martedì 6 giugno 2017

Il silenzio e la parola



Tra le virtù smarrite da recuperare, lo scrittore Alessandro Pronzato inserisce il “silenzio” e la “parola”. Silenzio e parola camminano insieme, sono tra loro complementari, ciascuno ha bisogno della presenza dell’altro per manifestarsi nel pieno della sua essenza e insieme generare equilibrio. “Non ci può essere parola se non c’è, insieme, silenzio – scrive Pronzato -. Pure la musica è fatta di suoni e pause. Lo scopo essenziale del silenzio è quello di conferire spessore di significato alla parola, assicurare una risonanza alla parola, farcela penetrare dentro”. Dom Bernardo Olivera, monaco benedettino e già Abate Generale dei Trappisti, osserva che silenzio e parola “hanno lo stesso valore, sono inseparabili, il valore dell’uno è correlativo al valore dell’altra”.
Il professore Mario Miccio, esperto di comunicazione e marketing, scrive: “Il silenzio è la pausa significante nel flusso continuo della comunicazione… Non c’è niente di più significante del silenzio. Non è difficile trovare espressioni come «assordante silenzio» o «eloquente silenzio» per definire qualcosa che colpisce più di un lungo discorso”. Questo è il paradosso del silenzio: anche l’assenza di parole è comunicazione, esprime qualcosa di significativo, anche il silenzio “parla”.
Invece, continua Pronzato, nella nostra società “le chiacchiere, ormai, dominano incontrastate” e “quando le parole non lasciano spazio al silenzio, non c’è più armonia ma squilibrio nella vita di un individuo. Senza silenzio c’è Babele: confusione e incomunicabilità. E ancora: “Quando si maneggiano le parole con eccessiva disinvoltura, è facile sbagliare. Quando si parla come per un riflesso condizionato, si finisce per dire sciocchezze e aumentare la confusione”. Uno dei grandi delitti del nostro tempo è quello di aver fatto sparire il silenzio, “l’hanno sfrattato, messo a tacere, strozzato la sua voce. E quasi nessuno se ne accorge, lancia l’allarme. Pare, anzi, che l’uomo d’oggi viva meglio in mezzo al rumore, al frastuono, alle chiacchiere. Lo strepito, lo stordimento generale è diventato l’ambiente in cui si trova a proprio agio. Siamo condannati a vivere in un mondo fracassone.
Ma, data la profonda interconnessione tra i due, se manca l’uno ne risente anche l’altra, l’assenza di silenzio danneggia la parola, le fa perdere tutto il suo valore: “Sparito il silenzio, siamo rimasti solo con le parole. E ci manca, appunto, la parola. Quando imperversano le parole, quando manca il silenzio, c’è confusione. Le parole senza silenzio, invece di ‘rivelare’, ‘velano’, ingombrano, ingannano, costituiscono un diaframma opaco, insuperabile. Nessuno più si fida di esse”.
Le parole hanno preso il sopravvento sul silenzio, hanno preso tutta l’attenzione e gli spazi diventando così sovrabbondanti, eccedenti, straripanti, traboccanti… semplicemente troppe. Ma, come si dice, il troppo stroppia, vale a dire l’abbondanza esagerata può diventare controproducente, l’eccesso guasta tutta la quantità, la deforma, la sciupa, la corrompe. Insomma, ogni eccesso è negativo, il troppo è troppo, e questo vale anche per la parola: se sono eccessive non dicono più niente, non sono più credibili, sono solo un rumore molesto. Troppe parole determinano il fenomeno della svalutazione della parola, un po’ come accade con l’inflazione da eccesso di moneta. Se aumenta la quantità di moneta in circolazione, aumenta l’inflazione e la moneta si deprezza. Pronzato scrive: “Troppe parole in circolazione determinano inevitabilmente il fenomeno dell’inflazione e conseguente svalutazione della parola. L’uso troppo disinvolto delle parole fa perdere credibilità alla parola. L’abuso spegne, o almeno attenua notevolmente la forza, l’efficacia della parola. Possiamo dire: le parole sono stanche, spossate, sfinite. Non dicono più niente, sono diventate dei suoni flebili – e tanto più deboli quanto più rumorosi -, insignificanti, incomprensibili… E le parole stanche, usurate, stremate, finiscono per stancare, diventare insopportabili”.
Il Silenzio, quindi, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, “non è disamore, disprezzo della parola, fuga dal linguaggio” bensì “rifiuto della parola anonima, irresponsabile, impersonale, superficiale, meccanica. Il silenzio, piuttosto, dice amore per la parola originaria, viva, feconda, nuova, sorprendente. Più che rigetto del linguaggio, il silenzio è rivalutazione della parola. Chi ama il silenzio, ama anche la parola essenziale. Chi ha disinparato il silenzio, ha disinparato a parlare. Chi non conosce ‘lunghi silenzi luminosi’, non riuscirà mai a illuminare con la parola. Alla morte del silenzio, segue inevitabilmente la morte della parola. La parola vera non rompe il silenzio, ma procede da esso, lo esprime e in esso ritorna”. Il silenzio è la virtù che dà rilievo alla parola.
