lunedì 13 febbraio 2017

Strade nuove



 Friburgo. A un anno di distanza dall’incontro di Papa Francesco con Cirillo, patriarca di Mosca e di tutta la Russia, avvenuto a Cuba il 12 febbraio 2016, il cardinale presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e il metropolita Ilarione, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del patriarcato, sono intervenuti all’università di Friburgo — dove quest’ultimo è docente e dove anche il porporato ha insegnato per qualche tempo — a una commemorazione dello storico evento. L’incontro è stato organizzato da Barbara Hallensleben, dell’Istituto di studi ecumenici dell’ateneo svizzero. Pubblichiamo stralci del discorso tenuto dal cardinale, la cui versione integrale, in lingua francese, è disponibile sul nostro sito. 
(Kurt Koch) L’incontro dell’Avana è stato accolto in tutto il mondo come un segno di speranza in un momento storico oscurato da numerosi conflitti. Certo, in Russia il patriarca è stato criticato in alcuni ambiti ecclesiali per quel passo compiuto in direzione della Chiesa cattolica. Quegli attacchi hanno permesso di capire meglio, soprattutto in Occidente, fino a che punto si sia trattato di un gesto coraggioso da parte del primate della Chiesa russa. Al termine dell’incontro, il Santo Padre ha dichiarato: «Abbiamo prospettato una serie di iniziative, che credo siano valide e che si potranno realizzare». Come per ogni evento storico, ci vorrà indubbiamente del tempo perché l’incontro dell’Avana e la Dichiarazione comune possano dare i loro frutti.
Vorrei menzionare tre possibili direzioni che si possono ricollegare all’ecumenismo pastorale testimoniato dalla Dichiarazione comune: l’ecumenismo dei santi, l’ecumenismo culturale e l’ecumenismo dell’azione comune. Il primo ambito è di ordine spirituale, fondamento di ogni ecumenismo. Uno dei frutti dell’incontro storico dell’Avana è stato un intensificarsi delle relazioni fraterne tra le nostre Chiese. Già il 13 febbraio all’Avana, all’indomani dello storico incontro, il patriarca Cirillo mi ha ricevuto, e poi di nuovo il 22 novembre scorso a Mosca, in occasione del suo genetliaco, mentre Papa Francesco ha ricevuto il metropolita Hilarion il 15 settembre e poi di nuovo il 10 dicembre in occasione del suo ottantesimo compleanno. Ebbene, sono rimasto colpito nel constatare che quei molteplici incontri sono stati l’occasione per praticare un ecumenismo dei santi.
All’Avana Papa Francesco ha offerto al patriarca alcune reliquie di san Cirillo, il suo patrono celeste, mentre il patriarca gli ha donato un’icona della Madre di Dio di Kazan, che ricordava quella offerta al patriarca Alessio II da Papa san Giovanni Paolo II, nel 2004, attraverso il mio predecessore, il cardinale Walter Kasper. Sempre in questo “scambio di doni”, il patriarca Cirillo il 15 settembre ha trasmesso al Santo Padre, tramite il metropolita Hilarion, alcune reliquie di san Serafino di Sarov, uno dei santi russi più conosciuti in Occidente. A sua volta il Santo Padre, il 22 novembre, ha donato al patriarca, per mio tramite, alcune reliquie di san Francesco, suo santo patrono, uno dei santi occidentali più vicini a san Serafino per la sua esperienza della gioia pasquale e la sua aspirazione alla pace di tutto il creato. Papa Francesco ha scritto nei suoi auguri al patriarca: «Possano questi due straordinari testimoni di Cristo, già uniti in cielo, intercedere per noi, affinché lavoriamo insieme in maniera sempre più stretta a favore della piena unità per la quale Gesù Cristo ha pregato».
