lunedì 3 aprile 2017

Le 95 Tesi, mai appese



Il Sole 24 ore

(Gianfranco Ravasi) Scandalizzato dalla vendita delle indulgenze, Lutero scrisse ma non affisse le sue idee: i nuovi libri  sul tema Alcuni lettori – prendendo spunto dal fatto che in quest’anno dedicato al quinto centenario della  Riforma luterana abbiamo già proposto qualche nota bibliografica sul tema – ci hanno chiesto di  indicare un’edizione delle famose  95 Tesi  affisse il 31 ottobre 1517 sul portale della chiesa del  castello di Wittenberg. In verità, come ha sostenuto il gesuita Giancarlo Pani in un articolo apparso  sulla rivista «La Civiltà Cattolica» lo scorso anno (pagg. 213-226), questa sfida pubblica è da  archiviare come leggendaria: Lutero, in realtà, turbato dallo scandalo del mercimonio delle  indulgenze ai fini dell’edificazione della nuova basilica di San Pietro, avrebbe solo scritto una  missiva articolata in 95 commi al vescovo locale Hieronymus Schulze e all’arcivescovo Alberto di  Brandeburgo, responsabile per la predicazione delle indulgenze in Germania.
L’indulgenza è così definita dall’attuale Codice di Diritto Canonico: «La remissione dinanzi a Dio  della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele debitamente disposto  e a determinate condizioni acquista per intervento della Chiesa» la quale attinge al tesoro dei meriti  di Cristo e dei santi (canone 992). Cerchiamo di rendere più chiaro il dato: una volta perdonata la  colpa attraverso il pentimento e la confessione del peccato, rimane la riparazione del male che si è  fatto (ad esempio, se si è rubato qualcosa, si impone la restituzione). È questa riparazione espiatoria  che può essere condonata attraverso l’indulgenza amministrata dalla Chiesa. Tali indulgenze  venivano allora erogate in cambio di una donazione destinata all’imponente opera di costruzione  della basilica di San Pietro che ancor oggi ammiriamo. Ora, Lutero nelle sue  Tesi  parte dall’appello generale di Cristo alla penitenza (Matteo 4,17) che si  attua attraverso la conversione, il sacramento della confessione e un’esistenza giusta. La riparazione penale, pur legittima (ma solo per i vivi, non anche in favore dei defunti, come allora si proponeva), dovrebbe essere orientata soltanto a fini di giustizia o di carità nei confronti dei poveri e non certo  per manovre speculative economico-finanziarie. Il vero tesoro della Chiesa è il vangelo della grazia  divina offerta da Cristo. Il testo luterano è stato ora di nuovo reso disponibile sia nella versione dal  latino del noto storico della Chiesa Giuseppe Alberigo (1926-2007), sia in quella di Italo Pin, e la  lettura di quelle “tesi” rivela nel frate agostiniano ancora cattolico un’ansia evangelica genuina,  anche se si intuiscono alcuni fermenti significativi della Riforma successiva. Più che contestare  Chiesa e papato alla radice, le asserzioni di Lutero sono animate in filigrana da un sincero anelito  alla purezza della fede e della vita ecclesiale. Le cose, come è noto, andarono diversamente e il confronto acquistò presto il profilo di uno  scontro. A questo proposito potremmo suggerire la sintesi che dell’evento ha delineato il citato p.  Pani in un altro suo articolo, Il processo a Lutero e la scomunica, pubblicato quest’anno nel n. 4000  della stessa Civiltà Cattolica (pagg. 364-376). Noi segnaliamo che nell’edizione delle  95 Tesi  offerta dall’editore Castelvecchi, a cura di Pin, si allegano anche due altri saggi del Lutero ormai  “protestante”,  Della libertà del cristiano  (1520) e  Sulla prigionia babilonese della Chiesa  (1520).  Del primo citiamo solo le due affermazioni capitali, apparentemente ossimoriche, approfondite  nelle pagine del libello: «Il cristiano è completamente libero, signore di tutte le cose, non sottoposto a nessuno. Il cristiano è il più sollecito servo di tutti, sottoposto a tutti». Il trattatello fu allegato alla  lettera che Lutero indirizzò a papa Leone X in relazione alla sua bolla di scomunica  Exsurge  Domine .  