giovedì 15 novembre 2012

Nuova Evangelizzazione e Università

 

ROMA, giovedi, 15 novembre 2012 – Riporto di seguito il testo della lectio magistralis di monsignor Lorenzo Leuzzi, vescovo ausiliare di Roma e direttore dell’Ufficio della Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico 20012-2013 dell’Università Europea di Roma (UER), tenutasiieri mattina, 14 novembre.
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Si è conclusa pochi giorni fa la XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana.
Il tema della nuova evangelizzazione con l’assise sinodale ha superato i confini dell’ambito ecclesiale per diventare oggetto di studio e di riflessione dei centri culturali e delle realtà socio-politiche a livello mondiale.
Il rapporto tra l’Università e la nuova evangelizzazione è certamente tra i grandi snodi, se non il grande snodo, su cui si gioca il destino dell’esperienza universitaria e la stessa credibilità della fede cristiana che intende rilanciarsi in un nuovo contesto socio-culturale. Si tratta infatti di verificare se davvero esista tra loro un rapporto e il perché le due realtà, nonostante la diffusa opinione di una loro definitiva rottura, siano chiamate ad incontrarsi per il futuro dell’umanità.
a. Il significato di nuova evangelizzazione
È difficile individuare attualmente una definizione di “nuova evangelizzazione”. È possibile indicare un processo storico lungo il quale è maturata la consapevolezza della proposta: dal Concilio Vaticano II a papa Benedetto XVI (1) Tale processo storico è apparso come una risposta ad una emergenza: spirituale, pastorale, culturale.
Si parla di nuova evangelizzazione per sottolineare l’urgenza di un rinnovato slancio missionario di fronte alle difficoltà che incontra il Cristianesimo, soprattutto nei paesi di antica tradizione cristiana. In questa prospettiva “nuova evangelizzazione” è sinonimo di ri-evangelizzazione, intervenendo su alcuni aspetti della vita delle Chiesa in cui si notano deficienze sia dottrinali che operative.
Se esaminiamo il termine “ri-evangelizzazione”, applicato alla nuova evangelizzazione e non semplicemente all’invito di un rinnovato ardore dell’azione apostolico-missionaria, esso porta con sé due ambiguità:
- la prima riguarda il giudizio negativo o insufficiente sulla precedente evangelizzazione, quasi una rottura tra quanto è stato fatto in passato e ciò che si vorrebbe attuare;
 - la seconda riguarda il contenuto o le modalità nuove (da scoprire!) della nuova evangelizzazione.
Se, pertanto, la nuova evangelizzazione è sinonimo di ri-evangelizzazione, i dubbi e le perplessità di fronte a tale proposta sono a tutti evidenti: rottura con il passato, progettualità sempre più tesa all’annuncio di un messaggio che sarà o a-storico o di ritorno alla tradizione. In ambedue i casi la nuova evangelizzazione diventerebbe sinonimo di fede religiosa.
Ad un esame più approfondito quest’ultima ambiguità è direttamente espressione delle due correnti teologiche predominanti, la teologia razionale e la ragione teologica, le quali non possono che garantire una fede cristiana di natura religiosa. Niente ancora di dirompente se nel frattempo non fosse avvenuto nella cultura contemporanea il passaggio dalla teodicea alla filosofia della religione. È questo passaggio a far emergere tutta l’ambiguità e la sterilità della proposta della ri-evangelizzazione. Infatti nel contesto della filosofia della religione la fede cristiana è destinata a dissolversi nella fede religiosa - come di fatto sta accedendo - illudendosi, sotto la spinta della teologia razionale e della ragione teologica, che questa è la vera strada della nuova evangelizzazione.
In altri termini, il concetto di nuova evangelizzazione invece di aprire nuovi orizzonti alla fede cristiana, la spinge fuori dalla storia, perdendo quella richiesta storica che chiede alla fede cristiana di scoprirsi come fede teologale e non semplice-mente come fede religiosa.
b. Nuova evangelizzazione e Università: verso un nuovo rapporto
Da questa scoperta della fede cristiana come fede teologale dipende il futuro dell’Università, cattoliche e non confessionali.
