano latino ha sostituito la parola “professio”, porta in sé l’elemento martirologico, l’elemento di testimoniare davanti a istanze nemiche alla fede, testimoniare anche in situazioni di passione e di pericolo di morte». Non solo questo è tanto importante oggi, in un tempo in cui tanti cristiani sono perseguitati, ma proprio l’elemento drammatico «garantisce la credibilità: la “confessio” non è qualunque cosa che si possa anche lasciar cadere; la “confessio” implica la disponibilità di dare la mia vita, di accettare la passione». Chi prende sul serio queste parole dimostra che «veramente quanto confessa è più che vita: è la vita stessa, il tesoro, la perla preziosa e infinita». La credibilità piena e totale si mostra «solo per una realtà per cui vale la pena di soffrire, che è più forte anche della morte, e dimostra che è verità che tengo in mano, che sono più sicuro, che “porto” la mia vita perché trovo la vita in questa confessione».
L’Inno ci dice subito quali sono le conseguenze o i frutti di questa «confessione»: «Os, lingua, mens, sensus, vigor». Citando Romani 10, il Pontefice commenta che noi «sappiamo che la collocazione della “confessione” è nel cuore e nella bocca: deve stare nel profondo del cuore, ma deve essere anche pubblica; deve essere annunciata la fede portata nel cuore: non è mai solo una realtà nel cuore, ma tende ad essere comunicata, ad essere confessata realmente davanti agli occhi del mondo». Certo la confessione deve penetrare nel nostro cuore, ma «dal cuore [deve] trovare anche, insieme con la grande storia della Chiesa, la parola e il coraggio della parola». L’Inno aggiunge il riferimento alla «mens»: la confessione «non è solo cosa del cuore e della bocca, ma anche dell’intelligenza; deve essere pensata e così, come pensata e intelligentemente concepita, tocca l’altro». E c’è anche la parola «sensus»: «non è una cosa puramente astratta e intellettuale, la “confessio” deve penetrare anche i sensi della nostra vita. San Bernardo di Chiaravalle [1090-1153] ci ha detto che Dio, nella sua rivelazione, nella storia di salvezza, ha dato ai nostri sensi la possibilità di vedere, di toccare, di gustare la rivelazione. Dio non è più una cosa solo spirituale: è entrato nel mondo dei sensi e i nostri sensi devono essere pieni di questo gusto, di questa bellezza». Infine, l’Inno parla di «vigor»: «è la forza vitale del nostro essere e anche il vigore giuridico di una realtà. Con tutta la nostra vitalità e forza, dobbiamo essere penetrati dalla “confessio”, che deve realmente “personare”; la melodia di Dio deve intonare il nostro essere nella sua totalità».
Se però la «confessio» è la «prima colonna» dell’evangelizzazione, la seconda è la «caritas». Anzi la confessione è essa stessa amore. «Solo così è realmente il riflesso della verità divina, che come verità è inseparabilmente anche amore». L’Inno «descrive, con parole molto forti, questo amore: è ardore, è fiamma, accende gli altri». La metafora del fuoco ricorre nella Sacra Scrittura, e ci ammonisce ancora oggi. «Il cristiano non deve essere tiepido. L’Apocalisse ci dice che questo è il più grande pericolo del cristiano: che non dica di no, ma un sì molto tiepido. Questa tiepidezza proprio discredita il cristianesimo». Al contrario, l’Inno ci indica che questo «è il modo dell’evangelizzazione: “Accéndat ardor proximos”, che la verità diventi in me carità e la carità accenda come fuoco anche l’altro».
Nella Pentecoste «lo Spirito Santo era fuoco che ha trasformato il mondo, ma fuoco in forma di lingua, cioè fuoco che è tuttavia anche ragionevole, che è spirito, che è anche comprensione; fuoco che è unito al pensiero, alla “mens”. E proprio questo fuoco intelligente, questa “sobria ebrietas”, è caratteristico per il cristianesimo». Anche i non cristiani sanno che «il fuoco è all’inizio della cultura umana; il fuoco è luce, è calore, è forza di trasformazione. La cultura umana comincia nel momento in cui l’uomo ha il potere di creare fuoco: con il fuoco può distruggere, ma con il fuoco può trasformare, rinnovare». E oggi noi dobbiamo annunciare senza tiepidezza che «il fuoco di Dio è fuoco trasformante, fuoco di passione – certamente – che distrugge anche tanto in noi, che porta a Dio, ma fuoco soprattutto che trasforma, rinnova e crea una novità dell’uomo, che diventa luce in Dio».
Il Sinodo riuscirà se saprà annunciare alla confessione della fede come «fuoco che accende gli altri»; così la fede «diventa realmente visibile e forza del presente e del futuro».

