ROMA, mercoledi 17 ottobre 2012 .- Di seguito il testo della relazione tenuta nei giorni scorsi da monsignor Lorenzo Leuzzi, vescovo ausiliare di Roma, al I incontro di formazione per i cappellani universitari e sanitari, svoltosi presso il Seminario Romano Maggiore sul tema “Pastori e maestri della fede teologale”.
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Premessa
Il successo dell’Anno della Fede, da poco iniziato, è largamente ancorato alla comprensione dell’identità del ministero sacerdotale e alla testimonianza dei presbiteri, chiamati ad essere pastori e maestri della fede teologale del popolo di Dio.
Il nostro itinerario di approfondimento del ministero sacerdotale, nell’anno della Fede e del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, parte dalla Costituzione dogmatica Dei Verbum.
La Dei Verbum, richiamata frequentemente nel post-concilio per la riscoperta della Sacra Scrittura nella vita della Chiesa e in particolare del presbitero (cf. DV nn. 21 e 24), in realtà è un testo decisivo per il passaggio dal presbitero predicatore al presbitero ministro della Parola.
È infatti nel concetto di divina rivelazione presentata dalla Costituzione che si pongono le basi per una comprensione non alternativa ma nuova, nel senso di una esplicitazione di ciò che era già presente nel ministero sacerdotale preconciliare. Infatti nel concetto di predicazione, nel periodo preconciliare, era già compreso quello di ministero della Parola e, pertanto, non era necessaria tale puntualizzazione, ossia essa poteva restare criptica. Mentre il ministero della Parola, infatti, comprende sempre la predicazione, non è automatico il contrario, ossia che la predicazione comprenda il ministero della Parola.
Infatti, nell’epoca preconciliare, ancora statico-sacrale, la predicazione ha assolto un ruolo di servizio alla trasmissione della fede cristiana adeguato alla situazione storico-culturale, pur correndo il pericolo di offuscare quello del ministero della Parola. Offuscare, ma non eliminare, in quanto il ministero della Parola, come si vedrà, è essenziale per la trasmissione della rivelazione.
Oggi non è più così: la predicazione da sola è ambigua e talvolta può veicolare una fede cristiana non più teologale, ma semplicemente religiosa. La nuova situazione storica, già indicata dallaGaudium et Spes, rende necessario che la trasmissione della rivelazione cristiana si sviluppi in modo ancora più evidente e più deciso come manifestazione del ministero della Parola.
Come nasce questa esigenza di rendere manifesto e, naturalmente, di incarnare nell’esistenza presbiterale tale passaggio, ossia dall’essere predicatori ad essere ministri della Parola?
Dalla fede religiosa alla fede teologale
La Dei Verbum pone le fondamenta per comprendere tale passaggio puntualizzando la vera natura del Cristianesimo, non paragonabile a nessun’altra esperienza religiosa. Per i Padri conciliari Dio è uscito dal suo silenzio e ha rivelato il suo progetto per l’uomo manifestatosi pienamente in Cristo (“questa rivelazione…. risplende a noi in Cristo” DV n 2). L’iniziativa è di Dio e non è espressione del pensiero umano e nemmeno riducibile ad esso. Certamente Dio ha scelto di entrare nella storia e di assumere la condizione umana, ma non si è mai lasciato condizionare da essa: nessuna realtà umana può racchiudere totalmente la pienezza della vita di Dio.
Affinché tale rivelazione sia credibile o possa meritare “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà” (DV, n. 5), è necessario che Colui che si rivela non sia frutto del pensiero umano o non si identifichi totalmente con il contenuto della rivelazione storica. In altri termini la realtà di Colui che si rivela non si esaurisce nel contenuto della rivelazione nella storia, altrimenti la rivelazione, pur continuando a meritare l’assenso dell’uomo, rinchiude il suo atto di fede nella generica esperienza religiosa.
In questa prospettiva anche il Cristianesimo può essere rinchiuso nella semplice e originaria esperienza religiosa. Ciò può avvenire (e di fatto avviene) con due modalità.
La prima, promossa dalla ragione teologica, è quella della fede religiosa che propone di credere in un contenuto rivelato trasmesso oralmente o per iscritto e che è già evidente in se stesso, in quanto ha in sé una razionalità che lo giustifica.
La seconda, promossa dalla teologia razionale, è quella che propone di credere che il contenuto della rivelazione coincida o in qualche modo risponda al percorso della ragione umana, per cui l’uomo non può non credere, e il non credere porterebbe l’uomo ad essere fuori dalla razionalità.
Ambedue queste modalità della fede religiosa, che non sono specifiche di quella cristiana ma che possono appartenere ad altre esperienze religiose, sono state sempre presenti nella vita e nel dibattito teologico della Chiesa, senza tuttavia incrinare la fede teologale e restando in qualche modo sempre legate ad essa.
