NON SIAMO
FATTI PER ESSERE SOLI
Giovedì, 28 agosto 2008, ore 17.00
Partecipano:
Eugenio
Borgna,
Primario Emerito di Psichiatria, Ospedale Maggiore di Novara; Giancarlo Cesana, Docente di Igiene
Generale e Applicata all’Università degli Studi di Milano Bicocca
Moderatore:
Davide
Rondoni,
Poeta e Scrittore
MODERATORE:
Buonasera, benvenuti a questo incontro che ha
un titolo bellissimo e anche un po’ provocatorio; bellissimo perché è un titolo
che praticamente se lo è inventato Dio: chi di voi ha qualche frequentazione
biblica, o almeno ne ha sentito parlare, nel racconto della creazione Dio fa
l’uomo, fa Adamo, e poi, dopo averlo fatto, quasi come se non lo sapesse – e
questo è straordinario – quasi come se non se lo immaginasse, guardandolo,
guardando la sua creatura, la più perfetta fra le sue creature, si accorge che
non è fatto per essere solo. Poi dopo si può discutere sulla compagnia che gli
ha dato, ci si poteva forse accontentare del gatto. Sto scherzando, è una
grande compagnia per tutti come sappiamo. Mi stupisce di quel racconto biblico
questo fatto: che Dio è come se non se lo fosse immaginato, è come se facendo
la più perfetta delle sue creature non abbia immaginato che questo qui si
sarebbe sentito solo. Perché la solitudine è una cosa propria dell’uomo, ma qui
sentiremo i nostri amici più esperti che ci diranno come la solitudine sia una
cosa propria dell’uomo, della sua libertà, di qualcosa di propriamente suo.
Perciò è un titolo bellissimo, un titolo che ci riguarda tutti.
D’altra parte è un titolo provocatorio: non
siamo fatti per essere soli. È provocatorio non solo perché, dopo quattro di
giorni di Meeting forse la gente un po’ di solitudine la vorrebbe, ma anche
perché invece viviamo in una cultura dove sembra che la frase più di moda sia
“l’importante è stare bene con se stessi”, in una cultura cioè che concepisce l’uomo,
la cui vita è buona, come una monade, come dicevano i filosofi, cioè l’uomo che
non ha bisogno di nient’altro, che quando è solo può dire di stare bene da solo
– “sto bene con me stesso” – come se fosse una grande conquista. Per questo è
un titolo che entra, a mio avviso, come una lama di accetta non solo nella vita
di tutti noi, ma anche nell’epoca in cui viviamo.
Per questo abbiamo invitato due persone che
hanno titolo per parlarne, due persone molto conosciute dal popolo del Meeting,
che sono Eugenio Borgna, che lavora all’ospedale maggiore di Novara e ha una
grande attività di attenzione ai pazienti che lo ha reso noto non soltanto in
Italia, ma anche fuori dall’ambito scientifico e dalla produzione propriamente
scientifica per alcune pubblicazioni che dedica alle questioni più scottanti
della vita e dell’interiorità umana, come i suoi saggi sulla malinconia dove tra
l’altro ricorrono molto spesso citazioni di poeti e letterati. Dall’altra parte
Giancarlo Cesana, che conoscete tutti, professore di igiene all’Università
degli studi di Milano e psicologo oltre che direttore scientifico dell’ospedale
San Giuseppe di Milano. Le sue pubblicazioni non sono solo scientifiche ma ricoprono
un ampio raggio di tematiche ed è sempre attento a studiare le relazioni tra
malattia e società. Per questo credo che siano le persone più adatte per
parlare di questo tema. La parola al professor Borgna.
EUGENIO
BORGNA:
Grazie, sono qui pieno di riconoscenza per
l’invito che mi è stato fatto e anche per l’amicizia con cui l’invito si è
realizzato, grato infinitamente anche di poter dire qualcosa in questa
assemblea cosi vasta, cosi unita, cosi trasfigurata certo da una comune
riconoscenza al messaggio invisibile, indistruttibile di don Giussani. Mi
sembra di vedere qui dagli schermi anche della televisione quella sua parola
ardente, profonda, umanissima, rivoluzionaria nel saper cogliere gli aspetti
certo teologici, ma anche umani e psicologi delle persone. Il tema è
straordinariamente bello, intenso, passibile anche, se vogliamo, di diverse
possibili interpretazioni.
