venerdì 17 giugno 2016

Gli adulti desiderano, gli adulti decidono

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di Costanza Miriano
Conosco purtroppo sempre più persone che soffrono per un doloroso desiderio di figli che non arrivano. Una mancanza, uno strazio persino, che a volte, immagino, toglie il fiato, soprattutto alle donne. La sensazione del tempo che passa, che rende mese dopo mese un po’ più lontana la speranza di un compimento, diventa una cappa. A volte accanto a queste donne ci sono uomini che riescono a convivere meglio con l’assenza, e hanno meno voglia di imbarcarsi nell’interminabile impresa dell’adozione (quando ci si occuperà seriamente di renderla più possibile?). Così gli anni passano, e ognuna di queste amiche, di questi miei amici ha dato la sua risposta al dolore e al vuoto. C’è chi diventa fecondo in altro modo, aiutando chi incontra ed è nel bisogno, chi invece investe sul lavoro, chi converte l’attesa in creatività, chi semplicemente non ci pensa più e convive abbastanza in pace con una zona buia nella sua vita, chi è nel lutto.
Capisco o forse solo intuisco che mancanza sia. Capisco che la mancanza sia dolorosa allo stesso modo, o meglio in modi tutti diversi – ognuno è infelice a modo suo, come dice Tolstoj – ma con la stessa intensità per tutti, indipendentemente da tante variabili, comprese quelle delle preferenze sessuali. Credo che il desiderio di una nuova vita da accudire sia sempre un desiderio buono in sé, ma sono certa che non tutte le azioni che tendono a soddisfarlo siano buone, perché, è un dato della realtà con cui facciamo i conti tutti i giorni, non tutti i desideri possono essere soddisfatti. Il limite non è solo la tecnica: per esempio, costruire scuole con l’amianto è una cosa che si può tecnicamente fare, ma deve intervenire un giudizio. Il criterio di fondo è: il mio bene fa del male a qualcun altro? Che usare l’amianto non sia un bene oggi lo capiscono tutti. Proviamo a ragionare sul fatto di cercare di avere un figlio a tutti i costi, di decidere al posto suo molte cose fondamentali: per esempio che debba vivere senza uno o entrambi i suoi genitori biologici e non per una disgrazia ma per una decisione programmatica degli adulti, che sia privato della madre nell’istante del parto, che non possa conoscere le sue radici, che non possa rapportarsi col genitore del suo stesso sesso, anche se adottivo, o del sesso opposto. Il buon senso e il criterio di prudenza, che anche chi invoca la scienza e la tecnica devono rispettare trattandosi del più debole tra i deboli, dicono che nessuno può permettersi tanta libertà di fronte a una creatura indifesa.
Molte altre cose non le conosco, e se vogliamo essere onesti non le conosce nessuno. Alcune non le capisco. Capisco che il desiderio sia tanto forte da arrivare anche a pagare una donna per farle un’anestesia e prenderle degli ovuli, anche se questo comporta un precedente fortissimo bombardamento ormonale pericolosissimo per lei. Credo però che questo sia uno sfruttamento della donna ben più grave della prostituzione, perché non viene sfruttato solo lo stesso apparato genitale, ma anche qualcosa di ben più prezioso, il principio di una vita. Non conosco cosa succede nel cuore di una donna che ha venduto i suoi ovuli per denaro, come potrà sentirsi quando penserà che ci sono dei figli suoi in giro per il mondo, figli che un giorno vorranno sapere da dove vengono i loro capelli biondi, i loro occhi verdi, l’indice storto o l’alluce corto, o quella misteriosa tristezza che li assale nei giorni di sole. Non potrà non chiedersi ogni tanto come sta, se è felice, se qualcuno gli sta facendo del male. So come stanno le mamme con i figli congelati in qualche laboratorio: male, malissimo.
Capisco che si possa essere pronti a prendere questo ovulo, a fecondarlo e a metterlo nel grembo di un’altra donna, e che questo comporti un esborso di denaro che per esempio secondo Mario Caballero – il direttore di Extraordinary Conceptions – si aggira sui  150mila dollari solo per il bambino, per non parlare delle spese di mantenimento all’estero per tutto il periodo necessario. Capisco che i pochissimi, pochissimi privilegiati che abbiano tutta questa disponibilità economica siano pronti a qualsiasi cosa pur di stringere tra le braccia un neonato. Lo capisco perché io avrei pagato anche un miliardo di euro se lo avessi avuto per tenere in braccia i miei figli (ma i miei). Sono anche certa che le persone che con tanta determinazione e tanto impegno economico cercano un figlio faranno del loro meglio per dargli tutto quello che possono perché cresca sereno. Ma questo è il vero bene per quelle donne? E soprattutto è il bene del bambino? È un bene che ogni bambino concepito nasca, quelli venuti da uno stupro, quelli congelati in laboratorio, perché quando c’è una vita è comunque un bene. Ma questo non può portarci a dire che è un bene lo stupro. Quando i figli della provetta parlano, alcuni lo stanno già facendo, supplicano di impedire ad altri di vivere quello che hanno vissuto.