Infatti l’aggettivo “nuovo” con cui il beato Giovanni Paolo II ha inteso qualificare l’evangelizzazione, ha una valenza storica e ontologica, che coinvolge la stessa realtà del Cristianesimo e della società contemporanea. Tale coinvolgimento è “nuovo” non perché il Cristianesimo abbia modificato nella storia la sua realtà, ma perché dopo tanti secoli, anche la società ha assunto una consistenza ontologica che il Cristianesimo già possedeva, anche se non compresa sul piano teologico e filosofico.
Dunque nessuna rottura nell’ambito del Cristianesimo, ma un salto di qualità ontologico sul versante della Società, la quale da statico-sacrale è diventata, sotto la spinta della rivoluzione industriale, storico-dinamica. Un passaggio epocale che ha bisogno del Cristianesimo non come religione a forma sacrale, ma di una religione storico-dinamica.
Come mai in passato il Cristianesimo ha conservato, suo malgrado, criptica la sua vera natura? Per il servizio che ha svolto verso la società statico-sacrale, la quale chiedeva al Cristianesimo un suo fondamento. Tale servizio non ha mai distrutto la sua vera realtà, né gli ha impedito di svolgere la sua missione storica ed eterna verso gli uomini di tutti i tempi e di tutte le culture, come dimostrano le schiere innumerevoli di santi! Tuttavia l’immagine che è prevalsa, e che l’opinione pubblica continua a conservare, è quella di una religione a forma sacrale che propone una fede religiosa. In questa prospettiva andrebbero rivisti alcuni giudizi storici sulla svolta constantiniana!
L'esperienza della Riforma va inquadrata nel tentativo del Cristianesimo di uscire da questa forma sacrale. Ma la scelta per la sola fide, con il suo pregiudizio anti-metafisico, di fatto l’ha resa sterile di fronte alle nuove attese della società che ormai andava diffondendosi come società dinamica. Non si può salvare la fede cristiana trasformandola in fede religiosa, quando la società invoca quella teologale. Ma la fede teologale ha bisogno di una realtà da cui può prendere origine e questa non può essere la semplice esperienza religiosa, anche interpretata in senso heiddeggeriano (1).
Perché oggi la fede religiosa può incidere negativamente sulla vita dell’Università? Perché la fede religiosa è per sua natura a-storica. Il rapporto fede cristiana - che, è bene ribadirlo, è sempre stata fede teologale e mai solo religiosa - e Università ha dato i suoi frutti finché esso si è svolto in un contesto statico-sacrale, che per sua natura ha una sua consistenza ontologica. In questa situazione anche la trasformazione della fede cristiana in fede religiosa non ha rappresentato un problema, perché era portatrice di una realtà ontologica, il datum, ossia la realtà naturale ontologicamente percepita come ente (verum quia ens).
Quando tale rapporto si colloca in una società storico-dinamica come quella attuale, la fede religiosa, compresa quella cristiana, ha ben poco da dire all’interpretazione della società. Anzi essa può favorire la via dell’antirealismo; così è avvenuto per il marxismo e per il liberal-capitalismo: prassi antirealistiche che hanno associato a sé fedi religiose per svilupparsi, a cominciare dalla Riforma e dall’Ebraismo.
Nelle Università la fede religiosa ha ben poco da dire e sarà sempre più emarginata, perché le stesse prassi sociali antirealistiche sono anch’esse portatrici di una fede religiosa, che può essere anche a-teologica.