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Riporto di seguito i servizi di Radio Vaticana

Si è evangelizzatori se si ha nel cuore la consapevolezza che è Dio ad agire nella Chiesa e se si ha una passione bruciante di comunicare Cristo al mondo. Con questi pensieri, Benedetto XVI ha aperto stamattina i lavori del Sinodo sulla nuova evangelizzazione. Il Papa ha preso la parola dopo la lettura e l’Inno iniziali con una meditazione spontanea e particolarmente intensa. Il servizio di Alessandro De Carolis:

La grande domanda è sempre lì, in moltissimi cuori. C’era prima che in una notte di Betlemme un Bambino cambiasse la storia, e risuona – tra persecuzioni e indifferenza montante – dopo duemila anni di diffusione del Vangelo: Chi è Dio? E cosa c’entra con l’umanità? Benedetto XVI tocca il nervo centrale del Sinodo portando anzitutto nella quiete dell’Aula il rumore e i palpiti di chi nel mondo alza gli occhi al cielo, non vede nulla e continua a chiedersi:

“Dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della storia, c’è un Dio o non c’è? E se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? Questa domanda è oggi così attuale come lo era in quel tempo. Tanta gente si domanda: Dio è un’ipotesi o no? E’ una realtà o no? Perché non si fa sentire? ‘Vangelo’ vuol dire che Dio ha rotto il suo silenzio: Dio ha parlato, Dio c’è (...) Dio ci conosce, Dio ci ama, è entrato nella storia. Gesù è la sua Parola, il Dio con noi, il Dio che ci mostra che ci ama, che soffre con noi fino alla morte e risorge”.

Ecco la risposta della Chiesa alla grande domanda. Tuttavia, in tono sommesso ma senza giri di parole, il Papa pone un secondo quesito, quello vitale per i Padri sinodali: “Dio – ha ripetuto Benedetto XVI – ha parlato, ha veramente rotto il grande silenzio, si è mostrato. Ma come possiamo far arrivare questa realtà all’uomo di oggi affinché diventi salvezza?”. Avendo chiari tre passi fondamentali, che il Papa ha spiegato prendendo spunto dall’Inno dell’Ora Terza recitata poco prima. Primo passo, la preghiera. Gli Apostoli, ha affermato, non crearono la Chiesa “elaborando una costituzione”, ma raccogliendosi in preghiera in attesa della Pentecoste:

“Noi non possiamo fare la Chiesa, possiamo solo far conoscere quanto ha fatto Lui. La Chiesa non comincia con il nostro fare, ma con il fare e il parlare di Dio (...) Solo Dio può creare la sua Chiesa. Se Dio non agisce, le nostre cose sono solo nostre e sono insufficienti. Solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato”.

Dunque, ha osservato il Papa, non è “una mera formalità” se ogni assise sinodale comincia con la preghiera, ma una dimostrazione di consapevolezza del fatto che “l’iniziativa” è sempre di Dio, che noi possiamo implorarla e che con Dio la Chiesa può solo “cooperare”. Da qui nasce il secondo passo, con quella che in latino si chiama “confessio”, la confessione pubblica della propria fede. Questo atto, ha spiegato il Papa, è più che un professare la fede in Cristo: è una vera e propria “confessione”. Come quella fatta con coraggio davanti a un tribunale, “davanti agli occhi del mondo”, pur sapendo che potrà costare:

“Questa parola ‘confessione’, che nel linguaggio cristiano latino ha sostituito la parola ‘professione’, porta in sé l’elemento martirologico, l’elemento del testimoniare davanti a istanze nemiche alla fede, testimoniare anche in situazioni di passione e di pericolo di morte (…) Proprio questo garantisce la credibilità: la ‘confessio’ non è qualunque cosa che si possa lasciar anche cadere. La ‘confessio’ implica la disponibilità a dare la mia vita, ad accettare la passione”.

