giovedì 6 ottobre 2016

Lottare con Dio porta alla verità

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“Non si resiste mai abbastanza a Dio, se lo si fa per puro scrupolo di verità… Se ci si allontana da lui per andare verso la verità, non si farà molta strada senza cadere fra le sue braccia” – Simone Weil
Visto che siamo limitati, esseri finiti, non comprendiamo immediatamente le cose spirituali. Dobbiamo lottare con Dio per raggiungere un punto in cui poter almeno accettare, e auspicabilmente arrivare a comprendere, più pienamente le cose di Dio.
L’incontro di Giacobbe al guado dello Iabbok nel Libro della Genesi è un’immagine di questa lotta che ogni cristiano incontra inevitabilmente nella preghiera.
“Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora” (32, 25).
Questo episodio nella Scrittura descrive il dubbio, la vicinanza, la distanza, la fede, la tensione, la violenza, il paradosso, il dolore e la benedizione insiti nella vita spirituale.

Non c’è accordo tra gli studiosi sull’identificazione dello strano uomo con cui combatte Giacobbe; alcuni pensano che sia un angelo, altri Dio. Chiunque sia, è sorprendente che l’essere soprannaturale sembri essere in svantaggio. Vede di non poter prevalere su Giacobbe, e allora lo colpisce all’anca. Ma Giacobbe continua a lottare, fino a che l’uomo non gli dà una benedizione.
La tenacia di Giacobbe in questa storia colpisce molto. Indipendentemente dal fatto che l’uomo sia un angelo o Dio, ci si chiede: “Perché Giacobbe sembra più forte?” Come ha affermato Sant’Agostino, “che paragone ci può essere tra la forza di un angelo e quella di un uomo?”
La storia è così ricca che nel corso degli anni si sono susseguite molte interpretazioni diverse. I molteplici strati di significato rivelati dai Padri della Chiesa sono sorprendenti, ma come con tutto nella Scrittura, il significato getta radici nella nostra vita quando assorbiamo un passo e lo applichiamo alla nostra esistenza.
Per me l’uomo che combatte con Giacobbe è Cristo, e permette a Giacobbe di essere più forte perché il nostro libero arbitrio ci consente, in un certo senso, di prevalere su Dio. Ma Dio non si arrende facilmente. Ci colpisce all’anca, a volte più di una volta, sperando che questo ci stordirà abbastanza da accettare l’alba che fa luce sulle nostre menti oscurate.
Alcuni di voi potranno riconoscersi in questa dinamica. Respingiamo continuamente cose che ci vengono dette o che crediamo perfino che siano vere. Dubitiamo, e non c’è nulla che possiamo fare al riguardo. Siamo umani. Ma Dio non si aspetta o non vuole che accettiamo semplicemente i principi della fede in modo tiepido e che frequentiamo meccanicamente la Messa ogni domenica.

Dio non vuole una Chiesa stile La Fabbrica delle Mogli.
L’accettazione e la crescita nella fede arrivano con quello che Benedetto XVI definisce contatto (o lotta, in alcuni casi) “mano nella mano”. Nella preghiera, “spingiamo” Dio, e Lui ci spinge a sua volta, e cadiamo nella polvere. Quando sentiamo che lottare va bene, ci togliamo la maschera e riusciamo ad essere reali su ciò che sta accadendo davvero nella nostra vita spirituale e condividiamo le nostre difficoltà, con Dio e con gli altri.
Il nostro mondo moderno ci bombarda con un razionalismo intriso di disprezzo per la fede. Se non ci diamo il permesso, o il tempo, di lottare con Dio di modo che possa gettare luce sulla nostra ragione, probabilmente perderemo la fede, se non esteriormente almeno internamente.
In un’epoca in cui la gente in Occidente abbandona le chiese in modo allarmante, la Chiesa ha bisogno di più lotta, non di meno.
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Suor Theresa Aletheia Noble, fsp, è autrice di The Prodigal You Love: Inviting Loved Ones Back to the Church. Di recente ha pronunciato i primi voti con le Figlie di San Paolo. Ha un blog su Pursued by Truth.
Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti

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