Di seguito il testo della allocuzione del cardinale Angelo Scola all'Heythrop College di Londra oggi pomeriggio: "Per cristiani e musulmani un'ipotesi da cui ripartire"
1. L’esperienza dell’humanum
Nel momento in cui, quasi dieci anni or sono, abbiamo deciso d’intraprendere l’avventura di Oasis, abbiamo scommesso sul fatto che l’incontro fosse possibile. Era ed è possibile comunicare, perché i soggetti condividono molte domande di fondo e una medesima esperienza a livello degli affetti, del lavoro, del riposo. Come ebbe ad affermare il Beato Giovanni Paolo II, «eppure esiste qualcosa che può essere chiamato esperienza dell’uomo» . L’avversativa con cui si apre la frase mostra la non ingenuità della sua posizione. In effetti, se è vero che questa esperienza comune dell’humanum esiste, è anche vero che essa non si dà mai “allo stato puro”. Si esprime sempre culturalmente e non potrebbe essere altrimenti, perché, come insegna sempre Giovanni Paolo II nel suo celebre discorso all’Unesco del 1980: «L’uomo non può essere fuori della cultura. La cultura è un modo specifico dell’ “esistere” e dell’ “essere” dell’uomo». Se dunque esistono domande ultime che attraversano le espressioni culturali attingendo alle radici profonde dell’esperienza umana, ciò significa che le diverse culture sono potenzialmente comprensibili le une alle altre. Si possono incontrare. Le esperienze delle une sono, per dir così, traducibili nelle altre.
È un fatto tuttavia che il livello di traducibilità varia molto da epoca a epoca. Ci sono periodi in cui la comunicazione tra civiltà e religioni sembra quasi impossibile, ce ne sono altre invece in cui l’emergere di domande comuni facilita lo scambio. Pensiamo a quando il gesuita Matteo Ricci si affacciava alla Cina o al viaggio che il grandissimo scienziato musulmano al-Bîrûnî compì in India alle soglie dell’anno mille. Per entrambi approdare nel lontano Oriente era quasi come essere scaraventati su un altro pianeta. Oggi invece, in forza del processo di “meticciato di civiltà”, attraversiamo uno di quei momenti in cui le culture e le religioni sono costrette, quasi loro malgrado, a interloquire tra di loro. Il fenomeno non esclude, essendo la storia il luogo della libertà, la possibilità di un nuovo allontanamento nel futuro, né vuole nascondere la realtà di interpretazioni fondamentalistiche e violente che di fatto impediscono la comunicazione. Ciononostante, riteniamo che dai fatti emergano con sufficiente chiarezza alcune domande comuni, almeno per chi è disposto ad ascoltarle.
2. Le domande comuni
Possiamo sintetizzare tali domande nella loro forma minima in questi termini: che uomo vuol essere l’uomo del terzo millennio? Un interrogativo solo apparentemente astratto, visto che la risposta ha fondamentali ricadute pratiche: ad esempio la possibilità o meno di arrestare il dissesto ecologico ; oppure la questione della tecno-scienza, il rischio di ridurre l’uomo al suo proprio esperimento; oppure ancora la forma che l’economia mondiale assumerà in risposta alla crisi finanziaria. In particolare, per quel che riguarda i rapporti tra cristiani e musulmani, mi pare che quattro siano gli ambiti in cui la comune domanda sull’umano si esprime oggi con particolare forza, in un interrogarsi reciproco che può risultare molto arricchente.
2. 1. Verità libertà
Il primo livello, il più radicale, è quello del nesso verità-libertà. Come si può tenere insieme la tensione per la verità e il riconoscimento dell’intangibilità della libertà personale? Si può essere certi che qualcosa è oggettivamente vero, per sé e per tutti, e al tempo stesso accettare che altri non condividano o condividano solo parzialmente questa nostra convinzione? Qui evidentemente nessuno può pretendere di salire in cattedra, perché l’equilibrio tra le due istanze, sempre drammatico e precario, chiede di essere ogni volta riguadagnato. L’Occidente sembra aver abdicato alla tensione per la verità pro bono pacis, per amore di una convivenza che tuttavia si dimostra sempre più precaria perché fondata su pure considerazioni utilitaristiche. D’altro canto le difficoltà e le negazioni che la libertà religiosa (che è più ampia della sola libertà di culto) continua a incontrare in diverse zone del mondo musulmano dimostra che anche a quelle latitudini la soluzione resta ancora da trovare. Significativamente, studiosi come Olivier Roy ritengono che proprio intorno alla libertà religiosa si catalizzeranno a breve le tensioni delle società musulmane, mano a mano che esse abbandonano il loro assetto tradizionale. Al riguardo, l’insegnamento del Concilio Vaticano II offre la possibilità di una fondazione non-relativistica della libertà religiosa. A livello pratico occorre tuttavia riconoscere con realismo che questa consapevolezza fatica a farsi strada: o si inclina al relativismo, anche tra i credenti, come avviene non di rado in Occidente, o si limita la libertà religiosa fino a sopprimerla, come in alcuni Stati che si autodefiniscono “islamici”. Ecco dunque un primo ambito di lavoro, che facilmente può estendersi ad abbracciare la questione della violenza, del terrorismo e della guerra, ma anche quella della concezione della democrazia e della libertà di espressione.