Olivera scrive: “Se le parole non fossero intercalate da spazi di silenzio, non sarebbe possibile né il linguaggio né un discorso intellegibile. Il silenzio è la matrice che dà forma alle parole e permette a esse di comunicare un messaggio carico di significato. Qualsiasi parola valida e significativa emerge da uno sfondo di silenzio. Il silenzio è il grembo della parola, il luogo in cui essa viene generata, se vuol essere portatrice di vita. La parola che ha raggiunto la sua meta, torna al silenzio da cui è nata: parola e silenzio coesistono. Il silenzio è parola, in quanto è comunicazione”.
E, con parole analoghe, Padre Giovanni Cucci, citando P.H. Kolvenbach, osserva: “Silenzio e parola sono parti inseparabili della comunicazione. All’interno del dialogo il fatto di tacere è altrettanto significativo quanto quello di parlare. Come il silenzio si oppone al mutismo, così la parola si oppone a tutte le forme di eccesso di parole che impediscono anch’esse il dialogo. Ogni parola proviene dal silenzio e vi fa ritorno”. E ancora: “La comunicazione è autentica quando nasce dal silenzio e sa rispettare il silenzio, il mistero inesprimibile che ci costituisce”.

Senza silenzio non c’è ascolto, e senza ascolto non c’è dialogo

L’uomo è, per definizione, un essere dotato di linguaggio – continua Pronzato -. Attraverso il linguaggio, ciascuno di noi entra in rapporto coi propri simili, comunica con loro, si fa conoscere. La dimensione dialogica, tuttavia, implica anche la capacità di ascolto dell’altro, come ‘altro da sé’, diverso, da scoprire, comprendere e amare. Senza ascolto non ci può essere dialogo, ma unicamente una serie di monologhi, e quindi non è possibile realizzare dei rapporti interpersonali”.
Se tutti parlano non c’è dialogo, ma confusione. Un’immagine eloquente di questa confusione la possiamo incontrare durante i talk show televisivi o le tribune politiche, quando nello svolgersi del dibattito i partecipanti si ritrovano improvvisamente a parlare tutti insieme, magari anche alzando la voce per sovrastare quella degli altri: non si capisce più niente, si sente solo un rumore irritante, insopportabile, che percuote l’orecchio e ti spinge a cambiare canale, costringendo il presentatore a zittire tutti per evitare un crollo dell’audience. Quindi, perché ci sia dialogo è necessario che ci sia silenzio: quando uno parla, gli altri devono togliere fiato alla bocca e disporsi in silenzio. Un silenzio però attivo, in cui entrano in gioco altri due sensi: l’udito per ascoltare e capire ciò che l’altro sta dicendo, la sua opinione; e la vista per dargli attenzione: quando uno parla, l’ascoltatore non guarda altrove, non legge gli appunti che ha sottomano, non pensa a quello che deve dire lui dopo. Invece è proprio questo che il più delle volte succede durante le conversazioni. Scrive Pronzato: “Nei nostri dialoghi, tutti si preoccupano di parlare. Pochi sanno – o vogliono – ascoltare. I più si accontentano di stare a sentire, aspettano, sovente con malcelata insofferenza, che l’altro abbia finito di parlare… È importante quello che devo dire io, le idee dell’altro non contano. Nelle discussioni tutti invocano il diritto ad avere l’ultima parola, o parolaccia. Nessuno mai che rivendichi il diritto ad avere l’ultimo silenzio”. Romano Guardini ha scrittoChi non sa tacere fa della propria vita ciò che farebbe uno che pretendesse solo espirare e non inspirare”. Pensiamo perciò al dialogo come a una alternanza tra inspirazione/ascolto ed espirazione/parola, quali funzioni vitali per intessere rapporti interpersonali arricchenti e significativi.
Mauro Miccio individua proprio nella capacità di ascolto la caratteristica che fa di un comunicatore un buon comunicatore: “La vita di un buon comunicatore deve essere per tre quarti dedicata a capire, prima di elaborare una sintesi anche tra messaggi contrastanti”. Miccio, spiega: “Il valore che il silenzio oggi ha assunto è ancora più forte. C’è in quello spazio-vuoto, breve o lungo che sia, la possibilità di ragionare, di introiettare quanto arriva dall’esterno, ambiente compreso. Assume, perciò, grande rilievo nella complessità socio-economica del nostro tempo l’ascolto”. L’ascolto “ci consente di capire meglio chi è il nostro interlocutore, di interpretare quanto sta accadendo. Saper ascoltare consente di mettere insieme i dati che noi dobbiamo avere prima di attivare qualunque processo di comunicazione”.
