giovedì 2 febbraio 2017

Chiamata per nome



(Nicla Spezzati, Sotto-segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica) I cantastorie narrano vicende che invitano al viaggio, suscitano desideri e guidano cammini fino a che la fantasmagoria dei fuochi si spenga. Brevi viaggi, veri un istante. La celebrazione dell’anno della vita consacrata, confluito con mirabile abbraccio nel giubileo della misericordia, ha spento le sue luci, ma con vivacità impensata il processo di vita acceso da questi eventi di grazia continua a correre tra le persone consacrate.
La parola di Papa Francesco: «Scrivo a voi come successore di Pietro, a cui il Signore Gesù affidò il compito di confermare nella fede i fratelli (cfr. Luca, 22, 32), e scrivo a voi come fratello vostro, consacrato a Dio come voi», continua a generare memoria, esperienza, meditazione, inviti, riflessioni, bilanci, verifiche anche severe che chiamano a conversione.
Oltre i numeri drasticamente ridotti e l’età che avanza, nonostante le mutazioni geografiche e le sfide della pluricultura; oltre le ferite determinate dall’incoerenza fra ideale e vita, fino all’abbandono della sequela Christi: la vita consacrata è viva. Chiamata per nome nei mille luoghi del mondo in cui vive, risponde: «Sono presente!». Nella fedeltà quotidiana donne e uomini cercano il volto di Dio. L’adesione a Cristo e alla sua Chiesa, l’orazione incessante, la generosità missionaria, la fratellanza con gli ultimi della terra sono abito bello indossato, a volte, fino al martirio.
Molteplici fari sono puntati sul cammino vissuto nelle varie forme di consacrazione dal concilio ecumenico Vaticano II a oggi. Valutazioni operate non per incantare né per costruire castelli fatati, ma per rendere ragione di Cristo e del suo Vangelo fra la gente: discernere il grano buono dalla pula, il fondamento dalle mode, l’identità ecclesiale dai venti di periferia, il mistero immutabile dalle fragilità umane che impastano quotidianamente la vita. Bilanci e prospettive non tranquillizzanti, né autoreferenziali né chiusi, ma tessuti con esercizio di discernimento evangelico ed ecclesiale. Impegno a riconoscere l’appello che Dio fa risuonare nella situazione storica. Papa Francesco ci esorta ad avere occhi d’anima che sappiano scrutare la storia: «Anche in essa e attraverso di essa Dio chiama, tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo (Evangelii gaudium 20)». Esercizio di discernimento ecclesiale che chiama a intraprendere nuovi passaggi affinché gli ideali e la dottrina prendano carne nella vita: sistemi, strutture, diaconie, stili, relazioni e linguaggi usati nelle nostre comunità, istituzioni, relazioni umane e missionarie.
Nel nostro tempo, in cui all’esaltazione della libertà individuale, del relativismo valoriale ed etico, dell’affermazione del primato della tecnica, si aggiunge un primo recupero della ragione comunicativa e comunitaria, si può scorgere il preludio a una società che valorizza il desiderio di religiosità e spiritualità. Affiora la necessità di una cultura che faccia emergere il piacere della gratuità e favorisca la comunità quale luogo rigenerativo delle relazioni interpersonali, familiari e sociali. Papa Francesco invita alla mistica del vivere insieme, «di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio (Evangelii gaudium 87)»; abbandonando il comodo criterio del si è fatto sempre così. Invita la vita consacrata a essere audace e creativa, profetica nel modo di seguire Cristo, sapiente compagna nel viaggio umano. In questo processo appassionante e impegnativo i consacrati e le consacrate stanno vivendo inevitabili tensioni e sofferenze segno di una nuova gestazione. In tale sviluppo doloroso e fecondo, dove non contano i numeri ma l’accoglienza di fede della stagione che ci è data da vivere, la vita consacrata continua ad abitare il mondo e in esso contribuire a una nuova narrazione secondo il mistero di Cristo e del suo Vangelo. L’accoglienza di tale sfida nella fedeltà è già soglia di nuove sintesi.
