domenica 27 novembre 2016

Ti piace vivere facile?


Rinuncia alla battaglia
di Tommaso Scandroglio


Il senso di liberazione che ha accompagnato molti commentatori nell’apprendere che ora la cattedra di Pietro ha indicato una strada facilitata, se non una scorciatoia, nell’assolvere il peccato di aborto e nel togliere la relativa scomunica è indice di un atteggiamento mentale abbastanza diffuso in una certa cultura contemporanea. L’atteggiamento mentale proprio dell’arrendevole, di chi appunto se può prende la via più comoda, più confortevole, più esistenzialmente ergonomica.
L’uomo postmoderno infatti da tempo ha rinunciato alla battaglia. Aspetta un bambino malato? Ricorre all’aborto. Non vuole concepire un bambino malato? Opta per la diagnosi genetica pre-impianto. Non riesce ad avere un bambino? Prende la via facile della provetta. Teme di sopportare le conseguenze negative di una sessualità nomade? Fa uso della contraccezione. Prova disagio nella sua condizione sessuale? Cambia sesso come quando si cambia scuola perchè non ci si trova bene. Ha paura di soffrire nell’ultimo tratto di vita? Sceglie l’eutanasia. Teme di sposarsi la donna o l’uomo sbagliato? Va a convivere. Litiga in famiglia o non si sente realizzato (pur avendo prima convissuto)? Divorzia. 
Invece quello che veniva definito un tempo “uomo di buona volontà” – cioè il portatore sano di buon senso, il credente ombra, colui che in pectore Dei è chiamato alla santità ma si attarda su questa strada pur avendo tutte le carte in regola per diventare santo (quindi tutti gli uomini) – quest’uomo di buona volontà pensa e agisce in modo diverso.
Aspetta un bambino malato? Lo amerà ancor di più dato che ne ha più bisogno. Non vuole concepire un bambino malato? Sceglierà, già senza saperlo, sin da ragazzo stili di vita sani che incideranno anche sulla salute del suo futuro figlio e che lo porteranno a diventare padre e madre in giovane età, abbattendo non di poco anche il rischio di malformazioni fetali. Non riesce ad avere un bambino? Accetterà il verdetto di questa vita con la mitezza di colui che sa che la vita è dono e non pretesa, temendo solo che gli venga tolto ciò che possiede, non ciò che semplicemente desidera. Teme di sopportare le conseguenze di una sessualità nomade? Non si pone nemmeno la domanda, perché nella donna e nell’uomo che ha sposato trova tutte e più le donne e gli uomini che poteva avere. Ergo non si è perso nulla. Prova disagio nella sua condizione sessuale? Chiede aiuto e non fantasiosi diritti. Ha paura di soffrire nell’ultimo tratto di vita? Sa che è umano e ben poco umano invece uccidersi. Teme di sposarsi la donna o l’uomo sbagliato? La sua polizza sulla felicità non è la convivenza, ma la decisione di donarsi a lei/lui totalmente e comunque vada. Litiga in famiglia o non si sente realizzato? Stringe i denti perché conscio che tutte le mete più alte sono le più impegnative.
E il credente come risponderebbe a queste domande? Il credente troverebbe al fondo delle risposte date dall’uomo di buona volontà il volto di Cristo. E così, se aspettasse un bambino malato? Lo accoglierebbe con quello stesso amore con cui Cristo accoglie noi, che siamo ben più che malati nel corpo: malformati nell’anima. Non vuole concepire un bambino malato? Prega e si affida a Maria. Non riesce ad avere un bambino? Si ricorda di Elisabetta e che Dio può far nascere figli di Abramo dalle pietre e se il bimbo non arrivasse si abbandonerebbe comunque alla volontà di Dio. Meglio la contraccezione se si è in troppi in famiglia? Meglio la Provvidenza. Prova disagio nella sua condizione sessuale? Si affida al giudizio della Chiesa e ha le certezza che potrà ritrovare la serenità con i giusti aiuti per lo spirito e la mente. Ha paura di soffrire nell’ultimo tratto di vita? Anche Cristo chiese che il calice della sofferenza non passasse da Lui - e noi valiamo meno di Lui -  ma non si sottrasse alla croce. Teme di sposarsi la donna o l’uomo sbagliato? Si affida a Dio perché lo illumini nella sua vocazione matrimoniale. Litiga in famiglia o non si sente realizzato? Chiede perdono e sa che la persona che ha sposato è via per il Paradiso, la migliore realizzazione personale che uno possa mai desiderare.
Torniamo ora al nostro amico postmoderno. Nell’aspetto mostra baldanza: quante lotte sulle barricate per i diritti civili, quanti dibattiti al calor bianco in tv e sui giornali. Pare battagliero, sicuro di sé, indipendente (conta più divorzi che auto acquistate). Ma se lo passiamo ai raggi X si scopre che il suo scheletro è affetto da osteoporosi (spesso anche da astioporosi, cioè poroso al rancore). E’ un soggetto in fin dei conti imbelle, pavido, esangue, che di fronte alle sconfitte della vita e ai limiti che esse impone cerca sempre di aggirare l’ostacolo, come quegli studenti impreparati che accampano scuse oppure saltano la scuola nei giorni di interrogazione. Fa sempre un passo indietro, non affronta di petto la realtà (infatti se ne fabbrica una personale, a misura dei suoi gusti e più morbida) è un rinunciatario di professione (rinuncia al figlio malato, al coniuge infedele, all’assunzione di responsabilità per una gravidanza non prevista, al ruolo maschile o femminile se gli/le sta stretto, alla vita stessa se dolorosa). E’ un vile, un codardo che non tira fuori la grinta necessaria per tentare di vincere, ma si arrende di fronte al figlio, alla moglie, al corpo e all’identità sessuale imperfetti. Se le cose vanno male, le asseconda e attribuisce loro il nome di “diritti”. Ha scelto la porta larga, la via breve, la comodità del compromesso, la discesa delle passioni e quindi esulta di fronte all’assoluzione express convinto che anche al di là delle mura leonine ci si un benedetto Ministero per la semplificazione. Il detto “meglio un giorno da leone che cento da pecora” nelle sue mani si è capovolto e deflazionato: “meglio due giorni da pecora che un giorno solo da leone”. E’ un debole che come tutti i deboli è violento, ma mai forte. Si impone perché le sue idee per loro intrinseca fiacchezza non riescono ad imporsi. Prodigandosi in un inutile sforzo compensativo, alza la voce, perché ormai incapace di alzare lo sguardo verso Dio.
D’altronde ha preferito buttare nel sacchetto della spazzatura dell’indifferenziato Dio, Colui che ci ha ricordato che senza di Lui non possiamo fare nulla. Ed è solo il nulla che è in grado di produrre questo nostro amico postmoderno, un nulla dove si dissolvono vite, famiglie e identità personali.

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