Dom Olivera scrive: “Chi non è capace di vivere nella solitudine, vivrà male nella comunione e chi sa stare in silenzio, ascolta e parla meglio”. E spiega che silenzio significa accoglienza dell’altro: “Senza un silenzio che accoglie, non c’è possibilità alcuna di dialogo. Il silenzio che accoglie è segno di rispetto e di riconoscimento dell’altro. È un sì dato al prossimo, previo a qualsiasi altro sì o no a ciò che egli possa dire”. Questo silenzio accogliente discende dalla virtù teologale della carità: “Se amare è affermare l’altro, allora questo silenzio di accoglienza è un silenzio d’amore. Il silenzio è estasi d’amore, a volte tace, ma sempre ascolta, crea ambiti di comunione e di dialogo”.

Un vuoto che rimbomba

Ma come mai tanti si trovano a disagio con il silenzio, hanno paura di restare da soli con se stessi? Perché molti sentono la necessità di riempire persino le rare pause silenziose che si presentano durante le giornate in questa nostra società costantemente connessa, anziché accoglierle come un dono, come oasi silenziose in cui ristorarsi? Ecco che allora un momento di possibile silenzio deve essere subito soffocato con la musica dello stereo o della radio, dalla televisione accesa, dal chattare compulsivo al cellulare. Gli auricolari sempre a portata di mano contro importune tregue silenziose, anche quando si va a fare jogging in mezzo alla natura.
Perché, dunque, questo continuo bisogno di vivere in mezzo al rumore? Perché – risponde Pronzato – “il silenzio fa paura, non lascia dormire, mette addosso i brividi. Obbliga a fare conti inquietanti con se stessi. Costringe ad ascoltare gli atti d’accusa di una coscienza troppo spesso disattesa. L’assenza di silenzio è segno inequivocabile del vuoto che domina incontrastato. Raccontava padre David Maria Turoldo: «Quando io ero piccolo, c’era la banda del paese e c’era un tamburo grande che faceva: bum! bum! bum! e c’era un tamburo piccolo che faceva bim! bim! bim! E io non riuscivo mai a capire perché li chiamassero tutti e due ‘tamburo’: uno facevo un rumore piccolo e l’altro faceva un rumore grande. Qual era la differenza? La differenza stava semplicemente nel fatto che uno aveva un vuoto più grande e l’altro un vuoto più piccolo… Uno, più fa chiasso, più vuol dire che ha vuoto dentro»”.
Olivera scrive: “Se ai nostri giorni e nella nostra cultura la taciturnità non è in buona luce, e abbiamo persino stravolto e rovesciato il suo significato originario, non sarà perché siamo inquieti e insoddisfatti?”. Oggi, dare a qualcuno del “taciturno” significa attribuirgli una caratteristica negativa, evidenziarne un difetto. Ai nostri giorni – rileva Olivera – “taciturno significa isolato, ritirato, non comunicativo, asociale, melanconico”, tuttavia se risaliamo all’etimologia della parola, scopriamo un significato molto diverso. Taciturno “deriva dalla radice ‘tak’, il cui significato è ‘essere quieto, acquietato, contento’. In sanscrito, ‘tucyati’ significa soddisfare. Ecco che allora, quando qualcuno è taciturno, è in una condizione di quiete ed è contento perché le sue necessità sono state colmate… Quando gli autori spirituali di lingua latina parlano di taciturnità, con essa intendono una virtù, un atteggiamento che, unificando il cuore e i suoi interessi, permette di evitare le parole inutili. Il taciturno è una persona moderata nel parlare, che preferisce ricevere la parola di Dio e del prossimo, quando non sia necessario offrire la propria”. Quindi – riassume Olivera –, “la taciturnità non è una qualità di un temperamento flemmatico né di una persona introversa”, ma “il comportamento di una persona integrata e ordinata, libera dal bisogno di comunicare, di esprimere se stessa, di intavolare conversazioni o di porre fina a una pausa fastidiosa”. Una persona ricca dentro, senza vuoti interni che rimbombano e infastidiscono il prossimo.
Il silenzio, quindi, fa paura, perché costringe a fare i conti con il proprio vuoto dentro, eppure, prendere finalmente atto di questo vuoto, farci i conti, anziché continuare a soffocarlo con il rumore e l’agitazione, potrebbe voler dire fare il primo passo verso realtà più significative, il cambiamento di un atteggiamento sbagliato, la presa di coscienza nei confronti di proprie reazioni automatiche e distruttive. Don Giorgio Basadonna scrive: “Non siamo capaci di stare in silenzio e quindi di sentirci vuoti, deboli, alla ricerca di qualcosa che non viene da noi stessi”, mentre “è solo nel silenzio che si può cogliere qualcosa di nuovo, è solo in una particolare situazione di libertà interiore e quindi di disponibilità che ci si può almeno accorgere di qualcosa di diverso, di insolito, che viene presentato alla nostra attenzione. Forse sta qui la causa di tanti nostri momenti di confusione e di situazioni che non guariscono mai e non trovano mai una soluzione”. E di questo fatto i primi a farne le spese sono i rapporti interpersonali quotidiani, soprattutto quelli più prossimi: “Nelle ‘vicende di casa’ – continua Basadonna –, siamo talmente abituati e riempiti di parole, di rumori, di grida, da non riuscire a fare una valutazione realistica di ciò che avviene, e si passa subito a qualcosa di forte, di violento, di esagerato. Non per niente, la saggezza antica consigliava di contare fino a dieci (o a cento?) prima di rispondere a delle provocazioni per superare l’impeto dell’ira e trovare parole più adatte e più umane”.
