mercoledì 5 ottobre 2016

Celebrazione dei Vespri per il 50° anniversario dell’incontro tra il Beato Paolo VI e l’Arcivescovo di Canterbury e dell’istituzione del Centro Anglicano di Roma. Omelia di Papa Francesco



Celebrazione dei Vespri per il 50° anniversario dell’incontro tra il Beato Paolo VI e l’Arcivescovo di Canterbury e dell’istituzione del Centro Anglicano di Roma. Papa Francesco: "Abbiamo la solida certezza che Dio ama dimorare tra noi, suo gregge e tesoro prezioso. Egli è un Pastore instancabile, che continua ad agire, esortandoci a camminare verso una maggiore unità, che può essere raggiunta soltanto con l’aiuto della sua grazia"
Sala stampa della Santa Sede

Alle ore 18.00 di oggi pomeriggio, mercoledì della XXVII settimana del Tempo Ordinario, presso la Chiesa dei Santi Andrea e Gregorio al Monte Celio in Roma, il Santo Padre Francesco presiede la celebrazione dei Vespri, con la partecipazione dell’Arcivescovo di Canterbury, Sua Grazia Justin Welby. Il rito si tiene in occasione della commemorazione del 50° anniversario dell’incontro tra il Beato Paolo VI e l’Arcivescovo di Canterbury Michael Ramsey e dell’istituzione del Centro Anglicano di Roma. Nel corso della celebrazione, il Papa e Sua Grazia Justin Welby firmano una Dichiarazione comune. Riportiamo di seguito l’omelia che il Santo Padre pronuncia durante la celebrazione.
Omelia del Santo Padre
Il profeta Ezechiele, con un’immagine eloquente, descrive Dio come Pastore che raduna le sue pecore disperse. Esse si erano separate le une dalle altre «nei giorni nuvolosi e di caligine» (Ez 34,12). Il Signore sembra così rivolgerci stasera, tramite il profeta, un duplice messaggio.
In primo luogo un messaggio di unità: Dio, in quanto Pastore, vuole l’unità nel suo popolo e desidera che soprattutto i Pastori si spendano per questo. In secondo luogo, ci viene detto il motivo delle divisioni del gregge: nei giorni di nuvole e di caligine, abbiamo perso di vista il fratello che ci stava accanto, siamo diventati incapaci di riconoscerci e di rallegrarci dei nostri rispettivi doni e della grazia ricevuta. Questo è accaduto perché si sono addensate, attorno a noi, la caligine dell’incomprensione e del sospetto e, sopra di noi, le nuvole scure dei dissensi e delle controversie, formatesi spesso per ragioni storiche e culturali e non solo per motivi teologici.
Ma abbiamo la solida certezza che Dio ama dimorare tra noi, suo gregge e tesoro prezioso. Egli è un Pastore instancabile, che continua ad agire (cfr Gv 5,17), esortandoci a camminare verso una maggiore unità, che può essere raggiunta soltanto con l’aiuto della sua grazia. Perciò rimaniamo fiduciosi, perché in noi, che pure siamo fragili vasi di creta (cfr 2 Cor 4,7), Dio ama riversare la sua grazia. Egli è convinto che possiamo passare dalla caligine alla luce, dalla dispersione all’unità, dalla mancanza alla pienezza. Questo cammino di comunione è il percorso di tutti i cristiani ed è la vostra particolare missione, in quanto Pastori della Commissione internazionale anglicana-cattolica per l’unità e la missione.
È una grande chiamata quella ad operare come strumenti di comunione sempre e ovunque. Ciò significa promuovere al tempo stesso l’unità della famiglia cristiana e l’unità della famiglia umana. I due ambiti non solo non si oppongono, ma si arricchiscono a vicenda. Quando, come discepoli di Gesù, offriamo il nostro servizio in maniera congiunta, gli uni a fianco degli altri, quando promuoviamo l’apertura e l’incontro, vincendo la tentazione delle chiusure e degli isolamenti, operiamo contemporaneamente sia a favore dell’unità dei cristiani sia di quella della famiglia umana. Ci riconosciamo così come fratelli che appartengono a tradizioni diverse, ma sono spinti dallo stesso Vangelo a intraprendere la medesima missione nel mondo. Allora sarebbe sempre bene, prima di intraprendere qualche attività, che vi possiate porre queste domande: perché non facciamo questo insieme ai nostri fratelli anglicani?; possiamo testimoniare Gesù agendo insieme ai nostri fratelli cattolici?
