Riporto da: "Dio. Il grande seduttore", di Luigi Pozzoli. Un testo per noi che vivacchiamo, sempre tentati dallo scoraggiamento... Buona lettura.
La Pentecoste è una nuova creazione. Il rapporto tra Spirito santo e creazione si può osservare già in Genesi 1, dove si legge che lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque. Sembra di assistere a una pentecoste cosmica: questo soffio che scorre sulle acque immette nella materia il respiro, il palpito, la vibrazione vitale, il “gemito” di cui parla l’apostolo Paolo in Romani 8,22.
Ma è soprattutto nell’uomo che lo Spirito è presente come principio di vita: “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). Questo testo enuncia in poche parole due verità essenziali: l’uomo è argilla e, al tempo stesso, è Spirito, Soffio di Dio. Saint-Exupéry ha detto: “Solo lo Spirito, se soffia sull’argilla, può creare l’uomo”. Noi siamo polvere tenuta insieme da questo Soffio di Dio.
Lo Spirito è dunque il principio sorgivo di tutto ciò che vive e respira. Perché la Pentecoste può essere vista come una nuova creazione? Perché il dono dello Spirito, secondo il Vangelo di Giovanni, avviene in un modo che chiaramente si ricollega con quanto la Genesi ci ha ricordato sulla creazione dell’uomo: “Alitò su di loro e disse: ‘Ricevete lo Spirito santo’”. E che lo Spirito svolga un’azione creativa è dimostrato anche dalla trasformazione che avviene nella vita dei discepoli. Gli eventi pasquali avevano lasciato in essi un profondo turbamento. Cristo era risorto, ma essi sarebbero rimasti soli. E intanto si trovavano in un ambiente ostile, con davanti un futuro carico di incertezze.
Ma forse il disagio maggiore lo provavano quando si trovavano a ripensare alle vicende recenti in cui ciascuno vedeva rispecchiarsi tutta la propria fragilità: come non sentire vergogna e disgusto di sé ricordando le viltà, le paure, le diserzioni dei giorni appena trascorsi? È difficile per noi entrare nel segreto della loro coscienza, ma per quel poco che ci è dato di intuire, forse ci avviciniamo alla verità se osiamo parlare di un’ansietà che doveva sfiorare l’angoscia. Noi, l’angoscia, la conosciamo e sappiamo da che cosa nasce. La ragione fondamentale è data da una mancanza di fiducia in se stessi, come per una perdita di stima che porta a non amarsi più e perfino a odiarsi.
A creare o ad aggravare questa situazione sembra che siano determinanti due motivi di malessere: una mancanza di intelligenza delle cose e una mancanza di speranza. Vivere senza capire quello che si sta vivendo, vivere come per caso, senza che ci sia un senso a orientare le proprie scelte e ad alimentare quotidianamente la propria speranza è come essere riportati alla polvere non ancora abitata dallo Spirito. Tutto si frantuma e si polverizza: sentimenti, impegni, progetti e legami sociali.
Ecco perché Gesù, donando lo Spirito creatore, si preoccupa di sanare anzitutto questa situazione con il dono della pace: “Pace a voi”. Era come se volesse dire loro: “Ciascuno dimentichi la sua angoscia e incominci ad amare se stesso. Perché se non si ha stima di se stessi, non si può realizzare nulla. Godete nel sentirvi perdonati e vivete di fiducia e di speranza”.
Ma per vivere con un senso di pienezza non basta essere liberati dall’angoscia che paralizza e riprendere a respirare. Si comprende perché lo Spirito viene donato non solo come soffio ma anche come fuoco, cioè come amore. Lo spegnersi dell’amore è il sintomo più grave dell’assenza di vita. La cosa peggiore che possa capitare è chiudersi dentro la sfera dei propri interessi, indifferenti agli altri, indifferenti anche a chi ci sta accanto. Senza amore non c’è vita, non c’è futuro. A meno che non si accenda il fuoco dello Spirito che ci restituisca la presenza viva del Cristo, il suo amore contagioso, la sua capacità di interrogare i volti, di leggere il mistero della persona, di raggiungere con la sensibilità del cuore il battito del divino che c’è in ciascuno.
È quello che è avvenuto a Pentecoste: erano un gruppo che si stava sfaldando, si sono sentiti comunione di persone vive e unite. Non sapevano che in quel momento offrivano l’immagine più bella della vita trinitaria dove c’è l’inesprimibile respirare del Padre, del Figlio e dello Spirito nell’unico amore.
C’è un’ultima dimensione della creatività dello Spirito pentecostale che va ricordata. Lo Spirito non soltanto è respiro e amore, ma è anche dinamismo comunicativo. Non c’è vita piena se manca la passione di comunicare. Il problema è di essere docili all’azione dello Spirito che, mentre ci fa innamorare di Cristo, ci dà la voce, la parola, la forza comunicativa per entrare in rapporto con tutti i cercatori del vero volto di Dio. Negli Atti si parla di miracolo delle lingue. Di che miracolo si è trattato? La lingua che parlavano i discepoli, lingua universale, comprensibile da tutti, era la lingua dell’amore. Erano talmente pieni di amore che davano perfino l’impressione di essere un poco ebbri.
Per parlare di Cristo bisogna essere un po’ ebbri, un po’ fuori misura, altrimenti non c’è modo di riscaldare il cuore di nessuno. C’è troppa gente che è ebbra di pessimismo. Lo Spirito santo ci vuole ebbri di pace, di amore e di speranza. Ci vuole vivi, perché la sua passione è di dare la vita.
Luigi Pozzoli, Dio. Il grande seduttore, Edizioni Paoline, Milano 1998, pp. 153-158