2.2. “Pensare” la crisi
Altrettanto urgente appare un confronto serio sulla crisi economico-finanziaria, come espressione più macroscopica del generale travaglio che le società post-moderne attraversano. A due passi dalla city non ho certo bisogno di insistere su questo punto. Come ha ricordato Benedetto XVI nella sua enciclica Caritas in veritate, non è sufficiente procedere a un’operazione di cosmetica, una modesta iniezione di etica per umanizzare un mercato assunto come fatto naturale invece che culturale. È necessario, come ricorda il Papa, allargare la ragione economica, aprendola alla logica del dono, del gratuito. Su questo punto, la dottrina sociale della Chiesa è quanto mai lontana da un discorso pietistico-moralista. La centralità della gratuità nella strutturazione delle società umane emerge ad esempio dagli studi dell’antropologo Marcel Mauss, certamente non un pensatore devoto . La crisi in realtà rappresenta la confutazione dell’idea che si possa fondare una convivenza autenticamente umana sulla semplice accettazione del reale empirico.
Queste considerazioni antropologiche non intendono in nessun modo oscurare l’estrema gravità politica del momento, dominato da quella che in altra sede ho chiamato la “guerra dello spread”. A Von Clausewitz si deve il celebre detto che la guerra è la politica continuata con altri mezzi. Oggi però, stante la grave crisi di cultura politica, la finanza rischia di diventare la guerra continuata sotto altra forma. Quale può essere l’alternativa? A mio avviso, una nuova idea di Europa. Non si tratta naturalmente di contrapporre retoricamente l’Europa degli ideali a quella della finanza, anche perché, in questa contrapposizione, è già chiaro chi vincerebbe. Si tratta piuttosto, dall’interno di meccanismi con i quali occorre fare i conti, di riformulare l’idea di fondo – con una nuova energia creativa – che portò intorno a uno stesso tavolo Paesi che si erano ferocemente combattuti lungo quasi mezzo secolo. L’ipotesi da cui ripartire fu che i bisogni, da causa di conflitto, potevano diventare occasione di collaborazione. È stato vero sessant’anni fa, in condizioni molto peggiori delle attuali, può essere vero anche oggi.
2.3. Pratica religiosa e secolarizzazione
La crisi però potrebbe riservarci altre sorprese. Se la società tecnologica, debole in fatto di ideali, tende a espellere il senso religioso, non è impossibile che il suo stallo apra a un ritorno del trascendente. Dove stiamo andando al riguardo? I dati sono quanto mai contraddittori. Benedetto XVI non cessa di segnalare il preoccupante affievolirsi della pratica religiosa in Europa , un fenomeno da cui anche le comunità musulmane del Continente non sembrano andare esenti, a detta di diversi studi sociologici. E tuttavia l’esistenza di realtà che si sottraggono a questa diagnosi è un segno altrettanto evidente, come si può osservare con chiarezza – mi pare – anche nel Regno Unito. Per quanto riguarda invece i Paesi a maggioranza musulmana la pratica religiosa sembra aver toccato uno dei punti più alti della loro intera storia, al punto che di recente il giurista Yadh Ben Achour ha stigmatizzato quella che ha definito “indigestione di religione” . Tanto più sorprendente suona allora la diagnosi di vari analisti, tra cui l’islamologo tunisino Abdel Majid Charfi, che al Comitato di Oasis di quest’anno parlava di una secolarizzazione e addirittura di una secolarizzazione «rampante», pur dietro la facciata di un’adesione religiosa formale. Credo che un’interrogazione seria su questo punto, tra cristiani e musulmani, sia del massimo interesse. Siamo in grado di avanzare un’ipotesi circostanziata circa il cosiddetto processo di secolarizzazione, che in realtà presenta differenze marcate secondo le varie nazioni e regioni, oppure assumiamo le nostre categorie dalla lettura finalistica della modernità, magari ponendoci in antagonismo ad essa? Come uomini delle religioni, siamo anti-moderni o post-moderni?
