Una volta evidenziata la centralità del pensiero della morte e il suo rapporto con la preghiera, veniamo ora all’analisi dettagliata delle pagine più significative che Climaco rivolge al nostro tema. Mi pare opportuno partire dal discorso VI, interamente dedicato al ricordo della morte, nel quale l’autore presenta molti degli insegnamenti che poi richiamerà e svilupperà nel resto della sua opera.
Come fa spesso anche negli altri gradini, Climaco inizia questo sesto capitolo con una serie di definizioni: “Il ricordo della morte è una morte quotidiana, “è un gemito continuo” (VI.2).
Subito dopo si sofferma nel chiarire la distinzione tra la paura della morte e il terrore della morte: mentre la prima è una “proprietà della nostra natura”, il secondo invece è “indizio di peccati per cui non si è fatto penitenza” (VI.3). “Cristo ha avuto paura non terrore della morte, per mostrare con chiarezza le proprietà delle sue due nature” (VI.4). E chi ha discernimento, aggiunge più tardi, “distingue in modo chiaro e netto la paura naturale della morte da quella contro natura” (VI.7).
Per Climaco il pensiero della morte è la più necessaria tra tutte le pratiche della vita spirituale, come il pane tra gli altri cibi (cf. VI,5). Tutta l’opera di Climaco, come abbiamo già visto e come vedremo, conferma questo ruolo preminente che occupa il pensiero della morte nella vita ascetica.
Il ricordo della morte genera e allo stesso tempo è anche generato da vari fattori: per coloro che vivono in mezzo agli altri fratelli “la sopportazione delle fatiche, la meditazione sui propri peccati e soprattutto il gusto dell’umiliazione”, mentre per coloro che vivono la vita eremitica “l’ abbandono delle preoccupazioni, la preghiera incessante e la custodia della mente” (VI.6).
Il distacco dalle creature e l’abbandono della volontà propria sono per Climaco “il vero segno che mostra chi si ricorda della morte con tutto il proprio cuore” (VI,8).
Climaco passa poi a distinguere quattro diversi atteggiamenti che gli uomini possono assumere davanti alla loro morte: non tutti sono buoni. Alcuni invocano la morte con umiltà, altri per disperazione, altri nella loro presunzione si ritengono addirittura impassibili. “Infine ci sono quelli - se pure ve ne sono ancora - che desiderano la propria dipartita per impulso dello Spirito Santo” (VI.9).
Climaco si sofferma brevemente a valorizzare il fatto che Dio ha voluto guidarci alla salvezza proprio nascondendoci la conoscenza anticipata della nostra morte.
“Nessuno, infatti, se conoscesse in anticipo il momento della propria morte, si affretterebbe ad accostarsi al battesimo o alla vita monastica, ma spenderebbe tutti i suoi giorni nell’iniquità e si precipiterebbe verso il battesimo e la penitenza soltanto nel giorno della sua dipartita.
Seguono alcuni paragrafi in cui viene evidenziato il legame tra il ricordo della morte e le preoccupazioni materiali: chi vuole tenere insieme queste due realtà è simile a “colui che mentre nuota vuole battere le mani” (VI.12).
“Il vivo ricordo della morte spinge a ridurre il cibo” (VI.13) e in questo modo aiuta il monaco a recidere le passioni. Se invece il cibo abbonda, cessano le lacrime di compunzione nel cuore e la mente si indurisce (cf. VI.14).
Rifacendosi al pensiero dei padri, Climaco afferma: “la carità perfetta non cade mai in errore, così io, da parte mia, dichiaro che la perfetta coscienza della morte è esente da timore” (VI.16).
Viene quindi un elenco degli esercizi della mente operosa, da quelli elevati a quelli che “ci difendono dalle cadute”: tra questi ultimi è presente anche “il ricordo della dipartita”, insieme al pensiero del “giudizio, della sentenza e della punizione” (VI.17).
L’ultima parte del sesto discorso riguarda la vita e l’esempio di tre monaci.
Il primo è un “monaco egiziano” che ha raccontato a Climaco di essere arrivato ad avere “il ricordo della morte (…) impresso nell’intimo del cuore” (VI,18): pur cercando di allontanare tale pensiero per qualche momento non è più riuscito a distaccarsene.
Un altro monaco - di cui Climaco ci riferisce solo il luogo in cui è vissuto - “era spesso trasportato fuori di sé dal pensiero della morte” (VI,18): i fratelli lo trovavano come svenuto e lo portavano via quasi non respirasse più.
Il terzo monaco è l’unico citato per nome: si tratta di Esichio l’Horebita, un monaco del Sinai contemporaneo di Giovanni Climaco, di cui non abbiamo altre notizie. Climaco racconta che questo Esichio, dopo aver vissuto gran parte della sua vita nella negligenza, un giorno si ammalò gravemente nel corpo
“e per circa un’ora fu rapito fuori di sé, proprio come morto: ritornato nuovamente in se stesso, supplicò noi tutti di ritirarci immediatamente e, murata la porta della sua cella, vi rimase dentro per dodici anni, senza parlare assolutamente con nessuno, senza nutrirsi d’altro che di pane e di acqua, e stando sempre seduto col pensiero fisso in ciò che aveva visto nel suo rapimento: era talmente immerso nei suoi pensieri che non cambiò mai la sua espressione, rimanendo sempre come in estasi, versava silenziosamente calde lacrime” (VI.20).
Quando Esichio era sul punto di morire, Climaco ed altri monaci si avvicinarono alla sua cella e rompendo la porta entrarono. A tutte le loro domande Esichio rispose solo così: “Perdonatemi! Chiunque custodisca in sé il ricordo della morte, non potrà mai peccare!” (VI.20). Poi Esichio morì e fu da loro seppellito.
Il giorno seguente, Climaco e i suoi cercarono le sue spoglie ma non le trovarono e interpretarono questo fatto come una rassicurazione da parte del Signore sulla penitenza vissuta da quel monaco dopo una lunga vita di negligenza.
Commentando questo episodio, l’autore della Scala sottolinea che il pensiero della morte è un luogo senza fondo, perché “ci fa considerare la purezza e l’attività spirituale senza alcun limite” (VI.21).
Il pensiero della morte è un dono di Dio: non dipende da noi e dalle nostre forze (cf. VI.22): possiamo solo desiderarlo.
Seguono quindi alcune brevi sentenze: la prima è per noi di particolare interesse in quanto riprende l’insegnamento di alcuni detti dei padri del deserto che ho esaminato nei post precedenti (v.).
“Chi è morto a tutto e a tutti, si ricorda della morte; ma chi conserva in sé ancora dei legami, non ha il tempo di farlo, perché tende insidie a se stesso” (VI.23).
Si può vivere il giorno presente nel timore di Dio solo se lo si considera l’ultimo di tutta la nostra vita (cf. VI.26). E Climaco commenta sorpreso che “anche i pagani abbiano detto qualcosa di simile, poiché definiscono la filosofia una ‘meditazione della morte’” (VI.26).
Nella conclusione del discorso viene riportata una citazione biblica del libro del Siracide: si tratta del versetto che ho già menzionato e che è stato citato da alcuni autori monastici come base biblica per la ‘meditatio mortis’. Colui che è salito su questo gradino, conclude Climaco, “non cadrà mai più nel peccato, se sono vere quelle parole che dicono: ‘Ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato’ (Sir 7,36)”.