sabato 8 aprile 2017

Domenica delle Palme, Anno A — 9 aprile 2017. Ambientale, commento al Vangelo e lectio divina



Nella Domenica delle Palme, la liturgia ci presenta la Passione del Signore secondo il Vangelo di Matteo. Gesù, prima di essere arrestato, avverte Pietro che, prima che il gallo canti, lo rinnegherà tre volte. Quando accade ciò che aveva detto Gesù, Pietro piange amaramente. Il Signore viene flagellato, deriso, alla fine è crocifisso. Sulla croce, poco prima di morire, grida a gran voce:
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Quanto è utile, anzi, fondamentale, entrando nella Settimana santa, trovare il tempo per soffermarsi a meditare la Passione del Signore. Molti santi sottolineano l’efficacia del contemplare le sofferenze e le umiliazioni, a cui il Salvatore si è volontariamente sottoposto per liberarci dai condizionamenti del diavolo, per far sgorgare dal nostro cuore sentimenti d’amore e di gratitudine nei suoi confronti. Per questo, già dal principio della Quaresima, la Chiesa ci esorta a rivivere, specie in questa settimana, la dolorosa Via Crucis con cui Gesù assume su di sé la nostra condanna. Tale riflessione può aiutare anche a comprendere la contraddizione di Pietro, che dopo aver proclamato di seguire il Messia senza alcuna esitazione, è colto da improvviso terrore fino a rinnegare Colui che diceva di amare. L’agire del principe degli apostoli illumina tanti nostri tradimenti ed incoerenze che ci umiliano e ci svelano la nostra fragilità. La consapevolezza del proprio peccato ha preparato il primo Papa ad assumere la grande missione di guidare la Chiesa dei salvati confermando i fratelli. Anche noi, illuminati dalla Passione del Figlio di Dio e sperimentandone profondamente la tenerezza per le nostre cadute, veniamo preparati ad assumere umilmente la missione che il Padre ci affida, rinnovati dalla potenza della Pasqua (Sanfilippo).
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Dio si è ‘appassionato’ alle nostre cose, al punto di morirci

Passione di Dio per te, per me, per ogni uomo. Si, Dio si è appassionato alle mie cose, a quelle di tutti i giorni, al punto di morirci. Non è questo che in fondo tutti stiamo cercando? Non è qualcuno, anche uno solo, che sia attento a quello che ci accade, che abbia a cuore la nostra vita, che si accorga di noi, che ci abbracci quando ci sentiamo soli, che ci stringa forte quando le lacrime ci gonfiano gli occhi, che ci sorrida dolcemente quando ci sentiamo soli e distrutti, che ci prenda per mano e ci tiri fuori dai pasticci?
Non desideriamo qualcuno che ci ami davvero, di quell’amore che non troviamo da nessuna parte, se non a brandelli, nei genitori, nei fidanzati, nelle famiglie, nei figli, negli amici? Ma sono solo frammenti di quello che ci urge disseminati nei giorni, che poi è così difficile rimetterli insieme perché diano senso, pace e gioia alle nostre esistenze.
Eccolo oggi Colui che stiamo desiderando. Eccolo tra le pagine della Passione. Leggiamola con pazienza, vi incontreremo le trame delle nostre vite, i luoghi, i volti  e le cose di ogni nostro giorno.
Il Cenacolo, il Getsemani, il Palazzo del Sommo Sacerdote, il Campo di sangue, il Tribunale del Governatore, il Pretorio, la Via Dolorosa, il Golgota e il Giardino con la tomba.
E poi Pietro Giacomo e Giovanni, Giuda l’amico che tradisce, gli altri apostoli dispersi e scandalizzati, Caifa, i Capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani, il Sinedrio, i falsi testimoni, i servi e le serve, Pilato e sua moglie, Barabba e la folla, la truppa dei soldati, Simone di Cirene, i morti risuscitati, i due ladroni, il centurione e quelli che con lui facevano la guardia, Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, la madre dei figli di Zebedeo e le molte altre donne, Giuseppe di Arimatea e le guardie a sigillare e sorvegliare la tomba.
E poi il pane e il vino, il piatto e la coppa, la terra e gli ulivi, il sonno, le trenta monete, il bacio e le mani addosso, la spada e i bastoni, le vesti stracciate e la bestemmia, gli sputi, le catene, il gallo e il pianto, l’albero e la corda per l’impiccagione, l’acqua e il catino, flagello, il mantello scarlatto, la corona di spine e la canna, gli sputi e le parole di derisione, le vesti di Gesù, la Croce e i chiodi, il vino mescolato con fiele, l’iscrizione, gli insulti e le beffe, la spugna l’aceto e la canna, il terremoto, le rocce spezzate e i sepolcri aperti, il lenzuolo pulito, il sepolcro nuovo scavato nella roccia e la grande pietra rotolata alla sua entrata.