2.4. Le urgenze etiche
Cito per ultimo l’ambito che forse verrebbe spontaneamente in mente per primo, quello cioè delle questioni etiche. Una scelta voluta, per evitare di ridurre l’intera pratica dell’incontro tra cristiani e musulmani all’individuazione di alcuni valori comuni da proteggere. Senza misconoscere il valore di tale approccio, occorre riconoscere che di per sé solo sarebbe limitante, per la sua natura essenzialmente difensiva. Resta comunque vero che su numerose questione etiche cristiani e musulmani, insieme a tanti altri uomini e donne, credenti e non, possono e anzi devono collaborare, tanto più che i problemi si presentano spesso in modalità quasi identiche. La «controversia sull’humanum» di cui parlò Giovanni Paolo II potrebbe sfociare in ciò che Lewis definiva «abolizione dell’umano» e sarebbe assurdo, in una società pluralista, rinunciare a far udire una voce sola tutte le volte che ciò sia possibile. La posta in gioco è troppo alta per permettersi un tale lusso.
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La risposta di Abdal Hakim Murad al testo pronunciato dal Cardinal Scola all'Heythrop College di Londra oggi 15 novembre 2012.
Nel nome di Dio clemente, misericordioso.Come musulmano sono grato al Cardinale per i punti che ha toccato nel suo intervento. La sua Fondazione Oasis con i suoi vari strumenti mette a disposizione di teologi musulmani e cristiani un materiale rilevante. È evidente che il Cardinale sa ascoltare le voci e le preoccupazioni dei musulmani. Devo inoltre confessare che, essendo uno di quegli strani individui che preferiscono il canto ambrosiano a quello gregoriano, trovo particolarmente appropriato che l’Arcivescovo di Milano ascolti così attentamente l’Oriente pur restando inequivocabilmente radicato nella sua casa europea.
Benché la nostra sia una lunga storia di convivenza, per certi versi il nostro impegno reciproco non ha ancora raggiunto una qualità sufficientemente persuasiva. A casa nostra siamo spesso profondi e altruisti, ma, quando abbiamo a che fare con gli altri, spesso ci troviamo ancora ad agire all’opposto. La politica ci ha resi troppo spesso insicuri e perciò superficiali. Tuttavia ci sono delle eccezioni. Occorre rendere onore allo sforzo dei grandi studiosi cattolici del secolo scorso, molti dei quali si situavano nel solco del lavoro di Étienne Gilson sull’Averroismo e altri erano tributari del neo-tomismo, per insistere sul fatto che il comune humanum in cui confidano musulmani e cattolici, e sul quale fondano la loro etica universale, può essere definito solo in termini che sono del tutto filosofici e teologici.
Il principio di un humanum universale, benché considerato e utilizzato in maniera sempre più riduzionista dall’Illuminismo in avanti, è un principio caro ai pensatori islamici, così come lo è per i cattolici. Parliamo di adamiyya – appartenenza adamitica – come della base di tutti i diritti giuridici e morali. Diritti come il diritto alla proprietà e il diritto di formare una famiglia sono considerati dal diritto islamico diritti innati, originari e sacrosanti: nella tradizione maturidita parliamo significativamente di al-‘ismat al-adamiyya – l’inviolabilità dello status conferito dal fatto stesso di essere adamitici, cioè di possedere un humanum. I nostri filosofi morali si spingono anche oltre usando il termine hurma – la sacralità dell’essere umano, creato, per i musulmani come per i cristiani, a immagine di Dio.
Tutto ciò trascende categoricamente qualsiasi pia illusione puramente illuministica o romantica, che rimanda a una nube magica di diritti sospesa sopra un organismo che la laicità tende a leggere come un prodotto puramente biologico. Ciò che distingue la riflessione di musulmani e cristiani sugli universali, e su ciò che è universale nell’umanità, è il principio della hurma, ciò che è sacrosanto, perché investito da Dio nei suoi amati figli adamitici.
Se posso essere franco, alcuni musulmani sono rimasti stupiti dalle pagine di Oasis, e dall’inclinazione di alcune sue iniziative pubbliche. Affermano che l’accento è di carattere essenzialmente sociologico, radicato nelle nozioni illuministe dell’intrinsecismo umano, e che manca il contenuto teologico.