Fare i conti con il silenzio, il vuoto, la solitudine, il deserto, può intimorire, ma di certo ne vale la pena: in quel vuoto potremmo incontrare Dio, scoprire che in realtà, pur nella solitudine, non siamo soli, e dopo averlo incontrato anche le nostre relazioni con gli altri miglioreranno. Cucci scrive: “L’esperienza della solitudine, con la sua sofferenza, mostra la nostra situazione esistenziale di povertà, di incapacità a colmare il cuore vuoto; la sofferenza che essa comporta, se riconosciuta ed accolta come un elemento caratteristico di creaturalità e non come una maledizione, può anch’essa costituire un segno importante… nella relazione con il Signore, perchè si è giunti a riconoscere che senza di Lui la vita diventa insopportabile e senza senso. La dimensione essenziale che ogni uomo sperimenta nella solitudine è dunque segno di un’intimità che va custodita e rispettata”. Quindi, riportando le parole di T. Radcliffe, Cucci aggiunge: “La più profonda verità su noi stessi è che non siamo soli. Nel punto più profondo del mio essere c’è Dio, che mi dona l’abbondanza della vita. Se riusciamo a entrare in questo deserto e a incontrarvi Dio, diverremo liberi di amare disinteressatamente, liberamente, senza dominare o plagiare. Saremo in grado di vedere gli altri non come una soluzione alle nostre esigenze o una risposta alla solitudine che ci tormenta, ma soltanto per gioire della loro presenza”.

Senza silenzio non c’è vita interiore

Quindi, se manca il silenzio non c’è dialogo, ma poiché dialogo non è solo relazionarsi con gli altri, ma anche con se stessi, con la propria coscienza, con Dio, se nella vita di una persona viene a mancare il silenzio, costei farà molta fatica a sviluppare una vita interiore e, quindi, a conoscersi e a incontrare Dio. Pronzato osserva: “Una vera vita interiore risulta impossibile se viene a mancare il silenzio. Il silenzio, infatti, fa parte di quella dimensione delle profondità che deve caratterizzare ogni esperienza spirituale seria. E poi ci lamentiamo che c’è troppa confusione in giro. E poi protestiamo che ‘non si capisce più niente’. E poi sospiriamo: ‘ah, se potessi conoscere la volontà di dio in questa circostanza difficile’. E poi ci crucciamo: ‘Se solo il signore si manifestasse con un minuscolo segno, mi sussurrasse qualcosa all’orecchio’. E aggiungiamo parola alle parole, inanelliamo discorsi su discorsi, riempiamo il vuoto con l’ingombro, non ci decidiamo ad abbandonare il terreno dell’inutile, ci attestiamo alla superficie delle cose, non abbiamo il coraggio della solitudine”.
La voce di Dio che ci parla si sente solo nel silenzio. Se vogliamo conoscere il progetto di Dio su di noi, la sua risposta a un problema che ci assilla o, semplicemente, se vogliamo percepire l’amore che nutre per noi, dobbiamo predisporci all’ascolto nel silenzio. Suor Marisa Bisi, della Congregazione delle “Figlie della Croce”, scrive: “Ci sono delle realtà per conoscere le quali bisogna rendere attiva la mente, ce ne sono altre per conoscere le quali la mente deve farsi umile e silenziosa. Dio nella sua natura profonda è una di queste realtà che vanno avvicinate con la mente congiunta al cuore silenzioso”. E ancora: “Per non sbagliare pista nel cammino della vita è necessario vestirsi di silenzio. L’uomo e la donna sono oggi ammalati di chiasso, rumori, parole che stancano, esasperano, feriscono; parole invecchiate, logorate, ripetute per moda e convenienza, parole prive di luce e freschezza. È invece nel silenzio lo spazio fecondo nel quale viene generata la Parola bella che fa bene. Nel silenzio si sente l’anima cantare, il contatto con le varie realtà della vita si fa più semplice, più bello, più vero, gioioso e misterioso; si arriva in un modo più sicuro all’appuntamento con noi stessi, con Dio, con gli altri”.
Cucci scrive: “Accettare la propria solitudine significa essere diventati amici di se stessi e solo in questo modo diventa possibile essere amici di un altro. Alcuni istanti di silenzio sono così intensi e forti che sembrano durare un’eternità e segnano per sempre. Essi rivelano la nostra natura spirituale, perché in questi momenti sembra rendersi presente l’eternità”.