Fianco a fianco, anzi mescolata alla carovana umana, la vita consacrata si sporca con il fango della strada in molteplici luoghi e situazioni, mentre procede nella fede orante e nel giubilo della speranza lanciata oltre il confine terreno. Si trova a sperimentare in tal modo la possibilità di una nuova narrazione fondata sul valore della vita e della sua cifra trascendente, sul primato del bene e del vivere in sintonia solidale-caritativa, sul senso di responsabilità personale e collettiva teso all’Oltre. Donne e uomini consacrati, come pizzico di lievito e di sale, fermento e sapore nella massa, Chiesa che narra nella città umana il vangelo della gioia.
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Nel tempo dell’uomo senza vocazione
di PAOLO MARTINELLI (Vescovo ausiliare di Milano)
La trentunesima giornata mondiale della vita consacrata di quest’anno si celebra pochi giorni dopo la pubblicazione del documento preparatorio della quindicesima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che avrà come tema: «Giovani, fede e discernimento vocazionale». Un testo molto ricco e suggestivo che mette concretamente al lavoro tutto il popolo di Dio su un tema decisivo. Si legge nell’introduzione: «La Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la buona notizia».
Quale percezione abbiamo oggi della parola “vocazione”? Come la intendono i giovani? È interessante rilevarne l’uso nel linguaggio comune. Fino a pochi anni fa “avere la vocazione” indicava sostanzialmente essere chiamati a una speciale consacrazione, alla vita consacrata o sacerdotale. Un uso sostanzialmente “esclusivo”. Il concilio Vaticano II, soprattutto con il quinto capitolo della Lumen gentium, ha introdotto un uso fortemente inclusivo, affermando la vocazione universale alla santità, ossia alla pienezza dell’amore, di tutti i fedeli. Si tratta della decisiva riscoperta della vocazione battesimale, che sta alla radice di ogni altra vocazione particolare. Gaudium et spes arriva a dire che «la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina» (n. 22), quella di essere figlio di Dio.
Accanto a questo troviamo anche un uso più debole del termine, in cui si sente il bisogno di attribuire il carattere vocazionale ai diversi servizi che si possono svolgere, rischiando talvolta di trascurare la dimensione totalizzante della chiamata, come invece emerge sia nel matrimonio che nella consacrazione. Si può constatare anche un suo uso secolarizzato, quando a esempio si indica con la parola vocazione un impegno, senza tuttavia fare riferimento a una “chiamata” da parte di Dio. Questo uso può anche assumere carattere banale, come quando in certe pubblicità troviamo l’indicazione di un prodotto realizzato con cura: “facciamo scarpe per vocazione”, “salumieri per vocazione”... Dobbiamo anche dirci sinceramente — come affermato già dal documento Nuove vocazioni per una nuova Europa — che oggi siamo nel tempo dell’«uomo senza vocazione». Non certo perché il Signore non chiami più, ma perché la nostra cultura fatica a capire il senso di questo termine. Molti giovani sentono questa parola estranea alla vita, sia perché nel tempo della tecnoscienza si pensa in qualche modo di “farsi da sé”, sia perché l’idea della chiamata appare incompatibile con il moderno concetto di libertà. Il forte individualismo che caratterizza la nostra cultura sembra allontanare l’idea della vocazione.