La “confessio” ha però bisogno di un abito che la renda visibile. Ed ecco il terzo passo: la “caritas”. Cioè la più grande forza che deve bruciare nel cuore di un cristiano, la fiamma da cui attingere per appiccare l’incendio del Vangelo attorno a lui:

“C’è una passione nostra che deve crescere dalla fede, che deve trasformarsi in fuoco della carità (...) Il cristiano non deve esser tiepido (…) Fede deve divenire in noi fiamma dell’amore: fiamma che realmente accende il mio essere, che diventa la grande passione del mio essere e così accende il prossimo. Questa è l’essenza dell’evangelizzazione”.



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Subito dopo l’intervento del Papa, a prendere la parola nell’Aula del Sinodo è stato il presidente delegato, il cardinale John Tong Hon, vescovo di Hong Kong, seguito dal segretario generale del Sinodo, mons. Nikola Eterović. Quindi, spazio alla “Relazione prima della discussione” presentata dal relatore generale dell’assise, il cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington. Ce ne parla Isabella Piro:

Sono parole vibranti quelle che il vescovo di Hong Kong rivolge ai Padri sinodali: ricorda il timore del regime comunista vissuto da tante famiglie della diocesi, prima dell’annessione della città alla Cina, nel 1997. Ma proprio questa crisi, che in cinese significa anche opportunità, ha portato tanti cattolici non praticanti a riavvicinarsi alla Chiesa, per trovare un sostegno spirituale. Tanto che la scorsa Pasqua ha visto il battesimo di tremila adulti. Poi, il cardinale Tong Hon ricorda tre principi fondamentali dell’evangelizzazione: la comunione sia con Dio che con gli uomini, in particolare con i poveri; il servizio inteso come dono di sé e la dottrina, ovvero quell’incontro personale con Cristo che ci porta ad essere suoi testimoni:

“We must be zealous witnesses of our faith”.
“Dobbiamo essere - conclude il vescovo di Hong Kong- testimoni zelanti della nostra fede”.

Dal suo canto, mons. Eterović ripercorre a grandi linee tutto il lavoro preparatorio di questo 13.mo Sinodo generale, il quinto convocato da Benedetto XVI in otto anni di Pontificato, e rivela che il tema della nuova evangelizzazione è stato scelto dal Papa nell’ambito di una terna suggerita dai presuli e che comprendeva anche la parrocchia come comunità e le sfide antropologiche contemporanee. Importate anche lo spirito collegiale dei vescovi alle fasi di preparazione dell’assise, tanto che oltre il 90% delle Chiese particolari ha collaborato, con i propri suggerimenti, alla stesura del documento di lavoro.

Poi, la parola passa al cardinale Wuerl: la sua “Relazione prima della discussione”, pronunciata in latino, è, insieme, appassionata e lucida. Partendo dal principio che ciò che si proclama “non è un’informazione su Dio, ma piuttosto Dio stesso” fattosi uomo, il porporato non esita ad affrontare il difficile contesto della nuova evangelizzazione nella società contemporanea, in cui esiste “la separazione intellettuale ed ideologica di Cristo dalla sua Chiesa”, la “barriera dell’individualismo” che fa decadere la responsabilità dell’uomo nei confronti dell’altro; il razionalismo che trasforma la religione in una “questione personale”; la “drastica riduzione della pratica della fede” tra i battezzati.

Questo volto della società che cambia “in modo drammatico”, spiega il cardinale Wuerl,affonda le sue radici negli anni ’70 e ’80, decenni di “catechesi veramente scarsa”, di discontinuità, di “aberrazioni nella pratica della liturgia”.

