mercoledì 6 luglio 2011

"...ricordarsi del tempo felice..."

Sessanta anni fa, il 5 luglio 1961, Giorgio La Pira veniva eletto sindaco di Firenze, quello che è ancora nella memoria della gente il "sindaco santo". Preghiamo perchè lo Spirito Santo susciti altri uomini, pronti a sacrificare se stessi, il proprio tempo, le proprie energie, per il progresso civile, economico e morale (v. post precedente dal titolo "Il Kerygma - GMG 2000..." sul rapporto tra castità e giustizia sociale...) della nostra Italia, tutta intera, possibilmente...


Di seguito un profilo biografico e il testo di un discorso tenuto al Convegno dei Sindaci di tutto il mondo in Firenze nel "lontano" 2 ottobre del 1955.

1904
Giorgio La Pira, primogenito di una  famiglia di umili condizioni, nasce il 9 gennaio 1904 a Pozzallo (RG), in Sicilia.
Si diploma Ragioneria e poi si laurea in Giurisprudenza.
1925
Si trasferisce a Firenze su invito del prof. Betti suo docente; in seguito, nel capoluogo toscano, diventa docente di Diritto romano.
Tra il 1929 ed il 1939 svolge un’intensa attività di studio e di ricerca. Entra in contatto con l’Università Cattolica di Milano, avendo così l’opportunità di maturare la conoscenza e l’amicizia con padre Gemelli e con Giuseppe Lazzati.
1933
Ottiene la Cattedra di "Istituzioni di Diritto Romano".
Si impegna nell’Azione Cattolica fiorentina e lavora con zelo nell’opera di apostolato in zone particolarmente “difficili” dell’empolese. 
In quegli anni approfondisce l’amicizia con il cardinale Dalla Costa, arcivescovo di Firenze, dal quale impara il gusto per la lettura biblica, strumento privilegiato per leggere il presente.
1939
Fonda e dirige la rivista “Principi”, rivista che vuole sottolineare e difendere il valore della persona umana e della libertà. Il regime ne vieta la pubblicazione e La Pira è costretto a nascondersi.
1944
Tiene all’Ateneo Lateranense - su iniziativa dell’Istituto Cattolico Attività Sociali - un corso di lezioni, che poi l’anno successivo vengono pubblicate con il titolo “Le premesse della politica”.
Liberata Firenze l’11 agosto 1944, La Pira torna all’insegnamento universitario.
Inizia a studiare e ad approfondire la cultura cattolica francese e l’economia anglosassone; sostiene il diritto universale al lavoro e l’accesso generalizzato alla proprietà.
Il risultato di questo periodo di studio e riflessione è un testo noto: “La nostra vocazione sociale: valore della persona umana”.
1946
Viene eletto all’Assemblea Costituente.
Nel 1947, insieme a Dossetti, Fanfani e Lazzati, dà vita a “Cronache sociali”.
Durante la fase costituente lavora nella “Commissione dei 75”, offrendo il proprio contributo per la formulazione dei principi fondamentali, che richiamano in maniera esplicita la prospettiva personalista.
1951
Diventa sindaco di Firenze; ricopre tale carica, salvo brevi interruzioni, fino al 1965.
Lavora instancabilmente per il bene comune, dando prova dell’urgenza di tradurre in azioni concrete i principi non solo costituzionali, ma anche le istanze avanzate l’anno prima nel celebre saggio, apparso su “Cronache Sociali”, dal titolo “Le attese della povera gente”, in cui sostiene la necessità e la possibilità di garantire a tutti un lavoro ed una casa.
La sua opera di sindaco è segnata da pregevoli realizzazioni amministrative e da straordinarie, quanto necessarie, iniziative di carattere politico e sociale: vengono ricostruiti i ponti Alle Grazie, Vespucci e Santa Trinità distrutti dalla guerra; viene creato il quartiere-satellite dell’Isolotto; si costruiscono, in varie zone della periferia, moltissime case popolari; si riedifica il nuovo Teatro Comunale; si realizza la Centrale del Latte. Si mobilita per difendere il diritto all’occupazione di duemila operai fiorentini.
Con spirito audace e profetico promuove innumerevoli iniziative di pace, suscitando nella città di Firenze una vocazione alla dimensione mondiale. Promuove i "Convegni per la pace e la civiltà cristiana", che si svolsero dal 1952 al 1956 e che videro la partecipazione di uomini di cultura di tutto il mondo.
Nel 1955 i sindaci delle capitali del mondo siglano un patto di amicizia a Palazzo Vecchio.
Nel 1958 dà vita ai Colloqui Mediterranei, favorendo l’incontro tra arabi ed israeliani.
1966
Si ritira dalla scena pubblica, ma continua a lavorare per la pace e per il dialogo tra i popoli.
Muore a Firenze il 5 novembre 1977, in un “sabato senza vespri” così come aveva desiderato.
Il 9 gennaio 1986 è iniziato il processo di beatificazione.