Oggi la situazione è ancora più complessa e, per certi aspetti, drammatica, poiché la fede religiosa può essere non solo teologica, ma anche a-teologica. La società dinamica, nata dalla rivoluzione industriale, nella quale viviamo, sollecita la fede religiosa come esigenza di vita esistenziale. Nella società dinamica nessuno può vivere senza una fede religiosa: si comprende così il sorgere di nuove religioni o di esperienze a-teologiche anche prive di ogni riferimento razionale. La fede cristiana, anche nelle sue modalità religiose, che per tanti secoli non ha sentito il bisogno di definire il limite tra fede religiosa e fede teologale, può essere veicolata da una fede religiosa a-teologica. Si sta realizzando un percorso davvero singolare: dalla fede religiosa, anche cristiana, all’anti-divino e quindi all’ateismo religioso.
Di qui la domanda cruciale: il Cristianesimo genera una fede religiosa o una fede teologale?
La prospettiva della Dei Verbum
Riprendiamo in considerazione il paragrafo 2 della Dei Verbum, in cui si afferma: “Questa economia della rivelazione avviene con eventi e parole (gestis verbisque) intimamente connessi”. Con questa descrizione dell’intima connessione tra eventi e parole, il Concilio considera la rivelazione cristiana come realtà autonoma rispetto all’Autore, cioè a Dio (“Piacque a Dio”, DV n. 1), e nello stesso tempo pone le basi per coinvolgere l’uomo nella sua capacità di essere interlocutore di un tale progetto.
In altri termini la Dei Verbum non annulla Dio per l’uomo e tanto meno l’uomo per Dio; li pone invece come soggetti chiamati a interloquire: il primo nella sua bontà e sapienza, il secondo nella sua libertà.
Nasce così il superamento della fede religiosa per dare spazio alla fede teologale. Ma ciò non è ancora sufficiente per capire l’insegnamento del Concilio.
Anche la fede religiosa, infatti, può essere teologica, ossia può affermare la sua dimensione trascendente, sia per l’autore che per i contenuti. Non è stata forse compresa così la fede cristiana, ossia come fede religiosa che si distingue dalle altre per la sua maggiore trascendenza teologica? Pensiamo alla formazione catechistica preconciliare tutta centrata sui contenuti teologici, sia pure imparati a memoria, e sottovalutata per il mero pregiudizio metodologico!
Allora fede teologale che cosa significa?
Riprendiamo in considerazione la Dei Verbum: “Con questa rivelazione infatti Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si trattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé” (n. 2). L’intima connessione gestis verbisque, pertanto,non è una semplice strategia comunicativa, ma è la manifestazione del mistero di Dio e dell’uomo: del Dio Trinità e dell’uomo come soggetto storico.
Dio può comunicare se stesso perché è Trinità in sé e l’uomo è stato creato per essere costruttore della storia. Se Dio non fosse Trinità e l’uomo non fosse soggetto storicamente esistente non ci sarebbe spazio per la fede teologale, ma solo per la fede religiosa.
La fede cristiana è teologale perché Dio ha deciso di inviare il suo Verbo “affinché rimanesse tra gli uomini e ad essi spiegasse i misteri di Dio” (DV n. 4). Solo il rimanere di Dio tra gli uomini rende possibile la fede teologale, altrimenti ci sarebbe solo la fede religiosa.
Il rimanere di Dio tra gli uomini - perché possa realizzarsi realmente e non solo idealmente - deve avvenire nella storia, come si è manifestato nell’Antico e nel Nuovo Testamento, gestis verbisque,non più solo come rivelatore, ma come Parola-Logos che fa da fondamento alla nuova creazione che è la Chiesa.
La nuova creazione è il luogo dove la Parola-Logos comunica la sua vita al battezzato e costui diventa costruttore della Chiesa per il dono della fede teologale. Fede teologale significa credere nella novità ontologica dell’esistenza umana e prendere parte alla vita della nuova creazione.
La rivelazione, pertanto, si distende nella sua trasmissione che avviene nella storia, non come storia ma come realtà storica per il dono della fede teologale.
Dalla rivelazione alla sua trasmissione
Come è possibile che la rivelazione, attuatasi gestis verbisque possa concludersi ed essere trasmessa nella storia?
La Dei Verbum - superando l’idea di rivelazione come comunicazione di alcune verità e scegliendo la strada dell’agire storico di Dio nella storia (gestis verbisque) - pone la questione se possa esserci novità, anche nell’esistenza dell’uomo, nella trasmissione della rivelazione, come afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica1 (n. 66) o se invece la trasmissione sia una semplice ripetizione dei contenuti della rivelazione.
Quest’ultima ipotesi però negherebbe la prospettiva del Concilio Vaticano II. Ugualmente, anche l’idea di novità nel processo di trasmissione pone la necessità di chiarire la sua natura: quale novità, di contenuti, di esperienze? In altri termini, affermando la novità, come dovrebbe essere la trasmissione di una rivelazione che si è manifestata gestis verbisque, non si corre il rischio di considerare la trasmissione della rivelazione come storia aprendola alla soggettività storica?