Non è possibile confrontarsi con un tema come
questo - “non siamo fatti per essere soli” - se non partendo da due premesse:
la prima è che soltanto se ci educhiamo a sentire, a rivivere, ad analizzare, a
sondare quelli che sono i nostri sentimenti, le nostre emozioni, le nostre
attitudini anche alla preghiera, soltanto se ci educhiamo a cogliere che cosa
si muova nei segreti della nostra interiorità, possiamo cercare di cogliere
qualcosa di quello che avviene nella vita, ma soprattutto nei sentimenti, nelle
emozioni, nell’interiorità, negli altri. Allora non c’è conoscenza psichiatrica,
non c’è nemmeno un ponte aperto alla comunicazione che oltrepassi le nostre
singole solitudini verso quegli orizzonti di comunione, di comunicazione, di
infinito che rappresentano in fondo il vero senso della vita. Dobbiamo cominciare
però, a volte faticosamente, a fare i conti con la paura di guardare dentro di
noi, con la paura di scambiare le nostre debolezze attraverso esperienze e
avvenimenti che non possiamo soltanto cancellare. Ricordiamo, come ha scritto
San Paolo, che proprio le nostre debolezze sono la nostra forza. San Paolo poi
si diceva fiero della sua debolezza, dei suoi errori, delle sue stanchezze, dei
suoi tradimenti. E allora non stanchiamoci di guardare dentro di noi, non
stanchiamoci di guardare negli occhi le persone che vivono accanto a noi, o che,
anche solo temporaneamente, ci sfiorano. Non stanchiamoci soprattutto di
guardare al di là di quella che è una condizione solo apparentemente simile
alla solitudine, cioè l’isolamento perché in realtà sono due esperienze umane
totalmente diverse l’una dall’altra. Nella solitudine, nella vera solitudine,
si vive infatti un’apertura continua e infinita, come anche don Giussani ha
scritto, mentre in quella deformazione della solitudine autentica, che possiamo
chiamare isolamento, viene meno non solo ogni speranza, non solo ogni desiderio
di incontrare l’altro, ma anche ogni intenzione di infinito. Allora faccio una
citazione breve da don Giussani, che queste cose le ha detto molto meglio di come
sto tentando di fare ora io, perché descrive un cammino che non avrei potuto
fare se non appunto accompagnandomi alla rilettura, o comunque alla rinascita
dentro di me, di alcune di queste folgoranti intenzioni, umanissime e
cristiane, psicologiche e metafisiche, che rendono unica la grandezza di don
Giussani. Ascoltiamolo: “Dobbiamo prima di tutto aprirci a noi stessi, cioè
accorgerci delle nostre esperienze. Guardare con simpatia l’umano che è in noi.
Dobbiamo prendere in considerazione quello che siamo veramente, considerare
vuol dire prendere sul serio quello che proviamo, tutto, sorprenderne tutti gli
aspetti, cercarne tutto il significato”.
In una di queste riflessioni di don Giussani,
in fondo, si raccoglie il senso di quello che ho cercato di dire fino ad ora, e
cioè che solo partendo da questa ricerca continua, profonda, a volte affannosa,
a volte anche pericolosa, di quello che noi siamo nei nostri aspetti umani e
cristiani, possiamo meglio intendere che cosa significhi questa frase
meravigliosa, che intende sottolineare il destino, che è un’altra parola
magica, un’altra parola su cui don Giussani ha costruito questo movimento di
inaudita forza spirituale prima di tutto, ma anche di una straordinaria forza
di irradiazione. Ripartiamo ogni volta quando ci incontriamo con gli altri,
soprattutto quando intravediamo negli altri delle ombre che possono essere a
volte strazianti, come quello che ho visto in questo dvd sulle condizioni
carcerarie, soltanto se mettiamo a confronto continuamente gli avvenimenti
esteriori con quelli interiori che accadono in noi. Allora possiamo
realizzarci, possiamo anche oltrepassare quella tentazione alla solitudine che
a volte nasce perché ci lasciamo imprigionare dagli egoismi, dalle apatie,
dalle indifferenze, dai rifiuti, a volte certo anche giustificati.
La seconda premessa, per addentrarci in un
contesto più ampio, è questa: al di là di quello che noi siamo, al di là delle nostre
condizioni di solitudine e di isolamento, possiamo essere soli anche in mezzo a
famiglie intere, possiamo sentirci soli anche all’interno di una folla immensa
e invece non sentirci soli anche quando fossimo nel deserto. “Il grande
silenzio”, che è stato fatto in un monastero certosino in Francia, nell’alta
Savoia, ci dice come anche nel silenzio assoluto, anche in un colloquio che
passa soltanto dalla preghiera, dalla preghiera anche comune, con la voce della
bellezza di queste montagne incantate, innevate, si possa riscattare la propria
apparente solitudine negativa per farne invece la più alta e profonda esperienza,
anche se per noi che viviamo nel mondo non può se non essere soltanto un
momento della nostra vita: guai se vivessimo soltanto sprofondati
ininterrottamente anche nella solitudine più autentica e profonda! Dunque la
seconda premessa è la libertà, e anche qui le parole che ha scritto don Giussani
sono tra le più profonde. Io leggo moltissimo, a dire la verità, ma immagini,
parole, pensieri come questi non li ho mai trovati. Certo, io ho davanti
l’immagine di queste parole immerse nei gesti, nella semplicità e nella
trasparenza sconvolgente con cui anche i pensieri più profondi venivano da don Giussani
testimoniati con una semplicità che, in realtà, è la categoria più infrequente
ma forse anche più preziosa nella nostra vita. E allora c’è una sola cosa che è
insopportabile per l’uomo religioso, e possiamo esserlo tutti al di là delle
nostre fedi, cioè negare che ci sia qualcosa di infinito in noi, qualcosa che
Leopardi aveva colto, ed è questo il motivo per cui don Giussani lo amava,
avendo scoperto in Giacomo Leopardi questa ansia di infinito, e poi la
percezione che soltanto nella speranza – con la quale concluderò – è possibile
ritrovare un senso nella vita.