La Passione di Gesù è il suo amore sbriciolato e disciolto nella storia che ci accoglie; è la nostra vita, la sua fonte e il suo destino. Entra umile a Gerusalemme, la Città che Dio ha eletto a sua dimora, ovvero la nostra vita preparata da sempre per accoglierlo. Viene a cercarci per prenderci con sé e farci passare dalla morte alla vita, dall’uomo vecchio all’uomo nuovo.
Viene a donarsi, sa bene che gli “osanna” che gli tributiamo quando ci va bene presto si trasformano in insulti e chiodi di fronte alla più piccola contrarietà. Non viene a prendere onori, ma a darne a noi traditori.
Conosce il nostro cuore, lo vuole guarire, per questo viene a offrirci il suo silenzio per caricarsi delle nostre false accuse, delle mormorazioni, dell’ira e dell’odio.
E’ geloso di noi e non può sopportare di vederci schiavi della menzogna del demonio; per questo si lascia arrestare dalla nostra arroganza, giudicare dalle nostre menzogne, insultare dalla nostra ipocrisia, flagellare dalla nostra concupiscenza, spogliare dalla nostra avarizia, crocifiggere dalla nostra superbia, e rinchiudere nel sepolcro della nostra morte, frutto maledetto di ogni peccato.
E’ lì che doveva finire, sin dal primo istante dell’Incarnazione, sin dalla nascita nella mangiatoia di Betlemme che ne profetizzava la tomba. Agli inferi doveva scendere, in quelli di ogni uomo, per liberare gli schiavi e restituirli, di nuovo figli, a suo Padre.
Anche quest’anno Gesù viene in ogni angolo della nostra vita, per adagiarvi il suo amore. E’ un fatto, semplice e vero: Lui in me perché io sia in Lui; tutto di Lui per me perché tutto di me sia trasformato in amore. E’ questa la chiave per contemplare la Passione: “sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più che io vivo, ma è Cristo che vive in me”.
Sono stato amato, perdonato, rigenerato nella sua Passione, e ora non vivo più la mia vita come una cosa mia, nella quale cercare di non soffrire passandola il meglio possibile, offrendo tutto e tutti alla mia cupidigia insaziabile. Ora le persone, i luoghi e le cose non sono più mio possesso, ma le occasioni perché Cristo viva in me la sua Passione.
Ecco, oggi possiamo contemplare in essa l’amore infinito di Dio che, raggiungendomi, mi trasforma in Cristo. Si legge Gesù ma si ascolta Giuseppe, Mario, Giulia e Lucia. La Passione è un Vangelo, il primo a essere scritto, il nucleo più antico e il fondamento di tutto il Nuovo Testamento, la memoria più vivida degli apostoli.
In essa, infatti, è illuminato ogni frammento della vicenda dei suoi fratelli più piccoli. Non c’è angolo oscuro e dimenticato, non un incontro, non un volto, non un evento nel quale Gesù non vi abbia patito per colmarlo della sua gloria.
Tutto, anche il dolore più grande, il fallimento più cocente, la frustrazione più umiliante ha senso nel dolore, nel fallimento e nella frustrazione di Gesù. Ognuno può pensare a Giuda, Pilato, Caifa, Simone di Cirene che ha incontrato; il Pretorio e il Golgota dove ha vissuto, studiato e lavorato; i chiodi, le spine e il flagello che ha toccato. Era amore, il puro amore di Dio che, misteriosamente, perdonandoci, ci univa al suo Figlio e alla sua missione.
Già, la missione. Perché è anche di questa che ci parla la Passione di Gesù. Non è solo un memoriale che si compie di nuovo quest’anno. E’ anche una profezia di quello che Dio ha preparato per noi. Ci attendono il Sinedrio, la Via Dolorosa, i tradimenti e gli sputi, non un frammento della Passione di Gesù ci sarà risparmiata.
Ma è il nostro vanto, il segno che siamo suoi, il suo corpo e il suo sangue vivi in questo tempo; la sua Passione sono le stigmate del suo amore impresse nella nostra carne, ormai libera dal peccato e pronta ad essere offerta anche ai nemici.