Per questo occorre innanzitutto ripartire dall’esperienza elementare che in particolare nell’età giovanile si fa intensa. La vocazione indica innanzitutto il mistero dell’esistenza personale. Il primo senso della parola vocazione è custodito dal mistero della nascita che nessuno può dare a se stesso. Esistere è sempre essere voluti. Il rapporto quotidiano con la realtà, fatta di relazioni e di circostanze, desta nel tempo la coscienza di essere in rapporto con gli altri. Inoltre, la realtà, gli eventi, gli incontri di ogni giorno mettono in movimento l’esistenza, permettendo così di scoprire nel cuore un desiderio insopprimibile di verità, di bellezza, di bontà e di giustizia. “Sporcandosi le mani” con la realtà quotidiana, ci si accorge che la vita è vocazione perché la realtà è pro-vocazione! Dio ci chiama a uscire da noi stessi attraverso l’attrattiva e le domande che la realtà suscita in noi e ci lancia alla ricerca di un senso per cui valga la pena vivere. Su questo terreno accadono anche gli incontri che cambiano la vita e imprimono a essa una nuova direzione (Evangelii gaudium 7). Alla cultura del provvisorio e della frammentarietà, ci ricorda Papa Francesco, risponde la cultura dell’incontro. Il documento preparatorio del sinodo giustamente evoca il primo incontro di Giovanni e Andrea con Gesù sulle rive del Giordano: «Gesù li chiama al tempo stesso a un percorso interiore e a una disponibilità a mettersi concretamente in movimento, senza ben sapere dove questo li porterà. Sarà un incontro memorabile, tanto da ricordarne perfino l’ora (Giovanni, 1, 39)». La fede riconosce in quell’incontro, apparentemente casuale, il passaggio di Dio che chiama all’avventura incomparabile della sequela. Se è vero che Cristo chiama anche oggi attraverso gli incontri, allora la pastorale vocazionale sarà innanzitutto una pastorale della testimonianza. Ogni autentico accompagnamento vocazionale è nella sua radice testimonianza, comunicazione alla libertà dell’altro di quanto «abbiamo veduto e udito» (1 Giovanni, 1, 3). Questa è la responsabilità che soprattutto gli adulti hanno nei confronti dei giovani. Coloro che vivono alla sequela di Cristo casto, povero e obbediente hanno il compito di testimoniare, in particolare ai giovani, la libertà e la gioia di vivere ogni giorno la vita come vocazione.
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Fuori dal grande anonimato
di ROSALBA MANES (Consacrata ordo virginum e biblista alla Pontificia università Gregoriana)
«Mi hai chiamato, hai gridato, e hai vinto la mia sordità. Hai mandato bagliori, hai brillato, e hai dissipato la mia cecità. Hai diffuso la tua fragranza, io l’ho respirata, e ora anelo a te. Ti ho assaporato, e ho fame e sete. Mi hai toccato, e aspiro ardentemente alla tua pace» (Confessioni, X). Sant’Agostino descrive la chiamata come la vittoria della parola sulla sordità, della luce sulla cecità, del gusto sull’inappetenza, in poche parole, come il tripudio della vita sulla morte. Così anche nella Bibbia: Dio chiama l’uomo (il verbo è qārā’ in ebraico e kaléō in greco) e lo estrae dal nulla o dai rovi delle sue spine e lo lancia nell’avventura della missione che gli consegna la coscienza di essere popolo e di esser chiamato ad amare e far crescere il popolo a cui appartiene. Dio intercetta l’uomo attraverso una parola alta che si rende intellegibile. Questi percepisce la propria inadeguatezza e reagisce con obiezioni legate ai propri limiti e alle proprie paure e, solo dopo esser stato rassicurato dal calore dell’Io-con-te divino, reagisce con una riposta che è adesione, desiderio di corrispondenza.
