martedì 29 novembre 2016

La dimensione sociale della misericordia



(Gualtiero Bassetti) Con la pubblicazione della lettera apostolica Misericordia et misera si può rintracciare il filo comune di una trama che tiene assieme l’Evangelii gaudium e l’Amoris laetitia e che rimanda a quell’intuizione di Paolo VI, ripresa più volte anche da Giovanni Paolo II, di costruire una nuova «civiltà dell’amore». 
Montini utilizzò per la prima volta questa espressione nella Pentecoste del 1970 e ne delineò alcuni caratteri durante l’omelia di Natale dell’anno santo del 1975. «Non l’odio, non la contesa, non l’avarizia sarà la sua dialettica» disse in quella notte che chiudeva il giubileo, ma la «civiltà dell’amore prevarrà nell’affanno delle implacabili lotte sociali, e darà al mondo la sognata trasfigurazione dell’umanità finalmente cristiana».

In queste parole nessun buonismo ma, al contrario, oltre all’eredità di Maritain sull’umanesimo cristiano, una profonda consapevolezza dei rischi che attanagliavano la vita quotidiana dell’uomo secolarizzato, sempre più costretto in un’esistenza mercificata, individualista e nichilista. La costruzione di questa civiltà, in cui l’amore e la giustizia si completano e si sorreggono a vicenda, non è dunque separabile dall’annuncio salvifico di Cristo che assume pertanto un’inequivocabile dimensione sociale.
Giovanni Paolo II sviluppò ulteriormente questa intuizione montiniana affermando, nella Dives in misericordia, essenzialmente tre concetti: innanzitutto, che l’amore rivelato dal Cristo trovava «la più concreta espressione nei riguardi di coloro che soffrono», dei «poveri», degli «oppressi» e dei «peccatori»; in secondo luogo, che solo «l’autentica misericordia» è la «fonte più profonda della giustizia»; e, infine, che la giustizia trova il suo compimento massimo in quella forma altissima di amore che è il perdono: il quale «non è mai indulgenza verso il male» ma al contrario attesta «che nel mondo è presente l’amore più potente del peccato».
Oggi queste intuizioni trovano, con la lettera Misericordia et misera, una nuova declinazione che si fonda, sostanzialmente, sulla necessità urgente di costruire concretamente una «cultura della misericordia» che, come ben si capisce, non può essere banalizzata da una superficiale lettura del perdono inteso come sanatoria, ma deve basarsi, come ha scritto il Papa, su cinque capisaldi: la «riscoperta dell’incontro con gli altri», la «preghiera assidua», la «docile apertura all’azione dello Spirito», la «familiarità con la vita dei santi» e «la vicinanza concreta ai poveri».
Al centro di tutto si pone il binomio amore e riconciliazione così ben esemplificato dall’incontro tra Gesù e l’adultera. Come non coglierne la portata evangelizzatrice che oggi, più che mai, si riferisce a platee sterminate di uomini e donne in tutto il mondo, lontanissimi da ogni riferimento spirituale e sofferenti per un peccato di cui non riescono più a percepire il senso? Uomini e donne a cui non è possibile mettere il vestitino del buon cristiano se prima non si va alla radice della loro sofferenza esistenziale: la rottura, tutta umana, di quel rapporto d’amore che lega ogni essere umano al creatore.
L’affermazione di questa «cultura della misericordia» ha dunque, inevitabilmente, un «carattere sociale» che esige, come ha scritto Francesco, «di non rimanere inerti e di scacciare l’indifferenza e l’ipocrisia» del mondo contemporaneo. Un’indifferenza e un’ipocrisia che si manifestano, senza alcun dubbio, nei confronti dei poveri e dello scandalo che essi rappresentano per la stanca e invecchiata società opulenta. Per questo ha un’importanza cruciale la decisione di istituire la giornata mondiale dei poveri che, nel calendario liturgico, anticiperà la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo re dell’universo. Una giornata che potrà essere una preziosa occasione perché ci aiuterà a riflettere su come dare spazio «alla fantasia della misericordia» per poter costruire «tante nuove opere, frutto della grazia».
Opere che, per esempio, mise in atto Giorgio La Pira quando si trovò di fronte, come sindaco di Firenze, il dramma degli sfrattati: famiglie con bambini senza più una casa. Non riuscendo a trovare una soluzione per questi disperati, La Pira riuscì ad avvalersi di una vecchia legge che dava la possibilità di requisire delle case inutilizzate in presenza di gravissimi motivi. Davanti a un ammutolito consiglio comunale, disse: «C’è qui in giuoco la sostanza stessa della grazia e dell’Evangelo! Se c’è uno che soffre io ho un dovere preciso: intervenire in tutti i modi con tutti gli accorgimenti che l’amore suggerisce e che la legge fornisce, perché quella sofferenza sia o diminuita o lenita. Altra norma di condotta per un Sindaco in genere e per un Sindaco cristiano in ispecie non c’è!».

L'Osservatore Romano

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