sabato 3 dicembre 2016

Referendum,voto cattolico plurale:da no Family day a sì gesuiti

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Città del Vaticano, 4 dic. (askanews) - Dai gesuiti fautori di un "sì" ragionato, al "no" del Family day maturato dopo la legalizzazione delle unioni civili, passando dai vescovi che, con neutralità venata di freddezza, non prendono pubblicamente posizione, la galassia cattolica si presenza sfaccettata come non mai al referendum costituzionale di Matteo Renzi.
La distanza dei vescovi italiani rispecchia la complessità del quesito, i rapporti non sempre fluidi con l'esecutivo (in particolare sul ddl Cirinnà) e una presenza meno interventista della Chiesa nelle dinamiche politiche nell'era di Papa Francesco. Jorge Mario Bergoglio, in realtà, è molto "politico": i suoi riferimenti agli immigrati, all'ecologia, agli eccessi del capitalismo sono continui. Ma il Pontefice argentino tiene una certa distanza dalle questioni italiane e spinge la Chiesa, più in generale, a occuparsi più di temi sociali di fondo che dei "valori non negoziabili" di un'altra stagione ecclesiale. Quella impersonata, in Italia, dal cardinale Camillo Ruini.
In vista del referendum "i cittadini si rendano conto dell'importanza unica" della consultazione, ha detto nelle scorse settimane il cardinale Angelo Bagnasco, tanto più che "non c'è il quorum", e "si informino, non si accontentino del sentito dire, di opinioni o slogan, e se ne sentono tanti...". Il tema "è troppo importante, la Costituzione non è una cosa che si cambia tutti i giorni", ha detto il porporato che, a chi domandava se i vescovi italiani non temano, nel caso passasse il "no", uno scenario di instabilità politica ed economica, ha risposto: "Vedremo sul momento". Dietro la cautela del presidente della Cei c'è un episcopato non unanime. A luglio un altro big della Chiesa italiana, il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, aveva detto: "L'idea di un bicameralismo perfetto non è più praticabile. Però un Senato totalmente nominato lascia perplessi. E poi d'istinto non sono portato ad assolutizzare simili vicende".
Le posizioni nette, nel mondo cattolico, non mancano. Decisi a favore del "no" sono gli organizzatori dell'ultimo Family day. Al quale, peraltro, la Conferenza episcopale italiana, per mezzo del monsignore segretario generale Nunzio Galantino, scelto da Papa Francesco, non concesse il patrocinio. Il sistema istituzionale disegnato dalla riforma, sostiene Massimo Gandolfini, "verrà utilizzato, come dicono gli stessi vertici del Pd, per completare la trasformazione del tessuto sociale italiano. Le unioni civili sono infatti solo il capo fila di una politica tesa all'approvazione delle adozioni per tutti; del suicidio assistito; dell'estensione della procreazione artificiale a coppie gay e single; della regolamentazione dell'utero in affitto, delle leggi liberticide sulla omo-fobia e della legalizzazione delle droghe".
Sul fronte opposto padre Francesco Occhetta, sulla Civiltà cattolica, quindicinale dei gesuiti che va in stampa con l'imprimatur della Segreteria di Stao vaticana, si è espresso per un sì ragionato: pur senza nascondere "punti di perplessità", "va segnalato che una moderna cultura della 'manutenzione costituzionale', senza banalizzare l'importante scelta della revisione, non sacralizza tutte le soluzioni adottate e può comunque consentire, in caso di auspicabile successo del referendum, successive modifiche migliorative che tengano conto delle critiche più motivate". Ancor più esplicita l'altra rivista dei gesuiti italiani, Aggiornamenti sociali: "Renzi ha sbagliato a personalizzare il confronto e la riforma non risolverà tutti i problemi del sistema politico, ma può costituire un passaggio fondamentale e irrinunciabile per il futuro del Paese".
Nella galassia cattolica, ancora, a favore del "sì" si sono espresse le Acli, politici come Pier Ferdinando Casini, costituzionalisti come Stefano Ceccanti, raggruppamenti come Democrazia Solidale ("Né autoritarismo né svolta monocratica né confusione di conflitti: tutto questo è la realtà, il resto sono favole", ha detto Mario Marazziti a Radio vaticana). Per il "no" si spendono ambienti cattolici conservatori (ad esempio Alleanza cattolica, i tradizionalisti di Rorate coeli) e progressisti (spiccano i "cattolici del no" come il missionario Alex Zanotelli, il vescovo emerito Raffaele Nogaro, il giornalista Raniero La Valle, la rivista Adista e il movimento Noi siamo Chiesa).
Molto più sfumata, invece, la posizione delle due realtà tradizionalmente più forti nel laicato cattolico. Nei mesi scorsi Azione cattolica ha affermato che "né l'approvazione né la bocciatura della riforma proposta dovrà impedire il rilancio di un processo di rigenerazione della nostra democrazia che appare ogni giorno più urgente". Per Comunione e liberazione "l'esigenza di cambiamento, riconosciuto come necessario e urgente, attraversa schieramenti e posizioni opposte, a prescindere dalle valutazioni che ciascuno puo dare sull'adeguatezza di questa riforma".
La pluralità di posizioni - e l'incertezza - all'interno al mondo cattolico rispecchiano, alla fine, quelle nella società italiana. La differenza più rilevante, rispetto al passato, è l'attendismo dei vescovi italiani. Neppure al referendum costituzionale del 2006 la Cei si espresse. Un politologo molto vicino a Ruini, però, Luca Diotallevi, rese noto suo "sì" alla riforma promossa dal governo di Silvio Berlusconi, tanto che un vaticanista attento ai sommovimenti del mondo ruiniano titolò: "La neutralità della Cei fa rima con il sì". Quanto alle altre consultazioni popolari, se la Conferenza episcopale italiana ha preso posizione, ultimamente, sul referendum sulle trivelle (2016) e, meno recentemente, su quello sull'acqua (2011), trovandosi in sintonia alle posizioni della sinistra, nell'epoca del cardinale Ruini spese tutto il proprio peso a favore dell'astensione al referendum sulla procreazione medicalmente assistita (2005) a fianco del centro-destra. Il "cattolico adulto" Romano Prodi, allora a capo dell'opposizione, annunciò che avrebbe votato, suscitando il malumore dei vertici della Cei. Ora Prodi ha annunciato il suo "sì" sofferto". Ma le analogie, rispetto a quell'era ecclesiale, finiscono qui. Nell'epoca di Papa Francesco neppure tra i cattolici vige l'uniformità della "sfera" ma prevale la sfaccettatura del "poliedro".

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L’allerta del cardinale Betori: «Attenzione ai populismi» 
 Corriere fiorentino 
(Paolo Ermini) «Quello che Papa Francesco chiede non è che la Chiesa esca dalla politica, ma che sia il laicato cattolico a rimettersi a fare politica. Il tempo della supplenza è venuto meno». È una delle riflessioni sulla Chiesa e il ruolo dei cattolici fatte dalcardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, in un’intervista pubblicata dal Corriere Fiorentino in edicola sabato. (...)

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