“È stato come se uno tsunami di influenza secolare – dice il porporato – portasse via con sé indicatori sociali come il matrimonio, la famiglia, il concetto di bene comune e la distinzione fra bene e male”. E non solo: “i peccati di pochi” hanno alimentato la sfiducia nelle strutture della Chiesa.

In questa cultura segnata da “secolarismo, materialismo e individualismo”, tuttavia, non mancano segnali positivi lanciati dai giovani, dai bambini e dai loro genitori. In una parola: dalla famiglia, “modello-luogo della nuova evangelizzazione”, “primo elemento costitutivo della comunità”, così spesso sottovalutata e ridicolizzata dalla società contemporanea. E se i missionari del passato hanno coperto “immense distanze geografiche” per annunciare il Vangelo, i missionari del presente devono superare “distanze ideologiche altrettanto immense”, senza neppure uscire dal quartiere.

“La nuova evangelizzazione non è un programma – sottolinea il cardinale Wuerl – Si tratta di un nuovo modo di pensare, di vedere e di agire. È come una lente attraverso cui vediamo le opportunità di proclamare di nuovo il Vangelo”.

Di qui, l’invito ad avere, nella verità del messaggio cristiano, “una nuova fiducia”, spesso erosa da un sistema di valori laici impostosi come superiore allo stile di vita proposto da Gesù. In sostanza, spiega l’arcivescovo di Washington, i cristiani devono “superare la sindrome dell’imbarazzo” di annunciare “il tesoro semplice, genuino e tangibile dell’amicizia con Gesù”. Tale annuncio, però - esorta il relatore generale – sia testimoniato nella vita, perché evangelizzare significa offrire l’esperienza dell’amore di Gesù e non “una tesi filosofica di comportamento”.

Tre, quindi, i fondamenti dell’evangelizzazione: quello antropologico, che dice che ogni uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio ed ha in sé il desiderio naturale di comunione con il trascendente; quello cristologico, per il quale il Cristo si è rivelato e non è una creazione sociologica o un’aberrazione teologica; ed il fondamento ecclesiologico, che porta la salvezza di Cristo “dentro e attraverso la Chiesa”.

Il cardinale Wuerl allarga, inoltre, lo sguardo ai movimenti e alle comunità ecclesiali, “segno della nuova evangelizzazione”. Ne cita tre per tutti - Comunione e liberazione, Opus Dei ed il Cammino Neocatecumenale – ed esorta tutti ad “integrare più pienamente le loro energie e attività nella vita di tutta la Chiesa”. Inoltre, continua il porporato, è vero che Gesù non ha promosso “un particolare programma politico”, però ha stabilito principi di base fondamentali per la libertà e la dignità umana e per l’ordine morale naturale, che si devono riflettere anche nella politica.

Infine, quattro sono le caratteristiche dell’evangelizzatore di oggi, conclude l’arcivescovo di Washington: avere coraggio, quel “pacifico coraggio” di San Massimiliano Kolbe o di Madre Teresa di Calcutta; essere in comunione con la Chiesa e solidale con i suoi pastori; annunciare con gioia il messaggio di Dio; avvertire l’urgenza di una missione “troppo importante” per la quale “non c’è tempo da perdere”.



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 Per leggere i Testi sotto indicati

- SALUTO DEL PRESIDENTE DELEGATO, S. EM. R. CARD. JOHN TONG HON, ARCIVESCOVO DI HONG KONG (CINA)
- RELAZIONE DEL SEGRETARIO GENERALE DEL SINODO DEI VESCOVI, S.E.R. MONS. NIKOLA ETEROVIĆ, ARCIVESCOVO TITOLARE DI CIBALE (CITTÀ DEL VATICANO)
- RELATIO ANTE DISCEPTATIONEM DEL RELATORE GENERALE, S. EM. R. CARD. DONALD WILLIAM WUERL, ARCIVESCOVO DI WASHINGTON (USA)