martedì 7 febbraio 2017

Il business della cooperazione internazionale



di Mauro Indelicato.
“Il solo aiuto che serve è l’aiuto che aiuta ad uccidere l’aiuto”; queste parole sono state pronunciate negli anni 80 da Thomas Sankara, leader del Burkina Faso assassinato nel 1987 a seguito di un colpo di Stato dopo aver dichiarato a più riprese di non voler pagare il debito del proprio paese. Sono parole, quelle del fondatore del Burkina Faso, che risuonano come rivelatrici alla luce dei dati e delle cifre impressionanti che trapelano anno dopo anno nel mondo della cooperazione; i paesi più ricchi, negli ultimi 50 anni, hanno speso un trilione di Dollari, di fatto mediamente ogni cittadino sborsa 100 Dollari al giorno da destinare ai paesi più poveri, ma i risultati sono molto meno che modesti: il divario tra benestanti e nazioni in difficoltà si allarga sempre di più, la povertà cresce a dismisura e molti paesi del cosiddetto terzo mondo patiscono fame ed analfabetismo.

Quando ‘l’aiuto’ diventa business

I numeri, freddi ed implacabili quando si tratta di rivelare determinate verità, aiutano a comprendere il problema della cooperazione internazionale: di fatto, l’aiuto verso i paesi sottosviluppati è un vero e proprio business da 135 miliardi di Dollari all’anno, una cifra importante che testimonia gli interessi celati dietro un apparente gesto di solidarietà verso i prossimi più sfortunati. I soldi, donati tanto dai singoli cittadini nelle varie campagne promosse spesso da organizzazioni non governative, così come anche dai singoli governi occidentali, si perdono dietro rivoli burocratici o servono a scopi tutt’altro che caritatevoli. L’aiuto internazionale viene gestito come un vero e proprio comparto, un’organizzazione molto simile ad una multinazionale: esistono infatti agenzie, associazioni od enti collegabili all’Onu, i quali senza la causale dell’aiuto al prossimo non potrebbero sopravvivere. E’ qui che le frasi di Sankara si dimostrano molto attuali: a conti fatti, se la povertà viene realmente sradicata diversi uffici governativi o non governativi potrebbero anche chiudere.
Il vero aiuto è quello che aiuta ad uccidere l’aiuto e, mai come oggi, la cifra di 135 miliardi di Dollari all’anno spesi per la cooperazione denota quanta verità vi sia all’interno di queste parole; ogni associazione od agenzia che si occupa dell’aiuto, ha bisogno di un ufficio, di segretari, di impiegati e di un’organizzazione che immancabilmente assorbe una parte del denaro che ignari cittadini donano nella convinzione che essa realmente vada a finire in orfanotrofi o in strutture volte ad aiutare i più poveri. Basta fare un esempio, su tutti, di casa nostra: a Roma vi è una sede dell’Ifad, una delle tante agenzie dell’ONU la cui finalità è quella della cooperazione  e di combattere la povertà in Africa; solo questa sede ha costi di gestione esorbitanti, visto che l’ufficio si trova in un ufficio sull’Appia Antica il cui affitto costa quattrocentomila Euro all’anno, per non parlare di stipendi e quant’altro ed il tutto è ovviamente pagato dai soldi teoricamente destinati contro la povertà.
In un articolo di Sandro Cappelletto, che ha seguito di recente la sorte di alcuni progetti di cooperazione proprio nel Burkina Faso che fu di Sankara e che ha firmato un reportage su La Stampa, si evince come tra stipendi, affitti, uffici e tanto altro ancora (per non parlare della corruzione) ogni anno viene sciupato circa l’80% di quei 135 miliardi di Dollari che mediamente vengono investiti nell’aiuto ai paesi sottosviluppati. Beffati i cittadini dei paesi più avanzati che donano ogni anno importanti somme per la cooperazione, ma beffati doppiamente soprattutto i cittadini delle nazioni sottosviluppate: da un lato, il comportamento consumistico di un occidente sprecone (che succhia dal terzo mondo risorse e manodopera) condanna loro alla povertà, dall’altro la mano tesa dai paesi più ricchi in realtà serve a foraggiare un ricco business che toglie altre risorse (pure quelle, di fatto, dell’elemosina) in principio volte ad aiutare i meno fortunati.

Il business tra beffa ed ipocrisia

Per comprendere il malfunzionamento della cooperazione internazionale, è bene ancora una volta volgere lo sguardo agli anni del governo di Thomas Sankara in Burkina Faso; il leader africano, tra il 1984 ed il 1987, ha rifiutato categoricamente gli aiuti internazionali e tutto quello che avrebbe potuto produrre nuovo debito con l’occidente. L’obiettivo di Sankara è sempre stato quello di rendere il paese autosufficiente e gestirlo con le proprie risorse e per far questo, il suo governo si è mosso in due direzioni: abbattere quelle importazioni definite inutili (prodotti di lusso soprattutto, spendendo denaro solo per l’acquisto di beni di prima necessità) ed investire sulla valorizzazione e formazione di piccole e medie imprese. Nel giro di tre anni, il Burkina Faso è stato molto vicino ad avere un tasso di disoccupazione vicino allo zero, mentre la mortalità legata alla malnutrizione è scesa fino ad eguagliare i paesi più sviluppati del continente nero.
Una ‘via africana’, un affrancamento sociale ed economico dalle ex madrepatrie coloniali, un contesto poi che, su altri aspetti macroeconomici e macropolitici verrà sostenuto tempo dopo anche l’ex rais libico Muhammar Gheddafi; episodi, quelli accennati, che dimostrano come la cooperazione internazionale strutturata nel modello attuale, oltre a produrre beffe, sia retta da una base d’ipocrisia più letale della fame stessa: sfruttare l’Africa (ma anche gli altri paesi del terzo mondo) per importare petrolio ed altre risorse vitali per sostenere il sistema capitalistico/consumistico attuale, così come per richiamare con un altro business (quello dell’immigrazione) migliaia di uomini e donne funzionali per essere sfruttati come manodopera a basso costo, per poi pulirsi la coscienza con donazioni che spesso poi si perdono tra burocrazia, stipendi, uffici e corruzione. Una siffatta cooperazione non solo non funziona, ma è anche specchio di un sistema di sviluppo insostenibile dallo stesso occidente e letale e mortificante per l’Africa e gli altri paesi del terzo mondo.
L’aiuto internazionale attuale, altro non è che un gigantesco business, uno dei tanti che contribuisce a far crescere disuguaglianze ed ingiustizie sociali; l’alternativa a questo enorme spreco di soldi e risorse, è molto semplice e passa dalla politica: cambiare registro nei rapporti con il terzo mondo, evitare ingerenze e stoppare per sempre la politica dei prestiti i quali, nell’immediato ed a lungo termine, servono solamente ad aumentare debiti e corruzione, oltre che a giustificare l’esistenza di agenzie ed associazioni (con relativi lavoratori stipendiati e con interi business che si reggono grazie ai piani anti povertà). La lotta al sottosviluppo, così bistrattata e nascosta dietro la falsa elemosina in occidente, è importante anche per l’Europa: abbattere la povertà ed evitare ingerenze che causano conflitti e tensioni, vuol dire dare un freno alle ondate migratorie e schivare l’insorgenza di quegli estremismi che portano alla nascita ed alla crescita del terrorismo.

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