Certo, ogni tentativo di ridurre il legame tra musulmani e cristiani alla mera dimensione sociologica o giornalistica si alienerebbe la maggior parte dei musulmani, dissuadendoli dal coinvolgimento in qualsiasi dialogo serio. Esso metterebbe in evidenza, per i musulmani, l’idea che il moderno impegno dei cristiani con le altre religioni teme di usare la teologia e trova più congeniale un linguaggio essenzialmente secolare. Va detto che buona parte dell’impegno del protestantesimo liberale con i musulmani appare sociologico e privo di qualsiasi dimensione teologica.
Tuttavia, una lettura attenta del testo del Cardinale è rassicurante. Certo, i cristiani seri che vogliono impegnarsi con musulmani seri sapranno sempre che il linguaggio deve essere teologico. E il radicamento di Oasis nella visione del Concilio Vaticano II lo evidenzia. Nostra Aetate, e i successivi documenti della Chiesa cattolica che definiscono la relazione con le altre fedi e il coinvolgimento con esse sono del tutto teologici e non semplici valutazioni meramente sociologiche o utilitaristiche. La fedeltà alla visione conciliare comporta il primato del discorso su Dio. E tale fedeltà è ciò a cui Oasis coerentemente richiama.
I musulmani che temono di essere considerati in termini implicitamente secolari saranno rassicurati dalla citazione di Sua Santità Benedetto XVI che appare in nota al testo del Cardinale e recita: «Purtroppo, è proprio Dio a restare escluso dall’orizzonte di tante persone; e quando non incontra indifferenza, chiusura o rifiuto, il discorso su Dio lo si vuole comunque relegato nell’ambito soggettivo, ridotto a un fatto intimo e privato, marginalizzato dalla coscienza pubblica».
Il Papa, che ha scritto in termini allo stesso tempo eruditi e appassionati della cosiddetta “morte del Dio dell’Europa”, nel contesto della risposta della Santa Sede all’iniziativa A Common Word del 2007, ha insistito sul fatto che il confronto con i musulmani deve essere teologico, come dimostra la scelta dei partecipanti cattolici a entrambi i forum cattolico-musulmani che hanno fatto seguito all’iniziativa. Non posso dirvi quanto si siano sentiti rassicurati i partecipanti musulmani sentendo i relatori cattolici esprimere in un ricco linguaggio teologico una serie di preoccupazioni contemporanee care al Cardinal Scola e alla sua fondazione. O quanto siamo stati rassicurati dal fatto che la prima delle relazioni cattoliche principali ai due forum sia stata pronunciata da Luis Ladaria Ferrer s.j., segretario della Congregazione della Dottrina della Fede.
Lungi dall’invocare una politica utilitaristica o pragmatica, il suo contributo ha impostato il tema in modo ammirevole, concentrandosi su un confronto tra musulmani e cristiani che, poiché siamo entrambi comunità credenti, deve trarre respiro, diletto e serietà dalla nostra esperienza di Dio. La teologia deve essere la nostra oasi condivisa. Essa è la migliore esemplificazione di un hortus conclusus, un segno prolettico di benedizione e pace che al momento sfugge alla nostra vista.
Naturalmente nella scelta di far inaugurare da questo acuto gesuita l’impegno della Chiesa cattolica verso l’Islam nel contesto dei forum cattolico-musulmani, abbiamo scorto la mano prudente del Papa. La stessa saggezza e la stessa insistenza sull’impegno teologico ha orientato la rilevante influenza esercitata dal predecessore di Ladaria alla Congregazione, il Cardinal Bertone, nel selezionare la delegazione cattolica allo stesso Forum. È un fatto che i commentatori liberali e laici, sia musulmani che cattolici, potrebbero deplorare. Ma la nostra migliore e più autentica relazionalità è sempre teologica, e la cultura “romana” attuale insiste su questo punto.
Mi dispiace di non avere il tempo per avanzare ulteriori notazioni sugli altri aspetti dell’ampia relazione del Cardinale. Si trovano alcune suggestive considerazioni sulla Primavera araba, un evento accaduto così rapidamente che, come molti, ho difficoltà a intravederne i risultati spirituali ed etici. Sono però certo, sulla base di quello che considero una fiducia non infondata nella Provvidenza, che le attuali turbolenze spirituali, e la presenza nefasta del fondamentalismo, un giorno si affievoliranno, e d’altra parte la storia suggerisce che generalmente è questo che avviene. Al loro posto inizierà una nuova era di rispetto reciproco, di vero e proprio meticciato, in cui i musulmani potranno saggiamente imparare dagli aspetti migliori dell’esperienza moderna, mentre le masse europee assetate di fede potranno imparare, nello spirito del canto ambrosiano, a risuonare della saggezza dell’Oriente rimanendo inequivocabilmente parte del destino europeo.