Capisco che anche un uomo di 57 anni possa desiderare un figlio, ma non so cosa comporti essere cresciuti da uno che potrebbe essere il nonno. La legge italiana, per esempio, lo vieta. Stabilisce che si possa adottare solo con una differenza massima di 40 anni, e anche se non si sono prodotti faldoni scientifici a sostegno la trovo una norma prudente e di buon senso. È vero che un uomo a quell’età può ancora concepire, ma per tutto ciò che non è naturale  deve valere il principio di prudenza, e sempre a favore dei più deboli.
Anche ragionando con pacatezza, non di pancia, nessuno può negare che la faccenda di Nichi Vendola presenti tantissimi pericoli. Quando si permette che grazie al denaro o al potere si soddisfino desideri, anche buoni, anche ottimi, che violano l’ordine naturale delle cose bisognerebbe essere più prudenti. Io non ho studi da esibire, non li ha nessuno che voglia essere onesto e serio – la casistica è troppo ristretta e con una storia troppo giovane alle spalle. Però qualche certezza ce l’ho. So che quel bambino avrebbe voluto la sua mamma, se avesse potuto scegliere. So che per i bambini “da dove vengo, a chi somiglio” è una delle domande ricorrenti dell’infanzia. So che a nessuna delle persone che conosco, neanche alla più insensibile, farebbe piacere sapere di essere stato tenuto in pancia e poi dato via (che si chiami pagamento o rimborso di spese mediche per il bambino cambia pochissimo), so che cresciamo col suono di una voce, so che si mischiano sangue e respiro e cellule e nessuno può dire cosa significhi l’interruzione di questo legame (le storie di adozione hanno sempre a che fare con l’elaborazione di un lutto). Istintivamente trovo abbastanza ripugnante che questa cosa la possa fare solo chi è molto ricco (e trovo incredibile che lo accetti una persona di formazione marxista). Io credo che lo sappia anche chi lo fa, per questo si espone sui giornali, in tv, in cerca di un’accettazione sociale che possa fargli dimenticare i dubbi: se uno davvero non vuole diventare una bandiera non concede un’intervista al principale quotidiano italiano. Mi pare evidente, al contrario, il tentativo di giustificare culturalmente l’operazione, di contribuire a innescare un cambiamento della mentalità che possa far sentire normale chi ha soddisfatto in modo non normale – usando la parola “norma” in senso statistico – un desiderio. Lo ha detto anche Lo Giudice a Le Iene, che il suo obiettivo era quello. Un cambiamento culturale. Attraverso procedimenti di formazione del sentire comune, come quella teorizzata come finestra di Overton, si spera di rendere normale ciò che oggi è inaccettabile ai più (provate a chiedere al barista, al tassista, alla collega non ideologizzata).
Trovo invece, per finire, profondamente sleale bollare chi come me esprime un dubbio razionale, un atteggiamento di cautela e prudenza in difesa del bambino come ultracattolico, omofobo, bigotto. Trovo sleale accennare alla necessità di proteggere la famiglia dalla violenza sulle donne, perché non trovo niente di più violento che privare una madre del proprio figlio, niente di più misogino di due uomini che escludono la madre dalla vita del figlio di uno (non è il figlio dei due), niente di più antifemminista di una donna pagata per l’uso del suo utero. Trovo sleale chiamare arcobaleno le famiglie monocolore, usurpando un simbolo dell’alleanza fra Dio e l’uomo che evidentemente l’interruzione dei processi naturali spezza. Trovo pericolosissimo infrangere il principio che la vita umana è indisponibile: credo che non ci sia più un argine a nulla, se si viola il principio dell’intoccabilità della vita umana. Perché se qualcuno può disporre della vita di un altro chi sarà incaricato di giudicare quale vita sia degna di vivere, quale embrione far nascere, quale malato eliminare, quale vecchio, quale bambino malformato? Infine trovo patetico che Vendola osi paragonarsi a San Giuseppe, ma lì si vede che il ritrattino pastello e melenso ha preso un po’ la mano. Non esageriamo. Non c’è bisogno di mettere in mezzo Dio. Ma se proprio lo vogliamo mettere in mezzo, sono certa che non sia contento che il suo progetto sull’uomo annunciato fin dalla prima pagina della Genesi sia stato tradito.

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