Può “patire” solo chi è già risorto con Lui: la sua Chiesa inviata nel mondo per annunciare il Vangelo a questa generazione. Coraggio allora, entriamo con Cristo a Gerusalemme, la sua dimora: è il nostro matrimonio, il posto di lavoro, la scuola, il fidanzamento, la malattia, ogni evento e relazione che ci attendono nella luce sfolgorante della Pasqua.
Ascoltiamo allora la Passione per fare memoria del passato risplendente di Gloria; per vivere con gioia e gratitudine il presente; e aspettare con fede il futuro come l’occasione per “patire” con Cristo per la salvezza di chi ci è affidato.

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Mons. Follo: “La Passione dell’Amico, che dona la vita per l’amico”

Lectio divina – Domenica delle Palme – Anno A – 9 aprile 2017
1) La gioia della Croce.
La liturgia di questa Domenica, che fa entrare nella Settimana Santa e Grande[1]  e Autentica[2] propone due fasi: una piena di gioia, la seconda colma di dolore.
Nella prima fase siamo chiamati a partecipare alla gioia per il Messia, che entra trionfante in Gerusalemme ed è accolto dal popolo che agita le palme con canti di gioia.  Il popolo inneggia a Gesù, perché lo riconosce come il Messia, il Cristo, il Re inviato da Dio. Gesù il Figlio dell’uomo è anche il Figlio di Dio.
Nella seconda fase, ci è messo davanti agli occhi ed al cuore il fatto che a questo riconoscimento festoso fa seguito[3]  il dramma di questo Signore, che è processato, flagellato, e messo in Croce fino a farlo morire.
Come si collegano questi due momenti, che ci sembrano così contradditori tra di loro? Come perciò si congiungono i due ricordi? Nella Croce, che è trono, altare e cattedra, e nel segno di Croce che siamo chiamati a fare spesso, soprattutto all’inizio di ogni liturgia.
Per capire questa risposta, immedesimiamoci in qualcuno della folla che in quel giorno acclamò Gesù dicendo: “Osanna! Benedetto colui, che viene nel nome del Signore” (Mc11,9; Sal 117/118, 25s). Dunque, la gente eleva questo grido davanti a Gesù, perché riconosce il Lui Colui che viene nel nome del Signore (l’espressione “Colui che viene nel nome del Signore”, infatti, era diventata la designazione del Messia). In Gesù riconoscono Colui che veramente viene nel nome del Signore e porta la presenza di Dio in mezzo a loro. Questo grido di speranza di Israele, questa acclamazione a Gesù durante il suo ingresso in Gerusalemme, giustamente è diventata nella Chiesa l’acclamazione a Colui, che viene incontro a noi e ci propone il suo Regno. Entriamo nel suo regno di pace e salutiamo in Lui in certo qual modo anche tutti i nostri fratelli e sorelle, ai quali Egli viene, per divenire veramente un regno di pace in mezzo a questo mondo lacerato.
Questo Re è un re totalmente diverso dagli altri, perché:
  • è povero (usa un’asina per entrare da “trionfatore” in Gerusalemme); è un povero[4] tra i poveri e per i poveri;
  • ha come trono una Croce, propria di chi dona la vita e non di chi la toglie;
  • usa la Croce come una cattedra da dove insegna che l’amore che è più forte della Lui è re e maestro che ci insegna di non opporre all’ingiustizia un’altra ingiustizia, alla violenza un’altra violenza. Lui ci insegna che possiamo e dobbiamo vincere il male soltanto con il bene e mai rendendo male per male.
Con Cristo la Croce non è più segno di negazione della vita, ma altare dove si compie il sacrificio per la vita. Se qualcuno mi chiedesse a chi questo sacrificio è fatto? Risponderei che è fatto all’amore, all’amore ferito in noi, all’Amore infinito, ferito in noi, da (par, by) noi e per noi.
2) Passione di Cristo.
In questa Domenica delle Palme siamo invitati a riconoscere che la croce è il vero albero della vita, sul quale Cristo, che è vita, ha sconfitto la morte con il dono amoroso, totale di se stesso. La Croce è lo strumento della Passione di Cristo non solamente perché lo fa patire con dolori immensi, ma perché mostra come il Suo amore sia appassionato.
Si, Cristo ci ama appassionatamente, fino a morire per noi. Non è questo che in fondo tutti desideriamo? In effetti, desideriamo qualcuno che ci ami davvero, di quell’amore che non troviamo da nessuna parte, se non a brandelli, nei genitori, nei fidanzati, nelle famiglie, nei figli, negli amici. Frammenti di quello che ci urge disseminati nei giorni e che poi è così difficile rimetterli insieme perché diano senso, e pace, e gioia alle nostre esistenze. Eccolo oggi Colui che stiamo desiderando. Eccolo amarci sino a farsi uccidere per noi.