È condividendo concretamente le difficoltà e le gioie del ministero che ci riavviciniamo gli uni agli altri. Che Dio vi conceda di essere promotori di un ecumenismo audace e reale, sempre in cammino nella ricerca di aprire nuovi sentieri, di cui beneficeranno in primo luogo i vostri confratelli nelle Province e nelle Conferenze Episcopali. Si tratta sempre e anzitutto di seguire l’esempio del Signore, la sua metodologia pastorale, che il profeta Ezechiele ci ricorda: andare in cerca della pecora perduta, ricondurre all’ovile quella smarrita, fasciare quella ferita, curare quella malata (cfr v. 16). Solo così si raduna il popolo disgregato.
Vorrei riferirmi al nostro cammino comune alla sequela di Cristo Buon Pastore, prendendo spunto dal bastone pastorale di san Gregorio Magno, che potrebbe ben simboleggiare il grande significato ecumenico di questo nostro incontro. Papa Gregorio da questo luogo sorgivo di missione scelse e inviò Sant’Agostino di Canterbury e i suoi monaci alle genti anglosassoni, inaugurando una grande pagina di evangelizzazione, che è nostra storia comune e ci lega inscindibilmente. Perciò è giusto che questo pastorale sia un simbolo condiviso del nostro cammino di unità e missione.
Al centro della parte ricurva del pastorale è rappresentato l’Agnello Risorto. In tal modo, mentre ci ricorda la volontà del Signore di radunare il gregge e di andare in cerca della pecora smarrita, il pastorale sembra indicarci anche il contenuto centrale dell’annuncio: l’amore di Dio in Gesù Crocifisso e Risorto, Agnello immolato e vivente. È l’amore che ha penetrato l’oscurità della tomba sigillata e ha spalancato le porte alla luce della vita eterna. L’amore dell’Agnello vittorioso sul peccato e sulla morte è il vero messaggio innovativo da portare insieme agli smarriti di oggi e a quanti ancora non hanno la gioia di conoscere il volto compassionevole e l’abbraccio misericordioso del Buon Pastore. Il nostro ministero consiste nell’illuminare le tenebre con questa luce gentile, con la forza inerme dell’amore che vince il peccato e supera la morte. Abbiamo la gioia di riconoscere e celebrare insieme il cuore della fede. Ricentriamoci in esso, senza farci distrarre da quanto, invogliandoci a seguire lo spirito del mondo, vorrebbe distoglierci dalla freschezza originaria del Vangelo. Da lì scaturisce la nostra responsabilità comune, l’unica missione di servire il Signore e l’umanità.
È stato anche sottolineato da alcuni autori che i bastoni pastorali, all’altro estremo, hanno spesso una punta. Si può così pensare che il pastorale non ricorda solo la chiamata a condurre e radunare le pecore in nome del Crocifisso Risorto, ma anche a pungolare quelle che tendono a stare troppo vicine e chiuse, esortandole a uscire. La missione dei Pastori è quella di aiutare il gregge loro affidato, perché sia in uscita, in movimento nell’annunciare la gioia del Vangelo; non chiuso in circoli ristretti, in “microclimi” ecclesiali che ci riporterebbero ai giorni di nuvole e caligine. Insieme chiediamo a Dio la grazia di imitare lo spirito e l’esempio dei grandi missionari, attraverso i quali lo Spirito Santo ha rivitalizzato la Chiesa, che si rianima quando esce da sé per vivere e annunciare il Vangelo sulle strade del mondo. Pensiamo a quanto accadde a Edimburgo, alle origini del movimento ecumenico: fu proprio il fuoco della missione a permettere di iniziare a superare gli steccati e abbattere i recinti che ci isolavano e rendevano impensabile un cammino comune. Preghiamo insieme per questo: ci conceda il Signore che da qui sorga un rinnovato slancio di comunione e di missione.

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