Con parole simili, Dom Olivera afferma: “Il Signore vi aspetta anche nella solitudine e nel silenzio del vostro cuore: quando i rumori si spengono, si ode la voce”. E aggiunge: “Un atteggiamento di autopresenza, l’abitare con se stessi, il permanere nella cella interiore della conoscenza di sé si acquistano se con frequenza ci si ritira nella solitudine, quella del deserto o della propria camera, in ogni caso, sempre nella solitudine del cuore. E, almeno, uscire dal rumore, dalle agitazioni e dalle preoccupazioni per le cose e gli affari, lasciare da parte gli spettacoli che distraggono… Perché? Per conoscere meglio noi stessi, per riflettere e per meditare, per incontrare noi stessi e il prossimo incontrando Dio, per prepararci alla missione”.
Silenzio non è solo assenza di rumori, di suoni o di parole, ma – spiega il trappista – “anche evitare di agire nell’agitazione e nell’esagerazione che turbano l’anima”. L’assenza di silenzio esterno è quindi una condizione indispensabile per coltivare la propria vita interiore, ma esso non è sufficiente: serve anche il silenzio interiore. In che cosa consiste il silenzio interiore? Olivera lo spiega così: “Saper effettivamente controllare l’immaginazione e la memoria è una prima esperienza di silenzio. L’amore vigile, che si libera da tutto ciò che è eccessivamente carico di emozione e di passione e che non conduce né a Dio né al prossimo, consente di entrare in un silenzio ancora più profondo. Quando l’intelletto tace, la verità s’impone; ma solo quando la volontà aderisce a Dio, si conosce il silenzio mistico o il silenzio di Dio… Il silenzio è la porta di accesso a realtà più affascinanti e di grande valore”.
Quindi Olivera cita alcuni esempi di solitudini feconde presenti nella Bibbia: “Guardiamo Mosè, il profeta Elia, san Giovanni Battista. E che dire di san Paolo e della sua permanenza nel deserto prima di iniziare la sua corsa missionaria? Fissiamo il nostro sguardo sul Maestro, in Gesù. I quaranta giorni che ha trascorso nel deserto sono stati la preparazione immediata per la sua vita di predicatore itinerante… Con una certa frequenza si ritirava in luoghi solitari per restare solo con il Padre… E, inoltre, non ci ha lasciato in eredità la preghiera nel segreto, là dove solo il Padre ci vede e ci dà una ricompensa?”. E ancora: “Gesù, il Verbo, si fece uomo quando un profondo silenzio avvolgeva ogni cosa. Di più, il suo profondo silenzio interiore fu la condizione dell’incarnazione redentrice. E restò in silenzio per trent’anni… Nel silenzio e nella solitudine, Gesù approfondiva la sua intimità con il Padre e preparava il suo insegnamento al popolo. Il suo silenzio è stato causa di ammirazione e causa della nostra salvezza; era espressione della sua fiducia assoluta nel Padre, alle cui mani affidava ogni cosa e abbandonava se stesso. Dal silenzio e dalla solitudine del sepolcro è risorta la vita. La vita che ci ha dato il suo Spirito”. Impariamo il silenzio dal Maestro.

Parole parlate e parole parlanti

Dopo aver parlato del silenzio, Pronzato si concentra quindi sulla virtù complementare della parola e, richiamando la distinzione tra “parole parlate” e “parole parlanti” espressa dal filosofo contemporaneo Merleau-Ponty, parla delle caratteristiche che differenziano queste due categorie. “Le parole parlate – spiega – sono le parole non pensate, non credibili. Gargarismi linguistici. Parole vocianti. Parole per impressionare. Parole compiaciute di sé. Parole fantasma. J. Sulivan sosteneva che il più grosso rischio è quello di un linguaggio che parla disinvoltamente al nostro posto”. Al contrario, “le parole parlanti sono le parole che dicono qualcosa. Parole essenziali. Autentiche. Palpitanti. Calde, anzi incandescenti, oltre che trasparenti. Parole da prendere sul serio. Parole che hanno un peso. Parole che arrivano da ‘altrove’. Vengono da lontano… Le parole parlanti sono quelle di un linguaggio che scaturisce dalle profondità, da una zona segreta, grazie a un lento, faticoso lavoro di ‘estrazione’. Per cui ognuna di quelle parole è come un brandello di carne, una parte viva, e qualche volta dolente, che si stacca dalla persona che parla”.
Le “parole parlate” scivolano via in superficie, producono rumori sgradevoli e poi si dissolvono, muoiono, senza aver trasmesso nulla eccetto che fastidio. Le “parole parlanti” scaturiscono dal silenzio, vengono dal profondo, sono cariche di significato, riecheggiano dentro e lasciano il segno. “Quelle parole, cavate con estrema difficoltà, contengono una carica infinta di silenzio – continua Pronzato -, sono preziose e vengono custodite gelosamente. Sono ‘rispettabili’. Forse non risolvono nessun problema. Ma fanno pensare. Non offrono spiegazioni. Ma costituiscono un invito all’adorazione. Le parole parlate percuotono l’orecchio. Le parole parlanti provocano una risonanza dentro”. Questo ovviamente – aggiunge lo scrittore -, vale anche per la parola scritta affinché sia efficace e abbia effetto: “Anche le parole di chi scrive devono scaturire dal silenzio, essere intrise di silenzio. E pure intinte nel sangue. Altrimenti sono lettera morta”.