Solo le religioni che sono disponibili a lasciarsi assorbire dalle prassi antirealistiche possono sopravvivere, ma con il rischio di essere fagocitate in un processo storico a-teologico, illudendosi di svolgere un ruolo nella costruzione della società. È la grande illusione del dialogo interreligioso!
c. Dalla cultura civiltà alla cultura conoscenza
La società contemporanea viaggia su un binario completamente diverso rispetto a quanto sta accadendo e non trova adeguati servitori, a cominciare dall’Università, la quale avverte l’urgenza di trasformarsi da luogo di “cultura-civiltà” a luogo di “cultura-conoscenza”.
L’Università come luogo di cultura-civiltà è propria della società statico-sacrale; al contrario quello della cultura-conoscenza, è proprio della società storico-dinamica. Sono due modalità dell’esperienza universitaria, ma ambedue convergenti nella elaborazione culturale: la cultura statico-sacrale, prende origine dalla civiltà; mentre quella storico-dinamica prende origine dalla conoscenza.
Pur nata in un contesto statico-sacrale, l’Università nella società storico-dinamica è sollecitata a scoprire la sua vocazione di luogo della conoscenza per la costruzione. La sua crisi è legata alla non comprensione di questa passaggio, relegando l’esperienza universitaria a un fenomeno datato storicamente. L’Università, nata come espressione della vita della Chiesa, è sempre stata il luogo della “realtà”, servizio della conoscenza della realtà.
Come potrà l’Università recuperare la sua vocazione di servizio alla conoscenza, che rispetto al passato, deve ora far riferimento alla realtà, alla nuova realtà storica, che è diventata dinamica? L’Università dovrà abbandonare il suo ruolo di servizio alla realtà, rinchiudendosi nella cultura-civiltà o scegliere la strada della professionalizzazione?
Per realizzare la sua vocazione l’Università dovrà confrontarsi non con la fede religiosa, ma con la fede teologale, quale tipica espressione della nuova evangelizzazione. Infatti la fede teologale è la via per scoprire la vera natura della realtà storica, cogliendo la società come realtà e non come divenire.
d. Verso una nuova tappa del dialogo tra secolarità e sacralità
Nel suo discorso alla Westminster Hall a Londra Benedetto XVI aveva invitato a promuovere un nuovo dialogo tra secolarità e sacralità come condizione necessaria per costruire la società:
«Per questo vorrei suggerire che il mondo della ragione della fede - il mono della secolarità razione e il mondo del credo religioso - hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà» (3).
Se ciò era vero in passato, lo è ancora molto di più oggi! È ciò di cui ha bisogno l’Università per rispondere alle attese della nuova società storico-dinamica. Ma ciò sarà possibile solo se il Cristianesimo si presenterà al mondo per ciò che è sempre stato: una religione storico-dinamica e non a forma sacrale
È questo il vero annuncio della nuova evangelizzazione da cui dipende il futuro non solo dell’Università ma anche dell’intera umanità.
L’Università e la nuova evangelizzazione, pertanto, sono sollecitate a cercarsi vicendevolmente e a camminare insieme: l’una senza l’altra rischiano di restare fuori dalla storia, assumendo ruoli anti-storici e - di conseguenza - antirealistici dagli esiti davvero imprevedibili per le sorti delle nuove generazioni.
Auspico che l’Università Europea di Roma possa essere al servizio della nuova esigenza storica, la quale richiede una conoscenza deputata alla costruzione della Chiesa e della società.

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1) Per l’excursus storico del tema della nuova evangelizzazione si rimanda a: L. Leuzzi, Dalla Fede religiosa alla Fede teologale. L’anno della Fede per la nuova evangelizzazione, Città del Vaticano, 2012, pp.30-52.
2) Cfr. P. Stagi, «Filosofia dello spirito vivente. Nichilismo e domanda di senso nel giovane Heidegger», in S. Sorrentino (a cura di), Nichilisno e questione del senso. Da Nietzsche a Deridda, Aracne Editrice, Roma 2005, pp. 83-106.
3) Benedetto XVI, Discorso alle Autorità civili del Regno Unito, Westminster Hall, Londra, 18 settembre 2010.