La speranza, come ha scritto nella sua
splendida enciclica “Spe Salvi” Benedetto XVI, è relazione, non dimentichiamolo
mai questo. Ecco allora le parole di Giussani: “L’unica cosa insopportabile
all’uomo religioso è che il nome…….” – è un tema questo di rovente attualità ed
è per questo che profeticamente, anni fa, don Giussani aveva intuito l’enorme
sviluppo che le neuroscienze stanno assumendo, ma anche certi rischi fatali che
sul piano del riduzionismo queste scienze arrivano a proporre, come se tutto potesse
essere ritrascritto in termini di semplice fisiologia o neuro-fisiologia. La
natura invece si pone davanti all’immagine del mistero che la fa cosciente di
sé, autodeterminantesi, libera. “E’ contro questa riduzione, contro il
riduzionismo che oggi è cosi dilagante, che noi ci ergiamo”. Questa parola non
è infrequente in don Giussani. Questa rivolta interiore a volte è
indispensabile, necessaria, quando l’anima sembra essere immersa nelle nebbie
della speranza cristiana, ed è invece sommersa dai soli accecanti delle
avanzate tecnologie che lasciano scoperta, insicura, debole la nostra anima,
soprattutto la nostra speranza. Cito anche un pezzo in cui Giussani parla di un
filosofo marxista che ha scritto un libro importantissimo perché ha saputo
cogliere anche le contraddizioni che esistono nella speranza. Faccio questa
citazione anche perché così possiamo cogliere ancora una volta la dimensione
sconfinata della cultura non solo religiosa e teologica, ma anche filosofica di
don Giussani. “Diceva Bloch – ne Il Principio Speranza, per chi abbia voglia
di leggere i tre volumi di più di mille pagine – che all’inizio di questo
secolo la scienza troppe volte racconta una infinità di piccole verità in
funzione di una grande menzogna, e la grande menzogna è quella che io – don
Giussani, appunto – ho chiamato riduzione dell’uomo”. Da una parte c’è questo
invito, questo slancio continuo a guardare dentro di noi, dall’altra la
coscienza che siamo liberi, e allora siamo anche liberi di trasformare la
solitudine, che di per sé, è anche un’esperienza umana altamente significativa come
anche don Giussani ha scritto, in isolamento. Ma dobbiamo riuscire a fuggire, a
cancellare le tracce dell’edonismo, dell’egoismo feroce che tende a fare di
ciascuno di noi, come abbiamo sentito da Rondoni, delle monadi con delle
finestre sempre chiuse che non guardano. A che cosa non guardano? Al dolore che
c’è nel mondo, ma anche alle gioie che ci sono nel mondo, alle gioie che
possono essere vissute interiormente soltanto se riusciamo a donarle a
qualcuno, a qualcosa che ancora una volta ci riconfermi come non siamo fatti
per essere soli, per l’isolamento, per la solitudine negativa, per l’egoismo.
Siamo fatti invece per aprirci continuamente all’incontro con gli altri.
Una delle esperienze recenti che più mi hanno
sconvolto e che ancora oggi mi commuovono, ho potuto viverla, coglierla, anche
in questo incontro che ho avuto a Milano con le famiglie dell’accoglienza. Qui
ho trovato una testimonianza straordinaria di che cosa significhi vivere una
speranza personale non per chiuderla nei confini del nostro io, della nostra
solitudine, ma invece per donarla agli altri. In realtà la speranza oltre ad
essere relazione, come ha scritto Benedetto XVI, è anche donazione di sé, capacità
di trasmettere la torcia della speranza. Questi contesti famigliari cosi
osteggiati, cosi feriti, a volte anche cosi sopraffatti da realtà alle quali
non è possibile resistere, con quello che fanno miracolosamente per
l’assistenza mi hanno fatto capire che cosa avrei potuto proporre a chi sta
parlando e anche a voi: essere soli, vivere una condizione di isolamento
assoluto si può a volte, anche se questa è l’ultima delle condizioni umane,
quando la speranza, questa stella del mattino che comunque accompagna sempre la
nostra esistenza e la nostra vita, si riaccende, anche nel momento in cui le
ombre della vita si fanno intense.