Nel primo Testamento, dopo aver chiamato l’uomo all’esistenza, Dio chiama i patriarchi (tra i quali spiccano Abramo e Mosè, le cui storie sono fortemente impregnate dalla dialettica vocazionale), poi i giudici, Samuele, Elia ed Eliseo. Seguono le chiamate dei profeti scrittori, tra cui emerge quella di Geremia che vive il periodo drammatico della disfatta di Gerusalemme (587 prima dell’era cristiana). Il racconto della sua vocazione ha una funzione inaugurale, segno che la chiamata non è un episodio qualsiasi ma l’intima essenza dell’esistenza profetica. Dio chiama e la creatura sperimenta ciò che accade nell’innamoramento: si sente estratto «dal grande anonimato» (Solinas, La voce a te dovuta). La chiamata è elezione, proprio come accade nell’amore. A Geremia Dio dice: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni» (Geremia, 1, 5). Il verbo «conoscere» (yāda‘) indica non solo una dinamica intellettiva, ma anche esperienziale, un contatto fisico e spirituale, frutto dell’intimità dell’amore. Dio consacra colui che conosce e ne fa un simbolo del popolo, affidandogli la missione di essere «profeta (nābî) per le nazioni», portavoce di un messaggio destinato a varcare i confini di Israele.
Essere chiamati equivale così a diventare intimi di Dio, lasciandosi espropriare, rinunciando a ogni rivalsa egoica per sposare la logica del dono perché la Parola è «gioia e letizia del cuore» (Geremia, 15, 16) ma anche «causa di vergogna e di scherno» (Geremia, 20, 8), esperienza travagliata che indurrebbe il profeta a scappare (come accade nella vicenda di un altro chiamato, Giona) ma che gli permette anche di scoprire che, a partire dalla chiamata, è stato appiccato in lui un fuoco ardente che è impossibile contenere (cfr. Geremia, 20, 9) e che lo ha reso segno di speranza in mezzo al popolo e depositario dell’annuncio della nuova alleanza e di una salvezza universale (cfr. Geremia, 31, 31-34).
Nel Deutero-Isaia appare poi un’altra figura di chiamato a cui sono dedicati quattro canti: il servo del Signore (‘ebed Yhwh), designato ad annunciare la salvezza alle genti (cfr. Isaia, 42, 1-9), paradigma del discepolo che si lascia scavare l’orecchio da Dio e sa indirizzare una parola allo sfiduciato (cfr. Isaia, 50, 4-5), alleato del Signore chiamato ad assumere su di sé peccati e dolori in una morte vicaria al fine di guarire il popolo (cfr. Isaia, 53, 4-5).
Questa storia di elezione continua nel nuovo Testamento. Il regno dei cieli irrompe nella persona stessa di Gesù che pronuncia una parola viva ed energica capace di attrarre molti alla sua sequela. Gesù chiama persone impegnate ad assolvere i propri impegni quotidiani, come i fratelli Pietro e Andrea intenti a pescare che però al suono della sua voce subito lasciano le reti e lo seguono (cfr. Matteo, 4, 19-20). La stessa prontezza si registra in Giacomo e Giovanni (cfr. Matteo, 4, 21-22) e in Levi (cfr. Matteo, 9, 9). La risposta alla chiamata implica non solo il seguire, ma anche il lasciare. Si tratta di accantonare le priorità del momento per ridisegnare il proprio orizzonte e mettersi in gioco per uscire da sé e vivere il dono in una continua disponibilità ad ascoltare la voce che invoca l’ascolto. È l’esperienza che hanno fatto anche Maria (cfr. Luca, 1, 26-38), Giuseppe (cfr. Matteo, 1, 18-25) e Paolo (cfr. Atti, 9, 1-19) che ci testimoniano che «l’unico atto col quale l’uomo può corrispondere al Dio che si rivela è quello della disponibilità illimitata» (Hans Urs von Balthasar, Vocazione).
Il nuovo Testamento ci attesta così che proprio grazie a questa disponibilità illimitata della creatura umana alla divina parola è germogliata la Chiesa, la comunità degli «amati da Dio e santi per chiamata» (Romani, 1, 7), la famiglia di coloro che desiderano dare ospitalità nella loro carne a quella parola che ha dato il via alla creazione e anche alla nuova creazione inaugurata a Pentecoste, e che continua a risuonare oggi intercettando altri deboli ma fecondi “sì”, perché il mondo continui a fare esperienza dell’effusione abbondante dello Spirito d’amore e la comunità dei figli Dio continui a fiorire.
L'Osservatore Romano

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