Da quali “parole parlate” iniziare per rimettere al centro la virtù della parola, per darle nuovamente il posto che merita di avere? Intanto, partendo dalle parole “più modeste e trascurate, dalle umili faticatrici, senza troppe pretese”, come “gentilezza, buonsenso, rispetto, bontà, perdono, delicatezza, mansuetudine, tenerezza, onestà, sacrificio, fedeltà, pazienza, preparazione, sincerità, sensibilità, semplicità, educazione, garbo, sopportazione, pulizia, attenzione…”. E poi, dopo avere evocate, iniziare semplicemente a metterle in pratica: “Cosa ne faremo, dopo averle risvegliate, purificate in un lungo, benefico bagno di silenzio? Chiederemo loro di aiutarci a compiere la nostra piccola rivoluzione quotidiana”, partendo dal “cambiare, trasformare, sistemare qualcosa nei pressi di casa nostra, prima di tutto. Poi, chissà, forse ci arrischieremo un poco più in là, passo dopo passo. Naturalmente non lasceremo le parole a lavorare da sole. Ci impegneremo a viverle. O, più semplicemente, a fare ciò che dicono”.
Per far rifiorire il deserto di significato che ci assedia a causa della svalutazione della parola – ribadisce Pronzato -, “ci servono parole essenziali. Parole che accettano i lavori più umili. Parole capaci di piegare la schiena. Parole refrattarie ai trionfi”. E in quale modo le adopereremo? “Non prostituiremo mai le parole alla nostra vanità, al successo, all’istinto di trionfare sull’avversario. Né le arruoleremo per sfidare, polemizzare, schiacciare, umiliare, offendere. Ce ne serviremo, invece, per dare coraggio, medicare ferite, sciogliere il gelo che imprigiona certe esistenze, cercare un sentiero di accesso a solitudini disperate, schiodare delicatamente porte sigillate, dare una mano a qualcuno che non ce la fa più”.
Anche Miccio parla della necessità di ridare significato alle parole, prendendo atto del fatto che ogni parola non è neutra, ma è anche pensiero, contenuto, espressione di una realtà, che implica assunzione di responsabilità per ciò che si dice, comunica, risponde. Egli scrive: “È necessario riscoprire il nesso culturale che sta dietro e dentro il linguaggio, ridando senso alle parole. Le singole parole si sono sempre più allontanate dai concetti che sottendono, perdendo le radici e la logica originaria. Se riprendiamo le prime frasi del Vangelo di Giovanni: «In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio», nella versione greca il termine logos, più che il latino tardo verbum, tradotto ‘verbo’, rende l’essenza stessa del comunicatore: logos è pensiero e parola insieme, contenuto e forma; ritorniamo così a dare senso al nostro dialogo (dià-logos): attraverso le parole passano i contenuti”. Pertanto, colui che comunica – continua Miccio – “è un attento analista della realtà” consapevole del fatto che la parola ha un valore, che “quanto si dice ha un fine e un significato chiaro e puntuale”. Non sono solo i fatti a esigere senso di responsabilità, ma anche le parole. Come ogni atto e azione umana implica assunzione di responsabilità, così il parlare, il dialogare, il rispondere (res-pondere). Implica cioè di portare il peso di ciò che si dice, di sostenere l’onere delle parole proferite, di trasmettere la realtà, la verità, ciò che è e non ciò che si vorrebbe che fosse o far credere, come avviene per esempio con l’inganno del linguaggio politically correct che deformando le parole e i concetti deforma anche la realtà. “Torniamo a una vera responsabilità di chi comunica”, esorta Miccio.

Disarmare e sorvegliare la lingua

La parola viene danneggiata non solo dalla mancanza di silenzio – continua Pronzato – ma anche dalla “sconsacrazione” del linguaggio, così diffusa nella nostra società, che si manifesta soprattutto in tre sensi: “cattiveria, violenza verbale; maldicenza; volgarità”. Questi tre livelli di profanazione della parola hanno radici nel cuore dell’uomo, pertanto il loro manifestarsi, osserva lo scrittore, ci dicono molto della persona dalla cui bocca essi si sprigionano, di quale sia il grado di carità di quella persona: “Si finge di ignorare che la bocca è in collegamento con una realtà più profonda. Tutto, infatti, parte dal cuore. La bocca non fa altro che attingere materiale da quella fonte, da quelle profondità. Ed esprime, porta alla luce, una realtà che sta occultata dentro. Quando i pensieri del cuore puzzano, l’alito non può che essere sgradevole. La cattiva digestione del comandamento della carità viene denunciata apertamente dalla bocca. Insomma: mostrami la lingua e ti dirò se la tua carità gode o meno buona salute. Per diagnosticare le malattie della carità, non c’è altro da fare che far spalancare la bocca e osservare la lingua… Ci si preoccupa, giustamente dell’alito cattivo. Per rispetto, oltre che di se stessi, anche del prossimo. E non ci si accorge che, spesso, sono le parole che puzzano. E, prima ancora, i pensieri”.