Mi avvio alla conclusione di questa mia
riflessione che riesco a fare solo quando trovo assemblee in cui non posso non riconoscere
questa voce segreta che parla in noi, che ci rende gli uni vicini agli altri,
sia pure nel silenzio, perché questa appunto è la voce della speranza,
dell’isolamento riscattato e trasformato in solitudine. Anche queste bellissime
immagini che ho visto adesso del carcere mi sembra proprio che dimostrino come
la dimensione umana dei carcerati, l’essere soli senza speranza, l’essere soli
senza nemmeno il desiderio dell’altro e non solo l’essere soli senza l’altro,
possa appunto mutare in solitudine, questo vuole essere il piccolo messaggio
che vorrei lasciare a chi ci sta ascoltando e anche a me che sto parlando. Anche
in condizioni di isolamento estremo, anche quando non sembrano esserci più
finestre che si aprono nella nostra anima, quello che accade fuori da queste
situazioni, questa donazione continua agli altri, può trasformare l’isolamento,
questo silenzio muto, in una solitudine che continua certo nel carcere ma che
si trasforma in una condizione umana dalla quale non possiamo certo fuggire.
A questo punto cito Etty Hillesum, come ho
fatto anche quando ho parlato a questo incontro sulle famiglie dell’accoglienza,
che sono ancora cosi incredibilmente vive in me, perché è una testimonianza
altissima, una delle più belle che si possa dare. Qui ci sono moltissimi
giovani che comunque conoscono certo la storia, sanno che cosa è accaduto in
quei luoghi terrificanti da cui si è levata poi, ad esempio, la voce di una
testimonianza luminosissima, radiante, redentrice e profetica. Etty Hillesum, che
è stata prigioniera in un campo di concentramento tedesco, ha scritto un diario
brevissimo che siete in dovere di ricordare, come Marina Corradi che scrive su
Avvenire ha fatto trasformandolo in una riduzione drammaturgica, cogliendo e
salvando anche lo spirito essenziale della cosa. Ho voluto in qualche modo
storicizzare il mio discorso, legando le sue parole alla parola infallibile di don
Giussani ma anche a quelle che sono le testimonianze inconsce. Etty Hillesum di
certo non lo ha mai conosciuto, ma le cose che dice mi sembrano davvero vicine
a quelle che don Giussani ci ha testimoniato e che ci continua a testimoniare. Che
cosa poteva accadere a lei prigioniera? In quella condizione di terrore senza
fine non poteva se non essere travolta dalla disperazione e dalla perdita di
ogni speranza, e senza speranza si muore. Etty Hillesum dice: “Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno.
M'innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offre riparo, mi ritiro
nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più ‘raccolta’,
concentrata e forte. Questo ritirarmi nella chiusa cella della preghiera,
diventa per me una realtà sempre più grande”.
Ecco allora come da un titolo che spalanca orizzonti dinnanzi a noi possono
anche scaturire esperienze di vita, come quelle che ho cercato di raccontare,
esperienze di vita come quella di Etty Hillesum.
Ma in questi pochi minuti che rimangono vorrei
fare un ultima citazione di don Giussani, perché potrebbe nascere in voi la
domanda su come si possa oltrepassare l’isolamento in cui a volte anche noi
precipitiamo, o su come si possa superare la solitudine, sebbene bella intensa e
profonda, quando si prolunga troppo impedendoci di trasformarla in una matrice
di comunione e comunicazione. Si può andare oltre soltanto se ci capita di
incontrare qualcuno, nel nostro cuore prima di tutto, certo, ma anche nella nostalgia
e nella realizzazione di un incontro. E allora ecco l’ultima citazione di
Giussani: “La parola incontro implica in primo luogo qualcosa di imprevisto e
di sorprendente”. Il passante ve lo ricordate, il mendicante sul quale anche don
Giussani ha scritto, su cui ha detto cose che sono uno scandalo per la
coscienza moderna ma che dovrebbero essere invece uno stimolo profondo per le
nostre coscienze. In secondo luogo la parola incontro implica qualcosa di reale
che ci tocca concretamente, che interessa la nostra vita. Cosi inteso ogni
incontro è unico, anche quello di stasera per me, perché le circostanze che lo
determinano non si ripeteranno mai più così. Proprio perché ogni incontro,
auguriamoci che la nostra vita sia piena ogni giorno di incontri con altri, è
un brano preciso della voce che chiama ciascuno di noi per nome, ogni incontro
è una grande occasione offerta dal mistero di Dio alla nostra libertà. Il mio
cammino si chiude qui, grazie.
