sabato 11 giugno 2016

Papa Francesco in difficoltà: "... se io dico quello che penso..."



di Andrea Tornielli
«Le diversità fanno la comunità», le parrocchie devono accogliere tutti e mai chiudere le porte ai diversi, ai disabili, che bisogna invece accompagnare ai sacramenti. Lo ha detto Papa Francesco alla vigilia del Giubileo dei disabili ricevendo nell’aula Paolo VI i partecipanti al convegno promosso dall’Ufficio Cei per la Catechesi delle persone con disabilità nel 25° anniversario di attività. Bergoglio, come capita spesso in queste occasioni, ha messo da parte il discorso («è un po’ noioso») e ha parlato a braccio, rispondendo a tre domande.  

La prima gli è stata posta da una ragazza, Lavinia, che ha parlato della paura che aveva di non capire quando ha cominciato a frequentare la catechesi parrocchiale e della paura della diversità. «Tutti siamo diversi - ha detto Francesco - non c’è uno che sia uguale all’altro e ci sono alcune diversità più grandi o più piccole, ma tutti siamo diversi. Perché abbiamo paura delle diversità? Perché andare all’incontro di una persona con una diversità grave è una sfida e ogni sfida ci dà paura, è più comodo non muoversi, ignorare le diversità, dire che tutti siamo uguali e se c’è qualcuno che non lo è lasciamolo da parte».  

«Le diversità - ha continuato il Papa - sono proprio la ricchezza perché io ho una cosa tu un’altra e con queste due facciamo una cosa più bella e più grande. Un mondo dove tutti siano uguali sarebbe noioso! È vero che ci sono diversità che sono dolorose, tutti sappiamo, che hanno radice in alcune malattie ma anche quelle ci aiutano, ci sfidano e ci arricchiscono. Mai aver paura delle diversità, è proprio la strada per migliorare e essere più belli e più ricchi». E come si fa? Si è chiesto il Pontefice. Bisogna «mettere in comune quello che abbiamo. C’è un gesto bellissimo che le persone fanno quasi incoscientemente, stringere la mano: quando io stringo la mano metto in comune quello che io ho con te, se è un stringere la mano sincero. Ti do il mio e tu dai il tuo e questo fa bene a tutti e mi fa crescere». 

La seconda domanda è stata posta da Serena, una ragazza di Pistoia sulla sedia a rotelle, che ha chiesto perché tanti ragazzi disabili non ricevono la comunione. «Serena mi mette in difficoltà! - ha detto Francesco - Perché se io dico quello che penso... Serena ha parlato di una delle cose più brutte che ci sono tra noi, la discriminazione. È una cosa bruttissima: “Tu non sei come me, tu vai di là e io di qua!”. “Ma io vorrei fare la catechesi...”. “In questa parrocchia no, questa parrocchia è per quelli che si assomigliano”. Questa parrocchia è buona o no? - ha chiesto il Papa ai presenti - Cosa deve fare il parroco? Convertirsi! È vero che se tu vuoi fare la comunione devi avere una preparazione e se tu non capisci questa lingua - per esempio se tu sei sordo, devi avere la possibilità in quella parrocchia di prepararti col linguaggio dei sordi».  

«Se tu sei diverso - ha detto ancora Bergoglio - anche tu hai la possibilità di essere il migliore. La diversità non dice che questo che ha i cinque sensi sia migliore di chi è sordomuto. Tutti abbiamo la stessa possibilità di crescere, di amare il Signore, di capire la dottrina cristiana, di ricevere i sacramenti. Quando, più di cento anni fa, il Papa Pio X ha detto che si doveva dare la comunione ai bambini, tanti si sono scandalizzati. “Quel bambino non capisce, è diverso, non capisce bene...”. Date la comunione ai bambini ha detto il Papa e ha fatto di una diversità una uguaglianza perché lui sapeva che il bambino capisce in un altro modo».  

«Anche a scuola e nel quartiere ognuno ha la sua ricchezza, è diverso. Per questo ciò che ha detto Serena succede tante volte ed è una delle cose più brutte delle nostre città e della nostra vita: la discriminazione, e con parole anche offensive. Non si può essere discriminati. Ognuno di noi ha il modo di conoscere le cose che è diverso, uno conosce in una maniera uno in altro. Ma tutti possono conoscere Dio. Nella parrocchia nella messa, nei sacramenti tutti sono uguali, perché tutti hanno lo stesso Signore e la stessa mamma, la Madonna». 

La terza domanda è stata posta da don Luigi, parroco dei Santi martiri dell’Uganda a Roma, il quale ha detto che «non sempre tutti siamo capaci di accogliere, vorrei chiedere aiutarci a educare le comunità ad accogliere». «Come accogliere tutti? - ha risposto Francesco - Se un sacerdote non accoglie tutti che consiglio darebbe il Papa? Ma che chiuda le porte della Chiesa, o tutti o nessuno! Ma il prete dice: “Non posso accogliere tutti perché non tutti sono capaci di capire”. Sei tu che non sei capace di capire! Quello che deve fare il prete, aiutato dai laici e dai catechisti, è aiutare tutti a capire la fede, l’amore, come essere amici, a capire le differenze, come diventano complementari».  

«Tu - ha continuato il Papa - hai usato due parole belle: accogliere e ascoltare. Accogliere cioè ricevere tutti. E ascoltare tutti. Io vi dico una cosa: oggi credo che nella pastorale della Chiesa si fanno tante cose belle e buone, ma c’è una cosa che si deve fare di più, soprattutto i sacerdoti: l’apostolato dell’orecchio, ascoltare! “Ma padre è noioso, perché sempre sono le stesse storie”. Ma non sono le stesse persone! E tu devi avere la pazienza di ascoltare. Accogliere e ascoltare». 

Mentre Francesco parlava a braccio, una bambina down è salita accanto a lui. «Questa è coraggiosa, questa non ha paura, lei rischia, sa che le diversità sono una ricchezza! Lei mai sarà discriminata, si sa difendere da sola», ha detto il Papa facendola sedere ai suoi piedi. Anche altri due bambini si sono avvicinati spontaneamente mentre Bergoglio continuava a rispondere alle domande. 

Nel testo del discorso che ha volto fosse comunque distribuito ai presenti, Francesco chiedeva che i disabili vengano sempre più coinvolti nell’animazione liturgica e che li si ammetta ai sacramenti: «Nel cammino di inclusione delle persone disabili occupa naturalmente un posto decisivo la loro ammissione ai Sacramenti. Se riconosciamo la peculiarità e la bellezza della loro esperienza di Cristo e della Chiesa, dobbiamo di conseguenza affermare con chiarezza che esse sono chiamate alla pienezza della vita sacramentale, anche in presenza di gravi disfunzioni psichiche. È triste constatare che in alcuni casi rimangono dubbi, resistenze e perfino rifiuti».
Vatican Insider

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