Cattiveria e violenza verbale inquinano, quindi, la parola. In che modo? “Facciamo largo consumo di parole aggressive, pungenti, offensive, taglienti – spiega Pronzato -. Parole dure come sassi, e quindi indigeribili. Teniamo ampie riserve di parole che umiliano, parole di condanna, parole che graffiano, ammaccano e feriscono”, parole che mentre sconsacrano la parola, rovinano la vita di chi ci sta vicino e anche la nostra. Occorre perciò prendere atto del fatto che la virtù della carità riguarda anche il linguaggio, da qui la necessità di “riportare nella nostra bocca il vocabolario della carità”. In che modo? Tornando a “usare parole di ‘incoraggiamento’, nella consapevolezza che ‘incoraggiare’ significa ‘dare cuore’ alle persone, restituire fiato e speranza a chi è avvilito. Urge ‘disarmare’ la nostra bocca, riconvertirla in strumento di pace, dolcezza, tenerezza… sarà il caso di convincerci, finalmente, che tra le opere della bontà ci sono anche le parole”.
Poi c’è la maldicenza, cioè l’incapacità di “dire bene” che – nota Pronzato – è uno dei più diffusi “peccati di lingua”. La maldicenza – spiega -, può essere di due tipi: volontaria e gratuita. La maldicenza volontaria deriva “dal proposito deliberato di nuocere al prossimo: per odio, vendetta, conflitto di interessi, antipatia, cattiveria, gelosia, invidia. In questi casi, si arriva facilmente alla calunnia”. Mentre la maldicenza gratuita è “provocata da leggerezza, incoscienza, abitudine. Per cui si parla male degli altri quasi senza accorgersene”.
Le caratteristiche che contraddistinguono un maldicente – continua Pronzato – sono essenzialmente tre. Come prima cosa v’è da rilevare che “in ogni maldicente c’è un giudice o addirittura un giustiziere. Ma è un giudice non imparziale. Non si preoccupa di controllare, verificare, vagliare serenamente le prove, sentire l’accusato. Il desiderio di condannare risulta prevalente su tutto”. Poi “ogni maldicente coltiva più o meno segretamente la vocazione di psicologo. Uno psicologo da strapazzo, che però si ritiene infallibile, e non accetta di rimettere in discussione le affermazioni fatte, le sentenze pronunciate, le diagnosi formulate. Non è disposto a riconoscere gli errori, anche quelli più marchiani, rinunciare ai pregiudizi, prendere atto delle smentite della realtà. E lo stupido, il superficiale, è uno psicologo ancora più ‘infallibile’. Pericolosissimi, poi, quelli che dicono: ‘A me basta l’istinto, l’intuizione”. Infine, il maldicente “è consapevole della propria piccolezza, meschinità, bassezza. E prova il bisogno di giustificarsi, non tentando di innalzarsi almeno un poco (troppo faticoso, e poi c’è il rischio di cadere), non correggendosi (è un affare eccessivamente impegnativo e serio), ma abbassando gli altri al proprio livello e anche più sotto. La maldicenza è una consolazione della mediocrità. Dunque, ecco la compensazione, la taglia imposta a chi ‘ha’ di più, a chi ‘è’ di più. La maldicenza è sempre segno evidente di insoddisfazione, disgusto di sé, proiettato sugli altri”.
Come si può vedere, se usata in modo sbagliato o con la volontà deliberata di nuocere al prossimo, la parola può essere letale, distruttiva, micidiale. La parola “possiede una forza e una pericolosità straordinarie: può edificare ma anche demolire, ricucire ma anche dividere, incoraggiare ma anche spegnere… La lingua, quando è mossa dalla volontà di fare del male, dalla menzogna e dall’invidia, possiede un potere infernale: devasta tutto ciò che incontra, semina rovina. E i danni sono irreparabili”. Ci sono rapporti irrimediabilmente compromessi per una frase sbagliata detta con superficialità. Famiglie divise, faide tra parenti, amici che non si parlano da anni per una parola uscita dalla bocca sotto l’impeto dell’ira, dell’invidia o dalla volontà di prevalere sull’altro. Persone e relazioni rovinate dalla calunnia e dalla faciloneria. Bisogna perciò reimparare la virtù della parola anche allenandosi a sorvegliare la lingua e a disarmarla il prima possibile qualora dovesse diventare improvvisamente bellicosa. Come? Lo abbiamo già detto: innanzitutto con un immediato e salutare bagno di silenzio.