L’altro scritto – in latino il titolo è potente e provocatorio,  De captivitate Babylonica Ecclesiae  –  attacca il cuore della dottrina medievale dei sacramenti, la relativa impalcatura teologica e  l’ordinamento giuridico ad essi imposto e riconosce come sacramenti istituiti da Cristo solo il  battesimo, la cena eucaristica e, in forma circoscritta, la penitenza, concepita come ritorno al  battesimo. Interessante è l’analisi della struttura del sacramento ove si compie un incontro tra il  primato della grazia divina ( promissio ), che precede ed eccede la risposta umana, pur necessaria, e  la  fides  della persona. Questo incontro è reso efficace ed esplicito attraverso il  signum  esteriore. La  sequenza di queste tre dimensioni è gerarchica ed esige un’integrazione di tutte le componenti, pena la riduzione dell’atto a magia o a mera ritualità. Si riesce a comprendere perché il Concilio di Trento (1545-1563), in reazione a questa dottrina che escludeva gli altri sacramenti, dedicò alla questione  un terzo delle sue sessioni e oltre la metà delle sue dichiarazioni dogmatiche e pastorali. Dato che ci siamo mossi nell’orizzonte protestante, vorremmo allegare anche un altro volumetto  ove è raccolta una ventina di  Preghiere  del maggior teologo protestante del secolo scorso, Karl  Barth (un’analoga silloge orante era già stata segnalata da noi per Lutero, sempre a cura dell’editore Claudiana). Queste invocazioni intense e capaci di intrecciare mente e cuore, cioè teologia e  spiritualità, si distribuiscono sia sulla trama dell’anno liturgico, dall’Avvento alla Trinità, passando  attraverso Natale, Pasqua e Pentecoste, sia sulla scansione della giornata (alba, lavoro, prove, sera)  e della stessa vita, fino alla tomba. È interessante notare che queste preghiere sono sbocciate  all’interno del carcere penitenziario di Basilea dove Barth, che era anche pastore, predicava  cercando di seminare fiducia e speranza nei detenuti. Ora, una delle opere più famose di questo teologo svizzero è stato il commento alla  Lettera ai  Romani  (1919 e rielaborata nel 1922), proposto in italiano da Feltrinelli l’ultima volta nel 2002. È  noto quanto sia fondamentale questa epistola paolina anche per Lutero che tenne su di essa una serie di lezioni nel 1515-16, proprio alle soglie della svolta che egli stava per imprimere alla cristianità  (l’autografo fu scoperto a Berlino nel 1908, ma una copia era già venuta alla luce nel 1899  nientemeno che nella Biblioteca Vaticana). Ebbene, per concludere in chiave ecumenica questo  nuovo approccio all’evento della Riforma, evochiamo un recente e imponente commento a tutti gli  scritti di Paolo di Tarso e la sua scuola elaborato da un francescano, p. Nello Casalini. A parte forse  un paio che sono andate perdute, le  Lettere paoline  nel  Canone  neotestamentario sono 13 delle  quali, secondo gli esegeti, sette sono da riferire direttamente all’Apostolo e sei ai discepoli che  rimandano a lui e alla sua dottrina con una loro originalità. Certo, in questi scritti è entrato pure un biglietto di 335 parole, indirizzato all’amico Filemone; ma  si erge anche un monumento teologico come lo è la  Lettera ai Romani  con le sue 7094 parole, ora  distribuite in 16 capitoli e 432 versetti. Per questo, una guida alla lettura come quella di p. Casalini  è uno strumento prezioso, consapevoli come si deve essere della complessità, densità e genialità del  dettato e del pensiero di Paolo di Tarso, un orizzonte che Lutero comparava all’aprirsi delle porte  del paradiso!

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