Oggi con pietà, attenzione e devozione leggiamo il racconto della Passione e vi incontreremo il Sinedrio, i Sommi Sacerdoti Anna e Caifa, il re Erode, il procuratore Pilato, il delinquente Barabba, e tutti gli altri, e le fruste, e i chiodi, e la lancia e la Croce. Ma con gli occhi del cuore vi vedremo anche le trame delle nostre vite. La Passione è la nostra vita. Di ieri, di oggi, di domani. Le pene, le ansie, i dolori, i sogni infranti, le tristezze, i peccati. Nella Passione di Cristo è racchiuso l’intreccio della nostra vita. Vi troveremo un senso per tutto quello che sembra scombinato, fili senza capo né coda, dolori e gioie attorcigliate sulle ore, esperienze gettate alla rinfusa nei giorni. La storia nostra è tutta dentro la passione d’amore di Gesù, proprio per noi, proprio per tutto di noi.
Meditiamo con devozione il racconto della Passione del Redentore, vi troveremo l’amore nasce dalle sofferenze patite da Cristo per noi. Lui è sceso dal Cielo per amore e per amore appassionato ha dato la sua vita per noi, e ancor oggi continua a scendere in ogni istante della nostra vita, per mettervi la sua carità. “Lui non è venuto a spiegare la croce ma a distendervi sopra” (Paul Claudel), quindi più che sono spiegazioni e discorsi da ascoltare, contempliamo il fatto di Cristo in Croce. Un fatto, semplice e vero: Lui in Croce per noi, per stare con noi, sempre. E tutto di noi è trasformato in amore. Questo amore lascia passare, con una bella vetrata della Cattedrale di Chartes, il sole della gioia e della risurrezione.
Se vogliamo vivere autenticamente questa Domenica delle Palme e la Settimana Santa, di cui essa è la porta, guardiamo con gli occhi del cuore Gesù paziente (= ‘malato’ d’amore) Crocifisso, in modo da riconoscere nella sua carne la nostra carne. “Tremi la creatura di fronte al supplizio del suo Redentore. Si spezzino le pietre dei cuori infedeli, ed escano fuori travolgendo ogni ostacolo coloro che giacevano nella tomba. Appaiano anche ora nella città santa, cioè nella Chiesa di Dio, i segni della futura risurrezione e, ciò che un giorno deve verificarsi nei corpi, si compia ora nei cuori” (Giovanni Crisostomo).
            3) Le vergini consacrate e la passione di Cristo.
Ora, come di consueto, mi rivolgo in particolare alle Vergini consacrate, che hanno lasciato tutto per conservare integra la perla della loro castità, e seguono appassionatamente Cristo. Che con particolare intensità, in questi giorni santi, si dedichino alla meditazione e all’imitazione della passione di Cristo, paragonato ad una perla per la quale le vergine rinunciano ad ogni piacere di quaggiù per testimoniare il loro riconoscente amore di oblazione allo Sposo in croce. “Ci sono infatti due vie molto brevi ed efficaci per servire Dio.
Il primo itinerario consiste nell’osservare le leggi e le pratiche ordinarie che raccomanda la santa Chiesa; in senso più specifico, si tratta di seguire i consigli dati da Cristo nel vangelo, ossia i voti di castità, povertà e obbedienza, e altre sante consuetudini. Tutte le regole, che derivano dai consigli evangelici e dalle costituzioni dei nostri santi Padri, offrono la meravigliosa possibilità di dominare il comportamento esteriore e di applicarsi alle virtù.
Quanto al secondo itinerario, esso consiste nell’imitare la passione di Cristo Gesù, meditandola assiduamente e castamente” (Discorso di un autore anonimo renano-fiammingo).
Il loro vita castamente donata a Cristo porta in se i segni della futura risurrezione e, ciò che un giorno deve verificarsi nei corpi, si compie ora nei cuori loro, e anche nei nostri se come loro viviamo con purezza.
Lettura Patristica
Anonimo del IX secolo
Homelia. 10
Sermone per la Domenica delle Palme
Fratelli, che siete venuti in chiesa con maggiore impulso del solito, e che avete portato con voi con gioia rami d’albero, vi prego. Ma giova farlo con coloro che non sanno perché lo fanno, né cosa significhino queste cose?