 * * *


Il Sindaco santo di Firenze non a caso si interrogava sulla capacità di resistere di una umanità esposta al rischio mortale. E la sua risposta era che "le città sono vive" e portatrici di un diritto all’esistenza che viene prima del diritto degli Stati, detentori del monopolio della violenza. Le città infatti preesistono, anche cronologicamente, rispetto agli Stati moderni. Val dunque la pena di rileggere un brano di quel profetico discorso, presentato sotto il titolo:


PER LA SALVEZZA DELLE CITTA’ DI TUTTO IL MONDO

Le città hanno una vita propria: hanno un loro proprio essere misterioso e profondo: hanno un loro volto: hanno, per così dire, una loro anima ed un loro destino: non sono cumuli occasionali di pietra: sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora, in certo modo, misteriose abitazioni di Dio: Gloria Domini in te videbitur. Non per nulla il porto finale della navigazione storica degli uomini mostra, sulla riva dell’eternità, le strutture quadrate e le mura preziose di una città beata: della città di Dio!

La nostra disattenzione a questi valori di fondo, che danno invisibilmente ma realmente peso e destino alle cose degli uomini, ci ha fatto perdere la percezione del mistero delle città: eppure questo mistero esiste e proprio oggi - in questo punto così decisivo della storia umana - esso si manifesta con segni che appaiono sempre più marcati e che richiamano alla responsabilità di ciascuno e di tutti. Ebbene: questa epoca delle città nella quale siamo entrati coincide, per un misterioso paradosso della storia, proprio con l’epoca nella quale la contemporanea distruzione delle città essenziali può essere l’affare di pochi secondi! Non è ormai un sogno: entra nella zona delle cose possibili: nello spazio di poche ore la civiltà umana potrebbe essere radicalmente privata di Firenze e di tutte le capitali del mondo. Tutti si chiedono: - che sarebbe il mondo umano privato di questi centri essenziali, di queste fontane insurrogabili, di questi fari creatori di luce e di civiltà? Ecco il problema fondamentale dei nostri giorni: il quale ha anche una sua precisa impostazione giuridica. E’ il seguente. Hanno gli Stati il diritto di distruggere le città? Di uccidere queste "unità viventi" - veri microcosmi nei quali si concentrano valori essenziali della storia passata e veri centri di irradiazione di valori per la storia futura - con le quali si costituisce l’intiero tessuto della società umana, della civiltà umana? La risposta, a nostro avviso, è negativa. Le generazioni presenti non hanno il diritto di distruggere un patrimonio a loro consegnato in vista delle generazioni future! Il diritto all’esistenza che hanno le città umane è un diritto di cui siamo titolari noi delle generazioni presenti, ma più ancora quelli delle generazioni future. Un diritto il cui valore storico, sociale, politico, culturale, religioso si fa tanto più grande quanto più riemerge nella attuale meditazione umana, il significato misterioso e profondo delle città. Ogni città è una città sul monte, è un candelabro destinato a far luce al cammino della storia. Ciascuna città e ciascuna civiltà è legata organicamente, per intimo nesso e intimo scambio, a tutte le altre città ed a tutte le altre civiltà: formano tutte insieme un unico grandioso organismo. Ciascuna per tutte e tutte per ciascuna. Storia e civiltà si trascrivono e si fissano, per così dire, quasi pietrificandosi, nelle mura, nei templi, nei palazzi, nelle case, nelle officine, nelle scuole, negli ospedali di cui la città consta. Le città restano, specie le fondamentali, arroccate sopra i valori eterni, portando con sé, lungo il corso tutto, dei secoli e delle generazioni, gli eventi storici di cui esse sono state attrici e testimoni. Restano come libri vivi della storia umana e della civiltà umana: destinati alla formazione spirituale e materiale delle generazioni venture. Restano come riserve mai esaurite di quei beni umani essenziali - da quelli di vertice, religiosi e culturali, a quelli di base, tecnici ed economici - di cui tutte le generazioni hanno imprescindibile bisogno.