La prospettiva della Dei Verbum se da un lato pone la rivelazione su un piano completamente diverso rispetto ad altre proposte religiose, dall’altro la espone al pericolo di lasciarci travolgere dall’idea di fede religiosa come esperienza storica che in qualche modo può assumere la dinamica delgestis verbisque.
È ciò che largamente è accaduto nel postconcilio, in cui è prevalsa l’illusione di percorrere la strada della fede religiosa come via privilegiata per l’attuazione delle indicazioni della Dei Verbum.
Una tale scelta invece di rilanciare il ministero della Parola, che secondo la Dei Verbum è propria della trasmissione della fede cristiana, l’ha indebolita fino al punto di scomparire a vantaggio della predicazione, tipica della fede religiosa e non della fede teologale.
Dalla Dei Verbum alla Verbum Domini
Qual è la condizione affinché la trasmissione della rivelazione possa proseguire secondo lo stile dellaDei Verbum evitando il pericolo di essere annuncio di una tradizione religiosa o di un’esperienza religiosa?
È la presenza della Parola nella storia come Logos, non solo come Logos-creatore, ma come Logos-salvatore fondamento di una nuova creazione, qual è appunto la Chiesa: “Il cristianesimo è la religione della Parola di Dio, non di una parola muta e scritta, ma del Verbo incarnato e vivente” (VD n. 7). Solo così la trasmissione può proseguire nella storia senza trasformarsi in storia.
Se la fede cristiana fosse religiosa, la trasmissione della rivelazione si ridurrebbe a predicazione, vanificando non solo la modalità con la quale si è manifestata gestis verbisque, ma negherebbe la realtà che precede la stessa predicazione, cioè la presenza della Parola nella nuova creazione.
Nella fede religiosa la realtà coincide con il contenuto annunciato; nella fede teologale, invece, il contenuto rimanda alla realtà più grande, che è la Parola che genera alla fede e nella fede teologale, a cominciare dalla fede della Chiesa.
Se non ci fosse la nuova creazione, il ministero sacerdotale si ridurrebbe a puro annuncio e a “soggettive” interpretazione delle scritture e delle tradizioni, ma non si potrebbe qualificare come ministero della Parola perché la Parola-Logos è presente nella storia solo come fondamento di quella realtà storica che è la Chiesa e non nelle scritture e nelle tradizioni, spirituali e sociali che siano. Senza la nuova creazione le scritture e le tradizioni resterebbero mute e i sacramenti si trasformerebbero in riti religiosi: è la fine del gestis verbisque! Si ricompone in tal modo l’intimo rapporto tra la sacra Scrittura e la sacra Tradizione e l’integrità nella storia del depositum fidei (Cf. DV nn. 7 e 10).
Ministri della Parola e non predicatori
Ai sacerdoti è affidata la Parola e non le scritture, o meglio le scritture perché in esse è nascosta la Parola. Ma ciò è possibile non per la predicazione, ma per la presenza ontologica della Parola nella vita della Chiesa e del credente.
Il ministero sacerdotale è al servizio di questa presenza della Parola-Logos che la comunità a lui affidata deve accogliere e mettere in pratica giorno per giorno. In altri termini il sacerdote deve guidare il credente a crescere nella vita ecclesiale perché, costruendo la Chiesa, porti a compimento il cammino della trasmissione della rivelazione.
Nessun ministero nella Chiesa è al di sopra della Parola, ma tutti sono servi della Parola, perché in ogni evento storico della e nella Chiesa il primato spetta alla Parola, che è Cristo Signore, fondamento della nuova creazione.
La testimonianza del sacerdote non è un fatto funzionale, ma segno della presenza della Parola che agisce in lui e per mezzo di lui. La santità del sacerdote è direttamente proporzionata alla sua capacità di lasciarsi guidare dalla Parola che ogni giorno cresce e si fortifica in lui.
Senza questa personale esperienza, il sacerdote sarà un ottimo predicatore, ma non un ministro della Parola. Farà crescere un’esperienza religiosa, ma non la Chiesa che è il vero soggetto della trasmissione della divina rivelazione.
Conclusione
Noi siamo ministri “della Parola vivente di Dio che convoca la Chiesa e la vivifica lungo tutto il suo cammino nella storia” . Sono le parole di Benedetto XVI all’Udienza generale del 10 ottobre 2012.
Entriamo anche noi nella vita teologale donataci da Dio e scopriremo la grandezza ineffabile della nostra vocazione sacerdotale.
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NOTE
1 CCC n. 66: “Tuttavia, anche se la Rivelazione è compiuta, non è però completamente esplicitata; toccherà alla fede cristiana coglierne gradualmente tutta la portata nel corso dei secoli”