Voi dovete sapere che in questo giorno, cioè il giovedì prima della sua Passione, il nostro Salvatore si pose a sedere su un’asina presso il monte degli Ulivi per dirigersi verso Gerusalemme (Jn 12,1). Ora la folla, saputo che Gesù era diretto a Gerusalemme, gli andò incontro con rami di palme (cf. Jn 12,14 Mt 21,1-7 Mc 11,1-7 Lc 19,29-35), “e siccome egli già si apprestava a discendere il monte degli Ulivi, nella sua gioia la folla di coloro che discendevano si mise a lodare Dio a gran voce” (Jn 12,12-13). Durante quei cinque giorni, cioè da questo fino alla sera del giovedì in cui fu consegnato dopo la Cena, egli insegnò tutti i giorni nel tempio e dimorò tutte le notti sul monte degli Ulivi. E poiché il decimo giorno del mese si rinchiudeva l’agnello che doveva essere immolato il quattordicesimo giorno dai figli d’Israele, è a pieno titolo che questo vero Agnello, cioè il Cristo Signore, entrò quel giorno, lui che doveva essere crocifisso il venerdì nella Gerusalemme dove era rinchiuso l’agnello tipico. Oggi perciò, “le persone in gran numero, stesero i loro mantelli sulla strada e altre oggi tagliavano rami dagli alberi e ne cospargevano” (Mt 21,8) del pari il cammino del Salvatore.
E se la santa Madre Chiesa celebra oggi corporalmente questi avvenimenti, è perché si adempiano, il che è molto più importante, spiritualmente. Infatti, ogni anima santa è l’asina di Dio. Il Signore si asside sull’asina e si dirige verso Gerusalemme, quando abita nelle vostre anime, fa loro disprezzare questo mondo e amare la patria celeste. Voi gettate le vostre vesti davanti a Dio sulla strada se mortificate i vostri corpi con l’astinenza preparandogli così il cammino per venire a voi. Voi tagliate rami d’alberi se vi preparate il cammino per andare a Dio, praticando le virtù dei santi Padri. Cosa fu Abramo? Cosa fu Giuseppe? E David? Cosa furono gli altri giusti, se non alberi che portano frutto? Imparate l’obbedienza alla scuola di Abramo, la castità alla scuola di Giuseppe, l’umiltà alla scuola di David, se vi aggrada ottenere la salvezza eterna.
La palma significa la vittoria. Così noi portiamo palme nella mano, se cantiamo la vittoria gloriosa del Signore, sforzandoci di vincere il diavolo con una buona condotta. Ecco perché dovete anche sapere, o fratelli, che porta invano il ramo d’ulivo colui che non pratica le opere di misericordia. Come pure, è senza alcun profitto che porta la palma colui che si lascia vincere dalle astuzie del diavolo. Rientrate in voi stessi, carissimi, ed esaminate se fate spiritualmente ciò che compite corporalmente.
Credetelo molto fermamente, fratelli, sarebbe pericoloso per noi non annunciarvi i misteri del nostro Salvatore, ma è altresì pericoloso per voi non prestar loro che poca attenzione. Noi vi esortiamo in definitiva a prepararvi tanto maggiormente, quanto più si avvicina la festa di Pasqua, a purificarvi da tutto ciò che è invidia, odio, collera, parole ingiuriose, maldicenze e calunnie, per poter celebrare degnamente quel giorno.
Perdonate coloro che hanno peccato contro di voi, affinché il Signore perdoni i vostri peccati: colui che avrà serbato odio o collera, sia pure nei confronti di un sol uomo, celebrerà la Pasqua per sua sventura, poiché non mangerà la vita con Pietro, ma riceverà nella santa comunione la morte con Giuda. Allontani da voi tale sciagura, colui che vi ha creato con potenza, riscattato con amore, Gesù Cristo nostro Signore, che vive e regna con il Padre e lo Spirito Santo, Dio, nei secoli dei secoli. Amen.
Con l’augurio che la Domenica delle Palme sia un momento di conoscenza e di esperienze dell’amore appassionato di Cristo per noi.
Don Franco.
[1] Liturgia orientale.
[2] Liturgia ambrosiana.
[3] Come la lettura della Passione del Signore Gesù secondo San Matteo ci ricorda.
[4] Non è una povertà materiale., qui per povertà s’intende nel senso degli anawim d’Israele, di quelle anime credenti ed umili che incontriamo intorno a Gesù – nella prospettiva della prima Beatitudine del Discorso della montagna.

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