MODERATORE:
Il professore ci ha dato un primo affresco su
cosa significa trasformare l’isolamento in solitudine, una solitudine che non
sia amara, ma occasione per prendersi di più sul serio, come ha esordito
all’inizio. Cesana, cosa vuol dire invece per te provare, o cosa intendi tu per
questo passaggio tra l’isolamento e la solitudine? O anche non solitudine?
GIANCARLO CESANA:
Ecco, l’intervento del professor Borgna mi costringe
a fare una premessa che non avevo previsto. C’è un livello dell’esperienza in
cui si è soli, si è inevitabilmente soli perché nessuno, nemmeno Dio, può
prendere il nostro posto. Questo è il momento in cui si muove l’amore, in cui
si decide la libertà, si accetta o si rifiuta, cioè si ama. Si decide cioè che
non si è soli, che non si è isolati, che non si è monadi, e voglio parlare dei
passaggi che, almeno nella mia esperienza, aiutano a fare questo percorso: il
percorso di amare, cioè il percorso di uscire dalla solitudine, che è una
questione di ragione.
Il primo passaggio, il primo aspetto
dell’uscita dalla solitudine, è il riconoscimento che siamo dipendenti. È
l’aspetto più fisico, più grossolano, e forse anche per questo più trascurato.
Per vivere abbiamo bisogno dell’aria, abbiamo bisogno di essere accuditi, e il bambino
ha bisogno di essere accudito per molti più anni dei cuccioli del cane o del
topo. Sarà che diventando nonni si diventa più teneri, ma a me colpisce molto
la fragilità dei bambini, la loro esposizione sia in termini fisici che
psichici, e la cura, in fondo consapevole o inconsapevole, che ci vuole per
farli diventare grandi. Siamo dipendenti, non ci siamo fatti da soli e non ci
facciamo da soli, abbiamo bisogno di bere, abbiamo bisogno di mangiare, abbiamo
bisogno di un contributo esterno a noi. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci
venga dato, lo diceva don Giussani nel Senso
religioso: per il fatto stesso che uno fa un respiro afferma qualcosa
d’altro. Afferma ciò da cui dipende. Però la dipendenza, come capite bene, non
è immediata, bisogna riconoscere di essere cosi, ma può non essere un fattore
di grande soddisfazione perché la dipendenza, quando è totale, diventa
schiavitù e quindi è un legame che lascia soli, poi vedremo il perché.
Il secondo aspetto, il secondo livello in cui
si percepisce, si può percepire l’uscita dalla solitudine è la corrispondenza,
cioè si dipende, ma è ciò da cui si dipende che dà anche soddisfazione.
Certamente dipendiamo dall’aria per vivere, però respirare a pieni polmoni in
un mattino azzurro di montagna è piacevole, è bello, corrisponde, ci sentiamo
fatti per questo. Quindi siamo in un mondo in cui quello da cui dipendiamo ci dà
anche piacere, ci dà anche gusto. Come si può capire bene in negativo da due osservazioni,
una di Dobraczynski, un autore che ha scritto di santi, che fa un’osservazione
molto acuta, molto banale ma acuta: “La gente cerca quello che ha a portata di
mano”. Tutti noi cerchiamo quello che abbiamo a portata di mano, e ci
disperiamo quando scompare ciò che prima non apprezzavamo. Perché noi di questa
corrispondenza che la realtà manifesta nei nostri confronti, per cui noi siamo
fatti per la realtà e la realtà è fatta per noi, proprio come della dipendenza
dalla realtà, neanche ci accorgiamo. Ce ne accorgiamo quando viene meno, quando
la macchina si rompe, quando chi è vicino ti fa uno sgarbo, quando chi doveva
servirti si ribella. Quando quello che noi abbiamo cercato, avendolo a portata
di mano, a un certo punto viene meno, allora ci dispiace, ci disperiamo e ci
arrabbiamo. È impressionante come questo sia uno dei motivi fondamentali dei
litigi quotidiani, dei litigi familiari più banali. Quello che non va come è
sempre andato, come avrebbe sempre dovuto andare, diventa un fatto irritante,
ma questa è riprova del fatto che in effetti la realtà ci corrisponde.