Il terzo livello di profanazione della parola è la volgarità. Pronzato scrive: “Oggi imperversa, in troppi ambienti, un linguaggio sboccato, sguaiato, aggressivo, ostentatamente provocatorio, gratuitamente villano, insultante. Sovente, nelle discussioni, ci si abbandona a una terminologia di una brutalità e insolenza esasperate… Lo schermo televisivo, poi, in concorrenza con la radio, ci aggredisce con cascate fragorose di sguaiataggini vomitate dalle bocche più diverse e insospettate. Perfino personaggi che, data la loro carica e il loro ruolo, dovrebbero fornire esempi di correttezza e senso della misura, si abbandonano a insulti, epiteti vergognosi, dileggi, ingiurie, attacchi parossistici contro nemici veri o presunti, o anche semplicemente verso chi si macchia della colpa imperdonabile di non pensarla come loro. Il discorrere pacato, l’argomentare serio, il dibattito sereno delle idee e dei punti di vista, sembrano essere anticaglie sorpassate, cibi senza sapore. E allora si condiscono le frasi con le parolacce, le invettive, le contumelie, gli insulti sprezzanti, le battute velenose… Un linguaggio, quale quello che viene impiegato abitualmente nel mondo d’oggi, rappresenta, oltre che offesa alla carità, anche profanazione sacrilega della parola”.
Questa volgarità dilagante, oltre che profanazione del linguaggio, è anche il sintomo del fatto che nel nostro tempo si sia smarrita, e debba perciò essere riscoperta, anche la virtù della dolcezza che – scrive Pronzato – “non va confusa con le sdolcinature, che ne rappresentano la contraffazione” né “con le parole mielate”. La dolcezza è in realtà “una parente stretta della mitezza, entrata con tutti gli onori nel quadro delle beatitudini evangeliche, è una espressione di forza e presuppone la forza. La dolcezza è una forza dominata. I violenti, i prepotenti, i villani, gli arroganti, in realtà sono dei deboli. Le resistenze più ostinate si piegano con la forza della dolcezza. Così come le ferite profonde si possono rimarginare con le carezze della bocca”. E prosegue: “La dolcezza è qualcosa di profondo, non di esteriore. Proviene da un animo ‘pacificato’, da un essere in armonia, prima di tutto, con se stesso. Resta il fatto che non c’è carità senza dolcezza, gentilezza, sensibilità, delicatezza, amabilità, finezza, garbo… Quando il linguaggio viene pervertito, violentato, prostituito, allo scopo di offendere, insultare, disprezzare, si commette un duplice, grave abuso: verso il linguaggio stesso e verso le persone oggetto e anche soltanto ‘ascoltatrici’ di certe intemperanze verbali e immancabili espressioni oscene”.
Così come un silenzio accogliente e una lingua disarmata e capace di “dire bene” hanno a che fare con la carità, anche un linguaggio dolce, correttamente inteso, è una forma di carità. “Si può imparare la carità abituandosi a essere ‘educati’”, scrive Pronzato. Nel nostro tempo la trasgressione è diventata una virtù, un comportamento desiderabile e di cui andare fieri. Essere volgari, sfacciati, irrispettosi, provocatori… oggi significa essere trasgressivi e al passo coi tempi. Non ci si rende conto che – conclude Pronzato – “la vera ‘trasgressione’ consisterebbe nel ritorno ai valori del pudore, della delicatezza, del rispetto, della gentilezza. La vera, ‘scandalosa’, provocatoria trasgressione sarebbe, oggi, il recupero della ‘normalità’, del buon gusto, della misura… Trasgressione sarebbe il ripudio deciso delle ‘male parole’ e l’adozione di un linguaggio contrassegnato dalla pulizia e di comportamenti dettati dalla buona educazione”.
Sì, impegniamoci a rendere la nostra società veramente “trasgressiva”, riportiamo un po’ di sana “trasgressività” nelle nostre famiglie, nel gruppo degli amici, a scuola, sul luogo di lavoro, nei nostri rapporti interpersonali: recuperiamo le virtù del silenzio e della parola!
L. Perfori
Bibliografia
  • Alessandro Pronzato, Alla Ricerca delle Virtù Perdute, Gribaudi, Milano, settembre 2000, pp. 17-50.
  • Mauro Miccio, La torre di Babele, Sperling & Kupfer, 2002, pp. 9-11, 13.
  • Bernardo Olivera, Parole dal silenzio, Ancora, Milano, 1999, pp. 103, 108-111, 113, 114-118.
  • Giorgio Basadonna, …e pace in terra, Ancora, Milano, 2002, pp. 17-19.
  • Marisa Bisi, La Bellezza via di Salvezza, Edizioni AdP, Roma, settembre 2003, pp. 9, 35.
  • Giovanni Cucci, La forza della debolezza, Edizioni AdP, Roma, luglio 2007, pp. 302, 303, 308.

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