La città è lo strumento in certo modo appropriato per superare tutte le possibili crisi cui la storia umana e la civiltà umana vanno sottoposte nel corso dei secoli. La crisi del nostro tempo - che è una crisi di sproporzione e di dismisura rispetto a ciò che è veramente umano - ci fornisce la prova del valore, diciamo così, terapeutico e risolutivo che in ordine ad essa la città possiede. Come è stato felicemente detto, infatti, la crisi del tempo nostro può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della città. Ebbene: questa crisi non potrà essere risolta che mediante un radicamento nuovo, più profondo, più organico, della persona nella città in cui essa è nata e nella cui storia e nella cui tradizione essa è organicamente inserita. E prima di finire questo discorso sul valore delle città per il destino della civiltà intiera e per la destinazione medesima della persona, permettete che io dia un ammirato sguardo di insieme alle città millennarie, che, come gemme preziose, ornano di splendore e bellezza le terre dell’Europa e dell’Asia. Signori, ci vorrebbe qui, per parlare di esse, il linguaggio ispirato dei profeti: di Tobia, di Isaia, di Geremia, di Ezechiele, di San Giovanni Evangelista. Per ciascuna di esse è valida la definizione luminosa di Péguy: essere la città dell’uomo abbozzo e prefigurazione della città di Dio. Città arroccate attorno al tempio; irradiate dalla luce celeste che da esso deriva: città nelle quali la bellezza ha preso dimora, s’è trascritta nelle pietre: città collocate sulla montagna dei secoli e delle generazioni: destinate ancora oggi e domani a portare alla civiltà meccanica del nostro tempo e del tempo futuro una integrazione sempre più profonda ed essenziale di qualità e di valore! Ognuna di queste città non è un museo ove si accolgono le reliquie, anche preziose, del passato; è una luce ed una bellezza destinata ad illuminare le strutture essenziali della storia e della civiltà dell’ avvenire. Le città non possono essere destinate alla morte: una morte, peraltro, che provocherebbe la morte della civiltà intiera.

… e nelle città ci sono i bambini: il futuro dell’umanità.

La nuova e drammatica congiuntura internazionale mette tutti in mare aperto. E se da una parte torna l’ammonimento del vecchio Seneca: "Nessun vento è favorevole per chi non conosce il porto", dall’altra si tratta di riattivare l’attenzione nei confronti dei fondamenti della ispirazione. Nella stagione soprattutto in cui la politica è desolatamente povera di ragioni.

E’ opportuno tornare alla motivazione weberiana, attenta alla teologia protestante della vocazione e capace d indicare la categoria della possibilità come il luogo di una politica di alto profilo e di volo profetico e utopico, incapace perciò di essere ridotta a malinconica amministrazione.

Illuminante risulta in tal senso la lezione tenuta all’Università di Monaco nel 1919, dal titolo Politik als Beruf, la politica come professione, scritta significativamente durante la crisi della Repubblica di Weimar. "La politica - dice Weber - consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà da compiersi con passione e discernimento al tempo stesso. E’ perfettamente esatto, e confermato da tutta l’esperienza storica, che il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’ impossibile. Ma colui il quale può accingersi a questa impresa deve essere un capo, non solo ma anche, in un senso molto sobrio della parola, un eroe. E anche chi non sia né l’uno né l’altro, deve forgiarsi quella tempra tale da poter reggere anche al crollo di tutte le speranze, e fin da ora, altrimenti non sarà in grado di portare a compimento quel poco che oggi è possibile. Solo chi è sicuro di non venir meno anche se il mondo, considerato dal suo punto di vista, è troppo stupido o volgare per ciò che egli vuole offrirgli, e di poter ancora dire di fronte a tutto ciò: "Non importa, continuiamo!", solo un uomo siffatto ha la "vocazione" per la politica".