Anche secondo una diagnosi ideologica, si può
dire quello che diceva Simone Weil parlando della condizione operaia, che
secondo me non si applica a qualsiasi tipo di lavoro, perché ci sono degli
impiegati che lavorano esattamente come gli operai, dove la ripetitività è
praticamente la stessa in umore uguale, con lo stesso stipendio e lo stesso
senso di oppressione. Si è un oggetto in preda alla volontà altrui. Siccome non
è naturale per un uomo diventare una cosa, è il problema della dipendenza di
prima, siccome non c’è costrizione tangibile, non c’è l’aguzzino di Auschwitz,
che citava prima il Professor Borgna, non c’è frusta, non ci sono catene,
bisogna piegarsi da soli a questa passività. Come sarebbe bello poter lasciare
l’anima dove si mette il cartellino di presenza e riprenderla all’uscita, ma
non si può: l’anima la si porta con sé in officina, in ufficio, al lavoro,
bisogna farla tacere per tutta la giornata. All’uscita spesso non la si sente
più perché si è troppo stanchi. C’è proprio una caduta dell’io quando viene
meno la corrispondenza, quando viene meno il gusto del vivere che si ricava
dalle cose l’io si affloscia. È una questione drammatica e lo si può capire
bene da quello che dice don Giussani nel decimo capitolo del Senso religioso, che è uno degli esempi
che mi ha sempre colpito di più, proprio perché descrive benissimo il problema
della vita, il problema che sento gravemente io nella mia vita. Immaginate di
uscire dalla pancia della vostra mamma con la testa che avete oggi, con le
capacità che avete oggi, con la sensibilità che avete oggi. Il primo moto dello
sguardo sarebbe di stupore per tutto quello che c’è. Perché si sente la
corrispondenza, cioè si sente che quello che c’è è fatto per me e che io sono
fatto per quello che c’è. Questo è un grandissimo punto. Il bambino cresce
dentro questo punto, senza accorgersene, ma questa corrispondenza è ciò che lo
fa crescere. Infatti, se non percepisce nulla psicologicamente esplode. Il
mistero dell’autismo, il mistero della follia, nasce da qui, dalla mancata
percezione della corrispondenza, cioè dalla percezione che con la realtà in
fondo non c’è alcun nesso, non c’è rapporto, non è fatta per me ed io non sono
fatta per lei. La prima reazione, dunque, è di meraviglia ma dopo insorge la
contraddizione, certo. C’è lo stupore nel vedere la montagna, lo stupore che
tante volte ho sentito citare davanti al Monte Bianco, perché andiamo spesso a
far le vacanze all’Aquino, ma poi vien giù la valanga perché la vita è piena di
valanghe. E allora viene fuori un’opzione, perché il problema della
corrispondenza imposta e obbliga a un’opzione, obbliga a una decisione. È il
problema del riscontro nella vita di una corrispondenza, cioè del fatto che la
realtà è fatta per me e io sono fatto per lei, ma questo viene contraddetto, la
vita non è una cosa piana, non è, come dico sempre, un film perché la vita è
peggio del cinema: noi andiamo al cinema per recitarci, ma la vita è peggio. Qui
mi viene posta un’opzione, una decisione: che cosa vale, la meraviglia iniziale
o la decisione successiva? La delusione è una questione grave, gravissima, e
può far perdere il gusto di vivere. Anzi, capisco che c’è un’impostazione
dell’esistenza dove questa delusione in fondo è una specie di principio non
conoscitivo.
Mi vengono sempre in mente due cose. Primo,
un’esperienza che ho fatto diverse volte, e che però mi ha molto colpito una
volta per la risposta che ho avuto. Insegnando storia della medicina, nelle
ultime due ore affronto sempre i problemi cosiddetti della bioetica, la nascita
l’aborto, e lì mi gioco sempre il giudizio favorevole degli studenti perché
litigo. A un certo punto, naturalmente io dico quello che penso riguardo a
queste cose, io arrivo alla mia opinione, perché se lo dico subito non c’è più
gusto, poi chiedo a loro cosa ne pensano, perché gli studenti ti guardano sempre
con gli occhi lessi, e allora la situazione si vivacizza. Se chiedo: “Tu cosa
pensi? Che cosa pensi dell’uso della ritalina con i bambini per tenerli calmi?”,
per esempio. Risposta: “Ognuno la pensa come vuole”. Non mi rispondono dicendo
cosa pensano, ma dicendo che ognuno può pensarla come vuole e questa è la
soluzione della questione: questo vuol dire che non c’è il gusto del vivere.
Non c’è riscontro di una corrispondenza, come fattore di conoscenza. Come
diceva Teilhard de Chardin, citato sempre da don Giussani, “il pericolo
maggiore che possa temere l’umanità oggi non è una catastrofe che venga dal di
fuori, una catastrofe stellare, non è la fame, né la peste”. Era un ottimista
perché veniva prima di tutti i problemi alimentari che abbiamo oggi, delle
malattie infettive. “Però – continua – è invece quella malattia spirituale, la
più terribile, perché il più direttamente umano tra i flagelli, che è la
perdita del gusto di vivere”. È quello che don Giussani vedeva nei giovani di
20 anni fa, cioè che non hanno l’energia affettiva, non hanno il gusto della
vita, non si attaccano, ed è bellissima la conclusione del professor Borgna a
riguardo dell’incontro, quando ha detto con un famoso esempio: “I giovani sono
grandi, grossi, però sono malati dentro”. E diceva “Il rimedio, l’unico rimedio
è l’incontro”. La conclusione del professor Borgna è verissima, cioè ci vuole un
fatto che ti coinvolga totalmente, sia la tua intelligenza che la tua libertà
perché la solitudine non è l’essere da solo, ma l’assenza di significato. Si
può essere in mezzo a milioni di persone ed essere da soli come cani. Penso
sempre alla gente che va da sola al cinema: vanno da soli al cinema, in mezzo a
tanta gente, al buio, per essere da soli perché quelle presenze non hanno
significato.