La Dichiarazione comune sottolinea anche questo ecumenismo dei santi: «Condividiamo la comune tradizione spirituale del primo millennio del cristianesimo. I testimoni di questa tradizione sono la santissima Madre di Dio, la Vergine Maria, e i santi che veneriamo. Tra loro ci sono innumerevoli martiri che hanno testimoniato la loro fedeltà a Cristo e sono diventati “seme di cristiani”» (n. 4). Una delle prospettive importanti dell’incontro dell’Avana potrebbe dunque essere un approfondimento di questo ecumenismo dei santi, soprattutto attraverso lo scambio di reliquie o di icone che verrebbero proposte alla venerazione dei fedeli. Sarebbe anche un modo per dare all’avvicinamento delle nostre Chiese una dimensione più popolare, che si può a buon diritto definire “pastorale”. In modo ancora più audace, non si potrebbero compiere dei passi verso un riconoscimento reciproco di alcuni santi? Per esempio, Gregorio di Narek, che pure visse dopo la separazione tra la Chiesa cattolica e la Chiesa armena, nel 2015 è stato proclamato dottore della Chiesa da Papa Francesco. I santi delle nostre Chiese, già uniti in cielo, sono le nostre guide e i nostri intercessori migliori per realizzare l’unità tra noi.
Un secondo ambito, nel quale l’incontro dell’Avana ha peraltro già recato diversi frutti, è quello che possiamo chiamare ecumenismo culturale. Il campo culturale mi sembra essenziale per progredire lungo il cammino dell’unità. Come ben sappiamo, i fattori culturali, a cominciare dalle differenze linguistiche, hanno svolto un ruolo determinante nelle divisioni tra cristiani. È dunque fondamentale conoscere la cultura degli altri per capire meglio il modo in cui percepiscono il Vangelo. A maggior ragione quando si tratta dei cattolici e degli ortodossi, mi sembra che questa conoscenza reciproca permetta di capire che, al di là delle legittime differenze culturali, condividiamo la stessa fede espressa in modo diverso, secondo il genio specifico di ogni popolo e di ogni tradizione.
Solo poche settimane dopo l’incontro dell’Avana, il 1° marzo, si è riunito nel Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani il Gruppo misto di lavoro per il coordinamento dei progetti culturali tra la Santa Sede e il patriarcato di Mosca, che riunisce rappresentanti di diversi organi della Santa Sede e della Chiesa ortodossa russa. Una delle iniziative più immediate è stata l’organizzazione di “visite di studio”, reciproche, a Roma e a Mosca, di giovani sacerdoti ortodossi e cattolici. Così dal 14 al 21 maggio 2016, su invito del nostro Pontificio consiglio, una delegazione di dieci giovani sacerdoti ortodossi del patriarcato di Mosca, docenti di vari istituti superiori della Chiesa ortodossa russa, sono venuti a Roma per conoscere meglio la curia romana, le università, i collegi pontifici e i luoghi santi dell’urbe. Parimenti, dal 26 agosto al 4 settembre, per il secondo anno consecutivo, un gruppo di dieci giovani sacerdoti cattolici, studenti presso diverse università pontificie romane, sono stati invitati dal Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del patriarcato di Mosca e dalla Scuola di dottorato e alti studi teologici dei Santi Cirillo e Metodio per una visita di studio a Mosca e a San Pietroburgo, che ha permesso loro di conoscere i luoghi santi di queste città, di incontrare rappresentanti della Chiesa ortodossa e anche di iniziarsi alla lingua russa.
Queste visite di studio sono occasioni uniche per i giovani sacerdoti delle due Chiese per superare i pregiudizi e avere uno scambio di idee sulle loro preoccupazioni pastorali, seguendo l’esempio dei loro primati all’Avana. Sono anche opportunità privilegiate per riconoscere i doni degli altri, come ha sottolineato di recente Papa Francesco nella sua omelia per la festa della conversione di San Paolo: «Un’autentica riconciliazione tra i cristiani potrà realizzarsi quando sapremo riconoscere i doni gli uni degli altri e saremo capaci, con umiltà e docilità, di imparare gli uni dagli altri — imparare gli uni dagli altri — senza attendere che siano gli altri a imparare prima da noi».
Infine, vorrei evocare le ampie prospettive aperte dalla Dichiarazione comune a un ecumenismo pratico, per quanto concerne la questione dei cristiani del Medio oriente, la libertà religiosa, la solidarietà con i poveri, la famiglia o i giovani. Questo approfondimento delle relazioni bilaterali non potrà che avere conseguenze positive sulle relazioni fra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme, soprattutto nel dialogo teologico internazionale.
L'Osservatore Romano

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