Veniamo al terzo passaggio, alla terza
considerazione. La corrispondenza e l’opzione per la corrispondenza sono un
movimento della ragione, ma a un certo punto arriva una questione, quella che
rompe effettivamente la solitudine, appunto l’incontro che è il dono. Ciò che
rompe la solitudine è la coscienza che la vita è un dono. Non la vita nel senso
che io sono nato solo, ma tutta la vita è fatta di dono. Ricordate la frase
pluricitata di Madre Teresa: “Abbiamo raccolto un uomo dalle fogne, mezzo
mangiato dai vermi, e lo abbiamo portato a casa”. E lui ha detto: “Ho vissuto
per strada come un animale ma morirò come un angelo amato e curato, un dono”.
Ed era così meraviglioso vedere la grandezza di quell’uomo che poteva morire
senza darne la colpa a nessuno, senza maledire nessuno, senza fare paragoni.
Questa è la grandezza dei nostri poveri, la scoperta della vita come dono.
Questa è la rottura definitiva della solitudine e il principio dell’incontro. Abbiamo
ascoltata tutti Vicky dire: “Tu hai un valore, mi diceva Rose, ed è un valore
più grande della malattia. Se Rose mi guarda in questo modo, cioè come
portatrice di un valore più grande della malattia, pensavo, come sarà lo
sguardo di Dio?”. Ma questo è l’aspetto meno interessante, l’aspetto più
interessante è la frase che viene dopo: “Poi ho capito che nel volto di Rose,
stavo guardando il volto di Dio”. Cioè il segno, la potenza del segno, come
trasmissione del significato, cioè un rapporto che però non è più solo un
rapporto con te, diventa la possibilità del rapporto con tutto. Questo è il dono,
questa è la vita come dono, questo è il principio della carità, questo è il
principio dell’amore – non cito la parola amore perché può sembrare scontato. L’incontro
è quello che viene dato e in questo dato, in questo caso nel volto di Rose, “stavo
guardando il volto di Dio”, c’è la speranza, la speranza di tutto, la speranza
per tutto il mondo e per tutti. Questo è l’incontro, la trasmissione di questa
potenza di significato, perché la parola “significato” vuol dire rapporto. Il
significato è il rapporto delle cose con me e con tutto, un rapporto che mi
faccia come il povero di prima, quello lì che è morto come un angelo, che non
mi faccia più maledire nessuno perché è in questo modo che si può affrontare
anche la circostanza sfavorevole. È così che la ragione non decade più, perché
non è più sola e non è più sola perché ha qualcuno in cui poter credere, perché
per poter credere ci vuole qualcuno da seguire, qualcuno di visibile da
seguire, allora si crede. La fede è seguire qualcuno sennò è astratta, è
filosofia. La fede è seguire qualcuno ma non per lui, non per merito suo ma per
quello che porta, perché lui è il principio di un rapporto, introduce tutti a
un rapporto. È questo quello che rompe la solitudine, è questa coscienza. Nel
libro “Sunset limited”, di Cormac McCarthy, autore che sta diventando molto
famoso anche perché è molto cinematografato, e questo è un fatto, pensate a “Non
è un paese per vecchi” che, fra parentesi, nessuno ha capito che cosa vuol dire
perché soprattutto non è più un paese dove la saggezza conta, dove la
tradizione conta, dove la storia conta; comunque, il titolo “Sunset limited” è
riferito al nome di un treno, il Sunset
limited appunto, che passava nella metropolitana di New York e c’era lì uno
che si voleva buttare di sotto, un intellettuale bianco, un professore bianco
che era stanco e deluso dalla vita, che si voleva buttare sotto e arriva questo
povero cristo, negro, che vive proprio nei sobborghi di New York, perché chi è
stato a New York può vedere dei quartieri che sono esattamente come le Favelas
di Rio de Janeiro, uguali, precisi, identici. Il negro lo porta a casa sua e
poi tutto il libro, che è piccolino, è un dialogo tra i due uomini dove il
negro è quello che ha l’impostazione positiva e il bianco quella negativa. Il
negro dice al bianco: “Credere non è come non credere. Uno che crede alla fine
arriva alla fonte della fede e non deve più cercare altro, non c’è un altro, ma
chi non crede ha un problema: si è messo in testa di sviscerare il mondo, ma
ogni volta che becca una cosa falsa ce ne trova sotto altre due da spiegare. Se
Dio, dopo aver creato il mondo, si è messo pure a girarci in mezzo, allora
quando uno si alza la mattina può mettere i piedi per terra senza preoccuparsi
di capire da dove è venuta quella terra”. Se c’è il significato, se c’è un
rapporto attraverso il quale posso entrare in rapporto con tutto il resto, non
devo preoccuparmi di capire sempre da dove viene tutto. Non devo avere l’ansia
di questo, ma se non è così, allora tocca trovare tutta un’altra spiegazione di
cosa uno vuole dire quando dice realtà, e tocca giudicare tutto quanto sotto
quella luce, sempre che poi sia una luce, anche te stesso. Quella domanda lì
vale per tutti: “E allora che dici Professore? Tu che non hai la fede, tu
esisti davvero?”. La solitudine è questo dubbio. Il romanzetto finisce in modo
drammatico perché praticamente, lo dico perché così nessuno si illude, il
bianco va via dalla casa del nero e va a suicidarsi una seconda volta. La cosa
impressionante è che prima sembra che il nero l’abbia vinta, ma poi si scontra
contro la durezza del bianco e ci rimane quando il bianco gli dice: “Lei disse
che io voglio l’amore di Dio, non è vero. Forse voglio il perdono, ma non ho
nessuno a cui chiederlo”. Falso, aveva lì quello che lo aveva salvato. “Non
posso tornare indietro”. Falso, poteva farlo benissimo. “E non posso rimettere
le cose a posto”. Può darsi, “ma tutto si può ricapitolare alla fine, magari
una volta, ma adesso no, adesso mi resta solo la speranza del nulla e a quella
mi aggrappo”. Così finisce. Cioè lui rifiuta il dono che ha davanti, rifiuta
chi lo ha salvato. Questo è veramente terribile perché non avere fede è contro
la ragione. Ecco il vero principio della solitudine. Invece, e non è affatto
scontato, sentite cosa dice Giussani e con questo concludo, ne Il miracolo dell’ospitalità: “Ci sono
tra di noi un’infinità di esempi che non ci possono lasciare oggi come ieri,
che destano in noi un’irrequietezza divina, cioè un’irrequietezza che cerca la
totalità, che cerca l’infinito, buona, sacrosanta, che fa prudere le mani. Non abbiamo
paura di seguire, ricordiamoci che tutto può accedere, se accade la prima cosa
cui siamo debitori, quella grazia per cui ti ho incontrato, amico. La vita è un
dono per quell’istante in cui ho sentito il mio destino identico al tuo, in cui
ci siamo incontrati, ci siamo riconosciuti anche senza dircelo, senza capire,
confusamente, tanto è vero che siamo qua”. Ecco la rottura della solitudine.
MODERATORE:
Non una conclusione, ma oltre al ringraziamento
doveroso a Giancarlo e al Professor Borgna, permettetemi una specie di rilancio,
perché la solitudine è un problema umano. Le montagne non si sentono sole, le
nuvole non si sentono sole, i cani, nonostante quello che diciamo, non si
sentono soli. L’uomo invece fa questa esperienza abissale, rispetto alla quale
occorre tutto il dono, tutto il riconoscimento della potenza di un dono che
viene da infinitamente altro, sennò la solitudine non si rompe. La caratteristica
dell’uomo solo, che non decide di accettare il dono, secondo quello che ci ha
chiaramente indicato Giancarlo, la caratteristica dell’uomo che accetta una
solitudine, l’isolamento, invece che la decisione di accettare il dono di cui i
segni sono infiniti nella vita, la caratteristica di quest’uomo è che si
annoia. Tanto è vero che i grandi geni del ’900, e anche prima, pensate a Leopardi
o Baudelaire, che dice che “la noia può inghiottire il mondo”, si annoiavano.
All’uomo solo sembra che il mondo venga inghiottito, che non ci sia più come se
gli fosse scomparso tutto di fronte agli occhi. “La noia inghiotte il mondo”
dice Baudelaire in una sua poesia. Eliot, grande lettore di Baudelaire, dice infatti
che “il mondo non finirà in uno schianto ma in un lamento”, finirà nel lamento
di uomini che non hanno più un rapporto positivo con la realtà. Il Meeting è
invece una manifestazione di uomini che non si annoiano, non di uomini buoni o
perfetti o giusti o che sanno più degli altri, ma di uomini che non si annoiano,
che hanno un rapporto positivo con la realtà per cui il mondo non finisce in un
lamento, ma ricomincia in ogni istante. Buonasera.